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1971 03 23 l’Unità – Milano: anarchici sotto processo. Sono sei e tutti in galera da molto tempo per accuse indiziarie. di P.L.G.

10 novembre 2015

1971 03 23 Unità p 5 INIZIO processo anarchici Milano

 

Sono sei e tutti in galera da molto tempo per accuse indiziarie

Milano: anarchici sotto processo

Ieri la prima e burrascosa udienza – Il Palazzo di Giustizia in stato d’assedio – Vivaci incidenti fra gli imputati e la Corte – Una sola delle parti lese si è costituita parte civile – «Viva la Comune di Parigi»

di P.L.G.

 

Dalla nostra redazione

Milano. 2. – II processo contro i sei giovani quasi tutti anarchici accusati di una serie di attentati in mezza Italia, è cominciato burrascosamente.

Alle 9, il Palazzo di Giustizia appare come in stato d’assedio: carabinieri dappertutto con i tascapani rigonfi. Ed ecco gli imputati entrare nella gabbia della grande aula che ospita, per l’occasione, la seconda sezione della Corte di Assise: Paolo Braschi, 26 anni, Angelo Pietro Della Savia, 21, Paolo Faccioli, 21 (entrambi con un vistoso distintivo rosso), Tito Pulsinelli, 22, Giuseppe Norscia, 25, Clara Mazzanti 24. Sembrano tutti ragazzini, ben diversi dalle fotografie, forse anche perché alcuni di loro hanno rinunciato alle barbe e ai capelli lunghi. E mentre sfilano salutando il pubblico con il pugno chiuso, vien spontaneo un primo rilievo: i presunti «terroristi di sinistra», come loro e Valpreda, sono In galera da tempo, quando addirittura non han pagato con la vita come Pinelli; ma il principe Borghese, gli assassini di Catanzaro, gli autori degli innumerevoli attentati contro le sedi e i militanti dei partiti democratici, sono uccel di bosco o girano indisturbati.

Gli imputati, comunque, indicano i loro difensori, diversi dei quali non sono gli stessi dell’istruttoria: Malagugini e Piscopo per Braschi; Salinari e Dominuco (già discusso patrono del Cavallero) per Della Savia; Ramaioli e Bardi per Faccioli; ancora Salinari e G. Spazzali per Pulsinelli; Dinelli e Fasanelli per la Mazzanti e il Norscia; Mazzola, D’Ajello e Canestrini per l’editore Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega (com’era previsto, gli ultimi due, imputati a piede libero per falsa testimonianza, non compaiono ed hanno solo inviato alla Corte una lettera da alcuni definita «esplosiva»).

Il presidente dottor Curatolo fa il censimento delle parti lese, invitandole a ripresentarsi il 31 marzo prossimo; fra queste, una sola costituzione di parte civile, quella del signor Domenico Salva per conto del figlio quattordicenne Giulio, che, nell’attentato del 25 aprile “69 alla Fiera Campionaria, riportò lesioni guarite in 65 giorni. Poi il cancelliere Pappa inizia la lettura dell’interminabile capo d’imputazione.

Ed ecco il primo Incidente. Il Della Savia accende una sigaretta, i carabinieri lo invitano a spegnerla, il giovane insiste. Interviene il presidente: «Non è consentito fumare durante l’udienza! Non siamo al cinema!». Il Della Savia scatta: «E io non sono un pagliaccio!». Il presidente furioso: «Vada fuori e impari l’educazione!». L’imputato rimbecca: «Io mica imparo l’educazione borghese, impari lei quella proletaria!»; ed esce.

Conclusa la lettura delle accuse, il presidente annuncia il rinvio del processo a domani a causa dello sciopero degli avvocati; quattro patroni però, Malagugini. Canestrini, Piscopo e Spazzali, decidono di non aderire allo sciopero, a differenza degli altri colleghi. La Corte si appresta quindi ad uscire quando ecco il Della Savia, rientrato nel frattempo, balzare in piedi, spiegar una sorta di bandiera con la scritta: «Viva la Comune di Parigi!», e rivolgersi con lo stesso grido al pubblico Gli rispondono alcune voci: «Viva la Comune! giustizia proletaria! buffoni!». Poi, gli imputati scompaiono dietro la porticina posteriore e la gente sfolla.

