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1970 10 29 Paese Sera – «Non abbiamo concordato le versioni» dice candidamente il vice-Calabresi. Al processo contro «Lotta Continua» interrogato il brigadiere Panessa. di G. M.

4 novembre 2015

1970 10 29 Paese Sera - Non abbiamo concordato le versioni dice candidamente il vice-Calabresi di G.M.

Al processo contro «Lotta Continua» interrogato il brigadiere Panessa

«Non abbiamo concordato le versioni» dice candidamente il vice-Calabresi

Clamorose contraddizioni del teste sulle ultime ore di vita di Pinelli. Messo alle strette, il sottufficiale si è trincerato dietro i «non so» e i «non ricordo»

di G. M.

 

Milano, 29 – Tre ore di martirio per il brigadiere Vito Panessa. Chiuso nel vicolo cieco delle sue contraddizioni, messo alle strette dalle «impietose» domande dei difensori di Pio Baldelli, il «braccio destro» del commissario Calabresi ha cercato di tirarsi fuori dalla sua incomoda situazione esibendo tutto un repertorio di smorfie, di sorrisi, di gesti concitati e di «non ricordo». Peggio di così non poteva comportarsi. Anche il presidente, dott. Biotti, non ha nascosto il suo fastidio: «Lei, signor Panessa, parla troppo: e perchè poi continua a ridere?». Vito Panessa è uno dei protagonisti della tragica notte del 15 dicembre. Le «cronache ufficiali» lo danno come l’uomo che si gettò su Pinelli, riuscendo ad afferrarlo per i piedi «Generoso» quanto inutile tentativo di salvare la vita al «suicida».

Ieri, Panessa, occhi sgranati, faccia tonda, colorito terreo, ha «ridimensionato» però l’episodio: si, è vero, ebbe quello slancio di «generosità», ma arrivò appena a sfiorare le scarpe di Pinelli. Meglio, non è nemmeno sicuro di «averle toccate». Comunque, si prese lo stesso un bello spavento per il «rischio» che aveva corso. Dopo il tuffo di Pinelli, infatti, non se la sentì proprio di precipitarsi da basso, in cortile, assieme all’allora tenente Lograno e ad altri sottufficiali.

PRESIDENTE: «Ma doveva fare qualcosa di sopra?».

PANESSA: «No, niente»

PRESIDENTE: «E allora, perché è rimasto in ufficio?».

PANESSA (sorridendo): «Signor presidente, ero sotto choc, dovevo rianimarmi».

Lo choc, comunque, non gli impedì di scambiare alcune frasi con l’anarchico Valitutti che, al momento del fatto, si trovava nell’androne proprio di fronte all’ufficio di Calabresi. Vero che, in quell’occasione, disse a Valitutti che Pinelli era ormai dentro fino al collo e che per questo si era ucciso?

PANESSA: «Non ricordo: so solo che abbiamo parlato».

E che «ruolo» ha giocato durante l’interrogatorio di Pinelli? Vero che anche lui, come ha detto Calabresi, aveva una sua funzione da svolgere?

PANESSA: «No, mi interessava solo l’interrogatorio, non avevo niente da fare».

Dunque, stava lì semplicemente per godersi lo spettacolo. Poteva anche uscire se avesse voluto? Certo che poteva uscire, poteva fare quel che voleva. Panessa, invece rimase, dall’inizio alla fine. Meglio, entrò nella stanza mezz’ora dopo che l’interrogatorio era cominciato. Niente vero quindi che ebbe modo di ascoltare quella tal frase, «Valpreda ha parlato» che avrebbe dato l’avvio all’«amichevole colloquio» fra Pinelli e Calabresi? No, lui, Panessa, non la sentì quella frase: entrò nell’ufficio quando era già stata pronunciata da un pezzo. E qui Panessa scivola in una delle sue più vistose, incredibili contraddizioni. Quando infatti, il 16 dicembre, il sostituto procuratore, dott. Caizzi, lo interrogò su quanto era avvenuto poche ore prima al quarto piano della questura, il brigadiere della «politica» fu molto preciso nel suo racconto. Disse di aver udito Calabresi pronunciare quell’ormai storica frase, «Valpreda ha parlato», cui era subito seguito il melodrammatico grido di Pinelli, «E’ la fine dell’anarchia». Stesso racconto fece poi il 16 gennaio, sempre davanti al dott. Caizzi, e solo dopo che il sostituto procuratore della Repubblica gli fece notare che quella frase, stando al Calabresi e ad Allegra era stata pronunciata all’inizio dell’interrogatorio, Panessa modificò la sua versione. Come poteva aver udito, infatti, una frase pronunciata quando ancora lui era fuori dall’ufficio?

Già all’inizio dell’interrogatorio di ieri, Vito Panessa ha cercato di giustificare questo suo strambo comportamento. Ne è venuto fuori però un discorso estremamente contuso, costellato da tutta una girandola di risate e di risatine nervose che hanno chiaramente infastidito il presidente. Insomma, perché mai questa contraddizione?

PANESSA: «Non so, pero, forse…».

Ecco, la frase deve averla «recepita» da qualche parte e quindi la fece sua come se l’avesse veramente sentita con le sue orecchie.

