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Spazzali e Calvi: lingua lunga e memoria corta Enrico Di Cola (ex circolo 22 Marzo)

30 aprile 2012


Ci è recentemente capitato di assistere alla trasmissione televisiva ”L’inchiesta” curata da  Maurizio Torrealta su Rainews. Gli  ospiti in studio erano gli avvocati Guido Calvi e Giuliano Spazzali, il magistrato Guido Salvini e Carlo Arnaldi dell’Ass. familiari vittime Piazza Fontana che discutevano  del libro di Cucchiarelli, del film di Giordana e dell’attinenza o meno di questo ai fatti.

http://www.youtube.com/watch?v=73wXdcMVHvU&feature=player_embedded

Ovviamente assente chi di quei fatti fu protagonista e vittima diversa dai morti e dai feriti, ma comunque vittima.

Copione ed ospiti sono sempre gli stessi. Dopo tanti anni ognuno continua a  ripetere le stesse cose senza curarsi di andare a rileggere almeno qualche atto per rinfrescarsi la memoria, cosa che sarebbe utile vista l’età dei convenuti. D’altronde ormai l’importante è raggiungere la pacificazione (della mente) e poco importa se si dice qualche strafalcione o se non ci si cura di rettificare le inesattezze degli altri ospiti.

Non avremmo ritenuto necessario intervenire se non fosse che i due legali presenti furono i nostri avvocati difensori e che il programma di Rainews è finito  su youtube moltiplicando all’infinito, a “futura memoria”, le stupidaggini dette.

Non ci interessa discutere delle tesi o delle opinioni degli intervenuti, ognuno è libero di pensare o credere a ciò che vuole. Quello che ci interessa è contestare la validità delle affermazioni che l’avvocato Spazzali ha fatto su di noi, proprio per il peso che possono assumere, in quanto essendo stato un nostro difensore si presuppone abbia raccolto le nostre “confidenze”.

Veniamo subito al punto.

Durante la trasmissione il conduttore dice  a Spazzali: ”Lei si è occupato del circolo del Ponte della Ghisolfa e, almeno nel film, si vede che c’erano parecchi infiltrati. Lei si ricorda appunto che una delle caratteristiche di questo circolo era quello di essere pesantemente infiltrato da membri della destra eversiva? ”

Probabilmente- risponde l’avvocato – anche il circolo della Ghisolfa. Ma in realtà la vera infiltrazione c’era stata nel circolo 22 marzo di Roma, quello frequentato da Valpreda. Supponiamo che quel circolo avesse sette membri beh, almeno quattro erano fra poliziotti, carabinieri, confidenti di vario titolo del SID.

La questione dunque dell’infiltrazione apparve abbastanza rapidamente ed il primo ad accorgersene di questa infiltrazione guarda caso fu proprio Pinelli che aveva un rapporto non buono bisogna dire con Valpreda.  Valpreda non c’entra niente con la strage, Valpreda non ha messo le bombe, sicuramente è così. Tuttavia Valpreda agli occhi di Pinelli non era certamente il migliore  e più sobrio degli anarchici nel senso che frequentava un circolo con il quale il Pinelli non aveva rapporti particolarmente buoni.

Spazzali non smentendo un dato certo e documentato, e cioè che non era assolutamente vero che il circolo della Ghisolfa fosse “pesantemente infiltrato da membri della destra eversiva”, alimenta di fatto il sospetto nei confronti di un circolo che non merita di essere insultato con questo marchio di ambiguità. L’unico elemento ambiguo che era passato qualche volta per il Ponte,  era il Sottosanti che non era membro del circolo, ma lo frequentava solo in quanto testimone a discarico di un compagno accusato di un attentato che non aveva commesso.

Certa è invece la presenza nel circolo di un anarchico –  Enrico Rovelli, alias “Anna Bolena” – “convertito”  per soldi al lavoro di infame e spia al servizio sia dell’Ufficio Affari Riservati che del commissario Calabresi. E’ questo il personaggio che indirizzerà le indagini di polizia contro Pinelli.

Se Spazzali avesse ricordato il ruolo giocato da Rovelli nella trappola che portò alla morte di Pinelli avrebbe potuto dare un interessante contribuito alla storia e alla verità.

Spazzali, dopo aver alzato le spalle e non risposto alla domanda del giornalista, si getta invece a capofitto nella diffamazione del  circolo romano 22 marzo. Sostiene infatti che fosse un circolo formato da sette membri (ma li ha mai letti gli interrogatori della ventina di compagni del circolo,  di alcuni dei quali fu anche avvocato difensore?) e di questi sette membri …ALMENO quattro erano poliziotti, carabinieri e confidenti del SID!!

E’ vero, e non ne abbiamo mai fatto mistero, che nel circolo 22 marzo,  come in TUTTI i gruppi e partiti della sinistra dell’epoca (compreso quello frequentato allora dal nostro esimio avvocato), vi fossero degli infiltrati (fascisti o dei servizi poco importa). Nel nostro caso vi era il fascista e provocatore Merlino. Costui si era presentato a noi come un ex fascista.  Ignoravamo che mantenesse contatti e passasse informazioni su di noi al suo capo Stefano Delle Chiaie.  A questo proposito, cioè del passaggio di ex fascisti a sinistra, non dovrebbe mai essere dimenticato  – soprattutto da chi ha vissuto attivamente la politica di quegli anni – che con il vento del ’68 furono centinaia, forse migliaia, i giovani di destra che acquisirono coscienza politica e di classe e che si collocarono in modo definitivo e senza ripensamenti, nel campo della sinistra. Come si sa il nostro caso non fu questo, ma noi non avevamo elementi per dubitare della “buona fede” della conversione di Merlino. Non dovrebbe neppure essere dimenticato che Merlino, prima di arrivare da noi, era passato per DIVERSI  gruppi della sinistra marxista leninista,  che lo avevano accolto e lo avevano allontanato solo DOPO che questi aveva svolto azioni  di provocazione ed era stato scoperto. Naturalmente nessuno di questi gruppi aveva denunciato pubblicamente l’infiltrazione subita e così facendo gli avevano permesso di  proseguire il suo percorso di provocatore.

L’altro infiltrato (che avevamo trovato e poi ereditato da un circolo anarchico tradizionale come il Bakunin della FAI) era il poliziotto Salvatore Ippolito, alias  “Andrea Politi”.

Stando così le cose, chiediamo a Spazzali  di fare i nomi e cognomi degli altri presunti infiltrati o confidenti che sarebbero stati tra di noi e se non è in grado di farlo ci chieda pubblicamente scusa per averci diffamato.

Spazzali sostiene anche che il primo ad accorgersi di questa  “pesante infiltrazione” del circolo 22 marzo fosse stato proprio Pinelli e che per questa ragione non considerava Valpreda  il migliore  e il più sobrio degli anarchici nel senso che frequentava un circolo con il quale il Pinelli non aveva rapporti particolarmente buoni.

Qui Spazzali entra nel campo della fantasia. Ci dovrebbe infatti spiegare come avrebbe potuto  Pinelli (“il primo ad accorgersi..”) scoprire la presenza di infiltrati in un circolo che si trovava a 600 chilometri di distanza, circolo che mai aveva visto o frequentato. Dei membri del 22 marzo Pinelli, oltre al milanese Valpreda, aveva conosciuto solo altri tre compagni, incontrati a Milano ed Empoli, cioè Di Cola, Gargamelli e Bagnoli,  e non ci sembra proprio che tra questi ci siano gli infiltrati.

Ma ancora più incredibile in questa “ricostruzione” del nostro  avvocato è che arriva  a capovolge tutte le cose dette e teorizzate fino ad oggi: cioè che Valpreda sarebbe stato in qualche modo malvisto da Pinelli perché….frequentava il 22 marzo!!!  Ma stiamo scherzando, non era stato forse Valpreda uno dei fondatori del circolo che prima del suo arrivo ancora non esisteva?!

L’avvocato difensore degli anarchici nel processo per Piazza Fontana dovrebbe essere a conoscenza del fatto che Pinelli del circolo 22 marzo doveva in qualche modo fidarsi se gli inviava materiali anarchici tra cui il bollettino di crocenera anarchica? (agli atti ci sono testimonianze in tal senso)

A Spazzali vogliamo quindi rivolgere un appello: se non ricorda o non sa le cose è meglio che taccia piuttosto che dica fesserie che, purtroppo, pesano più di quelle dette da altri in quanto fu il nostro avvocato e qualcuno potrebbe essere indotto a pensare che parla a nome nostro.

Per concludere,  speriamo definitivamente, questo “capitolo della diffidenza” – che abbiamo già spiegato ab nauseam –  ricordiamo ancora una volta quello che è veramente accaduto. E’ vero che vi era stata della diffidenza  di Pinelli verso Valpreda. Questa diffidenza fu causata da una frase, inserita ad arte dai questurini milanesi, nel verbale di un giovane compagno che sotto botte e minacce lo aveva firmato. Questa frase aveva fatto sospettare che Valpreda potesse essere un “canterino”, cioè uno che parlava troppo con la polizia. E’ la stessa frase che poi Pinelli scriverà nelle lettere inviate ai compagni anarchici Pio Turroni e Aldo Rossi.  In esse non parlò certo  di infiltrati, di fascisti o di un Valpreda “bombarolo”.

Non crediamo sia troppo azzardato ipotizzare che tutta questa storia delle diffidenze tra Pinelli e Valpreda – ricordiamolo, create ad arte dalla polizia – avessero lo scopo di dividere gli anarchici, di isolare il circolo 22 marzo. Isolamento  che doveva servire per evitare che – una volta scoppiate le bombe – ci potesse essere un movimento di solidarietà con gli arrestati. Arrestati che probabilmente erano stati predestinati a restare sepolti vivi nel carcere per coprire la mano degli assassini di stato.

