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1970 04 17 Unità – «Sevizie per i fermati del 25 aprile: Così anche Pinelli?». Gravissima denuncia dell’«Espresso» che pone un altro inquietante interrogativo

7 novembre 2015

1970 04 17 Unità p7 Sevizie per i fermati del 25 aprile Così anche Pinelli

Gravissima denuncia dell’«Espresso» che pone un altro inquietante interrogativo

«Sevizie per i fermati del 25 aprile: Così anche Pinelli?»

Secondo il settimanale un giovane avrebbe deposto dinanzi al giudice affermando di essere stato colpito con schiaffi, pugni, colpi alla nuca in questura – «Le botte gli venivano assestate dagli stessi agenti che erano vicini a Pinelli» – Gli atti dell’inchiesta «in visione» alla Procura generale.

 

Che cosa è successo realmente in quella stanza all’ultimo piano della questura milanese dove veniva interrogato Pinelli? I dubbi, i sospetti sono sempre più forti. L’ipotesi del suicidio (senza peraltro una qualsiasi spiegazione sia pure di stretta natura psicologica) non chiariscono certo tutti i punti oscuri che si sono accumulati in questi mesi. Ora anche l’Espresso avanza nuovi inquietanti interrogativi. In un lungo articolo a firma di Camilla Cederna vengono elencati tutti quei particolari avanzati soprattutto dal nostro giornale e dall’Avanti!, che non si conciliano con la versione ufficiale fino a giungere alla dichiarazione di Pasquale Valitutti, un anarchico fermato insieme a Pinelli, il quale come noto ha raccontato di aver sentito rumori come di rissa e di aver subito pensato che stessero picchiando Pinelli.

«Possibile che Pinelli non sia morto per suicidio ma in tutt’altra maniera? Possibile – afferma il settimanale –. Pare noto infatti da tempo che anche gli anarchici arrestati per i fatti del 25 aprile siano stati sottoposti a trattamenti estremamente duri. Uno di loro, in particolare, nella sua deposizione al giudice Amati avrebbe dichiarato d’aver firmato dei verbali completamente falsi in seguito alle sevizie subite in questura e che le cose sarebbero invece andate altrimenti, tre giorni di interrogatori continui senza mai dormire e sempre in piedi».

«Violenze continue e minacce – prosegue l’Espresso – schiaffi, colpi alla nuca, pugni e poi tirati decisamente i capelli, torti i nervi del collo. Il tutto – continua la dichiarazione in interrogatorio – peggiorato dal fatto che lo picchiavano all’improvviso e al buio. Minacce di decine di anni di galera gli venivano fatte dal commissario mentre le botte gli venivano assestate dagli agenti Mucilli e Panessa, i due che nelle ultime sue ore di vita sono sempre stati vicini a Pino Pinelli».

La gravità delle affermazioni della rivista sia in senso assoluto che in rapporto alla morte dell’anarchico non ha bisogno di commenti. Caso mai c’è da dire che finora nessuno ha ritenuto di smentire che esista fra gli atti di cui è in possesso il giudice Amati una simile dichiarazione. Fino a quando però poliziotti, magistrati e governo potranno rifugiarsi nel silenzio dinanzi all’incalzare di accuse e di domande? Fino a quando si risponderà col silenzio ad affermazioni del tipo «non si può più sostenere il suicidio» «Pinelli è stato ucciso con un colpo di karatè?» o fino all’ultima dell’Espresso che in parole povere vuol dire «Pinelli è stato seviziato»? E’ evidente che ormai dovrebbero esistere parecchie preoccupazioni delle «autorità» di fronte all’opinione pubblica che dimostra di non voler affatto accettare passivamente la tesi del suicidio. Forse in questo quadro è da inserire l’iniziativa della Procura Generale che ha assunto informazioni sull’istruttoria Pinelli condotta come è noto dalla procura della Repubblica. Risulta infatti che su richiesta del procuratore generale dottor Riccomagno, il sostituto procuratore generale dottor Crespi ha compiuto un esame del procedimento. Ciò non significa però che la procura generale abbia avocato a sé le indagini.

L’iniziativa probabilmente è stata anche provocata dalla recente istanza che i patroni della famiglia Pinelli professor Smuraglia e avvocato Contestabile, hanno indirizzato al sostituto procuratore della repubblica dottor Caizzi che conduce la istruttoria ma di cui è stata inviata copia anche al procuratore generale.

Come è noto, nella istanza i legali rinnovavano la richiesta di essere ammessi come parte civile nel procedimento e sollecitavano nuovi e più approfonditi accertamenti.

