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1970 02 27 Corriere – Richiesta di cattura per Della Savia. E’ accusato di avere procurato l’esplosivo per i recenti attentati. di Giorgio Zicari

12 novembre 2015

1970 02 27 Corriere - Richiesta di cattura per Della Savia di Giorgio Zicari

Attraverso l’Interpol alla polizia belga

Richiesta di cattura per Della Savia

E’ accusato di avere procurato l’esplosivo per i recenti attentati – L’Italia domanderà la sua estradizione – L’anarchico avrebbe già lasciato Bruxelles.

di Giorgio Zicari

 

Dal nostro inviato speciale

Bruxelles 26 febbraio, notte

L Interpol ha chiesto ufficialmente alla polizia belga, l’arresto di Ivo Della Savia «indiziato di reati» in Italia per aver procurato l’esplosivo impiegato nei recenti attentati dinamitardi. Per via diplomatica sono state inviate alle autorità di Bruxelles le copie dei due mandati di cattura che pendono sul capo dell’anarchico italiano: uno per renitenza alla leva, l’altro per detenzione di materiale esplosivo.

La richiesta di bloccare Ivo Della Savia, la cui presenza a Bruxelles è ormai certa, preluderebbe, comunque, ad una richiesta di estradizione da parte della magistratura italiana. La polizia belga, stando a una fonte ufficiosa, avrebbe assicurato la «massima collaborazione». Una volta scovato dal suo rifugio, si sostiene qui a Bruxelles, Ivo Della Savia potrebbe essere invitato a lasciare il paese perché indesiderabile. Secondo indiscrezioni raccolte in ambienti qualificati, una richiesta di estradizione, invece, avrebbe scarse probabilità di essere accolta. A questo proposito ci è stato fatto notare che, fino ad oggi, gli anarchici hanno sempre collocato le loro « azioni dirette » nel quadro di una lotta politica e hanno sempre dato motivazioni di carattere ideologico ai reati comuni consumati durante la loro «lotta al sistema».

Il Belgio, come noto, si vanta di avere una tradizione molto liberale e vedute molto larghe in materia di reati politici. Molti sono del parere che, se venisse concessa la estradizione di Ivo Della Savia, si assisterebbe ad una sollevazione generale, in campo culturale e politico. Al limite – si sostiene – le bombe gettate contro Palazzo Marinor la biblioteca Ambrosiana, gli uffici di rappresentanza spagnoli in Italia e lo stesso attentato di piazza Fontana potrebbero rientrare in una lotta di natura essenzialmente politica.

In via preliminare, comunque, le autorità belghe dovranno stabilire fino a che punto Ivo Della Savia è realmente compromesso negli attentati del 12 dicembre scorso. Nella sua intervista, lo anarchico italiano ha respinto, come noto, ogni responsabilità. Ha ripetuto più volte che la strage, l’attacco contro le persone inermi, non rientrano nei sistemi e nella tecnica di lotta del movimento. E’ stato a questo proposito che Ivo Della Savia ha rivendicato al suo gruppo, il «Barcellona ‘39», tutti gli attentati messi a segno in Italia contro gli uffici consolari e di rappresentanza del governo spagnolo. Ha ripetuto più volte che gli anarchici colpiscono i «simboli» del sistema che vogliono combattere e che mai, nelle loro imprese, hanno torto un capello a chicchessia.

«Si è trattato sempre di attentati – ha detto testualmente Ivo Della Savia – rivolti contro i simboli materiali e che mai, mai, mai, hanno fatto un morto». L’anarchico ha negato che provengano dai suoi compagni di fede, invece, le azioni dinamitarde del 25 aprile scorso alla Fiera e alla Stazione Centrale di Milano, quelle dell’8 agosto successivo sui treni e la strage di piazza Fontana. Gli si può credere? Lo stesso Della Savia è in possesso degli elementi necessari a trarre un giudizio? Più volte ha ripetuto, in risposta alle domanda più compromettenti: «Non so bene cosa sia successo in Italia negli ultimi due mesi perché mi trovavo qui, in Belgio».

Per saperne di più abbiamo cercato un incontro a quattr’occhi con Chantal, la ragazza che divide con lui le angosce e i timori della continua fuga. «Sono sicura – ci ha detto Chantal – che Ivo non c’entri per niente in tutta questa storia. Io l’ho conosciuto non appena è arrivato qui e posso darle la mia parola che Ivo ha saputo della strage della banca dai giornali. Era sorpreso e preoccupato. Mi ricordo che disse: “Non riesco proprio a immaginare chi possa essere stato”. Ivo era veramente sorpreso».

«Lei dice, però, che era anche preoccupato. Perché?».

«Si, mi disse subito: “Vedrai che adesso daranno la colpa a noi anarchici ed io ci andrò di mezzo”. Alla vigilia della strage, infatti, Ivo aveva scritto due lettere: una a Valpreda e l’altra al Pinelli».

«Cosa diceva in queste lettere?».

«Non lo so. Le ho imbucate io personalmente, ma non ne conoscevo il contenuto».

Chantal ha poi manifestato a lungo le sue preoccupazioni per la sorte di Ivo. Da un lato vorrebbe che fuggisse, che si rifugiasse subito in un luogo più sicuro di Bruxelles dall’altro non vuole perderlo. Lei non può abbandonare la sua città, la famiglia, gli studi, per seguire Ivo da un capo all’altro dell’Europa. E, in fondo, si capisce chiaramente che teme di scottarsi le mani con una faccenda dai contorni troppo pericolosi. «Noi anarchici belgi – dice – siamo diversi dagli anarchici italiani, siamo più integrati, più calmi». E aggiunge: «Ivo non sta attento. E’ troppo audace. Se continua cosi lo prenderanno. Je ne sais plus que faire. Abbiamo avuto proprio oggi una lunga discussione: non vuole tagliardi i capelli e i baffi perché è superstizioso. Dice che ogni volta che l’ha fatto l’hanno preso».

Ma la spavalderia di Ivo Della Savia non si ferma qui. Lui stesso ci ha raccontato: «Mi sono divertito un mondo tempo fa a leggere i giornali italiani. Tutti scrivevano: ‘Dov’è Ivo Della Savia?’ con dei grandi punti interrogativi. E io ero sotto il loro naso. Sì, perché la mia fotografia è stata pubblicata da tutti i giornali; in occasione dell’inaugurazione del salone dell’auto qui a Bruxelles. Siccome per vivere debbo lavorare, avevo accettato di fare la pubblicità ad una casa automobilistica giapponese. Posavo per i fotografi, vicino alle macchine, travestito da messicano. E nessuno mi ha riconosciuto». Ivo Della Savia, a questo punto, ride di gusto.

L’anarchico ha anche detto: «Consiglio chi di dovere ad andare a vedere bene sulla via Tiburtina. Vedrà che il mio famoso pacco è ancora lì. Chieda al proprietario del campo e vedrà che di buche non ce ne sono mai state. Sono convinto che il mio pacco con i cinquanta metri di miccia e i due o tre orologi sono ancora lì». Alla domanda se Valpreda potesse aver preso la miccia e gli orologi a sua insaputa, ha risposto semplicemente : «Non credo».

Nelle ultime ore, stando a quanto sostengono i suoi amici, Ivo Della Savia si sarebbe allontanato da Bruxelles A quest’ora, probabilmente, il presunto «corriere del tritolo» ha già trovato un altro rifugio.

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La famiglia Pizzamiglio parte civile contro Valpreda

Roma 26 febbraio, notte.

Il senatore Leone sosterrà la accusa privata in rappresentanza della Banca Nazionale dell’agricoltura, contro i presunti responsabili degli attentati del 12 dicembre. L’illustre penalista sarà affiancato dall’avvocato Claudio Gargiulo, il quale, alcune settimane orsono, ha depositato nelle mani del giudice istruttore Cudillo l’atto formale di costituzione di parte civile. Mentre si attende, una decisione, in proposito, da parte dei singoli funzionari della banca che restarono feriti, è da segnalare la costituzione in giudizio del padre di Enrico e Patrizia Pizzamiglio, i due ragazzi che in quel tragico pomeriggio entrarono nella filiale di piazza Fontana per pagare una cambiale. Lo scoppio dilaniò la gamba allo sventurato ragazzo e ustionò gravemente la sorella.

L’avvocato Eveno Arani, che rappresenta la famiglia Pizzamiglio, ha dichiarato oggi: «Per ora la costituzione di parte civile, la quale è diretta oltre che a sollecitare la punizione dei colpevoli, ad ottenere il risarcimento dei danni, è stata fatta solamente nei riguardi di Pietro Valpreda, sospettato di avere compiuto l’attentato di piazza Fontana; ma in seguito sarà estesa contro tutti coloro che risulteranno direttamente o indirettamente responsabili, non esclusi – se esistono – eventuali mandanti».

Stamane è proseguita l’istruttoria. Sono stati interrogati quattro testimoni, due dei quali milanesi: la portiera dello stabile in cui abitano i nonni di Valpreda e un imbianchino che abita nello stesso palazzo. La prima ha dichiarato di non aver veduto, quel pomeriggio, Pietro Valpreda uscire assieme alla nonna, come lo imputato sostiene.

Un’ultima notizia; riguarda i famosi nastri magnetici sui quali il professor Guido Lorenzon avrebbe inciso le presunte ammissioni dell’editore Giovanni Ventura. Nell’inviare a Roma l’incartamento processuale riguardante questa vicenda, la magistratura di Treviso ha omesso l’invio dei nastri. La procura di Roma li ha richiesti telegraficamente.

