Posts Tagged ‘Luigi Calabresi’

29 dicembre 1969 AARR – su compiti affidati da Questura di Milano a Enrico ROVELLI (Anna Bolena)

8 agosto 2013

29 dicembre 1969 AARR – su compiti affidati da Questura di Milano a Enrico ROVELLI (Anna Bolena).  (ricordiamo che Rovelli era informatore sia del commissario Calabresi che di Russomanno)

 

 

29 dicembre 1969 AARR - Enrico ROVELLI (Anna Bolena) COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(NOTA: le foto sono usate solamente a fine di illustrazione. Per accedere al testo integrale del documento – in formato PDF – bisogna CLICCARE al testo – LINK – sotto la foto.)

29 dicembre 1969 AARR – su compiti affidati da Questura di Milano a Enrico ROVELLI (Anna Bolena)

 

 

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9 gennaio 1970 AARR – inviata Enrico ROVELLI (Anna Bolena) in Francia e Belgio per trovare Ivo Della Savia

8 agosto 2013

9 gennaio 1970 AARR –  La Questura di Milano invia Enrico ROVELLI (Anna Bolena) in Francia e Belgio per rintracciare Ivo Della Savia. Secondo la velina avrebbe anche raccolto informazioni…sull’esplosivo (sic!)

 

9 gennaio 1970 AARR -  Enrico ROVELLI (Anna Bolena) COMP

(NOTA: le foto sono usate solamente a fine di illustrazione. Per accedere al testo integrale del documento – in formato PDF – bisogna CLICCARE al testo – LINK – sotto la foto.) 

9 gennaio 1970 AARR – invia Enrico ROVELLI (Anna Bolena) in Francia e Belgio per trovare Ivo Della Savia

27 ottobre 1975 Sentenza GI Gerardo D’Ambrosio su morte Giuseppe Pinelli – Le 19 pagine della vergogna!

17 aprile 2013

Il Giudice Istruttore presso il Tribunale Civile e Penale di Milano ha pronunciato la Seguente SENTENZA nel procedimento.
contro
1) CALABRESI Luigi, nato a Roma il 14-11-1937. Elett.dom.pr.st.avv. Michele Lener, Galleria del Corso, 1 – Milano.
2) LOGRANO Savino, nato a Spinazzola (BA) il 16-1-1940, res. a Torino in via Padova, 33. Elett.dom.pr.st.
(Elettivamente domiciliato presso studio n.d.r.) avv. Armando Cillario, Corso Porta Vittoria, 31 – Milano.
3) PANESSA Vito Donato Antonio, nato a Gioia dei Colle (BA) il 20-4-1927, dom. a Milano in via Fatebenefratelli, 11.
Elett.dom.pr.st.avv. Vincenzo Garofalo, Corso Matteotti, 1 – Milano.
4) CARACUTA Giuseppe Antonio, nato a Martano (LE) l’1-5-I935, res. a Bari in via Cagnazzi, 53. Elett.dom.pr. st.avv.
Vincenzo Garofalo, Corso Matteotti, i – Milano.
5) MAINARDI Carlo Mario, nato a Rosasco (PV) il 26-12-1922, dom. a Milano in via Fatebenefratelli, 11. Elett.dom.pr. st.avv.
Vincenzo Garofalo, Corso Matteotti, 1 – Milano.
6) MUCILLI Pietro, nato a Castiglione Messer Marino (CH) il 6-10-1927, res. a Milano in via delle Genziane, 5.
Elett.dom.pr.st.avv. Vincenzo Garofalo, Corso Matteotti, 1 – Milano.
7) ALLEGRA Antonino, nato a S. Teresa di Riva (ME) il 21-11-1924, res. a Milano in via delle Ande, 14. Elett. dom. pr. st.
avv.prof. Alberto Crespi, via Verga, 14 – Milano.
8) SMURAGLIA Carlo, nato ad Ancona il 12-8-1923, res. a Milano in Piazza Belgioioso, 1.

 

27 ottobre 1975 Sentenza GI D’Ambrosio su Giuseppe Pinelli

 

Lotta Continua 24 novembre 1970 Facciamo giustizia della giustizia – Un processo per legalizzare la strage

2 ottobre 2012

Abbiamo scritto che non era più possibile parlare dell’omicidio di Pinelli e del suo assassino Luigi Calabresi con tono ironico e sarcastico, con vignette e battute, anche feroci e dure. E’ per questo che per oltre un mese, proprio mentre il processo si svolgeva, abbiamo taciuto: il processo infatti (e solo ora con l’ascolto dei testimoni della difesa qualcosa sembra cambiare) è stato costantemente e attentamente mantenuto a livello di farsa; il ridicolo è stato ostinatamente cercato dai poveri attori di questa squallida commedia: il sicario Calabresi, l’isterico avvocato Lener, l’orrendo capo della politica Allegra, i testi poliziotti, i giudici; tutti sembravano avere come obiettivo quello di dimostrare che questo processo non vuole dimostrare assolutamente nulla. E’ stata una prova generale di Canzonissima in cui ognuno ha cercato di dire la battuta spiritosa e al momento giusto; in cui anche degli imbecilli grossolani come i vari brigadieri Caracuta e Panessa possono trovare un po’ di spazio e di spettacolo. Lo sfacelo materiale e morale della giustizia borghese si copre di qualche pezzo di oratoria brillante o di qualche battuta da avanspettacolo, come una baldracca invecchiata e sfatta che nasconde le sue rughe dietro una spessa coltre di cipria e un civettuolo tratto di rossetto. Tutti sono indaffarati a fare dimenticare che dietro questo processo c’è l’omicidio di un uomo, che quello di cui si parla descrivendone la traiettoria, le mosse, il salto è un cadavere; che quelle battute ributtanti vengono pronunciate davanti alla compagna del morto.

Le prove, gli indizi, le testimonianze, le contraddizioni, che anche al «loro» livello giuridico dovrebbero avere un qualche senso ed efficacia, vengono affogate e rese inutili in questa orgia di banalità, di menzogna, di cinismo. La Criminale strafottenza di questi servi zelanti del potere permette loro di affermare tranquillamente: «io mento ma dovete credermi lo stesso»; oppure «io ho scritto un verbale falso ma siccome l’ho scritto io dovete prestargli fede»; per cui non ci stupirebbe che alla fine del processo Calabresi affermasse : «sì, l’ho ucciso io, ma siccome lo nego non è vero», e fosse assolto perché «il fatto non costituisce reato».

E così la polizia può esercitare tutto il suo schifoso potere anche in tribunale, riaffermando la sua intoccabilità la sua assoluta estraneità anche alle regole dello stesso gioco «democratico», alle norme della dignità borghese e capitalista che sacrifica talvolta i suoi funzionari troppo idioti o eccessivi pur di salvaguardare la sua patente di «rispettabilità». Qui niente di tutto questo. Sarà perché, come ha dichiarato Vicari, «quello di Lotta Continua è un processo troppo serio», ma qui è chiaro che una volta scelta la soluzione pesante, si va avanti duri, senza curarsi del ridicolo e della decenza. E non perché si tratta di una struttura «arretrata» come la polizia, ma perché come detto più volte, il neocapitalismo è anche coerentemente neofascismo. Ed è per questo che appaiono ancora più crudeli e complici gli sporchi tentativi del presidente del tribunale di ridurre il processo ad una causa comune, con un reato qualsiasi, con imputati testi e avvocati uguali a mille altri.

