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1972 02 19 Umanità Nova – Licia Pinelli chiede l’incriminazione di Lener

4 maggio 2015

1972 02 19 Umanità Nova - Licia Pinelli chiede l'incriminazione di Lener

 

In una istanza inviata alla magistratura, Licia Pinelli chiede che siano presi provvedimenti contro Lener, dopo aver rilevato una serie di manipolazioni dei fatti e della verità messe in atto dall’avvocato miliardario della polizia, che «mente sapendo di mentire» quando osa perfino sostenere che nella sua prima deposizione Licia avrebbe detto di credere alla tesi del suicidio o quando seguita a sostenere che alla ridicola perizia disposta da Caizzi partecipò un medico incaricato dalla famiglia Pinelli.

Lener mente sfacciatamente, insulta vilmente, denigra spudoratamente, senza che nessuno riesca a bloccarlo in questa incessante e pubblica opera di mistificazione della verità. Evidentemente tutto questo rientra nella vasta e bassa manovra tendente ad evitare indeterminatamente che gli assassini di Pinelli, oltre ad essere stati smascherati dall’opinione pubblica, lo siano anche in tribunale.

Lotta Continua 1 ottobre 1970 Pinelli, un rivoluzionario.

27 settembre 2012

 

Lotta Continua 1 ottobre 1970 disegno Claudia Pinelli     Giuseppe Pinelli, operaio e rivoluzionario; ucciso dalla polizia come migliaia e migliaia di proletari che lo stato borghese ammazza nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche, nei cantieri. 174 proletari caduti sotto il fuoco di polizia e carabinieri dal 1947 ad oggi, 2270 operai morti ogni anno sul posto di lavoro, vittime della fatica, della nocività, della disciplina. La violenza legale, elemento irrinunciabile dello stato borghese, dello sviluppo capitalistico, del controllo sulla classe operaia, consuma i suoi crimini per sopravvivere e rafforzare il suo dominio. La lotta di classe del proletariato, autonoma rispetto agli interessi della produzione e al progetto di forzata pacificazione delle organizzazioni riformiste, provoca inevitabilmente la rappresaglia dello stato.

Le 16 vittime della strage di Milano e l’uccisione di Pinelli sono la faccia criminale dell’affannosa e disperata difesa del capitale, messo alle strette dall’offensiva proletaria. L’altra faccia è il puttanesco tentativo riformista di coinvolgere la classe operaia nella gestione del proprio sfruttamento. Giuseppe Pinelli, operaio e rivoluzionario, buttato giù da una finestra del quarto piano della questura perché aveva capito la natura del complotto di stato. Gli opportunisti, gli stupidi, i legalisti possono ignorare la cosa, scandalizzarsene, strumentalizzarla per mettersi d’accordo coi padroni e acquistare una fetta di potere. E lo fanno ampiamente e dovranno rispondere anche di questo. Chi attribuisce la morte di Pinelli al fatto che la costituzione non viene applicata, chi tace su di essa perché «estranea alla coscienza delle masse» e preferisce fare le processioni commemorative, chi aspetta che il caso Pinelli venga archiviato per esprimere la propria indignazione, ritenendo che anche questi (PCI, PSI e i loro leccaculi del M.S. della statale di Milano) non possono parlare di Pinelli, stanno dalla parte dei suoi assassini, come chi, la sera delle bombe, nelle aule dell’università Statale, imbecille più ancora che provocatore, attribuiva gli attentati agli anarchici, «storicamente avventuristi ed estremisti».

Tutti questi devono tacere, o commemorare i propri futuri caduti: i Berlinguer, i Novella e i Saragat. Di Pinelli possono parlare i proletari, quelli che ogni giorno combattono la loro guerra di classe e rifiutano i compromessi, le trattative, le rese. Perché Pinelli era uno di loro, e come molti di loro è stato ucciso. E’ un morto «di parte» quindi, ucciso da quelli che difendono la parte avversaria, ma non un morto di gruppo. I rivoluzionari non sono divisi in sette  Ammazzando Pinelli non è stato colpito il movimento anarchico, ma l’avanguardia rivoluzionaria del movimento di classe; ammazzando Pinelli, il potere ha tentato di dare una lezione alle migliaia e migliaia di proletari che nelle fabbriche, nella campagne, nei quartieri, nelle scuole decidono di prendere in mano il loro destino per trasformare radicalmente la loro vita, con l’unico strumento di cui dispongono: la violenza rivoluzionaria di massa, che è tutto l’opposto e la negazione della violenza vigliacca di chi mette le bombe e di chi ammazza con un volo dalla finestra. Ammazzando Pinelli hanno creduto di eliminare un «estremista», perché la sua fine fosse di avvertimento agli altri «estremisti». Ed è qui che gli assassini hanno sbagliato completamente i loro conti. Il nemico è una tigre di carta, e per giunta stupida; essendo fuori e contro le masse non ne conosce la realtà. Non sa che gli «estremisti» oggi sono milioni di uomini e di donne, sono tutti gli sfruttati che non vedono altra soluzione alla loro miseria che la lotta di classe e che esprimono la volontà e la coscienza della parte più grande e migliore degli uomini. Sopprimendo «l’estremista» Pinelli non potevano mettere a tacere l’estremismo di massa. Questo è oggi, più che mai, voluto e praticato nelle strade e nelle fabbriche; e la morte di uno di loro è stato per i proletari un elemento da aggiungere a quella somma di violenze di cui chiederanno conto ai loro sfruttatori; è stata per le masse un’occasione per la comprensione più ampia e generale della natura del sistema capitalistico e della necessità del suo abbattimento. Giuseppe Pinelli è quindi dentro questa lunga stagione di lotta degli sfruttati di tutto il mondo, col diritto che gli deriva dalla sua coerenza di rivoluzionario, dalla sua esperienza di proletario, dalla sua storia di lotte, di fatica, di sfruttamento.

«Tutti devono morire, ma non tutte le morti hanno uguale valore. Tutti gli uomini muoiono, ma la morte di alcuni ha più peso del monte Tai e la morte di altri è più leggera di una piuma. La morte di chi si sacrifica per gli interessi del popolo ha più peso del monte Tai, ma la morte di chi serve gli sfruttatori e gli oppressori è più leggera di una piuma. Dovunque c’è la lotta, c’è sacrificio e la morte è un caso comune. Ma noi abbiamo a cuore gli interessi del popolo e quindi morire per il popolo significa morire di una morte degna. Da oggi in poi chiunque di noi muoia, sia un combattente o un cuciniere purché abbia svolto un lavoro utile, sarà per noi accompagnato all’ultima dimora e commemorato».

Giuseppe Pinelli nasce a Milano nel 1928 nel quartiere di Porta Ticinese. Finite le elementari inizia a lavorare. Studia come autodidatta. Nel 1944-45 a 16 anni, partecipa alla resistenza con un gruppo di partigiani anarchici che opera a Milano. Trova lavoro nelle ferrovie come manovratore. Si sposa e ha due figlie.

Si unisce agli anarchici di Gioventù Libertaria, e negli anni successivi è tra i fondatori dei circoli Sacco e Vanzetti, Ponte della Ghisolfa e via Scaldasole. E’ militante dell’Unione Sindacale Italiana e della Crocenera Anarchica. Come tale si occupa dell’opera di difesa e assistenza dei compagni colpiti dalla repressione.

Il 12 dicembre 1969 viene fermato al circolo di via Scaldasole da Calabresi, Zagari e Panessa e portato al 4° piano della questura nell’ufficio di Calabresi. Rimarrà in questura venerdì notte, tutto il sabato, la domenica, il lunedì. Il commissario Pagnozzi dà ordine ad alcuni poliziotti di «riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione tutta la notte».

L’ultimo interrogatorio è la notte del 15 nell’ufficio di Calabresi. Intorno alla mezzanotte viene spinto giù dalla finestra, dopo che un colpo di karaté gli ha procurato una lesione bulbare.

I suoi assassini sono Marcello Guida, questore di Milano; Antonino Allegra, capo della squadra politica; il commissario aggiunto di P.S. Luigi Calabresi; il tenente dei carabinieri Sabino Lo Grano; i brigadieri Panessa, Mucilli, Caracuta e Mainardi.

Al funerale di Pinelli partecipano 3000 compagni.

Licia Pinelli: “… non si può tutti e sempre continuare a tacere”

Cari compagni,

sin dall’inizio ho seguito la vostra coraggiosa battaglia in difesa della verità e contro una repressione subdola e prepotente che a Milano, come altrove, cercava e cerca tuttora, di instaurare un nuovo fascismo, addirittura peggiore di quello precedente.

Avrei voluto da tempo esprimervi la mia solidarietà ma solo ora, in occasione del primo processo alle cause e ai responsabili della morte di Pino, ho sentito anche il «dovere» di farlo.

In Italia anche questo può costare caro (e voi lo sapete bene!) ma non si può tutti e sempre continuare a tacere.

