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Lotta Continua 24 novembre 1970 Rapporto sullo squadrismo – quarta puntata. chi sono, chi li comanda, chi li paga

2 ottobre 2012

Abbiamo accennato, nell’introduzione alla precedente puntata del rapporto, agli scopi che esso si prefigge. La recrudescenza dell’attivismo squadristico e degli attentati provocatori degli ultimi giorni confermano l’utilità di un lavoro che, oltre ad inquadrare questi episodi nel contesto della strategia padronale e ad indagarne i meccanismi più o meno nascosti, metta in grado i compagni d’identificare con nome, cognome e indirizzo, gli sgherri fascisti, i loro mandanti ed i loro protettori nell’apparato statale.

E’ però indispensabile, per dare sempre maggiore attualità e precisione all’inchiesta popolare, che i militanti e i proletari che agiscono nelle varie situazioni di lotta comunichino al giornale tutte le informationi in loro possesso sull’argomento. Le prossime due puntate saranno dedicate al terrorismo fascista ed allo squadrismo davanti alle fabbriche.

E’ soltanto di pochi mesi fa la notizia, taciuta dall’Unità e minimizzata dalla stampa borghese, della presenza, fra i membri della Direzione Nazionale del PCI, di due agenti della C.I.A., tali Stendardi e Ottaviano, i quali ricoprivano il delicato incarico di responsabili dei rapporti con i partiti comunisti «fratelli». Sembra che nell’ambito del Comitato Centrale la scoperta, opera dei servizi segreti sovietici (K.B.G.), abbia dato luogo ad una vivace discussione tra stalinisti e conciliari: i primi, capeggiati da Pietro Secchia, avrebbero proposto di spedirli nell’URSS per un viaggio-premio di sola andata, i secondi, Alessandro Natta in testa, di limitarsi ad un’espulsione incruenta e discreta; questa tesi ha, ovviamente, prevalso.

Ci sembra opportuno far riferimento all’episodio in un momento, come quello attuale, in cui i revisionisti – sempre più compromessi agli occhi della classe operaia e quindi sempre meno disposti al confronto politico con l’avanguardia rivoluzionaria – imbastiscono una grossolana speculazione sui tentativi di infiltrazione all’interno della sinistra extra-parlamentare, spacciando per convergenze ideologiche fra «opposti estremismi» il chiaro intento di provocazione e delazione che, in coincidenza con l’esplosione delle lotte di massa studentesche, ha spinto i fascisti ad un’operazione di mimetismo che utilizzasse, anziché le tute da paracadutista, i pensieri di Mao e le citazioni di Marcuse. La presenza di agenti della C.I.A. nella Direzione Nazionale del PCI non significa che esistano convergenze tra Nixon e Berlinguer tanto più che, com’è noto, il secondo, a differenza del presidente americano, è un accanito sostenitore della coesistenza pacifica.

Nella puntata precedente abbiamo esaminato alcuni esempi d’infiltrazione «singola»; ad eccezione di Mario Merlino i fascisti hanno ottenuto in questo settore risultati decisamente mediocri, dal punto di vista della carriera politica senz’altro inferiori a quelli raggiunti da Stendardi e Ottaviano. Il fenomeno della strategia della tensione, presenta caratteristiche più interessanti; se non altro perché rivela con maggiore evidenza quale uso tattico i padroni abbiano tentato di fare dei fascisti nel quadro del disegno politico culminato con la strage di stato.

