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1971 03 22 Unità – Processo a 6 anarchici per discutibili indizi. Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

10 giugno 2015

1971 03 22 Unità Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

 

Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

Sono accusati di essere responsabili di attentati in mezza Italia – Una istruttoria che è connessa a quella sulla strage di piazza Fontana e sul caso Pinelli

 

MILANO, 21 marzo – Il processo contro gli anarchici accusati degli attentati del 25 aprile ’69 a Milano, e diversi altri commessi in diverse città, avrà inizio domani alla seconda sezione della Corte di assise, sempre che lo sciopero degli avvocati non porti a un rinvio. Nella gabbia saranno sei giovani: Paolo Braschi, Angelo Pietro Della Savia, Paolo Faccioli, Tito Pulsinelli, Giuseppe Norscia,Clara Mazzanti; a piede libero, l’editore Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega, che probabilmente non compariranno.

Le accuse contro i primi sei sono gravissime: associazione a delinquere, furto e detenzione di esplosivi, fabbricazione di ordigni, strage (dodici episodi), esplosioni a scopo terroristico (sei episodi), lesioni volontarie aggravate ai danni di due persone. L’evidente sproporzione fra il numero delle vittime e le accuse di strage, derivano dal fatto che per il nostro codice, quel reato è «di pericolo» e si concreta quindi nel momento stesso in cui viene deposto l’ordigno che possa determinare una strage, indipendentemente dalle conseguenze concrete.

Gli attentati furono commessi a Milano, Genova, Torino, Livorno, Pisa e Padova fra l’aprile ’68 e l’aprile ’69. Ai Feltrinelli infine si addebita di ave testimoniato il falso, fornendo un alibi al Della Savia e al Faccioli.

Impossibile qui riassumere la ricostruzione dei fatti e la motivazione delle accuse che occupano ben 97 pagine fittamente dattiloscritte della sentenza istruttoria. Per il giudice, comunque, le prove sono fornite principalmente dalle contraddizioni e dalle reciproche chiamate di correo degli imputati; dalle accuse di una «supertestimone», Rosemma Zublena, già amica del Braschi; dalla qualità degli esplosivi e dai particolari di fabbricazione degli ordigni che sarebbero gli stessi nei vari attentati; dall’identità delle scritture nei volantini lasciati sui luoghi delle esplosioni e nella corrispondenza degli imputati; infine dall’amicizia e affinità ideologica tra questi ultimi. Il che fa prevedere un processo largamente indiziario.

Ma occorre soprattutto ricordare che l’istruttoria, quanto mai discussa, costituì, per così dire, la premessa alle successive istruttorie sugli attentati del dicembre ’69 e sul caso Pinelli. Fra i personaggi infatti, troviamo lo stesso magistrato istruttore, dottor Antonio Amati che, appena avuta notizia dell’eccidio di piazza Fontana, telefonò alla polizia per indirizzarla sulla traccia degli anarchici; Pietro Valpreda, il cui nome emerse appunto dall’istruttoria sugli attentati del 25 aprile, e che venne quindi arrestato proprio sull’uscio del giudice Amati, quale maggiore indiziato della strage di Milano; i commissari Calabresi e Allegra, protagonisti di tutte le indagini; Nino Sottosanti detto «il fascista», dapprima testimone a favore di Pulsinelli, poi coinvolto negli accertamenti su piazza Fontana, ed ora testimone (dovrà essere sentito martedì prossimo) al processo Calabresi- Lotta continua, sulla morte di Pinelli; infine gli stessi anarchici oggi imputati, e che sono stati ugualmente richiesti come testimoni dai difensori di Lotta continua.

Come si vede, è un fittissimo quanto oscuro intreccio che potrebbe avere una radice comune; tanto più se si pensa che dagli arresti degli anarchici prese il via la campagna reazionaria contro l’autunno sindacale, culminata poi nella morte dell’agente Annarumma (tuttora avvolta nel mistero perchè il preannunciato deposito della richiesta di archiviazione non ha avuto luogo) e nella strage di piazza Fontana (per la quale si attende ancora il processo a Valpreda).

Il dibattimento, che inizierà domani, sarà quindi utile se consentirà all’opinione pubblica di cominciare a veder chiaro in quegli episodi che tanto servirono alla famigerata tesi degli «opposti estremismi»; oltre che naturalmente per stabilire le vere responsabilità degli imputati, in galera ormai da due anni. Certo non sarà facile, anche perché – vedi caso – il presidente della seconda sezione della Corte di assise, dottor Paolo Curatolo e il giudice a latere dottor Roberto Danzi, sono gli stessi che lo scorso anno condannarono il giornalista Piergiorgio Bellocchio. (Già, perché la prima sezione della Corte di assise, da quando assolse un antimilitarista, non riceve più processi politici; una protesta dei suoi giudici contro la polizia che aveva preteso di conoscere i loro nomi, cognomi e indirizzi, è stata lasciata cadere dal Consiglio superiore della magistratura; e l’antimilitarista è stato condannato in appello).

Pubblico ministero sarà il dottor Antonino Scopelliti, lo stesso che ignorò le torture dei carabinieri di Bergamo, e che ora dovrebbe condurre anche la grossa istruttoria sull’inquinamento delle acque (come potrà fare tutto, è un altro mistero della procura milanese).

 

 

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1971 04 29 Unità – La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito. di Pierluigi Gandini

7 giugno 2015

1971 04 29 Unità La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

Continua la deposizione della teste contestata al processo degli anarchici

La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

La lettera accusatoria della donna – In difficoltà gli stessi magistrati che sinora non hanno sollevato dubbi sulla teste – In contraddizione anche il vice dirigente dell’ufficio politico della questura

 

Dalla nostra redazione. 28.

Al processo degli anarchici, la accusa sta subendo una debacle che investe anche quei magistrati che hanno accettato e avallato il delirio persecutorio di un personaggio come Rosemma Zublena. Proprio quei magistrati infatti vennero definiti dalla supertestimone «i peggiori di Milano, fascisti, responsabili di abusi per cui occorreva deferirli al consiglio superiore della magistratura!».

Gia l’inizio dell’udienza è significativo. La Zublena si è appena seduta di fronte alla corte che l’avv. Piscopo si alza: «Al fine di valutare l’attendilità della teste, chiedo che vengano citati don Guido Stucchi e il prof. Giuseppe Chillemi; il primo perchè riferisca come la Zublena, quand’era insegnante alla scuola di Cavenago, avesse accusato i suoi alunni di compiere atti immorali fra di loro: il secondo perchè dica se è vero che, avendo respinto le profferte della testimone, fu dalla stessa denunciato, con una lettera anonima al preside, come corruttore di alcuni allievi…».

La corte si riserva. Ma Piscopo insiste: «La testimone dichiarò alla polizia che probabilmente il Della Savia e il Braschi avevano rapporti omosessuali? Quali elementi aveva per lanciare tale accusa?».

ZUBLENA – Avevo notato fra i due una grande amicizia e così pensavo che ci fosse della simpatia… Fu solo un giudizio…

PISCOPO – Prego signor presidente di leggere il verbale reso dalla teste a Calabresi…

Il presidente inizia la lettura: «Il Della Savia preferiva i maschi e aveva soggiogato il Braschi a tal punto da renderlo totalmente succubo…».

A questo punto il magistrato si interrompe: «Avvocato. ritiene indispensabile leggere anche il seguito? Va bene, allora continui lei…».

E Piscopo salvando il pudore del presidente, conduce a termine la lettura: da un semplice disturbo del Braschi, la Zublena trasse deduzioni talmente oscene da non poter essere qui ripetute.

L’avvocato prosegue: «In una lettera al giudice Amati, lei accusò l’imputato Norscia di essere un confidente della polizia ed altri cinque anarchici di aver “cantato”?».

