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Lotta Continua 24 novembre 1970 Facciamo giustizia della giustizia – Un processo per legalizzare la strage

2 ottobre 2012

Abbiamo scritto che non era più possibile parlare dell’omicidio di Pinelli e del suo assassino Luigi Calabresi con tono ironico e sarcastico, con vignette e battute, anche feroci e dure. E’ per questo che per oltre un mese, proprio mentre il processo si svolgeva, abbiamo taciuto: il processo infatti (e solo ora con l’ascolto dei testimoni della difesa qualcosa sembra cambiare) è stato costantemente e attentamente mantenuto a livello di farsa; il ridicolo è stato ostinatamente cercato dai poveri attori di questa squallida commedia: il sicario Calabresi, l’isterico avvocato Lener, l’orrendo capo della politica Allegra, i testi poliziotti, i giudici; tutti sembravano avere come obiettivo quello di dimostrare che questo processo non vuole dimostrare assolutamente nulla. E’ stata una prova generale di Canzonissima in cui ognuno ha cercato di dire la battuta spiritosa e al momento giusto; in cui anche degli imbecilli grossolani come i vari brigadieri Caracuta e Panessa possono trovare un po’ di spazio e di spettacolo. Lo sfacelo materiale e morale della giustizia borghese si copre di qualche pezzo di oratoria brillante o di qualche battuta da avanspettacolo, come una baldracca invecchiata e sfatta che nasconde le sue rughe dietro una spessa coltre di cipria e un civettuolo tratto di rossetto. Tutti sono indaffarati a fare dimenticare che dietro questo processo c’è l’omicidio di un uomo, che quello di cui si parla descrivendone la traiettoria, le mosse, il salto è un cadavere; che quelle battute ributtanti vengono pronunciate davanti alla compagna del morto.

Le prove, gli indizi, le testimonianze, le contraddizioni, che anche al «loro» livello giuridico dovrebbero avere un qualche senso ed efficacia, vengono affogate e rese inutili in questa orgia di banalità, di menzogna, di cinismo. La Criminale strafottenza di questi servi zelanti del potere permette loro di affermare tranquillamente: «io mento ma dovete credermi lo stesso»; oppure «io ho scritto un verbale falso ma siccome l’ho scritto io dovete prestargli fede»; per cui non ci stupirebbe che alla fine del processo Calabresi affermasse : «sì, l’ho ucciso io, ma siccome lo nego non è vero», e fosse assolto perché «il fatto non costituisce reato».

E così la polizia può esercitare tutto il suo schifoso potere anche in tribunale, riaffermando la sua intoccabilità la sua assoluta estraneità anche alle regole dello stesso gioco «democratico», alle norme della dignità borghese e capitalista che sacrifica talvolta i suoi funzionari troppo idioti o eccessivi pur di salvaguardare la sua patente di «rispettabilità». Qui niente di tutto questo. Sarà perché, come ha dichiarato Vicari, «quello di Lotta Continua è un processo troppo serio», ma qui è chiaro che una volta scelta la soluzione pesante, si va avanti duri, senza curarsi del ridicolo e della decenza. E non perché si tratta di una struttura «arretrata» come la polizia, ma perché come detto più volte, il neocapitalismo è anche coerentemente neofascismo. Ed è per questo che appaiono ancora più crudeli e complici gli sporchi tentativi del presidente del tribunale di ridurre il processo ad una causa comune, con un reato qualsiasi, con imputati testi e avvocati uguali a mille altri.

Certo, questo processo è uguale a tutti gli altri, perché però come tutti gli altri è «eccezionale», perché in qualsiasi causa sia presente un proletario, come vittima (in questo caso), o come imputato o parte civile, sia che si tratti di un omicidio, o di una cambiale scaduta o di un furto di mele, è sempre il proletario che ne paga duramente e violentemente le spese.

Questo processo è servito quindi, ancora una volta, se pure era necessario aggiungere nuove esperienze, a dimostrare il totale e assoluto antagonismo tra noi, la nostra pratica, le nostre idee e la giustizia dei padroni, a riaffermare ancora una volta, e con maggiore evidenza, che il terreno delle istituzioni borghesi è assolutamente impraticabile per il proletariato, che la violenza della lotta di classe ha bruciato ogni spazio democratico e reso completamente inutilizzabili tutti gli strumenti tradizionali; che Non esiste, insomma, possibilità alcuna di uso alternativo del tribunale che non sia la sua distruzione.

E che anche gli avvocati più bravi, compagni e rivoluzionari poco possono, se non cercare di farne uscire con meno danni possibili gli imputati; Che è quanto ci auguriamo. E d’altra parte a questo punto non è che il giudizio l’analisi politica possano cambiare a seguito di una sentenza mite o severa di un discorso comprensivo lo brutale da parte del Pubblico Ministero o del Presidente del Tribunale.