«Sa – ha aggiunto il brigadiere della politica – non è che ci sia stata una versione concordata. Ognuno di noi è andato dal giudice…». Ed è stato a questo punto che il presidente si è fatto ancora più scuro in volto; «Lei, signor Panessa, parla troppo». Il brigadiere, comunque, ha avuto anche i suoi momenti di sdegno come quando i difensori gli hanno chiesto «se poteva escludere di avere infierito su Giuseppe Pinelli sino a provocarne la morte». Rapida, senza esitazione, allora la risposta di Panessa: «Sono metodi che non ho mai conosciuto». «E’ però vero che lui è un esperto di Karaté?», hanno insistito i difensori. Alla domanda non si sono opposti né Lener né il P.M. E’ stato il presidente che l’ha giudicata «inammissibile».

All’udienza di ieri, oltre ad Allegra è stato ascoltato anche Giuseppe Caracuta, il brigadiere che stese il verbale dell’interrogatorio di Pinelli. Come il tenente Lograno, Caracuta non vide la scena «decisiva», l’anarchico che piomba giù dalla finestra. In quel momento stava mettendo ordine nei suoi fogli. False quindi le affermazioni che si leggono nel suo interrogatorio reso al dott. Caizzi? Mica vero che vide Pinelli «compiere un balzo felino verso la finestra?». Caracuta: «Non lo vidi quando si mosse per andare verso la finestra. Vidi però qualcosa di repentino, come se sfuggisse. Come una saetta».

Il processo riprende stamane.

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1970 10 28 Paese Sera – Neanche Allegra spiega il «suicidio» di Pinelli. Al processo di Milano interrogato il capo dell’Ufficio Politico. di G.M

4 novembre 2015

1970 10 28 Paese Sera - Neanche Allegra spiega il suicidio di Pinelli di G.M.

Al processo di Milano interrogato il capo dell’Ufficio Politico

Neanche Allegra spiega il «suicidio» di Pinelli

Non vide e non sentì nulla; non sa l’ora in cui avvenne il tragico volo

di G.M.

 

Dal nostro corrispondente

Milano, 28. – Quarta udienza del processo contro «Lotta Continua». Di scena, stavolta, il dott. Antonino Allegra, dirigente dell’ufficio politico della questura di Milano. Tre ore e passa è durata la sua deposizione, e resta ancora una coda, che verrà esaurita stamane. Il racconto del dott. Allegra non si è assolutamente discostato da quello di Calabresi (né da quella di Lograno). L’uno ha completato l’altro; meglio, l’uno è stato la copia dell’altro. Solo in qualche impercettibile sfumatura le diversità. Mentre, ad esempio, Calabresi, nel descrivere la morte di Pinelli, ha raccontato di aver sentito dei rumori provenienti dal suo ufficio e poi un grido ed un tonfo, il dottor Allegra non ha invece avvertito tonfi e grida, ma solo il rumore di ante che sbattevano. Per il resto, tutto uguale. Ed identico anche il comportamento. Dopo il volo di Pinelli, il dott. Calabresi non corse infatti in cortile, ma ebbe in compenso «la presenza di spirito di telefonare alla Volante» (sono parole di Allegra); e così fece Allegra che, non solo non lasciò il suo ufficio, ma non si preoccupò neppure di affacciarsi al balcone per dare una occhiata dabbasso. Immediata preoccupazione fu invece quella di svegliare il questore, per poi recarsi in un secondo tempo all’ospedale, dove era stato ricoverato Pinelli. L’ora in cui avvenne il fatto? Il dott. Allegra non se lo ricorda.

Niente di nuovo dunque nel racconto del dirigente della «Politica». Nuove, invece, le domande dei difensori del prof. Pio Baldelli. Perché innanzitutto Pinelli venne trattenuto in questura per tre giorni e tre notti di seguito, senza che vi fosse una richiesta di fermo? Ha risposto Allegra: nei primi due giorni Pinelli non era «un fermato», era un semplice «ospite» dell’ufficio politico. La richiesta di fermo venne inoltrata il 15 sera, quando su Pinelli, ha detto Allegra, si addensarono i sospetti. Ma quali sospetti? E qui Allegra ha tirato fuori tutta una storia di telefonate intercettate e di pedinamenti che duravano fin dal marzo del ’69. Dunque, Pinelli era tenuto costantemente d’occhio dalla polizia, come del resto Valpreda, ha fatto notare il dirigente della «Politica».

Altra contestazione. Tre sono i rapporti sulla morte di Pinelli inviati da Allegra alla Procura. Nel primo, quello del 16 dicembre, si dà una versione dei fatti completamente diversa da quella fornita in un momento successivo. L’ora del tuffo di Pinelli è indicata innanzitutto come le 12.15, con venti minuti di «ritardo» rispetto all’ora stabilita in un secondo tempo. Nello stesso rapporto si dice inoltre che Pinelli si uccise mentre stava per essere interrogato da Calabresi. Come giustifica Allegra queste vistose contraddizioni? Allegra: «Quel rapporto non lo scrissi io, ma un mio sottufficiale. Io però lo firmai.

Ultima domanda: vero che ai primi di dicembre del ’69 Allegra prese di petto Pinelli dicendogli: «Tra poco t’incastriamo ben bene, una volta per sempre, così non parlerai più»?