Con stima

Licia Rognini Pinelli

A rivista anarchica n43 Dicembre 1975 Gennaio 1976 Dopo la sentenza D’Ambrosio. Ma il caso non è chiuso. Intervista con l’avvocato Gentili di La Redazione

23 ottobre 2011

Milano, 24 novembre 1975

Qual è la situazione giudiziaria del “caso Pinelli” dopo la sentenza del giudice istruttore D’Ambrosio?

Bisogna distinguere due aspetti: la situazione del processo iniziato con la denuncia di Licia Pinelli e la situazione del “caso Pinelli” più in generale. Il processo originato dalla denuncia di Licia Pinelli – nel quale è stata depositata la sentenza del giudice d’Ambrosio – è praticamente senza futuro, nel senso che l’imputazione proposta dall’allora dirigente dell’ufficio politico dott. Allegra non mi sembra possa avere alcuna prospettiva di riaprire il caso o di garantire un approfondimento delle cause della morte e della responsabilità sulla morte di Giuseppe Pinelli. Dall’esame della difesa del dott. Allegra, già presentata al giudice istruttore D’Ambrosio, si rileva infatti che si tratta di una difesa puramente tecnica e giuridica: non bisogna dimenticarsi, a questo proposito, che le accuse al dott. Allegra si riferivano soltanto all’illecito trattenimento in Questura di Pinelli e non alla sua morte.

Più in generale mi pare che l’unica possibilità di sviluppo in sede giudiziaria del “caso Pinelli” sia data dal processo contro Pio Baldelli (ex-direttore responsabile del periodico “Lotta Continua”, tolto e cambiato, querelato dal fu commissario Calabresi – n.d.r.), processo che è stato praticamente sospeso per lo sviluppo dell’istruttoria condotta dal giudice d’Ambrosio. In quella sede, infatti, la sentenza del giudice D’Ambrosio non “farà stato” (diremmo noi giuristi), cioè non sarà vincolante per il giudice del processo contro Baldelli: in quella sede potranno pertanto essere riproposti e riportati avanti tutti gli interrogativi al “caso Pinelli”. In particolare potranno essere portati avanti proprio quegli interrogativi che la sentenza propone: partendo infatti dall’ipotesi che sia probabile un’ipotesi diversa dal suicidio e sia invece inverosimile l’ipotesi del suicidio, si dovrebbe aprire e non chiudere, come è stato fatto da parte del giudice d’Ambrosio, l’indagine su che cosa è veramente successo in quella stanza al quarto piano della Questura nella notte tra il 15 ed il 16 dicembre 1969.

La sentenza accenna inoltre al fatto che l’interpretazione ufficiale del suicidio era gradita ai superiori e verosimilmente da questi usata nelle false accuse contro gli anarchici; nel processo Baldelli potrà essere riproposta l’indagine sul comportamento di questi superiori e sull’uso che di questa interpretazione suicidiaria è stata fatta nel contesto delle false accuse contro gli anarchici, cioè su come il preteso suicidio di Pinelli sia stato presentato e comunque sia servito nel quadro di questo indirizzo impresso alle indagini.

Quando in maggio il giudice istruttore Gresti chiese l’archiviazione del “caso Pinelli” ricalcando pedissequamente la versione poliziesca del suicidio, insieme con l’altro difensore di Baldelli (l’avv. Guidetti-Serra) presentatisi al giudice D’Ambrosio un lungo documento di critica all’istruttoria di Gresti, contestandola radicalmente (cfr. “A” 39). Ora, dopo che D’Ambrosio ha archiviato il caso, se pure sulla base di valutazioni differenti rispetto a quelle di Gresti, qual è il tuo giudizio di avvocato, di socialista e di uomo che con tanta passione ha sempre seguito il “caso Pinelli”, in relazione alla sentenza D’Ambrosio?

Indubbiamente c’è stato un senso di liberazione quando si è sentito che finalmente, anche da parte di un magistrato, l’ipotesi del suicidio, dichiarata ufficialmente dalla polizia, veniva ritenuta inverosimile. A questo sentimento spontaneo si contrappone naturalmente una critica, perché da tale convincimento si doveva partire per aprire il processo e non già per chiuderlo, come è stato fatto. La reazione mia e – credo – degli altri difensori, di fronte alla sentenza del “caso Pinelli”, è ben diversa da quella dell’opinione pubblica in quanto io ero già stato profondamente colpito dal corso dell’istruttoria: cioè dapprima preoccupato dalla sua apparente inerzia e dallo svuotamento che alcuni suoi atti compiuti in mia presenza avevano presentato; in secondo luogo, una volta depositati tutti gli atti istruttori, avevo raggiunto purtroppo la conferma che il processo non aveva risposto alle nostre aspettative. Questo perché l’istruttoria si era progressivamente svuotata e appariva più contro Giuseppe Pinelli, cioè per accertare la sua eventuale responsabilità nella strage, che sulla sua morte; espressa in numerose istanze, tendente a ricollegare l’indagine sulla morte di Giuseppe Pinelli all’indagine sulla strage.

Quali scadenze sono previste per il processo Baldelli?

Tale processo potrebbe in teoria avvenire entro brevissimo tempo. Mi risulta che gli atti siano già stati restituiti alla prima sezione penale del Tribunale, là dove era avvenuta la pratica interruzione dopo la ricusazione (che, com’è noto, è stata seguita da una assoluzione con formula piena) del giudice Biotti. Salvo altre possibilità, che per ora non vedo, il processo Baldelli mi sembra l’unica via per riaprire sia il discorso sulla morte di Giuseppe Pinelli sia quello sull’istruttoria ora conclusa, non solo in sede di opinione pubblica, ma anche più specificamente in sede giudiziaria. È chiaro però che soltanto un’intensa partecipazione dell’opinione pubblica – quale si è avuta finora nel “caso Pinelli” – può dare a questo processo un’efficacia ed un respiro sufficienti.

La Redazione

A rivista anarchica n6 Luglio Agosto 1971 “Non l’abbiamo ucciso noi…” La ricusazione del giudice Biotti e la denuncia per omicidio sporta dalla vedova Pinelli hanno riportato sulle prime pagine dei quotidiani il caso del ferroviere anarchico (senza autore)

16 ottobre 2011

Il 15 dicembre 1969, a mezzanotte, Giuseppe Pinelli viene gettato dalla finestra dell’ufficio politico al quarto piano della questura di Milano, due giorni dopo la strage di Piazza Fontana, lo stesso giorno in cui viene arrestato Valpreda.

Sono passati appena venti minuti dalla tragedia quando il Questore Guida parla ai giornalisti: “Pinelli era fortemente indiziato… il suo gesto è un’auto-accusa…”. Dopo circa un’ora, un’altra conferenza stampa, assieme a Calabresi e ai suoi sgherri: “È crollato quando ha visto che non aveva altra strada, il suo alibi era crollato…”. Il giorno dopo, i compagni già sanno che Pino è stato ucciso, e alla sera il questore fascista dichiara alla televisione: “Vi giuro, non lo abbiamo ucciso noi… Quando saprete le prove che avevamo…”. È una frase storica questa.

Un colossale apparato di forze reazionarie, di questori, poliziotti, giornalisti, avvocati, magistrati, giudici e ministri tenta con ogni mezzo di dimostrare che Pinelli “non lo abbiamo ucciso noi”. E più questi signori si affannano, più affondano nelle sabbie mobili delle loro menzogne. Questi uomini, avvezzi a manovrare ogni cosa, a tacere, parlare, condannare o premiare con il più assoluto disprezzo dell’opinione pubblica, sono ormai ridotti ad aggrapparsi alle più meschine macchinazioni procedurali per restare a galla. Ma continuano ad affondare. Come se Pinelli li tirasse per i piedi.

La storia si è fatta lunga, la polvere del tempo cade, ma basta una scrollatina che tutto torna crudo e violento come fosse successo ieri.

Il corpo di Pinelli cade in verticale, urtando i cornicioni. Una ambulanza giunta con rapidità sospetta lo trasporta al Fatebenefratelli, dove sono già arrivati i poliziotti, con Allegra in testa.

Illegalmente, un poliziotto è presente in sala operatoria ai tentativi di rianimazione, mentre alla moglie e alla madre non è consentito di entrare né di sapere. Poco dopo Pinelli muore. In contrasto con quanto ordina la legge, il suo corpo viene allontanato dall’obitorio del Fatebenefratelli dove sarebbe rimasto fuori dal controllo della polizia e trasportato all’Istituto di Medicina Legale. Il Dr. Fiorenzano, il medico di guardia che vide per primo Pinelli dopo il volo, verrà sentito dal magistrato solo quattro mesi dopo. A poche ore dalla morte viene precipitosamente compiuta l’autopsia, da cui vengono esclusi i periti di parte, nell’Istituto diretto dal ben noto ex rettore Mario Cattabeni. Le risultanze dell’autopsia concludono che “le ferite ritrovate sul corpo concordano con le modalità di caduta descritte”. Cioè con una frase vuota di ogni significato. Sabato 20 dicembre, cinque giorni dopo la morte, il corpo di Pinelli viene calato nella fossa comune avvolto in una bandiera nera.