Non neghiamo che vi fu uno sbandamento iniziale, anche tra i compagni anarchici, sbandamento dovuto alle “voci” e al veleno buttato al loro interno per far scattare questa micidiale trappola. Si persero giorni e settimane preziose prima di poter dissipare ogni dubbio sulla nostra innocenza e ricompattare tutto il movimento anarchico sulla battaglia per la nostra liberazione.

A distanza di 43 anni sarebbe opportuno che questi dati di fatto siano una volta per tutte acquisiti almeno nella memoria collettiva dei compagni  e che si parta da qui, magari, per cercare di comprendere meglio gli avvenimenti che ne seguirono.

Se ci siamo indignati per quello che ha detto Spazzali, non siamo certo rimasti indifferenti al silenzio di Guido Calvi, l’avvocato di Valpreda, che non ha corretto Spazzali sulle cose che oggi siamo stati costretti a scrivere. A lui rivolgiamo anche un appello affinché – dopo aver taciuto per 43 anni – oggi parli. E non si tratta di cose piccole o leggere da spiegare.

Vediamo di cosa si tratta. Prendiamo il seguente testo da Wikipedia ma lo potremmo prendere da molte decine di altri siti web o libri “In data 19 dicembre 1969 Sergio Camillo Segre ad una riunione del Pci, presente Berlinguer riferisce che Guido Calvi – allora avvocato d’ufficio di Valpreda ed iscritto allo Psiup (Partito Socialista Italiano di Unità proletaria n.d.a ) , aveva svolto una sua indagine tra gli anarchici; Segre riporta quanto dettogli da Calvi: “L’impressione è che Valpreda può averlo fatto benissimo. Gli amici hanno detto: dal nostro gruppo sono stati fatti attentati precedenti. Ci sono contatti internazionali. Valpreda ha fatto viaggi in Francia, Inghilterra, Germania occidentale. Altri hanno fatto viaggi in Grecia. Alle spalle cosa c’è? L’esplosivo costa 800 mila lire e c’è uno che fornisce i quattrini. I nomi vengono fatti circolare. 

In quel momento, dunque, persino l’avvocato Guido Calvi non era convinto dell’innocenza di Valpreda e pensava di rimettere il mandato (questo si ricava dalle dichiarazioni di Sergio Segre alla direzione nazionale del Pci del 19 dicembre 1969, Archivio dell’Istituto Gramsci di Roma, bobina 006, pp.2298-2332, ftg 466).

Se Calvi avesse avuto dei dubbi, più che legittimi ovviamente, su l’assumere o meno la difesa di Valpreda la cosa non ci riguarda più oggi. Quello che invece ci riguarda è sapere se quanto riportato da Segre in direzione nazionale del Pci corrisponda o meno al vero.

Se è falso chiediamo a Calvi  di dirlo ufficialmente.

Se invece quelle parole fossero vere allora Calvi deve dirci, sempre pubblicamente perché di chiacchiere al “buio” stile cospiratori ne abbiamo piene le scatole e non temiamo la verità:

1- quale indagine avesse condotto e tra quali anarchici. Ricordiamo che il 19 dicembre tra fermi ed arresti c’erano ben pochi compagni anarchici romani in libertà. Di chi (nome e cognome, please!) era l’impressione che Valpreda potesse aver compiuto un atto tanto aberrante.

2- Chi sono gli “amici” che gli avrebbero detto che dal “nostro gruppo” (quale gruppo?) sarebbero stati fatti “attentati precedenti”. E quali sarebbero stati questi attentati.

3- Chi sarebbero gli “altri” – oltre al Merlino – ad aver fatto viaggi nella Grecia della dittatura dei colonnelli?

4- Da dove esce fuori il “tariffario” del costo degli esplosivi?

5- Chi sarebbe stata la persona che “fornisce i quattrini?

6- Ci dica quali sono i nomi che venivano “fatti circolare”.

Noi attendiamo una risposta su queste cose.

Lo abbiamo già detto: non permetteremo più a nessuno di parlare a nostro nome e non lasceremo più senza risposta questioni che riguardano la nostra storia. Lo dobbiamo al movimento anarchico e libertario e ai giovani  di oggi e di domani. Ma ancor di più lo dobbiamo ai compagni che ci hanno lasciato e non possono più difendersi.       n

Enrico Di Cola (ex circolo 22 Marzo) 

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A Rivista Anarchica N11 Marzo 1972 Giustizia di stato di E. M.

17 settembre 2011

Sin dalle prime battute il processo Valpreda ha rivelato la trama di responsabilità – Una prima clamorosa conferma è venuta dal riconoscimento di incompetenza di Roma.

Con il suo comportamento sereno, calmo e responsabile, il giudice Falco tentava di accreditare la tesi secondo la quale a Roma si doveva svolgere un processo che doveva finalmente far luce sulla strage di Piazza Fontana o, quanto meno, sulla responsabilità di Pietro Valpreda e degli altri aderenti al circolo 22 Marzo, “in ordine” agli attentati del 12 dicembre.

Tutto il peso della credibilità che si voleva dare al processo poggiava però sulle sue sole spalle, in quanto gli altri personaggi coinvolti nella vicenda già si erano tolti i panni della farsa.

A cominciare dalla Procura di Roma che si è vista accusare di rapina di atti di procedimento istruttorio nei confronti della Procura di Milano, con argomentazioni difficilmente confutabili (tra le quali la lettera di Ugo Paolillo, in cui il magistrato democratico, che a Milano stava conducendo correttamente le indagini, conferma che gli fu letteralmente impedito di procedere ad un confronto fra Rolandi e Rachele Torri, zia di Valpreda… P.S. e C.C. gli comunicarono che Rolandi “era irreperibile” mentre lo stesso, a casa sua, rilasciava interviste a tutti i giornalisti).

Occorsio ha capito subito che l’accusato è lui e lo ha dimostrato scaricando le sue responsabilità sul collega Cudillo.

Gli avvocati più decisi e più lucidi della difesa hanno, a loro volta, individuato direttamente in Occorsio il principale imputato e nella sua istruttoria il vero “delitto”.

E così il ruolo di Falco, il “consulente politico” chiamato a difendere entrambi, non è sfuggito a nessuno.

Da parte sua, Valpreda ha dimostrato di sapere che la sua sorte non può essere legata alla clamorosa ed assoluta inconsistenza degli indizi a suo carico, bensì alla dimostrazione e alla verifica degli indizi, ben più consistenti, a carico di Occorsio.

La bizzarra situazione dipendeva dal fatto che tutti coloro che, come Falco, conoscevano gli atti dell’istruttoria, erano giunti alla stessa conclusione; con le bombe, né Valpreda né il 22 Marzo hanno nulla a che fare.

Non a caso solo “Lo Specchio“, il “Secolo d’Italia” e simili sostengono ancora, con poca convinzione, la colpevolezza di Valpreda. Non a caso il “Corriere della Sera” da mesi riporta notizie “asettiche” sul caso e non azzarda giudizi.

Allora dobbiamo subito spazzare via l’idea che in questo processo si stia giudicando Valpreda. Come gli attentati del dicembre ’69 facevano parte di un preciso disegno politico, così l’istruttoria che ne è seguita ed il processo che è in atto non sono che la continuazione dello stesso disegno. Questo processo deve essere inteso come parte integrante e conclusiva della strategia del terrorismo che nel ’69 è servita per fermare le lotte dell’autunno.

L’istruttoria di Occorsio

L’asse centrale del processo è l’istruttoria di Occorsio, costruita pezzo per pezzo per essere funzionale alla trama politica da cui è scaturita.

Ad Occorsio, coinvolto fino all’inverosimile nella vicenda della strage, lo stato ha affidato la gestione giuridica dell’accusa a Valpreda; a Falco, l’uomo del momento, sacerdote della forma e della regolarità della legge, il compito di circoscrivere gli attacchi della difesa affinché non entrino nel terreno pericoloso delle “Istituzioni” e dei contenuti politici.

Costretto a scoprire le carte Occorsio ha rivelato la sua singolare povertà di spirito ricorrendo alle più squallide e scontate delle ipotesi:

a) “Merlino è un elemento provocatore che si è inserito nel gruppo allo scopo di istigare gli aderenti al 22 Marzo a compiere gli attentati”.

b) “Questa corte è chiamata a giudicare questi imputati non perché si qualificano anarchici ma soltanto per quello che noi addebitiamo a loro di aver fatto. Noi non crediamo affatto che questi imputati possano confondersi con il movimento anarchico tradizionale… non lo abbiamo mai detto e non lo diremo mai”.

C’è tutto, gli opposti estremisti, gli anarco-fascisti, la salvezza del movimento anarchico “tradizionale” (?), ecc.

Con questa miserabile ipotesi Occorsio ha cercato, come sempre ha fatto di isolare Valpreda dagli anarchici, dalla politica, da tutto. Ma cosa crede Occorsio, di essere lui a sindacare se Valpreda è o non è anarchico? Crede che gli anarchici siano proprio disposti a buttare a mare Valpreda come i suoi “superiori” forse faranno con lui ora che ha dimostrato di non essere stato tecnicamente capace di mantenere il processo entro i binari che erano stati pazientemente preparati da altri? Valpreda non “si confonde” con il movimento anarchico. Valpreda è anarchico da almeno 10 anni. Sappiamo già a cosa Occorsio si attaccherà per dimostrare che Valpreda non è anarchico, ma sapremo rispondergli al momento opportuno.