Più o meno in coincidenza col viaggio in Grecia del marzo ’68 esce una rivista (5.000 copie di tiratura, veste tipografica lussuosa) che dovrebbe fornire una giustificazione culturale e ideologica all’infiltrazione; ha per titolo CREATIVITÀ, una copertina rosso-nera, e, sul frontespizio interno, un brano tratto dalla «Carta della Sorbona»: «Nessuno si meravigli del caos delle idee, nessuno ne sorrida, nessuno ne tragga motivo di burla o di gioia. Questo caos è lo stato di emergenza delle idee nuove» . E, nella fattispecie, del riemergere di vecchi rottami. Direttore responsabile ne è infatti Romolo Giuliana, ex repubblichino di Salò, funzionario del Ministero Turismo e Spettacolo, dirigente nazionale della F.N.C.R.S.I. (Federazione Nazionale Combattenti e Reduci della Repubblica Sociale Italiana), intimo di quei Ripanti e Fantauzzi che, nel 1964, addestrarono per conto del S.I.F.A.R. le bande fasciste in Sila. Tra i suoi finanziatori c’è il generale dei bersaglieri Oswaldo Roncolini, collaboratore «militare» di Almirante, azionista della Pepsi-Cola e fra i promotori di un «Movimento per la Difesa della Civiltà Cristiana» molto attivo fra gli alti gradi dell’esercito. Dal terzo numero in poi la direzione passa ad un altro neofita della contestazione: Giacomo De Sario, ex segretario negli anni ’50 della Federazione Giovanile Socialista, dalla quale si dimise per fondare l’organizzazione fascista C.N.R. (Costituente Nazionale Rivoluzionaria), restando però in cordiali rapporti con alcuni ex «compagni» attualmente militanti nelle file del P.S.U.

I veri animatori della rivista sono però i fratelli Attilio e Cataldo Strippoli, figli del presidente del Banco di S. Spirito, ex federali romani della Avanguardia Nazionale e dirigenti nazionali del M.S.I., arrestati nel ’65 per detenzione di esplosivi ed armi da guerra e rilasciati dopo un paio di mesi. Nell’estate del ’68 il secondo si è trasferito a Rimini dove, in località Viserbella, ha aperto un albergo – i Vichinghi – meta di frequenti pellegrinaggi fascisti; il primo ha dato vita al «Gruppo Primavera», sedicente anarchico, costituito mettendo assieme una decina di studenti missini, che ha una vita brevissima: dopo aver tentato inutilmente di stabilire contatti con i trotzkisti di Iniziativa Operaia si scioglie e i suoi aderenti tornano a militare nella Giovane Italia.

Anche Stefano Delle Chiaie viene assalito, nello stesso periodo, da pruriti libertari. Riunisce nella sede del Kingatus, un gruppo goliardico dedito alla «caccia alla matricola», una dozzina di attivisti di Avanguardia Nazionale scelti tra i più giovani e meno noti e fonda il «Gruppo anarchico romano XXII marzo» che, in un volantino diffuso nelle scuole e nell’Università, afferma di rifarsi «alle teorie di Conh-Bendit ed alla prassi degli arrabbiati di Nanterre». Ne fanno parte:

Pennisi Aldo – via del Quadraro 27

Paulon Luciano – viale Spartaco 18

Maulonrico Pietro (detto Gregorio) . viale T. Labieno 85

Rossignoli Claudio – Piazza dei Consoli 62

Guarino Elio . via del Quadraro 27

Granoni Renato – via del Quadraro 58

Nota Giovanni – viale Cartagine 90

Sestili Alfredo via Tuscolana 1022

De Amicis Antonio (detto Augusto) Quadraro 29

Aragona Lucio – via del Quadraro 9

La leadership del gruppo viene affidata dal Delle Chiaie ed uno dei suoi fedelissimi: il neo-barbuto Mario Merlino. L’esordio in piazza avviene qualche giorno dopo, nel corso di una manifestazione di protesta indetta dal movimento studentesco romano davanti all’ambasciata francese. A dare una mano a Merlino che sventola una grande bandiera nera con la scritta XXII Marzo, e agli altri dieci avanguardisti nazionali intervengono noti esponenti fascisti come Serafino Di Luia, Loris Facchinetti e tale Buffa, detto «lupo di Monteverde», legionario ed istruttore di «Europa Civiltà» l’organizzazione paramilitare fascista che conta fra i suoi finanziatori l’editore Edilio Rusconi recentemente nominato cavaliere da Saragat per aver svolto compiti di «grande elettore» per conto del PSU, ed un tale dott. Sciubba presidente del MACEM (Movimento Autonomo Ceto Medio) ed esponente della Massoneria di Palazzo Giustiniani. Quel giorno, mentre gli studenti si disperdono sotto le violente cariche della polizia, il XXII Marzo celebra il battesimo del fuoco incendiando con bottiglie molotov due auto parcheggiate a diverse centinaia di metri dal teatro degli scontri. Il quotidiane «Il Tempo», che conta tra i suoi redattori alcuni fra i maggiori teorici dell’infiltrazione fascista, quali Pino Rauti e Gino Ragno, protesterà indignato contro «la cieca violenza con cui i maoisti hanno infierito sulle auto di ignari e incolpevoli cittadini».