Questa tomba oggi, a venti mesi dal tragico episodio, riempie di terrore Calabresi, Amati, Guida e quelli che li proteggono.

L’inchiesta, subito aperta dalla magistratura, viene affidata al sostituto procuratore della Repubblica Dott. Caizzi.

Dopo un’istruttoria “sommaria” durata ben cinque mesi, condotta in segreto ed impedendo che la vedova e la madre si costituissero parte civile, il Dott. Caizzi comunica che non trova nulla di strano, nessuna “responsabilità penale” nella morte di Pinelli. Il Dott. Caizzi, approfittando di uno sciopero dei giornali, chiede l’archiviazione del caso e trasmette il fascicolo al giudice Amati. Nel fascicolo, c’è la verità ufficiale: suicidio a tutti i costi; ma i falsi e le ambiguità sono grossolane e fra la gente, nei giornali, nei bar, nelle piazze, si fa strada una verità diversa che rende giustizia alla memoria di Pinelli e le cui conclusioni sono molto lontane da quelle di Caizzi. In luglio, coperto da un altro sciopero dei giornali, Amati deposita l’atto di archiviazione. Calabresi e protettori tirano un sospiro di sollievo, sebbene tutti i muri di Milano lo indichino come assassino, sebbene migliaia di anarchici abbiano percorso Milano gridando a piena voce che le bombe le avevano messe i padroni e che Pinelli era stato ammazzato, sebbene nessuno, nemmeno i giornali moderati, credano alla tesi del suicidio, il decreto di archiviazione sembra porre una solida barriera ad ogni tentativo di conoscere la verità.. Ma, come si legge in un manifesto anarchico (che Caizzi riporta indignato nell’ultima pagina della sua infame istruttoria) “… gli anarchici, i rivoluzionari, non archiviano e non dimenticano”.

Per alcuni mesi, con un’ostinata serie di articoli e vignette, il settimanale “Lotta Continua” accusa apertamente Calabresi di omicidio e Amati, Guida, Restivo, il S.I.D. di collusione e corresponsabilità. Dopo molti numeri su questo tono, Calabresi, (pare non di sua iniziativa ma spinto o obbligato dai suoi superiori) querela Pio Baldelli, direttore di “Lotta Continua”, per falso e diffamazione a mezzo stampa. Sfortunatamente per il Commissario il codice prevede per questo tipo di reato il processo per direttissima, senza istruttoria.

Passa l’estate e in ottobre ha inizio il processo. Giudice è Biotti, il dott. Pulitanò noto come democratico, viene estromesso dal collegio giudicante. Si spera che le udienze durino due o tre mesi, si teme che il processo venga “fatto fuori” in poche sedute. Invece il processo è lungo e ricco di sorprese. Fin dalle prime deposizioni dei poliziotti anche per i più disattenti si fa evidente la probabilità e poi la quasi certezza dell’assassinio. Passano otto mesi, durante i quali si svolge anche il processo agli anarchici per le bombe del 25 aprile. Il processo discredita talmente Amati, ridicolizza le indagini della polizia, chiarisce a molti come vengono condotti gli interrogatori e fabbricate le prove. I personaggi sono gli stessi, Amati, Allegra, Calabresi, Panessa, Mucilli, tutti nel loro ruolo, il burocrate, il coordinatore, il commissario efficiente ma “che esegue solo gli ordini”, gli agenti ottusi e picchiatori che non ricordano mai nulla.

Su tutti costoro scende una luce sempre più sinistra.

Nell’aula troppo piccola del processo Calabresi – Baldelli (che è diventato Baldelli – Calabresi) si fa strada con la forza dell’evidenza, la certezza dell’assassinio.

È difficile spiegare quello che è successo dopo, e soprattutto come e perché è successo.

Gli avvocati di Baldelli, Gentili e Guidetti Serra, conclusa la sfilata dei testi che rappresenta complessivamente un disastro per l’accusa, chiedono che venga disposta una nuova perizia medico legale. Lener, il ringhioso avvocato di Calabresi, si oppone. (Lener non si capacita di come possa essere pensabile sospettare un poliziotto di omicidio; secondo lui, infatti, anche i poliziotti che ammazzarono a mitragliate gli operai a Reggio Emilia, erano innocenti). Il Giudice Biotti accetta che venga compiuto un supplemento di perizia sulle carte e sui referti di quella a suo tempo fatta da Cattabeni e soci a cura della polizia. I periti incaricati dichiarano che non è possibile giungere a conclusioni realistiche sulla sola base della perizia precedente, ed esprimono alcune perplessità sulla “lesione bulbare” che appare dietro al collo di Pinelli.

Della “lesione bulbare” la prima perizia riporta l’esistenza ma non fa, stranamente, alcun commento. I periti di Lener dichiarano che la lesione può essere stata causata dalla compressione del collo appoggiato al tavolo anatomico. I periti della difesa dichiarano che può esser stata causata da detta compressione oppure da un colpo di karate (sull’impiego del karate durante gli interrogatori in questura si era già parlato nelle precedenti udienze, oltre all’esistenza di una numerosa “bibliografia” in proposito). L’esigenza della riesumazione della salma e di una nuova autopsia diventa evidente.

Dopo molte esitazioni Biotti accetta di fare eseguire una nuova perizia sulla salma, con la partecipazione dei periti di parte.

A questo punto si apre un gioco di cui noi, che a tutto ci interessiamo tranne che alle mene di potere, sottopotere, soprapotere e infrapotere, non possiamo, né in fondo ci interessa, capire in tutti i particolari.

La danza degli assassini

Contro la decisione del tribunale Lener presenta subito ricorso asserendo che “accogliere le tesi della difesa significa sancire il completo fallimento delle perizie medico legali eseguite con scrupolo e coscienza (?) e screditare le scrupolose (?) indagini fin qui svolte”. Con queste parole Lener coglie, suo malgrado, l’essenza delle cose.  Anche il ricorso è inutile, e allora Calabresi e Lener giocano l’ultima carta: la ricusazione. Il 29 aprile Lener, per conto di Calabresi, ricusa il suo carissimo amico giudice Biotti. I motivi addotti da Lener sono noti, si tratterebbe di confidenze fattegli da Biotti in novembre, sette mesi prima, secondo le quali il giudice sarebbe stato oggetto di pressione da parte di alti magistrati e avrebbe espresso il convincimento della morte di Pinelli per omicidio.

I motivi reali sono che l’apertura della tomba, oltre a “sancire il fallimento” e “screditare le indagini” sancirebbe la colpevolezza di Calabresi e non è tutto. Come tutti sanno, Calabresi non è che il pesce piccolo, gli altri pesci sono molto grossi, sono la questura di Milano, la procura della Repubblica, la procura generale, il Ministero degli Interni, l’arma dei Carabinieri (rappresentata nella stanza dal capitano Lo Grano), che fin dall’inizio hanno imposto con tutti i mezzi a loro disposizione la tesi del suicidio.

Non a caso, infatti, i degni rappresentanti della Giustizia colgono la palla al balzo. In fondo che la tomba resti chiusa è nell’interesse di tutti. Biotti deve pagare per salvare tutti gli altri. La ricusazione con rara prontezza della Corte di appello di Milano, viene accettata con un documento di 25 pagine che l’intero palazzo di giustizia non esita a definire allucinante. Da Roma il Consiglio Superiore della Magistratura inizia ufficialmente un procedimento per il trasferimento d’ufficio del giudice Biotti.

Il consiglio decide anche di promuovere un’azione disciplinare nei confronti del magistrato che si concluderà con la sospensione dall’incarico ed il taglio dello stipendio. Biotti, dichiara false le insinuazioni di Lener “Possono pure trasferirmi a Siracusa, ma io tornerò a Milano, voglio guardare in faccia il giudice che potrà negare la riesumazione della salma di Pinelli” sono le sue parole.

Nel frattempo si levano sdegnate le voci di altri magistrati tirati in ballo, con ordinanze del Consiglio Superiore e titoli di giornale in una sarabanda di dichiarazioni, memorie, ricusazioni, e discorsi colmi di frasi che suonano insolenze rivoltanti, quali “il rispetto degli ordinamenti democratici” “della indipendenza della legge” “la garanzia di un’amministrazione della giustizia al di sopra delle parti”.

È la danza degli assassini, che suonano le trombe e vestono i sacri paramenti per confondere la plebe. Di vero, in tutto questo, c’è che la tomba resta chiusa, e la verità, ancora una volta, sepolta sotto due metri di terra. Nel nome della Legge.

Come avevamo detto, questi personaggi miserabili più si dibattono e più affondano. Forse speravano che, anche a prezzo di questa ignobile sarabanda, la tomba sarebbe rimasta chiusa per sempre.

