Posts Tagged ‘Giudice Orlando Falco’

1972 11 4 Umanità Nova – Il processo: dove, quando, come

18 Mag 2015

 

Tutto questo assurdo e snervante scaricabarile di decisioni e responsabilità, anche se è condotto nel rispetto delle norme, non è affatto normale e dimostra che si seguita ad adottare tutti i cavilli e tutte le lungaggini possibili ed immaginabili per perdere tempo e rinviare al massimo un processo che, ovunque e comunque venga espletato, si tramuterà, fin dalle prime battute, in un processo contro lo Stato ed i suoi apparati.

La difesa ha concordato di non opporsi per nessun motivo alla decisione sulla sede del processo e ciò per non rendersi anche involontariamente complice delle manovre dilatorie in corso ormai da anni, e motivi di opposizione ve ne sarebbero e non pochi: basterebbe la posizione di «incompatibilità» in cui si è posto il presidente della corte di assise Scuderi formulando il parere che il procedimento contro Valpreda e compagni debba essere unificato con quello in istruttoria contro Freda e Ventura.

Questo problema della unificazione dei due procedimenti, che sul piano strettamente giuridico ha qualche serio fondamento, sul piano politico è l’ultima àncora di salvezza, l’ultima canagliata che stanno tentando le forze reazionarie e fasciste per salvare il salvabile dell’infame teoria sugli opposti estremismi e per imbrogliare le carte nella speranza di evitare lo ergastolo ai Freda e Ventura per insufficienza di prove.

Un provvedimento del genere doveva essere preso dalla corte d’assise di Roma in occasione del processo recusato da Falco con l’annullamento della sentenza istruttoria di Cudillo, la remissione degli atti al P.M. e la scarcerazione degli imputati, ma ciò, calpestando il diritto e la logica, non fu fatto per non discreditare irreparabilmente la «competente» magistratura e per ossequio a quella volontà politica che ha presieduto fin dal principio tutte le fasi della vicenda. Ora che il processo a Valpreda e compagni ha perso completamente ogni significato ed ogni immediata implicazione giuridica (perché comunque questi imputati dovranno essere messi in libertà per scadenza dei termini di carcerazione preventiva) per assumere integralmente il significato ed il peso di un processo politico contro le istituzioni, dobbiamo opporci al disegno che vuole accostare sullo stesso banco degli accusati Gargamelli, Borghese e Valpreda ai nazisti Ventura e Freda.

Non esiste assolutamente nessuna connessione tra i due procedimenti, neanche la più lontana ipotesi, per quanto azzardata e romanzesca, può legare in qualche modo i protagonisti dell’una e dell’altra inchiesta. Se infatti i fili della provocazione fascista per incastrare Valpreda e compagni partono dalla cellula nera e passano per le squadre politiche di Roma e Milano, direttamente o tramite il ministero degli interni, dove si è intrecciata la trama accusatoria, la «pista nera» di tutti gli attentati del ’69 ha fatto la stessa strada, ma solo per essere aiutata, protetta e nascosta.

Ormai quasi tutte le complicità con gli autori della strage che da anni andiamo denunciando stanno venendo a galla ed altre ne emergeranno quanto prima. Ormai nessuno può più far finta di non sapere che l’inchiesta sugli anarchici, a partire dalle bombe del 25 aprile alla stazione ed alla fiera di Milano, è stata prefabbricata da una certa ben individuata polizia con la connivenza di una certa ben nota magistratura e questo è più che sufficiente per scagionare completamente i compagni e ricostruire, anche nei dettagli, le connessioni e le connivenze degli organi dello Stato con gli ideatori e gli autori della strage di Stato.

Sia pure, quindi, Catanzaro o dintorni ad istruire questo processo; si facciano quindi pressioni perché ciò avvenga al più presto, comunque non oltre il prossimo autunno ed indipendentemente all’unificazione dei due procedimenti, non solo perché politicamente è inammissibile e provocatoria, ma anche perchè tende a manipolare in un unico minestrone procedurale vittime e colpevoli con il chiaro scopo di confondere l’opinione pubblica e ridare una certa credibilità alla giustizia di Stato.