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1970 02 26 Corriere – Secondo incontro con Della Savia. Il «corriere del tritolo» è ancora a Bruxelles braccato dalla polizia. di Giorgio Zicari

12 novembre 2015

1970 02 26 Corriere - Secondo incontro con Della Savia di Giorgio Zicari -1

Il «corriere del tritolo» è ancora a Bruxelles braccato dalla polizia.

Secondo incontro con Della Savia

Gli attentati di Parigi fatti nelle ore più affollate – «Noi anarchici vogliamo coinvolgere la folla nella protesta, ma uccidere una persona non serve a niente» – Come si prepara una bomba fumogena – «Rubavamo per aiutare i gruppi provos» – I retroscena dell’organizzazione internazione – Ipotesi sul suicidio di Pinelli – La collaborazione con Valpreda – «Fummo perfino finanziati dai consolati».

di Giorgio Zicari

 

Dal nostro inviato speciale

Bruxelles 25 febbraio, notte.

Ivo Della Savia ha mantenuto la promessa. Tramite Chantal, la sua ragazza, si è fatto vivo di nuovo. Questa volta l’incontro, per motivi precauzionali, è avvenuto in una località a settanta chilometri circa da Bruxelles. Il presunto «corriere del tritolo» avverte che il cerchio delle ricerche si va pericolosamente stringendo: e appare meno incosciente, meno spavaldo di ieri. Ogni tanto si guarda attorno, prende mille precauzioni e, forse, arriverà a quello che per lui rappresenta un grosso sacrificio: il taglio dei baffi. Ha già in mano i documenti nuovi, ovviamente falsi, procuratigli dall’Internazionale anarchica: se ne servirà per varcare la frontiera. Non vuol dire dove andrà. Comincia a parlarmi della sua attività in Francia.

In una baracca

«Dopo la prima condanna per renitenza alla leva – dice – mi recai subito a Parigi con la ferma intensione di lavorare, ma venni coinvolto nel clima esistente nel Quartiere latino, soprattutto negli ambienti anarchici. Qui, il compagno che arriva dall’estero trova sempre una sistemazione in virtù di una di una cordialità spontanea. Il periodo della mia permanenza in Francia, dal 1966 fino all’otto ottobre del ’67, è contraddistinto da alcuni fatti molto importanti. A Nanterre si formò nell’università un forte gruppo anarchico che io raggiunsi fin dal primo momento. Venni ospitato con mio fratello in una baracca di rue Plaideur Libertaire 39. Qui conobbi Cohn-Bendit e Jean Pierre Duteuil e gli altri che successivamente dettero vita al movimento ’22 Marzo’ e al maggio francese. Continuai, tuttavia, a mantenere stretti contatti con certi elementi della Federación de las Juventudes Libertarias Ibericas (FJLI). Quel periodo fu caratterizzato da innumerevoli furti. Avevamo bisogno di mangiare e rubavamo nei bar-tabacchi, nei grandi magazzini, nei negozi in genere. I furti ci permettevano di organizzare e finanziare i primi gruppi di ‘provos’ a Parigi. Questi gruppi all’inizio fecero sette-otto dimostrazioni di un tipo molto speciale. Una volta, per esempio, abbiamo gettato della benzina in place Chatelet, a Parigi, e poi siamo scesi lungo il boulevard Saint-Michel scandendo certi slogans. Un’altra volta abbiamo tirato bombe fumogene contro i camion della polizia, nello stesso boulevard ».

«Quale significato aveva tutto ciò?».

«Era una strategia rivoluzionaria che teneva conto di alcuni aspetti peculiari del quartiere. Ogni dimostrazione e ogni happening venivano fatti in ore determinate, generalmente quando il quartiere era pieno di gente. Noi volevamo coinvolgere la folla, renderla partecipe della nostra protesta ».

«In cosa consisteva l’happening?».

Metodi e strategie

«L’happening a Parigi era una dimostrazione violenta, brevissima, attuata generalmente di sabato proprio perché di sabato il Quartiere latino è pieno di gente. Si trattava di introdurre quelle nozioni teoriche e pratiche che servirono poi durante il maggio francese. Si collaudavano metodi e strategie. Faccio un esempio: quello delle bombe fumogene. Nessuno, a Parigi, sapeva come dovevano essere costruite. Cosi io e Giorgio Mozzanti (marito di Rose Lino, la spagnola che ospitò più volte Ivo Della Savia nella sua casa di Bruxelles, in rue de Coteaux. n.d.r.) ci recammo ad Amsterdam per sapere dai ‘provos’ come le costruivano loro. Si fa così: si prendono del clorato di sodio, dello zucchero e un’altra sostanza. Il tutto si avvolge in un panno. Ci si procura poi una boccetta di acido solforico. Al momento di usare l’ordigno ci si versa sopra un po’ di acido e si lancia. L’acido corrode e la bomba fumogena scoppia quando arriva sull’obbiettivo. Di ritorno da Amsterdam ci fermammo a Bruxelles. Il consolato italiano mi dette centocinquanta franchi con i quali arrivammo a Mons. Qui furono più generosi: ottenemmo trecento franchi, sempre dal consolato e, dopo una gran mangiata, salimmo sul treno per Parigi. In tasca avevamo la formula, completa per le bombe fumogene. E’ buffo pensare che venimmo finanziati proprio dal consolato in questa missione. Nel programma dei gruppi era previsto che si sapessero fare certe cose. Man mano che assunsi altri impegni, le appresi. Nella fabbricazione delle bombe io sono propenso ai sistemi tradizionali: alla miccia, agli acidi, all’orologio. Noi anarchici, nei nostri attentati non abbiamo mai usato dei segna-tempo. Sarà forse per pigrizia, ma non usciamo mai da certi schemi ».

«Che cosa si può sapere sull’organizzazione della F.J.L.I.?» .

«E’ il movimento giovanile anarchico spagnolo e rappresenta un capitolo molto importante nella nostra storia, perché è l’unica organizzazione che possa garantire una certa efficacia. Può disporre ancora di certi mezzi, è strutturata in una certa maniera e, essendo un retaggio della guerra civile spagnola, ha un capitale di persone. La FJLI è strutturata così: vi è una base e una giunta direttiva che viene eletta annualmente. Durante il periodo in cui mi sono trovato a Parigi nel ’67-’68, Octavio Susinak Alberola era il capo dell’organizzazione di combattimento e di difesa, il cui compito specifico è quello di organizzare la lotta in Spagna e fuori della Spagna, ovunque vi fossero occasioni per intervenire».

«Quali per esempio?».

«In Germania, nel 1968 venne lanciata una bomba contro l’ambasciata spagnola a Bonn perché un mese prima alcuni operai spagnoli che avevano partecipato a scioperi in Germania, erano stati rimandati a casa. In questo l’ambasciatore aveva avuto un ruolo molto attivo. Anche il rapimento di monsignor Ussia a Roma ebbe un carattere punitivo ».

«Questi anarchici spagnoli organizzano attualmente attentati in Grecia?».

«Può essere».

«Come spiega lei il suicidio dell’anarchico milanese Giuseppe Pinelli?»

«Era stanco. Per spiegarlo dovrei riferire molti particolari che concernono i rapporti con le persone che gli stavano attorno. Sono cose che ho saputo da lui stesso. Perché una persona arriva a suicidarsi? Perché c’è qualcosa che non va. Non sono io, però, che debbo dare una spiegazione al suo gesto. La sua era una vita completamente assorbita dall’attività politica. A volte mi diceva, con amarezza, che non aveva il tempo di stare con le sue bambine, con la moglie. In fondo Pinelli non aveva mai conosciuto una vera giovinezza. Si era sentito giovane solo quando aveva visto la folla di giovani che affluivano nel movimento anarchico. Credo che solo allora lui abbia avuto la sensazione di vivere veramente, fuori degli schemi del tran tran quotidiano e sedentario. Si vedeva però che era arrivato a un punto critico: dover scegliere fra la vita familiare e quella politica. Con gli attentati sono certo che Pinelli non c’entra niente. L’8 agosto ’69, il giorno degli attentati sui treni, era partito da Milano perché doveva venire da me, a Roma».

Pinelli a Roma

«A quale scopo?».

«A Roma io e Valpreda non riuscivamo a trovare lo stagno per le lampade. Occorre una lega speciale composta dal settanta per cento di stagno, dal ventisette per cento di piombo e dal tre per cento di rame. Questa lega si trova solo a Crescenzago, in via Pontenuovo 51, da Omodeo. Così avevo pregato Pinelli di portarmene una partita. Ne comprò dieci chili e me li portò. Approfittò di un giorno di libertà».

«Non è vero allora che Pinelli venne a Roma perché c’era un congresso anarchico?».

«Non c’era nessun congresso. Venne per portarmi lo stagno. Rimase un giorno solo e poi ripartì perché faceva caldo e si annoiava».

«Come spiega che nel movimento anarchico si siano infiltrati elementi provenienti dalle file dell’estrema destra, quali il Sottosanti e il Merlino?».

«Che il Merlino avesse militato a destra l’ho saputo dai giornali dopo gli attentati. Non ho mai avuto con lui dei contatti diretti o delle discussioni. Avevo solo dei rapporti visivi. Il Sottosanti poi non lo conosco neppure».

«Ma chi forniva i fondi?».

« Il denaro veniva raccolto fra i compagni e versato dai simpatizzanti».

«Chi sono costoro?».

«Gente che ruota attorno al movimento». Di più Ivo Della Savia non vuol dire. Gli chiedo se questi elementi di destra possano essersi infiltrati nei gruppi anarchici per sfruttarne l’organizzazione e i metodi di lotta ma con fini diversi.

«Può essere», risponde Ivo Della Savia.