Invece no, il 24 giugno Licia Pinelli chiede formalmente la riapertura dell’istruttoria con l’incriminazione di tutti i poliziotti sospetti: i Commissari Allegra e Calabresi (nominato pochi giorni fa Commissario capo. No Comment), i sottufficiali Panessa, Caracuta, Mucilli e Mainardi, il capitano della “Benemerita” Sabino Lo Grano.

A costoro si contesta il reato di OMICIDIO VOLONTARIO, violenze private, sequestro di persona, abuso d’ufficio, abuso di autorità. Il documento viene consegnato a Luigi Bianchi d’Espinosa, insediatosi da poco tempo come procuratore generale a Milano. D’Espinosa è uomo retto e democratico, così si dice. Ma non crediamo sia sufficiente un uomo retto e democratico per smascherare una montatura di Stato.

Per il momento Bianchi d’Espinosa ha rimandato ogni decisione a dopo le ferie, invece di decidere subito. Primo esempio di rettitudine!

Non vogliamo essere pessimisti, ma è un brutto inizio. Ultimamente abbiamo ancora avuto modo di vedere come si decidono i processi in tribunale (o dietro il tribunale? o magari al Bar sotto casa? o forse nel salotto di un vecchio amico?). Il commissario capo diventerà questore, di questo passo, ma non dormirà tranquillo: le vertebre rotte si riconoscono anche dopo molti anni.

 Milano, Cimitero di Musocco: la tomba di Giuseppe Pinelli.

Sulla pietra è scolpita una poesia tratta dall’Antologia di Spoon River:

“La macchina del “clarion” di Spoon River venne distrutta / ed io incatramato ed impiumato / per aver pubblicato questo / il giorno che gli anarchici furono impiccati a Chicago: / Io vidi una donna bellissima, con gli occhi bendati / ritta sui gradini di un tempio marmoreo / una gran folla le passava dinnanzi / alzando al suo volto il volto implorante / nella sinistra impugnava una spada / brandiva questa spada / colpendo ora un bimbo ora un operaio / ora una donna che tentava di ritrarsi ora un folle / nella destra teneva una bilancia / nella bilancia venivano gettate monete d’oro / da coloro che schivavano i colpi di spada / un uomo in toga nera lesse da un manoscritto: / “Non guarda in faccia a nessuno” / poi un giovane col berretto rosso / balzò al suo fianco e le strappò la benda / ed ecco le ciglia erano tutte corrose / sulle palpebre marce / le pupille bruciate da un muco latteo / la follia di un’anima morente / le era scritta sul volto / ma la folla vide perché portava la benda

A rivista anarchica n 330 novembre 2007 Pino? In prima persona, come al solito di Piero Scaramucci

7 ottobre 2011

Pinelli Piazza Fontana

Nel 1982 il giornalista Piero Scaramucci ha pubblicato sotto forma di libro (A. Mondadori Editore) una sua lunga intervista con Licia Rognini, la moglie di Pinelli. Titolo: Licia Pinelli. Una storia quasi soltanto mia. Ne riportiamo un breve stralcio relativo al periodo ’67/’68. Il congresso, svoltosi a Carrara, cui si fa riferimento è il Congresso dell’Internazionale delle Federazioni Anarchiche (agosto ’68), al quale parteciparono centinaia di compagni provenienti da decine di Paesi (tra i più lontani: Giappone, Messico, Svezia, ecc.).

 Licia Pinelli

Licia. Sto pensando al 1967. Gli anarchici avevano fatto il campeggio, non mi ricordo dove. Io sono andata invece a Senigallia con bambine, madre, fratelli, cognate e nipoti. Figurati! il campeggio. C’erano talmente tante zanzare che persino Pino, che non lo toccavano mai, è venuto giù tutto tappezzato di punture! Campeggio figurati… E poi hanno fatto il nudismo. Le risate quando Pino me l’ha raccontato! Si era divertito moltissimo, queste cose nuove per un quarantenne. Gli dicevo: “Se ti metti di profilo hai la pancetta e nudo non puoi stare”.

Faceva la spola. Ha lavorato tutto quel periodo: pomeriggio, mattina e notte. Appena libero andava al campeggio. Poi tornava a Milano: pomeriggio, mattina e notte. Altri due giorni liberi e veniva a Senigallia. Meno male che non pagava il treno. Comunque non faceva in tempo ad arrivare che cascava dal sonno.

È stato un anno divertente, con questa storia del nudismo e con la baraonda di Senigallia, sono venuti a trovarci tutti i miei parenti. Siamo rimaste al mare più del solito, un mese e mezzo, eravamo in tanti e si divideva la spesa della casa. È stato l’anno che sono diventata nerissima. E poi Pino che veniva giù e mi raccontava le storie del campeggio, ma non aveva osato dirmi del nudismo. Poi quando sono arrivati a Milano tutti gli amici è venuta fuori la faccenda del nudismo, c’è rimasto così male perché mi sono divertita da morire. Un’educazione puritana anche la sua non solo la mia. Mi chiedeva se ero gelosa! Figurati! Un corpo ne vale un altro, è il resto che conta.

E poi il ’68, con il congresso anarchico, tutto un gran daffare. Quell’anno Pino aveva prestato la casa. Una famiglia francese e lui gli aveva prestato la mia casa per quindici giorni. Così nel ’69 gli ho detto: adesso ti frego io, non vado in campagna. E siamo rimasti tutti a Milano.

Una persona che non riusciva a tener nascosto niente. Il prestito della casa aveva cercato di nascondermelo in tutti i modi, facendo le pulizie di fino che non ti dico. Una casa lucida, mai avuta in vita mia una casa così lucida. Poi una parola via l’altra e gli ho tirato fuori tutto.

 

 Piero. Eri andata anche tu al congresso?

Licia. Io ero a Marina di Carrara al mare. A Carrara sono andata a salutare tutti quelli che conoscevo. Questi vecchi anarchici con una militanza sulle spalle, che hanno sempre pagato di persona, coerenti con le loro idee durante il fascismo, la guerra di Spagna, la Resistenza. E il trait d’union che faceva Pino tra loro e i giovani, le nuove leve, insofferenti, convinte di sapere tutto. Che l’esperienza degli altri non serve. E lui, mezza età, teneva il collegamento. Così era sempre là. Tant’è vero che siamo tornate a Milano da sole. E non gliel’ho perdonato per molto tempo, te l’ho detto: una donna molto viziata pretende di essere viziata sempre.

Ma come mi era piaciuto quell’anno! In tutti i sensi sì, mi era piaciuto molto. Quell’anno che poi uno riassume sempre nelle vacanze.

Piero. Ma l’esplosione nelle scuole, gli studenti, quello che si dice il ’68?

Licia. Io l’ho vissuto sempre di riflesso, cioè con quegli studenti che venivano per casa, mi raccontavano, mi spiegavano.

Piero. E Pino?

Licia. Lui in prima persona come al solito.

Piero Scaramucci

 

 

Umanità Nova 23 ottobre 1971 Perché l’assassinio di Pinelli è legato alla strage di Stato di Comitato politico giuridico di difesa

3 settembre 2011

Il processo a Valpreda e compagni avrà luogo quando l’archiviazione «fascista» del caso Pinelli disposta da Amati sarà confermata da quella «democratica» che chiuderà l’inchiesta in corso

 Accertato che le prove sono distrutte la magistratura consente la perizia sulla salma

Nessun dubbio, le eventuali prove del delitto che la polizia non fosse riuscita in due anni a distruggere, sono state definitivamente cancellate dal naturale processo di decomposizione.

Solo ora la magistratura può agire nel rispetto della legge, procedere, senza timore di imbattersi nella verità, con tutte le garanzie «democratiche».

Il 21 corrente si procederà alla riesumazione della salma di Pinelli ed un gruppo di periti altamente qualificati si metteranno al lavoro per dirci quello che già sappiamo: sarebbe stato giusto, sensato, legale se tutto questo fosse stato fatto il 17 o 18 dicembre ’69 od almeno sei mesi fa, nel corso del processo Baldelli-Calabresi.

Ora, a due anni di distanza, la perizia ha lo stesso significato del ridicolo provvedimento di far sorvegliare da tre giorni la tomba di Pinelli da un agente della Guardia di Finanza: dimostrare che nulla è stato trascurato; che tutte le misure possibili sono state prese perchè nessun dubbio possa sorgere sull’operato della magistratura.

Qualsiasi risultato scaturirà dall’inchiesta in corso, anche nel caso assurdo che essa pervenga all’accertamento delle responsabilità per l’uccisione del compagno Pinelli, per noi tutto questo è una farsa, una stupida e macabra farsa e dello stesso parere è Licia Pinelli che ha rifiutato di assistere all’esumazione del cadavere per effettuare il riconoscimento di Pino in quel mucchio di ossa che troveranno nella bara perchè, ha detto: «lo ritengo inutile, dopo due anni non capisco proprio che cosa potrei riconoscere».