Resta ora da vedere se lo esame della procura generale sortirà qualche effetto e di qual genere, ma è comunque significativo che sia stato compiuto. La preoccupazione e l’allarme dell’opinione pubblica cominciano quindi ad avere un’eco anche dietro le solide pareti del palazzo o si è trattato di una pura formalità? Lo si dovrebbe sapere nei prossimi giorni.

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1970 10 29 Paese Sera – «Non abbiamo concordato le versioni» dice candidamente il vice-Calabresi. Al processo contro «Lotta Continua» interrogato il brigadiere Panessa. di G. M.

4 novembre 2015

1970 10 29 Paese Sera - Non abbiamo concordato le versioni dice candidamente il vice-Calabresi di G.M.

Al processo contro «Lotta Continua» interrogato il brigadiere Panessa

«Non abbiamo concordato le versioni» dice candidamente il vice-Calabresi

Clamorose contraddizioni del teste sulle ultime ore di vita di Pinelli. Messo alle strette, il sottufficiale si è trincerato dietro i «non so» e i «non ricordo»

di G. M.

 

Milano, 29 – Tre ore di martirio per il brigadiere Vito Panessa. Chiuso nel vicolo cieco delle sue contraddizioni, messo alle strette dalle «impietose» domande dei difensori di Pio Baldelli, il «braccio destro» del commissario Calabresi ha cercato di tirarsi fuori dalla sua incomoda situazione esibendo tutto un repertorio di smorfie, di sorrisi, di gesti concitati e di «non ricordo». Peggio di così non poteva comportarsi. Anche il presidente, dott. Biotti, non ha nascosto il suo fastidio: «Lei, signor Panessa, parla troppo: e perchè poi continua a ridere?». Vito Panessa è uno dei protagonisti della tragica notte del 15 dicembre. Le «cronache ufficiali» lo danno come l’uomo che si gettò su Pinelli, riuscendo ad afferrarlo per i piedi «Generoso» quanto inutile tentativo di salvare la vita al «suicida».

Ieri, Panessa, occhi sgranati, faccia tonda, colorito terreo, ha «ridimensionato» però l’episodio: si, è vero, ebbe quello slancio di «generosità», ma arrivò appena a sfiorare le scarpe di Pinelli. Meglio, non è nemmeno sicuro di «averle toccate». Comunque, si prese lo stesso un bello spavento per il «rischio» che aveva corso. Dopo il tuffo di Pinelli, infatti, non se la sentì proprio di precipitarsi da basso, in cortile, assieme all’allora tenente Lograno e ad altri sottufficiali.

PRESIDENTE: «Ma doveva fare qualcosa di sopra?».

PANESSA: «No, niente»

PRESIDENTE: «E allora, perché è rimasto in ufficio?».

PANESSA (sorridendo): «Signor presidente, ero sotto choc, dovevo rianimarmi».

Lo choc, comunque, non gli impedì di scambiare alcune frasi con l’anarchico Valitutti che, al momento del fatto, si trovava nell’androne proprio di fronte all’ufficio di Calabresi. Vero che, in quell’occasione, disse a Valitutti che Pinelli era ormai dentro fino al collo e che per questo si era ucciso?

PANESSA: «Non ricordo: so solo che abbiamo parlato».

E che «ruolo» ha giocato durante l’interrogatorio di Pinelli? Vero che anche lui, come ha detto Calabresi, aveva una sua funzione da svolgere?

PANESSA: «No, mi interessava solo l’interrogatorio, non avevo niente da fare».

Dunque, stava lì semplicemente per godersi lo spettacolo. Poteva anche uscire se avesse voluto? Certo che poteva uscire, poteva fare quel che voleva. Panessa, invece rimase, dall’inizio alla fine. Meglio, entrò nella stanza mezz’ora dopo che l’interrogatorio era cominciato. Niente vero quindi che ebbe modo di ascoltare quella tal frase, «Valpreda ha parlato» che avrebbe dato l’avvio all’«amichevole colloquio» fra Pinelli e Calabresi? No, lui, Panessa, non la sentì quella frase: entrò nell’ufficio quando era già stata pronunciata da un pezzo. E qui Panessa scivola in una delle sue più vistose, incredibili contraddizioni. Quando infatti, il 16 dicembre, il sostituto procuratore, dott. Caizzi, lo interrogò su quanto era avvenuto poche ore prima al quarto piano della questura, il brigadiere della «politica» fu molto preciso nel suo racconto. Disse di aver udito Calabresi pronunciare quell’ormai storica frase, «Valpreda ha parlato», cui era subito seguito il melodrammatico grido di Pinelli, «E’ la fine dell’anarchia». Stesso racconto fece poi il 16 gennaio, sempre davanti al dott. Caizzi, e solo dopo che il sostituto procuratore della Repubblica gli fece notare che quella frase, stando al Calabresi e ad Allegra era stata pronunciata all’inizio dell’interrogatorio, Panessa modificò la sua versione. Come poteva aver udito, infatti, una frase pronunciata quando ancora lui era fuori dall’ufficio?