«Ha mai sentito parlare di un certo Ventura?».

«No, non so chi sia. Ho letto di lui sui giornali ma non ne so assolutamente nulla. Ripeto che della situazione in Italia non so molto perché prima sono rimasto un anno e mezzo in carcere in Francia e poi ho girato per l’Europa: Olanda, Inghilterra, Germania, Belgio eccetera. Rientravo in Italia solo quando c’era qualche iniziativa particolare. Conosco molto bene Roberto Mander, perché era uno degli elementi più attivi del movimento. Borghese lo conosco un po’ meno. Era un ragazzo tranquillo che non ha mai fatto nulla di caratteristico. Partecipava alle riunioni e andava a scrivere sui muri quando ce n’era bisogno. Degli altri non posso dire nulla».

«E’ vero che lei progettò una rivoluzione in Valtellina?»

Il piano per la Valtellina

«E’ una fandonia che trae origine dalla mente di un certo Garofalo, uno dei nostri che aveva ideato tutto un piano per la rivoluzione in Valtellina. Aveva scritto tutto su un quaderno: dai sedici segreti ai giorni della rivolta. Nessuno di noi però lo aveva mai preso sul serio. Quando il quaderno finì nelle mani della polizia dissi chiaramente che si trattava della temporanea follia di una sola persona».

Ivo Della Savia racconta poi due episodi che definisce divertenti. Il primo si riferisce al fratello.

«Quando tornai a Roma da Parigi, la prima volta – dice – trovai mio fratello molto cambiato, aveva i capelli lunghi e si era fatto crescere una grande barba. La casa della spagnola che l’ospitava era vicino alla ferrovia vaticana. Era un periodo durante il quale Pietro faceva delle strane cose, aveva delle strane manie. La notte se ne stava in terrazza e lanciava razzi. Diceva che voleva studiare la traiettoria per il lancio di una bomba sul trenino che passava di lì periodicamente. Io ogni tanto sentivo questi razzi che partivano dal terrazzo. Si trattava di cose innocue, perché in fondo non erano altro che fuochi d’artificio. Ne faceva tante, Pietro, in quell’epoca!».

Allo stesso periodo si riferisce anche il secondo episodio.

«Dopo l’esplosione alla Fiera e alla stazione Centrale di Milano – racconta Ivo – Paolo Faccioli, (attualmente nel carcere di San Vittore sotto l’accusa di strage, n.d.r.) confessò di essere in contatto con me tramite il fermo posta di Roma. Un giorno mi recai lì e vi trovai un commissario di polizia che mi aspettava. Uscimmo insieme in strada e poi, all’improvviso, mi misi a correre. In questi casi c’è sempre un volonteroso che ti ferma pensando che sei un ladro o uno scippatore. Così, per non farmi prendere, cominciai a correre gridando ‘Cip-cip-cip’, e sbattendo le braccia come se fossero state le ali di un uccello. Nessuno mi fermò e riuscii così ad entrare in una boutique. Qualcuno però mi aveva visto e lo disse al commissario. Mi prese mentre stavo provandomi una camicia».

Il grande problema, per tutto il movimento anarchico internazionale – conclude Ivo Della Savia – è quello di trovare chi è stato, chi è il responsabile degli attentati del 12 dicembre. Noi, ripeto, non siamo stati. Se fossero opera di frange estremiste del nostro movimento saremmo stati i primi a neutralizzarli. Anche noi ci rivoltiamo davanti a questo tipo di attentato. L’azione diretta degli anarchici non si è mai diretta contro le persone. Uccidere una persona non significa assolutamente nulla. Una persona si sostituisce pagando il salario ad un’altra. Gli anarchici vogliono coinvolgere le masse, la folla, non esserne respinti con azioni inutili, crudeli».

«Gli attentati di Roma all’altare della Patria e nei sotterranei della banca di via San Basilio erano chiaramente diretti a fare solo danni materiali. Non crede quindi che le bombe nelle banche milanesi dovessero esplodere dopo la chiusura senza provocare vittime, per fare solo danni materiali, per contestare un simbolo?».

«Può essere che sia proprio così; ma ripeto che noi non ne siamo gli autori. Si tratta, a mio avviso, di nostri imitatori»

 

 

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L’inchiesta sugli attentati

Ascoltati sei testimoni dal giudice istruttore

Roma 25 febbraio, notte.

Sei nuovi testimoni sono stati interrogati stamane dal giudice istruttore Cudillo, il magistrato che dirige l’inchiesta sulla strage di Milano e gli attentati di Roma. Tra questi, doveva essere sentito anche Umberto Macoratti, l’impiegato della SIP, simpatizzante del circolo XXII Marzo e ritenuto dall’accusa uno dei testimoni più importanti del processo. Il suo interrogatorio, però è stato rimandato a data da destinarsi.

Lungo i corridoi della sezione istruttoria è stato visto passeggiare a lungo anche Stefano Delle Chiaie, l’esponente della estrema destra che ha confermato, ieri, l’alibi di Merlino. Delle Chiaie si è poi allontanato dal palazzo di giustizia in compagnia di una testimone.

1970 02 25 Corriere – Ho scoperto a Bruxelles Ivo Della Savia. Intervista segreta con l’anarchico amico di Valpreda. di Giorgio Zicari

12 novembre 2015

1970 02 25 Corriere - Ho scoperto a Bruxelles Ivo Della Savia di Giorgio Zicari

Respinge le accuse per la strage ma ammette gli esplosivi e i precedenti attentati

“Ho scoperto a Bruxelles Ivo Della Savia”

Intervista segreta con l’anarchico amico di Valpreda – Le bombe del ’63 a Milano contro palazzo Marino, le associazioni cattoliche e l’Assolombarda erano «una specie di esercitazione» – Come furono nascosti sulla via Tiburtina un pacco di micce e sistemi a orologeria – I rapporti con l’ambiente degli anarchici e i suoi finanziatori – Le vicende del fratello – Rivendicata la paternità delle azioni terroristiche contro il Senato, il ministero della pubblica istruzione, il palazzo di giustizia, e contro consolati e uffici spagnoli in Italia – «Ma Valpreda è innocente».

di Giorgio Zicari

 

Bruxelles 24 febbraio, notte.

Ieri sera ho cenato con Ivo Della Savia, l’anarchico Italiano braccato dall’Interpol e dai servizi di sicurezza belgi. Avevo fatto sapere in certi ambienti che desideravo incontrarlo. La sua telefonata mi è giunta all’albergo verso le 23.

«Sono Ivo Della Savia – mi aveva detto -. Trovati davanti all’Hilton fra mezz’ora, con un giornale in mano. Qualcuno verrà a prenderti ».

Ho seguito le istruzioni. All’ora stabilita mi si è avvicinata una graziosa brunetta: ha sorriso e, senza dire una parola, mi ha fatto cenno di seguirla. Ci siamo incamminati, sempre in silenzio, lungo l’Avenue Louise, una delle vie più centrali della città. All’improvviso, senza che me ne accorgessi, mi sono trovato al fianco Ivo Della Savia. Indossava un paio di pantaloni di velluto color salmone e un maglione nero. Sul volto, una grande sciarpa marrone, dalla quale spuntavano solo gli occhiali. In tassì abbiamo poi raggiunto un locale spagnolo assai discreto, «Casa Manuel», alla Grande Place, nel cuore della città.

Per sei ore

L’anarchico ha ordinato per sé e per Chantal – questo è il nome della ragazza – cocktail di scampi, paella, caffè e cognac. Più tardi la nostra conversazione è proseguita in un dancing messicano. Siamo rimasti insieme circa sei ore, durante le quali Ivo Della Savia ha parlato di sé, del fratello, del movimento anarchico, degli atti terroristici passati e di quelli recenti.

Della Savia ha negato di aver avuto una parte qualsiasi nella strage di piazza Fontana e ha sostenuto l’innocenza di Pietro Valpreda, suo socio d’affari nel negozio romano di via del Boschetto, per la costruzione e la vendita delle lampade «Tiffany».

Ha ammesso tuttavia di aver nascosto sulla via Tiburtina un pacco contenente 50 metri di miccia e alcuni orologi preparati per essere usati come congegni a tempo in ordigni esplosivi. Il primo pensiero di Ivo Della Savia è per il fratello Angelo Pietro, detenuto a san Vittore sotto l’accusa di aver partecipato agli attentati dinamitardi dell’aprile 1969 alla Fiera di Milano e alla stazione Centrale. Chiede sue notizie, poi racconta di quando erano insieme in Francia, nel 1967. Commenta: «Mio fratello Pietro, non sarebbe mai diventato quello che è diventato, se fosse rimasto a Parigi, in un ambiente molto diverso da quello milanese. Sarebbe rimasto un personaggio gaio, perfettamente intonato col clima del “Quartiere latino” che lo circondava. A Milano, invece, si è lasciato montare da persone che lo adulavano. Io credo che ogni persona sia in funzione delle cose materiali che lo circondano. A Milano, nel quartiere di Brera, Pietro era costretto ad esprimersi in altro modo, in un modo che non gli era congeniale».

Prima di entrare nei dettagli, Ivo Della Savia vuol fare una premessa di carattere generale, «altrimenti – dice – non ci si capisce più niente in tutta questa storia». E attacca: «Nel 1963 si è assistito alla formazione del primi gruppi anarchici che cominciano a fare azioni dirette. Per azioni dirette noi intendiamo attentati. Io facevo parte di questi gruppi, articolati in modo molto severo. Non esisteva il problema del numero; non ci preoccupavamo, cioè, di essere in molti, perché bastavano, per i nostri fini, pochi elementi capaci di fare una certa azione. L’azione stessa, secondo i nostri programmi, avrebbe operato una selezione, garantendo nel futuro l’omogeneità e l’efficacia dei gruppi nei confronti del sistema».