Falco non è meglio di Occorsio. Falco è una muraglia contro la verità e lo ha dimostrato rifiutando in blocco il dossier che accusa i fascisti e contiene elementi importantissimi sulla strage, che la Magistratura di Milano ha inviato alla Corte d’Assise di Roma perché fosse allegato agli atti del processo. Dal canto suo Occorsio ha detto che se quei documenti venissero accolti, lui non li leggerebbe! C’è materiale più che sufficiente per una incriminazione per sottrazione di indizi e inadempienza professionale.

È in questa logica che il processo si era iniziato ed era solo in questa logica che, nell’aula Magna di Piazzale Clodio, tutta forma e tradizione, moquette ed ermellini, si tentava di dar credito al mito miserabile di una giustizia che ha sulla coscienza la violenza brutale del carcere, i quaranta giorni di isolamento, gli interrogatori bestiali di Valpreda, le minacce ed i ricatti ai testi “scomodi”, i falsi ed i morti dell’istruttoria, la repressione anti-operaia del ’69, l’anno delle bombe, e di oggi.

La “giustizia” ed i suoi uomini…, si arrogano il diritto di giudicare i loro stessi misfatti. Questa giustizia ha già comminato ad anarchici innocenti oltre venti anni di carcere preventivo, dal ’69 ad oggi, per proteggere i veri responsabili del terrorismo e per sfamare l'”ingorda borghesia” con anarchici “colpevoli”. Noi diciamo che questa giustizia non ha credito, né tanto meno diritti.

I mandanti…

CIA? Colonnelli greci? Fascisti nostrani? Può darsi, ma non sono i veri mandanti; sono consulenti e specialisti.

I social-fascisti del PSDI, i moderati, i benpensanti, gli schiavi dell’ordine stabilito sono i mandanti di Occorsio, di Cudillo, di Amati e della strage.

Se da una parte dobbiamo smascherare gli individui che a livello “professionale” organizzano il crimine politico, dall’altra non dobbiamo dimenticare l’incredibile numero di elettori, sostenitori, collaboratori, borghesi, grandi borghesi, piccoli borghesi, Dio, Patria e Famiglia, e chi più ne ha più ne metta, che a questa gente affida al mantenimento dei loro interessi di piccoli e grandi privilegiati che si nascondono dietro una “onesta vita” di padroni, timorati del sistema.

Costoro saranno sempre pronti, quando le cose si mettessero male, a considerare Occorsio e compari come una spiacevole eccezione, la strage come risultato di una disfunzione politica, Pinelli come la vittima di un increscioso incidente imputabile al massimo a qualche poliziotto.

La difesa

Quando il processo di Roma ebbe inizio, non si pose il problema se il processo dovesse essere “tecnico” o “politico” anche se era evidente che il modo di procedere dei difensori era legato al loro giudizio politico complessivo.

In realtà si è sempre trattato di scegliere se accettare o rifiutare i presupposti stessi del processo, se stare o non stare al “gioco” della giustizia. Se considerare l’istruttoria e le sue conclusioni come un errore giudiziario che, in quanto tale, non intacca la fiducia nella giustizia e nel suo funzionamento, o rifiutare ogni credibilità a questa giustizia affrontando il processo come un processo politico dove la posta in gioco non è solo l’assoluzione dei compagni e dove l’assoluzione dei compagni coincide con la condanna dei magistrati inquirenti ed è inscindibile da questa, perché Occorsio, Amati, Cudillo, i loro simili e le stragi, non sono eccezioni, disfunzioni ed incidenti in uno “stato di diritto”, ma sono “lo stato di diritto”, ne fanno parte integrante e continuativa, sono la struttura portante che, sotto la maschera delle pretese “garanzie costituzionali”, regge il privilegio, la disuguaglianza e lo sfruttamento.

Ed è chiaro che noi siamo soltanto su questa linea, quella che in aula è stata portata avanti dagli avvocati Spazzali, Piscopo, La Torre, Di Giovanni, Ventre.

Non possiamo invece condividere il continuo atteggiamento “legalitario” di fiducia che sembrano nutrire altri difensori come Lombardi e Sotgiu (avvocati di Valpreda) ed in generale gli avvocati così detti “parlamentari” nei confronti dell’imparzialità della legge e della giustizia.

Non possiamo condividere questa cieca fiducia che a un altro difensore “parlamentare”, Calvi, fece dire che la sentenza di Occorsio era una “sentenza onesta”, e se non bastassero i nostri motivi politici di fondo, ad essi viene oggi ad aggiungersi la deliberazione della corte di Assise di Roma che ha deciso il trasferimento del dibattimento alle Assise di Milano. Con tale deliberazione i giudici della corte di Assise di Roma, hanno smascherato, per superiori motivi politici e quindi soltanto in parte, la trama pazientemente preparata dalla stessa magistratura così come dalla grossa stampa fascista e borghese, dalla polizia così come dalla classe politica.

Il mattone rovente

Dopo nove ore di seduta in camera di consiglio per deliberare sulle eccezioni avanzate dalla difesa, la corte di Assise di Roma si è tolta di mano il mattone troppo scottante che Cudillo e Occorsio avevano preparato, e lo ha passato alla corte di Assise di Milano.

Tale decisione che a prima vista può esser interpretata solo come una vittoria della difesa dei compagni arrestati, sancisce in verità la sconfitta di Occorsio e la dipendenza della magistratura dal potere politico. Infatti, dopo lo scardinamento di tutta la fase istruttoria effettuato dalla difesa “politica”, istruttoria rappresentata in aula da Vittorio Occorsio, ci si attendeva ben altro dalla corte, ci si attendeva cioè che tutta l’istruttoria venisse dichiarata non valida e che alla ricusazione formale di Occorsio facesse seguito la ricusazione di tutta la montatura dell’accusa che, firmata da Vittorio Occorsio, ha portato i compagni anarchici sul banco degli imputati.

Ma purtroppo, nove ore prima che “l’imparziale” Orlando Falco facesse conoscere la sentenza della corte, negli ambienti del Viminale si conosceva già quale sarebbe stata la sentenza che tale corte avrebbe emesso, ed è allora nell’ambiente nel quale tale voce circolava con nove ore di anticipo, che ancora una volta va ricercata ed inquadrata la tanto sbandierata apoliticità di certa magistratura italiana.

Al Viminale, crollato miserabilmente il mito Occorsio sotto gli attacchi della difesa “politica”, non restava che sbarazzarsi della vicinanza di un procedimento che dava fastidio al carrozzone elettorale che sta per mettersi in moto. Non si poteva permettere che i comizi politici venissero turbati dalle accuse anarchiche, da questi anarchici che oltre a non mettere le bombe, accusano addirittura lo stato di essere il mandante e l’esecutore della strage di piazza Fontana. L’unica via di uscita che si presentava era buttare a mare un uomo che dopo aver pazientemente costruita un’accusa servendosi soltanto di falsi, aveva chiaramente dimostrato, sin dalle prime battute del processo, di non essere tecnicamente capace di sostenere tale accusa il giorno che si trovò di fronte non più delle donne, ma un’opinione pubblica nazionale ed internazionale.

Ufficializzate con la sua delibera le voci che circolavano con nove ore di anticipo all’interno del Viminale, la corte di Assise di Roma aveva adempiuto al proprio compito.

Il Viminale non poteva permettere, e la corte di Assise di Roma non poteva ufficializzare che, a due mesi dalle elezioni gli anarchici venissero dichiarati implicitamente innocenti e lo stato colpevole di falso continuato messo in atto per coprire i reali responsabili della strage di piazza Fontana, perché è a questo risultato politico che avrebbe condotto la ricusazione di tutta l’istruttoria sulla strage.

Al Viminale si è scelta la strada che può permettere, in qualche modo, di portare a termine senza eccessivi batticuori la presente campagna elettorale.

Ai compagni accusati si è lasciato il diritto di godere dei vantaggi che le patrie galere offrono ai loro ospiti. Restano invece a piede libero Amati, Occorsio, Cudillo, Calabresi, Guida, Restivo, Saragat.

 di E. M.

***

 Processo popolare

I riformisti considerano il “caso Valpreda” un caso individuale, o tuttalpiù un caso della sinistra rivoluzionaria, spina fastidiosa nel fianco della sinistra parlamentare. Nulla pertanto essi faranno per rovesciare sulla borghesia la responsabilità della strage di Stato.

Per la sinistra rivoluzionaria, invece, il caso Valpreda è il caso della classe operaia e del movimento popolare, perché è anche attraverso di esso che la borghesia si è proposta di bloccare la ribellione degli sfruttati.

Spetta pertanto alle forze rivoluzionarie promuovere una forte mobilitazione per mettere sotto accusa lo stato e le sue istituzioni, la classe degli oppressori e i loro servi e per portare sul banco degli imputati dinnanzi alla classe operaia, al movimento popolare, i veri e unici responsabili della strage e del clima di terrore che l’ha preceduta e seguita.

Per questo si sta organizzando un processo popolare che costituisca un primo passo verso l’acquisizione del diritto al giudizio da parte dei proletari.

Il raggiungimento dell’autonomia proletaria passa anche attraverso l’autonomia del giudizio, premessa indispensabile per l’acquisizione della coscienza rivoluzionaria.

Gli obiettivi fondamentali del processo popolare sono:

a) difendere Valpreda trasformando il “caso” individuale o di gruppo nel “caso politico” della classe operaia;

b) dimostrare che Valpreda è innocente e che la borghesia italiana porta la responsabilità politica della strage di Stato;

c) stabilire il grado delle responsabilità complessive più che determinare con esattezza gli esecutori materiali della strage;

d) denunciare la pesante responsabilità dei vertici della sinistra ufficiale che ha chiuso gli occhi davanti al “caso” e lo ha barattato come ha barattato lo spirito di rivolta della classe operaia con un disegno di potere in alleanza con la grande borghesia italiana;

e) chiarire sino in fondo che a Roma non si decide solo la sorte di Pietro Valpreda. Con la sua condanna la classe dominante si propone di porre un suggello alla gestione politica che essa ha fatto della strage e intensificare la stretta repressiva contro il movimento popolare;

f) denunciare il legame esistente con le altre provocazioni che le classi dominanti hanno sviluppato a livello internazionale.