La coscienza della nostra assoluta estraneità alle regole della giustizia borghese diventa sempre più radicale e lucida (è questo il dato formidabile), diventa giorno dopo giorno conquista di massa.

Ma dal processo LOTTA CONTINUA-Calabresi un’altra cosa emerge con estrema chiarezza; la volontà da parte dello stato borghese, nella sua interezza e con tutti i suoi organi, di legalizzare, proclamandone la liceità per i suoi servi, l’assassinio politico, di farne accettare la normalità e la quotidianità  E i compagni devono prendere coscienza di questo e di come questo dimostri l’avanzatissimo livello di radicalizzazione a cui lo scontro è arrivato. L’omicidio di Pinelli non è un fatto «anormale»; la violenza criminale dello stato non ricorre più (solamente) alla pratica illegale ma, nonostante tutto, interna alla logica dello scontro frontale tra proletariato e borghesia, dell’assassinio di piazza, della bomba lacrimogena sparata nel petto, dei colpi di mitra partiti accidentalmente; ora sempre più ricorre all’eliminazione fisica, portata avanti con metodi banditeschi, e mafiosi, dei compagni che sanno troppo, dei complici che parlano, delle spie che si pentono, o che prendono paura. Sbaglia o è un ingenuo chi ritiene questa fantapolitica; il nemico è feroce, possiede soldi, armi, reti di spie e di sicari, protezioni, complicità, alleanze; e soprattutto il nemico è disperato e non ha nulla da perdere perché ha già perduto; e non si ferma di fronte a nessun crimine, a nessuna vigliaccheria. Il 25 febbraio 1966 viene trovato morto nella sua macchina, carica di armi e di esplosivi; Antonio Aliotti, un fascista entrato in crisi e deciso a rivelare i rapporti che esistono tra squadrismo romano e Ministero degli Interni.

Nell’autunno del ’68 un attivista missino e agente del SID, Giovanni Ettore Borroni viene trovato morto, colpito alla fronte da un proiettile d’arma da fuoco, in un bosco alla periferia di Forni di Sopra, in provincia di Udine. La polizia definirà suicidio la morte. Il 25 dicembre del 1969 viene trovato «affogato» in una fossa di 80 centimetri d’acqua, Armando Calzolari, un altro fascista intenzionato a parlare delle riunioni segrete in cui, lui presente, si progettarono gli attentati di Roma e di Milano.

I quattro compagni anarchici (testimoni a discarico di Valpreda) uccisi da un camion nei pressi della tenuta di Junio Valerio Borghese, sulla cui criminale attività stavano indagando, sono le più recenti ma, crediamo, non ultime vittime.

E il «suicidio» di Pinelli e quello del colonnello Rocca, si aggiungono al crudele e allucinante bilancio.

Il processo Calabresi-LOTTA CONTINUA è quindi il tentativo estremo di rendere legale e ufficiale la pratica dell’omicidio politico. La nostra volontà di opporre a questo processo la pratica della giustizia proletaria, di restituire al popolo la possibilità materiale di applicare la sua legge, è anche lo strumento più adeguato di difesa rivoluzionaria, l’unico modo concreto di spezzale la criminale catena della strage di stato.

Umanità Nova 16 ottobre 1971 Messe in gioco carte false per salvare i sei assassini di Comitato Politico-Giuridico di Difesa

2 settembre 2011

Illazioni sugli orientamenti del P.G. Bianchi D’Espinosa – La procedura per una archiviazione al di sopra di ogni sospetto – La polizia ed il suo avvocato tremano ancora

Umanità Nova 16 ottobre 1971    Tutti indiziati di omicidio volontario

 La nuova inchiesta per l’assassinio di Pinelli è avviata questa volta su binari formalmente corretti e prosegue con una certa alacrità.

 Eravamo convinti che il nuovo P.G. di Milano, Bianchi D’Espinosa, non sarebbe incorso nei grossolani e stupidi errori dei suoi predecessori, che avrebbe affrontato il caso con una procedura  impeccabile. Ma dal momento stesso in cui denunciammo, senza essere smentiti, che il cambiamento di «tecnica giudiziaria» per risolvere il caso Pinelli era stato deciso in una  inammissibile riunione di vertici tenuta a Roma nel ministero degli interni il 25 settembre, ci dicemmo convinti di trovarci di fronte ad una nuova manovra, accuratamente studiata, per  salvare gli assassini di Pinelli.