La legge del sistema

«Cosa non andava nel sistema, per voi?»

«Durante quel periodo lavoravo come apprendista in una ditta di termostati di via Washington a Milano. Ero sfruttato, percepivo un salario insufficiente ai miei bisogni, sette – ottomila lire per settimana. Toccavo con mano lo sfruttamento perché, pur rendendo quanto un operaio, pur facendo gli stessi gesti e lo stesso lavoro manuale, venivo pagato male. La legge del sistema, infatti, riconosce all’apprendista un salario inferiore. Inoltre ero appena uscito dal collegio, da una vita comunitaria nella quale ero abituato ad alcune idee-base, quali la solidarietà e il senso della fraternità. Tutto ciò non lo trovai più nella vita sociale, e cominciai a sentire dentro di me un senso di rivolta. Avvertii la necessità di rompere con tutte le consuetudini integrate per il sistema e fini a se stesse. Di lì la protesta contro tutto che, al limite, non aveva alcun significato nella società.

«Ciò che i primi gruppi anarchici si prefiggevano in Italia – prosegue – era creare strumenti coi quali si sarebbe potuto essere dannosi ed efficaci, senza ricorrere a quei sistemi classici – dimostrazioni di massa, conferenze, proteste, telegrammi – che vengono assorbiti dall’apparato del sistema stesso, perché fanno parte della consuetudine quotidiana e passano senza lasciar traccia. I nostri gruppi, invece, dovevano essere un’entità che sfuggisse al sistema e che desse la sensazione che qualcosa di radicale stesse nascendo in contrapposizione agli schemi abituali».

«Le bombe che lei ha lanciato nel ’63 a Milano contro palazzo Marino, le associazioni cattoliche di via Statuto e la sede dell’Assolombarda rientrano in questo progetto politico?».

«Quelle bombe vennero lanciate per fare una prova, una specie di esercitazione. Rappresentavano la garanzia che i gruppi già formati chiedevano ai nuovi aderenti una specie di rito dei primitivi i quali, com’è noto, arrivati alla pubertà devono dare un segno di coraggio. I nuovi arrivati dovevano dimostrare di saper fare qualcosa di importante, che non fosse la solita manifestazione di massa. Si trattava però di piccole bombe innocue. Tuttavia il terrorismo portato a termine dai gruppi anarchici si è sempre distinto per alcune caratteristiche, quali i volantini che spiegavano, ampliandole, le lotte terroristiche. Si è sempre trattato di attentati rivolti contro i simboli materiali, e che mai hanno fatto vittime».

Mostro a Ivo Della Savia un elenco di attentati messi a segno in Italia negli ultimi tre anni, e gli chiedo quali siano opera del suo movimento.

«Non posso dirlo – risponde – perché c’è della gente in carcere che deve risponderne. Dire quali siano opera loro e quali no, non spetta a me. Io posso dire soltanto che dal ’63 al ’67 si è assistito in Italia alla formazione materiale, alla articolazione, alle premesse per arrivare, a una certa situazione, per garantire una maggior efficacia, un maggior collegamento, una certa dinamica che assicurassero l’impunità a chi metteva a segno attentati. La polizia, in questi giorni, si è trovata di fronte a un fatto nuovo, che disorienta: gli anarchici colpiscono con regolarità periodica, e ogni due o tre mesi c’è qualcosa che succede nella tranquilla società italiana. Vedi, ad esempio, gli attentati contro il consolato spagnolo a Napoli e il fallito attentato contro lo stesso consolato di Genova».

Della Savia racconta poi delle sue disavventure giudiziarie in seguito al rifiuto di indossare la divisa: «Non posso dirti adesso perché mi rifiutavo di prestare servizio militare. Se questo ‘perché’ te lo dicessi adesso, non sarebbe il ‘perché’ di allora. Oggi non sono più lo stesso Ivo. Oggi la divisa non la indosserei solo perché i militari mi rompono… Non mi importa di giustificare il perché del rifiuto. Tanto, non servirebbe a niente».

L’anarchico passa poi a parlare della sua permanenza in Francia, della pratica che ha fatto a Parigi nel maneggiare esplosivi, dei corsi teorici e pratici seguiti ad Amsterdam fra i provos, della sua azione rivoluzionaria al fianco di Cohn-Bendit, di Jean Pierre Duteuil e di molti altri. Ricorda l’arresto in Francia, e ci promette di parlare di tutto questo, diffusamente, in un secondo incontro. Gli chiedo se sia in grado di costruire ordigni esplosivi di una certa potenza.

«La potenza è determinata dalla quantità del materiale che si impiega – mi risponde -. Dovresti chiedermi piuttosto se sono in grado di costruire ordigni di una certa complessità». Glielo chiedo, e Ivo Della Savia sorride facendo cenno di sì col capo. Riprende a raccontare.

Uscito dalla prigione di Fresnes, non ricorda se nel marzo del ’68 o del ’69 giunse con l’autostop sino a Basilea.

«Avevo 55 franchi in tasca –dice – e li spesi per il treno sino a Zurigo. Lì rimasi per una settimana, insieme alla mia donna».

Quindicimila lire

«Chi era?».

«Era la figlia di un pastore protestante. Faceva un gran freddo; non avevamo neppure una lira; passavamo le giornate abbracciati nelle cabine telefoniche. Dopo una settimana, il console mi fece un biglietto sino a Chivasso. Vendetti l’orologio per 1500 lire e arrivai a Milano. Una amica mi diede 15 mila lire, con le quali raggiunsi mio fratello Pietro a Rama. Pietro abitava presso una spagnola che lavora alla FAO e abita nei pressi di Monte Mario. Rimasi là per quattro settimane, sinché non mi arrestarono perché renitente alla leva. I giudici mi dettero quattro mesi e mezzo con la condizionale, ma furoni abbastanza indulgenti, perché mentre ero in carcere era morto mio padre».

«Voleva bene a suo padre?».

«No»

«Perché?».

«Perché da piccolo mi ha messo in collegio, dove sono rimasto per ben nove anni. Fra me e lui non è mai esistito un rapporto affettivo. Eppoi era un violento specie quando beveva».

Nel giugno ’69 dopo una permanenza all’estero, Ivo Della Savia torna a Roma e comincia a lavorare in via del Boschetto 109, insieme a Pietro Valpreda nel negozio di lampade «Tiffany».

Le lampade avevo imparato a costruirle da mio fratello, durante il periodo in cui ero stato con lui a Roma in casa della spagnola. La costruzione delle lampade ‘Tiffany’ rispondeva al bisogno di assicurare a tutte le persone che svolgevano un certo tipo di attività un reddito che permettesse loro di sfuggire a qualsiasi controllo da parte delle autorità; si trattava, cioè, di un lavoro che poteva essere fatto in qualsiasi parte del mondo e che, per la sua stessa natura, si poteva svolgere con un minimo di strumenti facilmente trasferibili. Io e Valpreda abbiamo venduto le lampade a una boutique di via delle Carrozze a Roma e ad altri amici che non ricordo; fabbricavamo anche medaglioni e simboli, che ci assicuravano un certo guadagno. I vetri li compravamo a Roma, in un negozio di via Garibaldi: è l’unico negozio d’Europa che disponga di vetro in tante gamme di colori»

«Mi parli di Valpreda».

«La prima volta che l’ho conosciuto è stato durante la formazione dei primi gruppi anarchici a Milano, nel ’64-65. In quel periodo mi sembrò un personaggio ben definito, estremamente deciso. Era un tipo solido, intendo dire, perché affrontava con una certa fermezza il problema del lavoro e dei rapporti di gruppo. Sul piano attivo si limitava a una visita al circolo anarchico, una volta ogni tanto. Quando uscii dalla prigione militare, nel giugno ’69, lo rividi in casa della spagnola, Teresa Garcia Santhià, a Roma. Lui, in quel periodo, studiava danza e credo che si stesse perfezionando. Non svolgeva alcuna attività economica e aveva bisogno di soldi quanto me. Fu così che, parlando, gli proposi di lavorare insieme.

«Abbiamo abitato entrambi – prosegue – nella baracca di Pratorotondo, e insieme abbiamo frequentato il circoloBakunin’ in via Baccina. A quell’epoca lui faceva parte di quella frangia estremista e asociale che vive disperatamente giorno per giorno, che ha un cumulo di problemi, che non ha un impiego fisso né entrate. Per questo, forse, è soggetta a una infinità di squilibri. Durante tutto il periodo in cui sono rimasto a Roma, il gruppo che potenzialmente poteva fare certe cose non disponeva del materiale, intendo dire dell’esplosivo: Se lo avesse avuto, lo avrebbe impiegato»

«Risulta – affermo – che l’esplosivo lo ha portato lei in un pacco, che nascose poi sulla via Tiburtina».

«Sulla Tiburtina non c’era un solo etto di esplosivo. C’erano cinquanta metri di miccia e due o tre orologi pronti già collegati alle batterie elettriche. Si trattava di metterci accanto l’esplosivo per avere delle bombe perfettamente efficienti. Mancavano però anche i detonatori. Gli ultimi che avevo, li detti a un compagno che era partito per la Spagna. Sia la miccia che gli orologi li comprai a Roma per cinquemila lire da un tizio in Piazza Navona».

In settembre a Milano

«Risulta che nel settembre, a Milano, lei è andato a cercare dinamite in giro».

«No, non è vero. Sono stato a Milano in settembre, con Annelise Borth, per rinnovare la mia carta d’identità. Ne avevo bisogno per recarmi all’estero».