Già all’inizio dell’interrogatorio di ieri, Vito Panessa ha cercato di giustificare questo suo strambo comportamento. Ne è venuto fuori però un discorso estremamente contuso, costellato da tutta una girandola di risate e di risatine nervose che hanno chiaramente infastidito il presidente. Insomma, perché mai questa contraddizione?

PANESSA: «Non so, pero, forse…».

Ecco, la frase deve averla «recepita» da qualche parte e quindi la fece sua come se l’avesse veramente sentita con le sue orecchie.

«Sa – ha aggiunto il brigadiere della politica – non è che ci sia stata una versione concordata. Ognuno di noi è andato dal giudice…». Ed è stato a questo punto che il presidente si è fatto ancora più scuro in volto; «Lei, signor Panessa, parla troppo». Il brigadiere, comunque, ha avuto anche i suoi momenti di sdegno come quando i difensori gli hanno chiesto «se poteva escludere di avere infierito su Giuseppe Pinelli sino a provocarne la morte». Rapida, senza esitazione, allora la risposta di Panessa: «Sono metodi che non ho mai conosciuto». «E’ però vero che lui è un esperto di Karaté?», hanno insistito i difensori. Alla domanda non si sono opposti né Lener né il P.M. E’ stato il presidente che l’ha giudicata «inammissibile».

All’udienza di ieri, oltre ad Allegra è stato ascoltato anche Giuseppe Caracuta, il brigadiere che stese il verbale dell’interrogatorio di Pinelli. Come il tenente Lograno, Caracuta non vide la scena «decisiva», l’anarchico che piomba giù dalla finestra. In quel momento stava mettendo ordine nei suoi fogli. False quindi le affermazioni che si leggono nel suo interrogatorio reso al dott. Caizzi? Mica vero che vide Pinelli «compiere un balzo felino verso la finestra?». Caracuta: «Non lo vidi quando si mosse per andare verso la finestra. Vidi però qualcosa di repentino, come se sfuggisse. Come una saetta».

Il processo riprende stamane.

1970 04 11 l’Unità – «Nell’ufficio di Calabresi come una rissa: picchiavano Pinelli?». Sconcertante racconto di un anarchico all’«Astrolabio»

4 novembre 2015

1970 04 11 Unità Nell'ufficio di Calabresi come una rissa

Sconcertante racconto di un anarchico all’«Astrolabio»

«Nell’ufficio di Calabresi come una rissa: picchiavano Pinelli?»

Il giovane era interrogato in una stanza adiacente – «Calabresi mi disse che Pinelli era un delinquente» – Negata dalle autorità belghe l’estradizione per Ivo Della Savia, che pare si sia rifugiato altrove.

 

Una testimonianza, che suscita nuovi sospetti sulla morte di Pinelli, è stata pubblicata dall’«Astrolabio». Si tratta del racconto di Pasquale Valitutti, un anarchico fermato nelle prime ore dopo gli attentati, che veniva interrogato nell’ufficio adiacente a quello del commissario Calabresi. Valitutti esordisce narrando come fu fermato e quando vide Pinelli nella questura milanese «mi ha detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e che aveva paura di perdere il posto alle ferrovie, più tardi
mi hanno messo nella segreteria che è adiacente all’ufficio del Pagnozzi (un altro commissario della politica ndr) e ho colto dei brani degli ordini che Pagnozzi lasciava per la notte. Posso affermare che ha detto di riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione».

Si passa quindi al racconto di quella tragica serata di lunedì «Gli ho chiesto (a Pinelli) se avesse firmato dei verbali e lui ha risposto di no. Verso le 20 è stato portato via e quando ho chiesto a una guardia dove fosse mi ha risposto che era andito a casa. Dopo un po’, penso verso le 20,30 ho sentito dei rumori sospetti come di una rissa e ho pennato che Pinelli fosse ancora lì e che lo stessero picchiando. Poco dopo ho sentito come delle sedie mosse e ho visto gente che correva gridando si è gettato»

Valitutti quindi afferma che «Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente di Valpreda facendomi chiaramente capire che era nella stanza al momento in cui Pinelli cascò. Inoltre mi ha detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile».

«Specifico inoltre – conclude il giovane anarchico – che dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere il corridoio e che nei minuti precedenti il fatto Calabresi non è assolutamente passato per quel pezzo di corridoio»

La testimonianza di Valitutti, se accettata porta a tre conclusioni a) che Calabresi ad onta di quanto è stato detto era nella stanza quando Pinelli precipitò dalla finestra b) che Pinelli fu interrogato con particolare tenacia e forse con metodi poco ortodossi c) che effettivamente dopo la morte dell’anarchico funzionari di PS tentarono di screditarne la memoria facendo circolare sul conto false voci. Il dott. Caizzi che conduce l’inchiesta sulla fine di Pinelli dovrà comunque tener conto del racconto di Valitutti.

