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A rivista anarchica anno 42 n. 372 giugno 2012 Una storia non solo mia di Paolo Finzi

18 ottobre 2012

Nella seconda edizione de “Il segreto di piazza Fontana” Paolo Cucchiarelli dedica mezza pagina a un nostro redattore. Sarebbe, in sostanza, un doppio bugiardo e un vigliacco (verso Pinelli). Ma Finzi non ci sta e qui spiega perché ha deciso di agire per diffamazione contro Paolo Cucchiarelli (e Roberto Gremmo).

Il mio 12 dicembre 1969

Influenzato, sono a letto a casa mia, in via Marcora 7, a Milano. Nel pomeriggio si diffonde la notizia di un’esplosione in centro. Telefono al mio amico Giammarco Brenelli, per sapere se ne sa di più. È un mio compagno di scuola (non di classe) al liceo classico “Carducci”, io animatore del gruppo anarchico Carducci, lui liberale, moderato, di centro: aldilà delle divergenze, siamo amici e il dialogo tra noi dura da tempo.

La sera, non ricordo esattamente a che ora, si presentano due uomini delle forze dell’ordine. Due vicini di casa hanno aperto loro il portone sotto, sono saliti al quarto piano e ai miei genitori dicono che devo seguirli, sarei – a detta di uno dei due – uno dei potenziali responsabili dell’attentato che con 17 morti ha insanguinato la città. Mia madre mi fa coprire bene, sciarpa, maglione e poi si precipita al telefono. 25 anni prima era partigiana combattente a Roma, quella sera si limita a tirar giù dal letto l’avvocato Mario Boneschi, vecchio liberale, una delle figure di punta del Partito Radicale. Dopo poco parte un telegramma per la Questura, “non torcete un capello a mio figlio, è reduce da un grave incidente motociclistico con trauma cranico e commozione cerebrale, vi ritengo fin d’ora responsabili di quanto possa accadergli mentre è nelle vostre mani”. La vecchia socialista non si è mossa male. Naturalmente apprenderò dopo questo dettaglio.

Vengo caricato in auto, il tragitto fino alla Questura è breve. Il posto non mi è del tutto sconosciuto. Ho alle spalle un paio di fermi, in entrambi i casi durante manifestazioni di piazza: la prima volta due anni prima, manifestazione in piazza Duomo, il famoso commissario Vittoria fa suonare la tromba e poi la carica della polizia. Vedo tutti che scappano, io non sono mica scemo, sto tranquillo davanti a una vetrina, così non mi succede niente. Mi caricano su di una camionetta verde e con altre decine di persone vengo portato in Questura. La seconda volta ero in via Manzoni, un poliziotto in borghese mi prende sottobraccio e molla la presa solo dentro la Questura.

Per il primo fermo arriva l’imputazione di “adunata sediziosa”, in tribunale finirà tutto nel niente (per me e per gli altri fermati/denunciati). Il mio avvocato difensore era Mario Boneschi.

Nel gennaio 1969, poi, cioè quasi un anno prima del 12 dicembre, vengono un po’ di agenti a casa mia, effettuano una perquisizione di alcune ore alla ricerca di materiale esplodente, in camera mia sollevano anche il parquet, non trovano niente. Ma dopo quella perquisizione i miei genitori mi spediscono dal citato avv. Mario Boneschi, che mi fa stendere una lettera che viene inviata in Questura e forse altrove. Io, allora diciassettenne, rivendico il mio anarchismo e al contempo il mio essere nonviolento.

Torniamo alla notte tra il 12 e il 13 dicembre 1969. Nel corso della notte vengo interrogato (“ Dov’eri lo scorso pomeriggio? Chi pensi sia stato l’autore dell’attentato?”), poi come quasi tutti vengo portato nelle celle della Questura, strapiene di fermati, quasi tutti rilasciati nel pomeriggio di sabato 13 dicembre. Quasi.

Nel salone al quarto piano della Questura ricordo qualche volto noto, Sergio Ardau, Pino Pinelli (con il quale scambio qualche battuta), Cesare Vurchio (che si ricorda di me imbacuccato, con una sciarpa al collo: ero febbricitante e la mamma prima di vedermi uscire con i poliziotti mi aveva coperto bene).

Resto in Questura fino al pomeriggio di sabato 13 dicembre.

Questo, in sintesi, il mio 12-13 dicembre.

Il mio 12 dicembre 1969 (secondo Cucchiarelli)

Cucchiarelli, nella seconda edizione del suo libro (quello della tesi delle 2 bombe contemporaneamente messe nella Banca dell’Agricoltura), ricostruisce in maniera un po’ diversa quelle mie ore.

Molto probabilmente, secondo Cucchiarelli, io sarei quel Paolo Erda che si trovava verso le ore 17.15 del famoso venerdì 12 al Circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”, quando vi si recò Pinelli, proveniente dal bar dove aveva giocato a carte al momento dell’esplosione in piazza Fontana. In realtà era già agli atti del giudice D’Ambrosio (interrogatorio di Ivan Guarnieri, 23.11.1971; interrogatorio di Ester Bartoli 23.11.1971; interrogatorio di Ivan Guarnieri 21.02.1972) che Paolo Erda era il soprannome di Paolo Stefani, quindi non ero io. E anche nell’edizione 2009 del libro “Bombe e segreti” di Luciano Lanza è scritto chiaramente che Erda era Stefani.

Se io fossi, come sostiene Cucchiarelli, Paolo Erda, sarebbe interessante – scrive sempre Cucchiarelli – sapere perchè io abbia sempre taciuto e non mi sia presentato a confermare l’alibi di Pino Pinelli. Peccato, che non essendo io Paolo Erda, tale facoltà non mi fosse data.

Poi Cucchiarelli cita Roberto Gremmo, fondatore e direttore della rivista Storia Ribelle e autore di improbabili libri “storici” spesso caratterizzati da un uso approssimativo delle “fonti” e denigratori verso gli anarchici. Questo Gremmo, nel suo “Il triangolo delle bombe” (stampato come supplemento al n. 30 della rivista Storia Ribelle nel novembre 2011), sostiene che io avrei mentito riguardo al mio fermo la sera del 12 dicembre. E lo fa, da instancabile ricercatore quale lo qualifica Paolo Cucchiatelli, rifacendosi a una fotocopia questurinesca riprodotta nel libro di Vincenzo Nardella “Noi accusiamo!” del 1972: tale fotocopia contiene 25 nomi e cognomi di fermati il 13 dicembre (e non il 12 dicembre) ed è comunque un elenco sicuramente incompleto, visto che i fermati furono complessivamente oltre un centinaio. In questo elenco parziale mancano, tra gli altri, i nomi di Giuseppe Pinelli e di Virgilio Galassi, nomi riportati anche dai giornali, il primo per le note successive ragioni e il secondo perché era il responsabile del Centro Studi della Banca Commerciale, anarchico “in sonno” da lungo tempo, per la cui scarcerazione si mosse subito il numero uno della Commerciale, Raffaele Mattioli, una delle personalità più importanti della finanza italiana di allora.

Secondo quanto riporta Gremmo, invece, Finzi non risulta affatto nell’elenco dei fermati – unico tra i compagni anarchici di Pino –, e bisognerebbe capire perché. Con queste parole Cucchiarelli chiude la mezza pagina a me dedicata. Non è roba da poco: con un piccolo passo in avanti, bisognerebbe chiedersi dov’era Paolo Finzi alle 16.37 di quel venerdì 12 dicembre, visto che a letto a casa sua non c’era (se era il Paolo Erda al “Ponte della Ghisolfa”) e poi ha millantato un fermo di polizia che non risulta.