Certo, questo processo è uguale a tutti gli altri, perché però come tutti gli altri è «eccezionale», perché in qualsiasi causa sia presente un proletario, come vittima (in questo caso), o come imputato o parte civile, sia che si tratti di un omicidio, o di una cambiale scaduta o di un furto di mele, è sempre il proletario che ne paga duramente e violentemente le spese.

Questo processo è servito quindi, ancora una volta, se pure era necessario aggiungere nuove esperienze, a dimostrare il totale e assoluto antagonismo tra noi, la nostra pratica, le nostre idee e la giustizia dei padroni, a riaffermare ancora una volta, e con maggiore evidenza, che il terreno delle istituzioni borghesi è assolutamente impraticabile per il proletariato, che la violenza della lotta di classe ha bruciato ogni spazio democratico e reso completamente inutilizzabili tutti gli strumenti tradizionali; che Non esiste, insomma, possibilità alcuna di uso alternativo del tribunale che non sia la sua distruzione.

E che anche gli avvocati più bravi, compagni e rivoluzionari poco possono, se non cercare di farne uscire con meno danni possibili gli imputati; Che è quanto ci auguriamo. E d’altra parte a questo punto non è che il giudizio l’analisi politica possano cambiare a seguito di una sentenza mite o severa di un discorso comprensivo lo brutale da parte del Pubblico Ministero o del Presidente del Tribunale.

La coscienza della nostra assoluta estraneità alle regole della giustizia borghese diventa sempre più radicale e lucida (è questo il dato formidabile), diventa giorno dopo giorno conquista di massa.

Ma dal processo LOTTA CONTINUA-Calabresi un’altra cosa emerge con estrema chiarezza; la volontà da parte dello stato borghese, nella sua interezza e con tutti i suoi organi, di legalizzare, proclamandone la liceità per i suoi servi, l’assassinio politico, di farne accettare la normalità e la quotidianità  E i compagni devono prendere coscienza di questo e di come questo dimostri l’avanzatissimo livello di radicalizzazione a cui lo scontro è arrivato. L’omicidio di Pinelli non è un fatto «anormale»; la violenza criminale dello stato non ricorre più (solamente) alla pratica illegale ma, nonostante tutto, interna alla logica dello scontro frontale tra proletariato e borghesia, dell’assassinio di piazza, della bomba lacrimogena sparata nel petto, dei colpi di mitra partiti accidentalmente; ora sempre più ricorre all’eliminazione fisica, portata avanti con metodi banditeschi, e mafiosi, dei compagni che sanno troppo, dei complici che parlano, delle spie che si pentono, o che prendono paura. Sbaglia o è un ingenuo chi ritiene questa fantapolitica; il nemico è feroce, possiede soldi, armi, reti di spie e di sicari, protezioni, complicità, alleanze; e soprattutto il nemico è disperato e non ha nulla da perdere perché ha già perduto; e non si ferma di fronte a nessun crimine, a nessuna vigliaccheria. Il 25 febbraio 1966 viene trovato morto nella sua macchina, carica di armi e di esplosivi; Antonio Aliotti, un fascista entrato in crisi e deciso a rivelare i rapporti che esistono tra squadrismo romano e Ministero degli Interni.

Nell’autunno del ’68 un attivista missino e agente del SID, Giovanni Ettore Borroni viene trovato morto, colpito alla fronte da un proiettile d’arma da fuoco, in un bosco alla periferia di Forni di Sopra, in provincia di Udine. La polizia definirà suicidio la morte. Il 25 dicembre del 1969 viene trovato «affogato» in una fossa di 80 centimetri d’acqua, Armando Calzolari, un altro fascista intenzionato a parlare delle riunioni segrete in cui, lui presente, si progettarono gli attentati di Roma e di Milano.

I quattro compagni anarchici (testimoni a discarico di Valpreda) uccisi da un camion nei pressi della tenuta di Junio Valerio Borghese, sulla cui criminale attività stavano indagando, sono le più recenti ma, crediamo, non ultime vittime.

E il «suicidio» di Pinelli e quello del colonnello Rocca, si aggiungono al crudele e allucinante bilancio.

Il processo Calabresi-LOTTA CONTINUA è quindi il tentativo estremo di rendere legale e ufficiale la pratica dell’omicidio politico. La nostra volontà di opporre a questo processo la pratica della giustizia proletaria, di restituire al popolo la possibilità materiale di applicare la sua legge, è anche lo strumento più adeguato di difesa rivoluzionaria, l’unico modo concreto di spezzale la criminale catena della strage di stato.

Lotta Continua 12 novembre 1970 I maiali ingrassano: col sangue – Quattro compagni uccisi

2 ottobre 2012

 Coincidenze criminali:

Il 28 ottobre, presso Lodi, un catastrofico tamponamento di camions ed auto nella nebbia bloccava per ore l’autostrada. 8 morti, 40 feriti gravi. Un massacro.

Un autocarro targato SA 135371, pilotato dai fratelli Ruggero e Serafino Aniello, ha dato inizio alla tragica serie di tamponamenti.

Lo stesso autocarro; colla stessa targa, pilotato dagli stessi fratelli, lo stesso giorno di un mese prima, il 28 settembre, causava la morte, per violento tamponamento, di 4 giovani. Questa volta non c’era nebbia. C’era solo buio.

Vediamo chi sono questi quattro giovani: sono quattro anarchici. Tra essi, Giovanni Aricò e Angelo Casile, di Reggio Calabria. Tutti e due, erano importanti testi a discarico di Pietro Valpreda. Tutti e due erano stati interrogati da Ernesto Cudillo, giudice istruttore del «processo Valpreda». Ma non avevano solo testimoniato a favore degli imputati. Uno di loro, Casile, aveva fatto di più: aveva riferito del tentativo fatto nell’estate del ’68, da parte di alcuni fascisti di Ordine Nuovo, di costituire un circolo pseudo-anarchico a Reggio Calabria, col nome, guarda caso, di «XXII Marzo». (Stessa tecnica seguita dai sicari fascisti romani, stesso nome del circolo).

In più, i due compagni anarchici avevano iniziato un’indagine seria e sistematica sulle attività del Fronte Nazionale (fascista) di Junio Valerio Borghese in Calabria e sul ruolo svolto da costoro nei moti reggini.

Guarda caso, l’incidente mortale avviene al Km. 58 dell’ Autostrada del Sole, fra Anagni e Ferentino, nei pressi della tenuta del «principe» Junio Valerio Borghese.

Guarda caso, nello stesso tratto morì in modo analogo, nel febbraio 1963, la moglie dello stesso Valerio Borghese.

Stesso camion stesso posto, stessa tecnica vigliacca e criminale, stessi nomi.

E, incredibile, il silenzio interessato di tutti.

Il primo comunicato pubblico, stampato, che denuncia il proseguire allucinante e spietato della «strage di stato» appare il 1 novembre, su «BCD», il «Bollettino di Controinformazione Democratica» a cura del comitato dei giornalisti per la libertà di stampa e per la lotta contro la repressione.

E’ la stessa criminalità borghese e fascista a chiarire in modo sempre più visibile a tutti – ed in modo sempre più sanguinoso – il «caso» Pinelli e il «caso» Valpreda.