 

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1972 03 25 Umanità Nova – Scoperte altre prove contro i fascisti ma Occorsio difende l’assurda istruttoria

13 Mag 2015

1072 03 25 Umanità Nova - Scoperte altre prove contro i fascisti ma Occorsio difende l'assurda istruttoria

 

Nel momento in cui, con l’assassinio di Feltrinelli, coloro che da anni accarezzavano il sogno di poterlo incastrare al loro posto come ideatore, mandante e finanziatore di tutte le azioni dinamitarde effettuate dal 1969 ad oggi (e costoro – non ci stancheremo di ripeterlo – sono agli ordini delle centrali eversive internazionali KYP e CIA che hanno in Italia migliaia di agenti specializzati), la controinformazione trovava altre prove per inchiodare i fascisti come esecutori della strage di Stato.

Questa volta si tratta addirittura di colui che, nel momento di assoluto e grave silenzio che seguì l’esplosione di piazza Fontana fu visto da un industriale bergamasco e dalla sua moglie fuggire dalla banca della Agricoltura e sfrecciar via dalla piazza a bordo di una veloce «Giulietta» rossa. L’uomo della «Giulietta» rossa è da identificarsi nel fascista N.C., la cui presenza sul luogo della strage è certa e potrà essere confermata da diversi testimoni, oltre il succitato industriale e sua moglie. Di questo N.C. esistono vistose tracce negli atti dell’inchiesta sulla strage.

Precisi riferimenti sui suoi andirivieni tra le varie città italiane in concomitanza con gli attentati e sui suoi collegamenti con ben noti fascisti, sono stati ovviamente, pubblicati su «La Strage di Stato». Ma Occorsio e Cudillo, nella loro mastodontica e defatigante inchiesta, sorvolano elegantemente tutte le tracce del genere (anche se a tutti era chiaro fin da allora che ognuna di esse avrebbe potuto condurre ad una delle tante «cellule nere» che operavano agli ordini della centrale terroristica) per correre dietro alle amene ed idiote chiacchiere del poliziotto provocatore Salvatore Ippolito.

Quanto diciamo sull’uomo della «Giulietta» rossa è stato pubblicamente rivelato sabato scorso a Milano nel corso di una assemblea popolare svoltasi nella facoltà di Scienze ed ha destato enorme impressione. Ma la stampa, completamente frastornata dagli ultimi sconvolgenti avvenimenti culminati con lo assassinio di Feltrinelli, ha relegato la notizia in poche righe. Eppure si tratta di una delle tante «bombe» che erano destinate ad esplodere clamorosamente, giorno dopo giorno, nel corso del processo per la strage ed a far crollare l’equivoco castello dell’accusa. Se la difesa non avesse avuto armi sufficienti per ridicolizzare e stritolare l’istruttoria, il processo contro gli anarchici si sarebbe svolto da tempo e si sarebbe risolto con la condanna degli imputati innocenti. Nessuno ha smentito la notizia delle vergognose ed inammissibili pressioni di Andreotti sul procuratore De Andreis perché il processo venisse sospeso, notizia divulgata ben tre giorni prima della incredibile sentenza del tribunale presieduto da Falco con la quale, pur riconoscendo l’illegittimità della decisione di Occorsio e Cudillo di avocare a se stessi l’istruttoria strappandola al giudice di Milano, si è ritenuto di non poter sconfessare apertamente tutto il loro operato dichiarando nulla, come sarebbe stato logico e giusto, la sentenza istruttoria scaturita dall’inchiesta a senso unico condotta da due giudici «incompetenti».

Se gli strafalcioni, i cavilli procedurali ed i conflitti di competenza hanno caratterizzato il lunghissimo ed interminabile iter di questa sporca vicenda, a tal punto ingrovigliata che è lecito ogni dubbio sulla possibilità che il sistema riesca in qualche modo a risolverla, non poteva mancare, così come non è mancato per il caso Pinelli, un risvolto giudiziario che portasse in altra sede il dibattito sull’istruttoria

Nel caso Pinelli l’opportunità di mettere le mani nello scandalo fu imprudentemente offerta da quel Calabresi ormai a tutti noto con l’appellativo di assassinio. Calabresi denunciò Baldelli e Lotta Continua ed il processo si è rivelato un boomerang contro di lui ed i suoi accoliti.