Che dopo due anni non ci sia più nulla da riconoscere lo hanno capito anche loro: i magistrati, gli assassini, l’avvocato della polizia. Ecco perchè, dopo aver fatto passare il tempo necessario, dopo aver distrutto tutte le altre prove, abiti compresi, dopo aver cancellato ogni indizio e subornato chi sa quanti testimoni, hanno dato via libera alla perizia.

Si dirà che gli errori commessi, la superficialità e le omissioni in cui si è incorsi con le prime indagini furono assolutamente involontari, dovuti alla eccezionalità del caso. Ma è fin troppo evidente che, proprio perchè ci si trovava di fronte un caso eccezionale, proprio perchè l’opinione pubblica avvertì immediatamente che si era trattato di un omicidio volontario, si doveva procedere subito con estrema correttezza, nel rispetto formale della legge. Invece si è fatto esattamente il contrario e lo si è fatto scientemente, opponendosi alle legittime richieste dei familiari ed alle giustissime pressioni popolari.

A motivare la nostra denuncia di complicità con gli assassini è sufficiente anche un solo episodio tra tanti, anche se marginale, quello della distruzione degli abiti prima che fosse conclusa da Amati la sua farsesca inchiesta e dopo che si era rifiutato di consegnarli alla mamma di Pinelli affermando che erano a disposizione del magistrato e pertanto occorreva una autorizzazione dell’autorità giudiziaria…

Pinelli fu ucciso perchè vivo sarebbe stato un testimone pericoloso.

Pinelli è stato ucciso, questa è la sola verità emersa finora da tutta la vicenda degli attentati e giustamente Riccardo Lombardi, nella prefazione al libro «Pinelli, un suicidio di Stato» di Marco Sassano, osserva: «…la sola questione non ancora risolta non è se sia stato ucciso, ma sul come lo sia stato». Noi aggiungiamo «e perchè». A nostro avviso è molto più importante stabilire perchè la notte tra il 14 e il 15 dicembre ’69 qualcuno decise che Pinelli doveva morire, che scoprire chi fu l’esecutore materiale dell’omicidio di Stato e come riuscì, se non a tradimento, a colpire alle spalle un uomo così sano, robusto, tanto attaccato alla vita.

Chi lo conosceva bene sa che Pinelli era sempre al corrente di quello che avveniva intorno a lui nel ginepraio politico della grande Milano, aveva un fiuto particolare ed un intuito sicuro per avvertire i raggiri, gli intrighi e le manovre di tutti i gruppi e gruppetti politici, doti che aveva acquisito dalla lotta partigiana alla quale partecipò giovanissimo e perfezionato in tanti anni di incessante militanza anarchica. La questura di Milano non lo perdeva mai di vista e soprattutto gli ultimi tempi lo assillava con frequenti «inviti». Siamo certi che Pinelli aveva elementi sufficienti che, collegati a quanto dovettero dirgli i poliziotti nel corso delle 78 ore di continuo interrogatorio, gli permisero di capire cosa stava accadendo, chi aveva eseguito e chi aveva voluto la strage. La decisione di eliminarlo deve avere un movente estremamente grave e questo non può che essere ravvisato nella assoluta necessità di sbarazzarsi di un testimonio pericoloso per i complici dei dinamitardi.

Non è possibile escogitare e sostenere una diversa versione ed infatti Riccardo Lombardi, nella già citata presentazione del libro di Sassano, sia pure con qualche cautela, scrive: «Ogni società politica, per quanto brillante possa essere la sua facciata, riposa nell’esercizio oscuro e feroce, in anfratti appartati, della violenza repressiva. Condizione di salvezza per un sistema è l’occultazione di questi recessi. Quando Giuseppe Pinelli venne ucciso, tutti gli ingranaggi del sistema avvertirono la minaccia che pesava su di essi se la verità fosse stata conosciuta: la verità su Pinelli, la verità sui 16 morti di piazza Fontana, la verità sulla responsabilità dell’eccidio». Il che significa che la responsabilità dell’eccidio, direttamente od indirettamente, per effettiva partecipazione ai criminali attentati o per concreta complicità, investe «gli ingranaggi del sistema» e la verità sulla morte di Pinelli, se fosse stata conosciuta, avrebbe rivelato la verità sulla strage.

Ed è quello che andiamo ripetendo da due anni: far luce sui motivi che indussero Calabresi e soci ad uccidere Pinelli, significa scoprire i veri responsabili della Strage. Questo spiega tutti gli scandalosi comportamenti della polizia, del ministero degli interni e della magistratura che altrimenti non avrebbero alcuna giustificazione nè logica nè giuridica. Questo spiega perchè l’apparato dello Stato sia stato costretto ad assumere vergognosamente la difesa degli assassini, mantenerli in servizio e pagar loro avvocati tanto famosi quanto costosi come Lener, Delitala e Crespi.

Quando il processo per la Strage?

Le richieste di inchieste parlamentari sulla strage e sulle oscure indagini prefabbricate che portarono alla ignobile incriminazione di un gruppo di predestinati a pagare per i delitti voluti dai padroni ed effettuati dallo Stato, sono da anni accantonate e non ci risulta che ci sia in corso una qualche iniziativa per avviarle.

Si è trattato di pure e semplici speculazioni elettorali, di strumentalizzazioni politiche, di demagogici appelli alla giustizia, destinati in partenza alla sterilità, oppure dobbiamo dar credito alla notizia, trapelata da diverse ed attendibilissime fonti, che la manovra giudiziaria per salvare a tutti i costi gli assassini di Pinelli prima di decidere qualcosa sul processo per la strage è stata concordata a Roma, il 26 agosto, in una riunione segreta indetta dal ministro Restivo con la partecipazione dei delegati di tutti i partiti.

La notizia circola sempre più insistente e trova conferma proprio nell’atteggiamento di attesa e di rinuncia ad aprire un dibattito parlamentare su tutta la vicenda e nelle indiscrezioni di ambienti governativi sull’iter giuridico che dovrà concludere il caso Pinelli per i primi di gennaio con una archiviazione «democratica» che confermi sostanzialmente l’archiviazione «fascista» di Amati.

Tutto questo è talmente mostruoso che vorremmo venisse smentito non da dichiarazioni ufficiali ma da fatti, prese di posizione concrete.

Purtroppo quel poco che si muove per la nuova inchiesta sulla morte di Pinelli, anche se rafforza sempre più la certezza che è stato ucciso per eliminare un testimone pericoloso per gli autori della strage, conferma in pieno le ciniche, beffarde ed autorevoli indiscrezioni dei canali governativi. L’apparato avrebbe deciso non solo di salvare la testa di Calabresi e corrèi, non solo di lasciare impunita l’uccisione di Pinelli e di non permettere che si conoscano i motivi per i quali è stato ucciso, ma anche di risolvere con un compromesso infame sulla pelle degli attuali imputati il caso della strage.

E’ indubbiamente urgente, viste le loro condizioni di salute, che Gargamelli, Valpreda, Emilio Borghese possano al più presto dimostrare in un pubblico dibattimento la loro innocenza, ma perchè ciò sia possibile, perchè lo Stato possa essere schiacciato dalle sue responsabilità per la strage, è necessario far emergere la verità sulla morte di Pinelli e pertanto non accetteremo che si archivi il caso, continueremo a divulgare la sentenza già emessa: Pinelli è stato assassinato perchè non denunciasse gli autori ed i mandanti della strage.

A Rivista Anarchica N10 febbraio 1972 Aspettando il manichino di E.M.

3 settembre 2011
Rovesciate le parti al processo per la morte di Pinelli. Ora tocca alla difesa di Calabresi trovare il modo di adattare l’incrinatura riscontrata su una faccia dell’epistrofeo (seconda vertebra cervicale) alla tesi del suicidio. La frattura a parere dei periti di Licia Pinelli, risale certamente ad una lesione provocata prima della morte. I periti di Calabresi non si sono ancora pronunciati in merito e stanno probabilmente scervellandosi per trovare una giustificazione decente. Molto prima della riesumazione avevano detto “attento alle vertebre, commissario!”. Appunto.

La prova del manichino è stata per ora rimandata (il manichino dell’Alfa Romeo, in acciaio, non andava bene) ma un tecnico di Cinecittà provvederà a costruirne uno adatto e un uomo, forse un acrobata, verificherà se Pinelli può essersi buttato dalla finestra con le modalità descritte nei rapporti della squadra politica e nelle deposizioni troppo confuse o troppo precise dei poliziotti al processo Baldelli. La proposta, avanzata da taluno, di usare per la prova il corpo di un funzionario dell’Ufficio Politico della Questura di età e dimensioni opportune, non è stata accolta.