Intanto si è appreso che le autorità belghe hanno negato l’estradizione per Ivo Della Savia contro il quale il giudice Cudillo aveva emerso mandato di cattura per trasporto di materiale esplosivo. Le autorità di Bruxelles hanno negato l’estradizione facendo rilevare che il reato di cui è accusato Della Savia non è contemplato nel codice belga. Sembra in ogni caso che Della Savia abbia già abbandonato il Belgio rifugiandosi in un altro paese.

1970 05 4 Conclusa la protesta dei giovani anarchici. Sono scesi dalle mura di Porta San Giovanni

3 novembre 2015

1970 05 4 Conclusa la protesta degli anarchici

Sono scesi dalle mura di Porta San Giovanni

Conclusa la protesta dei giovani anarchici

Sono stati denunciati a piede libero per manifestazione non autorizzata

 

Dopo quarantotto ore il gruppo degli anarchici milanesi è sceso dalle torri delle mura di Porta San Giovanni dove avevano dato luogo ad una manifestazione di protesta per la versione ufficiale data dalle autorità sulla morte di Giuseppe Pinelli e per l’arresto di Pietro Valpreda. Erano in undici, mentre altri due si sono limitati a rimanere ai piedi delle mura distribuendo ai passanti dei volantini. Sono stati tutti denunciati a piede libero per manifestazione non autorizzata. Inoltre uno è stato accusato di calunnia nei confronti di un agente di pubblica sicurezza dal quale diceva di essere stato percosso.

Gli undici anarchici che per due giorni sono rimasti sulle torri sono quasi tutti studenti universitari. Uno solo è un operaio, due minorenni (il padre di uno di loro aveva presentato denuncia di scomparsa alla polizia milanese). Nel gruppo c’era anche Leonardo Clax, 21 anni, che subito dopo l’attentato alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, venne fermato dalla polizia e subito dopo rilasciato.

I manifestanti sono scesi dalle mura poco prima delle tredici di ieri mattina. Hanno lanciato di sotto numerosi volantini e poi, uno alla volta, hanno raggiunto il piazzale dove c’erano ad attenderli diversi agenti di polizia. Non hanno opposto alcuna resistenza. Mentre una cinquantina di giovani appartenenti al «movimento studentesco» protestavano per l’azione degli agenti, gli anarchici sono entrati nelle vetture e accompagnati al commissariato di zona. Dopo gli interrogatori sonò stati rilasciati e denunciati per manifestazione non autorizzata.

Nel gruppetto c’erano, come abbiamo detto, anche due ragazzi di quindici anni. Uno di loro era ricercato dalla polizia perché il padre aveva presentato denuncia di scomparsa presso la questura di Milano. Gli anarchici avevano inscenato la manifestazione di protesta sulle mura di Porta San Giovanni il 1. Maggio.

Raggiunta la vetta delle torri avevano steso lungo le mura dei grandi striscioni ed avevano cominciato a lanciare di sotto dei volantini in cui, tra l’altro, sì diceva: «Pinelli è stato suicidato, chi è colpevole della sua morte?» oppure «Valpreda è in carcere innocente: chi sono i colpevoli della strage di Milano?».

17 aprile 2011 Il segreto …di Paolo Cucchiarelli. Comunicato n 1 degli ex del circolo 22 marzo di Roma

20 maggio 2013

LA “STRATEGIA DELLA CONFUSIONE”

http://www.facebook.com/notes/laboratorio-lapsus/la-strategia-della-confusione/10150214108043782

[…]La nostra impressione è che su fatti così importanti e decisivi per la storia d’Italia regni una grande confusione, non del tutto casuale: un meccanismo comunicativo che tende a mettere sullo stesso piano terrorismi di destra e di sinistra, in realtà nati da contesti storici diversi.

Attraverso una miscela di confusione e rimozione, le nuove generazioni identificano fatti, personaggi, nomi e organizzazioni lontani tra loro, sotto la generica definizione di “terrorismo” o “anni di piombo”.

Questa “strategia della confusione” è determinata da diversi fattori: la mancanza di ricerca storica all’interno delle università su quegli anni; la conseguente assenza di questi argomenti dalle scuole medie e superiori; la vulgata, volutamente superficiale, diffusa dai mezzi di comunicazione di massa.

Tutto viene relegato per sempre nell’oscurità dei “misteri d’Italia”, fatti troppo torbidi per essere compresi e analizzati a pieno: la memoria nazionale si vorrebbe aggregata intorno alla condivisa condanna degli anni ’70, cancellando colpe e ruoli di singoli e istituzioni.