 Vogliamo, per il momento, credere che tanta immeritata fiducia, accordata da tutti i quotidiani alla «giustizia» in questa nuova fase del caso, nasca da cecità politica e non dalla convinzione  che sia sufficiente, dopo due anni, la corretta applicazione di norme procedurali per avvalorare e dare credibilità ad un’inchiesta le cui carte sono state spudoratamente falsificate fin dal  momento in cui l’infame crimine è stato commesso.

 Noi non possiamo aver nessuna fiducia in questa fiducia, anche se tutta la poliziottaglia che è implicata con la morte di Pinelli è ora «indiziata» di omicidio volontario. E non soltanto perchè  è la prima volta che ci troviamo di fronte a sei incriminati di assassinio che non trovano aperta la porta della galera, mentre per un ladruncolo di mele c’è sempre una cella disponibile a San  Vittore, ma perchè la loro incriminazione non è altro che una scaltra mossa per giungere alla archiviazione definitiva del caso Pinelli. Abbiamo più che fondati motivi per muovere questa  accusa alla giustizia di Stato.

 Il punto di vista del P.G.

Noi, ovviamente, non conosciamo il pensiero e gli orientamenti del P.G. D’Espinosa, non siamo nè saremo mai nè vorremmo essere depositari dei suoi punti di vista o delle sue confidenze. Ma chi è legato, come la stampa reazionaria e governativa, alle centrali in cui si amministra la giustizia repubblicana con i codici fascisti, è tanto dentro alle segrete cose per poter non solo svelare al pubblico il «punto di vista» del P.G. sul caso Pinelli ma anche per poter anticipare quelli che saranno gli sviluppi dell’inchiesta ed il risultato che se ne avrà. Secondo il Corriere della Sera tutto è chiaro, tutto è risolto, la prima inchiesta aveva già accertato la verità, si può stare tranquilli e per la fine di gennaio aprire il sipario sulla «commedia degli errori giudiziari» per il processo a Valpreda. Secondo Il Messaggero, il P.G. ha deciso di aprire questa nuova inchiesta promossa dalla denuncia di Licia Pinelli solo per riparare alle lacune formali, alla insufficienza delle indagini che portarono alla prima archiviazione. Ma è certo – secondo Il Messaggero – che non si avranno colpi di scena e tutto si concluderà ai primi di dicembre con una archiviazione al di sopra di ogni sospetto.

Con pungente arguzia popolare i romani chiamano Il Messaggero «la voce del padrone» e se il potere ci fa sapere, tramite la sua voce più qualificata, che «le perizie eseguite nella prima inchiesta (molto accuratamente, si dice alla Procura Generale) confermano l’assenza di altri sintomi atti anche solo ad ipotizzare una diversa causa di morte» e che pertanto la riesumazione della salma non potrà condurre a risultati diversi, possiamo essere certi che così sarà.

Sarà così, certamente è già previsto, come ci assicura «la voce del padrone», un bel decreto di archiviazione, ma noi dimostreremo che si tratterà delle stesse carte false di Caizzi ed Amati maldestramente ritoccate.

Prove sottratte e falle da colmare

Leggiamo ancora su Il Messaggero: «Fu negata alla vedova la possibilità di costituirsi parte civile; ci si accontentò delle due perizie necroscopiche per archiviare tutto, senza acquisire altre prove di riscontro, piuttosto rilevanti».

Si negò, ci si accontentò, non si acquisirono prove rilevanti. Si ammettono tutte queste gravissime scorrettezze ed omissioni volutamente commesse da Caizzi ed Amati, come se costoro fossero magistrati di un altro pianeta, come se le loro azioni, la «commedia degli errori» costituita dalle pagine del dispositivo di archiviazione da loro escogitato per non incriminare gli assassini, non riguardassero questa «giustizia» di Stato che ci delizia, non si riferissero al caso Pinelli, allo scandalo che ora si vuol coprire con un nuovo procedimento solo formalmente corretto.

Dopo due anni è ridicolo riaprire un’inchiesta che fu condotta in maniera del tutto arbitraria e vergognosamente partigiana, senza indagare sull’operato di chi, abusando del proprio potere, volle affossare il caso, senza esaminare i retroscena giudiziari che sono sfacciatamente alla origine dell’inquinamento e della sottrazione di «prove rilevanti». Come se questi inquinamenti, queste sottrazioni, non rendessero impossibile, dopo due anni, l’accertamento dei fatti e perizie attendibili.

Quello che dicemmo quando la magistratura rifiutò una vera inchiesta si è puntualmente verificato. Avevamo previsto che solo nel momento in cui gli assassini ed i loro difensori fossero stati certi che il tempo e gli uomini avevano cancellato ogni prova del delitto, avrebbero consentito indagini e perizie.