Ivo Della Savia, a questo punto, mi mostra la sua carta d’identità, rilasciata dal Comune di Milano, che risulta rinnovata il 19 settembre 1969. E’ contraddistinta dal numero 39731943.

«Mi spieghi perché il pacco non è stato più trovato».

«Non lo so. Forse non lo hanno cercato bene. Un giorno mi feci trasportare dal Valpreda sino a un certo luogo, poi scesi e depositai questo materiale. Non abbiamo fatto alcuna buca. Ci ho messo sopra solo delle foglie. Vedi, c’è qualcuno che ha interesse a fare la rivoluzione e che desidera si determini un certo clima, che si vendano certi prodotti, un certo tipo di letteratura, e che è disposto ad aiutare coloro che diano garanzie materiali che certe cose si facciano. Queste persone (e qui Ivo Della Savia fa nomi che, per ovvie ragioni, non possiamo rivelare) al limite non sono altro che dei profittatori. Considera che da una parte ci sono dei giovani che si ribellano contro la società, e sono capaci di rendere dannosa la loro azione; dall’altra parte vi è gente che appartiene a un altro ambiente sociale, che ha altre esigenze e che vede in questi giovani degli strumenti. Un certo giorno, poi, capisce che rappresentano un capitale».

Il gioco è questo

«Cosa fa? Li finanzia?».

«Sì, in una certa maniera, ma mai chiaramente. In forma indiretta. Tra costoro, c’è anche quell’amministratore di un partito di sinistra che anni fa sparì con tutta la cassa e non venne mai denunciato. Il gioco è questo: vi è gente ricca, che guarda a sinistra e si professa rivoluzionaria, e riconosce che quello che fa la sinistra democratica non serve a niente. Poi, all’improvviso, scopre dei gruppi che agiscono più seriamente…».

«Voi tutti, allora, sareste stati strumentalizzati da persone più abili di voi?».

«No, perché sia mio fratello Pietro sia gli altri avrebbero fatto ugualmente ciò che hanno fatto, perché sono perfettamente convinti della validità della loro partecipazione attiva al movimento rivoluzionario. Sta a loro, però, dire cosa hanno fatto e cosa no».

Cerco di sapere altre cose, per esempio sulle fonti degli esplosivi e su chi era in grado di procurarli. Chiedo quale parte abbiano avuto, nei recenti attentati in Grecia, gli elementi della Juventudes Libertarias Ibericas. Vengo a sapere solo che questi ultimi hanno organizzato effettivamente qualcosa in Grecia, dopo essersela presa per molti anni con le rappresentanze consolari spagnole all’estero.

Ivo Della Savia promette di dirci altre cose in un prossimo incontro, se riusciremo a fissarlo, e aggiunge: «Ci tengo a precisare che il gruppo anarchico ‘Barcellona 39’, al quale appartengo, rivendica la paternità di tutti gli attentati terroristici messi a segno in Italia contro consolati, agenzie di viaggio e uffici di rappresentanza spagnoli».

Ivo Della Savia ammette anche che sono di marca anarchica gli attentati al Senato, al ministero della pubblica istruzione è al palazzo di giustizia di Roma. Ma si affretta a dire: «Gli attentati del 25 aprile a Milano, quelli dell’agosto sui treni e gli ultimi del 12 dicembre, invece, non sono opera nostra. Valpreda è innocente. Peccato che non possa farti leggere le ultime lettere che mi ha scritto. Le ho date a un comitato antirepressione che ha sede a Parigi. Il comitato si è incaricato di aiutare i compagni accusati degli attentati di Roma e Milano. Io non so molto di quanto è accaduto negli ultimi mesi, perché ai primi di ottobre lasciai Roma in motoretta, insieme con Roberto Mander che voleva seguirmi qui, in Belgio. Mander, però, una volta a Milano ci ripensò e tornò indietro, mentre io proseguii in treno. Se fossero stati loro, comunque, lo avrei saputo, perché sono rimasto in contatto con Mander, con Valpreda e con Rossi».

Vecchi anarchici

«Chi sono questi Rossi?».

«E’ una famiglia di vecchi militanti anarchici di Roma, che frequentavano il circolo Bakunin, aiutandoci soprattutto a pagare l’affitto. E gente abbastanza agiata. Nessuno degli amici mi ha detto che erano in programma degli attentati a breve scadenza».

E’ quasi l’alba e Ivo Della Savia si congeda dicendomi: «Approfitto di questa intervista per mandare un abbraccio a mio fratello Pietro e a tutti i compagni. Adesso che ho parlato con te, non posso più restare qui. Sono abituato a fuggire, a nascondermi stai sicuro che non mi prenderanno. Da un momento all’altro mi arriveranno i documenti necessari e poi me ne vado. Non posso dire dove, ma prima di partire mi farò vivo. Parlerò del Pinelli, di Octavio Alberola, della Juventutes Libertarias Ibericas; di ciò che ho fatto a Parigi, della nostra lotta rivoluzionaria, dei miei programmi.»

Prendiamo un tassì. Ivo Della Savia e Chantal scendono in periferia, io proseguo per l’albergo. Spero che Ivo Della Savia mantenga la promessa.

1970 04 11 l’Unità – «Nell’ufficio di Calabresi come una rissa: picchiavano Pinelli?». Sconcertante racconto di un anarchico all’«Astrolabio»

4 novembre 2015

1970 04 11 Unità Nell'ufficio di Calabresi come una rissa

Sconcertante racconto di un anarchico all’«Astrolabio»

«Nell’ufficio di Calabresi come una rissa: picchiavano Pinelli?»

Il giovane era interrogato in una stanza adiacente – «Calabresi mi disse che Pinelli era un delinquente» – Negata dalle autorità belghe l’estradizione per Ivo Della Savia, che pare si sia rifugiato altrove.

 

Una testimonianza, che suscita nuovi sospetti sulla morte di Pinelli, è stata pubblicata dall’«Astrolabio». Si tratta del racconto di Pasquale Valitutti, un anarchico fermato nelle prime ore dopo gli attentati, che veniva interrogato nell’ufficio adiacente a quello del commissario Calabresi. Valitutti esordisce narrando come fu fermato e quando vide Pinelli nella questura milanese «mi ha detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e che aveva paura di perdere il posto alle ferrovie, più tardi
mi hanno messo nella segreteria che è adiacente all’ufficio del Pagnozzi (un altro commissario della politica ndr) e ho colto dei brani degli ordini che Pagnozzi lasciava per la notte. Posso affermare che ha detto di riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione».

Si passa quindi al racconto di quella tragica serata di lunedì «Gli ho chiesto (a Pinelli) se avesse firmato dei verbali e lui ha risposto di no. Verso le 20 è stato portato via e quando ho chiesto a una guardia dove fosse mi ha risposto che era andito a casa. Dopo un po’, penso verso le 20,30 ho sentito dei rumori sospetti come di una rissa e ho pennato che Pinelli fosse ancora lì e che lo stessero picchiando. Poco dopo ho sentito come delle sedie mosse e ho visto gente che correva gridando si è gettato»

Valitutti quindi afferma che «Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente di Valpreda facendomi chiaramente capire che era nella stanza al momento in cui Pinelli cascò. Inoltre mi ha detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile».

«Specifico inoltre – conclude il giovane anarchico – che dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere il corridoio e che nei minuti precedenti il fatto Calabresi non è assolutamente passato per quel pezzo di corridoio»

La testimonianza di Valitutti, se accettata porta a tre conclusioni a) che Calabresi ad onta di quanto è stato detto era nella stanza quando Pinelli precipitò dalla finestra b) che Pinelli fu interrogato con particolare tenacia e forse con metodi poco ortodossi c) che effettivamente dopo la morte dell’anarchico funzionari di PS tentarono di screditarne la memoria facendo circolare sul conto false voci. Il dott. Caizzi che conduce l’inchiesta sulla fine di Pinelli dovrà comunque tener conto del racconto di Valitutti.

Intanto si è appreso che le autorità belghe hanno negato l’estradizione per Ivo Della Savia contro il quale il giudice Cudillo aveva emerso mandato di cattura per trasporto di materiale esplosivo. Le autorità di Bruxelles hanno negato l’estradizione facendo rilevare che il reato di cui è accusato Della Savia non è contemplato nel codice belga. Sembra in ogni caso che Della Savia abbia già abbandonato il Belgio rifugiandosi in un altro paese.

1970 06 6 Paese Sera – La teste è la fidanzata di «Andrea» agente-spia? Un’altra superdeposizione che arriva a cinque mesi dal tragico attentato di Milano

31 ottobre 2015

1970 06 6 Paese Sera - La teste è la fidanzata di Andrea

Anche una donna confermerebbe le accuse del confidente nel «22 Marzo»

La teste è la fidanzata di «Andrea» agente-spia?

Un’altra superdeposizione che arriva a cinque mesi dal tragico attentato di Milano

 

Dopo lo «007» Andrea Politi, o meglio solamente «Andrea», come era conosciuto negli ambienti del «22 Marzo», agente della Squadra politica della questura e quindi «supertestimone» per l’accusa, nella istruttoria per gli attentati di Milano e Roma dello scorso dicembre salta fuori ora un altro teste di estrema importanza per la pubblica accusa. Questa volta si tratterebbe di una donna, una giovane amica (qualcuno vuole sia addirittura la fidanzata) di Andrea Politi.