Situazione un po’ kafkiana

Alla fine dello scorso mese di marzo, una volta letto, su segnalazione di Adriano Sofri, quanto Cucchiarelli ha aggiunto su di me nella seconda edizione del suo libro, mi sono recato dall’amico avvocato Luca Boneschi: una mia vecchia conoscenza, visto che lo conosco fin dal 1968, intanto perché allora bazzicavo anche la sede, in via Lanzone, del Partito Radicale (e Luca per un periodo era iscritto al PR) e poi perché il giovane avvocato Luca era nel comitato di difesa degli anarchici arrestati per gli attentati del 25 aprile 1969 alla Fiera Campionaria e alla Stazione Centrale di Milano (come successivamente lo sarebbe stato in quello di Valpreda). E poi Luca era nipote proprio dell’avvocato Mario Boneschi, il legale di fiducia dei miei genitori, che già si era occupato di me sia in relazione alla perquisizione del gennaio 1969 sia al precedente fermo (con denuncia) nel corso di una precedente manifestazione. Fu Luca Boneschi, dopo la morte di Pinelli, a suggerirmi di andare dal giudice Ugo Paolillo a rendere testimonianza del mio colloquio con Pinelli in Questura durante la notte tra il 12 e il 13 dicembre. Paolillo – al quale poi vennero avocate le indagini sulla strage di Piazza Fontana e sulla morte di Pinelli – era interessato a qualsiasi testimonianza di persone che lo avessero incontrato durante il suo fermo, per sapere in che stato psicologico si trovava. E io testimoniai che, pur nella palese concitazione dell’ambiente (eravamo tutti fermati in relazione a un attentato con morti e feriti) Pino era sereno e – per quanto mi riguarda – rassicurante nei confronti di un diciottenne quale ero.

Trascorsi 43 anni da quei giorni, ho dovuto raccogliere alcune testimonianze a conferma della “mia” verità sul mio 12-13 dicembre 1969. L’avvocato Gianmarco Brenelli, liberale oggi come allora, testimonia del nostro colloquio telefonico, prima citato, e allora non c’erano cellulari, se chiamavi da casa eri a casa. Mio fratello Enrico testimonia dell’arrivo delle forze dell’ordine in casa nostra e del mio fermo. L’anarchico Cesare Vurchio, allora il più stretto amico e compagno di Pinelli (erano anche coetanei), testimonia di avermi visto in Questura quella notte.

Situazione un po’ kafkiana. Dopo 43 anni devo io dimostrare quella che per me non è solo la certezza dei fatti, ma è anche la data che ha segnato profondamente la mia vita, trasformandomi in un convinto militante anarchico. Di Pinelli, di quelle giornate, ho reso spesso pubblica testimonianza in conferenze, scritti… Ho curato il dossier su Pinelli e la strage di piazza Fontana, che abbiamo realizzato come rivista “A”. Tutto falso? Tutto basato su di un mio millantato protagonismo, con menzogne e reticenze?

Gremmo e Cucchiarelli mi hanno profondamente offeso, cercando di farmi apparire un personaggio ambiguo, bugiardo e ancor peggio vigliacco con una persona, come Pino, nel ricordo della quale ho condotto da allora un certo tipo di esistenza e di impegno politico mai abbandonati.

Chiudo ricordando che nella primavera del 1970, in una riunione del gruppo “Bandiera Nera” a casa di Amedeo Bertolo, chiesi di poter “entrare nel gruppo”. Aspettai fuori dalla stanza in cui si svolgeva la riunione… E quando mi dissero che ero stato accettato, ne fui orgoglioso: ero il primo compagno a entrare nel gruppo dopo la morte di Pino. Ai miei occhi, “prendevo il suo posto”.

E oggi c’è chi crede di poter scrivere che su Pino io avrei sempre taciuto e non mi sarei presentato a confermarne l’alibi. Oltre a essermi inventato tutta la storia della malattia e del fermo in Questura. È un’offesa che mi ferisce e anche per questo ho dato mandato al mio legale di agire per diffamazione contro Roberto Gremmo e contro Paolo Cucchiarelli (e le loro case editrici).

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Finalmente! di Roberto Gargamelli

3 giugno 2012

 

Dal 31 Luglio 2009, giorno in cui presentai denuncia/querela contro l’autore della corposa “ricostruzione storica” della strage di piazza Fontana con annesse sensazionali rivelazioni del Segreto di cui nel titolo, aspettavo questo momento.

In questi anni insieme a tanti compagni ho denunciato con forza le falsità contenute in questo libello, mettendo in risalto la finalità di questa operazione: riesumare quella strategia della tensione che ha visto e ancora vede gli anarchici comodi capri espiatori.

Il 5 Giugno 2012, dopo la richiesta di rinvio a giudizio del Cucchiarelli Paolo, autore del libro “il Segreto di Piazza Fontana”, e del Mazzitelli Gianluca Luigi Maria, Editore, fatta dal P.M.di Milano dott.ssa Ester Nocera, avanti il G.U.P.del Tribunale di Milano ci sarà l’udienza preliminare.

Forse riusciremo a smascherare il tentativo neanche tanto sotteso di screditare ancora una volta, dopo ben 43 anni!, la memoria storica e giudiziaria della nostra Assoluta Estraneità a quella immane tragedia che fu la Strage di Piazza Fontana a Milano nel 1969, sia come anarchici che, perciò stesso ancor più, esseri umani.

Tentativo portato avanti anche con film quali Romanzo di una Strage “ispirato” da questo compendio di falsità che ne determina la futilità.

Le “doppie bombe” anarchiche e fasciste: Valpreda pagato da fascisti e servizi per mettere “bombette fumogene” puntualmente raddoppiate dagli stessi, io che “fin da bambino giocavo nel sottopassaggio della BNL di Roma dove lavorava mio padre…” dove fu posta una delle cinque bombe di quel maledetto 12 Dicembre 1969 e tutte le altre infinite perle inventate dal Cucchiarelli per far resuscitare la teoria degli opposti estremismi così cara ancora oggi agli eredi della DC e del PCI che all’epoca ne fecero la bandiera vincente su un movimento ( nazionale e non solo) di lotta antiautoritario ormai fuoriuscito dagli schemi partitici e dal controllo statale.

Questo mi sono ripromesso di fare con la denuncia di questo vergognoso pamphlet: la memoria storica deve essere sempre e con ogni mezzo difesa dagli sciacalli stagionali, e a questo preciso scopo abbiamo costituito l’Associazione Pietro Valpreda per la Verità sulle Stragi la cui voce sarà il blog HTTP://STRAGEDISTATO.WORDPRESS.COM/

                                                                                Roberto Gargamelli

Roma, 2 Giugno 2012

Umanità Nova n22 7 giugno 2009 Lo stato ci vede doppio di Luciano Lanza

3 ottobre 2011

Un nuovo libro sulla strage del 12 dicembre 1969 avanza un’ipotesi che ha dell’incredibile: Pietro Valpreda ha portato veramente una bomba nella Banca nazionale dell’agricoltura. Ma credeva di fare solo un attentato dimostrativo. In realtà era teleguidato dai neonazisti. Ed era affiancato da un sosia che ha deposto nell’istituto di credito un’altra bomba.

