Posts Tagged ‘Luciano Lanza’

Recensioni Libri

14 gennaio 2012

Recensioni

Recensioni al libro “Il segreto di piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli

Libertaria anno 11 n 3 2009 La strage e il suo doppio di Enrico Maltini

12 giugno 2009 IL SEGRETO DI PIAZZA FONTANA approfondimento bibliografico di Aldo Giannuli

“Il segreto di Piazza Fontana” e il dibattito sul doppio stato: un intervento di Fabio Cuzzola, insegnante di italiano e latino nei licei

19 giugno 2009 Un’occasione persa. “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli di Francesco “baro” Barilli e Saverio Ferrari

 10 febbraio 2010 Osservatorio democratico Cucchiarelli replica attraverso Facebook alla nostra nota Gli rispondiamo punto per punto Saverio Ferrari 

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009 Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo di Luciano Lanza

Umanità Nova n1 gennaio 2010 12 dicembre e dintorni Milano di L’incaricato

20 novembre 2011
Era prevedibile che per il 40° della strage di piazza Fontana si tenessero molte iniziative: quei morti pesano ancora e la ferita, aperta con quella bomba, sanguina ancora proiettando i suoi effetti fino ad oggi. Da parte anarchica molte sono state le energie profuse per ricordare il contesto e per denunciare il senso dell’operazione che, colpendo in primis gli anarchici, intendeva aprire la strada ad un colpo di Stato in stile ellenico sotto l’egida statunitense. Dal 23 novembre all’11 dicembre, nell’ambito di un’iniziativa organizzata ottimamente dai “Partigiani in ogni quartiere” – un coordinamento di realtà nato intorno al Torchiera, nei giorni dell’insediamento in quartiere di Cuore Nero – nostri compagni (Finzi, Lanza e Varengo) insieme a Saverio Ferrari dell’ “Osservatorio democratico sulle nuove destre” e Aldo Giannuli sono intervenuti, a rotazione, in una quindicina di scuole secondarie superiori di Milano e Monza per portare la loro testimonianza e il loro contributo di comprensione di questo crimine di Stato. Diverse migliaia di studenti hanno riempito le Aule magne seguendo, generalmente con molta attenzione, gli interventi dei relatori accompagnati da un video prodotto e commentato dal LAPSUS (Laboratorio di ricerca animato da un gruppo di studenti di Storia della Statale di Milano), da una mostra fotografica e, in almeno 7 scuole, da un bello spettacolo teatrale del CTAS incentrato sulla strage e sull’assassinio del compagno Pinelli.

L’11 dicembre, nel corso delle manifestazioni studentesche e dei partecipanti allo sciopero della Funzione pubblica CGIL, incontratesi a Piazza Fontana, si è tenuto un volantinaggio e la distribuzione di Umanità Nova nei pressi della lapide che ricorda l’omicidio di Pino Pinelli, posta sempre nella stessa piazza.

Per le manifestazioni tenutesi nel pomeriggio del 12 dicembre rimando al resoconto pubblicato sul n. 45 a. 2009 di UN. Nella sera del 12, presso il Leoncavallo Spa, si è tenuta una serata organizzata dal Circolo Ponte della Ghisolfa, che ha visto la partecipazione, oltre di un folto pubblico, di Balilli e Fenoglio, autori di un libro a fumetti su piazza Fontana, Piero Scaramucci, coautore del libro ‘Una storia quasi soltanto mia’ con Licia Pinelli, Roberto Gargamelli e Saverio Ferrari. Nel corso della serata è stato trasmesso una parte del recentissimo video-intervista al Generale Maletti nel quale uno dei principali responsabili dei servizi segreti d’allora conferma la pista statal-ordinovista della strage.

Il 13 dicembre poi trasferta di Lanza, Moroni e Varengo alla Casona di Ponticelli, in provincia di Bologna, ove, organizzato dall’Associazione Primo Moroni e dal Circolo Berneri, si è tenuto un dibattito sul tema, alla presenza di una cinquantina di compagni, seguito da un ottima cena e dallo spettacolo ‘Morte accidentale di un anarchico’ a cura del Circolo Iqbal Masih di Bologna.

Il 14 alle 21 iniziativa allo Spazio Micene, a cura della Federazione Anarchica Milanese e del Micene stesso, con proiezione del video del LAPSUS, corteo per le vie del quartiere con omaggio alla lapide posta sulla casa di Pino Pinelli con l’aggiunta di una targa (“Milano non dimentica 40 anni di ingiustizie, lottando per un futuro migliore, ti ricordiamo per sempre”), i canti del Coro del Micene e l’intervento finale di Franco Schirone sulla figura del nostro compagno assassinato. Un centinaio i partecipanti.

Infine il 15 dicembre, organizzato dal Ponte della Ghisolfa in collaborazione con il Teatro della cooperativa, serata in ricordo di Pino e di Valpreda con interventi teatrali del gruppo del C.S. Baraonda, di Renato Sarti e Paolo Rossi, intramezzati dagli interventi di Mauro Decortes, degli avvocati Luca Boneschi e Gigi Mariani, che hanno ripercorso le fasi della persecuzione antianarchica, di Lello Valitutti che, con un toccante discorso, ha riconfermato la testimonianza di allora, mai raccolta da alcun giudice, di Saverio Ferrari, di un rappresentante dell’Associazione dei familiari vittime della strage di Piazza Fontana e di Massimo Varengo, che ha evidenziato l’insostenibilità della tesi del ‘malore attivo’. Teatro strapieno.

Nella stessa notte poi mentre Valitutti, accompagnato da amici e compagni, si recava in Questura per depositare un mazzo di fiori in ricordo e omaggio di Pinelli, un gruppo di nove compagni del Kollettivo Nuova Resistenza veniva fermato mentre sui muri posteriori della Questura tracciava con lo spray scritte per ricordare non solo l’omicidio di Pino ma anche quelli di Giuliani, di Aldrovandi, del giovane greco Alexis, di Cucchi. Accompagnati in Questura, venivano identificati e uno di loro indagato per ‘imbrattamento’.

L’incaricato

Umanità Nova n44 13 dicembre 2009 Chi si ricorda di Piazza Fontana? di Luciano Lanza

9 novembre 2011

Milano, 12 dicembre 1969, ore 16,37: un boato scuote il centro di Milano. Alla Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana è scoppiata una bomba. Risultato? Ben 17 morti e quasi un centinaio di feriti. Una strage, anzi la strage che segna la storia di questo Paese. La bomba di piazza Fontana non è l’unica a esplodere quel giorno. Un’altra viene ritrovata poco lontano nella sede della Banca commerciale in piazza della Scala. Per fortuna non è esplosa, verrà fatta brillare quattro ore dopo distruggendo prove importanti. Ma la sequenza esplosiva non si esaurisce a Milano. A Roma tra le 16,40 e le 16,55 in un corridoio sotterraneo della Banca nazionale del lavoro in via Veneto scoppia un’altra bomba che causa 14 feriti fra gli impiegati dell’istituto. Infine, dopo le 17,20 all’altare della patria in piazza Venezia, esplodono altri due ordigni di minore potenza. Quattro feriti.

Sono passati quarant’anni e di quella strage che cosa sappiamo? Tutto o quasi niente?

Torniamo a quel tragico dicembre.