Allegra: «E’ falso. Non è mio costume pronunciare frasi del genere».

A questo punto il difensore avv. Gentili, ha chiesto al tribunale che vengano ascoltati alcuni testi in grado di precisare questa circostanza. E’ stato inoltre chiesta la citazione del prof. Renzo Vanni, dell’Università di Pisa, al quale Pinelli, nel novembre del ’69 scrisse una lettera in cui si diceva: «C’è un commissario di polizia, Calabresi, che mi perseguita. Ho l’impressione che voglia incastrarmi ad ogni costo. Non so perché».

1970 10 16 Paese Sera – Ecco come Pinelli si uccise testimonia un capitano dei CC. Ancora un’udienza infuocata al processo contro «Lotta continua». di G.M.

4 novembre 2015

1970 10 16 Paese Sera - Ecco come Pinelli si uccise testimonia un capitano dei CC di G.M.

Ancora un’udienza infuocata al processo contro «Lotta continua»

«Ecco come Pinelli si uccise» testimonia un capitano dei CC

L’ufficiale e il commissario Calabresi sono stati accusati di falso dalla difesa – Vivace reazione del pubblico – La prossima udienza il 27 prossimo.

di G.M.

 

Niente grida, stavolta, ma solo un corale «borbottio» quando ha cominciato a parlare il dott. Antonino Allegra, dirigente dell’Ufficio politico della questura. E’ bastato comunque perché il presidente sospendesse l’udienza, spedendo tutti a casa con un «arrivederci al 27 ottobre». Nonostante la brusca interruzione, non si può dire però che la terza giornata del processo contro Lotta continua sia stata «deludente»; tuttaltro. Di elementi ne ha offerti parecchi.

Questa volta era di scena il capitano Savino Lo Grano, l’unico carabiniere che, la notte del 15 dicembre, si trovava nell’ufficio del dott. Luigi Calabresi. E’ dunque uno dei testimoni che ha assistito al tragico volo di Giuseppe Pinelli. Non ha però visto il gran balzo giù dal quarto piano «Proprio in quel momento – ha detto ieri il capitano Lo Grano – mi ero distratto. Quando ho alzato gli occhi al rumore di una finestra, ho visto soltanto le scarpe di Pinelli all’altezza della ringhiera». E prima? Prima era successo questo. Giuseppe Pinelli si era alzato dalla sedia, aveva accettato una sigaretta dal brigadiere Muccilli e si era quindi avvicinato alla finestra. Si era messo poi a parlare con i brigadieri Mainardi e Panessa, i quali gli avevano chiesto se era possibile, anche a distanza di tempo, sapere il nome del ferroviere che, un certo giorno, aveva «legato» un convoglio alla stazione centrale. «Il clima era proprio disteso e sereno», ha detto e ripetuto il capitano Lo Grano, usando le stesse parole di Luigi Calabresi.

Pinelli si mette dunque a conversare con i due brigadieri e, a un certo punto, infila la mano fra le due ante socchiuse per gettare in cortile il mozzicone della sigaretta. E’ proprio in quell’attimo che l’allora tenente dei carabinieri abbassa gli occhi. Quando li rialza, vede le suole di Pinelli e i due brigadieri «chiusi» fra le ante e il muro, che tentano di raggiungere la ringhiera. «Allora sono corso fuori dalla stanza, gridando: “S’è buttato, s’è buttato!” – ha continuato il capitano -.
 Poi sono sceso in cortile». Il
 corpo di Pinelli giaceva in un
 angolo. L’ufficiale gli si avvicina e lo sente mormorare
 «Mamma mia, aiuto…». Lo solleva da terra e avverte che
«aveva qualcosa di rotto». Lo 
riadagia e ritorna di sopra per
 telefonare al suo superiore.

Questo il racconto del capitano Lo Grano. Ma non era un po’ diversa la versione che egli diede, a suo tempo, ai suoi superiori? Non raccontò forse che, per la durezza degli interrogatori, Pinelli si sentì male e, in seguito a improvviso malore, piombò giù dalla ringhiera? La domanda è stata rivolta dai difensori di Pio Baldelli alla fine del racconto. L’ufficiale ha risposto sbrigativo e secco: «Lo escludo nella maniera più assoluta». Ha anche «escluso» che Giuseppe Pinelli avesse subito violenze fisiche e morali durante l’interrogatorio. «Nella stanza faceva quello che voleva – ha detto -. Si alzava dalla sedia, fumava, e più volte si è avvicinato alla finestra socchiusa per gettare il mozzicone della sigaretta».

A questo punto, l’avv. Gentili, si è alzato e, con parole scandite ha detto: «Saremo in grado di dimostrare che sia la testimonianza del capitano Lo Grano sia quella di Luigi Calabresi sono false».

Dopo il racconto del capitano dei carabinieri ha fatto ancora una rapida apparizione il commissario querelante il quale, stavolta, indossava un completo verde pisello con cravatta e camicia bianca. Gli è stato chiesto: perché mai non smentì, a suo tempo, un giornale che aveva parlato di certi suoi rapporti con la CIA? «Non era il caso – ha risposto Calabresi -: del
 resto, non sono mai stato in America» E’ poi la volta di Allegra. Comincia la sua testimonianza, ma quando dice: «Chiesi a Pinelli quanti erano i ferrovieri anarchici a Milano»,
 fra il pubblico si leva un brusio 
e qualche risata. Il presidente
sospende allora l’udienza.