Dopo il felice esordio, il gruppo va alla ricerca di un crisma d’ufficialità politica; particolarmente interessante, in questo senso, è quanto dichiarato a verbale il 25 luglio 1970, davanti al giudice Cudillo, da uno dei suoi fondatori:

«Quando, ai primi di settembre del ’68, partii per incarico di Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino per il congresso anarchico di Massa Carrara, ci venne consegnata la somma di lire 20.000 a testa per le spese da Guido Paglia (N.d.r. – corrispondente del quotidiano « Il Roma» di Napoli, figlio di un generale di corpo d’armata). Ci siamo recati a Carrara io, Maulonrico, Paulon Luciano, De Amicis Augusto e Pennisi Aldo. Il nostro compito, secondo quanto impartito dal Delle Chiaie e dal Merlino, era quello di raccogliere informazioni sugli argomenti e i discorsi del congresso e di prendere contatti con i partecipanti; ci saremmo dovuti infatti spacciare come anarchici aderenti al gruppo XXII Marzo di Roma. A Carrara non ci è stato possibile entrare nella sala della conferenza perché era necessario un biglietto d’invito rilasciato dalla Federazione Anarchica di Roma. Il Maulonrico tentò allora di avvicinare un anarchico di una certa età, romano, che apparentemente sembrava persona influente. Questi si era quasi convinto di farlo entrare quando notò che portava al collo una catenina con la croce e allora s’insospettì che si trattasse veramente di un anarchico e gli diede una spinta per allontanarlo, così forte che il Maulonrico cadde a terra (…)».

Vista la scortesia dell’anarchico in questione (N.d.r. un ex partigiano che durante la Resistenza aveva come incarico particolare quello di «fiutare» le spie dell’O.V.R.A.), il progettato inserimento del XXII Marzo nella grande famiglia libertaria subisce una seria battuta d’arresto. Il Delle Chiaie mette temporaneamente in libertà i suoi giovani adepti in attesa di momenti migliori: il gruppo, apparso come una meteora nel sottobosco politico della capitale, lascia come scia alcune gigantesche firme a calce le quali, stranamente, sopravviveranno alle varie «ripuliture» eseguite a cura dell’ufficio politico della questura e campeggeranno sui muri esterni dell’Università fino ai primi mesi del ’70.

Mario Merlino inizia, da un gruppo di sinistra all’altro, le peregrinazioni che si concluderanno il 12 dicembre 1969 con la sua, forse definitiva, infiltrazione nel comitato di base del carcere di Regina Coeli; altri ne seguono l’esempio. Sempre nel già citato verbale si legge infatti: « (…) Debbo precisare che nel periodo in cui ho frequentato il gruppo Marxista-Leninista di Piazza Vittorio 55 sono riuscito ad avere le chiavi della sede per poche ore. Infatti il Delle Chiaie tempo prima mi aveva incaricato di cercare di farmi consegnare le chiavi di cui avrebbe fatto un duplicato. Le chiavi mi erano state consegnate verso le ore 13 e le avrei dovute riconsegnare alle 15. Telefonai al Delle Chiaie che mi fissò un appuntamento al portone della casa della madre e mi fece accompagnare dal Palotto Roberto (N.d.r. – dipendente del Ministero delle Poste, arrestato e condannato per gli attentati sifaritici del ’64, autore materiale degli attentati agli automezzi della caserma di P.S. di via Guido Reni a Roma, nell’inverno del ’68; ne fu attribuita dalla stampa la responsabilità agli anarchii e l’ufficio politico della questura di Roma inoltrò un rapporto alla magistratura definendoli «opera di ignoti») presso una coltelleria nella stessa via ave si trova il cinema Brancaccio … (.. )» .