A questo punto, sembrano opportune alcune parale chiare. Dopo due anni di galera, questi imputati si trovano di fronte a giudici non certo benevoli, con imputazioni gravi che prevedono pene altrettanto gravi (per la strage, e qui sono contestati ben dodici, episodi, si arriva allo ergastolo; per l’esplosione a scopo terroristico, e qui sono sei episodi, fino a sei anni); non basta: questi imputati sono serviti ad una manovra reazionaria culminata, come scrivevamo ieri, con la morte dell’agente Annarumma e la strage di Milano. Stando così le cose, ci sembra che sia l’interesse personale, sia quello politico dovrebbero indurre i giovani ad una difesa ferma si, ma ragionata e convincente.

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1971 03 22 Unità – Processo a 6 anarchici per discutibili indizi. Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

10 giugno 2015

1971 03 22 Unità Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

 

Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

Sono accusati di essere responsabili di attentati in mezza Italia – Una istruttoria che è connessa a quella sulla strage di piazza Fontana e sul caso Pinelli

 

MILANO, 21 marzo – Il processo contro gli anarchici accusati degli attentati del 25 aprile ’69 a Milano, e diversi altri commessi in diverse città, avrà inizio domani alla seconda sezione della Corte di assise, sempre che lo sciopero degli avvocati non porti a un rinvio. Nella gabbia saranno sei giovani: Paolo Braschi, Angelo Pietro Della Savia, Paolo Faccioli, Tito Pulsinelli, Giuseppe Norscia,Clara Mazzanti; a piede libero, l’editore Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega, che probabilmente non compariranno.

Le accuse contro i primi sei sono gravissime: associazione a delinquere, furto e detenzione di esplosivi, fabbricazione di ordigni, strage (dodici episodi), esplosioni a scopo terroristico (sei episodi), lesioni volontarie aggravate ai danni di due persone. L’evidente sproporzione fra il numero delle vittime e le accuse di strage, derivano dal fatto che per il nostro codice, quel reato è «di pericolo» e si concreta quindi nel momento stesso in cui viene deposto l’ordigno che possa determinare una strage, indipendentemente dalle conseguenze concrete.

Gli attentati furono commessi a Milano, Genova, Torino, Livorno, Pisa e Padova fra l’aprile ’68 e l’aprile ’69. Ai Feltrinelli infine si addebita di ave testimoniato il falso, fornendo un alibi al Della Savia e al Faccioli.

Impossibile qui riassumere la ricostruzione dei fatti e la motivazione delle accuse che occupano ben 97 pagine fittamente dattiloscritte della sentenza istruttoria. Per il giudice, comunque, le prove sono fornite principalmente dalle contraddizioni e dalle reciproche chiamate di correo degli imputati; dalle accuse di una «supertestimone», Rosemma Zublena, già amica del Braschi; dalla qualità degli esplosivi e dai particolari di fabbricazione degli ordigni che sarebbero gli stessi nei vari attentati; dall’identità delle scritture nei volantini lasciati sui luoghi delle esplosioni e nella corrispondenza degli imputati; infine dall’amicizia e affinità ideologica tra questi ultimi. Il che fa prevedere un processo largamente indiziario.

Ma occorre soprattutto ricordare che l’istruttoria, quanto mai discussa, costituì, per così dire, la premessa alle successive istruttorie sugli attentati del dicembre ’69 e sul caso Pinelli. Fra i personaggi infatti, troviamo lo stesso magistrato istruttore, dottor Antonio Amati che, appena avuta notizia dell’eccidio di piazza Fontana, telefonò alla polizia per indirizzarla sulla traccia degli anarchici; Pietro Valpreda, il cui nome emerse appunto dall’istruttoria sugli attentati del 25 aprile, e che venne quindi arrestato proprio sull’uscio del giudice Amati, quale maggiore indiziato della strage di Milano; i commissari Calabresi e Allegra, protagonisti di tutte le indagini; Nino Sottosanti detto «il fascista», dapprima testimone a favore di Pulsinelli, poi coinvolto negli accertamenti su piazza Fontana, ed ora testimone (dovrà essere sentito martedì prossimo) al processo Calabresi- Lotta continua, sulla morte di Pinelli; infine gli stessi anarchici oggi imputati, e che sono stati ugualmente richiesti come testimoni dai difensori di Lotta continua.

Come si vede, è un fittissimo quanto oscuro intreccio che potrebbe avere una radice comune; tanto più se si pensa che dagli arresti degli anarchici prese il via la campagna reazionaria contro l’autunno sindacale, culminata poi nella morte dell’agente Annarumma (tuttora avvolta nel mistero perchè il preannunciato deposito della richiesta di archiviazione non ha avuto luogo) e nella strage di piazza Fontana (per la quale si attende ancora il processo a Valpreda).