Chi sono gli autori degli attentati? A Milano c’è chi ha già le idee chiare: è il prefetto Libero Mazza che nella sera del 12 invia un fonogramma a Mariano Rumor, presidente del consiglio: «Ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza verso gruppi anarcoidi aut frange estremiste. Est già iniziata, previe intese autorità giudiziaria, vigorosa azione rivolta at identificazione et arresto responsabili». Ed è quanto pensano anche i dirigenti dell’ufficio politico della Questura di Milano, Antonino  Allegra e il suo vicecommissario Luigi Calabresi: banche e altare della patria sono obiettivi anarchici o di estremisti di sinistra e agiscono di conseguenza. E, infatti, Calabresi va al Circolo anarchico di via Scaldasole, lì trova un anarchico, Sergio Ardau, poi arriva anche Giuseppe Pinelli che seguirà con il suo motorino la macchina con cui Calabresi porta in Questura Ardau. Pinelli, trattenuto illegalmente (il fermo di polizia era scaduto) uscirà la mezzanotte del 15 dicembre dalla stanza di Calabresi al quarto piano di via Fatebenefratelli precipitando dalla finestra.

Per quella morte non ci sono responsabili. I poliziotti che interrogavano Pinelli nella stanza di Calabresi vengono prosciolti il 27 ottobre 1975 dal giudice Gerardo D’Ambrosio, oggi senatore del Partito democratico. Pinelli muore, secondo la sentenza di D’Ambrosio, perché colpito da un «malore attivo». Pinelli non si accascia sul davanzale della porta-finestra, ma fa una sorta di balzo oltre il davanzale. Un malore che non ha precedenti nella storia della medicina legale.

Il «ballerino anarchico»

Sempre il 15 dicembre, alle 10,35, Pietro Valpreda, milanese trasferitosi a Roma, entra al Palazzo di giustizia di Milano. Deve essere interrogato dal giudice Antonio Amati per dei volantini contro il Papa. Quando esce dallo studio di Amati viene prelevato da due poliziotti. Breve interrogatorio in via Fatebenefratelli. Poi, colpo di scena, viene trasferito a Roma. Ad attenderlo c’è Umberto Improta, commissario della squadra politica e anni dopo questore di Milano. Il 16 dicembre Valpreda è sottoposto a un confronto «all’americana»: in mezzo ad alcuni poliziotti viene riconosciuto dal tassista Cornelio Rolandi. Prima del confronto Rolandi dichiara: «L’uomo di cui ho parlato è alto metri 1,70-1,75, età circa 40 anni, corporatura regolare, capelli scuri, occhi scuri, senza barba e senza baffi. Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere la persona che io dovevo riconoscere. Mi sono state mostrate anche altre foto di altre persone». E Rolandi indica Valpreda. L’anarchico gli chiede di guardarlo meglio. Rolandi replica: «È lui. E se non è lui qui non c’è».

Con questa testimonianza, poi smontata dagli avvocati della difesa, viene creato il «mostro». Il giorno dopo tutti giornali titoleranno sul ballerino anarchico Valpreda accusato di strage.

In che cosa consiste la testimonianza di Rolandi? Alle quattro del pomeriggio del 12 dicembre avrebbe preso sul suo taxi, fermo al posteggio in piazza Beccaria un cliente che gli chiede di portarlo all’incrocio con via Santa Tecla. Lì gli dice di aspettarlo. Scende con una borsa nera, dopo poco ritorna e si fa accompagnare in via Albricci. Una cosa pazzesca: per risparmiarsi 135 metri a piedi ne avrebbe compiuti 234 fra andata e ritorno al taxi. Con in più il rischio di farsi riconoscere dal tassista.

La pista neonazista

Spostiamo l’inquadratura dall’asse Milano-Roma. A Vittorio Veneto. Un professore di nome Guido Lorenzon va dal suo avvocato, Alberto Steccanella. Lorenzon è agitato. A Steccanella riferisce di un colloquio avuto nel pomeriggio del 13 dicembre con l’amico Giovanni Ventura, che gli parla degli attentati del giorno prima mostrando conoscenze precise della dinamica e dei luoghi degli attentati. Tanto precise da lasciarlo impressionato. Insomma, Lorenzon confida all’avvocato di credere che l’amico sia coinvolto in quegli attentati. L’avvocato Steccanella porta un memoriale di Lorenzon al procuratore di Treviso, il giudice Pietro Calogero interroga Lorenzon, poi trasmette il tutto ai magistrati romani Ernesto Cudillo e Vittorio Occorsio. Questi interrogano sia Franco Freda sia Giovanni Ventura, ritengono che «Le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento», tanto che definiscono Ventura «una brava persona» e Freda «un galantuomo».

Facciamo un salto nel tempo. I giudici della Corte d’appello di Milano, il 12 marzo 2004, assolvono Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni e Delfo Zorzi (vedremo presto chi sono) dall’accusa per piazza Fontana, ma riconoscono che Giovanni Ventura e Franco Freda, già condannati a 15 anni per le bombe a Milano del 25 aprile, per le bombe sui treni fra l’8 e il 9 agosto dello stesso anno e per associazione sovversiva sono i responsabili anche della strage di piazza Fontana: «L’assoluzione di Freda e Ventura è un errore frutto di una conoscenza dei fatti superata dagli elementi raccolti in questo processo». E questo verrà confermato il 3 maggio 2005 dalla Cassazione, mettendo fine alla lunga sequenza di processi.

Il giudice Salvini indaga

Quanto sono durati i processi? Il primo inizia a Roma il 23 febbraio 1972, ma dopo poche udienze viene trasferito a Milano. Nel capoluogo lombardo non si tiene neppure un’udienza perché la Cassazione trasferisce il processo a Catanzaro. Bisognerà aspettare il 1975 perché partano le udienze nella città calabrese. La prima sentenza è del 1979: condannati all’ergastolo Freda, Ventura e Guido Giannettini per strage. Assolto per insufficienza di prove Valpreda. Nel 1980 la sentenza in appello: tutti assolti per piazza Fontana e nel 1987 la Cassazione conferma.

Ma nel gennaio 1989 il giudice istruttore (oggi giudice per le indagini preliminari) Guido Salvini apre una nuova inchiesta sull’eversione di destra e su piazza Fontana: il 13 marzo 1995 rinvia a giudizio molti militanti di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, fra cui Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Il 30 giugno 1997 i tre vengono condannati all’ergastolo per piazza Fontana. Nel 2002 assolti in Appello e, infine, nel 2005 assolti dalla Cassazione.

Così si chiude con un nulla di fatto questa «storia infinita». Questa storia che ha visto coinvolti personaggi di primo piano della politica italiana, servizi segreti e apparati dello stato italiano. Apparati deviati si è sempre detto, mentre il giudice Salvini ha scritto: «La presenza di settori degli apparati statali, nello sviluppo del terrorismo di destra, non può essere considerata “deviazione”, ma normale esercizio di una funzione istituzionale».

Realtà processuale e realtà storica, dunque, non coincidono. Ed è comprensibile: la verità storica (chi può dubitarne?) è quella che indicarono con precisione gli anarchici milanesi nella conferenza stampa del 17 dicembre 1969: «Pinelli è stato assassinato, Valpreda è innocente, la strage è di stato».