ZUBLENA – Fu il Pinelli a dirmi che i ragazzi erano in galera perché qualcuno aveva «cantato»; mi fece i nomi di due di Roma e di un certo Moi, che perciò erano stati rilasciati. Scandalizzata, riferii la cosa al commissario Allegra che si mostro molto sorpreso…

Si leva l’avv. Spazzali, agitando una lettera: «Vuol spiegarci il significato di questa cordiale missiva da lei inviata al dottor Calabresi?».

E la Zublena. più che mai sicura nel suo delirio: «Avevo chiesto al commissario Allegra di recarmi ad Amsterdam per cercare la copia del volantino che l’imputato Norscia aveva inviato appunto ad una società olandese ed all’editore Feltrinelli. Allegra non volle. Chissà. forse avrei scoperto qualcosa sull’organizzazione terroristica…».

Dal che è lecito dedurre che i poliziotti si erano resi perfettamente conto delle condizioni mentali della teste.

E’ la volta dell’avv. Di Giovanni: «Mi domando come il giudice Amati abbia rinviato a giudizio il Faccioli solo per aver scritto dei volantini da lasciare sui luoghi degli attentati. e non abbia invece incriminato la teste che pure, per sua stessa ammissione. ricopiò un manifestino pure destinato a “firmare” l’attentato alla casa discografica RCA… ».

La risposta della Zublena e impagabile: «Io non ero una anarchica!».

Intervienee l’avv.Dinelli : «E’ sua questa lettera, in cui afferma che, essendo il processo politico, gli ordini arrivavano da Roma e i magistrati incaricati (e cioè il procuratore capo della repubblica, De Peppo, il sostituto Petrosino, il giudice Amati e il presidente di questa corte) erano i peggiori di Milano, dei fascisti; che inoltre per porre termine agli abusi e alle irregolarità dell’istruttoria e strapparla dalle mani del dottor Amati, occorreva fare un esposto al consiglio superiore della magistratura? ».

E la Zublena imperterrita: «Certo, queste cose me le aveva dette il Pinelli e io le ripetei al dottor Amati »

Torna alla carica l’avv. Piscopo: «E’ vero che lei invitò il Braschi a licenziare il suo patrono perche di sinistra e ad assumere l’avv. Ungaro di Roma (attuale difensore del Valerio Borghese – N.d.R. ) e ciò per consiglio di un “volpone” della magistratura? Disse anche al Braschi che qualcuno di molto vicino a Saragat le aveva assicurato la scarcerazione?

ZUBLENA – Non posso dire chi fosse il «volpone» perchè occupa una carica nella magistratura. Quanto a Saragat. me l’ero inventato per invogliare il Braschi a dire la verità…

Il compagno Alessandro Curzi, allora direttore responsabile dell’«Unità», conferma poi che il nostro giornale ricevette il rapporto segreto dei colonnelli greci sugli attentati del 25 aprile, da fonti molto attendibili.

Ed ecco sulla pedana il vice-dirigente dell’ufficio politico, dottor Beniamino Zagari, che fa una magra figura. Infatti, dopo aver descritto l’ufficio politico come un padiglione di delizie, dove di percosse nemmeno si parla, e aver negato l’esistenza di uno schedario «politico» non riesce a spiegare come mai i suoi subordinati mostrassero foto degli imputati alla Zublena e ad altri testimoni.

1971 04 27 l’Unità – Milano: il processo agli anarchici. La Zublena è mitomane. di Pierluigi Gandini

6 giugno 2015

Fu processata per calunnia dal tribunale di Biella – Il giudice la definì «persona affetta da una componente di tipo isterico» – Gravi interrogativi

 

1971 04 27 Unità La Zublena è mitomane

 

Dalla nostra redazione. 26.

Da stamane nell’aula della seconda sezione della Corte d’Assise di Milano, non c’è più il processo contro gli anarchici, c’è solo uno scandalo fra i maggiori della nostra storia giudiziaria. I difensori degli imputati hanno infatti provato che la supertestimone dell’accusa, Rosemma Zublena, fu imputata nel 1964, a Biella, di aver lanciato, attraverso lettere anonime, accuse false o non provate contro il prefetto e il questore di Vercelli, i carabinieri di Cavaglià e privati della zona. Non basta. Anche nel corso dell’istruttoria contro gli anarchici. la Zublena inviò una lettera anonima per chiedere l’arresto dei due imputati, lettera che, incredibilmente, venne allegati agli atti. Questa è la donna che il consigliere istruttore dottor Antonio Amati proclamò «buona, intelligente, dotata di una memoria formidabile, prima amante e poi madre affettuosa dell’imputato Braschi… ingiustamente linciata dalla stampa solo perchè le sue dichiarazioni non facevano comodo…». A questa e ad altre gravissime rivelazioni la Zublena ha reagito con un grido che spiega tutto: «Io non ho fatto che ripetere quel che già sapeva il commissario i Calabresi!».

Il PM legge la lettera

Ma lasciamo parlare i protagonisti.

Il PM dottor Scopelliti si alza ed annuncia: «Ho ricevuto dalla teste Zublena una lettera personale con richiesta di tenerla segreta. Non posso aderire a tale richiesta e dò quindi pubblica lettura della lettera». In sostanza, la supertestimone invita il pubblico accusatore a valutare con benevolenza le lettere da lei scritte agli imputati (ed ora esibite dai difensori) tenendo conto che all’epoca era oggetto di una «spietata campagna giornalistica»; sollecita un colloquio con lo stesso magistrato al fine di «studiare varie sfumature utili alla sentenza contro il Braschi e Angelo Della Savia»: infine chiede l’acquisizione agli atti di un’intervista resa a Bruxelles dal fratello del Della Savia, Ivo, al giornalista del Corriere Giorgio Zicari. E la Zublena, già seduta sulla sedia dei testimoni, spiega a voce: «Anche Ivo accusa gli anarchici degli attentati di Roma. Questo per dimostrare che non fui solo io ad accusare…».

Subito dopo attaccano i difensori. Ecco l’avvocato Di Giovanni: «Lei scrisse alla Procura di Lucca, il 2 settembre del 1969, una lettera in cui accusava gli imputati Norcia e Mazzanti di essere delinquenti spietati, avvelenati, depravati nei sentimenti, ladri, truffatori bancarottieri eccetera?». Zublena: «Non ricordo…».

Di Giovanni: «Lo scritto è allegato agli atti ed è anonimo».

Perfino il presidente si stupisce: «Ma non poteva essere allegato!».

Di Giovanni: «Già. Ma esiste anche una deposizione della Zublena al giudice Amati in cui le stesse accuse sono ripetute perfino con gli stessi termini! Perciò chiedo nuovamente alla teste è suo lo scritto?».

Zublena, con voce sommessa: «L’ho già detto».

Parte l’avvocato Piscopo: «La teste ha precedenti penali?».

Zublena: «No…». Ma gli avvocati incalzano e allora si decide: «In verità ho collaborato con la magistratura e con un monsignore cattolico per eliminare una situazione amorale. Naturalmente mi hanno querelata ma sono stata assolta perchè avevo detto la verità».

Di Giovanni: «Non è vero ed esibisco la relativa sentenza: lei non fu querelata da privati ma denunciata d’ufficio dai carabinieri per avere scritto lettere anonime all’allora ministro Taviani e all’arcivescovo di Vercelli, accusando le autorità locali di essersi fatte corrompere da privati per consentire una attività di sfruttamento della prostituzione. Interrogata fu costretta ad ammettere di aver scritto le lettere e solo sulla base di voci raccolte da ballerine, prostitute, sfruttatori, sulle cui macchine si faceva trasportare a Milano. Il PM e il giudice istruttore l’assolsero ritenendola un’isterica e un’esaltata, rimasta vittima di una psicosi collettiva… ».

Passa all’attacco l’avvocato G. Spazzali: «La teste ci dica quando e come si accorse che gli imputati svolgevano un’attività terroristica… ».