All’interno di questa prospettiva crediamo che il concetto di memoria condivisa non sia un efficace strumento per superare tale “confusione”. Non può esistere condivisione e pacificazione su quegli anni di aspro conflitto. Un Paese che voglia fare davvero i conti col proprio passato, potrà farlo solo attraverso un profonda ricostruzione e divulgazione di fatti e responsabilità, perché conoscere quelle storie nel profondo, significa capire le ragioni dell’oggi. Solo in questo modo potremo saldare il doloroso debito con le vittime di quegli anni, tenere viva la loro memoria e comprendere il nostro presente.”

Il testo di Laboratorio-Lapsus qui sopra riportato sembra scritto apposta per illustrare il lavoro che stiamo portando avanti. Ormai da due anni, da quando è stato dato alle stampe dal Ponte alle Grazie il libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, abbiamo iniziato ad analizzare e smantellare le manipolazioni e falsità di questo giornalista, presunto storico e novello inquisitore.

La prima cosa che balza agli occhi è che tutta la costruzione del suo libro revisionista è imperniata sui racconti fantasiosi di vari squallidi personaggi di estrema destra e dei servizi segreti. Cioè le stesse persone, gli stessi ambienti, che hanno costruito su noi anarchici la strage o che l’hanno coperta.

Se Cucchiarelli avesse scritto questo libro in buona fede, magari manipolato nelle sue convinzioni ma senza rendersene conto, allora ci saremmo aspettati che – come anche i giornalisti principianti sanno – almeno il principio base, deontologico di ogni giornalista, e cioè che una fonte, per essere valida, deve essere controllata e verificata, venisse applicato. Ma questo nel libro di Cucchiarelli non avviene mai, neppure quando una verifica sarebbe molto semplice da fare.

Il tentativo di riscrittura della storia messa in atto dal Cucchiarelli si basa essenzialmente sulla quantità di “documentazione” che butta alla rinfusa nel libro, per creare confusione e allo stesso tempo per dare l’impressione di aver svolto un grande lavoro di ricerca.

Interessante notare anche l’utilizzo disinvolto dei giornali dell’epoca – quelli delle primissime settimane dopo gli attentati, quelli del mostro Valpreda, degli anarco-fascisti bombaroli e assetati di sangue, – che il Cucchiarelli assume come fossero atti processuali, invece che indecenti falsità scritte da giornalisti imboccati dalle veline delle Questure. Oppure come, partendo da sue (?) ipotesi interpretative si assista, nel corso della lettura del libro, alla trasformazione di queste teorie in ..fatti accertarti!

Il libro, alla sua uscita, ha ricevuto delle pesanti stroncature da parte di importanti studiosi (primo per importanza sicuramente Aldo Giannuli) o da parte di chi si occupa da anni, e da sinistra, della materia (come Luciano Lanza, Saverio Ferrari…). Nonostante ciò, ed il chiaro contenuto revisionista del libro, abbiamo assistito in questi anni ad un fenomeno importante che ha visto oltre a organi di stampa apertamente “di parte”, anche molti siti web “neutrali” abbracciare acriticamente le tesi di riscrittura storica di Cucchiarelli espandendo così tali disinformazione di massa sui fatti di Piazza Fontana, con un mezzo particolarmente sensibile perché fruibile soprattutto dai giovani.

A questo tentativo di attacco alla verità storica – accertata oltretutto anche in sede giudiziaria – la sinistra e gli anarchici in particolare – cioè la parte più direttamente interessata – non hanno saputo dare, a nostro modesto parere, una risposta adeguata, immediata e articolata a livello nazionale.

Questo spazio aperto lasciato al diffamatore Cucchiarelli ha portato ad una serie di atti volti alla chiusura definitiva del capitolo “strage di Stato” (inteso come occultamento degli organizzatori ed esecutori) come momento saliente della strategia della tensione, che scaricava sulla teoria degli opposti estremismi i sanguinosi attentati programmati da uno Stato complice di precisi interessi tesi a mantenere e consolidare quella “democrazia” Occidentale voluta dagli Stati Uniti.

In questo quadro si inseriscono fatti in apparenza umanamente comprensibili, quali i libri di Gemma Capra Calabresi ed ancor più di Mario Calabresi, l’incontro in Quirinale di parti tra loro incompatibili quali Licia Rognini Pinelli (vittima) e Gemma Calabresi (moglie del carnefice!), o decisamente inaccettabili come il libro di Cucchiarelli e il film-romanzo, in lavorazione, su Piazza Fontana del regista Marco Tullio Giordana basato sulle nuove “rivelazioni-verità” di quest’ultimo, o i reiterati tentativi da parte di storici compiacenti di sostenere la necessità di una memoria condivisa su quegli anni e del superamento del discrimine dell’antifascismo su cui poi i fascisti, con nuove casacche e travestimenti, cercano di infiltrarsi culturalmente e politicamente.