«Sulla tomba di Pino Pinelli c’è proprio una poesia di quell’antologia che, un natale, il commissario Calabresi regalò all’anarchico». Siamo a pagina 621 de “Il segreto di Piazza Fontana” (Ponte alle grazie, Milano, 2009) scritto da Paolo Cucchiarelli, giornalista dell’agenzia di stampa Ansa. Un libro da non sottovalutare. Con ricostruzioni e indagini approfondite, ma capace di affiancare a queste indagini anche ipotesi senza fondamenti oggettivi, o svarioni… Uno di questi errori, irrilevante, certo, però indicativo di un modo di procedere, è proprio la frase riportata. Perché, come lo stesso Calabresi aveva dichiarato al processo contro Lotta continua, lui aveva regalato a Pinelli “Mille milioni di uomini” di Enrico Emanuelli e Pinelli, per non sentirsi in debito con un commissario di polizia, aveva contraccambiato con il suo libro preferito: Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

Ma questo, lo ripeto, è un dettaglio di poco conto. Quello che conta è la nuova tesi: alla Banca nazionale dell’agricoltura il pomeriggio del 12 dicembre non scoppiò una sola bomba, ma ne scoppiarono due. Una portata da Pietro Valpreda, anarchico, un’altra da Claudio Orsi, neonazista e sosia di Valpreda. E così la storia di quell’assurdo viaggio di Valpreda che prende un taxi in piazza Beccaria per farsi portare in via Santa Tecla, scendere dicendo al tassista di aspettarlo e poi farsi portare in via Albricci diventa il doppio di un altro viaggio, sempre in taxi, di Orsi. Con destinazione la Banca dell’agricoltura. Come ho già sottolineato nel mio libro “Bombe e segreti. Piazza Fontana: una strage senza colpevoli“, Valpreda avrebbe preso un taxi per risparmiarsi 135 metri di percorso (da piazza Beccaria alla banca) per farne 234 (da via Santa Tecla alla banca e ritorno). Con in più il concreto rischio di lasciare una traccia su un tassista a cui si chiede un tragitto così strano. Ma per Cucchiarelli questo non è di ostacolo: c’è un altro attentatore, Orsi, che prende un taxi per andare a deporre la seconda bomba alla Banca dell’agricoltura.

Il motivo? «In questo caso, quale doveva essere il ruolo da assegnare a un sosia di Valpreda? Solo un ruolo aveva un senso: doveva incastrare il ballerino. Ma se la prima cosa che può venire in mente è che il sosia avesse agito in suo luogo, ora tutti gli elementi che dimostrano la presenza di una doppia bomba a piazza Fontana ci indicano un’altra soluzione: il sosia doveva incastrarlo agendo in parallelo con lui, su un altro taxi. A questo punto è chiara la ragione di una così macchinosa messa in scena. Se due bombe parallele dovevano arrivare alla BNA, si doveva avere la certezza che sempre e comunque uno sarebbe risultato l’uomo incriminato. E due uomini diventano uno, se sono molto somiglianti» (p. 207).

Ma come poteva sapere il sosia che Valpreda avrebbe preso un taxi? E quali sono gli elementi per dire che Valpreda fosse quel giorno in piazza Fontana? Solo la testimonianza di Rolandi che già nei lunghi processi su piazza Fontana ha perso ogni credibilità.

Ma Cucchiarelli non si ferma di fronte a queste «banalità» e a pagina 315 scrive: «Quando lasciò Roma l’11 dicembre, Valpreda aveva una certezza, ferma, concreta: doveva collocare a Milano una borsa con un ordigno non destinato a uccidere, una bomba di protesta. Era un’operazione semplice, lineare: doveva andare a prendere la borsa in un certo posto, portarla alla banca e andarsene in fretta. Forse non stava molto bene e comunque non poteva rimanere troppo tempo in giro: doveva tornare a casa dalla zia. Doveva avere un alibi.

Quando aveva ritirato la borsa a Milano, attorno a lui c’erano volti che l’anarchico riteneva sicuri. Il timer aveva – apparentemente – due ore di corsa prima che il circuito si chiudesse (!) La vera corsa del temporizzatore invece era di un’ora. (!) Pietro non seppe, non vide o non capì. Il risultato fu identico: doveva essere solo un gesto esemplare; fu la strage».

Qui siamo al romanzo. Ma le inchieste devono basarsi sulla ricostruzione dei fatti, su fonti attendibili, su circostanze riscontrabili. In questo caso c’è solo un’ipotesi, fantasiosa certo, ma che non ha riscontri. Un’ipotesi che cerca di ridare dignità, in fondo, a quella maldestra messa in scena che quarant’anni fa cercava di coprire i veri responsabili e, soprattutto, i loro mandanti. Troppo facile inventare storie che in questa stagione di «revisionismo» i giornali sono pronti a rilanciare.

Luciano Lanza

Messaggero 7 Dicembre 2009 – «non intendiamo essere associati a una strage di stato» la protesta dell’anarchico Roberto Gargamelli contro il libro di Paolo Cucchiarelli

9 dicembre 2009

Messaggero 7 Dicembre 2009

Piazza Fontana, nuova inchiesta 40 anni dopo: i segreti della strage in un libro

Piazza Fontana: i libri per ricordare e capire, 40 anni dopo

Anarchici e Gladio contro autore libro. I familiari da Napolitano: riapre l’inchiesta

ROMA (6 dicembre) – Si avvicina l’anniversario della strage, la procura di Milano ha un nuovo fascicolo con il quale indagare e i familiari delle vittime chiedono ancora di conoscere la verità e questa volta la domanda verrà rivolta al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L’appuntamento è per domani, 7 dicembre.

Il ricordo della strage di Piazza Fontana deve «contribuire a rafforzare nelle giovani generazioni una coscienza civile in difesa di quei valori di libertà e di legalità che sono alla base della nostra democrazia, contro ogni forma di fanatismo politico, di odio ideologico e di violenza terroristica». È l’auspicio del presidente della Camera Gianfranco Fini, nel messaggio inviato per l’anniversario della strage di piazza Fontana, di cui si è parlato alla Camera in occasione della presentazione del libro del giornalista dell’Ansa Paolo Cucchiarelli “Il segreto di Piazza Fontana”.

Una presentazione movimentata, che ha visto la protesta dell’anarchico Roberto Gargamelli, finito tre anni in carcere insieme a Valpreda («non intendiamo essere associati a una strage di stato») ma anche quella dell’ex responsabile di Gladio, il generale Paolo Inzerilli, che ha difeso l’associazione, nata durante la guerra fredda, dall’accusa di essere coinvolta nella strage.

Il libro di Cucchiarelli ruota infatti intorno alla tesi che il 12 dicembre del 1969 effettivamente l’anarchico Valpreda portò una bomba a Piazza Fontana; solo che si trattava di un ordigno innocuo, che un gruppo neofascista fece diventare mortale accostandogli una seconda bomba, realizzata con un esplosivo proveniente dai nascondigli di Gladio. Se l’anarchico Gargamelli ha preannunciato querele, la responsabilità di Gladio è stata negata dal generale Inzerilli: «Nei nascondigli di Gladio c’era solo esplosivo C4 americano, e non esplosivo jugoslavo», cioè quello che sarebbe stato usato nella strage.