DUNQUE, IL PROCESSO POPOLARE NON SARÀ UN PROCESSO ALTERNATIVO A QUELLO FORMALE: ESSO SARÀ TUTTO QUELLO CHE IL PROCESSO FORMALE NON POTRÀ ESSERE.

Del tribunale popolare faranno parte due giurie: una, internazionale, formata da persone note per il loro impegno di rivoluzionari e militanti democratici, l’altra, popolare, della quale faranno parte operai, abitanti di quartieri, ecc.

Esse avranno a disposizione gli atti del processo “formale” Valpreda e dei processi ad esso connessi (25 aprile, fascisti di Treviso, M.A.R., processo Pinelli, ecc.) per unificare in un quadro omogeneo tutti quei procedimenti che la magistratura ha tentato, non a caso, di dividere.

In più il processo popolare avrà a disposizione il materiale che i gruppi di contro-informazione hanno raccolto in questi anni.

In stretto collegamento con il processo formale, il processo popolare si articolerà in numerose udienze, tenute in diverse città e in luoghi adatti ad accogliere la più larga partecipazione popolare.

Ogni militante che partecipa al processo popolare è parte attiva, e in causa, in quanto il quadro politico che emerge dal processo offrirà gli elementi per collocare la sua esperienza specifica di fabbrica, di scuola, di quartiere nella generale azione repressiva che lo stato ha scatenato, con la strage, contro i proletari.

Di conseguenza, affinché questa iniziativa si realizzi in forma incisiva sulla realtà, è necessario un impegno militante di tutti i compagni rivoluzionari di partecipazione e di intervento nel processo popolare.

 La strage di stato: uno scandalo internazionale

a cura della Redazione

I fumetti del noto cartoonist Wolinski che riproduciamo in questa pagina sono tratti da “Charlie Hebdo“, supplemento settimanale di “HARA-KIRI”, con una tiratura di centomila copie. La “strage di stato” è dunque oggetto di satira politica anche all’estero. Lo scandalo ha passato le frontiere. La stampa internazionale, in effetti, ha dato molto spazio alle prime (ed ultime) battute del processo Valpreda, attribuendogli un’importanza che supera ampiamente quella generalmente attribuita alle vicende locali.

Dunque, benchè le porcherie poliziesco-giudiziarie non siano certamente una specialità esclusiva italiana, tutta la faccenda delle bombe del ’69, dell’istruttoria di Occorsio, dell’assassinio di Pinelli, della strage dei testimoni, ecc., è di tale brutalità, grossolanità, stupidità da suscitare l’indignazione a livello internazionale.

Indignazione e fumetti a parte, il movimento anarchico, per quanto è nelle sue possibilità, si sta dimostrando all’altezza del suo tradizionale internazionalismo, intensificando il suo impegno in vista della scadenza processuale.

In Svezia, accanto ai gruppi anarchici s’è mossa la S.A.C., il sindacato di tendenza libertaria, che ha inviato a tutti i lavoratori italiani il documento “La strage di stato voluta dai padroni“. Il 23 febbraio, per l’inizio del processo Valpreda, s’è svolta a Stoccolma una manifestazione che si è conclusa con un sit-in davanti all’ambasciata italiana.

In Francia le organizzazione anarchiche hanno promosso dibattiti e volantinaggi in tutti i principali centri. è stato doppiato il filmato Pinelli, che è già stato proiettato in decine di località.

In Inghilterra è stato stampato e diffuso in migliaia di copie un opuscolo sulle bombe del 12 dicembre. A Londra, alle due manifestazione sinora organizzate hanno partecipato migliaia di giovani.

In Germania, oltre a contro-informare l’opinione pubblica tedesca, si sta organizzando una campagna di controinformazione tra gli emigranti italiani.

Con la sospensione del processo lo scandalo continua…

10 marzo 1972 L’istruttoria rapita. Controprocesso Valpreda (dal settimanale ABC)

14 agosto 2011

Controprocesso Valpreda

L’istruttoria rapita

Come annunciato ai lettori sul numero dello scorso settimana, «ABC» inizia il suo «contro processo» parallelamente a quello ufficiale che si sta celebrando in Corte di Assise a Roma. A questa prima tavola rotonda abbiamo invitato, assieme ad alcuni esponenti di «magistratura democratica», i registi Elio Petri e Giuliano Montaldo: sono gli autori di film come «Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto» e «Sacco e Vanzetti». Il primo ha mostrato con terribile efficacia il funzionamento dell’apparato poliziesco-giudiziario nel nostro Paese, il secondo ha rievocato la tremenda vicenda di due anarchici italiani stritolati dalla struttura di potere in America negli anni venti. Questi due «piani» si incrociano sulla figura del protagonista del processo: l’anarchico Pietro Valpreda. L’imputato non soltanto ha sempre professato la propria estraneità ai fatti ma ha già dimostrato nel corso del dibattimento di non voler essere una vittima rassegnata. In prima udienza ha gridato rivolto al Pubblico Ministero: «Boia! Assassino!».

PARTECIPANTI

ELIO PETRI regista cinematografico («Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto» e «La classe operaia va in paradiso»)

GIULIANO MONTALDO regista cinematografico («Sacco e Vanzetti» e «Gott mit uns»)

LUIGI SARACENI magistrato ( Magistratura democratica )

GABRIELE CERMINARA magistrato ( Magistratura democratica )

MARIO BARONE magistrato ( Magistratura democratica )

ANGIOLO BANDINELLI segretario nazionale del partito radicale

LAURA LILLI giornalista

VIOLA ANGELINI professoressa di lettere

BRUNELLA CHILLOTTI segretaria nazionale del movimento laico

MAURO MERLI del movimento laico

CARLO MARCHESE del movimento laico

MASSIMO TEODORI giornalista

Dalla redazione romana

«ABC» – Chiediamo a Elio Petri di fare una piccola introduzione, tanto per dare un quadro della situazione generale in cui è venuto a trovarsi l’inizio di questo processo.

PETRI – Comincio volentieri, ma non fatemi sentire il «presidente»: noi siamo qui per riflettere e non per giudicare… Vorrei parlare prima di tutto delle sfumature che in genere sfuggono al lettore, sfumature che nella maggior parte dei casi, anzi quasi sempre, sono della massima importanza. Per esempio chi ha seguito le prime udienze del processo Valpreda dovrebbe essersi reso conto che il processo è stato fissato in concomitanza col viaggio di Nixon in Cina, col festival di Sanremo. Anche il processo di Clementi, l’attore accusato di detenzione di droga, è stato fatto in questi giorni. Bisogna dire che queste cose non sono casuali, ma studiate e volute e poi messe in atto.

 Bisogna Sparare

BARONE – In questa sede, possiamo fare due cose: o una grossa analisi politica di tutto il fatto, oppure una specie di «tallonamento» al processo vero e proprio.

BANDINELLI – E’ impossibile scindere le due cose: automaticamente, parlando di una, si parla dell’altra.

MONTALDO – Le cose verranno fuori parlando. Tanto per continuare il discorso di Petri sul festival, non dimentichiamo il colpo di scena sul golpe di Borghese, né il caso Calzolari letteralmente sottratto a Vittozzi. Sono cose legate a Valpreda, ma alla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica sfuggono. Proprio l’altro giorno, un tassista romano al quale avevo chiesto chi era secondo lui Valpreda, mi ha detto: «A quell’assassino bisogna sparare». Allora ho cominciato a spiegare alcuni fatti, per esempio l’affascinante ipotesi del sosia: si è fermato e ha cominciato a fare domande, voleva sapere tutto.

SARACENI – Con un discorso molto semplice si possono spiegare tutte queste cose. La gente si chiede perché si fa tanto clamore, se portare o no il processo a Milano. Secondo me questo ha poca importanza, in questo momento. Sicuramente però si può affermare questo: l’istruttoria è stata fatta da un giudice incompetente. Il che non significa necessariamente che la Corte di Assise di Roma sia per forza incompetente. Ma una cosa è certa: il processo si è voluto fare a Roma e lo si è fatto a costo delle più clamorose e nelle stesso tempo elementari violazioni di legge. Cominciamo da capo. Fin dal 18 dicembre Occorsio contesta agli imputati anche la bomba della Comit, sicuramente collocata dopo le altre bombe, come fatto di strage. Formulando in questo modo l’imputazione, è Occorsio stesso a dire con molta chiarezza e senza ombra di dubbio che lui è incompetente, però il processo lo vuole fare lo stesso.

ANGELINI Però hanno rimediato dicendo che la bomba alla Comit di Milano non la consideravano più strage ma trasporto di materiale esplosivo.

SARACENI – Arriviamoci cronologicamente. Nel marzo il processo passa da Occorsio nelle mani del giudice istruttore Cudillo. Anche lui, il 17, fa il suo bravo, mandato di cattura e ribadisce ancora i famosi punti che erano stati messi in evidenza da Occorsio. Anche Cudillo in pratica dice: «Non sono competente, ma procedo io».

LILLI – Sempre definendo strage la bomba della Comit.