La Zublena si imbroglia nelle date, da venir corretta dallo stesso presidente: poi, ridotta con le spalle al muro, ammette di avere saputo «in seguito» circostanze delle quali, in istruttoria, aveva detto di essere stata testimone oculare. Non basta. Sempre secondo lei, il Braschi sarebbe stato a Milano proprio il giorno in cui, stando al capo di accusa, commette un attentato a Livorno.

Spazzali incalza: «Lei disse al giudice Amati che il Sottosanti è un tipo poco credibile, che chiedeva denari alle donne e sul quale sarebbe stato opportuno indagare… Ora come poteva sapere tutto questo se l’aveva visto una sola volta in casa Pinelli?».

Zublena: «Fu un’impressione…In realtà lo rividi ad un bar e mi chiese dei soldi…».

Spazzali: «O invece il dirigente dell’ufficio politico dottor Allegra le diede altre informazioni?».

Zublena: «Nossignore…».

Spazzali: « Bene. Lei aveva anche detto che l’architetto Corradini era il cervello dell’organizzazione terroristica e che sua moglie era un’anarchica spinta anche se non esistevano prove… Alla corte invece ha detto di non conoscere neppure i Corradini… ».

Zublena: «Prima riferii voci che correvano in Brera, poi al giudice Amati dissi la verità e cioè che erano solo voci».

Interviene l’avvocato Piscopo: «E per quelle voci, i Corradini passarono sei mesi in galera!».

La fine di Pinelli

Spazzali: «Ma lei nei verbali dice che la Eliane Vincileoni era la moglie del Corradini e che entrambi vivevano in via del Carmine 4. Chi le diede tutte queste informazioni?».

La Zublena scivola: «Pinelli mi disse che il Della Savia ed il Braschi si rovinavano con i Corradini».

L’imputato Pulsinelli scatta nella gabbia: «Comodo tirare in ballo il Pinelli che è morto!».

E questa circostanza apre veramente un grave interrogativo sulla fine dell’anarchico. Alla fine, crivellata di contestazioni, la Zublena esplode: «Sono stufa di essere accusata dalla stampa come unica responsabile. Si interroghi chi aveva già arrestato questi ragazzi, io sono venuta solo dopo, ho riferito solo cose che Calabresi già sapeva!».

A questa frase, una esclamazione unanime si leva dagli avvocati e dal pubblico. Il presidente e il giudice a latere che finora si sono ben guardati dal diffidare la teste, reagiscono violentemente. Ma ormai l’udienza è finita.

Dopo quanto abbiamo riferito, l’opinione pubblica esige dalle autorità competenti (e cioè il questore, il procuratore capo e il procuratore generale della Repubblica, il presidente del Tribunale, il primo presidente della Corte di Appello, ed anche il Consiglio superiore della magistratura) una risposta alle seguenti domande: come mai la questura, che si recò perfino in Svizzera per indagare sugli imputati, non svolse alcun accertamento sulla Zublena a Viverone suo paese di nascita e a Biella?

L’incontro della Zublena con gli imputati fu davvero casuale? La donna aveva mantenuto rapporti con gli ambienti della polizia?

Come poterono il PM dottor Roberto Petrosimo e il consigliere istruttore dottor Antonio Amati accettare come testimone la donna?

E’ ammissibile infine che si sia scelta una sezione di assise dove corte e PM non diffidano i testimoni d’accusa, neppure quando dicono manifestamente il falso?

Sono domande gravi, alle quali deve essere data al più presto una risposta.

1972 04 15 Umanità Nova – Roberto Mander dimesso dal riformatorio

18 maggio 2015

1972 04 15 Umanità Nova - Roberto Mander dimesso dal riformatorio

 

Con decreto del presidente del tribunale per i minorenni di Bologna nei confronti del compagno Roberto Mander, vittima come tutti gli altri della montatura poliziesca sulla strage di Milano, dal 16 maggio prossimo viene a cessare ogni misura di sicurezza detentiva. Egli tornerà così definitivamente alla famiglia, allo studio, al suo lavoro, ai compagni, al movimento anarchico di cui è militante.

E’ nota la balorda vicenda giudiziaria che ha portato questo giovanissimo compagno per due anni e mezzo da un carcere all’altro, dal San Michele a Regina Coeli, dal riformatorio di Forlì a quello di Bologna, senza riuscire a piegarlo ma rafforzando in lui le idee di libertà e di giustizia ed il proposito di lottare contro l’assurdo ed infame sistema asociale vigente.

Non è noto invece il testo del decreto con il quale ora il tribunale ha disposto la sua scarcerazione, consistente in 23 pagine dattiloscritte che vorremmo, se lo spazio ce lo consentisse, rendere pubbliche perché costituiscono un documento più unico che raro sugli errori ed orrori della «giustizia» di Stato, sulle lacune e sullo «schizofrenico divario» (sono parole testuali) tra gli «aurei principi» e le applicazioni delle leggi.

A proposito della situazione ambientale in cui il minorenne viene a trovarsi «per essere rieducato», nello stesso documento si legge «…che poi in pratica il ragazzo subisca il più avvilente impoverimento di se stesso, venendo a contatto con la malavita degli adulti o subendo un trattamento differenziato, o conoscendo la galera più squallida, più disumanizzante, più violenta, più alienante e più diseducativa, è questa una considerazione che deve come monito bene imprimersi nella coscienza.. ».

E sulla presunta (per legge) pericolosità di Mander (trattandosi di un anarchico …immaturo) nel documento, dopo aver rilevato che Mander ha sempre «mantenuto una ottima condotta, tanto da aver superato gli esami di maturità classica, essersi iscritto all’università e aver lavorato per una casa editrice», si sottolinea che questa presunta pericolosità «non sussiste perché ha dimostrato serietà e maturità nel comportamento e non sussiste perché il giovane, pur trovandosi in ambiente del tutto a lui estraneo, ha saputo egregiamente solidarizzare con spirito di umanità…e benché non abbia mai rinnegato la sua ideologia, ha avuto un contegno dignitoso…»

Nel riabbracciare il compagno dobbiamo ancora una volta accusare pubblicamente i magistrati Amati, Occorsio e Cudillo per aver sequestrato e trattenuto in carcere per anni tanti compagni innocenti. Dobbiamo invece rendere atto agli avvocati Nicola Lombardi, Mario Giulio Leone e Marcello Pedrazzoli per l’assistenza disinteressata e fraterna che hanno prodigato al compagno Roberto Mander.

1972 02 26 Umanità Nova – Anche il questore Parlato conferma: La strage è di Stato

8 maggio 2015

1972 02 26 Umanità Nova - Anche il questore Parlato conferma La strage è di Stato

 

 

Siamo in possesso di una fotocopia del documento eseguita dall’originale. Il passo che ci interessa dice testualmente «Gruppi anarchici romani, con sede presso il circolo “M. Bakunin” in via dei Taurini 27, habet comunicato aver indetto per ore 16,30 sabato 19 corr., manifestazione di solidarietà con i compagni accusati della strage di Stato».

Ritrovare su di un documento, sia pure riservato, del ministero degli Interni, la giusta definizione di «strage di Stato» in riferimento agli attentati fascisti del 12 dicembre non è cosa da trascurare. Soprattutto se si considera che il signor questore di Roma dott. Parlato (già questore a Milano, se non erriamo, nel periodo in cui iniziò, con le bombe del 25 aprile, la spirale del terrorismo fascista) è stato colui che, stando alla dichiarazione del questore fascista di Milano, suggerì di ricercare Valpreda e rilasciò alla stampa una dichiarazione nel corso della quale affermò: «…noi sapevamo già che Valpreda aveva la coscienza sporca. Gli abbiamo fatto il vestito addosso, ora mancano le rifiniture».