Siamo convinti di essere solo all’inizio di una strage premeditata, che liquida brutalmente, ricorrendo a tutti i mezzi, chiunque CONVINTO ORMAI CHE LA DEMOCRAZIA BORGHESE, LA SUA POLIZIA, LA SUA MAGISTRATURA E TUTTO QUELLO CHE CI STA SOTTO, SOPRA E A FIANCO SIA SOLO PIÙ UNA MACCHINA SANGUINARIA AL SERVIZIO DEL PROFITTO CAPITALISTA E DEL DOMINIO BARBARO DELL’UOMO SULL’UOMO, chiunque cerchi colle proprie forze, più o meno organizzato che sia, di «vederci chiaro», individuare i colpevoli, e fare giustizia.

Ai babbei che credono ancora che si tratti di gettare i frutti marci e avvelenati ma di conservare l’albero della società capitalista, ai babbei che si indignano che in un regime costituzionale e parlamentare (con tanto di «forte opposizione di sinistra») possano succedere cose come queste, ai babbei che rimarranno a contare, sempre più stravolti, la lunga fila di assassini politici (che sono sempre esistiti ma mai in modo così programmato, intensivo, e coinvolgente il cuore centrale stesso dell’apparato di governo del paese) a tutti questi babbei e a chi ha ormai deciso di usare tutti i mezzi pur di conservare il suo lurido dominio, noi diciamo che non staremo più inerti a contare i nostri morti, quelli innocenti di Piazza Fontana, il compagno Pino Pinelli, i compagni Giovanni Aricò, Angelo Casile, la compagna tedesca morta assassinata con loro, Annalise Borth… e tutti quelli che li hanno preceduti, e quelli che tenteranno di far seguire.

FARE GIUSTIZIA PROLETARIA E’ L’UNICO MODO PER IMPEDIRE CHE LA GIUSTIZIA BORGHESE, SMASCHERATA, ELIMINI PER SEMPRE DAL CUORE DI TUTTI, NON SOLO LA PRATICA, MA PERFINO L’IDEA DELLA STESSA NECESSITA’ DELLA GIUSTIZIA TERRENA.

Trasferimenti e promozioni: Guida, Lo Grano, Calabresi…

Lo abbiamo sempre detto, e fin dall’inizio. Che la «strage di stato» di Piazza Fontana, che l’assassinio politico del compagno Pinelli erano tutt’uno con la lotta più generale di tutto il proletariato. Uno scontro di classe contro classe che coinvolgeva tutto e tutti. Che univa ciò che era sparso e chiariva ciò che era ancora oscuro. C’erano dentro non solo i poliziotti criminali della Questura di Milano, ma anche il loro questore, il capo della Polizia, il Ministro degli Interni, il presidente, i padroni grossi, i poliziotti «in borghese», i fascisti, e anche i cosiddetti «democratici», i riformisti, gli opportunisti di tutte le specie. Un grosso ruolo poi lo giocava (e lo gioca) la magistratura (non solo Occorsio e Cudillo, che certo sono più sporchi di altri).

Abbiamo sempre detto che il «caso Pinelli» ci dava una visione chiara di come agisce tutto un sistema di merda, una volta che sta traballando sotto la spinta del proletariato in lotta. Abbiamo detto : è tutto chiaro. Per i proletari: che hanno già emesso il loro giudizio e il loro verdetto (scrivendolo sui muri, gridandolo nelle manifestazioni, esprimendolo nelle assemblee popolari: «Calabresi assassino», «le bombe le ha messe Saragat»). Per i padroni e i loro servi: che continuano nel loro gioco criminale processando i rivoluzionari, portando avanti nuovi piani bastardi e provocatori, difendendo ed esaltando i loro complici, i loro sicari, i loro sgherri.

Infatti, mentre il processo «Lotta continua-Calabresi» è ancora in corso, quasi a dimostrare anche ai più babbei che per loro tutto è già deciso fin dall’inizio, il sistema (e ci stanno dentro ancora una volta tutti, salvo quelli che lottano per abbatterlo) prosegue nella sua opera di promozioni e redistribuzioni dei suoi sicari.

Dopo aver promosso a capitano (da tenente che era) e trasferito il Lo Grano Sabino, carabiniere; dopo aver promosso ad incarichi ministeriali e trasferito il fascista, ex-secondino, questore Guida; hanno trasferito (a Pescara, per la precisione) e promosso a commissario (da commissario aggiunto che era) l’assassino Calabresi Luigi, agente della CIA; non è finita: nel quadro di promozioni-trasferimenti pare che il prossimo sia Allegra Antonino, capo dell’ufficio politico della questura di Milano.

Li spostino pure. Il proletariato è dappertutto. E dappertutto ha bisogno di farsi giustizia.

Riportiamo integralmente da ‘BCD’ (Bollettino di Controinformazione Democratica, anno I, numero 4), tre articoli di ‘Cronaca Italiana’ particolarmente interessanti.

Milano: occhio ai provocatori

In coincidenza con la ripresa delle lotte operaie, un’organizzazione di estrema destra si proporrebbe di montare in una grande azienda milanese (la Sit-Siemens o la Pirelli) una sanguinosa provocazione, capace di muovere a sdegno l’opinione pubblica. L’azione dovrebbe coinvolgere uno dei gruppi meno vigilanti della sinistra extra-parlamentare, ovviamente per far ricadere su di esso la responsabilità dei fatti. Questo gruppo è da tempo tenuto sotto osservazione da alcuni «investigatori privati», che hanno lo scopo di raccogliere elementi di ambiguità e di sospetto tali da avvalorare, poi, le più gravi accuse, E’ la stessa tecnica sperimentata, con successo, ai danni degli anarchici romani e milanesi nelle settimane che precedettero gli attentati del dicembre 1969.

L’Alfa Romeo strizza l’occhio ai Colonnelli

Il dottor. Vincenzo Moro, direttore commerciale dell’Alfa Romeo, sta compiendo una serie di viaggi in Grecia per mettere a punto con i tecnici locali il progetto per la costruzione in quel Paese di uno stabilimento di montaggio di autovetture della casa automobilistica milanese. Un’iniziativa come un’altra per sostenere la precaria economia dei colonnelli e che, oltre tutto, consente all’industria di stato di allargare il suo giro d’affari senza contrastare in patria il predominio della FIAT, già sdegnata dall’ «intromissione» dell’Alfa-Sud. L’Alfa Romeo ha inoltre acquistato in Brasile il 75 % della Fabbrica Nacional de Motores, proprietà statale, versando 15 miliardi di lire. L’Alfa ha accettato di tenere a Milano corsi di specializzazione per giovani diplomati brasiliani, i quali hanno dovuto firmare un contratto capestro, che prevede fra l’altro il pagamento di una forte penale nel caso in cui decidessero di non rientrare in Brasile. Inoltre, da almeno un anno, la casa milanese ha creato in Lussemburgo una finanziaria, l’Alfa Romeo lnternational, trasferendole la partecipazione azionaria di tutte le filiali estere Alfa Romeo e operando, di conseguenza, al di fuori della legislazione fiscale italiana.