Da tempo i compagni dell’ex 22 marzo, il circolo a cui apparteneva PietroValpreda, sono impegnati singolarmente (con denunce, querele, diffide), unitariamente (con un proprio Blog e documenti https://stragedistato.wordpress.com/), e collettivamente, grazie all’assistenza dei compagni dei circoli Carlo Cafiero di Roma e Ponte della Ghisolfa di Milano, a denunciare e mettere in guardia su questa mostruosa manovra.

E’ chiaro che con le nostre sole forze non potremo vincere questa battaglia politica e culturale. Lanciamo quindi un appello a tutti i compagni, alle strutture di movimento, alle associazioni antifasciste, a tutti i sinceri democratici e agli uomini di cultura e intellettuali che non hanno mai abbandonato il sogno di una società più giusta e libera ad aiutarci in questa nostra battaglia di giustizia e verità.

Roma 17 aprile 2011

Primi firmatari:

Per gli ex del circolo 22 marzo di Roma:

Roberto Gargamelli

Emilio Bagnoli

Emilio Borghese

Enrico Di Cola

Cosimo Caramia

Marco Pacifici

Per i compagni di Milano:

Lello Valitutti

Paolo Braschi

Manifesto 12 dicembre 2009 – 40 anni fa la strage di Piazza Fontana. Parla Pasquale Valitutti.

13 dicembre 2009

Manifesto 12 dicembre 2009

http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2009/mese/12/articolo/1988/

40 anni fa la strage di Piazza Fontana

Tommaso De Berlanga

Lello- Pasquale Valitutti

Lello- Pasquale Valitutti

È sempre stupefacente come – in Italia, almeno – i «cercatori ufficiali di verità» si guardino bene dal fare domande ai testimoni diretti. Un caso esemplare di questa malattia è quello di Pasquale Valitutti. Appena ventenne all’epoca della strage di piazza Fontana, come tanti altri in quei giorni fece l’esperienza della questura. Non di una qualsiasi, ma proprio quella di Milano. Anzi, è stato l’ultimo compagno a parlare con Giuseppe Pinelli, la sera del 15 dicembre; poi lo ha sentito cadere dalla finestra. In questi 40 anni non ha mai cambiato la sua versione.

Com’è stato il tuo 15 dicembre 1969?

Dopo il 12 dicembre è iniziata la caccia all’anarchico. La polizia ha praticamente fermato tutti gli anarchici noti. Io non ero a Milano quel giorno; sono andati a casa mia, han preso mia sorella (che non faveva politica!) e han detto a mia madre che l’avrebbero lasciata andare solo se mi fossi consegnato. Quando sono andato in questura, il giorno dopo, c’era un sacco di gente. Poco alla volta hanno cominciato ad andar via e alla fine siam rimasti solo in due: io e Pino, in uno stanzone. Pino aveva una ventina di anni più di me che, da ragazzi, son tanti. Si scherzava un po’, cercava di consolarmi dicendo «Dai Lello, ‘sta cosa qui ora finisce, tra un po’ ce ne andiamo a casa». Intanto faceva dei bei disegni per le sue bambine, che poi ho dato a Licia. Poi son venuti a prendere Pino e lo hanno portato nella stanza vicina per interrogarlo. L’ufficio della «squadra politica» era come un appartamento: una porta d’ingresso, un corridoio lungo con tante stanze.

Tu, da lì dentro, cosa sentivi?

Se parlavano normalmente, non sentivo niente. Venti minuti prima della mezzanotte è successo qualcosa. Ho sentito rumori, mobili che si spostavano, gente che parlava in modo concitato, senza riuscire a distinguere bene le parole. Non ho sentito urla, ma è successo qualcosa che non era accaduto durante gli altri interrogatori. Sentendo questi rumori, chiaramente vado in tensione. La porta della stanza dove mi trovavo era una porta a vetri che dava sul corridoio, da cui potevano controllare chi stava dentro. Da lì ho potuto vedere e ti posso assicurare che, dal momento in cui avevano portato Pino nella stanza dell’interrogatorio, non è più passato nessuno. In particolare in quell’ultimo quarto d’ora, assolutamente nessuno.

Quanti poliziotti c’erano nella stanza?