Tale dichiarazione, rilasciata prima che si sapesse quali pieghe potessero prendere le indagini in corso, dimostra che l’orientamento delle «autorità competenti», sulla scia di quello dell’ultracompetente giudice Amati, era già ben determinato.

Il suicidio impossibile (dal libro Pinelli : un omicidio politico, p.103)

9 dicembre 2013

Renato Boeri primario dell’istituto neurologico di Milano, Elvio Fachinelli, psicanalista, Giovanni Jervis, psichiatra e Giulio A. Maccacaro, ordinario di biometria all’università di Milano analizzano il procedimento di archiviazione del caso Pinelli.

Nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 Giuseppe Pinelli precipitava da una finestra della Questura di Milano. In queste note non intendiamo – pur essendo medici – proporre una controperizia, basata, come di solito succede, sulla ricerca di difetti e imperfezioni della perizia precedente. Così facendo, correremmo il rischio di mantenerci nel piano di una contrapposizione meccanica di tesi, che certo non gioverebbe alla ricerca della verità sulla morte di Pinelli e nello stesso tempo confermerebbe la validità di quell’ambito puramente legale in cui questa morte è stata assorbita e trasformata in un «caso» pronto per l’archiviazione, perlomeno dal punto di vista penale. Intendiamo invece mostrare come questo ambito, proprio attraverso l’impiego di una serie di accortezze e astensioni tecniche, sia stato utilizzato dal potere per risolvere una situazione difficile. Ci basiamo a questo scopo sulla perizia medico-legale, opera dei professori Luvoni, Falzi e Mangili, sulla richiesta di archiviazione del sostituto procuratore Caizzi (14-5-’70) e sul successivo decreto di archiviazione (3-7-’70) del giudice Amati.

La morte di un uomo che precipita da una finestra del locale di polizia in cui viene interrogato, a tre giorni da una strage, suscita una «innegabile emozione» (Amati) e si pone subito «al centro di vibrate polemiche, in buona parte alimentate da alcune dichiarazioni di organi responsabili delle indagini» (Caizzi). In questa situazione, che vede nascere le più inquietanti congetture, il procuratore Caizzi dispone la sezione del cadavere; al termine di questa, egli pone ai periti il seguente quesito, che sarà bene leggere attentamente: «Dicano i periti, eseguito ogni opportuno accertamento, quale sia stata la causa della morte di Pinelli Giuseppe e se le lesioni riscontrate nel corso dell’autopsia siano compatibili con le modalità di precipitazione prospettate in atti e se siano state riscontrate lesioni di altro tipo, precisandone l’eventuale eziologia».

Si tratta di una domanda molto ampia, non c’è dubbio, la cui formulazione però impone immediatamente, in questo caso concreto, alcune considerazioni.

In un caso di morte sospetta, qual è quella di Pinelli, è logico che il giudice chieda ai periti 1) la causa della morte e 2) se è possibile stabilire il tipo di modalità lesiva (suicidio, omicidio, incidente e così via) che, stando ai reperti di autopsia, cioè rimanendo in un ambito puramente tecnico, ha provocato quella morte. Invece il procuratore Caizzi divide la domanda 2) in due parti: chiede se le lesioni riscontrate sono compatibili con la modalità lesiva descritta in atti – cioè descritta dai funzionari e agenti di polizia che interrogavano Pinelli – e se vi sono altre lesioni, di diversa origine. In questo modo, è possibile, per esempio, prevedere una risposta in cui si dica che esistono lesioni compatibili con la modalità di precipitazione descritta dalla polizia accanto, eventualmente, a lesioni di altro tipo. Ai periti non si chiede di stabilire, tecnicamente, quale tipo di modalità lesiva sia intervenuto, ma di vagliare una relazione di compatibilità con una particolare modalità lesiva, segnalando, a parte, eventuali altre lesioni. Così facendo, il procuratore è nel suo diritto: propone il quesito che ritiene opportuno, e nessun altro. Ma nel suo quesito si profila una delimitazione dell’indagine che non è motivata dalla necessità di non uscire dall’ambito tecnico della perizia; al contrario, essa consentirà di fatto ai periti, come vedremo ora, una risposta la cui attendibilità propriamente tecnica è ridotta, mentre ne è rafforzato il valore di sostegno nei confronti della ricostruzione dei fatti che il giudice propone.

Non abbiamo elementi per dubitare della esattezza dei reperti obbiettivi descritti dai periti; Pinelli è effettivamente morto per, e soltanto per, un «complesso traumatismo che ha provocato lesioni multiple scheletriche e viscerali in sede toracico-addominale». Le difficoltà interne, tecniche, della perizia cominciano nel momento in cui i periti asseriscono che tali lesioni sono «compatibili» (anzi, «si accordano») con la «modalità lesiva prospettata in atti». Per dare questa risposta in modo tale che essa abbia un significato per il giudice, essi sono infatti costretti, primo, a commettere una omissione essenziale per la discussione diagnostica, secondo, a prospettare alla ricerca una impossibilità infondata.

L’omissione consiste nel non dire che le lesioni da precipitazione sono caratterizzate dal fatto che di per sé esse dicono di solito assai poco, se non nulla, sull’evento – suicidio, omicidio, disgrazia – che le ha provocate. Si tratta di una osservazione medico-legale talmente importante che si ritrova in ogni trattato, e sarà quindi necessario citarne qualcuno per esteso. Ponsold, Lehrbuch der gerichtlichen Medizin, 1957, pag. 338, così si esprime: «Vi è quindi da accertare se la caduta dall’alto sia stata accompagnata da svenimento (assenza di coscienza). La caduta dall’alto è di solito una disgrazia o un suicidio. Questo però non si può desumere dal reperto autoptico considerato da solo». Hauser, Gerichtliche Medizin, 1957, pag. 74. «Una morte per caduta dall’alto non si può in generale riconoscere attraverso l’autopsia (tracce di lotta!) e quindi nei casi dubbi un sopraluogo è sempre necessario per poter trarre eventuali deduzioni» e più avanti, pag. 75: « … speciali problemi medico-legali possono sorgere se la caduta è avvenuta soltanto in un secondo tempo ed è presente uno stato di morte per ragioni interne naturali, o se, essendo presente una sofferenza organica, la caduta è avvenuta per dolore, debolezza o svenimento. Per una sicura valutazione della caduta dall’alto il reperto autoptico da solo perciò non può bastare. Una ispezione in loco e la conoscenza di tutte le altre circostanze sono necessarie per una valutazione definitiva». Formaggio, Medicina legale, 1956, pago 48: « … in molti casi che sembrerebbero dovuti a suicidio assai spesso vengono formulate molte riserve con più o meno fondate ragioni. Il perito medico-legale dovrà in ogni caso essere estremamente prudente nel convalidare, in mancanza di elementi di giudizio significativi, l’ipotesi del suicidio». Anche questo autore segnala la necessità di una «accurata ispezione della località» ove è avvenuta la precipitazione per stabilire se si tratta di suicidio, disgrazia od omicidio. Carrara e coll., Manuale di medicina legale, 1937, vol. I, pag. 441, concludono nel modo seguente la loro trattazione: «Dati sicuri od anche di sola probabilità per la diagnosi differenziale tra suicidio, omicidio o disgrazia accidentale, non si ricavano, salvo circostanze eccezionali, dal solo esame del corpo del precipitato. Il complesso delle condizioni nelle quali il fatto è avvenuto e delle circostanze extramediche potrà portare qualche chiarimento sul movente della precipitazione».

La risposta completa dei periti sarebbe quindi dovuta essere: le lesioni riscontrate sono compatibili anche con una diversa modalità di precipitazione (omicidio – disgrazia), proprio sulla base di conoscenze tecniche sicure; oppure: il quesito propostoci non ammette una risposta non tendenziosa, da un punto di vista logico e tecnico; si rende perciò necessario un supplemento di indagine da parte del giudice, volto a chiarire le circostanze extramediche dell’evento (esperimento giudiziale, ecc.). Ma i periti fanno il loro mestiere, a volte triste mestiere, e a domanda rispondono, come vuole la legge.