Luciano Lanza

Umanità Nova 15 marzo 2009 Bombe e segreti. intervista a Luciano Lanza. di A.S.

8 novembre 2011

Luciano Lanza entra nel gruppo Gioventù libertaria (poi Bandiera nera) di Milano nel 1965, nel quale militavano anche due «vecchi», cioè vicini alla quarantina: Giuseppe Pinelli e Cesare Vurchio.

Negli anni successivi è fra i fondatori, nel 1971, di “A rivista anarchica”, responsabile di “Volontà” dal 1980 al 1996 e dal 1999 di “Libertaria”. Nel 1997 Eleuthera dà alle stampe il suo Bombe e segreti, ristampato in una nuova edizione rivista e aggiornata nel 2005. Abbiamo colto la recente uscita del libro di A. Sofri, La notte che Pinelli (di cui Lanza ha curato una recensione in “UN” n. 7), per rivolgergli qualche domanda su “piazza Fontana e dintorni” e tenere ben saldo il filo della memoria.

Ammetto: ho letto il tuo libro dopo quello di Adriano Sofri. Senza fare troppi paragoni, una prima cosa: la formula «strage di stato» la coniaste voi pochi giorni dopo piazza Fontana e in pochi vi presero seriamente. È cosi?

Sì, è andata proprio così. Il 17 dicembre organizzammo una conferenza stampa al circolo Ponte della Ghisolfa, in cui «invitavamo» la polizia a indagare al ministero dell’Interno invece di incarcerare gli anarchici. Invito quanto mai appropriato visto che ci vorranno anni di coperture e depistaggi  prima che venisse alla ribalta il ruolo del capo dell’Ufficio affari riservati di quel ministero. Oggi il nome di Federico Umberto D’Amato è molto noto a chi si occupa dei cosiddetti «misteri d’Italia», ma non allora. Ed è proprio in quell’occasione che sosteniamo che Pinelli è stato ucciso, Valpreda è innocente e quella strage è di stato. Bene, il giorno dopo l’articolo più benevolo è del “Corriere della Sera” che titola: «Farneticante conferenza-stampa al Circolo Ponte della Ghisolfa. Nessuna recriminazione fra gli anarchici». Ma non solo i giornalisti si accodano alle versioni ufficiali. Il giorno prima, cioè subito dopo la morte di Pinelli, vado con alcuni compagni all’università Statale per leggere un nostro comunicato perché era in corso un’assemblea. Ma non su cosa stava succedendo in Italia, no, per discutere i piani di studio. E pensare che il Movimento studentesco guidato da Mario Capanna ha poi rivendicato di essere stato il primo a indicare il «pericolo fascista».

Piazza Fontana, madre di tutte le stragi (di stato) è una verità lanciata dagli anarchici, ma poco patrimonio della collettività, segno che una delle priorità del potere è oggi la rimozione: e così assistiamo a un’incredibile revisione anche per i fatti degli anni Settanta.

Certo. La storia viene sempre riscritta. E questo non deve stupire. Ma in questo caso siamo di fronte a una riscrittura che non riguarda una interpretazione dei fatti secondo la logica dominante in un determinato periodo storico. No, qui abbiamo assistito a opere di falsificazione dei fatti. Con una eccezione. Giuliano Ferrara nel dicembre 1997 in una trasmissione sulla televisione di stato sostenne che certo non si poteva negare che la strage fosse di stato, ma perché lo stato si era dovuto difendere da un attacco portato contro lo stato, cioè contro la società democratica. Non a caso Ferrara è il più intelligente «consigliere del principe», leggi Silvio Berlusconi. Il giudizio «morale» è ovviamente un altro.

Il tuo libro mostra bene come i fascisti abbiano svolto un’opera infame e di manovalanza, ma ci dice anche come le menti siano stati ministri e servizi segreti.

Neofascisti e neonazisti pensavano di utilizzare le coperture dell’Ufficio affari riservati del Sid per spostare l’asse del paese a destra. Alcuni pensavano addirittura di creare l’occasione per un colpo di stato come era avvenuto due anni prima in Grecia. E qui entrano in ballo non solo ministri come Franco Restivo, titolare del dicastero dell’Interno, ma anche i servizi segreti americani che temevano una decisa svolta a sinistra dell’Italia, per il clima politico determinato dalle lotte studentesche e operaie. Ricordo sempre (e lo cito anche nel libro) lo slogan coniato dagli operai della Fiat il 3 luglio 1969 durante uno sciopero generale: «Che cosa vogliamo? Tutto». La classe politica si sentiva messa pesantemente in discussione, ma anche molti grandi industriali non dormivano sonni tranquilli…

In tutto ciò, qual è il ruolo del Pci? A me vien da dire, anche sulla scorta di altri lavori (per esempio di Aldo Giannuli) che era a conoscenza se non di tutto, sicuramente di qualcosa.

Sapeva moltissimo. Ma quanto? Bisognerebbe poter accedere a quegli archivi e nonostante i cambi di sigla (Pci, Pds, Ds, Pd) la regola della «riservatezza staliniana» vige ancora.

Strategia della tensione ieri; oggi qualcosa che potremmo forse definire strategia della paura. Tutto ciò, nella sua tragica indecenza sembra dar ragione agli anarchici: il potere è criminale, ed è bene starne alla larga… oggi come ieri.

L’utilizzo del «nemico» è un classico della strategia politica per ottenere consenso. Basti pensare al magistrale 1984 di George Orwell. Una guerra finta, creata solo sui media, con un possibile invasore sanguinario… La paura, il terrore sono strumenti fondamentali per scaricare all’esterno la critica. Il «grande fratello» ama il suo popolo, si sacrifica per lui e che piccola cosa chiede in cambio? L’accettazione della situazione. Nessun atto ostile verso chi si sacrifica. Nulla di nuovo sotto il sole.

A.S.

Umanità Nova 22 febbraio 2009 La notte che Pinelli di Luciano Lanza

8 novembre 2011

Quarant’anni sono tanti. Eppure quel 12 dicembre 1969 pesa ancora. E altrettanto pesa quella notte del 15 dicembre nella questura di Milano. Una strage con 17 morti alla Banca nazionale dell’agricoltura e il volo da una finestra del quarto piano di Giuseppe Pinelli sono una fase cruciale nella storia di questo paese, l’Italia. E ha ragione Adriano Sofri che inizia il suo ultimo libro scrivendo: «Forse l’Italia non sarà mai un paese normale. Forse è il paese in cui tutto diventa normale».

Sì, purtroppo, tutto diventa normale e quella strage e quella morte sono due dei tanti misteri: nessuno ha messo la bomba nella banca, nessuno ha causato la morte dell’anarchico Pinelli.

Questo libro, La notte che Pinelli (Sellerio, Palermo, 2009), assume quarant’anni dopo quei fatti una valenza importante perché nella meticolosa, puntigliosa, metodica ricostruzione dei fatti si trasforma in un atto d’accusa che non lascia vie d’uscita a poliziotti (Antonino Allegra, Luigi Calabresi, Vito Panessa, Pietro Mucilli, Carlo Mainardi, Giuseppe Caracuta), carabinieri (Savino Lograno), questori (Marcello Guida), giudici (Giovanni Caizzi, Antonio Amati, Gerardo D’Ambrosio), uomini dei servizi segreti (Federico Umberto D’Amato, Elvio Catenacci).