«Gladio, poi, era una struttura che aveva solo il compito di preparasi a contrastare un’eventuale invasione. Niente a che vedere con altri gruppi come gli Rds, collusi con il servizio segreto interno e dove agivano esponenti di Ordine Nuovo». «Il 12 dicembre – ha replicato Cucchiarelli – è stata fatta un’operazione di intelligence. Gli autori della strage si erano costruiti un capro espiatorio, gli anarchici, su cui scaricare la responsabilità della strage. È un pò quello che accadde a Portella delle ginestre, dove a sparare contro i lavoratori furono sia gli uomini di Giuliano, ma con armi che non avevano la potenza necessaria per raggiungere gli obiettivi, sia gli uomini della decima mas, che avevano armi più potenti, erano piazzati più vicini e vanno considerati come i veri autori della strage. Ed è grossomodo quello che accadde a Piazza Fontana. Il tutto inquadrato nel contesto politico dell’epoca: alla strategia dell’attenzione verso la sinistra, praticata da Aldo Moro, si rispondeva a suon di bombe con la strategia della tensione».

“Il segreto di Piazza Fontana” e il dibattito sul doppio stato: un intervento di Fabio Cuzzola, insegnante di italiano e latino nei licei

30 novembre 2009

http://www.aldogiannuli.it/?p=593#more-593

“Il segreto di Piazza Fontana” e il dibattito sul doppio stato: un intervento di Fabio Cuzzola, insegnante di italiano e latino nei licei

L’intervento di Fabio Cuzzola, insegnante di italiano e latino nei licei

Ho letto e studiato alacremente l’ultima fatica di Paolo Cucchiarelli; complice lo scarso coinvolgimento che vivo per l’ordinaria burocrazia degli esami di stato e l’interesse che nutro per le vicende in questione sin dai tempi della mia formazione universitaria. Ho utilizzato il verbo “studiare”, perché come tento di insegnare ai giovani, qualsiasi cosa vogliamo scoprire e criticare, è necessario prima esaminarla, conoscerla e poi giudicarla.

Premetto inoltre, che non avendo vissuto quella stagione politica, non porto gli “occhiali” deformanti dell’ideologia manichea, anzi nella mia quotidianità educo a liberarsi da ogni dogmatismo per ricercare da sè libertà e giustizia.

Alla chiusura del libro le prime considerazioni sono legate ad un vecchio adagio filosofico: “La creatura ha finito per divorare il creatore!”.

Come tutte le opere storiche, che hanno la pretesa di essere monumentali, il libro di Cucchiarelli finisce per snocciolare materiali su materiali, a dir vero molto interessanti nella prima parte del volume, senza però badare all’impianto delle fondamenta rappresentato dalle fonti.

L’autore stesso in fase introduttiva comunica al lettore le sue scelte in questo campo, sottolineando di aver preferito le fonti archivistiche, documentali-giornalistiche a quelle orali.

Tuttavia alla fine, l’impianto del “radoppio dell’attentato” è verificabile sulle dichiarazioni rese allo stesso autore dal dottor Russomanno e da un tale “Mister X”.

Il primo, mio conterraneo, nato a Reggio Calabria nel 1924, ha trascorso tutta la sua vita a depistare e creare, come lui stesso ha affermato in passato, elementi di deviazione come “il Grande Vecchio”; penso non sia credibile un agente dei servizi segreti che ancora oggi afferma, riferendosi agli storici che: “la strategia della tensione e’ una invenzione vostra”.1

La seconda fonte orale di peso è quella rappresentata da una persona della quale non si vuol far conoscere l’identità; questo può andare bene per il giornalismo, ove la deontologia professionale suggerisce la riservatezza delle fonti, non dovrebbe essere così per lo storico.

Per chi si cimenta con la storia le fonti più sono condivisibili, più gli studi hanno credibilità.

In tal senso mentre il giornalista deve fare lo “scoop”, lo storico deve suscitare interesse, stimolare altre ricerche, inaugurare altri filoni di studio. Il giornalista lavora sull’oggi, lo storico per il domani. A questo proposito anche la scelta del titolo sensazionalistico dell’opera: “Il segreto di Piazza Fontana. Finalmente la verità sulla strage……”, avrebbe la pretesa di mettere il punto esclamativo in materia, se Bloch avrebbe avuto la stessa pretesa di verità, nessuno di noi negli ultimi sessantenni avrebbe mai scritto nulla sulla società feudale. L’approccio alla ricerca da parte dell’autore e “milanocentrico” ovvero, non credendo alla strategia della tensione, e basandosi molto su quella degli opposti estremismi, sfronda molti elementi utili per ricostruire il contesto del prima e del dopo.

In particolare viene espunto tutto quello che è lo scenario meridionale.

Solo qualche esempio.

I timers di Freda, arrivano in quantità in Calabria; parte di essi vengono utilizzati per gli attentati ai treni dei sindacati del 22 ottobre del ’72; un’altra partita verrà scoperta dalla guardia di finanza in un deposito clandestino di Avanguardia Nazionale a Reggio ancora nel 1976.2

Lo stesso Freda che in pieno processo a Catanzaro verrà aiutato nella sua fuga-latitanza dalla ‘ndrangheta, a conferma che i rapporti nord-sud esistevano a cominciare dal ’68, passando per la rivolta di Reggio.

Per ritornare a Milano quei giorni, così come ricostruiti da Cucchiarelli, sembrano più la cronaca di una maratona.

Ventura gira con due borse da portare ai coniugi Corradini, Pinelli corre per bloccare la trappola tesa agli anarchici, l’agente segreto Fusco corre da Roma per bloccare la strage, insomma quanti sapevano e non hanno fermato quest’orrendo misfatto??!!

Il tutto poi per che cosa? Per incastrare Feltrinelli! Già sembra dalla ricostruzione del libro che la strage di Piazza Fontana sia stata ordita per incastrare Feltrinelli! E’ vero che rileggendo le carte delle mie ricerche per i libro: “Cinque anarchici del Sud”, tutti gli interrogatori dei fermati anche a Reggio partivano con la domanda: “Conosci Feltrinelli??”, ma pensare che il raddoppio sia stato effettuato per incastrare l’editore rivoluzionario mi sembra una reductio.

Ma andiamo ora alla parte secondo me più incerta, quella che riguarda il movimento anarchico.

Inizialmente il tutto muove, interpellando vari testimoni presenti all’epoca, della conferenza stampa tenuta dai giovani anarchici, spesso appellati erroneamente “neoanarchici”, per distinguerli dai “vecchi”, subito dopo la strage. Viene virgolettata la frase che parla di altre bombe, ma non si riesce ad attribuire con certezza a nessuno dei presenti tale affermazione. Il tentativo di attribuire agli anarchici la scia degli attentati del 1969 non è nuovo nella storiografia, è certo però che il movimento anarchico non aveva la struttura per architettare l’ondata di attentati dell’epoca. In tal senso invece una tra le poche certezze processuali a nostra disposizione è che per gli attentati del 25 aprile del ’69 a Milano è stato condannato nel processo di Catanzaro del 1981 il neofascista Giovanni Ventura!

Non è chiara poi all’autore la distanza politica tra Feltrinelli e gli anarchici, forse accomunati solo in quanto responsabili di attentati, ma Feltrinelli era marxista e fliocastrista, anni luce dall’anarchia.

Come ancora meno plausibile il ruolo di Roberto Mander descritto trait d’union fra Pinelli e Valpreda, Mander all’epoca aveva solo diciassette anni!