Il dibattimento, che inizierà domani, sarà quindi utile se consentirà all’opinione pubblica di cominciare a veder chiaro in quegli episodi che tanto servirono alla famigerata tesi degli «opposti estremismi»; oltre che naturalmente per stabilire le vere responsabilità degli imputati, in galera ormai da due anni. Certo non sarà facile, anche perché – vedi caso – il presidente della seconda sezione della Corte di assise, dottor Paolo Curatolo e il giudice a latere dottor Roberto Danzi, sono gli stessi che lo scorso anno condannarono il giornalista Piergiorgio Bellocchio. (Già, perché la prima sezione della Corte di assise, da quando assolse un antimilitarista, non riceve più processi politici; una protesta dei suoi giudici contro la polizia che aveva preteso di conoscere i loro nomi, cognomi e indirizzi, è stata lasciata cadere dal Consiglio superiore della magistratura; e l’antimilitarista è stato condannato in appello).

Pubblico ministero sarà il dottor Antonino Scopelliti, lo stesso che ignorò le torture dei carabinieri di Bergamo, e che ora dovrebbe condurre anche la grossa istruttoria sull’inquinamento delle acque (come potrà fare tutto, è un altro mistero della procura milanese).

 

 

1971 03 30 Unità – «Calabresi mi picchiava durante l’interrogatorio». La deposizione di un anarchico al processo di Milano

9 giugno 2015

1971 03 30 Unità Calabresi mi picchiava durante l'interrogatorio

 

La deposizione di un anarchico al processo di Milano

«Calabresi mi picchiava durante l’interrogatorio»

L’episodio sarebbe avvenuto nei locali della questura. Il calderone dell’istruttoria – Una strana «supertestimone» – La figura di Giuseppe Pinelli

 

Milano, 29. – Al processo degli anarchici, l’interrogatorio degli imputati (rientrati al completo in aula), comincia a sollevare il coperchio di quel calderone che fu l’istruttoria; un calderone in cui finirono i più disparati ingredienti: incoscienza giovanile e infantilismo politico, «giri » pseudo-artistici e pseudo-intellettuali, vendette di donna, e infine, sotto varie forme, la provocazione. Il fatto più impressionante è che già dall’udienza di stamane, emergono nomi noti e comuni ad altre vicende: il commissario Calabresi e il brigadiere Panessa dell’ufficio politico della questura, l’anarchico Pinelli, che legherà il primo alla sua morte, il ballerino Valpreda, principale imputato della strage di piazza Fontana, e persino il presidente Saragat e il ministro Restivo, tirato in ballo dalla «supertestimone» Rosemma Zublema.

Ma ascoltiamo Paolo Braschi, un ragazzo livornese, che dimostra molto meno dei suoi ventisei anni ed ha alle spalle una famiglia povera e solo la quinta elementare. Deve rispondere di associazione a delinquere, furto di esplosivi da una cava di Grone (Bergamo) nel novembre ‘68, fabbricazione di ordigni esplosivi, quattro episodi di tentata strage.

Il Braschi, che già aveva ritrattato in istruttoria, nega tutto, ammettendo solo di aver trovato casualmente nei pressi di Livorno dell’esplosivo, che nascose per evitare guai, e che fu rinvenuto dalla polizia. Se la sua difesa non sembra troppo convincente su alcune circostanze, appare invece sincera su certe singolari vicende dell’istruttoria.

Conobbe dunque la «fatale» Zublema nella casa milanese dei coimputati Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti; e la donna mostrò subito uno spiccato interesse nei suoi confronti. Lui non se la sentiva di corrispondere («bastava guardarla per capire che non potevo avere una relazione con lei!»). Ma per compassione, e per evitare scene, la vide varie volte.

Il presidente, dottor Curatolo, lo interrompe: «Ma per quale ragione la Zublema dovrebbe accusarla falsamente?».

Braschi: «E chi la capisce! Io non sono né uno psicologo né uno psicanalista. E’ una donna molto contraddittoria come risulta dalle lettere che produrranno i miei avvocati: da un lato afferma di volermi bene e di credere alla mia innocenza; dall’altro sembra odiarmi e mi lancia accuse non solo false ma ripugnanti…».

Il presidente insiste: «E come spiega le accuse di suo fratello Carlo, del Della Savia davanti al giudice svizzero quando fu arrestato in quel paese, infine le sue stesse ammissioni, circostanziate almeno su alcuni episodi?».