Per sostenere la loro risposta, essi sono per di più costretti a prospettare, come si è detto, una impossibilità infondata. Vale a dire, mentre discutono per alcune pagine sul modo in cui il corpo ha urtato contro il suolo, essi asseriscono che «è da ritenersi impossibile una ricostruzione assolutamente esatta della cinematica dell’evento». La finezza del linguaggio e la cautela della formula non bastano a coprire la rinuncia all’indagine: se una ricostruzione assolutamente esatta è impossibile, non per questo è impossibile una ricostruzione sufficientemente esatta.

Agli atti esistono descrizioni diverse che consentono perlomeno l’inizio di un processo di ricostruzione della «cinematica», e che esigono quindi d’essere confrontare: Pinelli si è tuffato dalla finestra (lo dicono tutti i funzionari di polizia), è stato afferrato per un piede (Panessa), è caduto battendo sui cornicioni (il triplice tonfo udito da Palumbo). Per i periti Pinelli «avrebbe battuto contro i rami di un albero». Avrebbe. Un albero. Sembra di sognare.

Questa vaghezza lascia aperta, e problematica, l’interpretazione di alcuni reperti fondamentali. Le «lesioni scheletriche e viscerali produttive della morte» sono «localizzate a livello toracico e addominale». La massima energia di urto si è esercitata dunque a livello toracico e addominale. L’interpretazione di questo dato è della massima importanza, ed esso solo avrebbe richiesto l’ispezione e l’esperimento giudiziale, perché l’impatto con il tronco, anziché con il capo o con gli arti, e le conseguenti fratture alle vertebre, alle coste, al bacino, anziché al capo e agli arti, sono più frequenti nel caso della precipitazione di un corpo esanime che negli altri casi di precipitazione, come si rileva dalla letteratura medico-legale. A ciò si aggiunga che mancano per contro nel cadavere quelle lesioni indirette, dovute al gioco delle azioni muscolari, che sono un reperto frequente negli arti di persone precipitate in stato di coscienza vigile.

Nella perizia si legge inoltre la descrizione di un’area grossolanamente ovalare, sulla superficie posteriore del torace, alla base del collo, «di cm 6 x 3, nella quale l’epidermide appare lievemente ispessita con maggior evidenza del disegno reticolare, di colore più chiaro rispetto alla cute circostante che appare violacea per ipostasi; al taglio, non infiltrazioni emorragiche dell’epidermide e del derma». Di questo reperto cutaneo non si dà alcuna spiegazione particolare; dovremmo quindi ritenere che vada anch’esso riferito ad «un’azione lesiva di tipo contusivo», come le escoriazioni e ferite lacere ritrovate in altre parti del corpo? Se così è, si tratta di una lesione che, a differenza di tutte le altre, è caratterizzata da ischemia anziché da infiltrazione emorragica dei tessuti: essa ripropone perciò il problema della modalità contusiva che l’ha indotta. Se così non è, allora essa è l’indizio della curiosa tendenza dei periti a limitare il loro pensiero, oltre che la loro azione, alla pura constatazione anatomica.

La risposta che i periti danno alla domanda del procuratore è dunque esatta; ma nascendo dalla esclusione di altre risposte equivalenti, e non menzionando la necessità di altre indagini, essa è tendenziosa.

Vediamo ora l’uso che il procuratore ne fa. A pagina 10 della sua relazione troviamo scritto: «La versione della volontarietà del gesto del Pinelli, sostenuta dai testi presenti e convalidata dai risultati della perizia medico-legale, trova ulteriori conferme … » eccetera. Il circolo si chiude. Noi sappiamo che le lesioni riscontrate sul cadavere parlano a favore del suicidio in misura non superiore, e forse inferiore, a quella in cui parlano a favore dell’omicidio o della disgrazia. Ma la domanda sapiente del procuratore, a cui ha fatto eco la risposta accorta dei periti, fa sì che il risultato della perizia suoni convalida del suicidio. Il procuratore, con il contributo essenziale dei periti, si trova insomma ad aver costruito oggettivamente una sorta di sillogismo, che potrebbe avere la seguente configurazione: 1) in taluni casi, le lesioni da precipitazione sono dovute a suicidio; 2) Pinelli presenta queste lesioni; 3) dunque Pinelli si è suicidato. Non occorre avere approfondito la logica medievale per rendersi conto che questo modo di sillogizzare è invalido: per considerare la conclusione (« Pinelli si è suicidato») una deduzione corretta, bisognerebbe infatti poter presupporre che in ogni caso le lesioni da precipitazione siano dovute a suicidio.

Ma infine, quali sarebbero le motivazioni di questo suicidio? Su questo punto il procuratore Caizzi è rapido e sbrigativo: si tratta di una «libera scelta», intervenuta al seguito di un «meccanismo non precisamente individuabile» che si è manifestato in occasione della rivelazione simulata del commissario Calabresi («Valpreda ha detto tutto»). Chi si sofferma piuttosto a lungo su questo punto è invece il giudice Amati, ed è anzi questo che caratterizza sostanzialmente il decreto d’archiviazione rispetto alla relazione del procuratore. (L’asserzione, per esempio, a pag. 52, che «il suicida era fisicamente nella pienezza delle sue forze, come la perizia d’ufficio ha indiscutibilmente assodato», non fa che ripetere, rendendola ancora più «indiscutibile», l’argomentazione sopra indicata del procuratore ).

Colpiscono innanzitutto alcuni particolari. Tra le motivazioni che secondo Amati possono aver portato Pinelli al suicidio, e che egli viene enumerando secondo una curiosa tecnica di accumulazione, vi sono la paura di perdere il posto, «per i gravi sospetti che si nutrivano nei suoi confronti e per le contestazioni che gli erano state fatte sull’alibi da lui dato a giustificazione dei vari movimenti che egli aveva posto in essere il pomeriggio del 12 dicembre», e la paura di perdere la «generale estimazione dei Funzionari delle Ferrovie dello Stato, di cui egli era dipendente, in quanto egli, ferroviere, sarebbe andato a deporre od avrebbe concorso a fare esplodere nell’atrio principale della Stazione Centrale una bomba ed addirittura, prima di partire per Roma, avrebbe deposto una o due bombe su due treni sostanti sui binari dei marciapiedi 11 e 14 … ».

Di fronte all’immagine di quest’anarchico che sospettato di attentati sui treni, comincia a temere di perdere il posto e insieme la generale estimazione dei Funzionari delle Ferrovie, al punto tale da suicidarsi, bisogna dire che il giudice Amati ha raggiunto una punta di grottesco psicologico difficilmente superabile e forse unica nelle biografie di anarchici. Superata forse soltanto dalla noncuranza con cui, per inquadrare psicologicamente il caso, egli ricorre a vecchi e insoliti testi psichiatrici, la cui validità si potrà misurare dalla seguente illustrazione, che egli cita, del «suicidio impulsivo» (in cui rientrerebbe Pinelli): «Questi [l’impulsivo] deve spesso essere assicurato perfino con collare, per evitare che si morda, mentre non rileva alcuna sofferenza, oppure, lasciato libero, può spaccarsi improvvisamente il cranio o lanciarsi dall’alto, quasi che una furia distruttrice ghermisse od azionasse, alla sua insaputa, i suoi muscoli. Il suo gesto non germina quindi dal delirio, perché non è il logico prodotto di un motivo irreale, ma è l’espressione di una scarica nervosa motoria, che dissocia il movimento da ogni elemento di coscienza». Quindi un Pinelli che, se prima temeva di perdere il posto, ora è ridotto a furia muscolare esclusa dalla coscienza.