Sia chiaro, Sofri non fa accuse generiche: mette a confronto le numerose contraddizioni in cui cadono tutti questi personaggi e quindi ne fa emergere i falsi clamorosi che però vengono ignorati o volutamente sottovalutati.

Un libro puntiglioso e per questo importante. I poliziotti che erano in quel quarto piano della questura di Milano subito dopo la caduta di Pinelli dicono cose che poi vengono modificate e poi ancora modificate. Ma nessuno ne tiene conto… nessuno di quelli che dovrebbero ricercare, per dovere istituzionale, la verità dei fatti.

Dal processo che vede Pio Baldelli, direttore responsabile di Lotta continua, querelato da Calabresi, fino alla sentenza del 1975 di D’Ambrosio assistiamo a «ipocrisie statali». Ipocrisie statali chiuse definitivamente con D’Ambrosio (oggi senatore del Partito democratico, allora vicino al Partito comunista) che sostiene: l’anarchico è caduto per un «malore attivo». Una sentenza, ricordiamo l’anno, tipica da «compromesso storico»: Pci e Dc si stavano avvicinando e non bisognava mettere in difficoltà i notabili democristiani. Una sentenza che ignora o minimizza (e Sofri ricostruisce con precisione quegli avvenimenti) una girandola di versioni che farebbe pensare a una commedia satirica degli equivoci, se non fosse per la drammaticità dei fatti.

Eppure è questa la verità processuale, la verità dello stato italiano.

«Quanto a un malore, dovrebbe essere così attivo da far compiere al corpo colpito non solo una “improvvisa alterazione del centro di equilibrio”, ma anche il gesto di spalancare l’anta socchiusa. Non è solo attivo, questo malore, è attivissimo», commenta Sofri sulla ricostruzione di D’Ambrosio sul volo di Pinelli.

Quarant’anni sono tanti. La gente dimentica. I falsi di chi è stato e sta al potere diventano delle «quasiverità». Perché siamo di fronte a cose che «gridano vendetta»: perfino quelli riconosciuti colpevoli della strage di piazza Fontana (Giovanni Ventura e Franco Freda) non possono essere condannati perché definitivamente assolti da altri tribunali.

Ma qui si apre un discorso per uscire dalla logica corrente: non ci si deve fermare alla verità processuale, dopo quarant’anni servirebbe a qualcuno e a qualcosa che due neonazisti invecchiati vadano in carcere? Servirebbe a qualcosa che un ricchissimo emigrante in Giappone venga riportato in Italia? No, non è nelle sentenze di colpevolezza dei tribunali dello stato che si ottiene la vera giustizia: è nelle sentenze fra la gente, nelle sentenze (a questo punto) storiche che si deve puntare, cioè una giustizia a misura umana. Cioè estranea alla dimensione statuale. Perché lo stato è colpevole della «strage di stato» e non si condannerà mai. E questo libro è un tassello importante per confermare questa verità.

A rivista anarchica n91 Aprile 1981 Strage di Stato. Lo stato assolve se stesso di Luciano Lanza

28 ottobre 2011

Tutti in piazza a manifestare contro la sentenza. Tutti a manifestare contro la strage di stato. La sentenza dei giudici di Catanzaro che ha assolto tutti gli imputati per insufficienza di prove ha risvegliato molte coscienze sopite, ha riattivato la volontà di molti e così Milano (come altre città) ha vissuto, per alcune ore, in un clima politico che sembrava irrimediabilmente sepolto.

La sentenza, solo apparentemente assurda, ha prodotto una reazione emotiva di vaste proporzioni: molti hanno capito che se continua il disinteresse, la fuga nel più inconcludente privato, lo svacco, il potere si sente legittimato a compiere le operazioni più ardite e sfrontate. E la reazione c’è stata e questo è un bene. Meglio tardi che mai. Il fatto poco confortante è che la gente si è mossa a cose fatte. Viene in mente, per analogia, la manifestazione fatta a Madrid dopo che il golpe militare era fallito. Invece prima della sentenza ci siamo mossi solo noi anarchici con il nostro itinerante “processo allo stato”.

I giornali che oggi dedicano pagine e pagine alla sentenza, alle reazioni del mondo politico, alle reazioni della gente, prima hanno vergognosamente taciuto. Il silenzio dei mezzi di informazione e delle forze politiche non è stato casuale. C’era la volontà politica di arrivare ad una sentenza insignificante, una sentenza che annullasse le potenzialità sovversive di questo “scomodo caso”. Con questa sentenza che manda tutti assolti per il reato di strage, lo stato ha reciso, a livello ufficiale, tutti i legami che univano gli esecutori fascisti ai mandanti, cioè i vertici delle principali istituzioni dello stato. Ma il modo furbesco con cui si è voluto seppellire per sempre la verità sulla strage di piazza Fontana ha innescato un’imprevista (dal potere) reazione di disgusto. Molti hanno percepito il disprezzo che il potere mostra per i suoi sudditi. E allora, per non perdere completamente la faccia, ecco la sfilata dei politici, dei commentatori e di tutte le puttane del potere esprimere il loro sdegno, lanciare accuse, chiedere giustizia. Ci mancava solo che anche Andreotti, Rumor e Tanassi esprimessero la loro indignazione per completare l’idilliaco quadretto.

D’altro canto che cosa ci si aspettava? Qualcuno poteva seriamente pensare che il potere condannasse se stesso o quantomeno lasciasse aperto lo spiraglio del dubbio? Non si può essere così ingenui. In assenza di una forte pressione popolare il potere ha le mani ancora più libere e si comporta secondo la sua logica. Infatti, come accennavo prima, questa sentenza è solo apparentemente assurda o meglio viene definita assurda solo da coloro che non vogliono capire e che quindi devono mostrare un disappunto tutto ad uso della platea. Non è assurda perché tutta la vicenda giudiziaria legata alla strage fino al suo attuale epilogo riflette il declino delle forze antiistituzionali ed il contemporaneo rafforzamento del potere. Come, non a caso, si è ripetuto più volte che quella strage era un episodio emblematico della criminalità del potere, così questa sentenza è lo specchio dell’irrilevanza dell’attuale movimento rivoluzionario. Irrilevanza così marcata che già cominciano le prime avvisaglie di una gestione statalizzante anche del malcontento prodotto dalla sentenza. Umberto Eco, sulle pagine di “La Repubblica” anticipa i percorsi dell’ideologia progressista. Eco attua un’intelligente operazione: non nasconde quello che non si può più nascondere ma inquadra il tutto in una dimensione che ne stravolge completamente il senso: la strage di piazza Fontana è stata “Una strage di Stato contro lo Stato“. Sembra una barzelletta, ma non lo è, anzi è il segno di come la cultura dello stato sia ogni giorno di più agguerrita. Il senso della campagna ideologica statalizzante è descritto molto esplicitamente da Eco: “Ora, se non siamo brigatisti rossi, questo Stato siamo anche noi. E la strage di piazza Fontana, organizzata per imporre un’idea o una pratica distorta di Stato, deve essere definita una strage voluta da chi criminalmente ha amministrato, semmai, organi dello Stato, ma è una strage contro il nostro Stato.