Braschi: «Il Della Savia spiegherà lui quel che ha detto. Mio fratello ha ritrattato. Per quanto mi riguarda, occorre tener presente l’atmosfera di violenza in cui fui precipitato fin dal primo momento. Mi arrestarono a Livorno; subito mi portarono a Pisa, dove volevano attribuirmi gli attentati commessi in quella città e sapere l’indirizzo del coimputato Pulsinelli; alla mattina ero a Milano dopo una notte di interrogatori. A San Vittore a appena terminata la rivolta del 1969 e le guardie si sfogavano sui detenuti. Durante gli interrogatori, Panessa mi teneva fermo e Calabresi picchiava, minacciava di gettare in galera mia madre, di mettermi della droga in tasca».

Presidente e PM contestano: «Ma perché non parlò di questi maltrattamenti ai due PM e al giudice istruttore, davanti ai quali pure ritrattò almeno parzialmente le ammissioni?».

Braschi: «Perché non distinguevo fra magistrati e poliziotti. Infatti fra il primo e il secondo interrogatorio del PM. Calabresi venne in carcere e mi avvertì che se avessi parlato dei maltrattamenti, mi avrebbe imputato anche di calunnia. Inoltre mi sconsigliò dallo scegliere avvocati politici. Poi ci si mise anche la Zublema, che, ottenuto un permesso di colloquio in carcere, tentò di convincermi ad accusare gli altri imputati, dicendo che lei in Vaticano e nei ministeri era di casa, che avrebbe parlato con Saragat e con Restivo, infine che avrebbe testimoniato anche il falso per salvarmi poiché ormai c’era di mezzo il Sifar; ma dovevo prendere avvocati indipendenti lasciando i miei e diffidando anche di Pinelli, che si occupava di me. Il bello è che la Zublema si mostrava al corrente di circostanze che persino il mio difensore ignorava».

 

1971 04 2 Unità – Mai nessun confronto con la supertestimone di p.l.g

9 giugno 2015

1971 04 2 Unità Mai nessun confronto con la supertestimone

 

Incredibile al processo degli anarchici

Mai nessun confronto con la supertestimone

 

Milano, 1 – Giunto appena all’interrogatorio degli imputati, il processo contro gli anarchici e già divenuto uno scandalo. Non lo diciamo noi, lo proclamano i fatti. Dunque una donna, Rosemma Zublena, del cui equilibrio si può dubitare ma di cui è certo il rancore contro l’amico che l’ha respinta, accusa quest’ultimo e altre persone di una serie di gravissimi reati fra i quali la strage che comporta addirittura l’ergastolo. Ora non diciamo il codice ma il più elementare senso di giustizia vorrebbe che, a prescindere da ogni altro accertamento, questa «supertestimone» venga posta a confronto con gli accusati. Ebbene il confronto non è mai avvenuto nel corso dell’istruttoria condotta dal consigliere Antonio Amati (lo stesso che ieri ha negato la scarcerazione ai due autori di un manifesto antimilitarista); ed avrà luogo solo nel prossimi giorni in udienza.

Non basta. Già ora si può dire che contro tre almeno dei sei imputati non esistono prove ma solo tenui indizi, ciononostante sono rimasti in galera per due anni Se si aggiunge che due di questi imputati seppero di essere stati denunciati solo molto tempo dopo l’arresto e che altri, come i coniugi Corradini, furono assolti in istruttoria dopo mesi di detenzione, si comincia ad avere una idea della personalità del magistrate istruttore sia del sistema che gli ha permesso di agire a quel modo. Diciamolo chiaro, qui siamo al di sotto del livello di una giustizia anche solo democratico-borghese.

All’apertura dell’udienza, la Corte esaurisce 1’interrogatorio del Faccioli il quale dichiara di non avere mai conosciuto i coimputati Norscia, Mazzanti e Pulsinelli (e come si giustifica allora l’accusa di associazione a delinquere?).

Il Faccioli precisa inoltre che il commissario Pagnozzi tentò di attribuirgli anche un attentato avvenuto a Mantova nel maggio del ’69 e per il quale l’altro ieri sono stati arrestati quattro fascisti.