Il nome di Mander riporta al circolo del “22 marzo”, al quale viene dedicato ampio spazio, perché nel libro protagonista degli attentati romani del 12 dicembre. Se è vero che il gruppo, nel quale era stato accolto il milanese Valpreda, venne costituito nel giorno della famosa intervista a Ciao 2001, il 19 novembre del ’69, meno di un mese prima degli attentati, risulta improbabile l’organizzazione di attentati di tale portata. Il “22 marzo” nasce già con il “virus” di Merlino e Ippoliti al suo interno, ed è falso che Valpreda abbia intrattenuto rapporti politici precedenti a quella data con neofascisti o agenti infiltrati.

A supporto della sua tesi, Cucchiarelli cita il convegno internazionale degli anarchici tenutosi a Carrara nel settembre del ’68, sostenendo di una nutrita presenza di neofascisti infiltrati all’evento. Aggiunge inoltre che fra questi molti avevano partecipato al famoso “viaggio–premio” organizzato dall’estrema destra in Grecia nell’aprile del ’68.3 Sarebbe bastato paragonare l’elenco degli anarchici presenti a Carrara, con quello dei giovani neofascisti in Grecia per verificare l’infondatezza della prova. Presente era Valpreda con il gruppo di Milano; Merlino aveva già avuto mandato di infiltrarsi fra i maoisti dopo la spaccatura dovuta agli di Valle Giulia. Valpreda sbandato e hippie venditore di collanine viene paragonato da Cucchiarelli a Lee Oswald, ma non sono sicuro che gli Stati Uniti abbiano fatto i conti fino in fondo con il caso Kennedy.

Risibile è infine la storia di Pinelli che informa la polizia della strage; s’immagini la scena: “Pronto polizia!?? Sono Pinelli, abbiamo messo due bombe, correte a disinnescarle!!”, il virgolettato è mio, ma potrebbe essere una battuta degna del miglior Dario Fo se non si stesse trattando di una ricostruzione storica e non satirico-romanzesca!

Ed è così che a furia di una verità tra mille piste di ricerca e di confronti incrociati che nasce l’incertezza del libro; nei paragrafi concernenti la figura di Pinelli e il “doppio” ferroviere, ho contato, sarà per deformazione professionale, venticinque proposizioni interrogative ed altrettanti periodi ipotetici, il che mi fa pensare più ad una ricostruzione di Carlo Lucarelli, che onestamente pone dubbi nelle sue trasmissioni divulgative, piuttosto che ad un lavoro storico.

Se cadiamo e crediamo in queste sabbie mobili, la deriva è quella di cancellare il confine tra vittime e carnefici, preparandoci ad un quarantesimo anniversario della strage, più lontano dalla verità e dalle responsabilità.

Mi piace ricordare una frase di Vittorini che uno studente anonimo ha scritto in una classe della mia scuola: “Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita e uno è perseguitato; e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato.”

Fabio Cuzzola, docente di Italiano e Latino nei licei, 8 luglio ‘09

P.S. La storia della vicenda di Piazza Fontana, vera cesura storica della nostra storia contemporanea, ha catturato l’attenzione di numerosi studiosi e credo continuerà a farlo per molto tempo, proprio perché credo che la storia sia una verità sempre aperta, e con il passare degli anni, l’apertura di nuovi archivi, e speriamo la fine del “segreto di stato”, molto ancora ci toccherà in dono da studiare.

19 giugno 2009 Un’occasione persa. “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli di Francesco “baro” Barilli e Saverio Ferrari

30 novembre 2009

http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=2992&Class_ID=1003#top

19 giugno 2009

Un’occasione persa

“Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli

Francesco “baro” Barilli e Saverio Ferrari – Osservatorio democratico

piazza fontana

Il segreto di Piazza Fontana, scritto da Paolo Cucchiarelli e uscito per l’editore Ponte alle Grazie (pag. 704, € 19,80), è un lavoro interessante e inquietante nella prima parte, sconcertante e irritante nella seconda. Fonde elementi di inchiesta a voli pindarici dell’autore – che si fanno via via più fantasiosi, depotenziandone il contenuto – e appare viziato alla base da un difetto: il cadere in ricostruzioni azzardate, con concessioni alla più sfrenata dietrologia. Un limite che rende il libro non una sorta di verità definitiva sulla “madre di tutte le stragi”, come è stato pubblicizzato, ma un contributo che rischia di mettere in ombra persino la parte di verità già accertata.

Le due bombe nella banca, quelle “scomparse” e “l’ingenuità” degli anarchici

Quel giorno, alla Banca nazionale dell’agricoltura, sarebbero state portate due bombe. Una di matrice anarchica; dotata di timer e trasportata nella banca da Pietro Valpreda, era destinata a un attentato dimostrativo, dovendo esplodere quando gli uffici erano già chiusi e privi di persone. La seconda, più potente, sarebbe stata portata dai fascisti; dotata di accenditore a strappo e di una miccia, fu fatta esplodere prima di quella anarchica, innescando forzatamente pure questa. Fu l’ordigno a miccia a causare la strage, e la strategia era finalizzata ad addossare l’attentato alla sinistra. Più precisamente, i fascisti non intendevano fermare il proprio depistaggio a poche schegge dell’ambiente anarchico, ma volevano arrivare fino all’editore Giangiacomo Feltrinelli. In questa ottica Valpreda, pur restando sostanzialmente innocente, torna ad essere figura assai discutibile: ingenuo burattino dei fascisti, stragista involontario, testa calda che si accompagnava a frequentazioni dubbie, mentitore per necessità. Un conto è però ricordare Valpreda come un ingenuo (anche commentatori più benevoli con l’anarchico lo ricordano così), ben altra cosa è descriverlo come una marionetta teleguidata che segue indicazioni altrui senza porsi domande o dubbi: il suo comportamento, nella ricostruzione di Cucchiarelli, rasenta più l’imbecillità che l’ingenuità. Si pensi solo che avrebbe ritirato la bomba, da collocare alla banca, nella sede degli studenti greci simpatizzanti col regime dei colonnelli… Gli attentati certi del 12 dicembre ’69 furono 5. A Milano, oltre che in Piazza Fontana, un ordigno venne ritrovato inesploso alla Banca commerciale italiana di Piazza della Scala. Fu fatto frettolosamente brillare, con la conseguente compromissione di materiali che potevano rivelarsi utili nelle indagini. Altre tre bombe furono collocate a Roma. Una esplose nei sotterranei della Banca nazionale del lavoro. Le altre due scoppiarono in successione presso l’Altare della Patria. Secondo Cucchiarelli quel giorno a Milano sarebbero falliti altri due attentati. Questa voce fu riportata già da alcuni quotidiani nei giorni successivi il 18 dicembre 69: i giornali riferirono di una conferenza stampa tenuta il giorno precedente dagli anarchici del circolo del Ponte della Ghisolfa. Secondo tale fonte, la sera del 12 dicembre sarebbero stati ritrovati altri due ordigni inesplosi, uno in una caserma militare e uno in un grande magazzino; la Questura milanese smentì la circostanza. Ne “Il segreto di Piazza Fontana” si ipotizza che anche questi due ordigni fossero di matrice anarchica, e che pure questi dovessero essere manomessi o raddoppiati dai fascisti, per rendere più pesante il bilancio stragista. E qui si torna alla “stupidità” degli anarchici, che doveva essere, se si vuol credere al libro, una loro caratteristica endemica: secondo l’autore è Giovanni Ventura a portare l’11 dicembre due bombe ai coniugi Corradini, e sempre secondo Cucchiarelli si tratta proprio dei due ordigni “scomparsi”. Va sottolineato che i Corradini erano attivisti anarchici tornati in libertà solo il 7 dicembre, dopo mesi di carcere per gli attentati del 25 aprile, un’accusa per cui buona parte del loro gruppo era ancora detenuta. In questo contesto appare inverosimile che due persone da poco scarcerate si espongano con leggerezza a una simile operazione: per i Corradini si andrebbe oltre l’imbecillità.