Non è il caso di insistere su queste descrizioni troppo criticabili quanto piuttosto di chiedersi a che cosa servono, nel contesto del discorso del giudice. Servono ad allineare, in una sorta di registro indifferente, altre circostanze ben altrimenti significanti e indicative di una situazione di violenza morale su cui è imbarazzante soffermarsi. Vale a dire, la rivelazione di Calabresi («Valpreda ha detto tutto») e l’accusa di Allegra («Allora sei stato tu a mettere la bomba all’ufficio cambi»). Entrambe sono false: la prima, lo sappiamo dal processo in corso; la seconda, da una dichiarazione che lo stesso Amati inserisce, in strana forma, nel suo decreto (pag. 48: «ma quando mai si è parlato di una responsabilità del Pinelli nel corso della complicata e lunga istruttoria contro gli attuali detenuti? » [detenuti per gli attentati del 25 aprile]. Ma entrambe sono dichiarazioni che bruciano: tant’è che Allegra, nella sua ricostruzione dei fatti in data 22 gennaio 1970, diretta alla Procura della Repubblica, cita la frase di Calabresi e tace la propria, e che in data 16 gennaio 1970 alcuni degli agenti presenti alla morte del 15 dicembre si preoccupano di anticipare la frase di Calabresi di varie ore, creando cosi un notevole intervallo di tempo tra essa e il descritto suicidio di Pinelli. Il giudice Amati è consapevole della importanza di questi elementi, e a differenza del procuratore Caizzi, che glacialmente accenna alla «sorprendente reazione alla simulata rivelazione del Commissario Calabresi», dice testualmente: «Il suo choc intimo deve essere stato tremendo». Se c’è stato questo «choc intimo», questa «intima disperazione», che ha portato alla morte un innocente, se cioè ci vogliamo mantenere nel piano del descritto suicidio, la sua ragione non va ricercata nel temperamento impulsivo o nel timore di perdere il posto, ma nella situazione di sfibramento fisico, di tensione psichica e di violenza morale a cui è stato sottoposto Pinelli per opera dei funzionari di polizia.

Queste sono le conclusioni che si possono trarre dalla lettura del decreto di archiviazione. Altre e più inquietanti ipotesi sorgono, come abbiamo visto, da un esame accurato del materiale disponibile. Ma queste non sono le conclusioni e ipotesi che il dottor Amati vaglia nel suo giudizio, e il suo è appunto, un decreto di archiviazione

9 dicembre 1969 citazione Valpreda a Milano dal giudice Antonio Amati.

28 novembre 2013

9 dicembre 1969 citazione Valpreda a Milano dal giudice Antonio Amati. (per coloro che ancora non hanno capito perchè Pietro si recò a Milano)

9 dicembre 1969 citazione Valpreda a Milano di Antonio Amati

18 dicembre 1969 lettera avvocato Luca Boneschi al G.I. Ugo Paolillo su arrivo Valpreda a Milano

11 aprile 2013

Milano, 18 dicembre 1969

Egregio signor

Sostituto Procuratore della Repubblica

Dr. Ugo Paolillo

Milano

In relazione al procedimento a carico di Pietro Valpreda per la strage del 12 dicembre a Milano, vengo a dichiararLe, anche in merito alle notizie pubblicate sulla stampa, in gran parte inesatte, quanto segue.

Ho conosciuto Pietro Valpreda in occasione dello sciopero della fame attuato dall’anarchico Michele Camiolo a Milano nel settembre-ottobre 1969, uno o due giorni prima che il Camiolo cessasse la sua protesta pacifica, il Valpreda mi si presentò. Io avevo rilevato, tempo prima, dalla rubrica dell’ufficio istruzione che nel procedimento a carico di Corradini, Vincileoni, Braschi (del quale ultimo sono difensore), Faccioli e Della Savia, che risultavano imputati anche altri individui, tra i quali il Valpreda. Proprio in occasione dello sciopero della fame avevo accennato a questa circostanza ad alcuni anarchici; il Valpreda ne era venuto a conoscenza e mi cercò per sapere in quale posizione giuridica egli si trovasse. Non ero in grado di dargli le spiegazioni richieste, ma gli assicurai che appena possibile lo avrei informato.

Il 12 (?) novembre il Consigliere Istruttore Dr. Amati notificò agli imputati detenuti un mandato di cattura, dal quale risultava con completezza il capo di imputazione di ogni imputato; il Valpreda doveva rispondere di violazione della legge sulla stampa e di offese al Pontefice. Avvisai il Valpreda, il quale mi chiese se potevo assisterlo: rifiutai l’invito in quanto difensore di Braschi e, su richiesta del Valpreda, gli consigliai di nominare come difensore l’avv. Luigi Mariani di Milano.

Il 9 dicembre l’avv. Mariani mi comunicò che il Valpreda era stato citato come testimone nel procedimento a carico del Braschi e altri (non è del tutto chiaro, al sottoscritto, il perché il Valpreda sia, in tale procedimento, teste e imputato) per lo stesso giorno 9 dicembre; che la citazione era stata notificata a Milano presso una parente mentre Valpreda si trovava a Roma per ragioni di lavoro e che non c’era la possibilità materiale di avvertirlo in tempo.  Ci consigliammo sul da farsi e ci recammo insieme dal Consigliere Amati per fargli presente la circostanza: il Consigliere ebbe a dire che – essendo nel reciproco interesse un’istruttoria rapida – provvedesse l’avv. Mariani a far avvertire il Valpreda affinché venisse a Milano il più presto possibile, evitando all’ufficio di dover procedere a una nuova rituale notifica del decreto di citazione.

Mi consta che l’avv. Mariani ha provveduto in tal senso, ed infatti il 12 (?) dicembre il Valpreda si presentò in studio verso mezzogiorno. Ho scambiato, nell’occasione, poche parole col Valpreda che mi disse di essere molto stanco e febbricitante (e ciò era chiaramente visibile) e mi chiese la mia opinione sulla sua posizione nel processo.

Il Valpreda si è poi intrattenuto con l’avv. Mariani. Posso dire con certezza che qualche minuto prima delle tredici, quando sono uscito dallo studio, Valpreda era ancora a colloquio con l’avv. Mariani, perché sono passato a salutarli entrambi.

Mi consta che sabato mattina – secondo gli accordi presi con il suo legale – il Valpreda si è recato dal Consigliere Amati, senza poter essere interrogato perché il Consigliere non era in ufficio. Mi consta altresì che lunedì mattina 15 (?) dicembre alle 9 circa il Valpreda si è recato con l’avv. Mariani dal Consigliere Amati: ho fatto la stessa strada dallo studio a Palazzo di Giustizia con loro. Ricordo che abbiamo parlato degli attentati del 12 dicembre e che il Valpreda chiese a me e all’avv. Mariani se – dato l’indirizzo che avevano preso le indagini – ritenevamo probabile una sua convocazione in Questura: infatti la sua fede anarchica era ben conosciuta dalla polizia.

Ritengo che il Valpreda sapesse – sia perché la stampa ne parlava ampiamente sia perché probabilmente glielo dissi io stesso – che molti suoi compagni di fede erano stati tradotti in Questura.

Luca Boneschi  

Lotta Continua 17 gennaio 1970 La bomba di Milano: chi indagherà sugli indagatori?