È forse giunto il momento di togliere ai criminali, a qualsiasi livello abbiano agito, questa copertura verbale che, mentre li accusa, in un certo senso li degnifica. Piazza Fontana è stata contro lo Stato (almeno quello della Costituzione democratica) voluta dai nemici dello Stato, e la sentenza che ci indigna gioca oggettivamente, al di là dei patetici drammi del collegio giudicante, contro lo Stato, e lo Stato siamo noi che per dieci anni, attraverso gli organi di opinione, le associazioni politiche, le dimostrazioni di piazza abbiamo chiesto una qualche verità“.

Un pezzo da manuale che è giusto non lasciar passare inosservato. In esso c’è compendiata la strategia della sinistra ufficiale italiana. Parole chiarissime che cogliendo il riaffiorante discredito delle istituzioni statali pongono già le premesse per una riacquisizione del consenso. Gli elementi del discorso di Eco sono scelti con attenzione puntando sull’emotività con apparenti formule razionali. Se non siamo brigatisti – affermazione che la stragrande maggioranza sottoscrive con immediatezza – allora noi siamo lo stato. I politici che hanno voluto la strage sono un falso stato, anzi sono i nemici dello stato, il vero stato siamo noi, quindi le bombe le hanno messe contro di noi che volevamo il vero stato della costituzione democratica. La sentenza così insultante della ragione non è dettata dalla “ragion di stato”, ma è contro di noi che siamo il vero stato che vuole la verità.

La tesi è ben costruita, ma per nostra fortuna non è affatto sicuro che sia anche convincente. Anzi proprio la sollecitudine degli intellettuali del potere nel voler esorcizzare una nuova ventata antistatale è motivo di conforto. Il discredito verso lo stato che serpeggiava tra i giovanissimi scesi in piazza ieri è un segno da non sottovalutare, anzi sta ad indicare che noi, veri nemici dello stato, militanti dell’antistato, abbiamo ancora molte carte da giocare nonostante l’invadenza oppressiva dello stato e del contro-stato delle Brigate Rosse.

A rivista anarchica n84 Giugno Luglio 1980 Giorno dopo giorno.Blitz dopo blitz. I giornali come bollettini di guerra riportano i “successi” dell’armata Dalla Chiesa di Luciano Lanza

27 ottobre 2011

Giorno dopo giorno. Blitz dopo blitz. I giornali come bollettini di guerra riportano i “successi” dell’armata Dalla Chiesa. I commentatori si domandano con enfasi retorica se per la lotta armata sia suonato “l’ultimo round”, per poi formulare compiaciuti dubbi “molte battaglie vinte, ma la guerra continua…”, che suonano come implicito invito a Dalla Chiesa di continuare la sua “guerra santa” contro gli “infedeli”.

Anche se non vinte, le organizzazioni armate hanno subito grosse sconfitte che rendono incerta o perlomeno critica la loro azione futura. Certo gli attentati, le azioni clamorose continuano, ma continua, anche, incessante, l’avanzata dell’armata Dalla Chiesa. Quest’ultimo elemento è evidentemente quello che deve preoccuparci. Infatti la sconfitta del partito armato (anche se non totale e tutt’altro che definitiva) ad opera di un organismo di repressione statale segna anche una grossa sconfitta del movimento rivoluzionario. Sì, sconfitta, perché l’azione militare dello Stato e non l’iniziativa politica dei rivoluzionari ha messo in crisi la strategia lottarmatista. Un grosso handicap che, volenti o nolenti, ci porteremo dietro per diversi (speriamo non troppi) anni.

La partita si sta giocando solo ed esclusivamente sul piano militare, un livello che, in questo contesto sociale, distorce, ostacola, interdice, frena, in definitiva nega l’esplicarsi delle lotte sociali. Apparentemente questa posizione è simile alle dichiarazioni, sempre più categoriche, rilasciate dai santoni della nuova sinistra legalitaria. Taluni privilegiano il movimento, altri la classe operaia, tutti, però, concordano nel ritenere vitale l’azione di un attore sociale diverso da quello rappresentato da Dalla Chiesa. Il motivo è ovvio. Nella dinamica impressa alla società dall’elemento lotta armata chi lo eliminerà dal contesto guadagnerà sicure posizioni di forza. Un gioco perverso, si potrà dire, ma purtroppo queste sembrano essere le regole del gioco. E le “carte migliori” sembrano essere in mano allo stato.

Il dato, in un certo senso comico, è che noi stiamo giocando (come al solito e non potrebbe avvenire diversamente) con carte di un altro mazzo e per di più abbiamo in mano solo una coppia di sette. Tralasciando gli esempi figurati, utili solo se usati in piccola dose, rimane il fatto che non possiamo non dissentire perentoriamente dalle soluzioni proposte dai neoriformisti perché queste in ultima analisi, vogliono costruire un quadro sociale regolato da una nuova legalità che, allargandosi oltre i tradizionali confini, dovrebbe includere quale componente “ufficiale” della dialettica del sistema anche il movimento rivoluzionario. La negazione della nostra azione tutta permeata dalla lotta contro le istituzioni.

Il dilemma sembrerebbe irresolubile perché l’intensità della nostra azione risiede nella volontà cosciente degli sfruttati di porsi contro la storia. Una storia contrassegnata dal riprodursi di nuove forme dell’oppressione e dello sfruttamento. Purtroppo quella volontà cosciente è oggi molto, molto assopita e illudersi che non sia vero è ancora più pericoloso. Gli stessi lottarmatisti (pur in un’altra ottica e con altri intendimenti) stanno constatando l’illusorietà di una strategia che “innalzando il livello di scontro” potesse attivare un processo rivoluzionario in tempi brevi. Il dramma sta tutto qui: nessuno possiede la chiave per aprire le porte della rivoluzione.

In determinati momenti si produce nel corpo sociale una “tensione collettiva” che porta consistenti strati della popolazione a lottare. Se sussistono anche condizioni oggettivamente favorevoli questa tensione può sfociare in un evento rivoluzionario, in caso contrario la tensione decresce, rifluisce e tutto torna a stagnare. Questo fenomeno, storicamente osservabile, è dato da cause psico-sociali difficilmente analizzabili e in cui gioca, forse, anche la casualità. Questo non sta a significare che dobbiamo attendere immobili la nuova ondata di tensione collettiva. Tutt’altro. Senza i tanti messaggi, stimoli, impulsi, “provocazioni”, spinte (solo apparentemente inutili) che innerviamo nel corpo sociale forse la nuova tensione potrebbe non prodursi più o prodursi priva di progettualità.

Ora molti sono convinti, soprattutto i lottarmatisti ma non solo loro, che la violenza sia la chiave che apre le porte della rivoluzione. La violenza viene vista quindi come la grande levatrice che dal ventre malato della vecchia società trae il mondo nuovo. Tutta la cultura rivoluzionaria è tributaria di questa visione apocalittica. E se molto probabilmente la violenza sarà un fatto necessario, bisogna riconoscere che essa è anche elemento strutturalmente legato alla presenza del potere: la violenza di chi ha il potere e lo difende ad ogni costo. E la violenza di chi reagisce alla violenza del potere per difesa o per imitazione. Per imitazione… ecco la grande trappola del potere che si riproduce assimilando a sè le rivolte che genera. Che cosa sono, infatti, i proclami, le sentenze, i tribunali, le azioni militari e strutture militari del cosiddetto partito armato se non tragica imitazione dell’esercito, della magistratura, della polizia, dunque imitazione della violenza di stato? Imitazione tragica perché nasce anche da una giusta reazione alla violenza della classe dominante e dei suoi apparati, da un giusto rifiuto delle regole truccate del gioco politico. Nasce dal rifiuto delle superficiali regole del gioco democratico, ma accetta le leggi più profonde del potere. E il guerrigliero rosso diventa così anch’egli attore di uno spettacolo che giustifica il potere e la sua violenza.