 

1970 04 11 l’Unità – «Nell’ufficio di Calabresi come una rissa: picchiavano Pinelli?». Sconcertante racconto di un anarchico all’«Astrolabio»

4 novembre 2015

1970 04 11 Unità Nell'ufficio di Calabresi come una rissa

Sconcertante racconto di un anarchico all’«Astrolabio»

«Nell’ufficio di Calabresi come una rissa: picchiavano Pinelli?»

Il giovane era interrogato in una stanza adiacente – «Calabresi mi disse che Pinelli era un delinquente» – Negata dalle autorità belghe l’estradizione per Ivo Della Savia, che pare si sia rifugiato altrove.

 

Una testimonianza, che suscita nuovi sospetti sulla morte di Pinelli, è stata pubblicata dall’«Astrolabio». Si tratta del racconto di Pasquale Valitutti, un anarchico fermato nelle prime ore dopo gli attentati, che veniva interrogato nell’ufficio adiacente a quello del commissario Calabresi. Valitutti esordisce narrando come fu fermato e quando vide Pinelli nella questura milanese «mi ha detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e che aveva paura di perdere il posto alle ferrovie, più tardi
mi hanno messo nella segreteria che è adiacente all’ufficio del Pagnozzi (un altro commissario della politica ndr) e ho colto dei brani degli ordini che Pagnozzi lasciava per la notte. Posso affermare che ha detto di riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione».

Si passa quindi al racconto di quella tragica serata di lunedì «Gli ho chiesto (a Pinelli) se avesse firmato dei verbali e lui ha risposto di no. Verso le 20 è stato portato via e quando ho chiesto a una guardia dove fosse mi ha risposto che era andito a casa. Dopo un po’, penso verso le 20,30 ho sentito dei rumori sospetti come di una rissa e ho pennato che Pinelli fosse ancora lì e che lo stessero picchiando. Poco dopo ho sentito come delle sedie mosse e ho visto gente che correva gridando si è gettato»

Valitutti quindi afferma che «Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente di Valpreda facendomi chiaramente capire che era nella stanza al momento in cui Pinelli cascò. Inoltre mi ha detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile».

«Specifico inoltre – conclude il giovane anarchico – che dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere il corridoio e che nei minuti precedenti il fatto Calabresi non è assolutamente passato per quel pezzo di corridoio»

La testimonianza di Valitutti, se accettata porta a tre conclusioni a) che Calabresi ad onta di quanto è stato detto era nella stanza quando Pinelli precipitò dalla finestra b) che Pinelli fu interrogato con particolare tenacia e forse con metodi poco ortodossi c) che effettivamente dopo la morte dell’anarchico funzionari di PS tentarono di screditarne la memoria facendo circolare sul conto false voci. Il dott. Caizzi che conduce l’inchiesta sulla fine di Pinelli dovrà comunque tener conto del racconto di Valitutti.

Intanto si è appreso che le autorità belghe hanno negato l’estradizione per Ivo Della Savia contro il quale il giudice Cudillo aveva emerso mandato di cattura per trasporto di materiale esplosivo. Le autorità di Bruxelles hanno negato l’estradizione facendo rilevare che il reato di cui è accusato Della Savia non è contemplato nel codice belga. Sembra in ogni caso che Della Savia abbia già abbandonato il Belgio rifugiandosi in un altro paese.

1970 05 4 Conclusa la protesta dei giovani anarchici. Sono scesi dalle mura di Porta San Giovanni

3 novembre 2015

1970 05 4 Conclusa la protesta degli anarchici

Sono scesi dalle mura di Porta San Giovanni

Conclusa la protesta dei giovani anarchici

Sono stati denunciati a piede libero per manifestazione non autorizzata

 

Dopo quarantotto ore il gruppo degli anarchici milanesi è sceso dalle torri delle mura di Porta San Giovanni dove avevano dato luogo ad una manifestazione di protesta per la versione ufficiale data dalle autorità sulla morte di Giuseppe Pinelli e per l’arresto di Pietro Valpreda. Erano in undici, mentre altri due si sono limitati a rimanere ai piedi delle mura distribuendo ai passanti dei volantini. Sono stati tutti denunciati a piede libero per manifestazione non autorizzata. Inoltre uno è stato accusato di calunnia nei confronti di un agente di pubblica sicurezza dal quale diceva di essere stato percosso.

Gli undici anarchici che per due giorni sono rimasti sulle torri sono quasi tutti studenti universitari. Uno solo è un operaio, due minorenni (il padre di uno di loro aveva presentato denuncia di scomparsa alla polizia milanese). Nel gruppo c’era anche Leonardo Clax, 21 anni, che subito dopo l’attentato alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, venne fermato dalla polizia e subito dopo rilasciato.