La ragazza, che sarebbe già stata interrogata dai magistrati, viene a questo punto della inchiesta a dare conferma di alcune delle circostanze riferite ai giudice dall’informatore. Serve, insomma, a fornire qualcuno di quei «riscontri obbiettivi» che l’accusa usa da parametro per valutare le dichiarazioni rese da «Andrea». Una delle circostanze convalidate dalla deposizione della giovane donna, di sui non si conosce ancora l’identità che è gelosamente protetta dal segreto istruttorio, è quel colloquio che Andrea Politi avrebbe avuto il 14 dicembre, cioè due giorni dopo la strage di piazza Fontana, con Emilio Borghese il quale, stravolto dagli avvenimenti, disse all’agente che sapeva bene che le bombe dovevano scoppiare proprio quel giorno, ma che non credeva che avrebbero causato tante vittime.

E’ chiaro come, sempre per l’accusa naturalmente, la deposizione della misteriosa ragazza acquisti una importanza fondamentale: un’altra «su-pertestimonianza» che, come per quella dell’agente della politica, ha però il torto di arrivare soltanto a oltre cinque mesi dai fatti.

Di questo passo è lecito attendersi che, ove si rendesse necessario, altri «supertestimoni» potrebbero essere tirati fuori dalla polizia fra qualche tempo da quel «sacco senza fondo» che ha già fornito l’informatore e la sua fidanzata.

Intanto, ieri mattina, si è appreso che i periti incaricati dal giudice di condurre una perizia psicofisica su Pietro Valpreda hanno chiesto una proroga al termine, scaduto proprio ieri, fissato per la consegna delle conclusioni della indagine. Sempre ieri si è appreso anche che il giudice istruttore, dott. Ernesto Cudillo e il P.M., dott. Vittorio Occorsio, dovranno quanto prima recarsi a Milano per procedere ad alcuni interrogatori.

Infine, una notizia dal Belgio. Ivo Della Savia, colpito da mandato di cattura per detenzione di esplosivi, è stato condannato a Bruxelles a tre mesi di prigione per «soggiorno illegale»: probabilmente, a pena espiata, verrà espulso dal paese.

 

1970 05 9 Paese Sera – Contro Valpreda testimoni-spie? Clamorose affermazioni dell’anarchico Della Savia. di G.M.

29 ottobre 2015

1970 05 9 Paese Sera - Contro Valpreda testimoni spia di G.M.

Clamorose affermazioni dell’anarchico Della Savia

Contro Valpreda testimoni-spie?

In una lettera da Bruxelles, l’amico del ballerino sostiene nell’agosto dello scorso anno la polizia aveva fatto a lui e a Valpreda allettanti «proposte» di collaborazione – Ermanna River: «conosceva bene» gli agenti della squadra politica? – I vetrini colorati ne furono sequestrati a dozzine già prima del 12 dicembre.

di G. M.

 

Milano, 9. – Si rifà vivo Della Savia, l’anarchico che, secondo la polizia, avrebbe fornito gli esplosivi per gli attentati del 25 aprile alla Fiera e alla stazione di Milano. Ha inviato, in questi giorni, una lunga lettera ad suoi compagni milanesi, fornendo tutta una serie di «precisazioni» su circostanze che toccano da vicino l’inchiesta Valpreda. La lettera è indirizzata da Bruxelles, la città dove Ivo Della Savia si rifugiato fin dall’ottobre scorso.

Nella prima parte si parla, abbastanza diffusamente della ballerina di avanspettacolo Ermanna River, la «testimone dell’ultima ora» che sostiene di aver visto, a Roma, Pietro Valpreda, due giorni dopo gli attentati del 12 dicembre. «Per quello che concerne i testi romani – dice la lettera – vi informo che la sola persona che io conosca assai bene per averla frequentata a lungo è Ermanna River, una ragazza che mi era stata presentata da Valpreda e con la quale siamo usciti qualche volta insieme, e generalmente la sera per mangiare in qualche vecchia trattoria non troppo cara a Trastevere».

E si afferma più sotto: «Ermanna River è anche una vecchia conoscenza della polizia; ebbero occasione di conoscersi durante tutto il tempo che seguì gli attentati ai treni, periodo nel quale io e Valpreda eravamo sottoposti a tutta una serie di vessazioni e proposte di denaro e di favori se avessimo collaborato con i flics. Per quello poi che concerne Valpreda – dice ancora la lettera – cominciarono con delle proposte, un contratto alla televisione per 3 anni, una macchina, del denaro, ecc. ecc. Inutile dirvi che noi non ne sapevamo niente, che non avevamo niente da dire che potesse aiutarli.

Dopo un periodo di bienveillance passarono alle minacce, arrivavano improvvisamente nel negozietto o alla mattina nella pensione ove alloggiava Valpreda, minacciarono Valpreda per la sua vecchia storia della rapina, gli resero la vita impossibile, fecero sì che la proprietaria della pensione sbattesse fuori Valpreda, gli fecero un mucchio di angherie tanto che ci rivolgemmo al compagno Aldo Rossi, per far intervenire un avvocato se avessero ancora continuato…».

E conclude la lettera di Ivo Della Savia: «La polizia, andò anche da lei, da Ermanna, e che cosa le chiese? E perché non se l’è ricordato durante questo tempo? E perché dopo la visita della polizia cominciò a frequentare Valpreda e il nostro negozietto?». Nella lettera si parla anche degli ormai famosi vetrini che servivano per costruire le lampade Tiffany. E’, questo, un altro dei capitoli oscuri di tutta quanta l’inchiesta. Come si sa, infatti, la notizia del «vetrino blu con tonalità verdi», che sarebbe stato trovato nella borsa contenente la bomba della Commerciale, cominciò a circolare sui giornali il 12 marzo scorso, tre mesi dopo gli attentati. Perché non se ne parlò prima? Come mai una prova come questa è sgusciata fuori, del tutto inaspettatamente, con tanto ritardo?

Ma non sono i soli interrogativi. Il «vetrino prova» è stato infatti consegnato al Giudice Istruttore il 7 febbraio, dopo che la polizia lo aveva già fatto analizzare, di sua iniziativa, e senza che ne sapesse niente nessuno, al Centro di Polizia Criminale dell’EUR. Soltanto successivamente la «prova» passò in mano al magistrato. Perché dunque non si informò nessuno del ritrovamento? E perché quella perizia «segreta», compiuta per di più da periti che non erano stati nominati dal giudice? Che la polizia fosse a conoscenza dei procedimenti usati da Valpreda per costruire le sue lampade Tiffany è un fatto certo. Di quei famosi vetrini i poliziotti ne hanno sequestrati anche nella casa della zia dell’anarchico, durante la perquisizione compiuta verso la fine del gennaio scorso. Ma altri vetrini erano stati inoltre «acquisiti» in precedenza, durante i sequestri effettuati, a Livorno, in casa di Paolo Braschi, uno degli anarchici arrestati per gli attentati del 25 aprile. Non solo, ma anche nell’abitazione di Paolo Faccioli, altro anarchico arrestato per i botti alla Fiera, vennero trovati questi vetrini. Lo stesso Ivo Della Savia, lo conferma nella sua lettera: quando venne interrogato, a Milano per l’esplosione del 25 aprile, vide, sulla scrivania del funzionario, una scatola contenente alcuni vetrini colorati, quelli probabilmente trovati nella casa del Faccioli, il quale aveva appunto avuto dal Della Savia quel materiale per costruire lampade e medaglioni. Dunque, di questi oggetti colorati la polizia ne era particolarmente «provvista», come dimostrano diverse circostanze. Doveva tornare facile, quindi, quasi immediata, l’associazione del nome di Valpreda, costruttore di lampade Tiffany, col vetro trovato nella borsa della Commerciale. Non rappresentava quasi una «firma» posta sotto gli attentati? Perchè una prova del genere si è aspettato tanto a rivelarla?

1970 01 11 Paese Sera – Bombe: senza volto il nuovo testimone. Riserbo assoluto sulla sua identità – L’accusa gli attribuisce «grande importanza»

19 ottobre 2015

1970 01 11 Paese Sera - Bombe senza volto il nuovo testimone

Bombe: senza volto il nuovo testimone

Riserbo assoluto sulla sua identità – L’accusa gli attribuisce «grande importanza» – Quali sarebbero le «ammissioni» fatte da Emilio Borghese e Roberto Mander. Una perizia collegiale sui reperti degli ordigni

 

Un nuovo testimone è entrato da ieri nella vicenda degli attentati di Milano e di Roma. E’ stato interrogato lungamente dal giudice istruttore, dott. Ernesto Cudillo, alla presenza anche del P.M., dott. Vittorio Occorsio (che peraltro si è limitato ad assistere alla verbalizzazione delle dichiarazioni fatte dal teste). Tutti i tentativi per cercar di dare un volto e un nome al personaggio sono riusciti vani. Manco a parlare, poi, di ciò che il testimone avrebbe detto. L’unica «indicazione» (se così può definirsi) raccolta negli ambienti giudiziari è una frase del P.M., il quale, pressato dalle insistenti richieste dei giornalisti si è limitato a dire che «si tratta di un testimone piuttosto importante». Tutto qui.

A disposizione i verbali

Qualche notizia più precisa su ciò che riguarda l’andamento dell’istruttoria si potrà, forse, avere domani. In mattinata, infatti – secondo quanto lo stesso giudice ha comunicato – saranno depositati, a disposizione dei difensori, i verbali d’interrogatorio, il che induce a ritenere che entro la prossima settimana gli avvocati potranno anche finalmente recarsi al carcere per prendere contatto con i propri assistiti.

Un’altra informazione appresa da fonti attendibili dà per certo che nei prossimi giorni il giudice istruttore disporrà una nuova perizia sui reperti degli ordigni. Si tratterà, stavolta, di un’indagine affidata a un collegio di periti e alla quale parteciperà anche la difesa con alcuni consulenti di parte.