La stessa sorte subì l’altro «gruppo anarchico XII marzo», quello fondato a Reggio Calabria, subito dopo il ritorno dal viaggio in Grecia, da Aldo Pardo e Giuseppe Schirinzi, i due fascisti di Ordine Nuovo che il 9 dicembre 1969, giorno precedente a quello in cui Junio Valerio Borghese doveva tenere un comizio in città, fecero un falso attentato anarchico alla locale questura ferendo gravemente il piantone di servizio. I due furono arrestati otto giorni dopo e incriminati per concorso in strage. (Nel luglio scorso uno dei difensori degli anarchici imputati per la strage di Milano ha chiesto formalmente al giudice istruttore Cudillo di appurare cosa avesse fatto lo Schirinzi tra il 9 e il 17 dicembre 1969 e, dato che fu arrestato a Roma, a quale indirizzo fosse stato rintracciato dai carabinieri. La richiesta è ovviamente caduta nel nulla) .

Resiste invece, per alcuni mesi, il sedicente Movimento Studentesco Democratico che ha nella facoltà di Legge di Roma il punto di forza; i suoi slogans tipici sono «Hitler e Mao uniti nella lotta» e «Viva la dittatura fascista del proletariato». Costituitosi nell’estate del ’68, vi confluiscono i superstiti dei vari gruppi squadristici che agivano nell’Università prima della grave sconfitta militare subita dai lanzichenecchi di Almirante e Caradonna durante la fallimentare «spedizione punitiva» tentata nel febbraio precedente.

Ci sono i fascisti della ex «Primula Goliardica», capeggiati da Enzo Maria Dantini, in passato attivo organizzatore di campi d’addestramento paramilitare in Sardegna; alle sue spalle si muovono con discrezione personaggi come Vitangeli, membro di Nuova Repubblica e direttore del quotidiano finanziario «Il Fiorino», Simeoni, animatore dell’agenzia giornalistica di estrema destra «O.P.» e amico di Nino Sottostanti, il fascista infiltrato tra gli anarchici milanesi, Antonio De Martini. Quest’ultimo è un ufficiale della N.A.T.O., ricchissimo, legato a Randolfo Pacciardi; risiede a Roma per lunghi periodi, alloggiando all’Hotel Marconi di via Giovanni Amendola. Durante le indagini sugli attentati fascisti ai distributori di benzina, nell’inverno del ’68, il magistrato ordinò una perquisizione nella sua stanza: vi furono rinvenute pistole da guerra e munizioni che, a suo dire, gli erano state fornite dal capitano Lucio Monego dell’Accademia Militare di Modena; nonostante la detenzione abusiva di armi da fuoco, la polizia non sporse denunzia.

Altri «nazi-maoisti» di rilievo sono Serafino Di Luia, ex braccio destro di Delle Chiaie, Ugo Gaudenzi, poi infiltratosi nel gruppo marxista-leninista «Stella Rossa», Oreste Grani, poi infiltratosi nell’«Unione dei Comunisti», Sandro Pisano e Giancarlo Cartocci di Ordine Nuovo, sui quali torneremo più diffusamente in seguito dato il ruolo da essi sostenuto nell’ambito della strage di stato. Il Movimento Studentesco Democratico, trasformatosi successivamente in Movimento Operaio Studentesco d’Avanguardia e infine in Lotta di Popolo, pullulava inoltre di numerosi confidenti del S.I.D.: tra i più noti Stefano Serpieri (in Grecia con Mario Merlino), Franco Pisano («schedò» gli studenti di Architettura che parteciparono ad un viaggio a Cuba), Franco Gelli. Attivo militante di Ordine Nuovo fino al ’66 il Gelli (il suo numero telefonico compare nel taccuino di Merlino), nell’ottobre di quell’anno, si iscrive al PSI-PSDI unificati distinguendosi nella campagna precongressuale della F.G.S.I. come attivo sostenitore della linea saragattiana. Ciò non gli impedisce di distinguersi, nella fase calda delle lotte studentesche, come propugnatore di arditi progetti, rimasti peraltro allo stato embrionale dato lo scarso seguito incontrato, riguardanti furti d’armi ed assalti a caserme. Attualmente egli risulta iscritto al PSU e impiegato in un ente parastatale con un lauto stipendio.