Il termine spettacolo non è improprio. I guerriglieri rossi hanno compreso molto bene i processi di formazione dell’immaginario collettivo oggi tutto giocato sui mass-media come rappresentazione della realtà. L’escalation della violenza sta lì a dimostrare una rincorsa del fatto clamoroso che costringa i mass-media a diffondere le azioni del partito armato, a tenere viva l’attenzione favorendo così la trasmissione di immagini che sortiscono effetti contrapposti: per i più il rifiuto, ma per alcuni un’irrazionale tensione. Sì, la lotta armata esercita (o meglio, fino a ieri ha esercitato) un “fascino discreto” sui trentenni delusi e sui giovanissimi maturati in un ambito politico asfittico, polarizzato, dove lo scontro politico è lo scontro senza più alcuna aggettivazione. Un ambito dove si sta perdendo il senso dei valori alternativi, dell’etica rivoluzionaria: una componente che fa assumere dignità al nostro agire.

Tutto sembra immergersi sempre più in una logica dello scontro, dove prevale la legge del più forte. Chi vince ha ragione perché la sua superiorità fisica gli fa assumere una dimensione soprannaturale. Se questa è la logica si potrebbe tentare un’analogia tra la confessione dell’eretico davanti all’Inquisizione e quella del “brigatista pentito” davanti allo stato. Nel primo caso l’eretico si pente e confessa i suoi peccati perché riconosce all’Inquisizione una forza infinitamente superiore alla sua, quindi una forza soprannaturale che solo Dio può dare. Nel secondo caso il brigatista si confessa e vende i suoi ex-compagni perché riconosce che lo “stato imperialista delle multinazionali” è più forte di lui, quindi è lo stato che ha capito i percorsi della storia, quindi è soprannaturale. Ma l’analogia a questo punto tende a dilatarsi. Lo stato moderno occidentale acquista una dimensione teocratica: “per salvarti devi confessare. Io Stato possiedo la forza, quindi detengo la verità. Solo se tu riconoscerai i tuoi errori potrò (proprio perché forte) essere magnanimo e darti la salvezza”. Si sente aleggiare l’acre odore del potere feudale. Anche la nostra Italietta dei Sindona e dei Caltagirone ha forse smesso gli abiti di Pulcinella per ammantarsi di quelli del feudalesimo rosso tanto di moda a Mosca?

Brutta, bruttissima situazione dalla quale sembra difficile uscire. Ma è proprio nei momenti difficili che i veri rivoluzionari devono saper sviluppare al massimo grado la loro capacità propositiva, non ripiegando su un comodo neoriformismo né su un fanatico lottarmatismo, per costruire con tenacia, giorno dopo giorno, l’alternativa libertaria. Purtroppo non esistono scorciatoie per la rivoluzione.

A rivista anarchica n80 Febbraio 1980 Il medioevo prossimo venturo di Luciano Lanza

27 ottobre 2011

Potrà sembrare enfatico: con gli arresti del 7 aprile, del 21 dicembre e del 24 gennaio si chiude un ciclo storico. Certo prendere delle date come momento conclusivo di un processo storico-sociale è quasi sempre arbitrario, ma la storia è fatta anche di date. L’impero romano era già caduto quando nel 476 i barbari deposero Romolo Augustolo, comunque è a quell’atto formale che noi facciamo riferimento per contrassegnare la fine di un periodo storico.

Così oggi il generale Dalla Chiesa, novello Odoacre, con i suoi blitz chiude formalmente un’epoca: la rivolta nata nel ’68, e anche in questo caso la progettualità, la rivolta, gli ideali del ’68 sono già morti, o sopravvivono solo in piccole sette messianiche. Il parallelo storico è, beninteso, più impressionistico che reale, ma sicuramente fonte di riflessione. Se oggi la polizia viene rafforzata, ha la licenza di arrestare, di sparare, con assoluta impunità, se le misure restrittive vengono approvate con tanta tracotanza, non è forse perché il potere può godere in qualche misura di un consistente consenso?

Tutto questo è ancora più drammatico se pensiamo che poco più di dieci anni fa persino i sindacati erano costretti a chiedere il disarmo della polizia e a spingersi su lotte sempre più avanzate. Questi, e molti altri ancora, sono segni evidenti che il contesto sociale e politico è cambiato radicalmente di qualità.

Lo sfacelo della sinistra rivoluzionaria viene ratificato non solo dall’azione giudiziaria dei magistrati filo-P.C.I., quanto dall’incapacità del movimento a rispondere adeguatamente, contrattaccando il potere, mettendone in rilievo la sua criminalità istituzionale. Le cause di questa disgregazione sono molteplici, è ovvio, però un agente di accelerazione (ma in parte anche di creazione) del fenomeno è sicuramente la lotta armata. Questa ha prodotto una divaricazione del movimento: solo un’esigua minoranza ha abbracciato la logica clandestina lottarmatista, mentre la stragrande maggioranza è ripiegata su posizione neoriformiste o è piombata in un inconcludente “privato” che va dal “misticismo orientale” al “rock del sabato sera”.

Di fronte a questa situazione desolante, a questa mancanza di intervento sociale, si sviluppa l’azione sempre più marcata del potere giudiziario poliziesco a cui il potere politico ha delegato la soluzione delle sue crisi oggi sempre più simili a congiure di palazzo.

Per giudicare la validità di una teoria – è pratica scientifica corrente – si deve valutare se questa, una volta messa in pratica, ha prodotto gli effetti supposti. La strategia della lotta armata prevedeva di costringere il potere a restringere, o ad annullare, gli spazi democratici sulla spinta di azioni sempre più violente che elevassero i “livello di scontro”. Questa involuzione autoritaria avrebbe innescato la risposta violenta di ampi strati della classe lavoratrice e si sarebbe avuto l’evento rivoluzionario.

La realtà ha invece dimostrato che la strategia della lotta armata, oggi, in Italia, non porta ad un evento rivoluzionario, ma che l’involuzione autoritaria dello stato si muove su un elevato grado consenso. Ma ancora più sconfortante è constatare che, di fatto, il consenso ai valori dell’attuale società esiste anche tra i sedicenti rivoluzionari, altrimenti come spiegare il fiorire di delatori (Fioroni è solo il caso più clamoroso e il più mitomane), di accuse e di contro-accuse di denuncie pubbliche? Non si tratta solo di faide interne. Da tutto questo emerge una pratica comportamentale che riconosce allo stato il diritto di regolare i conflitti, di punire, di sorvegliare. L’atteggiamento garantistico di molti degli autonomi arrestati non è forse il riconoscimento di una potenziale imparzialità dello stato? Si può obiettare che la posizione di prigionieri giustifichi questa dissonanza tra idee professate (l’idealismo diffuso, ecc.) e condotta giudiziaria. Ma anche in questo caso se è comprensibile l’aspetto umano e individuale bisogna riconoscere che sotto il profilo politico il garantismo non si concilia affatto con i valori alternativi precedentemente propugnati. Da questo salto logico la strategia dell’area dell’autonomia esce perdente, riprova ne è la scarsa presa della campagna politica per la liberazione di Negri e compagni.