Concentrati a Palermo i mazzieri missini

Forti raggruppamenti di fascisti, volontari e mercenari, che dalla Sicilia si erano trasferiti a Reggio Calabria per strumentalizzare la protesta popolare in fraterno accordo con i notabili della destra governativa e del PLI, hanno riattraversato lo stretto accompagnati dai mazzieri professionisti provenienti anche da altre regioni, in previsione dei disordini che si vanno preparando nell’isola. Fallito per ora l’esperimento eversivo nel «triangolo industriale» del Nord, si ritenta nel Trentino e nel profondo Sud dove l’indebolimento della sinistra tradizionale, la cronica depressione economica e la scarsa consistenza organizzativa delle masse lasciano disponibili all’avventura vasti strati di sottoproletariato e persino molti proletari diseducati. Anche alcune squadracce milanesi hanno ridotto i loro «effettivi» per inviare rinforzi ai camerati meridionali, mentre Valerio Borghese in persona ha compiuto alcuni viaggi in Sicilia per annodare i fili della sua rete di alleanze.

Lotta Continua 15 ottobre 1970 «Calabresi nervoso, fumava» – Lettera di uno studente medio

29 settembre 2012

Venerdì  9 ottobre al palazzo di giustizia

Venerdì mattina presto al palazzo di giustizia c’era già molta gente, studenti medi che si erano rifiutati di andare a scuola, studenti che avevano scioperato, operai di Lotta Continua, operai di varie fabbriche che non fanno parte direttamente della nostra organizzazione. La polizia presente in numero ingente non ci ha sorpreso e tanto meno impaurito, molti studenti medi dicevano: facciamo davvero paura. Il palazzo di giustizia era circondato da un giro più stretto di idranti, camionette, cellulari e da un giro più largo che bloccare Largo Augusto, piazza 5 Giornate e le vie intorno. All’interno del Palazzo di giustizia, che come quelli di Milano sanno è un edificio mostruoso, enorme che già da solo è l’immagine di tutti i poliziotti del mondo calcificati, al pianterreno c’erano poliziotti, al 1. piano ce n’erano di più, al 2. piano oltre a quelli in divisa ce n’erano soprattutto molti con la pancia e l’impermeabile, la faccia sorniona che cercavano di mimetizzarsi tra la folla: comunque tutti hanno confermato che bastava l’odore per capire che erano poliziotti, è inconfondibile. Si è notato poi che sta prendendo piede un nuovo modello di poliziotto: quelli stile Calabresi, dalla aperta faccia fascista e il maglione a dolce vita sui pantaloni un po’ larghi in fondo.

L’aula dove si svolgeva il processo è tra le più piccole del palazzo di Giustizia, al mattino presto quando c’era poca gente all’ingresso della aula «Calabresi nervoso fumava» intorno a lui le guardie del corpo. Alcuni compagni sono riusciti a vederlo arrivare chiuso in una Giulia affiancato da due «gorilla» armati di mitra, lo sguardo fisso in avanti e l’aria più dignitosa e autorevole possibile. L’assassino protetto dai poliziotti per prima cosa ha stretto la mano al questore, al vice questore, al commissario, ecc.

I volantini di Lotta Continua sono stati sequestrati subito, ma molti ne erano già girati, molti si è riusciti ugualmente a far circolare.

Molti compagni si erano organizzati per controllare che tra i presenti non ci fossero provocatori – fascisti e consimili – tutti i compagni studenti e operai avevano l’occhio vigile: ogni persona sospetta è stata seguita; controllata, isolata e in genere tutto il clima che si è creato fuori dell’aula era «militante» infatti si distinguevano chiaramente, come pesci fuor d’acqua quei pochissimi studenti della statale che sono passati di lì verso le 10,30, giovanotti col maxi, ma ci sono rimasti male: s’aspettavano un pubblico sexi per un processo alla moda, si sono trovati accanto compagni operai dalle facce decise. Gli «statalini» non sono venuti: erano intenti a preparare un volantino di diffamazione contro Lotta Continua, che hanno poi tentato di distribuire alle fabbriche. Comunque siamo grati agli «statalini» di non essere venuti: una volta tanto un po’ di coerenza!

Quando verso mezzogiorno abbiamo cominciato a cantare (la canzone di Pinelli, Compagni dei campi e l’Internazionale) eravamo ancora circa 600 persone lì davanti all’aula.

Vittoria, il vice questore è piccolo grosso e molto brutto. E’ piombato in mezzo a noi gridando basta, seguito da un po’ di carabinieri: al momento ci è venuto a tutti da ridere perché era buffo vederlo gridare così isterico e tutto rosso, ma subito siamo diventati seri e incazzati e abbiamo gridato molto forte Calabresi assassino, sarai suicidato. I carabinieri hanno cominciato a dare spintoni e noi ci si spostava piano, gridando sempre. Sulle colonne del palazzo di giustizia restavano scritte, e un manifesto Wanted Calabresi.

Ci siamo poi fermati sul fondo della sala e allora Vittoria ha lanciato per la seconda volta il suo grido e i poliziotti hanno cominciato a premere più cattivi. La gente un po’ preoccupata ha fatto per un attimo silenzio, quando subito una sonora decisa simpatica pernacchia ha risposto agli urli zitelleschi di Vittoria. Così abbiamo subito ricominciato a scandire slogan contro Calabresi e ci siamo avviati verso l’uscita, mentre la polizia scatenava la sua rabbia impotente sulle ragazze e i compagni delle ultime file. Mentre. scendevamo le scale gridando sempre più forte abbiamo tutti visto volare giù nella tromba delle scale il cappello di un poliziotto; fuori all’uscita c’erano gli idranti, il III celere … mentre volava giù il cappello alcuni compagni hanno gridato forte che tutti l’hanno sentito: «Se Calabresi è innocente Tamara è vergine».

Lotta Continua 1 ottobre 1970 Calabresi, un assassino.

27 settembre 2012

Lotta Continua 1 ottobre 1970 vignetta contro Calabresi

Forse abbiamo fatto un errore: siamo stati troppo teneri col commissario aggiunto di P.S. Luigi Calabresi, abbiamo permesso che su di lui si ridesse, si ammiccasse, nascesse il luogo comune, si sviluppasse l’ironia; abbiamo consentito che la cosa venisse scambiata per un gioco duro, magari, ma divertente nonostante tutto. E questo è un male, perché qualcuno ha forse potuto pensare che si trattasse di uno scherzo; e lo deve aver pensato anche Luigi Calabresi, perché altrimenti non si sarebbe permesso di fare quello che invece ha fatto; il fatto di continuare a vivere tranquillamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di girare indisturbato per Milano, di continuare a perseguitare i compagni e proteggere i suoi complici; il fatto, infine, di aver querelato per tre volte «Lotta continua». Facendo questo però si è dovuto scoprire; il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato ad odiarlo; la sua funzione di sicario è stata denunciata alle masse, che hanno incominciato a conoscere i propri nemici di persona, con nome e cognome e indirizzo. E questo è importante e utile. E il primo risultato è che ora verrà trascinato in un’aula del tribunale a rispondere del suo delitto. E’ chiaro a tutti infatti, che non sarà certo «Lotta continua» a sedersi sul banco degli imputati, a giustificarsi per averlo diffamato, ma sarà Luigi Calabresi a dover rispondere pubblicamente del suo delitto contro il proletariato. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli, e Calabresi dovrà pagarla cara,

Anche su questo terreno infatti, gli sfruttati dimostrano, giorno dopo giorno, di voler passare, senza più indugi e ritardi, dall’urna della critica (e dell’ironia e della vignetta) ad una critica più radicale e definitiva, che si esprima attraverso la capacità del proletariato di utilizzare la violenza di massa contro i propri nemici e per la propria liberazione. E la violenza di massa è oggi strumento di attacco, mezzo con cui gli sfruttati fanno giustizia e amministrano la propria legge: l’unica, che in quanto appartiene al popolo, è giusta e rivoluzionaria.