Il giudice D’Ambrosio, gli va dato atto, sta conducendo l’indagine in modo molto più serio di quanto hanno fatti suoi predecessori, a cominciare dal giudice Amati. D’Ambrosio si muove in molte più direzioni, ma di ciò che fa non si sa molto perché a questo proposito, forse a ragione, è muto come una tomba. Non conosciamo le sue intenzioni né fino a che punto è deciso ad andare avanti. È certo che davanti a lui ci sono due scelte difficili: in primo luogo è evidente che allargare il campo delle indagini significa far confluire l’intero procedimento nel processo per la Strage di Stato ed è altrettanto evidente che i poliziotti tenteranno in tutti i modi di mantenere il caso Pinelli isolato dalla Strage. In secondo luogo, le “pressioni” su D’Ambrosio sono state o saranno molto pesanti ed il giudice Biotti che per aver osato molto meno fu ricusato con l’accettazione della Corte d’Appello, sottoposto a processo disciplinare e successivo procedimento finale affidato alla giacobina Procura della Repubblica di Firenze, sospeso dallo stipendio e dall’Ufficio e infine dimenticato da tutti, è solo un esempio del grado di libertà che la libera Magistratura della Repubblica nata dalla liberazione consente ai liberi Magistrati in nome della libertà della legge. Il 22 novembre, per concludere, il procuratore generale della Cassazione ha chiesto il rigetto del ricorso presentato dal presidente del Tribunale di Milano, dott. Carlo Biotti contro l’ordinanza che accoglieva la sua ricusazione.

A questo punto, a nostro avviso, se ci tiene alla carriera, allo stipendio e alla coscienza è meglio che D’Ambrosio continui con la massima rapidità e decisione perché al primo cenno di debolezza (quale potrebbe essere il rifiuto a sentire come testimone l’ex questore Marcello Guida) lo schiacceranno come una pulce.

Umanità Nova 16 ottobre 1971 Messe in gioco carte false per salvare i sei assassini di Comitato Politico-Giuridico di Difesa

2 settembre 2011

Illazioni sugli orientamenti del P.G. Bianchi D’Espinosa – La procedura per una archiviazione al di sopra di ogni sospetto – La polizia ed il suo avvocato tremano ancora

Umanità Nova 16 ottobre 1971    Tutti indiziati di omicidio volontario

 La nuova inchiesta per l’assassinio di Pinelli è avviata questa volta su binari formalmente corretti e prosegue con una certa alacrità.

 Eravamo convinti che il nuovo P.G. di Milano, Bianchi D’Espinosa, non sarebbe incorso nei grossolani e stupidi errori dei suoi predecessori, che avrebbe affrontato il caso con una procedura  impeccabile. Ma dal momento stesso in cui denunciammo, senza essere smentiti, che il cambiamento di «tecnica giudiziaria» per risolvere il caso Pinelli era stato deciso in una  inammissibile riunione di vertici tenuta a Roma nel ministero degli interni il 25 settembre, ci dicemmo convinti di trovarci di fronte ad una nuova manovra, accuratamente studiata, per  salvare gli assassini di Pinelli.

 Vogliamo, per il momento, credere che tanta immeritata fiducia, accordata da tutti i quotidiani alla «giustizia» in questa nuova fase del caso, nasca da cecità politica e non dalla convinzione  che sia sufficiente, dopo due anni, la corretta applicazione di norme procedurali per avvalorare e dare credibilità ad un’inchiesta le cui carte sono state spudoratamente falsificate fin dal  momento in cui l’infame crimine è stato commesso.

 Noi non possiamo aver nessuna fiducia in questa fiducia, anche se tutta la poliziottaglia che è implicata con la morte di Pinelli è ora «indiziata» di omicidio volontario. E non soltanto perchè  è la prima volta che ci troviamo di fronte a sei incriminati di assassinio che non trovano aperta la porta della galera, mentre per un ladruncolo di mele c’è sempre una cella disponibile a San  Vittore, ma perchè la loro incriminazione non è altro che una scaltra mossa per giungere alla archiviazione definitiva del caso Pinelli. Abbiamo più che fondati motivi per muovere questa  accusa alla giustizia di Stato.

 Il punto di vista del P.G.

Noi, ovviamente, non conosciamo il pensiero e gli orientamenti del P.G. D’Espinosa, non siamo nè saremo mai nè vorremmo essere depositari dei suoi punti di vista o delle sue confidenze. Ma chi è legato, come la stampa reazionaria e governativa, alle centrali in cui si amministra la giustizia repubblicana con i codici fascisti, è tanto dentro alle segrete cose per poter non solo svelare al pubblico il «punto di vista» del P.G. sul caso Pinelli ma anche per poter anticipare quelli che saranno gli sviluppi dell’inchiesta ed il risultato che se ne avrà. Secondo il Corriere della Sera tutto è chiaro, tutto è risolto, la prima inchiesta aveva già accertato la verità, si può stare tranquilli e per la fine di gennaio aprire il sipario sulla «commedia degli errori giudiziari» per il processo a Valpreda. Secondo Il Messaggero, il P.G. ha deciso di aprire questa nuova inchiesta promossa dalla denuncia di Licia Pinelli solo per riparare alle lacune formali, alla insufficienza delle indagini che portarono alla prima archiviazione. Ma è certo – secondo Il Messaggero – che non si avranno colpi di scena e tutto si concluderà ai primi di dicembre con una archiviazione al di sopra di ogni sospetto.

Con pungente arguzia popolare i romani chiamano Il Messaggero «la voce del padrone» e se il potere ci fa sapere, tramite la sua voce più qualificata, che «le perizie eseguite nella prima inchiesta (molto accuratamente, si dice alla Procura Generale) confermano l’assenza di altri sintomi atti anche solo ad ipotizzare una diversa causa di morte» e che pertanto la riesumazione della salma non potrà condurre a risultati diversi, possiamo essere certi che così sarà.

Sarà così, certamente è già previsto, come ci assicura «la voce del padrone», un bel decreto di archiviazione, ma noi dimostreremo che si tratterà delle stesse carte false di Caizzi ed Amati maldestramente ritoccate.

Prove sottratte e falle da colmare

Leggiamo ancora su Il Messaggero: «Fu negata alla vedova la possibilità di costituirsi parte civile; ci si accontentò delle due perizie necroscopiche per archiviare tutto, senza acquisire altre prove di riscontro, piuttosto rilevanti».

Si negò, ci si accontentò, non si acquisirono prove rilevanti. Si ammettono tutte queste gravissime scorrettezze ed omissioni volutamente commesse da Caizzi ed Amati, come se costoro fossero magistrati di un altro pianeta, come se le loro azioni, la «commedia degli errori» costituita dalle pagine del dispositivo di archiviazione da loro escogitato per non incriminare gli assassini, non riguardassero questa «giustizia» di Stato che ci delizia, non si riferissero al caso Pinelli, allo scandalo che ora si vuol coprire con un nuovo procedimento solo formalmente corretto.

Dopo due anni è ridicolo riaprire un’inchiesta che fu condotta in maniera del tutto arbitraria e vergognosamente partigiana, senza indagare sull’operato di chi, abusando del proprio potere, volle affossare il caso, senza esaminare i retroscena giudiziari che sono sfacciatamente alla origine dell’inquinamento e della sottrazione di «prove rilevanti». Come se questi inquinamenti, queste sottrazioni, non rendessero impossibile, dopo due anni, l’accertamento dei fatti e perizie attendibili.

Quello che dicemmo quando la magistratura rifiutò una vera inchiesta si è puntualmente verificato. Avevamo previsto che solo nel momento in cui gli assassini ed i loro difensori fossero stati certi che il tempo e gli uomini avevano cancellato ogni prova del delitto, avrebbero consentito indagini e perizie.

Perfino gli abiti di Pinelli, morto in quelle circostanze, sono stati distrutti «legalmente» con le fiamme da una monachella che ingenuamente ha registrato un particolare: erano imbrattati di sangue. Ma nessun alto funzionario, accorso sul posto dopo il delitto, neanche quella canaglia fascista del questore Guida, ha avvertito l’importanza, il dovere di guardare le mani dei sei responsabili per accertarsi su quali di esse fossero rimaste tracce di sangue e nessun giudice ha disposto, come la legge prevede, che gli abiti fossero messi a disposizione della magistratura.

In, tutte queste cose la autorità giudiziaria non ravvisa alcun reato. neanche omissione di atti d’ufficio e sottrazione di prove, e i responsabili si sono assicurate brillanti carriere.

La polizia e Lener tramano ancora

Sembrerebbe, leggendo la stampa dei padroni, che tutto è previsto perchè l’inchiesta in corso fili liscia verso la prestabilita archiviazione.

Ciò significa che i sei indiziati di omicidio volontario non verranno incriminati, la istruttoria si concluderà con il proscioglimento, non saranno portati in tribunale sul banco degli accusati, non si avrà un pubblico dibattimento e si troverà il trabocchetto procedurale per affossare definitivamente anche il processo Baldelli-Calabresi.