(4 – continua )

Lotta Continua 24 novembre 1970 Facciamo giustizia della giustizia – Un processo per legalizzare la strage

2 ottobre 2012

Abbiamo scritto che non era più possibile parlare dell’omicidio di Pinelli e del suo assassino Luigi Calabresi con tono ironico e sarcastico, con vignette e battute, anche feroci e dure. E’ per questo che per oltre un mese, proprio mentre il processo si svolgeva, abbiamo taciuto: il processo infatti (e solo ora con l’ascolto dei testimoni della difesa qualcosa sembra cambiare) è stato costantemente e attentamente mantenuto a livello di farsa; il ridicolo è stato ostinatamente cercato dai poveri attori di questa squallida commedia: il sicario Calabresi, l’isterico avvocato Lener, l’orrendo capo della politica Allegra, i testi poliziotti, i giudici; tutti sembravano avere come obiettivo quello di dimostrare che questo processo non vuole dimostrare assolutamente nulla. E’ stata una prova generale di Canzonissima in cui ognuno ha cercato di dire la battuta spiritosa e al momento giusto; in cui anche degli imbecilli grossolani come i vari brigadieri Caracuta e Panessa possono trovare un po’ di spazio e di spettacolo. Lo sfacelo materiale e morale della giustizia borghese si copre di qualche pezzo di oratoria brillante o di qualche battuta da avanspettacolo, come una baldracca invecchiata e sfatta che nasconde le sue rughe dietro una spessa coltre di cipria e un civettuolo tratto di rossetto. Tutti sono indaffarati a fare dimenticare che dietro questo processo c’è l’omicidio di un uomo, che quello di cui si parla descrivendone la traiettoria, le mosse, il salto è un cadavere; che quelle battute ributtanti vengono pronunciate davanti alla compagna del morto.

Le prove, gli indizi, le testimonianze, le contraddizioni, che anche al «loro» livello giuridico dovrebbero avere un qualche senso ed efficacia, vengono affogate e rese inutili in questa orgia di banalità, di menzogna, di cinismo. La Criminale strafottenza di questi servi zelanti del potere permette loro di affermare tranquillamente: «io mento ma dovete credermi lo stesso»; oppure «io ho scritto un verbale falso ma siccome l’ho scritto io dovete prestargli fede»; per cui non ci stupirebbe che alla fine del processo Calabresi affermasse : «sì, l’ho ucciso io, ma siccome lo nego non è vero», e fosse assolto perché «il fatto non costituisce reato».

E così la polizia può esercitare tutto il suo schifoso potere anche in tribunale, riaffermando la sua intoccabilità la sua assoluta estraneità anche alle regole dello stesso gioco «democratico», alle norme della dignità borghese e capitalista che sacrifica talvolta i suoi funzionari troppo idioti o eccessivi pur di salvaguardare la sua patente di «rispettabilità». Qui niente di tutto questo. Sarà perché, come ha dichiarato Vicari, «quello di Lotta Continua è un processo troppo serio», ma qui è chiaro che una volta scelta la soluzione pesante, si va avanti duri, senza curarsi del ridicolo e della decenza. E non perché si tratta di una struttura «arretrata» come la polizia, ma perché come detto più volte, il neocapitalismo è anche coerentemente neofascismo. Ed è per questo che appaiono ancora più crudeli e complici gli sporchi tentativi del presidente del tribunale di ridurre il processo ad una causa comune, con un reato qualsiasi, con imputati testi e avvocati uguali a mille altri.

Certo, questo processo è uguale a tutti gli altri, perché però come tutti gli altri è «eccezionale», perché in qualsiasi causa sia presente un proletario, come vittima (in questo caso), o come imputato o parte civile, sia che si tratti di un omicidio, o di una cambiale scaduta o di un furto di mele, è sempre il proletario che ne paga duramente e violentemente le spese.