Siamo in una fase in cui queste parole non sono più frasi vuote ed astratte, ma entrano concretamente e materialmente a far parte dell’esperienza di lotta e di organizzazione del proletariato. E se l’esecuzione del poliziotto torturatore Dan Mitrione da parte di un tribunale rivoluzionario, può essere relegata e dimenticata dai borghesi e da tutti i legalisti come episodio « esotico e selvaggio» di un paese lontano, la cattura e la punizione dei fascisti di Trento da parte dei proletari in lotta, è per i nostri nemici qualcosa di più di un avvertimento; è la realtà concreta, vicina, palpabile di ciò che li aspetta, di ciò a cui vanno incontro. La gogna dei sicari a Trento e l’esecuzione di Dan Mitrione non sono episodi diversi, uno «antifascista e italiano», l’altro «banditesco e terzomondista»; sono fasi successive di un processo unico: quello dell’emancipazione del proletariato, che passa necessariamente attraverso la soppressione dei nemici di classe. Il fatto che oggi in Italia la prima di queste fasi sia già praticabile e attuata, ha messo giustamente paura alla borghesia; la fase dell’esecuzione materiale della giustizia proletaria (che avvicina anche i tempi della lotta armata) forse non è ancora imminente. Ma è certamente già prevedibile.

E’ per questo motivo che nessuno (e tanto meno Calabresi) può credere che quanto diciamo siano facili e velleitarie minacce. Siamo riusciti a trascinarlo in tribunale e questo è certamente il pericolo minore per lui, ed è solo l’inizio. Il terreno, la sede, gli strumenti della giustizia borghese, infatti, sono giustamente del tutto estranei alle nostre esperienze, alle nostre lotte; alle nostre idee e non è certamente dalla legge dello stato capitalista che ci attendiamo la punizione di un suo servo zelante; non dai giudici «progressisti ed onesti»; non da un dibattimento i cui codici, norme e regole, create dalla borghesia per controllare gli sfruttati, non possono essere utilizzati dai proletari, ma solo da questi distrutti.

Ma dentro l’aula della prima sezione, dentro il tribunale, attorno ad esso, nelle strade e nelle piazze, il proletariato emetterà il suo verdetto, la comunicherà e ancora là nelle strade e nelle piazze, lo renderà esecutivo. Calabresi ha paura, ed esistono validi motivi perché ne abbia sempre più. Quando gli sfruttati rompono le catene dell’ideologia borghese e praticano le proprie idee, la forza dell’esempio diventa dirompente; i proletari di Trento che hanno rifiutato la legalità borghese per assumere quella rivoluzionaria, hanno compiuto il primo processo e la prima esecuzione. L’imputato e la vittima del secondo è già da tempo designato: un commissario aggiunto di P.S., torturatore ed assassino. Sappiamo che è solamente un servo, un esecutore del progetto dello stato capitalista di repressione del proletariato; sappiamo che dentro tutto l’apparato statale, nel governo, nel parlamento, nell’esercito, nei partiti, nei sindacati, esistono mille Calabresi, criminali quanto e più di lui, che ogni giorno con le armi, con la violenza, con l’inganno, con la fatica, con le false illusioni opprimono il proletariato, lo sfruttano, lo ingabbiano; e sappiamo quindi che l’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati; ma è questo, sicuramente, un momento e una tappa fondamentale dell’assalto del proletariato contro lo stato assassino.

Luigi Calabresi, commissario aggiunto di P.S., 30 anni, abitante a Milano, in via Largo Pagano (la casa è riconoscibile perché segnata di scritte, ora cancellate, e perché vi staziona davanti una macchina con un poliziotto in borghese). Il numero di telefono non è riportato sull’elenco ma fino a poco tempo fa, su richiesta, veniva comunicato dal centralino. Stipendio «dichiarato»: 160 mila lire al mese. Sposato e padre di una bambina. Agente del S.I.D. (ex SIFAR) e della C.I.A. Torturatore di alcuni compagni, assassino di Giuseppe Pinelli, complice degli autori della strage di Milano. Collaboratore del consigliere istruttore Antonio Amati. Pubblicista collaboratore nel ’66 della «Giustizia», organo ufficiale del Partito Socialista Democratico Italiano (oggi PSU; il partito di Saragat). Sempre nel ’66 fa un viaggio in America dove frequenta un corso di specializzazione presso la C.I.A.

Nel ’67 a Roma fa l’accompagnatore del generale Edwin A. Walker, consigliere militare del fascista Barry Goldwater. Presenta il generale ai colleghi italiani Aloia e De Lorenzo.

Partecipa a riunioni segrete con questi nella casa di De Lorenzo, in via di Villa Sacchetti 15. Dopo l’attentato fascista del 25 aprile Luigi Calabresi procede all’arresto di cinque anarchici e in carcere notifica loro il mandato di cattura; compie personalmente perizie grafologiche sugli arrestati, senza l’intervento della difesa, ne trasporta uno nel bergamasco perché indichi, dietro minacce, la cava da cui avrebbe rubato dell’esplosivo (furto peraltro inesistente). Luigi Calabresi, il commissario Zagari, e gli agenti Muccilli e Panessa torturano in questura con schiaffi, colpi alla nuca, pugni, torsione dei nervi del collo e minacce il compagno Paolo Faccioli, costringendolo a firmare un verbale falso di autoaccusa.

La sera del 12 dicembre, tre ore dopo gli attentati, dichiara che «i colpevoli sono gli anarchici» poi va al circolo anarchico di via Scaldasole e preleva Pinelli. Durante il tragitto chiede di «quel pazzo sanguinario di Valpreda». In questura dirige gli interrogatori di Pinelli insieme a Sabino Lo Grano, Vito Panessa, Carlo Mainardi e Mucilli. Domenica 14 Pinelli è ancora trattenuto illegalmente in questura e dice ad un altro fermato di sentirsi perseguitato da Calabresi. Dalla stanza in cui Pinelli continua ad essere interrogato provengono rumori «come di una rissa». Poco dopo la morte di Pinelli; Calabresi dice ad un fermato di essere stato presente al momento della caduta. Insieme a Vito Panessa sostiene che Pinelli era un delinquente ed era coinvolto negli attentati del 25 aprile. Successivamente la questura affermerà che Calabresi si trovava al momento della morte di Pinelli nell’ufficio di Antonino Allegra. Parecchi mesi dopo Calabresi compie una perquisizione nella casa di Milano di un agente del KYP (la sezione greca della CIA); la perquisizione, secondo Calabresi, è negativa in quanto non consente di scoprire elementi rilevanti. Poi si viene a sapere che nella casa del suddetto agente sono state trovate cassette metalliche simili a quelle della bomba della Banca Commerciale, un timer anch’esso simile, armi e pallottole.