Perfino gli abiti di Pinelli, morto in quelle circostanze, sono stati distrutti «legalmente» con le fiamme da una monachella che ingenuamente ha registrato un particolare: erano imbrattati di sangue. Ma nessun alto funzionario, accorso sul posto dopo il delitto, neanche quella canaglia fascista del questore Guida, ha avvertito l’importanza, il dovere di guardare le mani dei sei responsabili per accertarsi su quali di esse fossero rimaste tracce di sangue e nessun giudice ha disposto, come la legge prevede, che gli abiti fossero messi a disposizione della magistratura.

In, tutte queste cose la autorità giudiziaria non ravvisa alcun reato. neanche omissione di atti d’ufficio e sottrazione di prove, e i responsabili si sono assicurate brillanti carriere.

La polizia e Lener tramano ancora

Sembrerebbe, leggendo la stampa dei padroni, che tutto è previsto perchè l’inchiesta in corso fili liscia verso la prestabilita archiviazione.

Ciò significa che i sei indiziati di omicidio volontario non verranno incriminati, la istruttoria si concluderà con il proscioglimento, non saranno portati in tribunale sul banco degli accusati, non si avrà un pubblico dibattimento e si troverà il trabocchetto procedurale per affossare definitivamente anche il processo Baldelli-Calabresi.

Per ottenere senza troppi scandali un risultato del genere la polizia ed il suo avvocato hanno ancora qualche serio ostacolo da superare, qualche grossa falla da tappare, soprattutto quelle aperte durante il dibattimento del troncato processo Baldelli-Calabresi durante il quale emersero evidenti indizi, contraddizioni e prove di reato.

Ma in certi ambienti della questura milanese da qualche giorno si vocifera insistentemente di un febbrile lavorio dell’instancabile avvocato Lener per mettere in piedi una versione del «suicidio» di Pinelli più credibile di quella incongruente sostenuta finora dai poliziotti.

Se ciò è vero, ad un certo punto dell’inchiesta Lener consegnerà al magistrato una strepitosa memoria difensiva con l’ultima strabiliante versione dei motivi che avrebbero indotto Pinelli al suicidio e persino una diversa ricostruzione del disperato gesto.

Siamo costretti a raccogliere queste sconcertanti voci e siamo persino indotti a dar loro un certo credito perchè, dopo aver visto agitare tanto fango intorno a queste vicende giudiziarie, dobbiamo aspettarci qualunque mascalzonata e prepararci a rigettarla con il dovuto disprezzo in faccia agli assassini del compagno Pinelli.

Umanità Nova 19 giugno 1971 La salma di Pinelli terrorizza i complici degli attentati di Il Comitato politico-giuridico di difesa

31 agosto 2011

«Se uno ride in un tribunale il giudice togato lo caccia via, ma ridere di fronte a questa giustizia, piuttosto che dar di stomaco, è oggi segno di compostezza»

 Umanità Nova 19 giugno 1971

 Siamo alla nausea

 Dobbiamo attenderci ancora altri clamorosi e spudorati tentativi per salvare la «verità di Stato» sull’assassinio del compagno Pinelli, ma ne abbiamo ormai abbastanza, siamo stufi e nauseati  di questa sporca faccenda.

 Ieri 12 giugno a Milano, nel corso della manifestazione extraparlamentare per la casa, erano più di ventimila, forse trentamila a gridare: «Calabresi assassino». In diciotto mesi questo grido è  risuonato inconfondibile in tutte le piazze, in ogni assemblea, perfino nelle aule dei tribunali. Eppure nella «patria del diritto» non si è trovato un magistrato capace di far aprire quella  tomba, di condurre una indagine pulita che troncasse la sfacciata mobilitazione contro l’evidenza, contro la verità, di tutti gli organi dello Stato.

 «Si può immaginare una cosa più schifosa? No, una cosa più schifosa della “giustizia” borghese in generale e della “giustizia” sull’assassinio di Pinelli in particolare, non si può immaginare».  Così Luigi Pintor apre un articolo su Il Manifesto dell’11 giugno (del quale abbiamo ripreso anche l’occhiello che è in testa a queste note) e francamente potremmo troncare qui,  disinteressarci definitivamente delle vergognose capriole giuridiche che seguiranno se non fossimo convinti che i motivi che determinarono la morte dell’anarchico sono strettamente legati  agli attentati, compresi quelli del 12 dicembre 1969.

 Pinelli – non lo si dimentichi – ha pagato con la vita il rifiuto di collaborare per incastrare Valpreda e l’imprudente urlare, sul muso dei suoi aguzzini, di aver capito quale criminale macchinazione si stava ordendo contro gli anarchici.

Questa è la verità che si vuole a tutti i costi nascondere. Altrimenti non si spiegherebbero le reiterate violazioni di ogni diritto e della legge da parte di chi è preposto a fare rispettare e ad applicare la legge stessa.