Il ruolo di Pinelli e la sua morte

Pure il ferroviere anarchico dal libro esce innocente, ma non privo di macchie. Quel giorno Pinelli avrebbe intuito la trappola fascista in cui stavano per cadere i suoi compagni e si sarebbe adoperato per evitare che le altre due bombe scoppiassero a Milano. Per questo avrebbe fornito un alibi falso a chi lo interrogava, facendo insorgere sospetti sul suo conto; nella concitazione dell’interrogatorio, sarebbe nata una colluttazione, sfociata nella mortale caduta dal quarto piano della Questura milanese. Nel caso Pinelli, la ricostruzione della dinamica della caduta appare valida, anche se non viene aggiunto nulla di nuovo al panorama, che già contemplava la colluttazione e la morte “incidentale” tra le ipotesi. Da sottolineare – anche se a livello di pura aneddotica – che se gli altri anarchici sono rappresentati come sciocche marionette, secondo Cucchiarelli Pinelli avrebbe mandato messaggi cifrati su Valpreda addirittura utilizzando l’enigmistica (pag. 246)! Ci sfugge, in un simile ambiente, chi avrebbe potuto coglierli: certo non i suoi compagni.

Quando la dietrologia inganna

Come già accennato, Cucchiarelli ha sicuramente svolto un grande lavoro di documentazione, e – almeno per quanto riguarda la prima parte del libro – si può supporre che le intenzioni fossero sincere. In un video sul web (C6.tv) ha dichiarato “Gli anarchici sono rimasti vittime di una trappola, predisposta nel tempo (durante tutto il 69, con l’aiuto e la copertura dello stato e dei servizi segreti) affinchè fossero il capro espiatorio, coloro che dovevano pagare per questa trappola”. Affermazione nella sostanza condivisibile, ma non c’era bisogno di un lavoro così imponente per formularla. Il lavoro giudiziario su Piazza Fontana è stato già notevole: certo, incompleto sul piano degli esiti penali e per questo deludente, ma molte cose sono state appurate, specie nell’ultima istruttoria, conclusa in Cassazione il 3 maggio 2005. In Veneto fu costituito, nell’alveo di Ordine Nuovo, un gruppo eversivo che aveva cervelli e manovalanza principalmente nelle cellule di Padova e Mestre. E’ in questo ambito che vengono realizzati gli attentati del ’69, da quelli incruenti della primavera-estate fino a quello tragico del 12 dicembre. Per quanto riguarda responsabilità personali nessuno è stato condannato, ma su Franco Freda e Giovanni Ventura, principali esponenti padovani del gruppo, tutti e tre i gradi di giudizio hanno espresso una valutazione – citando un commento del Giudice Salvini scritto il 15 maggio 2005 per il periodico dell’ANPI – di “colpevolezza storica, anche se non traducibile in una sentenza di condanna”, essendo i due soggetti già stati assolti in un altro processo e per il noto principio giuridico secondo cui nessuno può essere processato due volte per lo stesso reato, se nel frattempo è stata già emessa una sentenza definitiva di assoluzione.

In questo quadro fa eccezione Carlo Digilio, e sul particolare correggiamo un errore – formale ma di un certo rilievo – di Cucchiarelli. Ne Il segreto di Piazza Fontana l’autore annovera pure Digilio fra gli assolti (per prescrizione). In realtà l’artificiere di fiducia di Ordine Nuovo nel Veneto fu condannato in primo grado: si riconobbe che aveva svolto, come confessato, una consulenza tecnica sull’esplosivo poi usato nella strage. Appello e Cassazione non hanno smentito quella sentenza, a cui l’interessato non oppose ricorso. La prescrizione, in questo caso, non inficia la condanna, che è passata in giudicato rendendo Digilio tecnicamente l’unico colpevole processualmente accertato per la strage.

I finti scoop

In un’inchiesta complessa come quella su Piazza Fontana (intricata di suo, inquinata dai noti depistaggi, ormai appesantita da anni che la rendono ancora più difficoltosa) è normale affidarsi, oltre che ai fatti, a ragionamenti logico deduttivi o a intuizioni. L’importante è non farsi accecare dalla voglia di giungere a un risultato, spacciando le ultime per fatti acclarati. Purtroppo è proprio in questo tranello che cade Il segreto di Piazza Fontana. Tutta la spiegazione sulla doppia bomba alla Banca dell’agricoltura resta una teoria non sorretta da elementi solidi. Peraltro, c’è un dato storico che a Cucchiarelli sembra sfuggire: che i fascisti abbiano ideato una strategia complessa per addossare la strage agli anarchici è cosa ormai condivisa da tutti, e così pure che questa sia risultata efficace per lungo tempo. Perché i fascisti avrebbero dovuto renderla ancora più intricata di quanto già non sia apparsa negli anni? Come ha ricordato Sofri nel suo ultimo libro (La notte che Pinelli), le indagini si orientarono verso gli anarchici, e su Valpreda in particolare, ben prima del “riconoscimento” di quest’ultimo, avvenuto la mattina del 16 dicembre: addirittura dal tardo pomeriggio del 12 dicembre, quando Pinelli viene invitato in Questura. Pinelli segue da via Scaldasole col proprio motorino il Commissario Calabresi che, con la propria vettura, carica con sé Sergio Ardau, un altro anarchico. E’ lo stesso Ardau a ricordare che Calabresi e Panessa (funzionario di polizia che avrà un ruolo chiave nella successiva caduta del ferroviere anarchico) gli parlarono già durante il viaggio, accennando già in quel momento alla matrice anarchica dell’attentato e alle responsabilità di Valpreda. I fascisti, insomma, potevano seminare su un terreno già pronto al raccolto, senza complicarsi la vita fra doppie bombe, ordigni scomparsi, manovalanza inconsapevole (Valpreda) e consapevole (il vero attentatore); tutti elementi che, aggiungendosi a una tela già fitta, rischiavano di indebolirla invece di consolidarla. Da notare anche che neIl segreto di Piazza Fontana si affronta pure un’altra ipotesi che per anni ha affascinato storici e magistrati: quella del “sosia di Valpreda”, ossia del neofascista che sarebbe stato prescelto per compiere l’attentato proprio per la sua somiglianza con l’anarchico.