Questo processo è servito quindi, ancora una volta, se pure era necessario aggiungere nuove esperienze, a dimostrare il totale e assoluto antagonismo tra noi, la nostra pratica, le nostre idee e la giustizia dei padroni, a riaffermare ancora una volta, e con maggiore evidenza, che il terreno delle istituzioni borghesi è assolutamente impraticabile per il proletariato, che la violenza della lotta di classe ha bruciato ogni spazio democratico e reso completamente inutilizzabili tutti gli strumenti tradizionali; che Non esiste, insomma, possibilità alcuna di uso alternativo del tribunale che non sia la sua distruzione.

E che anche gli avvocati più bravi, compagni e rivoluzionari poco possono, se non cercare di farne uscire con meno danni possibili gli imputati; Che è quanto ci auguriamo. E d’altra parte a questo punto non è che il giudizio l’analisi politica possano cambiare a seguito di una sentenza mite o severa di un discorso comprensivo lo brutale da parte del Pubblico Ministero o del Presidente del Tribunale.

La coscienza della nostra assoluta estraneità alle regole della giustizia borghese diventa sempre più radicale e lucida (è questo il dato formidabile), diventa giorno dopo giorno conquista di massa.

Ma dal processo LOTTA CONTINUA-Calabresi un’altra cosa emerge con estrema chiarezza; la volontà da parte dello stato borghese, nella sua interezza e con tutti i suoi organi, di legalizzare, proclamandone la liceità per i suoi servi, l’assassinio politico, di farne accettare la normalità e la quotidianità  E i compagni devono prendere coscienza di questo e di come questo dimostri l’avanzatissimo livello di radicalizzazione a cui lo scontro è arrivato. L’omicidio di Pinelli non è un fatto «anormale»; la violenza criminale dello stato non ricorre più (solamente) alla pratica illegale ma, nonostante tutto, interna alla logica dello scontro frontale tra proletariato e borghesia, dell’assassinio di piazza, della bomba lacrimogena sparata nel petto, dei colpi di mitra partiti accidentalmente; ora sempre più ricorre all’eliminazione fisica, portata avanti con metodi banditeschi, e mafiosi, dei compagni che sanno troppo, dei complici che parlano, delle spie che si pentono, o che prendono paura. Sbaglia o è un ingenuo chi ritiene questa fantapolitica; il nemico è feroce, possiede soldi, armi, reti di spie e di sicari, protezioni, complicità, alleanze; e soprattutto il nemico è disperato e non ha nulla da perdere perché ha già perduto; e non si ferma di fronte a nessun crimine, a nessuna vigliaccheria. Il 25 febbraio 1966 viene trovato morto nella sua macchina, carica di armi e di esplosivi; Antonio Aliotti, un fascista entrato in crisi e deciso a rivelare i rapporti che esistono tra squadrismo romano e Ministero degli Interni.

Nell’autunno del ’68 un attivista missino e agente del SID, Giovanni Ettore Borroni viene trovato morto, colpito alla fronte da un proiettile d’arma da fuoco, in un bosco alla periferia di Forni di Sopra, in provincia di Udine. La polizia definirà suicidio la morte. Il 25 dicembre del 1969 viene trovato «affogato» in una fossa di 80 centimetri d’acqua, Armando Calzolari, un altro fascista intenzionato a parlare delle riunioni segrete in cui, lui presente, si progettarono gli attentati di Roma e di Milano.

I quattro compagni anarchici (testimoni a discarico di Valpreda) uccisi da un camion nei pressi della tenuta di Junio Valerio Borghese, sulla cui criminale attività stavano indagando, sono le più recenti ma, crediamo, non ultime vittime.

E il «suicidio» di Pinelli e quello del colonnello Rocca, si aggiungono al crudele e allucinante bilancio.

Il processo Calabresi-LOTTA CONTINUA è quindi il tentativo estremo di rendere legale e ufficiale la pratica dell’omicidio politico. La nostra volontà di opporre a questo processo la pratica della giustizia proletaria, di restituire al popolo la possibilità materiale di applicare la sua legge, è anche lo strumento più adeguato di difesa rivoluzionaria, l’unico modo concreto di spezzale la criminale catena della strage di stato.