23 settembre 2012

Lotta Continua 17 gen1970 n1 La bomba di Milano: chi indagherà sugli indagatori?  La mattina di lunedì scorso quando i giornalisti poterono finalmente vedere i verbali degli interrogatori dell’inchiesta sugli attentati, molti ci rimasero male. Le decine di cartelle dattiloscritte non davano le rivelazioni attese, non giustificavano neppure la permanenza in galera degli arrestati. Anzi, rivelavano meno di quel po’ che si sapeva già. Per quasi un mese la giustizia dello stato borghese ha tenuto isolati dal resto del mondo gli imputati. Nemmeno gli avvocati hanno potuto vederli. Solo ogni tanto scivolava tra le maglie del ‘segreto’ istruttorio qualche ‘clamorosa notizia’ ed era il Corriere della Sera, il figlio prediletto, a sparare sostenendo sempre la colpevolezza degli accusati: Ci sono le prove! Li hanno beccati! Tutto è chiaro! Ed ecco che al dunque il primo round del’inchiesta rivela un fondale di carta pesta. Non si vedono né prove, né confessioni, né spiegazioni, tutti gli imputati hanno degli alibi.

La testimonianza di un taxista (contraddetta, negata, corretta e già di per se strana) e le volonterose indicazioni di un fascista. Tutto qui. Questi i cardini dell’accusa contro Valpreda e gli altri. Da quattro settimane si ripeteva che gli accusati degli attentati del 12 dicembre erano inchiodati da chiare prove. Sembrava quasi a questo punto che ‘si sapesse’ sin dall’inizio come dovrà andare a finire l’inchiesta, solo che i pezzi del mosaico tardano a quadrare e spesso i tempi sono sbagliati come in una commedia in cui qualche attore sbaglia le ‘entrate’ scritte nel copione.

Valpreda avrebbe portato le bombe in taxi (centocinquanta metri in taxi per poi tornare indietro a piedi di cento metri!). Il taxista lo dice alla polizia la stessa sera di venerdi 12, ma la circostanza è passata sotto silenzio (troppo presto?). Lunedì 15, appena fermato Valpreda (nessuno lo sa ancora), il taxista va – questa volta – dai carabinieri, come da vecchi conoscenti. Racconta una versione diversa da quella raccontata al dottor Paolucci. (Questa versione subirà aggiustamenti nei giorni successivi per far quadrare l’imbarazzante contraddizione.).

Intanto Valpreda è spedito a Roma dove (prima ancora di aver sentito il taxista) già sanno che è lui l’uomo da cercare. Nel frattempo a Rolandi mostrano a Milano le foto di Valpreda e poi lo mandano a Roma. E’ arrivato da pochi minuti all’aeroporto che il Corriere sa già – e pubblica – del riconoscimento (non ancora avvenuto!). Poco dopo alla questura di Roma, si viene a sapere che il riconoscimento è avvenuto. Tutto bene. Però il riconoscimento avverrà quattro o cinque ore dopo.

Il fascista Merlino è l’altro cardine dell’accusa. Anche lui sa, sapeva, di dinamite, bombe, attentati. Però molti indicano Merlino come confidente della polizia e quindi quello che conosceva Merlino avrebbe dovuto conoscerlo pure la questura. Valpreda sapeva che quanto si diceva e faceva al circolo «22 marzo» di Roma era noto alla polizia. E avrebbe organizzato lo stesso gli attentati? Non solo, ma è confermato che la polizia giudicava da tempo Valpreda e i suoi  amici dei dinamitardi. In queste condizioni come avrebbero potuto preparare ordigni cosi complessi e piazzare cinque bombe senza che la questura si accorgesse di nulla?

Oggi all’opinione pubblica le cose ‘note’ vengono fatte arrivare una ad una, come in un film giallo molto dosato, attraverso fughe di notizie o rivelazioni del Corriere della Sera. Ma questo non fa che confermare che ci sia sempre qualcuno che sa già da prima le cose, anche al di là delle prove raggiunte. Per esempio Calabresi dell’Ufficio Politico della questura di Milano, la sera stessa degli attentati avrebbe detto (ma poi la frase – pubblicata – è stata smentita) che l’inchiesta si orientava verso i gruppi di estrema sinistra. Ma ancora prima, mezz’ora dopo la bomba di piazza Fontana, il magistrato milanese Amati (riferisce il Corriere della  Sera) consiglia di iniziare subito le indagini negli ambienti anarchici e lo stesso Amati ricevendo Valpreda prima ancora che sia  fermato dice: «Perché voi anarchici amate tanto il sangue? ». (Corriere)

Sapevano – in questura – che l’anarchico Pinelli non c’entrava per nulla (e l’hanno detto in questi giorni). Eppure dopo il volo dalla fìnestra il questore Guida disse che Pinelli era «fortemente indiziato». Disse anche che l’alibi dell’anarchico era crollato. Invece in questura sapevano che l’alibi c’era. Una fretta singolare di mettere in cattiva luce l’uomo che stava morendo all’ospedale. «Vi giuro – disse Guida – che non l’abbiamo ucciso noi». Perché questa discolpa non richiesta? Che cosa ancora sapeva il questore? È vero, come sembra in questo momento, che l’ambulanza per il Pinelli fu chiamata due o tre minuti prima che l’uomo volasse dal quarto piano della questura di Milano?

Anche a Roma si sapeva qualcosa, indubbiamente. Ad esempio si sapeva di voler mettere le mani su Valpreda. Prima che saltasse fuori la testimonianza del taxista, a Roma sapevano di volere Valpreda e – a quanto sembra – c’era chi sapeva già che l’inchiesta sarebbe stata condotta dalla magistratura romana. Perché a Roma? Forse lo potrebbe spiegare il sostituto procuratore Occorsio che oggi si occupa degli attentati. Questo magistrato romano è una persona in vista: fu Pubblico Ministero nel processo contro il compagno Tolin. Il compagno Tolin si prese 17 mesi per reati d’opinione.

Sicuramente c’è qualche gruppo che sa tutto: sapeva che le bombe stavano per essere messe, chi le aveva messe e chi doveva essere accusato. Qualche gruppo, e non qualche gruppetto di pseudo-anarchici o tanto meno di anarchici. Sarà utile – a questo proposito – rivedersi il settimanale Epoca in data 10 dicembre (due giorni prima delle bombe). Epoca lanciò una copertina tricolore e un incredibile articolo: «Colpo di stato: è possibile?» .. « L’Italia è senza dubbio ad una svolta nella sua storia». In una situazione eccezionalmente drammatica «le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana … nel giro di mezza giornata ».

Del resto quattro giorni prima due quotidiani inglesi si preoccupavano della possibilità di un colpo di stato in Italia. Tutto questo prima degli attentati.

Evidentemente, quindi, dietro le quinte qualcuno sapeva e ancor oggi sa chi ha messo le bombe o chi conviene accusare: giornali come La Notte (semifascista) e Sole-24 Ore (Confindustria) hanno indicato subito le sinistre. Il Corriere della Sera ha fatto e sta facendo il resto. Con la fragile inchiesta continua spudoratamente la campagna di attacco alle forze rivoluzionarie.

Se avevano in mente dalle prime ore Valpreda, se sapevano tutto del Circolo «22 marzo», perché polizia e magistratura hanno compiuto centinaia di fermi, denunce, perquisizioni, controlli telefonici, esami di documenti e schedari di compagni operai e studenti?

I colpi di stato si fanno in molti modi. Non sempre vanno bene i carri armati che possono dar fastidio a una parte della borghesia. I meccanismi della giustizia borghese – invece – vanno meglio, possono servire per colpire in modo massiccio e selezionato la classe operaia, soprattutto sotto la cortina fumogena di un’inchiesta giudiziaria.

Umanità Nova n44 13 dicembre 2009 Chi si ricorda di Piazza Fontana? di Luciano Lanza

9 novembre 2011

Milano, 12 dicembre 1969, ore 16,37: un boato scuote il centro di Milano. Alla Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana è scoppiata una bomba. Risultato? Ben 17 morti e quasi un centinaio di feriti. Una strage, anzi la strage che segna la storia di questo Paese. La bomba di piazza Fontana non è l’unica a esplodere quel giorno. Un’altra viene ritrovata poco lontano nella sede della Banca commerciale in piazza della Scala. Per fortuna non è esplosa, verrà fatta brillare quattro ore dopo distruggendo prove importanti. Ma la sequenza esplosiva non si esaurisce a Milano. A Roma tra le 16,40 e le 16,55 in un corridoio sotterraneo della Banca nazionale del lavoro in via Veneto scoppia un’altra bomba che causa 14 feriti fra gli impiegati dell’istituto. Infine, dopo le 17,20 all’altare della patria in piazza Venezia, esplodono altri due ordigni di minore potenza. Quattro feriti.