Ora è la volta dell’istruttoria sulla strage ed è proprio uno dei suoi artefici, il giudice Occorsio, che, non riuscendo più a rimanere insensibile di fronte al dilagare delle accuse, con una denuncia a Camilla Cederna porta in tribunale un dibattito che, se non sarà «strozzato» da limiti ed opposizioni curialesche, potrà aprire grosse brecce e far saltare tutta la montatura dell’accusa a Valpreda e compagni.

Occorsio annunciando la sua decisione di denunciare la Cederna e L’Espresso ha ammesso che dovranno sedere sul banco degli imputati per aver rispettivamente scritto e pubblicato le stesse valutazioni sul suo operato che in precedenza erano state chiaramente ed energicamente espresse in tribunale dagli avvocati della difesa, ai quali aveva dovuto consentire, senza poter reagire, di dire tutto quello che dissero in virtù di un loro diritto sancito da un certo articolo del codice. Interessante, edificante, democratico!

Quando in aula Occorsio annunciò che avrebbe denunciato Valpreda perché lo aveva offeso rivolgendogli con linguaggio popolare giudizi simili a quelli espressi dagli avvocati, dicemmo che in questi casi la «giustizia» è una questione di «casta». Ora Occorsio, con questa brillante iniziativa ci spiega che è una questione di «ruolo», per cui esiste nel codice…fascista un preciso articolo di legge che discrimina i cittadini in barba all’assurda costituzione che sancisce la loro uguaglianza di fronte alla legge.

Ma che cosa ha scritto la Cederna per riuscire a scuotere il placido dott. Occorsio e strappargli una denuncia? Leggiamolo: «La accusa è stata messa con le spalle al muro, come schiacciata da 26 mesi di illegittimità, macchinazioni, falsificazioni, convinzioni ostinatamente preconcette, e lo accusatore, cioè il secondo grande personaggio del dramma, non ha saputo rispondere». Tutto qui, certo meno di quanto è stato detto contro l’operato dei giudici romani da ogni giornale non fascista. Dobbiamo quindi pensare che l’iniziativa di Occorsio si inquadri, forse involontariamente ma con sospetta puntualità e precisione, nella manovra che, con l’assassinio di Feltrinelli e con le continue e pressanti minacce al giudice Stiz, tendente ad accantonare e cancellare tutte le prove che inchiodano i fascisti e la CIA agli attentati ed alla strage per riaccreditare la balorda e insostenibile tesi di Valpreda pazzo dinamitardo?

Si, possiamo pensarlo ed abbiamo il dovere di dirlo; da una strage di Stato c’è da aspettarsi di tutto, c’è persino da supporre, con la convinzione che i fatti confermeranno ancora una volta le nostre previsioni, che Feltrinelli non sarà l’ultima vittima di questa tragica catena di delitti.

 

1972 03 11 Umanità Nova – Lo Stato tenta di sottrarsi alla condanna per la strage. di Il comitato politico giuridico di difesa

13 Mag 2015

1972 03 11 Umanità Nova - Lo stato tenta di sottrarsi alla condanna per la strage

 

Ma il disegno di affossare il processo in una serie interminabile di cavilli procedurali e burocratici non deve passare, una massiccia reazione popolare deve imporre che il processo sia messo subito a ruolo a Milano, come è possibilissimo, al più tardi entro un mese, comunque prima della truffa elettorale. A tal fine tutti gli avvocati della difesa dovranno al più presto far pervenire alla corte d’assise di Milano dichiarazione di rinuncia dei termini a difesa.

Su questo obiettivo i compagni avvocati e gli anarchici ritengono di avere il diritto di impegnare tutta la sinistra e soprattutto tutta la sinistra extraparlamentare.