Il 9 ottobre Luigi Calabresi comparirà davanti alla 1 sezione del tribunale di Milano, presieduta dal consigliere Biotti, Pubblico Ministero Guicciardi, per rispondere dell’assassinio di Giuseppe Pinelli. Luigi Calabresi è difeso dall’avvocato Lener, già difensore dei poliziotti che nel luglio ’60 a Reggio Emilia mitragliarono i proletari ammazzandone 6, difensore di Felice Riva sfruttatore di operai, bancarottiere e attualmente turista nel Libano, e ancora difensore del fascista Guareschi e dell’ammiraglio (ugualmente fascista) Trizzino.

Lotta Continua 1 ottobre 1970 Pinelli, un rivoluzionario.

27 settembre 2012

 

Lotta Continua 1 ottobre 1970 disegno Claudia Pinelli     Giuseppe Pinelli, operaio e rivoluzionario; ucciso dalla polizia come migliaia e migliaia di proletari che lo stato borghese ammazza nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche, nei cantieri. 174 proletari caduti sotto il fuoco di polizia e carabinieri dal 1947 ad oggi, 2270 operai morti ogni anno sul posto di lavoro, vittime della fatica, della nocività, della disciplina. La violenza legale, elemento irrinunciabile dello stato borghese, dello sviluppo capitalistico, del controllo sulla classe operaia, consuma i suoi crimini per sopravvivere e rafforzare il suo dominio. La lotta di classe del proletariato, autonoma rispetto agli interessi della produzione e al progetto di forzata pacificazione delle organizzazioni riformiste, provoca inevitabilmente la rappresaglia dello stato.

Le 16 vittime della strage di Milano e l’uccisione di Pinelli sono la faccia criminale dell’affannosa e disperata difesa del capitale, messo alle strette dall’offensiva proletaria. L’altra faccia è il puttanesco tentativo riformista di coinvolgere la classe operaia nella gestione del proprio sfruttamento. Giuseppe Pinelli, operaio e rivoluzionario, buttato giù da una finestra del quarto piano della questura perché aveva capito la natura del complotto di stato. Gli opportunisti, gli stupidi, i legalisti possono ignorare la cosa, scandalizzarsene, strumentalizzarla per mettersi d’accordo coi padroni e acquistare una fetta di potere. E lo fanno ampiamente e dovranno rispondere anche di questo. Chi attribuisce la morte di Pinelli al fatto che la costituzione non viene applicata, chi tace su di essa perché «estranea alla coscienza delle masse» e preferisce fare le processioni commemorative, chi aspetta che il caso Pinelli venga archiviato per esprimere la propria indignazione, ritenendo che anche questi (PCI, PSI e i loro leccaculi del M.S. della statale di Milano) non possono parlare di Pinelli, stanno dalla parte dei suoi assassini, come chi, la sera delle bombe, nelle aule dell’università Statale, imbecille più ancora che provocatore, attribuiva gli attentati agli anarchici, «storicamente avventuristi ed estremisti».

Tutti questi devono tacere, o commemorare i propri futuri caduti: i Berlinguer, i Novella e i Saragat. Di Pinelli possono parlare i proletari, quelli che ogni giorno combattono la loro guerra di classe e rifiutano i compromessi, le trattative, le rese. Perché Pinelli era uno di loro, e come molti di loro è stato ucciso. E’ un morto «di parte» quindi, ucciso da quelli che difendono la parte avversaria, ma non un morto di gruppo. I rivoluzionari non sono divisi in sette  Ammazzando Pinelli non è stato colpito il movimento anarchico, ma l’avanguardia rivoluzionaria del movimento di classe; ammazzando Pinelli, il potere ha tentato di dare una lezione alle migliaia e migliaia di proletari che nelle fabbriche, nella campagne, nei quartieri, nelle scuole decidono di prendere in mano il loro destino per trasformare radicalmente la loro vita, con l’unico strumento di cui dispongono: la violenza rivoluzionaria di massa, che è tutto l’opposto e la negazione della violenza vigliacca di chi mette le bombe e di chi ammazza con un volo dalla finestra. Ammazzando Pinelli hanno creduto di eliminare un «estremista», perché la sua fine fosse di avvertimento agli altri «estremisti». Ed è qui che gli assassini hanno sbagliato completamente i loro conti. Il nemico è una tigre di carta, e per giunta stupida; essendo fuori e contro le masse non ne conosce la realtà. Non sa che gli «estremisti» oggi sono milioni di uomini e di donne, sono tutti gli sfruttati che non vedono altra soluzione alla loro miseria che la lotta di classe e che esprimono la volontà e la coscienza della parte più grande e migliore degli uomini. Sopprimendo «l’estremista» Pinelli non potevano mettere a tacere l’estremismo di massa. Questo è oggi, più che mai, voluto e praticato nelle strade e nelle fabbriche; e la morte di uno di loro è stato per i proletari un elemento da aggiungere a quella somma di violenze di cui chiederanno conto ai loro sfruttatori; è stata per le masse un’occasione per la comprensione più ampia e generale della natura del sistema capitalistico e della necessità del suo abbattimento. Giuseppe Pinelli è quindi dentro questa lunga stagione di lotta degli sfruttati di tutto il mondo, col diritto che gli deriva dalla sua coerenza di rivoluzionario, dalla sua esperienza di proletario, dalla sua storia di lotte, di fatica, di sfruttamento.

«Tutti devono morire, ma non tutte le morti hanno uguale valore. Tutti gli uomini muoiono, ma la morte di alcuni ha più peso del monte Tai e la morte di altri è più leggera di una piuma. La morte di chi si sacrifica per gli interessi del popolo ha più peso del monte Tai, ma la morte di chi serve gli sfruttatori e gli oppressori è più leggera di una piuma. Dovunque c’è la lotta, c’è sacrificio e la morte è un caso comune. Ma noi abbiamo a cuore gli interessi del popolo e quindi morire per il popolo significa morire di una morte degna. Da oggi in poi chiunque di noi muoia, sia un combattente o un cuciniere purché abbia svolto un lavoro utile, sarà per noi accompagnato all’ultima dimora e commemorato».

Giuseppe Pinelli nasce a Milano nel 1928 nel quartiere di Porta Ticinese. Finite le elementari inizia a lavorare. Studia come autodidatta. Nel 1944-45 a 16 anni, partecipa alla resistenza con un gruppo di partigiani anarchici che opera a Milano. Trova lavoro nelle ferrovie come manovratore. Si sposa e ha due figlie.

Si unisce agli anarchici di Gioventù Libertaria, e negli anni successivi è tra i fondatori dei circoli Sacco e Vanzetti, Ponte della Ghisolfa e via Scaldasole. E’ militante dell’Unione Sindacale Italiana e della Crocenera Anarchica. Come tale si occupa dell’opera di difesa e assistenza dei compagni colpiti dalla repressione.

Il 12 dicembre 1969 viene fermato al circolo di via Scaldasole da Calabresi, Zagari e Panessa e portato al 4° piano della questura nell’ufficio di Calabresi. Rimarrà in questura venerdì notte, tutto il sabato, la domenica, il lunedì. Il commissario Pagnozzi dà ordine ad alcuni poliziotti di «riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione tutta la notte».