SARACENI – Sì, e come se non bastasse, la stessa cosa si ripete in luglio, con la stessa cronologia, salvo un errore materiale nel mandato di cattura che o è un lapsus oppure indurrebbe a ben altre valutazioni. Infatti, pur essendo pacifico negli atti che la bomba a Roma è stata collocata alle 16,15, nel mandato di cattura si indica come ora di collocamento le 16,35. Ma proprio in quei giorni Cudillo è investito dalla questione della competenza dai difensori dei parenti di Valpreda, che gli fanno un’eccezione. Cudillo risponde sibillinamente «… ricorrono pertanto tutti i presupposti di fatto e di diritto perché la competenza sia del tribunale di Roma», senza però specificare quali sono questi presupposti.

MERLI – Dopo l’eccezione della difesa, cambia qualcosa?

SARACENI – Niente, ma si corre ai ripari. Acquisite tutte le prove, al momento di emettere la sentenza, Occorsio e Cudillo capiscono che non possono insistere, e allora stranamente si inteneriscono nei confronti degli imputati. Per normalizzare la situazione quindi, Occorsio e Cudillo trasformano l’accusa di reato di strage a trasporto di materiale esplosivo. Così, secondo gli orari, eliminata la bomba della Comit, rimane quella della Banca Nazionale del Lavoro di Roma, e quindi la competenza è a Roma.

Perché Roma

CHILLOTTI – Ma Falco potrebbe mandare il processo a Milano?

CERMINARA – Secondo me, se lo manda a Milano glielo rimandano indietro. A meno che non lo mandi in Cassazione per il cosiddetto conflitto di competenza. Oppure potrebbe ricordarsi della bomba della Comit e decidere che l’istruttoria è nulla, ma anche qui le cose sono complicate.

MARCHESE – Quindi l’obiettivo era spostare il processo a Roma.

SARACENI – Ecco che saltano fuori i motivi politici. Se con l’intervento dell’avocato Spazzali la corte dichiarasse nulla l’istruttoria, questo significherebbe scarcerare gli imputati..

MONTALDO – Ma a questo non arriveranno mai, è un’ipotesi politica folle.

SARACENI – Ricordiamo ancora certi fatti. Isoliamo per un momento le bombe e parliamo solo di quelle a piazza Fontana. L’istruttoria resta formalmente a Milano fino al 22 dicembre, data in cui il procuratore della Repubblica di Milano, De Peppo, trasmette a Roma gli atti con una lettera: «… come da precedenti accordi telefonici con codesto ufficio, si trasmettono gli atti…» ecc.

«ABC» – Lo stesso De Peppo che il giorno dopo il «suicidio» di Pinelli appare in televisione per dire che la polizia ha agito sempre nel rispetto della legalità e che nel caso di Pinelli non c’era stato il tempo per trasmettere l’avviso di fermo, coprendo quindi le illegalità della polizia.

SARACENI – …Dicevamo che gli atti restano a Milano, nelle mani di Paolillo, fino al 22 dicembre. Ma il famoso confronto Valpreda-Rolandi si fa a Roma il 16 dicembre, quando Occorsio non è ancora formalmente investito.

Cinque punti

TEODORI – Paolillo è stato letteralmente, clamorosamente defenestrato, perché aveva rifiutato la perquisizione in casa Feltrinelli, perché aveva ripetutamente scarcerato Claps e perché aveva rifiutato di sottoporre a intercettazione il telefono dell’avvocato Boneschi.

«ABC» – Se Claps non trovava Paolillo, adesso sedeva vicino a Valpreda.

SARACENI – Certo. Per neutralizzare Paolillo, allora si prende Valpreda e si porta a Roma, a sua insaputa.

«ABC» – Il motivo, secondo noi, sta in questi cinque fatti: 1) a Treviso c’è il giudice istruttore Stiz contro Ventura-Freda; 2) a Milano c’è il giudice istruttore D’Ambrosio per Pinelli; 3) a Roma, al giudice Vittozzi viene «carpita» la pratica Calzolari, e viene denunciato (questo giudice aveva creduto opportuno riaprire la pratica dopo che era stata archiviata); 4) sempre a Roma c’è l’istruttoria a carico di Borghese, il principe nero, che è finita, guarda caso, con la scarcerazione di tutti per mancanza di indizi. Borghese arriverà quanto prima vittorioso; 5) Ancora a Roma si procede contro i giornalisti Barberi e Fini, autori del più recente volume su Valpreda. Quindi a Roma le piste fasciste sono chiuse, mentre a Milano e a Treviso sono ancora aperte

MONTALDO – Ecco perché il processo Valpreda non si poteva fare a Milano. Il potere politico non si poteva permettere il lusso di tenere un processo di questo tenore lontano e in mano a un Paolillo. Ci voleva Occorsio. Non dimentichiamo che dopo l’autunno caldo Occorsio fu il primo magistrato che fece arrestare un giornalista, Tolin, per un reato di opinione.

ANGELINI – Perché proprio Occorsio?

«ABC» – Perché Occorsio è l’unico magistrato che ha letto integralmente il rapporto sul SIFAR, senza gli omissis di Moro. E Occorsio, guarda caso, il 12 dicembre 1969, quando scoppiarono le bombe, era di turno a Roma. Sarà una coincidenza, ma è molto strano. Significa che, coincidenza o no, i fatti gravi che succedono in quel giorno sono suoi

Individui istintuali

PETRI – Abbiamo, credo, messo in evidenza perché il processo Valpreda è stato voluto qui. Adesso mi chiedo: ma perché se Valpreda è innocente (e lo è) gli avvocati vogliono spostare il processo e quindi far perdere tempo? Questa è la domanda che si pone l’uomo comune che vuole semplicemente la verità. Qui bisogna far capire che le cose sono due: 1) un grosso risultato sarebbe certamente l’annullamento della sentenza istruttoria e quindi la scarcerazione degli imputati; 2) il trasferimento a Milano del processo significherebbe invece rinviare tutto di un anno. Ma Valpreda è innocente, lo predichiamo da due anni e sarebbe una sconfitta politica ritardare il giudizio di 1 anno.

SARACENI – Sono d’accordo con Petri. L’eccezione sulla competenza territoriale non bisognava farla. Più giusto è stato invece attaccare, anche sotto il profilo della competenza, l’istruttoria. E Spazzali, uno degli avvocati della difesa, ha proprio fatto questo.

PETRI – Valpreda è un uomo semplice ed è logico che dica «Sono innocente, adesso che posso provarlo, non voglio perdere tempo». Io farei come lui.

BANDINELLI – Non a caso è stato scelto Valpreda per le bombe, e non a caso è stato scelto Occorsio per lui. Infine, non a caso hanno scelto Falco: per lui, Braibanti e Valpreda appartengono alla società «istintuale», sono formiche, sono da schiacciare, da condannare.

PETRI – Sì, Valpreda è un ballerino, e i ballerini chi sono? Deviati, anormali, drogati, a meno che non siano Vassiliev, anzi Don Lurio, cioè gente di «successo».

Rivoltelle fumanti

MONTALDO – Questa è anche la storia degli anarchici. Come si fa a non ricordare certe cose? Sono passati 50 anni, e adesso si dice finalmente che le bombe di Wall Street erano bombe fasciste. Sempre 50 anni ci sono voluti per riconoscere che Sacco e Vanzetti furono il pretesto per scatenare le razzie contro gli emigranti, contro i rossi. Come si fa a non ricordare l’incendio del Reichstag a Berlino, incendio nazista e attribuito a un comunista? E le bombe del cinema Diana a Milano? Curiosamente, abbiamo sempre dovuto aspettare 50 anni per addebitare alle destre quello che si attribuiva sempre agli anarchici. Ma chi sono gli anarchici? Sono quelli che hanno ucciso solo i tiranni, come teste esemplare e che, appunto per questo, si fanno trovare dalla polizia con la rivoltella fumante ancora in mano, con le mani nel sacco insomma. Questo è il panorama, oggi, del processo Valpreda. Non aspettiamo cinquant’anni per dimostrare che Valpreda e l’anarchia non c’entrano.

PETRI – Il giudice che crede di potersi porre di fronte a una vicenda del genere al di sopra delle parti in causa, che sono le classi sociali, in realtà soggiace alle tendenze e ai condizionamenti della «maggioranza silenziosa». Per la «maggioranza silenziosa» Braibanti, Clementi, e ora Valpreda sono il frutto dei disordini, delle lotte sindacali, delle rivendicazioni della classe operaia. Per loro, dove non c’è il padrone, c’è disordine, bombe… Valpreda. Ma il giudice, se vuole arrivare veramente alla verità, deve essere non al di sopra delle parti in causa, ma al di sopra di questo tipo di condizionamento. Anche quando deve giudicare il ladro di un chilo di arance.

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I protagonisti in toga

Giuliano Spazzali

L’avvocato nativo di Trieste ma milanese di adozione che per primo ha scoperto le batterie sparando a zero sulla sentenza istruttoria del processo Valpreda è noto negli ambienti giudiziari del capoluogo lombardo per essere stato il difensore degli anarchici accusati ingiustamente degli attentati dinamitardi alla Fiera di Milano. Durante quel processo, Spazzali riuscì a demolire le affermazioni della principale teste d’accusa, la maestra Zublema, rivelando e provando come la stessa fosse una mitomane. Anche nel processo Capanna-Trimarchi l’avvocato Spazzali ha brillato per la sua vivace polemica e per la limpidezza con la quale ha criticato i sistemi giudiziari.

Oggi Spazzali torna alla ribalta difendendo Enrico Di Cola nel processo Valpreda: con un lungo intervento ha dimostrato alla Corte di Assise romana come questo processo è stato rapito al giudice naturale. Una sua polemica affermazione durante l’esposizione delle eccezioni procedurali è stata particolarmente significativa. «Se la causa fosse spostata a Milano mi dispiacerebbe molto non avere contro il dottor Occorsio perché questa è davvero la sua causa» ha affermato Spazzali. Questa dichiarazione ha fatto sobbalzare sulla sua poltrona il PM che ha chiesto al presidente di far verbalizzare le parole del suo contraddittore.