I manifestanti sono scesi dalle mura poco prima delle tredici di ieri mattina. Hanno lanciato di sotto numerosi volantini e poi, uno alla volta, hanno raggiunto il piazzale dove c’erano ad attenderli diversi agenti di polizia. Non hanno opposto alcuna resistenza. Mentre una cinquantina di giovani appartenenti al «movimento studentesco» protestavano per l’azione degli agenti, gli anarchici sono entrati nelle vetture e accompagnati al commissariato di zona. Dopo gli interrogatori sonò stati rilasciati e denunciati per manifestazione non autorizzata.

Nel gruppetto c’erano, come abbiamo detto, anche due ragazzi di quindici anni. Uno di loro era ricercato dalla polizia perché il padre aveva presentato denuncia di scomparsa presso la questura di Milano. Gli anarchici avevano inscenato la manifestazione di protesta sulle mura di Porta San Giovanni il 1. Maggio.

Raggiunta la vetta delle torri avevano steso lungo le mura dei grandi striscioni ed avevano cominciato a lanciare di sotto dei volantini in cui, tra l’altro, sì diceva: «Pinelli è stato suicidato, chi è colpevole della sua morte?» oppure «Valpreda è in carcere innocente: chi sono i colpevoli della strage di Milano?».

1970 04 9 Paese Sera – Forse ricostruiranno il «volo» di Pinelli. Chiesto dagli avvocati un collegio peritale. di G.M.

29 ottobre 2015

1970 04 9 Paese Sera - Forse ricostruiranno il volo di Pinelli di G.M.

Chiesto dagli avvocati un collegio peritale

Forse ricostruiranno il «volo» di Pinelli

Nell’istanza, presentata ieri, i legali della famiglia dell’anarchico chiedono che venga ammessa la costituzione di parte civile

di G.M.

 

Dal nostro corrispondente

Milano, 9. – Ancora una istanza dei legali dei familiari di Giuseppe Pinelli. E’ un esposto di otto cartelle dattiloscritte, consegnato ieri mattina al procuratore generale dottor Riccomagno, al procuratore capo dottor De Peppo e al sostituto procuratore dottor Caizzi. In sostanza, è un duro attacco al metodo con cui vengono condotte le indagini sulla morte di Giuseppe Pinelli.

«Di fronte all’atteggiamento assunto dal magistrato inquirente – si legge infatti all’inizio dell’esposto – siamo costretti ad esprimere le nostre vive perplessità». Perché, innanzi tutto, si chiedono i due difensori, gli avvocati Carlo Smuraglia e Domenico Contestabile, ci si ostina a non voler riconoscere la legittimità della costituzione di parte civile? Non è proprio questo il caso di aprire invece porte e finestre, ammettendo anche la «controparte» alle indagini?

Dice la Procura: non si ammette la parte civile perché il procedimento è contro ignoti; e poi, ammettendo la parte civile si finirebbe col riconoscere che ci sono sospetti di reato. Rispondono i difensori: «La verità è che i sospetti circolano ampiamente nell’opinione pubblica e sono stati abbondantemente raccolti dalla stampa quotidiana e settimanale». Ergo, ogni accorgimento formale improntato ad una ingiustificata «prudenza» è proprio fuori luogo in questo caso, che «è un caso oltremodo delicato – si legge nell’esposto – che interessa fortemente l’opinione pubblica e i cittadini di ogni orientamento politico».

Fatta questa «premessa», i difensori avanzano poi tutta una serie di istanze che rappresentano altrettante critiche al modo con cui viene condotta l’inchiesta. Affermano i due legali della vedova e della madre di Pinelli: «Abbiamo acquisito la certezza, attraverso informazioni direttamente assunte, che “nessun” suicidio si è realizzato, negli ultimi venti anni, con le caratteristiche di quello – preteso – del Pinelli». Quindi, i difensori chiedono che si nomini un collegio peritale, il quale «potrà esperire le opportune indagini anche presso l’obitorio di Milano per stabilire quali siano state le modalità dei suicidi e quali le lesioni presentate dai deceduti». Occorre poi mettere in luce, dicono ancora i difensori, la personalità bio-psichica di Giuseppe Pinelli, «giacché, secondo i neurologi, nessuno si suicida per caso». Del collegio peritale deve quindi far parte anche uno psichiatra.

Ci sono anche altri accertamenti da compiere, sostengono ancora i due legali: «Le modalità della caduta e del decesso di Pinelli», che non sono state sinora stabilite con precisione. «Non si sa – continuano infatti i due legali – se siano state misurate le distanze e valutate la parabola di caduta in rapporto alla presumibile spinta che il corpo ricevette per impulso proprio o altrui. Eppure si tratta di un dato estremamente importante per valutare l’attendibilità della ipotesi di caduta da suicidio o di quella dal così detto defenestramento».

Anche per questi accertamenti i difensori della vedova e della madre di Pinelli chiedono la nomina di un collegio peritale, il quale potrebbe finalmente procedere ad un esperimento giudiziale che non è stato sinora compiuto: costruire cioè «un manichino, della statura e del peso di Pinelli da gettare – con varie modalità di caduta e di spinta – dalla ben nota finestra, traendo poi tutti i rilevamenti del caso dalle modalità e dal luogo di caduta».