Intanto, sia pure faticosamente, continuano a filtrare alcune indiscrezioni su ciò che gli inquirenti sarebbero riusciti a raccogliere interrogando i sei arrestati (il settimo imputato, Enrico Di Cola, è ancora latitante). Secondo queste notizie – peraltro ovviamente non ufficiali – due degli accusati, in particolare, avrebbero fatto delle ammissioni, che per l’accusa costituirebbero «elementi di notevole gravità e significato». I due sarebbero Emilio Borghese e Roberto Mander. Specialmente il primo – sempre stando alle voci – avrebbe in sostanza attribuito a Pietro Valpreda e al Mander di avere avuto nei giorni immediatamente precedenti il 12 dicembre (all’interno della sede del circolo «XXII marzo») molti «scambi di idee» non solo sull’opportunità di compiere delle azioni terroristiche, ma addirittura sulla «scelta» degli «obbiettivi».

Queste indiscrezioni hanno trovato qualche conferma anche negli ambienti della polizia, come quelle riguardanti Roberto Mander il quale, nell’apprendere da chi lo interrogava ciò che sarebbe stato dichiarato da Emilio Borghese, avrebbe replicato ritorcendo contro lo stesso Borghese e Valpreda la responsabilità dei «progetti» di attentato e della «designazione» dei luoghi in cui effettuarli.

Paolucci sarà interrogato

Naturalmente riferiamo tutto questo con le dovute riserve che la gravità del caso impone, anche se ci sembra opportuno sottolineare – come del resto facciamo in altra parte del giornale – che «discorsi» e «progetti» non sembrano oggettivamente sufficienti a dimostrare una diretta partecipazione agli attentati.

La settimana prossima, comunque, dovrebbe permettere di tracciare un quadro abbastanza esatto della situazione. Il giudice istruttore, come si è detto, depositerà domani i verbali d’interrogatorio, e presumibilmente martedì si recherà a Milano, con il pubblico ministero, per procedere – si è dichiarato negli ambienti giudiziari – ad alcuni «importanti accertamenti». Fra l’altro il magistrato procederebbe, nella città lombarda, anche all’interrogatorio del prof. Liliano Paolucci, direttore generale del Patronato Scolastico, che con ripetute dichiarazioni alla stampa ha smentito talune asserzioni fatte dal tassista Cornelio Rolandi.

Un’ultima notizia riguarda un personaggio il cui nome è venuto più volte alla ribalta in margine all’inchiesta sugli attentati. Si tratta di Ivo Della Savia, amico di Pietro Valpreda, che gli inquirenti vorrebbero interrogare perché, si dice, qualche volta sarebbe stato in possesso di esplosivi. Il Della Savia, renitente alla leva, si troverebbe però da qualche tempo in Belgio.

 

1971 04 9 Unità – Valpreda: «mi trovo in cella da 16 mesi per una provocazione» di p.l.g.

9 giugno 2015

1971 04 9 Unità Valpreda Mi trovo in cella da 16 mesi per una provocazione

 

Il processo di Milano agli anarchici

Valpreda: «mi trovo in cella da 16 mesi per una provocazione »

La polizia gli aveva chiesto di accusare il Braschi – Gli imputati gridano: Valpreda è innocente, le bombe sono dei padroni – Il negoziante che aveva venduto nitrato di potassio non riconosce gli accusati – Il fratello del giovane imputato Paolo Braschi ritratta le accuse

Milano, 8. – Pietro Valpreda è venuto al processo degli anarchici; sarebbe più esatto dire che è tornato poiché il suo nome e la sua figura emersero proprio nel corso degli accertamenti sugli attentati del ’68 e del ’69. Attribuiti agli imputati. Alle 9,25, con un leggero forse precauzionale anticipo sulla abituale apertura dell’udienza, Valpreda entra in aula seguito da un codazzo di carabinieri. Piccolo, basette lunghe, capelli fluenti sulle spalle, calzoni e giubbetto blu, l’anarchico pare esasperato. Infatti, ancor prima di sedersi sulla sedia dei testimoni, esclamava: «Vorrei proprio sapere perché da quando son giunto a Milano, mi tengono in cella di isolamento!».

Il presidente dott. Curatolo, risponde: «Non ne so nulla…forse perché il suo processo a Roma è ancora in istruttoria..».

Ma prima di riferire l’interrogatorio, sarà forse bene ricordare i precedenti. Dunque, l’imputato Paolo Braschi, dopo lo arresto, firmò un verbale in cui dichiarava d’aver confidato al Valpreda di essere l’autore di alcuni attentati. Così il ballerino venne fermato e subito negò (ma negli ambienti anarchici la sua deposizione suscitò equivoci e diffidenze che, a quanto sembra, furono condivise anche dal Pinelli). Valpreda quindi fu rilasciato; ma successivamente il consigliere istruttore dott. Amati, lo incriminò insieme con Leonardo Claps e Ajello d’Errico per vilipendio al pontefice in relazione ad un volantino. Il 15 dicembre ’69 e cioè tre giorni dopo la strage di piazza Fontana, egli si presentò, per questa accusa, dal dott. Amati; all’uscita dello studio del magistrato, fu tratto in arresto quale sospetto autore della strage. Questi i precedenti che confermano ancora una volta gli oscuri legami esistenti fra gli attentati del 1968-1969, l’eccidio di piazza Fontana e il caso Pinelli.

Ed ecco le risposte di Valpreda. «Conobbi il Braschi al convegno anarchico di Massa Carrara del ’68 e lo rividi qualche volta al circolo del Ponte della Ghisolfa e in Brera («imputati e testi non dicono mai: a Brera» – n.d.r.)… Non mi fece alcuna confidenza; voglio anzi specificare che non mi parlò mai degli attentati al palazzo di giustizia di Livorno e all’ufficio annona di Genova… Quanto al Pietro Della Savia, lo conosco fin da ragazzo perché una volta venne col fratello Ivo al teatro Smeraldo dove io lavoravo… Poi, dopo anni che non lo vedevo lo incontrai qualche volta a Milano. … Ivo lo rividi nel maggio-giugno ’69 a Roma, in casa di un compagno… Faccioli non lo conosco… il Pulsinelli lo vidi qualche volta alle riunioni della gioventù libertaria al circolo del Ponte della Ghisolfa… Mai conosciuto il Norscia, la Mazzanti, l’editore Feltrinelli e la moglie di questi, Sibilla Melega… Tornando alle confidenze del Braschi, vorrei spiegare a questa giuria democratica come avvengono gli interrogatori di polizia: c’è il tecnico, seduto, che fa le domande cortesi; poi ci sono il duro e l’insinuante… ».

Il P.M. Scopelliti, interrompe: «Questo non c’entra».

E Valpreda: « C’entra si, perché a me non contestarono un regolare verbale del Braschi cui avrei potuto rispondere; mi dissero solo che bastava che io lo accusassi… Questa è una provocazione ed è per questa che da 16 mesi io sono in cella innocente! Se nessuno le ha dette queste cose, chi le ha inventate? Maria bambina?».

Il presidente, tentando di calmarlo: «Lei qui è sentito come testimone… ».

E l’anarchico: «Già, ma non sono trattato come testimone…».

I carabinieri fanno cerchio e Valpreda si avvia verso l’uscita: Della Savia. Faccioli, Braschi e Pulsinelli scattano in piedi nella gabbia, e scandiscono: «Valpreda è innocente! Le bombe sono dei padroni!».

Seguono testimoni piuttosto imbarazzanti per gli imputati, Marrio Gessaghi, negoziante in via Lanzone 7, riconobbe in una foto del Della Savia il «capellone» che era venuto a diverse riprese ad acquistare mezzo chilo o tre etti di nitrato di potassio, l’ultima volta probabilmente nell’aprile ’69. Il negoziante vide una volta anche il Faccioli. Adesso non è in grado di riconoscere gli imputati perché si sono tagliati i capelli.

Ed ecco, ultimo testimone della giornata, il fratello dell’imputato Paolo Braschi, Carlo, di 24 anni. Questi, fermato a suo tempo come indiziato, rese alla polizia una gravissima deposizione: il Paolo, tornato a Livorno per le vacanze natalizie del ’68, gli aveva confidato la sua intenzione di mettere una bomba al locale palazzo di giustizia; poi sotto i suoi occhi, aveva confezionato l’ordigno; infine la mattina seguente, gli aveva confermato l’avvenuta esplosione. Non basta. Il Paolo gli aveva detto di aver rubato lo esplosivo in una cava del bergamasco; poi da altri amici, lo stesso Carlo aveva appreso che parte dell’esplosivo era stata nascosta nei dintorni di Livorno, dove fu trovata. Successivamente, davanti al giudice istruttore, il Carlo Braschi ritrattò in blocco. Adesso conferma la ritrattazione: le accuse gli erano state suggerite dalla polizia, approfittando del suo stato di prostrazione.

Il dibattimento è rinviato al 20 aprile prossimo.

1971 04 27 l’Unità – Milano: il processo agli anarchici. La Zublena è mitomane. di Pierluigi Gandini

6 giugno 2015

Fu processata per calunnia dal tribunale di Biella – Il giudice la definì «persona affetta da una componente di tipo isterico» – Gravi interrogativi

 

1971 04 27 Unità La Zublena è mitomane

 

Dalla nostra redazione. 26.