Bisognerà sollevare un’ondata di indignazione popolare che costringa le autorità a cessare ogni azione di temporeggiamento e di ostruzionismo; nessuno deve essere disposto a tollerare, oltre il tempo strettamente necessario, ulteriori rinvii del processo che ha visto e vedrà le istituzioni dello Stato inchiodate sul banco degli accusati.

La mobilitazione di tutti i compagni troncherà qualsiasi manovra da qualsiasi parte provenga.

Esattamente un’ora dopo la scandalosa ordinanza della corte, gli avvocati della difesa hanno tenuto una affollatissima conferenza-stampa nel corso della quale è stata denunciata energicamente la manovra messa in atto dalle autorità.

Per assoluta mancanza di tempo – dovendo mandare subito il pezzo in tipografia – rimandiamo ogni altra nostra considerazione sul vergognoso episodio di oggi e riportiamo qui di seguito alcuni brani significativi della conferenza-stampa, seguiti da un comunicato stampa, diramato sabato 4 corr. dal «Comitato di lotta sulla strage di Stato» – non pervenutoci prima per un disguido, ma che tutta la stampa ha volutamente ignorato.

Ecco in sintesi quello che hanno detto gli avvocati:

«Abbiamo denunciato la falsità, le lacune dell’istruttoria e le complicità istituzionali che gravano pesantemente su di essa. Il processo è letteralmente scoppiato nelle mani della corte.

«Quello che è stato fatto dalla difesa andava fatto e tutti noi ne usciamo con rigorosa dignità. Altrettanto non può affermare l’accusa. Noi diciamo che la corte non ha ben giudicato. Ripetiamo quello che abbiamo detto: non c’è giudice che possa giudicare in questo processo, che possa trattare questa materia così sporca.

«La corte ha gettato a mare l’operato di Occorsio e Cudillo e con una decisione criticabilissima ha tentato di salvare dal totale discredito le istituzioni. L’innocenza di Valpreda è ormai acquisita e nell’ambito del tribunale e nell’ambito di una vastissima opinione pubblica. La corte, non convalidando l’istruttoria, si è messa sullo stesso livello di Occorsio e Cudillo.

«Noi ci rendiamo conto di avere di fronte un’impresa di estrema difficoltà perché dobbiamo sciogliere nodi politici di estrema gravità. Nei prossimi giorni affronteremo con la massima energia questi nodi. Già da domani verrà messa in giro da fogli fascisti, legati alla manovra reazionaria, la capziosa pretesa che Milano non potrà essere la sede del processo.

«La verità è che il processo non lo si vuol fare, soprattutto in questo momento alla vigilia delle elezioni, perché si vuole ad ogni costo evitare lo smascheramento delle connivenze e delle complicità con gli assassini al livello delle strutture dello Stato.

«Dobbiamo essere vigili e smuovere l’opinione pubblica perché il processo si faccia e si faccia subito.

«Oggi è evidente per tutti la macchinazione, oggi abbiamo assistito alla manovra di un giudice che, pur dichiarandosi incompetente a giudicare, mantiene in carcere degli innocenti per non assumere la responsabilità di riconoscere la verità, di rigettare un’istruttoria sfacciatamente falsa e sporca.

«Noi domani presenteremo una precisa istanza a tutte le competenti autorità giudiziarie per denunciare la manovra e chiedere energicamente che il processo sia messo subito a ruolo a Milano.

«Intanto saranno affrettati i preparativi del processo popolare e la innocenza di Valpreda e compagni risulterà dallo sfacelo della inchiesta, le responsabilità dello Stato verranno tutte alla luce, la condanna popolare bollerà per sempre le istituzioni liberticide, la causa della emancipazione sociale, della rivoluzione, farà un enorme passo avanti».

Ed ecco il testo del clamoroso comunicato-stampa:

Nel tardo pomeriggio di venerdì 3 marzo, l’on. Giulio Andreotti, si è incontrato con l’amico e compaesano dott. Augusto De Andreis, Procuratore Capo della Repubblica di Roma. Argomento di discussione: l’immediata sospensione del processo Valpreda e l’invio degli atti istruttori al Tribunale di Milano.