Arduo trarre delle considerazioni conclusive dall’analisi abbozzata. Il rischio di fare il solito fervorino di chiusura aleggia già nell’area. Però non è affatto sicuro che ci aspetti un tetro medioevo (riprendendo il parallelo storico di prima). La caduta dei miti, l’avanzata delle orde barbariche di Dalla Chiesa, la violenza dei guerriglieri del marx-leninismo non ha chiuso tutti gli spazi d’azione, anzi, paradossalmente, fanno riscoprire il valore delle tematiche libertarie. Il pessimismo della ragione, certo, ma anche l’ottimismo della volontà.

A rivista anarchica n79 Dicembre 1979 Gennaio 1980 Dieci anni dopo di Luciano Lanza

27 ottobre 2011

La forza della disperazione compensò la nostra esiguità numerica, la nostra mancanza di mezzi. Da oggetto della repressione ci trasformammo in promotori della campagna di agitazione e di controinformazione. Il disegno che con le bombe del 12 dicembre e con l’assassinio di Giuseppe Pinelli voleva liquidare la sinistra rivoluzionaria e annullare le conquiste operaie del famoso autunno caldo non giunse a compimento. Noi anarchici, scelti come capro espiatorio per giustificare la repressione eravamo riusciti a inceppare (anche se solo parzialmente) il meccanismo repressivo del potere. Subito ci ponemmo due obiettivi: da un lato dimostrare l’innocenza degli anarchici e ottenere la scarcerazione dei compagni arrestati, dall’altro ritorcere la manovra provocatoria/repressiva contro i provocatori/repressori, capovolgere la situazione e mettere sotto accusa gli accusatori, contrattaccando lo stato.

Il più clamoroso successo di quella campagna fu la scarcerazione di Valpreda e degli altri anarchici. Un successo che faceva seguito ad una serie continua di piccoli successi, registrabili nel diverso atteggiamento che la cosiddetta “opinione pubblica” aveva dovuto prendere nei confronti degli anarchici e della strage. Certo la liberazione degli anarchici fu decisa dal governo sotto la pressione di questa opinione democratica, ma fu una vittoria nostra, perché noi abbiamo smosso i “democratici” dal loro abituale torpore, noi li abbiamo costretti a scandalizzarsi ed indignarsi. Fu una vittoria nostra perché, nonostante tutto le strutture repressive dello stato “democratico” uscirono malconce dalla faccenda nell’immagine pubblica, anziché ridipinte a nuovo di democraticità.

Tutto questo accadeva però sette anni fa. Da allora molte cose sono cambiate e non certo in meglio.

In quegli anni abbiamo, con tutta probabilità, toccato il livello più alto di discredito delle istituzioni. A quel punto l’azione antistatale doveva fornirsi di altri strumenti, non bastava continuare l’opera intrapresa, doveva esserci un salto qualitativo che sapesse collegare quella campagna con le altre forme di intervento, proprio nel momento in cui l’agitazione tendeva a spogliarsi dei suoi contenuti innocentisti per accentuare il suo carattere “politico”. Era un collegamento inevitabile data la sua natura di lotta allo stato, ma che doveva avere una coerenza organica tra temi diversi di un’unica tematica rivoluzionaria, un collegamento che nasce dal legame altrettanto organico che vi è tra sfruttamento economico ed oppressione politica. Tutto questo non avvenne. Il collegamento risultò essere una meccanica sovrapposizione di slogans propagandistici che artificialmente cercavano di ricondurre ad un unico disegno repressivo aspetti e momenti tra loro troppo differenziati.

Il salto qualitativo non ci fu e rivisitando criticamente quegli anni possiamo ritenere che anche da questa carenza prende l’avvio la crisi della sinistra rivoluzionaria. Per di più le istituzioni, lentamente ma progressivamente, recuperarono il terreno perduto. Da un lato, con astuzia bizantina, dilatando i tempi processuali, rinviando, attuando furbeschi ammiccamenti, dall’altro dando l’impressione di sapersi rinnovare, di espellere gli “elementi inquinanti”, ammettendo verità parziali per poter dire colossali falsi.

In questo modo lo stato è riuscito a stemperare la carica antiistituzionale che si era creata, mentre il movimento rivoluzionario perdeva la sua capacità propositiva e ripeteva quasi meccanicamente i temi degli anni precedenti. Il processo di recupero è arrivato al punto che la strage del 12 dicembre viene definita “strage di stato” anche dai mass-media, ma tutto questo (non avendo più quelle connotazioni antiistituzionali) non solo non produce tensione rivoluzionaria, ma paradossalmente assume una funzione stabilizzante per il sistema.

Dieci anni dopo il bilancio per il movimento rivoluzionario è purtroppo passivo, anche se all’attivo possiamo segnare una diffusa consapevolezza della criminalità del potere. Purtroppo questa consapevolezza oggi rimane allo stato passivo: la gente sa, ma ha perduto la volontà di agire. Si è generalizzato (pur con poche, anche se significative eccezioni) un senso di sfiducia nella possibilità rivoluzionaria. Quale senso ha allora per noi parlare ancora della strage di stato? Qualcuno potrebbe obiettare che se non altro si contrasterà la versione di regime, si farà udire una voce diversa nella marea di voci che reciteranno una versione addomesticata. Vero, verissimo, ma troppo poco.

Purtroppo non è obsoleta la tematica, ma è il movimento che ha perduto l’iniziativa e vive ripiegato su se stesso. Ma forse è proprio per questa ragione che noi dobbiamo andare controcorrente, non accettando la passività e la rinuncia. Allora con più impegno dobbiamo far sì che questo “anniversario” non passi sotto silenzio, perché la potenzialità sovversiva dimostrata da questo “caso” è norme. Esso è riuscito ad implicare direttamente od indirettamente quasi tutte le strutture statali a tutti i livelli, è riuscito a dimostrare praticamente quanto “ideologica” sia l’indipendenza della magistratura, quanto disprezzo criminale per la verità e la vita umana possa esprimere la giustizia di stato, è riuscito ad approfondire il solco di credibilità tra le istituzioni statali e i “sudditi”. Le bombe del 12 dicembre e l’assassinio del compagno Pinelli non sono un episodio di ingiustizia, ma un caso esemplare dell’ingiustizia generalizzata, sistematica e per questo nella coscienza popolare sono divenuti “la strage di stato” e “l’assassinio di stato”.

A rivista anarchica n64 Aprile 1978 Il Moro rapito… di Luciano Lanza

26 ottobre 2011
Fino a ieri c’eravamo cullati in una illusione: scrivere su un giornale anarchico è un atto libero, non condizionato dal potere, anzi contro il potere e la sua logica. Oggi invece siamo costretti a “prendere posizione” sul rapimento di Aldo Moro, perché i mezzi di (dis)informazione trattano prioritariamente questo argomento.