Dovevano essere sei: Calabresi, Lograno, Panessa, Muccilli, Mainardi e un altro. Nessuno si è spostato. E Calabresi c’era sicuramente. Lo conoscevo bene, era il commissario, quello che comandava tutti; il più alto in grado presente. Quello che rompe il silenzio è un tonfo molto sordo, molto cupo. Il corpo di Pino che cade. La cosa veramente assurda è che nessuno ha reagito. Non ho più sentito nessun rumore. Nessuno ha urlato; come ho sentito il trambusto avrei sentito anche le urla. Ti puoi immaginare: sei in una stanza molto piccola, qualcuno si butta dalla finestra e nessuno urla?

Dopo il «tonfo» che accade?

Sono usciti dalla stanza e sono venuti da me, mi hanno bloccato ed è apparso Calabresi: «non capisco come possa essere successo, Valitutti; stavamo parlando tranquillamente con Pinelli di Valpreda, non capisco, all’improvviso si è buttato». L’ho detto subito al giudice nel primo interrogatorio, il 1 gennaio del ‘70, quando mi hanno chiamato a parlare con Caizzi.

C’è stato un processo, poi. Avranno cercato di smontare la tua versione…

Era il processo Calabresi-Lotta continua. Sono andato lì e gli avvocati mi han fatto tutte le domande e io ho raccontato tutto, come adesso. Importante: Calabresi era lì, con il suo avvocato e non mi hanno fatto neanche il controinterrogatorio. Non gli conveniva. Dal punto di vista giudiziario vuol dire che non potevano contestarmi niente e volevano farmi «scivolare via». Poi il presidente del tribunale ha disposto un sopralluogo in questura per capire cosa potevo aver visto veramente. Quando siamo andati lì, davanti alla porta a vetri era stato messo una grosso distributore di caffè e bibite. E il presidente mi ha detto: «con questa macchina davanti, lei poteva anche non vedere». Io gli ho risposto che la macchina non c’era; anzi, ho indicato sul linoleum del pavimento, sulla parete opposta, il segno che la macchina aveva lasciato. Mi ricordo la sua faccia. É rimasto costernato di fronte all’evidenza di un tentativo così maldestro di alterare la «scena del delitto».

Mai accusato di falsa testimonianza?

Mai. La cosa più singolare è che D’Ambrosio (Gerardo, ndr) non mi ha nemmeno interrogato, quando ha fatto l’inchiesta sulla morte di Pinelli. Sono stato interrogato la prima volta dal pubblico ministero. Poi ho testimoniato al processo Calabresi-Lc. Quando poi Licia ha fatto denuncia per omicidio contro ignoti, D’Ambrosio ha fatto la sua inchiesta e non mi ha interrogato. Lui ha sentito soltanto i poliziotti, che non erano testimoni, ma sotto avviso di garanzia. E non ha sentito l’unico testimone che c’era. Quando glielo dicono pare che si arrabbi sempre. Ma è stato molto scorretto.

6 febbraio 2009 Lello Valitutti Il testimone de “La notte che Pinelli”

1 dicembre 2009

6 febbraio 2009 http://www.rivistaonline.com/Rivista/ArticoliPrimoPiano.aspx?id=5546

Il testimone de “La notte che Pinelli”

di Angelo Pagliaro

foto internet 06/02/2009

Sofri, Lotta Continua

Sofri, Lotta Continua

Venerdì 30 gennaio (scorso, ndr), al tg 5 delle 13.00, il giornalista Toni Capuozzo in collegamento dal Brasile, commenta le ultime dichiarazioni del governo italiano circa la mancata estradizione di Cesare Battisti, ex militante dei PAC (Proletari armati per il comunismo), ed elenca i nomi di una serie di latitanti italiani che abiterebbero ancora in Brasile tra cui l’anarchico Pasquale Valitutti. “Lello” Valitutti da molti anni abita a Roma e partecipa, nonostante le sue gravi condizioni di salute, insieme a Licia Rognini, alle iniziative in memoria dell’amico e compagno Pino Pinelli. Citato più volte nell’ultimo libro di Adriano Sofri (La notte che Pinelli, Sellerio editore) Valitutti è, tra i numerosi militanti anarchici fermati, l’unico testimone ancora in vita di quella drammatica notte del 15 dicembre 1969 quando, dalla finestra del quarto piano della questura di Milano, venne “suicidato” Pinelli.

Valitutti racconta così, il 18 marzo 2004, nel corso dell’iniziativa “verità e giustizia” promossa dal circolo anarchico milanese “Ponte della Ghisolfa” e dal Centro Sociale Leoncavallo, la sua verità: “Da questo corridoio passano, portando Pino, Calabresi e gli altri, e vanno nella stanza vicino. Chi dice che Calabresi non era in quella stanza sta mentendo, nel più spudorato dei modi. Calabresi è entrato in quella stanza, è entrato insieme agli altri, nessuno è più uscito. Io ve l’assicuro, era notte fonda, c’era un silenzio incredibile, qualunque passo, qualunque rumore rimbombava, era impossibile sbagliarsi, lui era in quella stanza. Dopo circa un’ora che lui era in quella stanza, che c’era Pino in quella stanza, che non avevo sentito nulla, quindi saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori, un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate”.