Falco, in definitiva, dovrebbe decretare l’incompetenza territoriale della Corte d’Assise di Roma, ma contemporaneamente respingere l’istanza di nullità istruttoria avanzata dagli avvocati della sinistra rivoluzionaria. Il processo verrebbe quindi rinviato «sine die» e i compagni anarchici continuerebbero a restare in galera.

Il «Comitato Nazionale di lotta sulla Strage di Stato» si riserva di trarre tutte le conseguenze politiche del caso, qualora questioni di «opportunità elettorale» avessero il sopravvento sulle esigenze di verità e di giustizia del proletariato e delle sue avanguardie.

Roma, lì 4 marzo 1972

Il comitato politico giuridico di difesa

1972 03 11 Umanità Nova – A proposito del giudice Falco

13 Mag 2015

1972 03 11 Umanità Nova - A proposito del giudice Falco

 

Una cosa ci sentiamo in dovere di fare, a conclusione di questa seconda settimana del processo: ringraziare sentitamente il signor Falco. Non se ne stupisca, egregio giudice. Noi la ringraziamo davvero: per non aver saputo portare, neanche per pochi giorni, quella maschera di uomo «imparziale al di sopra delle parti» che aveva voluto mettersi. Ci creda, noi la comprendiamo, e sappiamo benissimo quanto dovesse star scomodo nella veste di «sincero democratico» lei, che aveva ampiamente dimostrato la sua «imparzialità» nella infame sentenza emessa contro Aldo Braibanti. Da questa sentenza risultava fra l’altro che il Braibanti aveva idee anarchiche… che individuava nella repressività la principale caratteristica del potere costituito… che disprezzava le autorità tradizionali dello Stato, della Chiesa, della famiglia patriarcale e persino che ripudiava il «conformismo dei più».

Certo, se le colpe sono queste, colpevoli lo siamo tutti. Falco però non creda di potersela cavare con affermazioni di questo genere per provare la colpevolezza degli imputati di questo processo, come ha fatto per Braibanti.

Ma andiamo con ordine.

Il primo marzo, all’inizio dell’udienza – vale a dire senza aver prima informato di nulla gli avvocati delle parti – Orlando Falco comunica di aver ricevuto da G.I., giudice istruttore del tribunale di Milano, alcuni atti stralciati da un procedimento penale in corso contro tali «Giovanni Ferorelli più dieci» per «tentata ricostituzione del partito fascista», accompagnati da un telegramma dello stesso Corbetta che spiega come tali atti non sono coperti da segreto istruttorio in quanto non riguardano la specifica imputazione di Ferorelli e camerati ma sono piuttosto attinenti al processo in corso a Roma in quanto contengono «elementi relativi alla strage di piazza Fontana». Corbetta specifica inoltre di avere inviato gli atti «aderendo alla richiesta del procuratore generale di Milano» che è Bianchi d’Espinosa. Falco – dicevamo – dà la notizia. Ma si guarda bene dal dar lettura degli atti in questiono. Giorni prima non aveva esitato a leggere pubblicamente (avallandola così con la sua «autorità» di presidente della corte) una lettera diffamatoria che presentava Valpreda come «esperto in esplosivi» (la storia è vecchia!) . La lettera, naturalmente, è già risultata falsa, cioè firmata con un nominativo inesistente. Invece adesso, che si tratterebbe di leggere documenti (sicuramente autentici, questa volta) speditigli da un suo collega, l’ineffabile giudice vien preso da scrupoli legalitari davvero encomiabili, decide cioè che gli atti in questione sono coperti da segreto istruttorio: leggerli – secondo lui – costituirebbe un reato. Implicitamente – solo implicitamente, certo, non si devono offendere i colleghi – Falco accusa così di questo reato il Corbetta che aveva espresso parere contrario, e persino d’Espinosa. Bisogna dire subito che quest’ultimo si toglie dagli impicci la sera stessa, dichiarando ai giornalisti di «non essere al corrente di nulla»: a dare la autorizzazione a Corbetta sarebbe stato il sostituto procuratore Bonelli. Strano, però che il giudice Corbetta, che di cariche legali se ne deve intendere, abbia fatto una simile confusione… Basta, nonostante le proteste della difesa Falco rispedisce a Milano questi atti tanto scomodi. Perchè siano scomodi, lo si capisce anche solo dando una scorsa all’indice degli stessi, che Falco è stato alla fine costretto a leggere. Lo ha fatto a velocità da scioglilingua: ma si è capito lo stesso, e molto bene. Oltre agli interrogatori di vari fascisti, negli atti c’erano delle dichiarazioni di Stuani, la lettera di Ambrosini a Restivo, ed altro materiale riguardante il caso di Ambrosini – che, come è noto, è il decimo testimone «misteriosamente scomparso» di questo processo (defenestrato per l’esattezza).