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Udo Lemke estradato

Noi avevamo per prima volta dato la notizia che Udo Lemke era scomparso («ABC» numero 8 del 25 febbraio). Il giovane tedesco hippy aveva raccontato ai carabinieri di aver visto in Piazza Venezia tre fascisti di sua conoscenza fuggire dopo l’attentato all’Altare della Patria. Poi era praticamente scomparso. Oggi si è saputo che Lemke, accusato di detenzione di ben nove chili di hashish, è stato accompagnato alla frontiera e rispedito in Germania con il divieto di rientrare in Italia. Così il tredicesimo testimone del processo Valpreda è stato messo nell’impossibilità di testimoniare, sempre nell’affannosa ricerca della verità

A rivista anarchica n 4 maggio 1971 – Gli imputati accusano di E. M.

12 aprile 2011

Mentre il giornale va in macchina, il processo agli anarchici sta diventando, com’è giusto, un processo degli anarchici ed il castello d’accuse costruito dal giudice Amati sta crollando: i poliziotti “non ricordano”, il metronotte non riconosce Pulsinelli 1, la “superteste” della polizia viene smascherata come calunniatrice e mitomane recidiva…

Al “processo agli anarchici” iniziato il 22 marzo a Milano, si sono concluse le deposizioni degli imputati ed è iniziata la sfilata dei testimoni. Le intemperanze iniziali di una parte del pubblico sono cessate dopo una dura critica da parte dei gruppi anarchici milanesi. Non potendosi dunque appellare alla “legittima suspicione” (e trasferire tutto all’Aquila come al solito) né proseguire le udienze a porte chiuse, il processo si svolge davanti ad un pubblico attento di compagni, parenti degli imputati, persone diverse e poliziotti, molti dei quali travestiti da “anarchici”.

Prima di poter entrare in aula i poliziotti controllano i documenti e le borse delle compagne, ovunque navigano flotte di carabinieri agli ordini del Vice Questore Vittoria in persona.

Presidente del Tribunale è Paolo Curatolo, di destra; si vanta di “non leggere i giornali” e infatti, ha scoperto con stupore l’esistenza del “dossier” sui documenti greci relativi agli attentati del 25 aprile 1969 alla Fiera di Milano e alla Stazione Centrale. Il Giudice a latere è Danza (già P.M. al processo Trimarchi), estrema destra; il P.M. è Scopelliti, giovane e dinamico accusatore, noto per aver permesso che il processo ai carabinieri torturatori di Bergamo andasse in prescrizione e specializzato in interventi dilatori per salvare i testi di accusa in difficoltà. Una composizione, come si vede decisamente monocolore.

Un muro di gomma

Contro questo “muro di gomma” si battono gli imputati, affiancati da un collegio di difesa che lascia poco spazio ai “non ricordo”, “non c’ero” e “non ho visto” dei testi poliziotti dell’accusa.

Le testimonianze degli imputati e dei testi al processo hanno confermato quel che da tempo i compagni sapevano: il processo per le bombe del 25 aprile, il processo Calabresi-Lotta Continua, il prossimo processo a Valpreda, sono diverse fasi di un’unica vicenda, la vicenda sanguinosa della “strage di stato”, della strategia della tensione e della repressione. E allora, com’è naturale, un processo indiziario si trasforma in un pesante atto di accusa contro lo Stato, le sue manovre, le sue connivenze e le istituzioni che le proteggono.

Gli imputati divengono accusatori e gli inquirenti si difendono con deposizioni stereotipate sui fatti accaduti, annaspando in un mare di “non so”, “non ricordo”, ad ogni domanda imprevista.
A differenza degli inquirenti gli imputati hanno descritto con precisione i fatti, ricordano tutto e in particolare il clima di minacce, violenza e intimidazioni in cui i verbali contenenti le famose “parziali ammissioni” furono loro estorti.

Le loro accuse sono precise: contro le falsificazioni di Amati, i metodi fuorilegge di Calabresi, i brutali maltrattamenti di Panessa. Alle spalle di questi ragazzi sono due anni di carcere, di accuse infamanti, di calunnie al movimento cui alcuni di loro appartengono.

Dalle deposizioni

Dalle deposizioni dei testimoni altre verità sono emerse:

1) dalla cava nel bergamasco non fu mai rubato esplosivo, lo dichiarano il consigliere delegato, i dirigenti e i guardiani della cava; ma il Tribunale mette in dubbio la veridicità dei testi (i rappresentanti della Giustizia non possono tollerare testimonianze contrarie alla loro ricostruzione dei fatti)!

2) Il commesso del negozio dove sarebbero state acquistate le miscele per gli esplosivi non riconosce negli imputati gli acquirenti del materiale, mentre Amati asserisce che lo stesso commesso ne riconobbe le fotografie (ma quali fotografie gli furono mostrate durante le indagini?).

3) Non si vuol credere alle dichiarazioni di Faccioli sulle percosse subite perché nessuno ne ha visto i segni. Ma, ironia della sorte, il medico di S. Vittore dichiara che, per motivi mai chiariti, Faccioli non fu sottoposto alla visita medica (obbligatoria) al momento del suo ingresso nel carcere.

4) Allegra dichiara in aula che in questura non si è mai picchiato nessuno (ma che faccia tosta! proprio mentre in una aula vicina, al processo Calabresi-Lotta Continua, l’avvocato Lener, degno difensore di Calabresi, si oppone furiosamente alla riesumazione del corpo di Pinelli!)

5) la superteste Rosemma Zublena (che offre un’immagine grigia e dimessa) fa discorsi confusi, frammentari o troppo precisi, zeppi di “Amati mi disse”, “ne parlai col Dr. Amati”, fu il Dr. Amati a dirmi”, “andai subito a cercare il Dr. Amati.”

6) Nonostante le ripetute richieste nessuno della polizia sa spiegare perché sin dall’inizio le indagini siano state indirizzate verso gli anarchici; risulta inutile anche la ricerca di qualche verbale che documenti un orientamento degli inquirenti anche verso i gruppi di destra.

7) E ancora si scopre che il foglietto con la descrizione di un ordigno esplosivo (prova fondamentale a carico di Faccioli) è stato trovato in ben due luoghi diversi (Milano e Pisa) in momenti differenti, e questo significa, come minimo, che uno dei verbali di reperimento è falso.

Calabresi

La deposizione di Calabresi è ancora più grave, se possibile; infatti in un momento di difficoltà egli dice che durante gli interrogatori non tutte le domande e le risposte del teste venivano verbalizzate, ma “solo ciò che si voleva fosse verbalizzato”. Come dire che si voleva verbalizzare “qualcosa”; ma allora già si sapeva cosa verbalizzare? Poco dopo, per giustificare queste sue infelici ammissioni, Calabresi ammette che uno degli imputati durante un interrogatorio si addossò più attentati di quelli che gli venivano contestati, anzi si dichiarò colpevole di attentati che (parole di Calabresi) “sapevamo che non poteva aver fatto”!

Dal canto suo, il Tribunale non ha certo tenuto un comportamento meno “irregolare”: queste dichiarazioni di Calabresi non sono state verbalizzate dal cancelliere e il P.M. ha addirittura negato di averle sentite; quando poi la difesa ha chiesto di riascoltare i nastri si è scoperto che il registratore non c’era! Per fortuna un giornalista ha registrato tutto per conto suo e le frasi resteranno agli atti, chiare e lampanti come sono.

A Calabresi è succeduto Panessa, detto il “Gorilla”, che, da interrogato, si è dimostrato meno abile che non quando è lui ad interrogare gli altri. Infatti il neo-maresciallo, messo a confronto con la Zublena, smentisce, cerca di confondere le sue precedenti affermazioni circa una fotografia di Pulsinelli ed i suoi contatti (prima negati poi confessati) con la Zublena. A questo punto, quando la situazione per il poverino si sta facendo insostenibile, il presidente lo licenzia!

“Inquietanti dubbi”

Dopo queste udienze perfino l'”Avanti” parla di “inquietanti dubbi sulla regolarità di questo processo”, ed i difensori di Braschi e Pulsinelli hanno inviato alla stampa un documento che attacca i giudici per il loro comportamento, che tende solo a “cercare conferme e rendere verosimili le accuse precostituite nei verbali di polizia”, e la prassi ormai abituale che tende a interrompere nei momenti caldi le deposizioni dei testimoni di accusa o a suggerire ai testi in difficoltà le risposte più adatte.

Il gioco ora è scoperto e alla Magistratura e alla Polizia non resta altro che difendere accanitamente le loro tesi perché se un solo punto della montatura dovesse cedere sarebbe il crollo di tutto.

La Zublena è recidiva

Mentre il giornale va in macchina apprendiamo che la “supertestimone” Rosemma Zublena non è alle prime armi ed è anzi una calunniatrice incallita. Nell’udienza del 26 aprile, la credibilità della Zublena è stata ufficialmente e definitivamente distrutta dagli avvocati difensori. Essi hanno reso noto che la “professoressa” è già stata incriminata nel 1967 per calunnia e assolta solo per insufficienza di prove “sul dolo”. Il giudice, cioè, l’aveva trovata colpevole dei fatti (una serie di folli lettere anonime inviate a sindaci, prefetti, ministri, arcivescovi), ma riconoscendo in lei un’anormale psichica non s’era pronunciato sulla sua mala fede (necessaria perché si configuri il reato). Il giudice l’aveva dichiarata “persona affetta da componente nevrotica di tipo isterico; basta parlare una sola volta per convincersene, anche senza avere una preparazione specifica sull’argomento.”
Questi gli arnesi della polizia. Questi i capisaldi dell’istruttoria del dottor Amati.