Ed ecco giungere sul pretorio prima Giuseppe Norscia, 35 anni, poi la sua donna Clara Mazzanti, 24 anni, che non erano anarchici ma iscritti al nostro partito. Devono rispondere di associazione a delinquere, detenzione e fabbricazione di un ordigno esplosivo e dello scoppio dello stesso al deposito di dischi della RCA in piazza Biancamano 2, avvenuto il 1. febbraio ’69 . Viene interrogata la Mazzanti

PRESIDENTE – «Ci parli della Zublena e del Braschi.. »

MAZZANTI: «Effettivamente si conobbero in casa nostra… Lui sembrava scocciato e lei innamorata, tanto che minacciava di ammazzarsi… »

7 maggio 2012 Trentino – Corriere delle Alpi Paolo Faccioli «Quando Calabresi mi accusava di strage» di Paolo Morando

14 luglio 2014

TRENTO

Ha 19 anni, quando lo arrestano a Pisa il 27 aprile del 1969. L’accusa gli viene formalizzata solo nei giorni successivi a Milano, durante gli interrogatori della polizia. Ed è pesante: far parte di un’organizzazione terroristica responsabile di decine di attentati, in pratica tutti quelli che allora si registrano da mesi un po’ in tutta Italia. Una sequenza di botti che culmina proprio nel capoluogo lombardo il 25 aprile del ’69: una data che già avrebbe dovuto suscitare negli inquirenti qualche dubbio sulla matrice anarchica degli ordigni. Perché lui, il giovane bolzanino, è appunto un anarchico. Le bombe milanesi esplodono nel giorno del 24° anniversario della Liberazione: la prima alla Fiera campionaria, il pomeriggio al padiglione della Fiat, la seconda alla Stazione centrale, la sera all’Ufficio cambi. Totale: una ventina di feriti lievi. Con il bolzanino vengono fermati altri anarchici, una quindicina: quasi tutti subito rilasciati, tranne Paolo Braschi, Angelo Piero Della Savia e Tito Pulsinelli, poco più che ventenni. Qualche anno in più lo hanno invece l’architetto Giovanni Corradini e la moglie Eliane Vincileone (traduttrice di Bakunin), indicati come i leader del gruppetto ma poi prosciolti in istruttoria. Finiranno tutti a processo quasi due anni dopo, con l’accusa di strage (per il codice penale il reato è infatti tale anche senza morti) assieme a due giovani comunisti, Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti: «Era una coppietta toscana emigrata a Milano, il loro unico torto era l’amicizia con Braschi…», ricorda oggi, che di anni ne ha 63. E tutti alla fine assolti, almeno per le bombe milanesi del 25 aprile.
Rievocare oggi quella vicenda significa raccontare dove affonda le radici un bel pezzo di storia d’Italia. Pochi mesi più tardi, il 12 dicembre 1969, la strage di piazza Fontana apre un libro a cui manca ancora il finale: quello dell’elenco dei colpevoli. Tre giorni dopo l’attentato, la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, caduto (suicida? spinto? malore attivo?) da una finestra del quarto piano della Questura di Milano, dove si trovava da oltre 72 ore in violazione delle norme sullo stato di fermo. E ancora l’incriminazione di un altro anarchico, Pietro Valpreda. Altri tre anni e, nel maggio ’72, l’assassinio di chi stava interrogando Pinelli, il commissario Luigi Calabresi: tre anni in cui il funzionario finisce nel tritacarne della campagna stampa di Lotta Continua. Piazza Fontana, Pinelli, Valpreda, strage di Stato e giustizia negata: anche da qui, hanno raccontato tanti brigatisti, prese le mosse il terrorismo di sinistra. Un salto all’estate dell’88 ed ecco l’arresto del leader di Lc Adriano Sofri, di Giorgio Pietrostefani e di Ovidio Bompressi, accusati dall’ex compagno Antonio Marino della morte di Calabresi. Poi un processo dall’iter sterminato, un unicum nella storia giudiziaria italiana, conclusosi con condanne definitive. E un dibattito che continua.
Nel corso degli anni, a prescindere dalle sentenze, il profilo di Calabresi è stato “riabilitato”: chi ha visto il recente film di Marco Tullio Giordana “Romanzo di una strage” (vedi in alto) ne è testimone. Ma Calabresi se lo ricorda bene anche il nostro bolzanino: tanti anni fa lo aveva di fronte negli interrogatori. E assieme al commissario, i suoi questurini: gli stessi che, quella maledetta notte del 15 dicembre 1969, erano nella stanza assieme a Pinelli.