 Dove si vuole arrivare?

 Il commissario Calabresi, è ormai chiaro, non intende mollare, non intende cioè fare la testa di turco, pagare per errori ed orrori non da lui o non da lui solo commessi.

Indubbiamente ci troviamo di fronte ad una unica colossale montatura poliziesca e Calabresi non è che una rotella dell’ingranaggio che si è messo in moto per abbattere sul Movimento anarchico i più pesanti magli della reazione.

La morte di Pinelli non era certamente in programma, è stato un «provvedimento» imprevisto e maldestro che si è dimostrato subito pericoloso; minaccia infatti sempre più seriamente di far crollare tutta la impalcatura.

Nel corso del processo a Braschi, Pulsinelli e compagni, accusati degli attentati fascisti del 25 aprile, 1969, si è rivelata, giorno per giorno sempre più chiara, la inattendibilità di falsi macroscopici, in aperta violazione dei diritti della difesa e calpestando ogni una istruttoria costruita su forma procedurale. Ebbene il magistrato responsabile di questo enorme cumulo di arbitri è Antonio Amati, lo stesso che il 12 dicembre indirizzò le ricerche della polizia sugli anarchici, che archiviò l’istruttoria sulla morte di Pinelli, che decise di non dar corso alla denuncia per diffamazione contro il questore Guida, e che fece arrestare Valpreda sulla porta del suo ufficio.

Perchè non sono state scaricate sulle spalle di un solo consigliere tutte queste pesanti incombenze, tutte palesemente collegate a avvenimenti che da circa due anni stanno suscitando seri e fondati dubbi sul comportamento di una certa polizia e di una certa magistratura? Perchè, dal momento che questi dubbi ingigantivano nella opinione pubblica fino a suscitare scalpore e gravissime e non certo larvate denunce di collusioni e complicità, gli organi superiori della magistratura, non sono intervenuti a porre fine allo scandalo? Ed infine, perchè si è affidata al consigliere Biotti la causa Baldelli-Calabresi quando era notorio che tra Biotti e lo avvocato Lener intercorrevano stretti rapporti di varia natura, oltre che di amicizia, tali da esporlo ad essere ricusato dalla difesa Baldelli?

Ma c’è di più e di peggio. Ora un gruppo di parlamentari comunisti chiede l’intervento del Consiglio superiore della Magistratura al quale vengono segnalati anche i «comportamenti arbitrari o addirittura oggettivamente delittuosi di funzionari e agenti di P.S.». Sennonché questo supremo organo di autogoverno della magistratura è chiamato esso stesso in causa nella persona di un suo ancora anonimo membro esplicitamente compromesso, stando alla versione di Lener, per avere tentato di corrompere il presidente del tribunale Biotti.

 Ma chi ci crede?

 Non si può dare alcun credito però alla versione di Lener perchè nella magistratura della repubblica italiana non si fa carriera in quel modo, perchè un magistrato qualificato e con tanti anni di esperienza’ giudiziaria sulle spalle non va a confidare certe cose proprio alla «parte lesa». Accettando quella versione dovremmo chiedere alla Corte di Appello, che l’ha convalidata, perchè non sono stati disposti accertamenti sul presunto tentativo di corruzione.

E se invece tutto il losco intrico fosse stato concordato per evitare ad ogni costo di aprire la tomba di Pivelli e Biotti «facesse carriera» (magari in sordina come Guida) proprio per avere fornito a Calabresi la possibilità di mandare a monte il processo?

A questo punto ogni supposizione è legittima, visto che la bestia, ferita e braccata, sferra feroci colpi di coda persino contro membri della sua stessa specie pur di salvarsi. Non trascuriamo il fatto che Biotti era ritenuto un «moderato» e che tutto l’andamento del processo era stato caratterizzato da continue acquiescenze verso i poliziotti testimoni che mentivano sfacciatamente, erano reticenti o si contraddicevano, senza che fossero diffidati o almeno richiamati.

Ora Biotti si difende attaccando e quando rivela che la polizia lo pedinava e gli controllava il telefono (le stesse attenzioni erano riservate anche agli altri due giudici della corte), la polizia si ribella e lo accusa di falso. Ma noi sappiamo che centinaia di intercettazioni telefoniche sono state operate dalla polizia in questa losca faccenda, senza che appaiano depositate agli atti dei relativi procedimenti le debite autorizzazioni della magistratura. Valgano per tutte le intercettazioni telefoniche effettuate sull’apparecchio del Pinelli, delle quali è fatto cenno in un verbale del 13 gennaio ’70 di Allegra, ma che non risultano autorizzate da nessun magistrato.