L’ultimo interrogatorio è la notte del 15 nell’ufficio di Calabresi. Intorno alla mezzanotte viene spinto giù dalla finestra, dopo che un colpo di karaté gli ha procurato una lesione bulbare.

I suoi assassini sono Marcello Guida, questore di Milano; Antonino Allegra, capo della squadra politica; il commissario aggiunto di P.S. Luigi Calabresi; il tenente dei carabinieri Sabino Lo Grano; i brigadieri Panessa, Mucilli, Caracuta e Mainardi.

Al funerale di Pinelli partecipano 3000 compagni.

Licia Pinelli: “… non si può tutti e sempre continuare a tacere”

Cari compagni,

sin dall’inizio ho seguito la vostra coraggiosa battaglia in difesa della verità e contro una repressione subdola e prepotente che a Milano, come altrove, cercava e cerca tuttora, di instaurare un nuovo fascismo, addirittura peggiore di quello precedente.

Avrei voluto da tempo esprimervi la mia solidarietà ma solo ora, in occasione del primo processo alle cause e ai responsabili della morte di Pino, ho sentito anche il «dovere» di farlo.

In Italia anche questo può costare caro (e voi lo sapete bene!) ma non si può tutti e sempre continuare a tacere.

Con stima

Licia Rognini Pinelli

Lotta Continua 6 giugno 1970 Un’amnistia per Calabresi? – Dopo l’archiviazione del caso Pinelli

27 settembre 2012

 Lotta Continua 6 giugno 1970 vignetta contro Calabresi

«È la polizia che turba l’ordine invece di mantenerlo;è nei suoi ranghi, alla questura, che s’incontrano gli assassini»

(René Viviani,antico ministro degli interni)

«Archiviano Pinelli, ammazziamo Calabresi»: è scritto sui muri di Milano, è scritto anche sulla caserma S. Ambrogio, e noi, solo per dovere di cronaca, come si dice, riportiamo la cosa. A prima vista, a noi superficiali lettori di scritte murali, questo sembrerebbe un incitamento all’omicidio di funzionario di P.S.

Quello che infastidisce è che, se qualcuno segue il suggerimento, si rischia di vedere saltare, per morte del querelante, il processo Calabresi-Lotta Continua, e la cosa in effetti ci dispiacerebbe un po’; a meno che Panessa o Muccilli o Mainardi (questo è l’ultimo arrivato) non volessero sostituirlo all’ultimo momento. Sarebbe proprio bello in questo caso; uno morto e disperso al vento (è noto che la schiatta dei Calabresi pratica da millenni l’usanza di bruciare su una pira il corpo dei congiunti morti di arma bianca) e uno esposto al ludibrio del proletariato in un’aula di tribunale.

Comunque, come era stato facilmente previsto, il caso Pinelli è stato archiviato. Avevamo scritto nel numero precedente che l’eventuale condanna di «Lotta Continua» nel processo contro Calabresi avrebbe permesso alla magistratura di concludere più dignitosamente (e con un ruffianesco riconoscimento di onestà) l’inchiesta sulla morte di Pinelli. Ci sbagliavamo per eccesso di prudenza e di accortezza: sarà, al contrario, la banditesca archiviazione che consentirà la risoluzione anche del «caso Calabresi»; e Calabresi a questo punto (ed è il secondo rischio) potrebbe anche morire dalla voglia di non farlo questo processo e accontentarsi dell’eroismo dimostrato nel presentare, a fronte alta, una querela contro il direttore di un giornale.

In ogni caso quando si tratta di magistrati e poliziotti dobbiamo sempre andare oltre nell’ipotizzarne e prevederne il comportamento criminale, senza lasciarci suggestionare da tutte le chiacchiere sulla riforma della polizia e sulla magistratura democratica. Le contraddizioni tra reazionari e progressisti, il riformismo dello stato socialdemocratico, la strategia laburista, sappiamo tutti che esistono e hanno una loro precisa rilevanza, all’interno del regime e dei suoi diversi rami, ma il loro connotato non è, come qualcuno crede, la capacità di eliminare o fare a meno degli elementi, dei settori, degli strumenti più arretrati o scopertamente reazionari; ma è viceversa la capacità del regime di integrare e armonizzare le strutture e le vocazioni fasciste in una strategia socialdemocratica. Sarebbe da sciocchi pensare che non solo questa caricatura di stato riformista, ma anche uno più raffinato e accorto (se gli daremo il tempo di farlo) possa per esempio rinunciare all’omicidio politico (o alla strage) come strumento di controllo sulle masse; è vero piuttosto che, all’interno di un progetto di riforma dello stato, altri strumenti avranno funzioni più ampie e complesse.

Questo per sgomberare il campo da ogni illusione e per non cadere nella trappola dello stupore per iniziative «non coerentemente riformiste» di individui come Caizzi; l’archiviazione del caso Pinelli non è indicativo di un «rigurgito fascista» o di «tentazioni autoritarie» (come Berlinguer e Pajetta vogliono farci credere) ma è pienamente e coerentemente una scelta socialdemocratica. E allora Caizzi può anche fregarsene di tutto e portare avanti ostinatamente la sua parte, senza concessioni né formali né sostanziali alle voglie dei progressisti e dei «democratici»: tanto più che alla resa dei conti chi utilizzerà tutto questo non sarà il cane morto della socialdemocrazia marca P.S.U. e Saragat, ma sarà proprio chi ora si straccia le vesti e grida allo scandalo e in definitiva ringrazia Caizzi perché gli permette appunto di stracciarsi le vesti e gridare allo scandalo. D’altra parte l’isterica richiesta di giustizia dell’Avanti può poco (e inganna sempre meno) di fronte al deserto dell’iniziativa anche governativa di Nenni e dei suoi inquilini. Il P.C.I. nel frattempo riporta le notizie e le testimonianze già ripetute venti volte e si lamenta perché De Martino non interviene; e, con squisita sensibilità, pare intenzionato a rinviare tutto a dopo le elezioni; così dalla scheda elettorale ora dipende non solo la dittatura del proletariato ma anche la verità su Pinelli. I nostri amici intanto continuano a farne di grosse; Caizzi per motivare l’archiviazione dell’inchiesta ha parlato di «morte del tutto accidentale»: ora anche uno sprovveduto come Guida capisce benissimo che il suicidio è una morte «volontaria» e non «accidentale» e quindi la formula usata da Caizzi equivale perlomeno ad accusare il questore e Calabresi di aver mentito; ma è qualcosa di più: è il tentativo di Caizzi di prepararsi una via d’uscita nel caso che emerga la versione (ugualmente falsa ma più suggestiva) della «caduta dalla finestra dovuta a un malore improvviso» (che è quanto Lo Grano ha deposto davanti ai suoi superiori).

A questo punto qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi e Guida per «falso ideologico in atto pubblico»; noi che, più modestamente, di questi nemici del popolo vogliamo la morte, ci accontentiamo di acquisire anche questo elemento. Ma Calabresi è invece più difficile da accontentare; sputtanato com’è dovrebbe limitarsi a giocare a boccette per il resto della sua vita o fare il vigile urbano al cordusio e invece si ostina a giocare al poliziotto tipo «Ti spacco il muso, bastardo d’un Betty Blue!». Appena Allegra lo lascia un attimo solo ne approfitta per farne una delle sue: è andato anche dal proprietario di una tipografia e l’ha minacciato, nel caso questi avesse intenzione di continuare a stampare manifesti nei quali a proposito di Pinelli più che di suicidio si tende a parlare di omicidio.