Ultima istanza: «Risulta infine – si legga sempre nell’esposto – che è stata disposta l’audizione dei testi Malagugini, Bottarelli e Cederna, che ebbero un colloquio col questore di Milano subito dopo il fatto. Se questi testi confermeranno quanto risulta dalla stampa (che cioè il questore avrebbe dichiarato che dei colloqui col Pinelli nulla era stato verbalizzato), si confida che il magistrato inquirente vorrà accertare se per caso tra gli atti risulti un verbale sottoscritto dal Pinelli; in tale ipotesi vorrà disporre perizia grafica per accertare se la sottoscrizione sia davvero del Pinelli».

1970 04 8 Paese sera – Nell’alibi di Pinelli non ci sono più «crepe». Smentito ancora una volta il rapporto della questura. di G.M.

29 ottobre 2015

1970 04 8 Paese sera - Nell'alibi di Pinelli non ci sono più crepe di G.M.

Nuovi testi interrogati dal magistrato a Milano

Nell’alibi di Pinelli non ci sono più «crepe»

Smentito ancora una volta il rapporto della questura – Ascoltato il medico che per primo visitò l’anarchico in ospedale

di G. M.

 

Dal nostro corrispondente

Milano, 8 — Che cosa accadrà adesso? Archiviazione oppure una vera e propria inchiesta? Il PM dr. Caizzi dovrebbe ormai aver concluso le «indagini preliminari» sulla tragica morte di Giuseppe Pinelli. E’ maturato dunque il tempo delle decisioni.

Il modo con cui sono state condotte queste «indagini preliminari» ha sollevato parecchie perplessità, e anche precise critiche da parte dei legali dei familiari del Pinelli. Innanzitutto, perché non è stato ancora consentito alla vedova e alla madre dell’anarchico di costituirsi parte civile? E poi, per quali misteriose ragioni procedurali sono stati ascoltati solo adesso testimoni che appaiono addirittura decisivi ai fini dell’inchiesta?

Solo ieri, infatti, il dott. Caizzi ha interrogato il dott. Nazzareno Fiorenzani, il medico che visitò Pinelli subito dopo il suo ricovero in ospedale. Dunque, un teste importantissimo, il quale, tra l’altro, è stato convocato in tribunale solo su istanza dei legali della vedova Pinelli. Perché questo «ritardo» nell’ascoltarlo? Non si sa, naturalmente, che cosa abbia detto il dott. Fiorenzani.

Si sa invece che cosa può aver raccontato un altro teste interrogato ieri mattina, il signor Mario Pozzi, che, indicato in un primo tempo come un lettighiere del Fatebenefratelli, è risultato invece essere uno dei testi dell’alibi Pinelli. Anche questo, dunque, un testimone decisivo, che viene giusto a smentire il rapporto che la questura, circa un mese fa ha inoltrato alla Procura della Repubblica. Si diceva, infatti, in quel rapporto: è dubbio, per non dire falso, che Giuseppe Pinelli abbia trascorso l’intero pomeriggio nel baretto di via Morgantini a giocare a carte. Sì, nel bar c’era stato, ma sino alle 15-15,30; era poi uscito per andare a riscuotere la tredicesima alla Stazione Garibaldi, come dimostra il registro dell’ufficio cassa. Dunque, c’è un vuoto di alcune ore nell’alibi Pinelli.

Questo, si diceva più o meno nel rapporto della questura. Alibi crollato, aveva quindi scritto un giornale milanese che, nel corso dell’indagine sugli attentati, è sempre stato uno dei primi a pubblicare le notizie che circolavano nei «corridoi» della polizia. Ora, il signor Mario Pozzi ha smentito decisamente le voci diffuse circa un mese fa.

Il pomeriggio del 12 dicembre, Giuseppe Pinelli lo trascorse quasi interamente nel baretto di via Morgantini. Vi era entrato verso le 14, mettendosi quindi a giocare a ramino con un «uomo dai capelli bianchi». Poi, l’uomo «dai capelli bianchi» era uscito ed il suo posto era stato preso da Mario Pozzi e quindi da Mario Magni. Giuseppe Pinelli aveva così continuato a giocare a ramino fino alle 17,30. Si era infine alzato dal tavolo dicendo: «E adesso me ne vado, adesso devo andare a prendere dei soldi».

Solo nel tardo pomeriggio, quindi, Giuseppe Pinelli era salito di nuovo sul suo motorino per andare a riscuotere la tredicesima.

Su questo dunque nessun dubbio: l’alibi di Giuseppe Pinelli non presenta zone d’ombra, margini di ambiguità. Diverse altre circostanze, invece, che non riguardano certo la giornata del 12 dicembre del «Pino», risultano piuttosto ambigue, se non addirittura preoccupanti.

 

 

1970 07 7 Paese Sera – Pinelli: in archivio gli atti non i dubbi di G.M.

28 ottobre 2015

1970 07 7 Paese Sera - Pinelli in archivio di G.M.

 

Pinelli: in archivio gli atti non i dubbi

Smentita la polizia: «Pino» con le bombe non c’entrava – Il giudice: si è ucciso in un momento di «raptus» – Però un’ora prima aveva già tentato il suicidio – Perché, se è vero, non venne sorvegliato?

di G.M

 

Milano, 7. – Tutto chiaro, tutto risolto, ogni dubbio è stato diradato. Non c’è più nulla da indagare sul «caso Pinelli», si tratta di suicidio. Così ha sentenziato il consigliere istruttore dottor Amati, che, nel tardo pomeriggio di venerdì, proprio nell’imminenza dello sciopero dei giornali, ha depositato gli atti in cancelleria perché vengano dirottati in archivio. La richiesta del P.M. Caizzi è stata dunque accolta. Non l’avevano previsto in molti, del resto? Chi si aspettava una diversa conclusione?