In tutto questo bordello c’è un puzzo d’intrico che sta ammorbando il paese e dal quale nessun organo dello Stato può uscirne pulito. Si potrà sopportare, senza eccessivo clamore o danno, che un quotato magistrato come Biotti venga fatto fuori da un giorno all’altro e presentato all’opinione pubblica come uno stupido e un corrotto, ma non sarà possibile che 50 milioni di italiani accettino la patente di imbecilli.

Dovranno metterci le mani tutti in questo infido marasma, anche il parlamento. Potranno anche riuscire a non scoperchiare quella tomba o potranno lasciarla aprire quando ormai ogni accertamento sarà impossibile e potrebbero persino trovarla vuota, come già si sussurra su diversi giornali, ma «il nome di Giuseppe Pinelli sembra destinato a rimanere legato ad uno di quegli “affari di Stato” che segnano una data nella storia dei Paesi».

E’ quello che andiamo dicendo dal dicembre del 1969: un «delitto di Stato» per coprire i responsabili della «Strage di Stato». Soltanto che adesso a sostenerlo, sia pure, con circospezione, con le parole della frase precedente riportata tra virgolette, c’è anche Il Messaggero quotidiano notoriamente filogovernativo.

Cavilli ed astuzie per ingannare la giustizia.

La ricusazione del giudice Biotti, ha sollevato nel paese indignazione e scalpore. L’opinione pubblica è sconcertata e scandalizzata. La stampa ha stigmatizzato l’accaduto con irate e sdegnate invettive.

Tutto ciò servirà però a ben poco se una massiccia azione politica non interverrà per imporre lo scavalcamento di tutti i cavilli e le astuzie giuridiche messe in atto con il preciso intento di insabbiare la verità ed ingannare la giustizia.

Si è avuta una ondata di proteste, oltre ai comunisti anche deputati socialisti hanno presentato interrogazioni ed annunciato richieste per la istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sull’atteggiamento di tutti gli organi dello Stato sulla Strage di Milano, ma noi siamo assolutamente scettici sulla efficacia di simili iniziative che, allo stato dei fatti e dopo numerose esperienze del genere, tutte negative, ci appaiono come espedienti demagogici destinati piuttosto a sopire lo scandalo che ad ottenere una «giustizia» diversa da quella che lo Stato ci somministra ed impone.

Del resto richieste ed interrogazioni parlamentari del genere sono già state avanzate, sempre sullo stesso « affare di Stato» circa un anno fa, anche allora alla vigilia di elezioni, ma sono rimaste senza esito, senza risposta.

Pinelli è stato assassinato e non solo non si vuole colpire i suoi carnefici ma si tenta di ostacolare in ogni modo l’accertamento della verità sulla strage di Milano perchè quella verità è strettamente connessa con i motivi che decretarono la morte di Pino. Si sono così accumulate altre vittime al già pesante bilancio della strage.

Mentre si professa fiducia nella legalità repubblicana e nella fallimentare democrazia parlamentare e ci si affida a strumenti tradizionalmente inutili come le inchieste parlamentari, il corpo del compagno Pinelli avrà tutto il tempo di decomporsi e Gargamelli, Valpreda, Borghese, Mander, tutto il tempo di marcire in galera.

Tutto ciò è mostruoso e se non si troverà al più presto una soluzione che tronchi di netto gli ignobili disegni degli assassini, l’accusa di complicità investirà anche quegli uomini e quei partiti la cui inettitudine politica ha lasciato e seguita a lasciare al fascismo ed ai suoi alleati ogni libertà di manovre eversive e liberticide negli organi dello Stato, nel governo, nel parlamento, nel paese.

Questo non è più un caso giudiziario. Siamo in pieno clima di sovversione fascista. Si è sorpassata ogni misura, persa ogni dignità, calpestato ogni elementare sentimento umano, vilipeso il senso della giustizia.

L’ombra del Pinelli e le vittime della «strage di Stato» e di tutti gli orrori polizieschi e giudiziari di questi tempi hanno tramutato la «patria del diritto» in «patria del delitto».

Il Comitato politico-giuridico di difesa

Umanità Nova 2 ottobre 1971 La polizia e Lener guazzano nel ridicolo di Comitato politico-giuridico di difesa

30 aprile 2011

La temeraria iniziativa dell’avvocato della polizia per ostacolare l’accertamento della verità e impedire l’azione dei legali di Licia Pinelli

Puzza d’intrigo e di altre canagliate

Lener, il tracotante avvocato miliardario di Calabresi, colui che è noto come difensore della polizia per altri tragici e luttuosi eccidi e per aver, con indecorosa macchinazione, impedito fino ad ora la riesumazione della salma di Pinelli, è tornato alla ribalta con il gesto più vergognoso, incredibile e spregiudicato che si potesse concepire.