E’ chiaro perchè questi atti debbano essere tenuti il più a lungo possibile lontani dal processo. E’ anche chiaro da che parte stia il giudice Falco. Per noi lo è sempre stato, naturalmente. Ma ormai grazie a questa sua mossa troppo scoperta lo hanno capito tutti: Occorsio, Cudillo, il boia Calabresi, il giudice Falco sono tutti dalla stessa parte: quella della cosiddetta «giustizia» retta solo da criteri di classe. Quella degli assassini, di Avola come di piazza Fontana. Quella dello Stato.

Ovviamente il Secolo e il senatore missino Nencioni, riempiono di lodi il giudice Falco. Gli arriva, sempre da parte fascista, anche un altro aiuto, di tipo inaspettato. All’udienza del 2 marzo infatti Niglio, un difensore di Stefano Delle Chiaie «bombardiere di Roma», rivolge a Falco una «vibrata protesta»: infatti, secondo lui, il processo si svolge tra inammissibili «tafferugli», costituiti dal fatto che il pubblico (esclusi naturalmente i poliziotti in borghese che ne costituiscono una buona parte) applaude i compagni imputati e li saluta col pugno chiuso al loro ingresso in aula. Insomma, il camerata suggerisce un processo a porte chiuse, come si usava nei bei tempi andati. Niglio offre così a Falco un’occasione (ottima ma purtroppo tardiva) per rattoppare la sua (molto) malconcia «verginità democratica» respingendo «indignato» la richiesta del fascista e dicendo che noi (il pubblico) siamo in fondo disciplinati, che va tutto bene perchè quando lui strilla – e lo fa spesso – «silenzio o faccio sgomberare la aula», ce ne stiamo zitti. Ci dispiace deluderla, signor giudice. Ma se stiamo «zitti» non è certo per rispetto a quelle istituzioni che lei, degnamente, rappresenta. E’ solo perchè non vogliamo offrirle nessuna occasione sapendo bene come anche a lei piacerebbe, e molto, il «processo a porte chiuse» di cui sopra. Del resto – e ci dispiace deluderla un’altra volta – l’avvocato Niglio sembra più informato di Falco sul clima che regna a piazzale Clodio. Infatti, mentre Falco «difende il pubblico», in un’altra aula si svolge il processo contro cinque extraparlamentari e due fascisti del Croce implicati in uno «scontro». Ebbene, mentre i numerosi fascisti presenti fanno tutti il saluto romano ai loro camerati col beneplacito delle autorità, un compagno che alza il pugno viene prontamente agguantato da due poliziotti e sbattuto fuori dell’aula. Si salva da un fermo solo per l’intervento di un compagno avvocato che «ricorda» ai solerti sbirri come persino per la legge italiana sia il saluto fascista e non il saluto a pugno chiuso a costituire reato di «apologia» del non defunto fascismo.

 

 

1972 01 15 Umanità Nova – Sarà rinviato il processo per la strage? Si riaprono le polemiche sull’aula. Intanto Valpreda muore lentamente. di Comitato Politico-Giuridico di Difesa

7 Mag 2015

1972 01 15 Umanità Nova - Sarà rinviato il processo per la strage? Si riaprono le polemiche sull’aula.