Il racconto che fa Valitutti di quella sera è sempre lo stesso. Negli ultimi 39 anni non è mai cambiato di una virgola, al contrario delle versioni riferite ai magistrati dalla maggior parte degli altri testimoni presenti nella stanza che hanno cambiato più volte versione, mettendo in discussione persino il rapporto firmato dal Commissario Capo di P.S. Dr. Allegra, redatto lo stesso giorno della tragedia e riportato integralmente da Adriano Sofri alle pagine 85 e 86 del suo libro.

Un’altra volta, e precisamente nel 2002, Valitutti è stato chiamato in ballo in modo errato. Questa volta non a causa di una svista di un giornalista inviato in Brasile, ma dal giudice Gerardo D’Ambrosio, (all’epoca dei fatti titolare dell’inchiesta) che in un’intervista al settimanale del Corriere della Sera, “Sette“, rispondendo ad una domanda del giornalista ha dichiarato testualmente: “poi, ottenni un’altra prova sull’innocenza di Calabresi”. Quale? domanda il giornalista. “La testimonianza di uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti: aveva visto Calabresi uscire dalla stanza prima che Pinelli cadesse”.

La risposta di Valitutti fu immediata. In una lettera scritta all’allora direttore del quotidiano “Liberazione“, Sandro Curzi, pubblicata in data 17 Maggio 2002 dichiarò: ” Caro Direttore, leggo su “Sette“, settimanale del “Corriere della Sera” in edicola oggi, un servizio che rievoca la vicenda Calabresi a trent’anni dall’omicidio del commissario, con un’intervista al procuratore di Milano Gerardo D’Ambrosio che mi chiama personalmente in causa. Vedo, ancora una volta, distorta la verità. Io sono l’anarchico Pasquale Valitutti e ho sempre sostenuto il contrario. Lo ripeto a lei oggi: Calabresi era nella stanza al momento della caduta di Pinelli. Se tutto è ormai chiaro, come dicono, perché continuare a mentire in questo modo vergognoso sulla mia testimonianza? Io sono ormai stanco, malato e fuori da qualsiasi gioco. Ma alla verità non sono disposto a rinunciare”. “La memoria può tradire chiunque – afferma Sofri a pag. 87 del suo recente libro – ma l’inversione dei ricordi di D’Ambrosio deve almeno avvertire a non alzare troppo leggermente le spalle di fronte alla testimonianza di Valitutti.

Se alla sua memoria tradita la testimonianza scagionatrice di Valitutti appare così importante, dev’esserlo un po’ anche nella sua versione autentica. Tutte le testimonianze successive alla morte di Pinelli vanno considerate con una misura in più di cautela. E’ così per Valitutti, o per le persone amiche che riferiscono delle minacce che Pinelli avrebbe ricevuto da Calabresi e Allegra. Tuttavia la cautela non può significare una liquidazione di queste testimonianze, come se fossero meno attendibili di quelle della polizia – anche loro regolate sul fatto che intanto Pinelli è morto”. Nel libro di Sofri vi sono molte suggestioni, tra verità storiche e giudiziarie, ipotesi giornalistiche e analisi politiche emergono alcuni dati incontestabili che occorre per amore di verità ricordare: in quei giorni i diritti democratici furono di fatto sospesi. I “fermati” vennero trattenuti oltre i termini di legge, nessun magistrato venne avvertito del fermo entro le 48 ore. Alla famiglia Pinelli ed ai suoi legali e periti non fu permesso di assistere all’autopsia.

Bruno Vespa in una trasmissione televisiva ricordando le vittime del terrorismo dimenticò di citare Pinelli, e fu proprio Adriano Sofri che lo fece rilevare immediatamente e sottolineò, con altrettanta chiarezza, che in tutti questi anni mai nessuna autorità dello Stato si è premurata di bussare alla porta della famiglia Pinelli per chiedere semplicemente se Licia e le sue due bambine Silvia e Claudia avessero bisogno di qualcosa. E’ proprio vero, in una bellissima canzone dal titolo “Avec le temps”, Leo Ferrè racconta che con il tempo tutto si dimentica “non ricordi più il viso non ricordi la voce, quando il cuore ormai tace a che serve cercare”. Ma il cuore di molti non tace, l’unico testimone vivente, in tutti questi anni, è diventato plurale e sono adesso in tanti a chiedere a chi era in quella stanza di parlare, di dire la verità sulla morte del ferroviere anarchico.

lapide a Pino Pinelli

lapide a Pino Pinelli