Da stamane nell’aula della seconda sezione della Corte d’Assise di Milano, non c’è più il processo contro gli anarchici, c’è solo uno scandalo fra i maggiori della nostra storia giudiziaria. I difensori degli imputati hanno infatti provato che la supertestimone dell’accusa, Rosemma Zublena, fu imputata nel 1964, a Biella, di aver lanciato, attraverso lettere anonime, accuse false o non provate contro il prefetto e il questore di Vercelli, i carabinieri di Cavaglià e privati della zona. Non basta. Anche nel corso dell’istruttoria contro gli anarchici. la Zublena inviò una lettera anonima per chiedere l’arresto dei due imputati, lettera che, incredibilmente, venne allegati agli atti. Questa è la donna che il consigliere istruttore dottor Antonio Amati proclamò «buona, intelligente, dotata di una memoria formidabile, prima amante e poi madre affettuosa dell’imputato Braschi… ingiustamente linciata dalla stampa solo perchè le sue dichiarazioni non facevano comodo…». A questa e ad altre gravissime rivelazioni la Zublena ha reagito con un grido che spiega tutto: «Io non ho fatto che ripetere quel che già sapeva il commissario i Calabresi!».

Il PM legge la lettera

Ma lasciamo parlare i protagonisti.

Il PM dottor Scopelliti si alza ed annuncia: «Ho ricevuto dalla teste Zublena una lettera personale con richiesta di tenerla segreta. Non posso aderire a tale richiesta e dò quindi pubblica lettura della lettera». In sostanza, la supertestimone invita il pubblico accusatore a valutare con benevolenza le lettere da lei scritte agli imputati (ed ora esibite dai difensori) tenendo conto che all’epoca era oggetto di una «spietata campagna giornalistica»; sollecita un colloquio con lo stesso magistrato al fine di «studiare varie sfumature utili alla sentenza contro il Braschi e Angelo Della Savia»: infine chiede l’acquisizione agli atti di un’intervista resa a Bruxelles dal fratello del Della Savia, Ivo, al giornalista del Corriere Giorgio Zicari. E la Zublena, già seduta sulla sedia dei testimoni, spiega a voce: «Anche Ivo accusa gli anarchici degli attentati di Roma. Questo per dimostrare che non fui solo io ad accusare…».

Subito dopo attaccano i difensori. Ecco l’avvocato Di Giovanni: «Lei scrisse alla Procura di Lucca, il 2 settembre del 1969, una lettera in cui accusava gli imputati Norcia e Mazzanti di essere delinquenti spietati, avvelenati, depravati nei sentimenti, ladri, truffatori bancarottieri eccetera?». Zublena: «Non ricordo…».

Di Giovanni: «Lo scritto è allegato agli atti ed è anonimo».

Perfino il presidente si stupisce: «Ma non poteva essere allegato!».

Di Giovanni: «Già. Ma esiste anche una deposizione della Zublena al giudice Amati in cui le stesse accuse sono ripetute perfino con gli stessi termini! Perciò chiedo nuovamente alla teste è suo lo scritto?».

Zublena, con voce sommessa: «L’ho già detto».

Parte l’avvocato Piscopo: «La teste ha precedenti penali?».

Zublena: «No…». Ma gli avvocati incalzano e allora si decide: «In verità ho collaborato con la magistratura e con un monsignore cattolico per eliminare una situazione amorale. Naturalmente mi hanno querelata ma sono stata assolta perchè avevo detto la verità».

Di Giovanni: «Non è vero ed esibisco la relativa sentenza: lei non fu querelata da privati ma denunciata d’ufficio dai carabinieri per avere scritto lettere anonime all’allora ministro Taviani e all’arcivescovo di Vercelli, accusando le autorità locali di essersi fatte corrompere da privati per consentire una attività di sfruttamento della prostituzione. Interrogata fu costretta ad ammettere di aver scritto le lettere e solo sulla base di voci raccolte da ballerine, prostitute, sfruttatori, sulle cui macchine si faceva trasportare a Milano. Il PM e il giudice istruttore l’assolsero ritenendola un’isterica e un’esaltata, rimasta vittima di una psicosi collettiva… ».

Passa all’attacco l’avvocato G. Spazzali: «La teste ci dica quando e come si accorse che gli imputati svolgevano un’attività terroristica… ».

La Zublena si imbroglia nelle date, da venir corretta dallo stesso presidente: poi, ridotta con le spalle al muro, ammette di avere saputo «in seguito» circostanze delle quali, in istruttoria, aveva detto di essere stata testimone oculare. Non basta. Sempre secondo lei, il Braschi sarebbe stato a Milano proprio il giorno in cui, stando al capo di accusa, commette un attentato a Livorno.

Spazzali incalza: «Lei disse al giudice Amati che il Sottosanti è un tipo poco credibile, che chiedeva denari alle donne e sul quale sarebbe stato opportuno indagare… Ora come poteva sapere tutto questo se l’aveva visto una sola volta in casa Pinelli?».

Zublena: «Fu un’impressione…In realtà lo rividi ad un bar e mi chiese dei soldi…».

Spazzali: «O invece il dirigente dell’ufficio politico dottor Allegra le diede altre informazioni?».

Zublena: «Nossignore…».

Spazzali: « Bene. Lei aveva anche detto che l’architetto Corradini era il cervello dell’organizzazione terroristica e che sua moglie era un’anarchica spinta anche se non esistevano prove… Alla corte invece ha detto di non conoscere neppure i Corradini… ».

Zublena: «Prima riferii voci che correvano in Brera, poi al giudice Amati dissi la verità e cioè che erano solo voci».

Interviene l’avvocato Piscopo: «E per quelle voci, i Corradini passarono sei mesi in galera!».

La fine di Pinelli

Spazzali: «Ma lei nei verbali dice che la Eliane Vincileoni era la moglie del Corradini e che entrambi vivevano in via del Carmine 4. Chi le diede tutte queste informazioni?».

La Zublena scivola: «Pinelli mi disse che il Della Savia ed il Braschi si rovinavano con i Corradini».

L’imputato Pulsinelli scatta nella gabbia: «Comodo tirare in ballo il Pinelli che è morto!».

E questa circostanza apre veramente un grave interrogativo sulla fine dell’anarchico. Alla fine, crivellata di contestazioni, la Zublena esplode: «Sono stufa di essere accusata dalla stampa come unica responsabile. Si interroghi chi aveva già arrestato questi ragazzi, io sono venuta solo dopo, ho riferito solo cose che Calabresi già sapeva!».

A questa frase, una esclamazione unanime si leva dagli avvocati e dal pubblico. Il presidente e il giudice a latere che finora si sono ben guardati dal diffidare la teste, reagiscono violentemente. Ma ormai l’udienza è finita.

Dopo quanto abbiamo riferito, l’opinione pubblica esige dalle autorità competenti (e cioè il questore, il procuratore capo e il procuratore generale della Repubblica, il presidente del Tribunale, il primo presidente della Corte di Appello, ed anche il Consiglio superiore della magistratura) una risposta alle seguenti domande: come mai la questura, che si recò perfino in Svizzera per indagare sugli imputati, non svolse alcun accertamento sulla Zublena a Viverone suo paese di nascita e a Biella?

L’incontro della Zublena con gli imputati fu davvero casuale? La donna aveva mantenuto rapporti con gli ambienti della polizia?

Come poterono il PM dottor Roberto Petrosimo e il consigliere istruttore dottor Antonio Amati accettare come testimone la donna?

E’ ammissibile infine che si sia scelta una sezione di assise dove corte e PM non diffidano i testimoni d’accusa, neppure quando dicono manifestamente il falso?

Sono domande gravi, alle quali deve essere data al più presto una risposta.

1973 03 31 Umanità Nova – Sospesa l’estradizione di Ivo Della Savia

20 maggio 2015

(Nostra nota: mancano alcune righe nella parte finale)

 

1973 03 31 Umanità Nova - Sospesa l'estradizione di Ivo Della Savia

 

Come annunciammo, dopo aver accolto la richiesta di estradizione di Ivo Della Savia, di fronte alla decisa opposizione degli avvocati e delle forze dell’estrema sinistra, la magistratura tedesca fu costretta ad accettare che il caso fosse dibattuto alla presenza della difesa e di testimoni da questa convocati.

Giovedì 22 scorso all’università di Francoforte si è tenuto un teach-in nel corso del quale hanno parlato gli avvocati Di Giovanni e Dominuco e diversi compagni tedeschi.

Venerdì il processo, al quale sono stati ammessi come testimoni il giornalista inglese Finer, i compagni Mander e Di Cola e gli avvocati Di Giovanni e Dominuco. La testimonianza di Valpreda era stata accettata ma le autorità tedesche, con una inqualificabile azione, hanno bloccato per quattro giorni il telegramma che gli avrebbe consentito di recarsi all’estero.

Mentre all’esterno del tribunale centinaia di compagni improvvisavano una manifestazione di solidarietà e premevano per essere ammessi in aula, Della Savia è stato portato di peso all’interno del tribunale dove ha chiesto che il pubblico fosse ammesso al dibattito; ciò non è stato concesso ed egli si è rifiutato di assistere al processo. E’ stato portato via ed alcuni compagni hanno visto degli agenti che lo picchiavano brutalmente.

L’avvocato Di Giovanni ha svolto una dettagliata relazione sulla strage di Stato mettendo in luce le varie fasi della montatura poliziesco-giudiziaria ed il tribunale, per non assumere direttamente la responsabilità di una qualsiasi decisione, ha rinviato ad altra seduta in attesa di ricevere una copia autenticata della sentenza di Cudillo perché, qualora il Della Savia non risulti implicato per «concorso» nella strage, dovrebbero rimetterlo in libertà, altrimenti rimetterebbero la pratica alla corte costituzionale lavandose dovrebbero rimetterlo in cedura segue il caso di Angelo Della Savia.