La denuncia per calunnia presentata da Lener contro l’avvocato Smuraglia è senza precedenti nella storia forense e qualora, per evidenti inammissibili e vergognose volontà prevaricatrici non dovesse essere bloccata e l’autore di sì ignobile iniziativa non venisse estromesso dall’Ordine, vedremmo posto in costante pericolo l’esercizio professionale degli avvocati, come giustamente hanno stigmatizzato con energiche denuncie i «giuristi democratici» ed il sindacato avvocati e procuratori di Milano e molte personalità politiche e giuridiche.

Ma sono altri gli aspetti della questione che più ci interessano e ci rivoltano lo stomaco anche se non ci sorprendono perché siamo ormai convinti che si stanno preparando altri colpi di scena, altre grosse canagliate per difendere l’onore e il prestigio della polizia, per strappare Calabresi e soci alla  condanna già decretata dal popolo.

Uno di questi aspetti la dovrebbe riguardare e preoccupare la magistratura e costringere il procuratore generale di Milano, Bianchi d’Espinosa, direttamente investito dalla furia di Lener, a prendere posizione. Infatti stando alle cervellotiche e basse insinuazioni di Lener, Licia Pinelli ed i avvocati avrebbero presentato la denuncia «in un momento ritenuto propizio» che ha coinciso con l’insediamento del nuovo procuratore generale traendo costui in inganno, il che non sarebbe stato possibile prima perché «i magistrati di allora che avevano vissuto la vicenda ora per ora, pagina per pagina, non avrebbero tollerato inganni».

Lener accusa, senza sottintesi, Bianchi D’Espinosa di aver «svuotato ed immiserito le oneste fatiche» dei magistrati che lo hanno preceduto, di Caizzi ed Amati che così bene avevano risposto alla volontà poliziesca e governativa di archiviare il caso. Lener accusa apertamente Bianchi D’Espinosa di essersi prestato, accogliendo la denuncia di Licia Pinelli, alle «manovre mistificatrici» tendenti a colpire l’onore della polizia ed il prestigio della magistratura.

Ma il procuratore generale, lo stesso che aveva ponderato un mese sulla opportunità di inoltrare la denuncia di Licia Pinelli, questa volta, di fronte alle insultanti e spudorate 207 pagine ed ai 40 allegati della denuncia di Lener, non avverte l’esigenza di riflettere e frettolosamente, in poche ore, trasmette l’infame carteggio all’ufficio istruzione del tribunale.

Lener è una vecchia volpe senza scrupoli e, lo si è visto con lo sporco caso Biotti, sa quel che vuole ottenere e come muoversi, nel pantano della «giustizia democratica», per ottenerlo.

Noi non siamo. così ingenui da unirei al coro di quanti, deplorando il suo gesto, lo hanno giudicato assurdo, inutile, temerario, grottesco, provocatorio, destinato a fallire miseramente.

Noi ravvisiamo, nella iniziativa assunta da Lener «in evidente dispregio di ogni regola di etica professionale e con atto calunnioso e diffamatorio», oltre al tentativo di impedire che si faccia luce sulla morte di Pinelli, una insopportabile puzza di intrigo, accuratamente preparato da Lener in «alto loco» con il preciso e gravissimo intento di rovesciare, al momento opportuno, l’attuale corso della «giustizia» ed affossare definitivamente la verità con una nuova menzogna di Stato costruita in due anni di accurate manipolazioni.

Quel che avverrà nei prossimi mesi, quindi, non ci sorprenderà, ci aspettiamo una serie di canagliate di cui quest’ultima costituita dalla denuncia di Lener all’avvocato Smuraglia non è che il prologo. Non ci sorprenderebbe neanche che, a coronamento di una serie di losche, iniziative, lo avvocato della polizia o la questura stessa tentassero di contrabbandare all’opinione pubblica una altra versione più idiota ed infame delle precedenti sulle cause indirette e dirette della morte di Pinelli.

Dietro Lener si muovono potenti forze, alte autorità disposte a tutto pur di far trionfare le menzogne di Stato» sulla morte di Pinelli e sulla Strage. Di questo fummo avvertiti da una precisa e gravissima dichiarazione del giudice Biotti. Attenzione quindi alle prossime mosse di Lener ed a quelle della magistratura; nulla è affidato al caso, nulla va attribuito a stupida e senile baldanza del principe miliardario del foro, ma ogni iniziativa è una precisa pennellata che deve, nelle intenzioni dei mistificatori, completare il quadro che hanno in programma, Il via all’ultima operazione, iniziata con l’inoltro della denuncia di Licia Pinelli all’ufficio istruzioni, non dimentichiamolo, è stato dato dalla riunione effettuata ad alto livello il 25 agosto al Ministero degli Interni. E ciò non è stato mai smentito.