Il «decreto» con cui il dott. Antonio Amati ha posto la parola fine al «caso» consta di cinquantacinque cartelle, piene zeppe di dichiarazioni e di testimonianze. Solo le ultime pagine sono di pugno del giudice istruttore e rappresentano un tentativo di «ricostruzione» dei motivi che avrebbero condotto Giuseppe Pinelli al suicidio. Di fatti, in verità, ce ne sono pochi, anzi, nessun «fatto»: si esclude del tutto che Pinelli fosse implicato nei vari attentati e viene più volte sottolineata la sua onestà, la sua integrità morale (era anarchico, si dice, ma un «anarchico idealista»).

La «ricostruzione» del dott. Amati è quindi tutta giocata sulla psicologia, con abbondanti riferimenti a testi di psichiatria vecchi di quaranta anni. Questa, in sostanza la tesi sostenuta dalla sentenza: Giuseppe Pinelli si è ucciso perché colto da un improvviso raptus, da un indomabile impulso sorto dal profondo, sgorgato dall’inconscio. E per sostenere la sua interpretazione il dott. Amati si rifà a tre studi sul suicidio, uno dello Altavilla, del 1932, uno del Durkheim, del 1930, e uno del De Fleury del 1928

Ora, tutti e tre i testi distinguono nettamente tre forme di suicidio: per idea fissa, per ossessione, per impulso od automatismo. E precisa in proposito l’Altavilla: il primo tipo di suicidio avviene «nell’inerzia meditativa del malinconico»; il secondo «nell’agitazione ansiosa dell’ossessionato»; il terzo, «nell’indifferenza sorridente dell’impulsivo». Ecco, nella terza forma rientrerebbe appunto il suicidio di Giuseppe Pinelli. L’uomo sembrava infatti tranquillo, era perfino sorridente, ma dentro covava una tempesta che poi l’ha indotto a fare quel che ha fatto.

Non a caso, scrive ancora lo Altavilla, «l’impulsivo ricoverato in manicomio deve essere spesso assicurato persino col collare, per evitare che si morda, mentre non rivela alcuna sofferenza: eppure, lasciato libero, può spaccarsi improvvisamente il cranio o lanciarsi dall’alto, quasi che una furia distruttrice ghermisse od azionasse alla sua insaputa, i suoi muscoli».

E non è questo giusto il caso di Pinelli, sembra commentare il dott. Amati dopo aver riportato il brano? Dunque, un caso di suicidio «suggerito» dall’inconscio «un confuso per turbamento affettivo che, in un raptus, cioè in un gesto automatico, spinge alla morte», per riportare le parole del terzo autore citato nella sentenza, il De Fleury. Ma perchè mai Giuseppe Pinelli sarebbe caduto in preda a questo automatismo distruttore? Ecco, la parte più interessante della sentenza, è legata a questo interrogativo.

Il dott. Amati non concorda con quanto ebbe ad affermare il questore subito dopo la tragica morte di Pinelli («Il suo alibi era caduto, il suo gesto è una specie di autoaccusa»). No, per il giudice istruttore l’alibi di Pinelli non era affatto crollato: a dispetto di quello che, in un primo tempo, aveva «pensato» la polizia. Pino trascorse il pomeriggio del 12 dicembre al caffè, a giocare a scala quaranta. E così dicasi per gli altri attentati: Giuseppe Pinelli era uomo alieno dalla violenza: la sua fede anarchica era infatti di tipo «idealista», si afferma nella sentenza.

Su questo punto, dunque, la posizione del dottor Amati si discosta parecchio da quella del questore dottor Guida e del funzionario della politica dott. Calabresi. E come non poteva non discostarsene del resto? Per spiegare quindi il tragico, gesto di Giuseppe Pinelli non c’è che da appellarsi alla psicologia: nonostante le apparenze, il Pino era distrutto dopo quei tre giorni di permanenza in questura. Temeva; di perdere il posto, temeva la disoccupazione; non solo; era anche preoccupato per una frase che gli aveva detto il dott. Calabresi. Che cosa gli aveva mai detto il funzionario della politica? Questo: «Valpreda ha parlato, ha detto tutto, non c’è più niente da nascondere». Pinelli, stando ai poliziotti, sarebbe allora impallidito come un cencio, e avrebbe esclamato: «il movimento anarchico è finito». Ora, questa frase sarebbe stata pronunciata un’ora prima che avvenisse il «suicidio». Mica vero quindi quel che riferirono a suo tempo il questore e il dott. Calabresi, che cioè Pinelli si lanciò fuori della finestra subito dopo aver avuto la «rivelazione» che «Valpreda aveva parlato».

Ma non è la sola contraddizione che si rileva scorrendo le varie dichiarazioni fatte dai poliziotti. Anche sui «tempi e i modi» del «suicidio» vi sono diversi «punti d’ombra», chiamiamoli così. Alcuni affermano che Pinelli si accostò alla finestra e, dopo aver gettato la sigaretta, si buttò a capofitto. Altri invece parlano di «balzo felino» dalla sedia alla finestra.