Cucchiarelli in proposito arriva a una conclusione bizzarra: essendo due le bombe da depositare nella Banca, ci fu sì Valpreda, ma pure il suo sosia, entrambi arrivati sul posto con due distinti taxi. Anche in questo caso si tratta non solo di un particolare poco spiegabile (se si aveva la certezza di far compiere l’attentato a Valpreda e di incastrarlo con un riconoscimento, perché anche l’altro attentatore doveva essere un sosia dell’anarchico?), ma pure di un appesantimento organizzativo che poteva mettere a repentaglio l’operazione. Peraltro, la coltre di silenzi e depistaggi gravante su Piazza Fontana in questi quarant’anni si è parzialmente disgregata anche nell’ambiente neofascista e ordinovista, e pure questo è un elemento non tenuto in debita considerazione da Cucchiarelli. Specie nell’inchiesta Salvini, iniziata alla fine degli anni 80 e sfociata nel processo concluso nel 2005, molti “camerati” hanno parlato, alcuni dando un contributo alla ricostruzione dell’eversione nera e stragista. Digilio, Siciliano, Bonazzi, Vinciguerra e altri hanno aperto il proprio album dei ricordi, alcuni vagamente, altri in modo preciso e circostanziato. Pure sull’intenzione di far ritrovare in una villa di Giangiacomo Feltrinelli timer analoghi a quelli usati il 12 dicembre Cucchiarelli non svela niente di nuovo: nell’ultima istruttoria ne hanno parlato Giusva Fioravanti, Bonazzi, Calore e persino Giannettini (l’agente Zeta del Sid, pesantemente implicato nelle indagini fin dagli anni 70). Dunque, perché mai in questo mare di rivelazioni (molte delle quali fatte da persone ormai non perseguibili penalmente, quindi contrassegnate da minori margini di ambiguità) non è emerso nulla sulla pista della doppia bomba? Se nell’immediato si trattava di particolari da sottrarre accuratamente alle indagini, i motivi di un’uguale riservatezza in rivelazioni di trent’anni successive non paiono spiegabili.

Considerazioni a parte sono invece dovute a un altro particolare che Cucchiarelli evidenzia nel libro: il ritrovamento di un pezzo di miccia, menzionato nella fase iniziale delle indagini e poi inspiegabilmente uscito di scena, che fa pensare a un ordigno il cui innesco fosse di tipologia diverso da quello ormai consolidato nella storia di Piazza Fontana (ossia: un innesco a miccia in luogo del famoso timer). Questo particolare è forse il più rilevante fra quelli apparsi nella prima e più interessante parte del volume, nonché difficile da controdedurre. Resta però un elemento solitario, da solo insufficiente per avallare ricostruzioni alternative a quella che la Magistratura ha già puntualmente descritto, pur senza arrivare a responsabilità personali. Un elemento che invece Cucchiarelli utilizza davvero come una miccia, per accendere il motore che lo porterà su un percorso che, da qui in poi, si fa arbitrario.

I timer: ricostruzione interessante, conclusioni discutibili

Cucchiarelli fa una lunga dissertazione sui timer (da 60 e 120 minuti) comprati dal gruppo di Freda e Ventura per Piazza Fontana e in generale per l’operazione del 12 dicembre. In particolare si sofferma sull’intercambiabilità e sulla modificabilità dei “dischi orari”. Il suo intento è dimostrare che un timer da 120 minuti potesse essere trasformato in uno da 60, ingannando così un potenziale “attentatore in buona fede”, il quale si sarebbe convinto di posare un ordigno la cui esplosione era stata programmata due ore dopo l’innesco, mentre in realtà il tempo concesso alla detonazione era dimezzato.

La riflessione sulla manomissione dei dischi-tempo è interessante, ma crea alcuni buchi logici nella stessa ricostruzione di Cucchiarelli, di cui l’autore sembra non accorgersi o liquida con superficialità. Se la bomba “anarchica” era destinata a esplodere per induzione, cioè grazie a quella posata accanto dai fascisti e con l’innesco a miccia, perché si doveva modificare il timer? A quel punto sarebbe andato benissimo il temporizzatore da due ore, il risultato sarebbe stato analogo. Anzi, tutto sommato sarebbe stata una metodologia persino più sicura: si sarebbero evitate operazioni ridondanti (la modifica del timer) scongiurando pure l’ipotesi – seppure remota – che l’attentatore potesse accorgersi della manomissione.

Inoltre, l’ipotesi di alterazione dell’orario di scoppio sembra accordarsi, più che con la teoria cara a Cucchiarelli del doppio attentatore, con quella del gesto singolo. Si tenga conto che anche nell’ambiente ordinovista molti attentati, almeno fino al dicembre 69, erano puramente dimostrativi. In questo contesto, la sostituzione del timer poteva essere funzionale a vincere eventuali resistenze – etiche o semplicemente pragmatiche – di un singolo esecutore materiale, pedina parzialmente inconsapevole di una regia superiore, che avrebbe portato la bomba nella banca convinto di non causare una strage.

Questa ipotesi spiegherebbe pure le voci, circolate per molto tempo anche nell’estrema destra, della “strage per errore”: pur essendosi rivelata una convinzione errata (e probabilmente da certuni fatta circolare ad arte) non è escluso che nell’ambiente ci fosse chi aveva validi motivi per essersela formata. Questa soluzione manterrebbe la strage nel solo alveo fascista, e sarebbe pure coerente col quadro organizzativo generale ordinovista, laddove, è bene ricordarlo, era presente una compartimentazione piuttosto rigida, in cui non sempre la “bassa manovalanza” era pienamente consapevole delle decisioni assunte ai livelli superiori.

Cucchiarelli pare accorgersi dell’incongruenza, ma la liquida con poche parole: “con i timer contraffatti con le manopole da 120 minuti ci si era assicurati che il disastro avvenisse, anche se fosse esplosa solo la bomba anarchica”. Un po’ poco per supportare la teoria.

Anche nel caso dei timer la ricostruzione de “Il segreto di Piazza Fontana” risente di due limiti. In primo luogo, si allunga la filiera organizzativa dell’attentato, andando a supporre una ricchezza di elementi che – seppure concatenati razionalmente – rendono la strategia dei fascisti troppo machiavellica, quando una più lineare sarebbe stata non solo ugualmente funzionale, ma soprattutto maggiormente priva di rischi d’intoppo: raddoppiando gli ordigni si aumentano il personale necessario e i margini di incertezza (basta il ritardo o l’anticipo di pochi minuti nell’entrare nella banca, e tutto diventa più difficile da gestire), in definitiva si aumenta la possibilità di venire scoperti. In secondo luogo, Cucchiarelli denota un limite che permea pure il resto del lavoro: nel seguire una propria deduzione non tiene conto del fatto che le intuizioni spesso portano a strade alternative. L’autore, invece, in questo come in altri casi ne segue una sola, quasi che – affascinato da un solo percorso – abbia trascurato ogni alternativa che lo possa portare a conclusioni diverse. Ad esempio, tutta la vicenda delle due bombe scomparse potrebbe avere ben altra spiegazione: il loro ritrovamento potrebbe essere stato impedito per lo stesso motivo per cui fu fatta brillare la bomba alla Commerciale Italiana, ossia per evitare che si risalisse in breve tempo alla matrice fascista degli attentati.

Le fonti e la loro attendibilità

Lo ribadiamo: dopo un inizio interessante, è nella seconda parte del libro che Cucchiarelli perde il senso della misura. A un certo punto sembra abbandonare l’approccio investigativo (inizialmente seguito meticolosamente, pur se con conclusioni discutibili) per scegliere quello fantapolitico. Ma nel cambio di registro narrativo lo scrittore fa di peggio, avvicinandosi non alla fantapolitica lucida e metaforica di Orwell, ma a quella molto meno nobile di Dan Brown. Lo schema è lo stesso: un segreto inconfessabile a conoscenza di pochi all’origine di una battaglia nascosta tra uomini e apparati. Alcuni vengono assassinati per il segreto che hanno scoperto. Cucchiarelli decodifica segni e messaggi indecifrabili, raccoglie verità da personaggi ancora nell’ombra.