Per ottenere senza troppi scandali un risultato del genere la polizia ed il suo avvocato hanno ancora qualche serio ostacolo da superare, qualche grossa falla da tappare, soprattutto quelle aperte durante il dibattimento del troncato processo Baldelli-Calabresi durante il quale emersero evidenti indizi, contraddizioni e prove di reato.

Ma in certi ambienti della questura milanese da qualche giorno si vocifera insistentemente di un febbrile lavorio dell’instancabile avvocato Lener per mettere in piedi una versione del «suicidio» di Pinelli più credibile di quella incongruente sostenuta finora dai poliziotti.

Se ciò è vero, ad un certo punto dell’inchiesta Lener consegnerà al magistrato una strepitosa memoria difensiva con l’ultima strabiliante versione dei motivi che avrebbero indotto Pinelli al suicidio e persino una diversa ricostruzione del disperato gesto.

Siamo costretti a raccogliere queste sconcertanti voci e siamo persino indotti a dar loro un certo credito perchè, dopo aver visto agitare tanto fango intorno a queste vicende giudiziarie, dobbiamo aspettarci qualunque mascalzonata e prepararci a rigettarla con il dovuto disprezzo in faccia agli assassini del compagno Pinelli.

Umanità Nova 3 luglio 1971 Calabresi e sei funzionari accusati di omicidio volontario Dopo lo scandalo Biotti la denuncia di Licia Pinelli di Comitato Politico Giuridico di Difesa

1 settembre 2011

 Lo Stato dovrà piegarsi ad ammettere la verità

E’ stato detto e ripetuto infinite volte: «vogliamo la verità sulla morte del compagno Pinelli, non taceremo finchè tutti i responsabili non saranno smascherati». E’ un obbligo che abbiamo verso un militante rivoluzionario che ha dato tutto se stesso alla lotta per la giustizia sociale. E’ un dovere verso il Movimento perchè la menzogna ufficiale con la quale si è tentato di coprire il suo assassinio nasconde i mandanti e gli esecutori della strage di Stato del 12 dicembre ’69.

In questo impegno c’è stata di esempio la compagna di Pino che da quella tragica notte non ha cessato un attimo di lottare, sorretta dal proposito di consegnare alle figlie integra e bella la memoria del padre.

Se ora tutto il popolo sa – come disse Faccioli al processo di Milano – che «Calabresi è un assassino», lo dobbiamo anche alla forte volontà di Licia.

Nel momento in cui lo scandalo per il ributtante «caso Biotti» sollevato da Calabresi investe tutto l’apparato statale e minaccia di travolgerlo in un baratro di vergogne e di intrighi, nel momento in cui sembrava che non ci fosse più nessuna possibilità di ottenere l’apertura di quella tomba, Licia Pinelli non si arrende, attacca con energia gli aguzzini del compagno. Lo Stato dovrà piegarsi, ammettere la verità.

I sette accusati di omicidio

La denuncia è grave ma precisa, argomentata e suffragata da una lunga serie di prove obiettive. Omicidio volontario, violenza privata, sequestro di persona, abuso di ufficio e abuso di autorità; queste sono le accuse che investono Calabresi, Allegra, Lo Grano, Panessa, Mainardi, Caracuta, Mucilli.

Dobbiamo inoltre osservare che nell’esposto presentato al Procuratore Generale sono formulate violente critiche alla magistratura, le conclusioni con le quali Caizzi ed Amati decisero l’archiviazione sono definite «non solo scarsamente convincenti ma anche arbitrarie ed illegittime».

Visto che già un tribunale ha disposto una serie di accertamenti, l’inchiesta di Caizzi ed Amati è da considerarsi priva di ogni serietà ed attendibilità, inficiata da molte nullità procedurali e pertanto una indagine sul loro operato appare inevitabile.

le motivazioni essenziali della denuncia

Esaminiamo brevemente le argomentazioni più schiaccianti della denuncia, senza dilungarci nella cronaca già nota.

1 – «Pinelli fu trattenuto illegalmente in questura, non esisteva alcun indizio a suo carico, non era in stato di “fermo”.

I funzionari ricorsero a ogni genere di violenza morale ed a modalità arbitrarie, non consentite, contestando fatti e circostanze con la perfetta consapevolezza di dire cose false».

2 – Tutte le deposizioni dei funzionari implicati nella vicenda sono «confuse, incredibili, contraddittorie», gli orari non collimano, oscillano di diverse ore. Le versioni sono troppe, diverse e contrastanti. Tutti reticenti sull’esatto momento in cui accadde la tragedia.

3 – Dall’esame necroscopico condotto dai primi periti «risultano elementi di singolare rilievo e precisamente: l’esistenza di un segno di agopuntura alla piega del gomito, un’area ovolare di cm. 6 x 3 alla base del collo. Non è forse quella ipotesi del colpo di karatè – dice la denuncia -che è stata avanzata ripetutamente dalla stampa e che è stata accolta dal collegio giudicante del processo Baldelli-Calabresi il cui presidente avrebbe dichiarato: «Io e i giudici ci siamo convinti che il colpo di karatè sia stato dato ed abbia colpito il bulbo spinale»? Perchè non si è proceduto ad accertamenti sul segno di agopuntura, dal momento che Pinelli non stava praticando cure endovenose?

4 – Perchè non si effettuò, nè si permise di effettuare, accertamenti sui vestiti e sulla macchia ovolare? Perchè Calabresi ed Allegra si abbandonarono ad inammissibili abusi contestando a Pinelli una confessione di Valpreda che non era mai avvenuta ed accusando lo stesso Pinelli degli attentati del 25 aprile ben sapendo che era estraneo a quei fatti?

5 – Perchè è stata accettata ed avallata dalla magistratura, senza approfondite indagini, la versione poliziesca se ogni logica portava a ritenere che Pinelli era stato ucciso? «Esclusa l’ipotesi impossibile inverosimile inaccettabile del suicidio, dimostrato che Pinelli fu sottoposto ad un trattamento che è tutta una escalation di illegalità, arbitrii, reati, la sua morte non può che essere ascritta a tutti questi comportamenti, ciò significa che si tratta di un vero e proprio omicidio».

6 – «Di rado si è visto qualcosa di più aberrante… Poi il tribunale decide la perizia, per la superficialità ed incompletezza dei precedenti accertamenti, ma essa dovette apparire così pericolosa a Calabresi ed al suo difensore da indurli a compiere un atto gravissimo quale laricusazione del presidente del tribunale».

Vedremo qualcosa di ancor più aberrante?

I congiunti, fino ad ora caparbiamente esclusi dall’inchiesta ufficiale sulla morte del compagno Pinelli, avevano precedentemente convenuto in giudizio il ministero degli interni, ma il procedimento va per le lunghe, sembra insabbiato da una interminabile congerie di intralci burocratici.

A questo punto attendiamo che la magistratura si pronunci, decida se dar corso o meno all’esposto per i gravissimi reati. Francamente non vediamo come le autorità possano ulteriormente negare ai familiari il diritto di una inchiesta completa e seria, con tutte le garanzie.

Noi siamo convinti che consentiranno la esumazione del cadavere solo quando saranno assolutamente certi che ogni traccia del delitto sarà sparita, non un giorno prima.

Se la magistratura temporeggerà nel decidere od opporrà cavilli od ostacoli procedurali, sarà evidente che l’aberrazione più completa ottenebra il potere. Ma «l’estremo tentativo – che Licia Pinelli ha voluto compiere – nel nome del marito tragicamente privato della vita e nell’interesse delle bambine che hanno diritto almeno di vedere restituita al padre quella integrità morale e quella saldezza che conobbero in lui» (così conclude la denuncia) sarà riuscito ugualmente in pieno perchè nessuno potrà allora più dubitare che l’uccisione di Pinelli è un delitto di Stato perpetrato premeditatamente per coprire i responsabili della strage di Stato.

Comitato Politico Giuridico di Difese

Umanità Nova 2 ottobre 1971 La polizia e Lener guazzano nel ridicolo di Comitato politico-giuridico di difesa

30 aprile 2011

La temeraria iniziativa dell’avvocato della polizia per ostacolare l’accertamento della verità e impedire l’azione dei legali di Licia Pinelli

Puzza d’intrigo e di altre canagliate

Lener, il tracotante avvocato miliardario di Calabresi, colui che è noto come difensore della polizia per altri tragici e luttuosi eccidi e per aver, con indecorosa macchinazione, impedito fino ad ora la riesumazione della salma di Pinelli, è tornato alla ribalta con il gesto più vergognoso, incredibile e spregiudicato che si potesse concepire.

La denuncia per calunnia presentata da Lener contro l’avvocato Smuraglia è senza precedenti nella storia forense e qualora, per evidenti inammissibili e vergognose volontà prevaricatrici non dovesse essere bloccata e l’autore di sì ignobile iniziativa non venisse estromesso dall’Ordine, vedremmo posto in costante pericolo l’esercizio professionale degli avvocati, come giustamente hanno stigmatizzato con energiche denuncie i «giuristi democratici» ed il sindacato avvocati e procuratori di Milano e molte personalità politiche e giuridiche.