Diciamocelo francamente, se non fosse per l’ossessionante campagna, non troveremmo così importante occuparci di un democristiano privato della sua libertà o di cinque poliziotti che hanno perso la vita, considerate le migliaia e migliaia di reclusi e l’ancor più lunga sequela di morti sul lavoro o di uccisi da un “poliziotto che inciampava”. Invece siamo costretti a scrivere su di un fatto che si svolge all’interno di un conflitto tra B.R. e classe oggi dominante senza nessun coinvolgimento effettivo degli sfruttati. I due poli dello scontro, infatti, non desiderano per nessuna ragione una partecipazione attiva delle masse, ma ciascuno, con i mezzi che ha, ricerca il consenso o la legittimazione per il ruolo direttivo che vorrebbe svolgere o che svolge sulla società

Se per la D.C. e per gli altri partiti questo è assiomatico, per quanto concerne le B.R. potrebbe sembrare, quantomeno, azzardato. Non è così. Le stesse B.R. hanno a più riprese spiegato che le loro iniziative non devono essere considerate “azioni esemplari” cioè azioni compiute, sì da una minoranza, ma che vuole indicare alla maggioranza degli sfruttati le vie per la loro liberazione e che essi stessi dovranno portare avanti in prima persona. Si tratta invece di azioni facenti parte di una strategia che mira a mettere in crisi lo “stato borghese” o in termini più aggiornati lo “stato imperialista delle multinazionali” per accelerare l’evento rivoluzionario che permetta di instaurare una società diretta dallo “stato operaio”, di cui le B.R. sono la prefigurazione armata e partitica.

Inquadrata schematicamente la meccanica della strategia delle B.R., dovrebbe risultare più semplice adottare valutazioni di merito, anche se prevediamo che già molti saranno insorti per la sbrigativa liquidazione dei “compagni delle B.R.”. Ma il sentimentalismo gioca spesso brutti tiri e, fatte le debite e importanti distinzioni, le B.R. ci sono estranee come tutti gli aspiranti al potere. Questa estraneità, comunque, ci è d’ausilio e non di ostacolo per valutare l’enorme capacità di coinvolgimento dei mass-media. L’obiettivo esplicito era ed è isolare ancora di più le B.R. dai suoi sostenitori esterni e dalla popolazione in generale.

I notiziari martellanti, le foto dei morti, le interviste ai politici e ai passanti, le “considerazioni” degli intellettuali, la reinvenzione della guerra partigiana ad uso e consumo del “cittadino 1978” partecipe dello “stato democratico nato dalla resistenza”, le tavole rotonde… in definitiva un enorme apparato si è mosso in sincronia: tutto doveva essere utilizzato per creare artificialmente un clima di tensione.

Un esempio di come si siano mossi i gestori dell’informazione ci è dato dal completo stravolgimento delle dichiarazioni rilasciate al Congresso delle Federazioni Anarchiche a Carrara e al Convegno di Studi su “I Nuovi Padroni” a Venezia. Poco importava la denuncia fatta dai compagni del terrorismo dello stato, gestore legalizzato e istituzionale della violenza, di fronte alla quale quella delle B.R. è ben poca cosa. L’ordine di scuderia era condannare le B.R. e così si sono capovolti i significati per utilizzare perfino gli anarchici in questa “crociata antiterrorismo”.

Una crociata che ha visto nel P.C.I. e nei sindacati uno dei sostegni più significativi. I sindacati hanno messo sul piatto della bilancia tutto il loro prestigio per creare una vasta mobilitazione popolare. Centinaia di migliaia di lavoratori sono scesi in piazza, sono ricomparsi gli striscioni democristiani, tutti uniti, tutti insieme a difendere le istituzioni. E l’immagine non viene certo contraddetta dalle frange dissenzienti che comunque hanno dovuto entrare nella logica di quello sciopero e di quello spettacolo, così chiaramente qualificato, per esprimere la propria diversa identità. Il P.C.I. poi ha colto l’occasione (portavoce il solito Pecchioli) per scatenare la caccia alle streghe che si nascondono nelle fabbriche. Pecchioli è stato esplicito: bisogna eliminare dalle fabbriche i sostenitori dei brigatisti. Una dichiarazione gravissima che si tradurrebbe, se attuata, in numerosi licenziamenti per “sterilizzare” i centri della produzione e del lavoro da tutte quelle voci di opposizione e di dissenso al patto sociale e all’egemonia comunista. Si vuole ghettizzare ancora di più le forze rivoluzionarie.

La strategia del P.C.I., unita alla sua capacità di mobilitazione, è un elemento che troppo spesso viene sottovalutato, perché se il boicottaggio della C.G.I.L. allo sciopero indetto dopo l’assassinio dei compagni Iannucci e Tinelli non è passato, lo si deve in buona parte anche al dissidio sorto tra la U.I.L. e la C.I.S.L. e non solo alla capacità di azione autonoma degli operai.

Resta comunque il fatto che l’attacco contro tutta l’estrema-sinistra-non-ragionevole procede e si sviluppa secondo tempi e modalità determinate dal Partito Comunista che utilizza tutti gli avvenimenti per questo suo fine, tutt’altro che secondario.

A questo punto si impone una riflessione che, pur partendo da tutti questi eventi, assume connotazioni più generali: il problema della comunicazione.

Il divario di possibilità tra i mezzi che il potere può utilizzare e quelli dei gruppi rivoluzionari si è accresciuto a dismisura. I mass-media creano le notizie e l’opinione, tutto quanto non rientra nella logica del sistema viene ignorato o stravolto. L’azione dei gruppi rivoluzionari incontra così un ostacolo ancora più forte, che, unito alla povertà dei mezzi alternativi utilizzati, rende quasi inintellegibile il messaggio. La lontananza, anche psicologica, tra rivoluzionari e interlocutori aumenta vertiginosamente, tanto che per poterli raggiungere bisogna, di necessità, utilizzare i canali del regime, che comunque riescono sempre a utilizzare per i propri fini anche i fatti che si pongono in antitesi a questi.

Anche le B.R. con la loro azione clamorosa si pongono nella situazione oggettiva di “essere notizia”, i mass-media non li ignorano, anzi sono costretti a dedicare alle loro azioni, ai loro militanti, alla loro ideologia, ai loro comunicati, pagine e pagine, ma proprio in quello stesso momento scatta l’operazione di riutilizzo e di distorsione, che con una bene orchestrata campagna neutralizza il messaggio che le B.R. intendevano lanciare.

È evidente che il porsi come “elemento di notizia” non è sufficiente perché pur rompendo il muro del silenzio non ci si può assicurare la corretta gestione dell’informazione. Anzi quasi sempre il risultato è l’opposto di quanto ci si proponeva.

E allora? Evidentemente non abbiamo la risposta bella e pronta, sciogliere questo nodo gordiano è impresa quanto mai difficile, tant’è che il taglio netto operato dalle B.R. non ha sortito gli effetti che esse speravano, perché se è pur vero che lo stato è caduto, in una certa misura, nel loro gioco, è anche vero che il restringimento della libertà di azione viene interiorizzato in modo partecipe dai cittadini e non viene vissuto come stimolo alla rivolta o all’insubordinazione come gli strateghi delle B.R. amano credere. Certo lo stato mostra ancor più il suo vero volto, ma i formatori dell’opinione pubblica giocando su elementi emotivi e pseudo-razionali riescono a giustificare l’involuzione autoritaria presentandola come l’unico modo per “salvare la convivenza civile”.