Nel «decreto» vi è infine una testimonianza che non era assolutamente nota, fino a ieri, e che appare abbastanza significativa. E’ quella dell’autista del dott. Calabresi, Oronzo Perrone, il quale sostiene questo: che già a mezzogiorno il Pino appariva turbato; mentre si trovava nella stanza del dott. Calabresi si lanciò infatti verso la finestra e solo a stento venne trattenuto dal Perrone, che si trovava solo con lui.

Dunque Giuseppe Pinelli covava da diverse ore l’idea del
suicidio? Sembrerebbe di si,
stando a questa testimonianza.
Una testimonianza che, se riporta puntualmente i fatti, apre però un altro interrogativo:
se il Pino aveva già dimostrato di essere in uno stato ansioso, perché mai quella finestra
aperta, a mezzanotte, e per di
più con un freddo che tagliava
le ossa?

 

1969 12 17 Messaggero – Un comunista anarchico. di Anarchici di Milano riuniti in assemblea straordinaria il 16-12-1969

23 ottobre 2015

1969 12 17 Messaggero – Un comunista anarchico

Un comunista anarchico

 

 

Milano. 16 dicembre – Un comunicato sulla morte di Giuseppe Pinelli è stato diffuso oggi pomeriggio, in testo dattiloscritto su carta non intestata, dagli «anarchici di Milano riuniti in assemblea straordinaria il 16-12-1969». Il comunicato reca: «Il compagno Giuseppe Pinelli, comunista anarchico, è morto. La polizia dice che si è ucciso. Se di suicidio si tratta, di questo sono responsabili coloro che lo hanno perseguitata e vilipeso, ponendolo sullo stesso piano degli assassini fascisti. Qualsiasi accusa rivolta al compagno Pinelll è pura follia. Questa morte è l’ultimo tragico episodio dell’infame congiura reazionaria che vede nella provocazione criminale dei fascisti, nella persecuzione e nell’insensata diffamazione degli anarchici i primi passi verso una generale repressione autoritaria di tutto il movimento operaio e rivoluzionario. Nessun anarchico può essere sospettato della bestiale provocazione di piazza Fontana. Chi si presta a questi sospetti è complice degli attentatori. Per ogni anarchico che cade, un altro prende il suo posto. No pasaran!».

 

 

 

 

1969 12 16 Paese Sera – Scarcerati a Milano i «fermati» per la strage

21 ottobre 2015

1969 12 16 Paese Sera - Scarcerati a Milano i fermati per la strage

 

Scarcerati a Milano i «fermati» per la strage

 

Milano, 16. — Poco dopo mezzogiorno il Procuratore capo della repubblica dott. Enrico De Peppo ha accettato l’invito di incontrarsi con i giornalisti ricevendoli nel suo studio dove erano anche il procuratore aggiunto dott. Isidoro Alberici ed il sostituto procuratore della repubblica dott. Paolillo. Rispondendo alle domande dei giornalisti, il dott. De Peppo ha detto innanzi tutto di essere stato informato tempestivamente, la notte scorsa, personalmente dal questore di Milano, del suicidio del Pinelli. Sul tragico episodio è infatti in corso una indagine della magistratura, come sempre avviene per tutti i casi di suicidio. «Ho dato quindi le prime disposizioni, affidando tra l’altro l’incarico al sostituto procuratore dott. Caizzi, di interrogare stamane nel suo ufficio a Palazzo di giustizia le persone che stavano interrogando il Pinelli. Tutte le indagini della polizia giudiziaria, come sempre del resto, sono seguite direttamente da noi senza intermediari né delegazioni».

«Quali sono le opinioni della procura – ha chiesto un giornalista – sulle tracce seguite dalla polizia per far luce sugli attentati?». «La procura – ha risposto il dott. De Peppo – non ha opinioni fino a quando non avrà ricevuto il rapporto della polizia. Non si può comunque ora esprimere un qualunque giudizio sulla base di informazioni frammentarie. Posso dire che tutti i fermi compiuti dalla polizia sin dall’inizio delle indagini ci sono stati regolarmente notificati».

Il difensore del Pinelli – ha chiesto un giornalista – afferma che la morte del suo assistito è avvenuta in uno stato di illegittimità poiché il fermo del ferroviere non sarebbe stato comunicato alla autorità giudiziaria né da quest’ultima convalidato».

«Tutto si è svolto nella massima regolarità», ha risposto il dott. De Peppo. «Tutti i termini previsti dalla legge ha proseguito – sono stati rispettati. Proprio oggi il dott. Paolillo ha disposto la scarcerazione di 21 fermati; altri quattro sono stati invece arrestati ma per ragioni che non hanno nulla a che vedere con la strage. Il loro arresto è avvenuto in occasione delle indagini in corso ma al di là di questo non ci sono altre connessioni. Attualmente – ha aggiunto il magistrato – ci sono altri fermati per i quali ci sono pervenuti i verbali di fermo da parte della polizia. In particolare ce ne sono due che erano assieme al Pinelli, e che si trovano attualmente a San Vittore. Il dott. Paolillo procederà quanto prima al loro interrogatorio»