Ma chi sono le fonti rivelatrici delle nuove “verità” di Cucchiarelli? Innanzitutto, Silvano Russomanno, ex dirigente del Sisde, ossia un funzionario di quei servizi segreti che operavano anche infiltrando neofascisti negli ambienti di sinistra, in particolare in quelli anarchici. E poi c’è Mister X, nella descrizione di Cucchiarelli “un fascista operativo, uno che sapeva e che agiva”. In altre parole, un pezzo grosso della destra extraparlamentare dell’epoca, che protetto dall’anonimato conduce il libro alle “scoperte” più eclatanti. E’ Mister X a confermare l’esistenza delle bombe anarchiche e della miccia, a rivelare il particolare del doppio taxi e del doppio attentato, a ricostruire il percorso delle borse… E’ dunque un personaggio anonimo a tracciare trama ed essenza del libro: lasciamo al lettore ogni valutazione circa la necessità di altri riscontri oggettivi o circa l’attendibilità che possa attribuirsi a tale fonte.

Su Il segreto di Piazza Fontana l’impressione complessiva è che Cucchiarelli si sia fatto prendere la mano dalle sue ricerche, in una specie di bulimia investigativa che gli fa vedere segreti dove segreti non esistono, che gli fa scambiare la dietrologia, solo perché ben documentata, il mezzo più opportuno per risolvere non solo Piazza Fontana, ma pure il caso Pinelli, l’uccisione di Mauro Rostagno (secondo l’autore ucciso da Lotta Continua, conclusione in contrasto con evidenze giudiziarie emerse di recente), la morte di Feltrinelli e l’omicidio Calabresi (ad avviso di Cucchiarelli assassinato, per aver scoperto “il segreto”, da Lotta Continua in combutta con i servizi segreti).

Decisamente troppo per un libro che denuncia il proprio limite fin dalla copertina, dove si afferma “finalmente la verità sulla strage”, con un’enfasi che del volume sottolinea, più che la natura, i limiti di una scarsa umiltà. “Il segreto di Piazza Fontana” è, se non un depistaggio, un’occasione mancata. O forse un’operazione politica utile a ingenerare confusione e mettere in ombra importanti acquisizioni giudiziarie, tra cui l’innocenza degli anarchici, approfittando di un clima revisionista e cialtronesco che oggi rende possibile far rientrare dalla finestra veleni e sospetti già da tempo usciti dalla porta principale della storia.

9 luglio 2009 Lettera aperta di Enrico Di Cola (letta il 9 luglio 2009 da Roberto Gargamelli al Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa Nell’anniversario della morte di Pietro Valpreda)

27 novembre 2009

Lettera aperta di Enrico Di Cola

(letta il 9 luglio 2009 da Roberto Gargamelli al Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa Nell’anniversario della morte di Pietro Valpreda)

Cari compagni,
Sono circa 37 anni – dalla liberazione dal carcere di Pietro e gli altri compagni ingiustamente accusati – che non rilascio dichiarazioni pubbliche.
La verità sulla Strage di Stato e sull’assassinio di Pino Pinelli erano ormai realtà acquisite tra la gente, tra i lavoratori, e Pietro, Robero, Emilio – ormai liberi – potevano difendersi e difendermi in modo adeguato e quindi ho ritenuto che la mia voce “da lontano” fosse ormai diventata inutile e superflua.
Poi il tempo è passato e – tranne alla vigilia dei 12 dicembre e del 16 dicembre (quando Pinelli fu assassinato) che sono seguiti – avevo quasi cancellato dalla memoria quei tragici giorni e avvenimenti che ci avevano sconvolto e travolto.
Avrei voluto continuare questo mio silenzio, ma la recente pubblicazione dell’ennesimo libro su Piazza Fontana, che – fin dal titolo – “Il Segreto di Piazza Fontana” lasciava sottendere nuove sconvolgenti rivelazioni, mi ha ridestato dal torpore.
Ho letto le prime recensioni del libello del sig. Paolo Cucchiarelli con un misto di stupore ed una rabbia sempre crescente: poi leggendo questo noir ho capito che il mio lungo silenzio doveva essere rotto, che è necessario dare delle risposte a questo signore e alle malevoli e allucinanti “interpretazioni” e “certezze” che trae dalla lettura di “verbali processuali”, da ignote “fonti di destra” e da depistatori professionali dei servizi segreti e pidduisti come Russomanno.
A distanza di quarant’anni dalla strage di Piazza Fontana e dall’omicidio di Pino Pinelli il visionario signor Paolo Cucchiarelli cerca la quadratura del cerchio della strategia della tensione e impacchetta anarchici e fascisti in un’unica bella confezione regalo: tutti bombaroli ed assassini. Valpreda mette la bomba a Piazza Fontana (ma non sapeva che era una trappola e sarebbe esplosa prima dell’orario di chiusura…grazie anche ad una SECONDA bomba fascista!!! Sic.) .. ma non è il solo, a Milano e Roma altri anarchici (ma siamo sicuri che eravamo veramente anarchici e non “neoanarchici” come veniamo misteriosamente etichettati ) piazzano le altre bombe (cioè membri del “22 marzo” a Roma e dello Scaldasole a Milano)
Neanche Pinelli si salva da questa furia di riscrittura della storia di questo ‘’romanziere’’: Pino sapeva di altre due bombe…(mai trovate o esistite!) e ha cercato di fermare gli attentatori. (quindi sarebbe un complice se conosce attentatori e luoghi! …ma questo prudentemente non lo scrive ma lo lascia solo intendere).
Come ben illustra il titolo di questo incontro: Piazza Fontana strage di stato, Valpreda innocente Pinelli assassinato. Vittime e carnefici non condividono la memoria, io credo che oggi sia necessario un grosso impegno di tutti noi, di tutta la sinistra (o quel che ne rimane) a far si che la nostra memoria collettiva e le figure dei nostri compagni che ci hanno lasciato non vengano stravolte ed insudiciate. Dobbiamo rialzare la testa così come facemmo dopo le bombe del 12 dicembre, per fronteggiare questa immonda campagna di criminalizzazione e riscrittura della storia.
Credo anche che tutti i compagni che allora furono coinvolti – non solo giudiziariamente ma anche emotivamente per essere stati vicini alle persone e circoli colpiti dalla repressione, debbano fare un passo in avanti rispetto al passato. Ora che siamo in condizione di farlo perchè fuori dalle galere, fuori dalle latitanze, fuori dalle persecuzioni e dalle paure di quei giorni, credo sia giunto il momento di prendere un impegno davanti a tutti i compagni – sia quelli presenti che i tanti ormai non ci sono piu’ – senza timori per i nostri errori, per le nostre stupidate: è giunto il momento che tutti assieme scriviamo chi eravamo e cosa realmente facevamo. Non è più accettabile e tollerabile che veline, verbali estorti, questurini, fascisti, voci diffuse ad arte, depistatori di ieri e di oggi possano attaccarci addosso etichette, vizi e colpe che non abbiamo mai avuto.
Solo in questo modo – io credo – potremo ricordare coloro che ci hanno lasciato e che non possono più difendersi.
Ciao Pietro, ciao Pino, ciao Aldo e Anna Rossi, ciao Angelo Casile, Giovanni Aricò, Annelise Borth, Luigi Lo Celso, Franco Scordo, ciao Giovanni Ferraro, ciao Amerigo
Mattozzi. E ciao anche ad Eduardo Di Giovanni e Marco Ligini che furono tra i pochi della sinistra che ci aiutarono in quei tragici frangenti.
Ciao a tutti ….noi non dimentichiamo!