Sono passati quarant’anni e di quella strage che cosa sappiamo? Tutto o quasi niente?

Torniamo a quel tragico dicembre.

Chi sono gli autori degli attentati? A Milano c’è chi ha già le idee chiare: è il prefetto Libero Mazza che nella sera del 12 invia un fonogramma a Mariano Rumor, presidente del consiglio: «Ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza verso gruppi anarcoidi aut frange estremiste. Est già iniziata, previe intese autorità giudiziaria, vigorosa azione rivolta at identificazione et arresto responsabili». Ed è quanto pensano anche i dirigenti dell’ufficio politico della Questura di Milano, Antonino  Allegra e il suo vicecommissario Luigi Calabresi: banche e altare della patria sono obiettivi anarchici o di estremisti di sinistra e agiscono di conseguenza. E, infatti, Calabresi va al Circolo anarchico di via Scaldasole, lì trova un anarchico, Sergio Ardau, poi arriva anche Giuseppe Pinelli che seguirà con il suo motorino la macchina con cui Calabresi porta in Questura Ardau. Pinelli, trattenuto illegalmente (il fermo di polizia era scaduto) uscirà la mezzanotte del 15 dicembre dalla stanza di Calabresi al quarto piano di via Fatebenefratelli precipitando dalla finestra.

Per quella morte non ci sono responsabili. I poliziotti che interrogavano Pinelli nella stanza di Calabresi vengono prosciolti il 27 ottobre 1975 dal giudice Gerardo D’Ambrosio, oggi senatore del Partito democratico. Pinelli muore, secondo la sentenza di D’Ambrosio, perché colpito da un «malore attivo». Pinelli non si accascia sul davanzale della porta-finestra, ma fa una sorta di balzo oltre il davanzale. Un malore che non ha precedenti nella storia della medicina legale.

Il «ballerino anarchico»

Sempre il 15 dicembre, alle 10,35, Pietro Valpreda, milanese trasferitosi a Roma, entra al Palazzo di giustizia di Milano. Deve essere interrogato dal giudice Antonio Amati per dei volantini contro il Papa. Quando esce dallo studio di Amati viene prelevato da due poliziotti. Breve interrogatorio in via Fatebenefratelli. Poi, colpo di scena, viene trasferito a Roma. Ad attenderlo c’è Umberto Improta, commissario della squadra politica e anni dopo questore di Milano. Il 16 dicembre Valpreda è sottoposto a un confronto «all’americana»: in mezzo ad alcuni poliziotti viene riconosciuto dal tassista Cornelio Rolandi. Prima del confronto Rolandi dichiara: «L’uomo di cui ho parlato è alto metri 1,70-1,75, età circa 40 anni, corporatura regolare, capelli scuri, occhi scuri, senza barba e senza baffi. Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere la persona che io dovevo riconoscere. Mi sono state mostrate anche altre foto di altre persone». E Rolandi indica Valpreda. L’anarchico gli chiede di guardarlo meglio. Rolandi replica: «È lui. E se non è lui qui non c’è».

Con questa testimonianza, poi smontata dagli avvocati della difesa, viene creato il «mostro». Il giorno dopo tutti giornali titoleranno sul ballerino anarchico Valpreda accusato di strage.

In che cosa consiste la testimonianza di Rolandi? Alle quattro del pomeriggio del 12 dicembre avrebbe preso sul suo taxi, fermo al posteggio in piazza Beccaria un cliente che gli chiede di portarlo all’incrocio con via Santa Tecla. Lì gli dice di aspettarlo. Scende con una borsa nera, dopo poco ritorna e si fa accompagnare in via Albricci. Una cosa pazzesca: per risparmiarsi 135 metri a piedi ne avrebbe compiuti 234 fra andata e ritorno al taxi. Con in più il rischio di farsi riconoscere dal tassista.

La pista neonazista

Spostiamo l’inquadratura dall’asse Milano-Roma. A Vittorio Veneto. Un professore di nome Guido Lorenzon va dal suo avvocato, Alberto Steccanella. Lorenzon è agitato. A Steccanella riferisce di un colloquio avuto nel pomeriggio del 13 dicembre con l’amico Giovanni Ventura, che gli parla degli attentati del giorno prima mostrando conoscenze precise della dinamica e dei luoghi degli attentati. Tanto precise da lasciarlo impressionato. Insomma, Lorenzon confida all’avvocato di credere che l’amico sia coinvolto in quegli attentati. L’avvocato Steccanella porta un memoriale di Lorenzon al procuratore di Treviso, il giudice Pietro Calogero interroga Lorenzon, poi trasmette il tutto ai magistrati romani Ernesto Cudillo e Vittorio Occorsio. Questi interrogano sia Franco Freda sia Giovanni Ventura, ritengono che «Le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento», tanto che definiscono Ventura «una brava persona» e Freda «un galantuomo».

Facciamo un salto nel tempo. I giudici della Corte d’appello di Milano, il 12 marzo 2004, assolvono Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni e Delfo Zorzi (vedremo presto chi sono) dall’accusa per piazza Fontana, ma riconoscono che Giovanni Ventura e Franco Freda, già condannati a 15 anni per le bombe a Milano del 25 aprile, per le bombe sui treni fra l’8 e il 9 agosto dello stesso anno e per associazione sovversiva sono i responsabili anche della strage di piazza Fontana: «L’assoluzione di Freda e Ventura è un errore frutto di una conoscenza dei fatti superata dagli elementi raccolti in questo processo». E questo verrà confermato il 3 maggio 2005 dalla Cassazione, mettendo fine alla lunga sequenza di processi.

Il giudice Salvini indaga

Quanto sono durati i processi? Il primo inizia a Roma il 23 febbraio 1972, ma dopo poche udienze viene trasferito a Milano. Nel capoluogo lombardo non si tiene neppure un’udienza perché la Cassazione trasferisce il processo a Catanzaro. Bisognerà aspettare il 1975 perché partano le udienze nella città calabrese. La prima sentenza è del 1979: condannati all’ergastolo Freda, Ventura e Guido Giannettini per strage. Assolto per insufficienza di prove Valpreda. Nel 1980 la sentenza in appello: tutti assolti per piazza Fontana e nel 1987 la Cassazione conferma.

Ma nel gennaio 1989 il giudice istruttore (oggi giudice per le indagini preliminari) Guido Salvini apre una nuova inchiesta sull’eversione di destra e su piazza Fontana: il 13 marzo 1995 rinvia a giudizio molti militanti di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, fra cui Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Il 30 giugno 1997 i tre vengono condannati all’ergastolo per piazza Fontana. Nel 2002 assolti in Appello e, infine, nel 2005 assolti dalla Cassazione.

Così si chiude con un nulla di fatto questa «storia infinita». Questa storia che ha visto coinvolti personaggi di primo piano della politica italiana, servizi segreti e apparati dello stato italiano. Apparati deviati si è sempre detto, mentre il giudice Salvini ha scritto: «La presenza di settori degli apparati statali, nello sviluppo del terrorismo di destra, non può essere considerata “deviazione”, ma normale esercizio di una funzione istituzionale».

Realtà processuale e realtà storica, dunque, non coincidono. Ed è comprensibile: la verità storica (chi può dubitarne?) è quella che indicarono con precisione gli anarchici milanesi nella conferenza stampa del 17 dicembre 1969: «Pinelli è stato assassinato, Valpreda è innocente, la strage è di stato».

Luciano Lanza