Ma sono altri gli aspetti della questione che più ci interessano e ci rivoltano lo stomaco anche se non ci sorprendono perché siamo ormai convinti che si stanno preparando altri colpi di scena, altre grosse canagliate per difendere l’onore e il prestigio della polizia, per strappare Calabresi e soci alla  condanna già decretata dal popolo.

Uno di questi aspetti la dovrebbe riguardare e preoccupare la magistratura e costringere il procuratore generale di Milano, Bianchi d’Espinosa, direttamente investito dalla furia di Lener, a prendere posizione. Infatti stando alle cervellotiche e basse insinuazioni di Lener, Licia Pinelli ed i avvocati avrebbero presentato la denuncia «in un momento ritenuto propizio» che ha coinciso con l’insediamento del nuovo procuratore generale traendo costui in inganno, il che non sarebbe stato possibile prima perché «i magistrati di allora che avevano vissuto la vicenda ora per ora, pagina per pagina, non avrebbero tollerato inganni».

Lener accusa, senza sottintesi, Bianchi D’Espinosa di aver «svuotato ed immiserito le oneste fatiche» dei magistrati che lo hanno preceduto, di Caizzi ed Amati che così bene avevano risposto alla volontà poliziesca e governativa di archiviare il caso. Lener accusa apertamente Bianchi D’Espinosa di essersi prestato, accogliendo la denuncia di Licia Pinelli, alle «manovre mistificatrici» tendenti a colpire l’onore della polizia ed il prestigio della magistratura.

Ma il procuratore generale, lo stesso che aveva ponderato un mese sulla opportunità di inoltrare la denuncia di Licia Pinelli, questa volta, di fronte alle insultanti e spudorate 207 pagine ed ai 40 allegati della denuncia di Lener, non avverte l’esigenza di riflettere e frettolosamente, in poche ore, trasmette l’infame carteggio all’ufficio istruzione del tribunale.

Lener è una vecchia volpe senza scrupoli e, lo si è visto con lo sporco caso Biotti, sa quel che vuole ottenere e come muoversi, nel pantano della «giustizia democratica», per ottenerlo.

Noi non siamo. così ingenui da unirei al coro di quanti, deplorando il suo gesto, lo hanno giudicato assurdo, inutile, temerario, grottesco, provocatorio, destinato a fallire miseramente.

Noi ravvisiamo, nella iniziativa assunta da Lener «in evidente dispregio di ogni regola di etica professionale e con atto calunnioso e diffamatorio», oltre al tentativo di impedire che si faccia luce sulla morte di Pinelli, una insopportabile puzza di intrigo, accuratamente preparato da Lener in «alto loco» con il preciso e gravissimo intento di rovesciare, al momento opportuno, l’attuale corso della «giustizia» ed affossare definitivamente la verità con una nuova menzogna di Stato costruita in due anni di accurate manipolazioni.

Quel che avverrà nei prossimi mesi, quindi, non ci sorprenderà, ci aspettiamo una serie di canagliate di cui quest’ultima costituita dalla denuncia di Lener all’avvocato Smuraglia non è che il prologo. Non ci sorprenderebbe neanche che, a coronamento di una serie di losche, iniziative, lo avvocato della polizia o la questura stessa tentassero di contrabbandare all’opinione pubblica una altra versione più idiota ed infame delle precedenti sulle cause indirette e dirette della morte di Pinelli.

Dietro Lener si muovono potenti forze, alte autorità disposte a tutto pur di far trionfare le menzogne di Stato» sulla morte di Pinelli e sulla Strage. Di questo fummo avvertiti da una precisa e gravissima dichiarazione del giudice Biotti. Attenzione quindi alle prossime mosse di Lener ed a quelle della magistratura; nulla è affidato al caso, nulla va attribuito a stupida e senile baldanza del principe miliardario del foro, ma ogni iniziativa è una precisa pennellata che deve, nelle intenzioni dei mistificatori, completare il quadro che hanno in programma, Il via all’ultima operazione, iniziata con l’inoltro della denuncia di Licia Pinelli all’ufficio istruzioni, non dimentichiamolo, è stato dato dalla riunione effettuata ad alto livello il 25 agosto al Ministero degli Interni. E ciò non è stato mai smentito.

Mancanza di coraggio

Lener afferma di essersi assunto in proprio la responsabilità della denuncia «per non esporre gli interessati che sono e si proclamano innocenti e calunniati».

Allegra, Calabresi ed i loro scagnozzi di questura si nascondono dietro il loro degno compare e costui, a sua volta, per evitare l’impopolarità di una denuncia diretta contro Licia Pinellì, grottescamente rigira l’ostacolo e si scaglia contro il suo avvocato adducendo a pretesto l’insinuazione che Licia «non ha fatto e non poteva fare» uno studio dei vari atti istruttori necessario per esprimere il contenuto della sua denuncia.

Ciò è arbitrario e falso, perché Licia Pinelli «poteva», senza che nessuno e nessuna norma procedurale glielo vietasse, studiare tutti gli atti relativi al caso e la sua reazione alla notizia dell’iniziativa di Lener è stata immediata ed estremamente illuminante in questo senso; essa infatti ha dichiarato: «La notizia della denuncia presentata dall’avvocato Lener contro uno dei miei avvocati è un fatto senza precedenti. Anche se l’istanza è diretta contro il professor Smuraglia, confermo che la richiesta di apertura di procedimento presentata il 23 giugno è l’espressione autentica della mia convinzione sulle cause che hanno provocato la morte di mio marito. Richiesta fondata su una precisa conoscenza degli atti. Riconfermo la mia volontà di andare sino in fondo affinché venga anche giudizialmente dichiarata la verità»:

Calabresi non ha avuto il coraggio di assumere in proprio la responsabilità della denuncia.

Lener non ha avuto il coraggio di affrontare la impopolarità di una denuncia diretta contro chi esprime la certezza che i suoi protetti siano tutt’altro che innocenti.

Questa è viltà della peggiore specie di fronte alla quale assume un alto valore la ferma coerente dichiarazione di Licia Pinelli che non si nasconde come è costretto a fare Calabresi, dietro le spalle del suo avvocato, ma rivendica in pieno la responsabilità delle sue giuste iniziative e la capacità di acquisire sufficienti cognizioni e di pervenire a proprie convinzioni, capacità che Lener arbitrariamente le nega.

Altrettanto coerente e seria è la decisione presa dall’avvocato Carlo Smuraglia di non opporre «all’incredibile e pazzesca» iniziativa di Lener alcuna rivalsa giudiziaria.

Chiunque, volendolo, potrebbe denunciare Lener per aver diffamato e calunniato l’avvocato Smuraglia, ma è scesa tanto in basso la considerazione e la credibilità della «giustizia» repubblicana che il non ricorrervi, soprattutto in, casi del genere, è indice di equilibrio e di buon gusto.

Denunce a valanga?

L’avvocato Lener non si arresta di fronte al ridicolo delle sue iniziative e continua imperterrito a presentare querele.

Oggetto della sua ferma e dichiarata intenzione di colpire tutti coloro che oseranno criticarlo per ora è stato il Sindacato avvocati e procuratori di Milano (1.400 iscritti) ma si ha fondato motivo di ritenere che molte altre denunce siano nei programmi dell’illustre avvocato della polizia.

L’atteggiamento e le azioni del Lener sono, a nostro avviso, provocatorie. Egli, è evidente, tenta di complicare e soffocare il caso sotto una valanga di denunce e di controdenunce che aprirebbero una lunga interminabile serie di procedimenti penali.

E’ un gioco subdolo che, a lungo andare, potrebbe dimostrarsi pericoloso per l’avvocato ed i suoi clienti, anche se poggia su connivenze con l’apparato, anche se l’inchiesta che ha preso le mosse dalla denuncia di Licia Pinelli per omicidio volontario dovesse incastrare la verità in un vicolo cieco come quella per la strage di Stato.

Il fatto che solo ora, con tanto inammissibile ritardo, la magistratura si sia decisa a sequestrare la cartella clinica di Pinelli, è di una gravità eccezionale perché in due anni possono avvenire molte cose e la polizia ha le mani lunghe. Comunque quelle carte hanno ben poco da rivelare sulla meccanica dell’incidente e le testimonianze rese nell’immediatezza dell’evento hanno ben più peso.

Se fosse stata condotta una seria e completa inchiesta nel dicembre del 1969, se quello che si ritiene indispensabile fare ora, dopo che il tempo e gli uomini hanno cancellato, e falsato le prove, fosse stato fatto allora, tutti oggi saprebbero come è stato ucciso Pinelli e chi ha voluto, organizzato ed attuato la strage di piazza Fontana.

Comitato politico-giuridico di difesa