E. M.

1) Il 30 marzo 1969 la guardia notturna Fasano vide un giovane biondo fuggire alla sua vista, in corso magenta a Milano, abbandonando un pacco contenente dell’esplosivo. Per questo Pulsinelli, biondo e anarchico, fu arrestato a Rimini nell’agosto successivo. Il 28 aprile di quest’anno il Fasano, messo a confronto per la prima volta con Pulsinelli, dopo le contestazioni della difesa e una diffida, dichiara “No, sono sicuro che non è lui”. Pochi minuti prima aveva dichiarato di riconoscerlo per via dei capelli! Fra l’altro, pochi giorni dopo l’attentato, lo stesso metronotte aveva “riconosciuto” l’attentatore in un giovane studente marxista-leninista della “Statale” che, in base al suo “riconoscimento” era stato fermato e poi rilasciato perché per fortuna sua aveva un alibi di ferro. Di questi elementi è fatta l’istruttoria del giudice Amati: di “riconoscimenti” come quello del metronotte e di “testimonianze” come quella della psicopatica Zublena che già un magistrato, nel 67, dichiarò isterica e indegna di fede.

 

Il movimento studentesco est al vostro fianco

Il movimento studentesco est al vostro fianco contro le manovre della borghesia che vorrebbe far ricadere su di voi ingiustamente detenuti le responsabilità delle bombe messe dai suoi stessi agenti stop contro questa classica manovra della borghesia il movimento studentesco habet già condotto et condurrà sempre una lotta incessante et un’opera di chiarificazione stop contro questo tentativo di portare confusione tra le masse popolari un tentativo logoro et che già mostra la corda tutti i compagni sono chiamati a fare la più ampia opera di propaganda saluti comunisti

Movimento studentesco statale

Lettera aperta di Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli in risposta al telegramma di solidarietà del movimento studentesco dell’università statale di Milano.

Compagni,

Non basta una presa di posizione a smentire un atteggiamento che per due anni è stato di disinteressamento, confusione, opportunismo. Non si tratta di mettersi a posto la coscienza. L’apologo degli anarchici “pulce sulla schiena dell’elefante che è il proletariato” è servito a sostenere che le bombe – e la repressione suscitata dalle bombe – erano “fatti privati” degli anarchici. Ma, se cercare una copertura di fronte alla repressione borghese, prendendo le distanze dagli anarchici, è solo opportunismo, quando si arriva a dire che gli anarchici sono “storicamente avventuristi” – subito dopo Piazza Fontana – il confine fra confusione politica e provocazione è solo una sfumatura.

Gli attentati del 25 aprile, avvenuti in un momento in cui per i padroni era ancora pensabile di cavalcare la tigre delle lotte proletarie col sindacato e con le riforme, dovevano servire a isolare e colpire tutte le avanguardie (e non solo gli anarchici); a collaudare gli strumenti della repressione (provocazione, montatura, ecc.), a colpire indirettamente tutto il proletariato (stava per essere discussa alla Camera la legge sul disarmo della polizia). Grazie alla mancanza di un intervento tempestivo i padroni, collaudato il terrorismo, hanno messo la strage all’ordine del giorno come arma contro le lotte proletarie; si è arrivati cioè al 12 dicembre.

Il carcere preventivo, la montatura poliziesca, il segreto istruttorio, ecc., da strumenti di controllo sociale, sono diventate armi politiche “normali”. E quando si è arrivati a questo, tutto quello che avete saputo fare è stato piangere sulla morte del compagno Pinelli per mettervi in pace la coscienza, quando invece si trattava di vendicarlo, di scoprire e denunciare i suoi assassini, le vostre manifestazioni interclassiste contro una mitica e astratta “repressione” sono state un alibi per rinunciare alla lotta pratica contro i fatti concreti in cui la repressione si è manifestata, offrendo così una copertura ai padroni.

Non vi parliamo interessatamente, “per noi”. Infatti pensiamo di poter prevedere quello che sarà l’esito del nostro processo: sentenza di condanna (per salvare la sostanza politica della montatura), e scarcerazione per noi, grazie a condoni, pena già espiata, ecc. (per contentare la sinistra ufficiale – che in effetti ha ampiamente pompato il nostro carcere preventivo – e garantirsene la copertura). Vi parliamo invece perché mai come in questo momento la verità è rivoluzionaria: in questo momento in cui si utilizza Borghese per dare una garanzia di credibilità alle istituzioni e si cerca di squalificare, colpire ed emarginare le avanguardie – sfruttando episodi tipo Brigate Rosse, rapina di Genova, ecc. – ma soprattutto si cerca di “prendere tempo – guadagnare spazio” per quella che è la posta più grossa: Pietro Valpreda.

Noi non crediamo nella giustizia borghese, ma proprio perché non ci crediamo, pensiamo che il modo con cui – nella fase attuale – il proletariato può cominciare a “fare” giustizia sia quello di un intervento attivo, diretto a condizionare e costringere i giudici dei padroni ad esautorarsi e far fallire – sul piano politico – i piani reazionari della borghesia, in modo che risulti chiaro che le bombe le mettono i padroni perché servono gli interessi dei padroni.

25 aprile, bombe sui treni, Piazza Fontana, Catanzaro, sono le tappe di un unico disegno criminoso dei padroni; se il 25 aprile è stata la prova generale per il 12 dicembre, il nostro processo è ugualmente la prova generale per il processo a Valpreda. Cominciare a far fallire già da oggi con noi la montatura poliziesca, significa dare un importante contributo, vincere la prima battaglia di una unica guerra: quella contro la strage di stato!

Un documento dei difensori

Milano, 24 aprile. Gli avvocati Di Giovanni, Piscopo e Spazzali difensori dei giovani anarchici Braschi e Pulsinelli hanno tenuto una conferenza stampa al Palazzo di Giustizia, al termine della quale hanno diffuso un documento in cui denunciano il modo vistosamente parziale con il quale i giudici stanno conducendo il processo. Il documento dice:

“La seconda Corte di Assise di Milano, ad avviso dei due comitati conduce il dibattimento in violazione delle norme della legge processuale e penale che disciplinano l’istruttoria dibattimentale. I giudici togati dimostrano in continuità di ricercare nell’istruttoria dibattimentale solo ciò che possa confermare o rendere verosimili le accuse inizialmente precostituite nei verbali di polizia e trasfuse puramente e semplicemente negli atti di istruttoria formalmente compiuti dal giudice Amati”.
“Quali esempi di questo comportamento illegittimo gli avvocati ricordano la protezione accordata ai testi di accusa che vengono ‘costantemente schermati’, anche con continui e intempestivi riferimenti all’istruttoria scritta e con richiamo, nei momenti di contestazione di espressioni che finiscono di fatto con l’essere assunte dai testi in difficoltà, come modello di risposta possibile”.

Durante la conferenza stampa è stata ricordata “la prassi oramai instaurata di interrompere nei momenti caldi le deposizioni dei testimoni di accusa e il continuo appiattimento e svuotamento delle contraddizioni ormai numerose in cui sono caduti finora, tutti i principali testi di accusa fin dal primo loro apparire”.

Il documento conclude affermando che quanto succede in aula “impedisce la verifica del materiale processuale e finisce col coprire le vere responsabilità per gli attentati alla Fiera e all’ufficio cambi punto d’inizio dell’istruttoria e primo atto della manovra provocatoria ed eversiva della destra, culminata nelle bombe della ‘strage di Stato’ e tuttora in pieno svolgimento”.

 

 

A rivista anarchica n 17 Dicembre 1972 Gennaio 1973 – La libertà di Valpreda e la nostra di Giuliano Spazzali

12 aprile 2011

L’autore di questo articolo, l’avvocato Spazzali del collegio di difesa dei compagni imputati per la strage di stato, non è anarchico e lo si avverte in più punti, per un certo taglio e la scelta di taluni termini tipicamente marxisti. Tuttavia i lettori noteranno, sul tema specifico della scarcerazione dei compagni e del “dopo-Valpreda”, una sostanziale convergenza tra quanto scrive Spazzali ed il giudizio espresso dalle organizzazioni anarchiche (cfr. “Una vittoria nostra”, su A 17) e da questa stessa rivista (cfr. “Se Valpreda esce”, su A 16).

Si tratta di una mossa calcolata del nostro nemico o di una nostra vittoria? Né l’una cosa soltanto, né l’altra soltanto: ma l’effetto combinato d’entrambe.

Che cosa porta fuori dal carcere Valpreda, Borghese e Gargamelli? Indubbiamente il lavoro politico incessantemente intessuto dai rivoluzionari. Esso è stato diretto contro lo stato della borghesia, contro l’apparato politico della borghesia, contro gli strumenti di repressione e di controllo della borghesia. Ha avuto, all’inizio, come soggetti attivi i quadri militanti del movimento: un pugno di uomini. Ma presto migliaia e migliaia di operai e studenti si sono impadroniti della questione, l’hanno fatta propria, ne hanno corretto il tiro e l’hanno utilizzata nelle loro lotte.

Questo fatto ha indotto importanti modificazioni di quella che era all’inizio una “campagna di opinione”: essa infatti si è trasformata in un terreno di lotta stabile della classe operaia e dei suoi alleati. In sostanza: non “argomenti” in più, o “fatti” in più per giustificare i nostri slogans (giudici e poliziotti servi dei padroni, l’unica giustizia è quella proletaria ecc.), ma obiettivi in più, più coscienza di classe, più insubordinazione, meno paura, più chiari gli ostacoli da superare, più evidente la natura e le funzioni di quello stato in cui i riformisti ci esortano a penetrare dolcemente e senza rompere le cristallerie.