 

Le notizie che riceviamo dal carcere ed il tono delle ultime lettere di Gargamelli e Valpreda ci inducono a preoccuparci seriamente, oltre che delle loro considerazioni fisiche, anche e soprattutto del loro equilibrio psichico.

Valpreda, non lo dimentichi nessuno, è entrato a Regina Coeli in buone condizioni di salute e sanissimo di mente. Ora, se non si provvederà con urgenza per un suo ricovero in una clinica specializzata, non arriverà al processo o sarà ridotto, per quella data, in un rottame umano.

Noi denunciamo il lento ma sicuro assassinio che si sta compiendo scientemente dal momento che non si è disposto affinchè Valpreda avesse tutte le cure del caso e fosse sottoposto, con le debite garanzie, agli interventi chirurgici suggeriti da eminenti medici.

Intervenga con tutta l’energia e tutta l’urgenza necessaria chi ha il dovere di intervenire, chi è convinto o mostra di essere convinto, di poter strappare un po’ di giustizia all’ingiustizia istituzionalizzata dello Stato.

L’aula alibi

Se non ci fossero dei compagni innocenti che da 25 mesi sono in carcere in attesa di un assurdo processo, ci lasceremmo prendere la mano da accenti ironici fino ad abbandonarci al più sfrenato umorismo.

La situazione dei compagni in carcere ci impone invece la massima serietà.

Dopo lungaggini di ogni genere si era deciso, contro il comune buon senso e contro il parere di tutta la stampa, di celebrare il processo nell’aula angusta del palazzaccio ed il presidente del tribunale dispose personalmente perché fosse convenientemente, adattata con modifiche costosissime (25 milioni). Oggi, a lavori ultimati, è lo stesso presidente del tribunale dottor Falco che, in coro con la stampa, informa la Procura della «inagibilità» dell’aula.

Sembra che i lavori siano serviti, più che altro, per rendere più pericolosa quella specie di fossa scelta per consentire, in pratica, un processo a porte chiuse, senza pubblico…indiscreto. Infatti sono state murate le sue porte laterali e ridotta ad uno stretto e tortuoso budello quella centrale e si sono ricavati a stento 18 posticini per i duecento e più giornalisti previsti. Si otterrà, in queste condizioni, il «nulla osta» alla agibilità dai pompieri? E qualora, in spregio a tutte le norme di sicurezza, si ottenesse, in base a quale dettato procedurale si costringeranno gli avvocati ad accatastarsi uno sulle spalle dell’altro ed i giornalisti ad estrarre a sorte i pochissimi e scomodissimi posti a loro disposizione?

Il pubblico non è contemplato e su questo niente da eccepire perché evidentemente in tanta e così varia congerie di rebus e quiz si è giocato sul fatto che ufficialmente il dibattimento è …pubblico. Ce ne staremmo quindi quieti se in tutto questo non ravvisassimo il pericolo che, premeditatamente o no, si decida all’ultimo momento di rinviare il processo, nel quale caso la aula sarebbe un alibi perfetto per un epilogo perfetto, con qualche funerale a spese della amministrazione carceraria.

Umanità Nova 26 febbraio 1972 Dichiarazione politica dei compagni difensori di E. Di Cola ed E. Bagnoli nel processo per la strage.

18 Mag 2013

Gli avvocati Eduardo Di Giovanni, Francesco Piscopo, Rocco Ventre, Giuliano Spazzali, difensori degli imputati Enrico Di Cola ed Emilio Bagnoli, annunziando di costituirsi in collegio, hanno reso pubblica la seguente dichiarazione di linea nel processo per la strage di Stato:

 

Sotto la specie del caso giudiziario si sono compiuti atti politici di estrema gravità. Sotto la specie di risposte processuali questi difensori replicheranno con nuovi ed altri atti politici, senza però nasconderne la sostanza.

Il sostituto procuratore della Repubblica Occorsio è la prima figura di «consulente politico» che si incontra nell’istruttoria. E’ sua l’invenzione della competenza romana del processo. Interpretando le norme che fissano la competenza e distorcendole con procedimenti logico-giuridici apparentemente «legittimi», Occorsio ha imposto sin dall’inizio una soluzione politica del caso collaborando dunque attivamente con chi (dal ministero degli Interni agli uffici di polizia), senza proporsi problemi giuridici, aveva già stabilito che Valpreda e gli altri compagni anarchici prescelti come imputati dovessero essere giudicati a Roma, luogo questo ritenuto per molte ragioni più «sicuro».