Mancanza di coraggio

Lener afferma di essersi assunto in proprio la responsabilità della denuncia «per non esporre gli interessati che sono e si proclamano innocenti e calunniati».

Allegra, Calabresi ed i loro scagnozzi di questura si nascondono dietro il loro degno compare e costui, a sua volta, per evitare l’impopolarità di una denuncia diretta contro Licia Pinellì, grottescamente rigira l’ostacolo e si scaglia contro il suo avvocato adducendo a pretesto l’insinuazione che Licia «non ha fatto e non poteva fare» uno studio dei vari atti istruttori necessario per esprimere il contenuto della sua denuncia.

Ciò è arbitrario e falso, perché Licia Pinelli «poteva», senza che nessuno e nessuna norma procedurale glielo vietasse, studiare tutti gli atti relativi al caso e la sua reazione alla notizia dell’iniziativa di Lener è stata immediata ed estremamente illuminante in questo senso; essa infatti ha dichiarato: «La notizia della denuncia presentata dall’avvocato Lener contro uno dei miei avvocati è un fatto senza precedenti. Anche se l’istanza è diretta contro il professor Smuraglia, confermo che la richiesta di apertura di procedimento presentata il 23 giugno è l’espressione autentica della mia convinzione sulle cause che hanno provocato la morte di mio marito. Richiesta fondata su una precisa conoscenza degli atti. Riconfermo la mia volontà di andare sino in fondo affinché venga anche giudizialmente dichiarata la verità»:

Calabresi non ha avuto il coraggio di assumere in proprio la responsabilità della denuncia.

Lener non ha avuto il coraggio di affrontare la impopolarità di una denuncia diretta contro chi esprime la certezza che i suoi protetti siano tutt’altro che innocenti.

Questa è viltà della peggiore specie di fronte alla quale assume un alto valore la ferma coerente dichiarazione di Licia Pinelli che non si nasconde come è costretto a fare Calabresi, dietro le spalle del suo avvocato, ma rivendica in pieno la responsabilità delle sue giuste iniziative e la capacità di acquisire sufficienti cognizioni e di pervenire a proprie convinzioni, capacità che Lener arbitrariamente le nega.

Altrettanto coerente e seria è la decisione presa dall’avvocato Carlo Smuraglia di non opporre «all’incredibile e pazzesca» iniziativa di Lener alcuna rivalsa giudiziaria.

Chiunque, volendolo, potrebbe denunciare Lener per aver diffamato e calunniato l’avvocato Smuraglia, ma è scesa tanto in basso la considerazione e la credibilità della «giustizia» repubblicana che il non ricorrervi, soprattutto in, casi del genere, è indice di equilibrio e di buon gusto.

Denunce a valanga?

L’avvocato Lener non si arresta di fronte al ridicolo delle sue iniziative e continua imperterrito a presentare querele.

Oggetto della sua ferma e dichiarata intenzione di colpire tutti coloro che oseranno criticarlo per ora è stato il Sindacato avvocati e procuratori di Milano (1.400 iscritti) ma si ha fondato motivo di ritenere che molte altre denunce siano nei programmi dell’illustre avvocato della polizia.

L’atteggiamento e le azioni del Lener sono, a nostro avviso, provocatorie. Egli, è evidente, tenta di complicare e soffocare il caso sotto una valanga di denunce e di controdenunce che aprirebbero una lunga interminabile serie di procedimenti penali.

E’ un gioco subdolo che, a lungo andare, potrebbe dimostrarsi pericoloso per l’avvocato ed i suoi clienti, anche se poggia su connivenze con l’apparato, anche se l’inchiesta che ha preso le mosse dalla denuncia di Licia Pinelli per omicidio volontario dovesse incastrare la verità in un vicolo cieco come quella per la strage di Stato.

Il fatto che solo ora, con tanto inammissibile ritardo, la magistratura si sia decisa a sequestrare la cartella clinica di Pinelli, è di una gravità eccezionale perché in due anni possono avvenire molte cose e la polizia ha le mani lunghe. Comunque quelle carte hanno ben poco da rivelare sulla meccanica dell’incidente e le testimonianze rese nell’immediatezza dell’evento hanno ben più peso.

Se fosse stata condotta una seria e completa inchiesta nel dicembre del 1969, se quello che si ritiene indispensabile fare ora, dopo che il tempo e gli uomini hanno cancellato, e falsato le prove, fosse stato fatto allora, tutti oggi saprebbero come è stato ucciso Pinelli e chi ha voluto, organizzato ed attuato la strage di piazza Fontana.

Comitato politico-giuridico di difesa