Un primo contatto via mail sortisce questa risposta: «Vivo la santificazione in atto del commissario Calabresi come una delle tante quotidiane molestie di cui farsi una ragione, e siccome ognuno di noi ha ombre e luci, non mi sento di collocare Calabresi solo in una zona d’ombra (se non per quello che riguarda me personalmente), mi rode un po’ il fatto che la sua figura pubblica non sembri ormai più contenere parti d’ombra».
Raccontata a Bolzano durante una lunga notte, e al netto di tantissimi particolari sui quali lo spazio non consente di dilungarsi, l’ombra cui fa riferimento è quella dei maltrattamenti subiti durante gli interrogatori. Che fruttano ampie confessioni. Poi tutte ritrattate. Perché? Da un verbale reso in istruttoria: «Per tre giorni in Questura sono rimasto senza dormire e mi veniva imposto di stare in piedi quando le mie risposte non corrispondevano alla volontà degli agenti. Essi non hanno mai cessato un minuto di interrogarmi e per questo si davano il cambio. Solo al terzo giorno mi è stato concesso di mangiare.(…) Ma quello che più ha influito nel farmi firmare i verbali scritti dalla polizia sono state le percosse e le minacce. Sono stato schiaffeggiato, colpito alla nuca, preso a pugni, mi venivano tirati i capelli e torti i nervi del collo. (…) Quanto alle minacce, consistevano nel terrorizzarmi annunciandomi, codice alla mano, a quanti anni di carcere avrei potuto essere condannato, cioè fino a vent’anni. Tali minacce mi furono ripetute in carcere dal dottor Calabresi». Sottolinea oggi, l’anarchico bolzanino («perché mi considero ancora tale: è una visione della vita»), che né allora né mai venne denunciato per diffamazione. Ma visto che non si sa mai, pur fornendo molti dettagli («Calabresi mi ripeteva “tanto siete quattro gatti, nessuno vi difenderà”»), sul suo rapporto con il commissario rimanda al verbale citato. A suo tempo pubblicato anche nel celebre volume di controinformazione a più mani “La strage di Stato”. E aggiunge, 43 anni dopo: «Mi dicevano “sei nelle nostre mani e nessuno lo sa, possiamo farti ciò che vogliamo”: se ti senti dire queste cose a 19 anni, e sei lì impotente con l’imputazione di strage… Non erano spacconate, ma una tecnica per terrorizzare». E basta pensare al G8 del 2001, a Bolzaneto, per cancellare di colpo quasi mezzo secolo. Tutto accadeva prima di piazza Fontana. Prima di Pinelli, prima di Valpreda. E tutto, oggi, si può leggere così: contro gli anarchici, a senso unico, la Questura di Milano indaga ancora prima di piazza Fontana.
Benché pure il nostro protagonista ci metta del suo: nel ’68, l’anno della sua maturità, con altri due giovani colloca una bomba carta dimostrativa in ucan confessionale del Duomo di Bolzano, in occasione di una visita dell’allora ministro della Pubblica istruzione Luigi Gui. Nessun ferito, è poco più di un petardo: processato per direttissima, se la cava con 20 giorni con la condizionale e 15 mila lire di ammenda. Pena e reato poi cancellati dall’amnistia del ’70. Ma a Milano la preda è più grossa di lui. Il coinvolgimento dei Corradini porta infatti a Giangiacomo Feltrinelli, loro amico, che morirà nel marzo del ’72 in circostanze pure controverse, ai piedi di un traliccio a Segrate: che forse voleva far saltare, ai piedi del quale forse portato da altri, camuffando il tutto per far pensare a un attentato. Anche lui è tra gli imputati per il 25 aprile, con il roveretano Sandro Canestrini a difenderlo con successo dall’accusa di falsa testimonianza: l’editore dichiara infatti di aver trascorso quella serata con gli anarchici accusati. Lo conferma oggi lo stesso bolzanino: «Sì, stavo a cena con lui: era appena la seconda volta che lo vedevo…». Il 28 maggio ’71 tutti assolti, ma solo per le bombe alla Fiera e alla Stazione: per alcune altre invece 8 anni a Della Savia, quasi 7 a Braschi, 3 e mezzo al nostro, a quest’ultimo per detenzione di esplosivo e per aver scritto un volantino di rivendicazione. Ricorreranno in tutti i gradi, dicendosi innocenti, ma ottenendo solo sconti (ampi) di pena.
Per la giustizia i colpevoli delle bombe milanesi del 25 aprile sono gli estremisti neri Franco Freda e Giovanni Ventura, responsabili di 17 attentati fra il 15 aprile e il 9 agosto ’69. Cassazione, 27 gennaio 1987: è la sentenza definitiva di condanna. Ma a che prezzo: è la stessa che li assolve per la strage di piazza Fontana.