Ciò dovrà essere denunciato sollevando a piazzale Clodio la questione della competenza prima di qualsiasi altra questione. In tal modo si entrerà subito nel cuore del processo e si affronteranno subito i primi nodi politici del caso. Chi si oppone e non vuole affrontare questo primo scontro processuale, accampando ragioni di opportunità, è obiettivamente uno stretto collaboratore dell’accusa.

Con ciò, sia ben chiaro, questi difensori non ritengono che restituendo il processo alla sua sede naturale, Milano, cambi sostanzialmente qualche cosa nel senso che per la difesa la sede milanese sia più «sicura» come per l’accusa è più «sicura» la sede romana. No: per questo processo non esiste sede competente, poiché questo processo coinvolge in maniera totale tutti gli organi istituzionali dello Stato, perché coinvolge lo Stato in prima persona. In questa situazione, chiunque sia il rappresentante dell’accusa, chiunque sia il giudice, egli sarà sempre soggetto ad un margine ampio di sospetto preventivo. Ciò significa, processualmente, che i sottoscritti difensori rifiuteranno in ogni caso la loro collaborazione alla «giustizia» e rifiuteranno il ruolo di parti necessarie. Si è infatti parti necessarie solo quando si riconosca che l’istituzione è necessaria: questo caso esclude invece che per dibattere dell’innocenza di Valpreda e per giudicare su di essa i tribunali siano ambiti necessari che ad essi possa essere devoluta la competenza specifica di rendere giustizia per tutti.

Il giudice prescelto, Falco, è la seconda figura di «consulente politico» del processo. Egli è fortemente indiziato di nutrire un netto dissapore nei confronti degli anarchici in particolare e di tutti i comunisti in generale. Egli è uomo di «idee» e lo ha dimostrato nella nota sentenza Braibanti: per la sua fedeltà alle «idee» che professa è, fra tutti, il più idoneo a rappresentare il tramite tra l’accusa, che per definizione è parziale, e la sentenza, che per definizione è «imparziale». Il giudice Falco ha tutte le capacità ideali per emanare una parzialissima sentenza imparziale. Inutile chiederne la ricusazione. La ricusazione deve manifestarsi nei fatti.

E’ bene che egli sappia che i difensori non credono minimamente nella sua imparzialità, nel suo desiderio di comprendere a fondo la natura di questo caso, di andare oltre i limiti segnati dalla istruttoria dell’accusa. Fra tutti i giudici, egli è dunque quello che è in grado di meglio accogliere e mantenere per buona la tesi colpevolista di Occorsio. Ma è bene che egli sappia che non solo i difensori ma una quantità sempre più grande di cittadini di questo nostro paese non sono più disposti a prendere per vera nessuna delle parole che, su questo caso, dirà o scriverà egli o un altro giudice di questo Stato.

E tuttavia il processo i difensori lo faranno ugualmente. Essi si sforzeranno di servire le verità già ampiamente acquisite dalle masse popolari sul caso Valpreda e sulla strage di Stato, utilizzando anche questi accusatori e questi giudici. Dopo tutto nessuno sforzo di costoro riuscirà a far mutare il corso della storia: come potrebbero allora far deviare la forza e l’impegno politico di tutto un popolo?

Già i nostri maestri elementari ci insegnarono a scrivere come si parla e a parlare come si scrive. Più tardi ci è stato detto: parla come ti viene prescritto e scrivi ripetendo parole altrui. Occorsio e Falco fanno parte di coloro che hanno fatto questi «studi superiori»; i difensori sono rimasti a quell’insegnamento elementare. Con questo spirito e in questo contrasto questi difensori si accingono ad affrontare il processo. Che non sarà dunque «franco e leale e cavalieresco dibattito» ma guerra guerreggiata.