È stata, questa la fase in cui il movimento è stato più colpito, gli attacchi velenosi dei riformisti si sono sprecati, la stampa democraticista e per bene non ci ha risparmiato gli insulti e il disprezzo. Quanti sono stati i compagni che hanno pagato in carcere per questo lavoro politico? Chi fa i conti dei giorni di tormento di Valpreda e dei suoi compagni, deve aggiungere ai mille e cento ben noti alla “presse du coeur” altri mille e mille di operai, intellettuali e studenti che hanno offerto il loro tributo alla lotta, coscienti che essa non sarebbe stata né legale né democratica, ma violenta e aspra come lo è sempre la lotta di classe. Riformisti in galera per Valpreda non ne abbiamo visti: e non perché essi siano i più furbi o più forti, ma solo perché essi questa lotta non l’hanno mai fatta veramente, e quando ci sono entrati lo hanno fatto aggiungendo le loro voci stonate al coro dell’opinione pubblica illuminata, gareggiando in forza e decisione con il Corriere della Sera.

Ma il lavoro di propaganda e di agitazione dei rivoluzionari ha superato gli attacchi, il disprezzo e la galera. E costruendo pezzo a pezzo la storia della strage di stato, non ha mancato di fornire, questa volta sì, “argomenti” e “fatti” ai settori moderati ed incerti della pubblica opinione, che invece di proseguire l'”adoremus” del governo in carica e dell’ordine costituito, ha visto sotto gli occhi le atrocità segrete della macchina dello stato, le furiose violenze dei fascisti, le luride connivenze dei funzionari al di sopra di ogni sospetto, il volto autentico dei democristiani “antifascisti” e dei loro ministri-che-hanno-fatto-la-resistenza. E sebbene in mano a queste candide coscienze l’obiettivo politico si trasformasse ancora in accorati appelli (fate questo, fate luce, salvate quell’uomo, salvatemi anche voi) ciò è stato ugualmente un bene e non un male, un frutto giusto della nostra iniziativa rivoluzionaria.

Abbiamo, a quel punto, accerchiato il nostro nemico. Il “caso” Valpreda da un lato diventava sempre più diffusamente una questione politica della classe operaia, tanto che nemmeno agli amletici sindacalisti combattuti dal dilemma “dobbiamo o non dobbiamo infastidire Andreotti”, tanto che perfino essi si sono messi ad usare parole grosse nelle assemblee di fabbrica, se non volevano essere presi a fischi e a sassi. Dall’altro, i moderati e gli incerti si sono visti ad un tale mal passo che hanno accolto con vivo senso di soddisfazione la innaturale conversione del loro portavoce: la “bestia umana” divenne così un “brav’uomo” iellato da un meccanismo giudiziario riprovevole, da un sistema carcerario antiquato e da errori “colposi” di funzionari scriteriati.
Ma allora che fare? Quel che si era ottenuto sul piano politico, s’era ottenuto: non c’era purtroppo da sperare di più. Liquidare la faccenda al più presto, contando sulla smemoratezza “degli italiani”; liquidarla prima che si facesse talmente grossa da annegare tutti. Questo doveva essere fatto. Ma questo non è stato fatto perfettamente, perché ormai ogni copertura giungeva e giunge troppo in ritardo. Ci fu anche fra noi, all’interno del movimento, chi si dispiacque che nel marzo del ’72 lo strumento politico del processo si perdesse. Ma costoro non pensarono abbastanza che quel processo o non ce lo avrebbero fatto fare comunque allora, o allora avrebbe votato all’ergastolo Valpreda e i suoi compagni. In ogni caso il successo non ci avrebbe arriso.

È stato invece proprio allora che il primo disegno di “liquidazione” nostro e di Valpreda è invece naufragato miseramente: non solo tutti videro che cos’era quell’istruttoria, ma a quel punto videro chiaro anche come e perché il processo il governo Andreotti non lo voleva affatto. E ciò che era stato studiato come una interruzione, se non addirittura una condanna, logica ed esclusivamente dovuta alle bestie feroci assetate di sangue come siamo tutti noi con la classe operaia, apparve invece per quel che era: come il pericoloso diversivo di ben altre autentiche bestie, nel senso ferino e cioè intellettuale della parola. Così il clamore democraticista assediò Andreotti e la lotta degli operai continuò a minarlo alle radici.

Escluse, a contarsi i voti, le truppe “choc” e d’assalto dei padroni, ridotto Almirante a fare il moralizzatore-paglietta, sgonfiandosi il terribile colpo di coda che ci fu tirato a metà marzo e in aprile, sul “caso” Valpreda il movimento dettò ancora legge. Ed e dunque certamente da assegnare ad una vittoria del movimento rivoluzionario se Valpreda, Borghese e Gargamelli sono oggi liberi, perché questa libertà è il risultato di un forte e deciso lavoro politico fra le masse e con le masse, di una abile e importante campagna di opinione pubblica. Ma tuttavia questa libertà è anche una mossa calcolata del nostro nemico che non poteva concederla, ma che tuttavia concedendola vorrebbe con ciò saldare ogni suo debito.

Dobbiamo comprendere che i riformisti hanno già dato in questo senso la loro firma per quietanza; dobbiamo capire che si aprirà una fase di incensamento della saggezza seppur tardiva di tanti ottimi giudici, ottimi governanti, ottimi letterati e poliziotti. E sotto a tutto questo, e confuso con questo, già ci si dice che il “processone” non si farà, che bisogna attendere il destino di Freda, e si dimentica che però sappiamo quale è stato il destino di Fiasconaro e di Stiz.

Dovremo promuovere nuove celebrazioni per D’Ambrosio, dopo quelle che abbiamo fatto, o meglio non abbiamo fatto, per i pretori del lavoro di Milano, allontanati di forza dalle loro responsabilità perché la loro giurisprudenza non è gradita ai padroni? Dovremo accontentarci di Valpreda libero, e non considerare, nell’entusiasmo generale, che, come ieri De Peppo, oggi Trimarchi, giudica inagibile la sede di Milano per i lavoratori? È vero: i nostri tre compagni non patiscono più la galera, ma il Questore Allitto sospende la costituzione, Allegra è promosso, la polizia invade le scuole e le fabbriche e ancora oggi gli effetti per i quali ci fu la strage di stato agiscono sempre anche se apparentemente la causa principale che li determinò ha perduto ogni capacità di produrli e giustificarli. Scivola via anche la legge per gli “sfruttatori di prostitute”, come con macabro umorismo Andreotti chiama la legge sul “fermo di polizia”.

Ci vendono per alta conquista legislativa il provvedimento che consente ai giudici di dare la libertà provvisoria anche quando il mandato di cattura è obbligatorio, e intanto però sentiamo dire con insistenza che la giustizia funzionerebbe meglio e più spedita se solo si restituisse agli organi di polizia il diritto di interrogare almeno un po’ gli indiziati di reato giusto come ai tempi neri del ’68. La mossa calcolata del nostro avversario si compendia in questo: piagnoni democratici e cortesi riformisti quanto sono disposti a pagare per la libertà di Valpreda e per servirsene come cosa loro in prima persona? Quanto sono disposti a concedere purché sembri che la resa avvenne nelle loro mani?
La nostra attenzione si sposta ora su questo terreno, su queste domande. Il movimento rivoluzionario non mancherà di capire come e perché la liberazione dei nostri tre compagni è stata un grande successo politico nostro: non prenderà per sconfitta ciò che è una vittoria, ma non prenderà per vittoria totale ciò che non è resa senza condizioni. Oggi incomincia in realtà la fase più dura e complessa della nostra battaglia sul “caso” Valpreda: oggi tutte le questioni sono completamente sul tappeto, tutti i giochi sono stati fatti, e mai come oggi ci toccherà un lavoro e un impegno infinitamente pazienti e costanti. Per controllare sul piano organizzativo e politico l’influenza e il consolidamento fra le masse popolari dell’impegno e del lavoro precedenti, avremo bisogno di nuovi strumenti, di nuove forme di lotta e anche di nuovi livelli di unità.

Per riconvertire il fronte di opinione pubblica, distratto da tanta larghezza di vedute di Andreotti, e riportarlo a ragionare sui nuovi orrori che hanno coperto i vecchi, per contrastare sul piano dei fatti l’insabbiamento di tutto e la totale confusione delle “piste” di vari colori, avremo bisogno di nuove forme di propaganda e di agitazione. Dovremo cambiare opinione su tante cose, e sarà un guadagno. Ma insomma: chi credeva che liberando Valpreda ci avrebbe tolto un buon motivo di fare la rivoluzione, è un perfetto reazionario e come tale è anche un perfetto stupido. Liberando Valpreda, ciascuno di noi si è al contrario liberato da una enorme quantità di problemi ineliminabili fino a che i nostri tre compagni erano in galera. Ora abbiamo le mani doppiamente sciolte: abbiamo perduto ogni timore di giocare sulla pelle degli altri, abbiamo acquistato maggiore fiducia nella nostra forza.
Si apre la nuova stagione di caccia.

Presto capiremo noi e capiranno le masse popolari che prezzo è stato pagato sulle nostre teste perché la vittoria di oggi si tramuti in una mossa utile per il nostro avversario. E poiché sappiamo chi sono coloro che hanno già pagato o stanno per pagare questo prezzo, ma non abbiamo però debiti né verso i potenti né verso i riformisti, avremo allora buone cartucce e buona mira per gli uni e per gli altri.

D’altronde abbiamo già capito e capiscono già le masse popolari, che l’unica pista buona da battere nel “caso” Valpreda è quella democratico-cristiana e quella dei buoni ministri, dei buoni poliziotti, dei buoni giudici, dei buoni agenti segreti, che hanno nelle mani le chiavi delle patrie galere e tante altre chiavi.

Giuliano Spazzali