Un rischio comunque, come dicevamo, esiste: questa benedetta amnistia, tra clausole e deroghe, è per buona parte dedicata a noi (reati di stampa, diffamazione, diffamazione con facoltà di prova, diffamazione a pubblico ufficiale) e di questo non possiamo non ringraziare chi ha avuto tanta disinteressata sollecitudine nei nostri confronti; ma una cosa vogliamo dirla con molta chiarezza: questa amnistia, per quanto riguarda la nostra «diffamazione» di Calabresi, non ci interessa e non la vogliamo; a tutt’oggi appare improbabile, ma non è da escludere, che Volo d’Angelo tenti il colpaccio di fare includere all’ultimo minuto il nostro reato tra quelli amnistiabili. Guai a lui! Questo processo lo si deve fare, e questo «marine» dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole ormai ed è inutile che si dibatta «come un bufalo inferocito che corre per i quattro angoli della foresta in fiamme».

Lotta Continua 14 maggio 1970 Calabresi, sei tu l’accusato – Il processo a Lotta Continua

26 settembre 2012

Una cosa innanzitutto che potrebbe servire, se ce ne fosse bisogno, a fare maggiore chiarezza: il poliziotto Luigi Calabresi, una volta che è riuscito a raccogliere il coraggio necessario a sporgere querela contro «Lotta, Continua» per «diffamazione continuata e aggravata», sceglie come difensore l’avvocato Lener. Ora, noi sappiamo di essere stati spesso maliziosi e irriverenti nei confronti del poliziotto Calabresi, ma chi sa perché, anche se per una volta ci sforziamo di non avere pregiudizi, non riusciamo ad attribuire al caso il fatto che sia stato questo stesso avvocato a difendere nel 1960 i poliziotti, accusati di omicidio per avere mitragliato il proletariato di Reggio Emilia, lasciando sul terreno sette morti; ed è sempre il Principe Del Foro Lener che difende Felice Riva dopo che questi ha rovinato migliaia di operai, sfruttati prima, licenziati in massa dopo.

Sarà forse azzardato da parte nostra, ma ci pare proprio di individuare una certa continuità nell’operato di questo avvocato che coerentemente, dopo aver difeso gli assassini di Reggio Emilia e gli sfruttatori della Valle Susa, accorre sollecito a difendere Luigi Calabresi, detto Volo d’Angelo (Volo per gli intimi della questura).

Ora, non crediamo proprio che con i precedenti dell’avvocato e con quelli del cliente soprattutto dobbiamo andare davanti a un tribunale borghese a chiedere giustizia, né tantomeno possiamo pensare di ottenerla; ma soprattutto non crediamo che l’aula del Palazzo di Giustizia di Milano sia la sede adatta per giudicare il nostro operato.

Abbiamo scritto due mesi fa che «solo giudice è il proletariato» e oggi possiamo ripeterlo con la stessa convinzione; è la lotta di classe, sono le masse proletarie la nostra unica legalità; la «loro legalità», l’insieme delle leggi dello stato borghese e dei capitalisti, ci riguarda solo perché nel corso della lotta di classe ne subiamo le conseguenze; ma non crediamo assolutamente che dobbiamo appellarci ad una interpretazione democratica delle leggi o della Costituzione per difenderci; queste sono le armi della borghesia che il proletariato può solo distruggere, non utilizzare; le nostre armi sono altre, più difficili, più faticose, più pericolose, ma infinitamente più efficaci; è l’organizzazione della forza e dell’autonomia del proletariato, che farà giustizia di tutti i suoi nemici.

E ìl proletariato ha già espresso il suo giudizio nei confronti di questa storia e ha condannato senza appello chi ha messo le bombe di piazza Fontana, chi ha ucciso Pinelli, proletario e compagno, che tiene degli innocenti in galera.

Comunque Calabresi ci ha querelato per diffamazione, dicono i giornali; ora, delle due una, o l’abbiamo diffamato perché abbiamo scritto che «ha la mascella aggressiva» oppure perché abbiamo scritto che ha «suicidato» Pinelli; i giornali non lo specificano, la querela non è stata ancora depositata e quindi ogni illazione è possibile: per esempio potrebbe anche riferirsi al fatto di aver scritto che «Calabresi presentò al generale americano Walker i generali italiani Aloia e De Lorenzo», (a questo proposito, se interessa a qualcuno, potremmo aggiungere che l’incontro Walker-De Lorenzo avvenne a Roma nel pomeriggio del l° aprile del ’69, nell’appartamento di De Lorenzo in via di villa Sacchetti 15); comunque per le poche notizie che abbiamo e soprattutto per la conoscenza non superficiale del Calabresi possiamo arguire che il Nostro si sia risentito soprattutto per le accuse di omicidio.

E di questo ci stupiamo un po’: 1) perché lo sanno tutti che è lui; 2) perché dovrebbe denunciare incatenare, garrottare e gasare metà dei giornalisti italiani; 3) perché dovrebbe abbattere (e non è impresa da poco) 1’80 per cento dei muri di Milano dove il suo nome (Calabresi o talvolta Calabrese) è sempre accompagnato da una serie di definizioni, di cui la più tenera è «assassino».

Comunque, dicevamo, Volo d’Angelo (o Volodangelo) ci ha querelato e questo fatto lo si deve valutare politicamente; abbiamo scritto più volte il nostro giudizio politico sulla strage di Milano e ci sembra superfluo ripeterlo ora; così pure dell’assassinio di Pinelli abbiamo detto a chiare lettere che il proletariato sa chi sono i responsabili e saprà fare vendetta della sua morte; e abbiamo anche detto come fosse determinante essere in grado di rispondere alla borghesia anche su questo terreno, rifiutando e smascherando l’infame gioco delle parti e il macabro mercato delle vacche che dal 12 dicembre i settori reazionari (ben presto esclusi dal gioco) e quelli più o meno avanzati e «socialisti» (fino al PCI) hanno organizzato e gestito intorno alle squallide crisi di governo e alle puttanesche trattative di partito.

Tutto questo scandito da un continuo alternarsi di silenzi e indiscrezioni (di cui l’«Avanti» è stato il più abile manipolatore) che sono state di volta in volta promessa e minaccia nei confronti degli alleati (o avversari) troppo riottosi o troppo arditi. Quindi la completa omertà, fino alla ricostituzione del centro sinistra e poi «gli ideali dei socialisti» (come dice l’«Unità») spingono l’«Avanti» a dire che forse, probabilmente, potrebbe anche darsi, …una sfilza di punti interrogativi e … Pinelli è stato ucciso da un colpo di karaté; (ma non ditelo a nessuno mi raccomando, e non fatelo sapere in giro, altrimenti i borghesi si offendono, i proletari magari si indignano e Calabresi vi può anche denunciare). Poi in un momento di calma, quando il regime si è stabilizzato per benino e «gli ideali socialisti» sono stati soddisfatti a buon mercato con qualche dubbio discreto, la denuncia contro chi ha sempre creduto che Pinelli, Valpreda e i morti di piazza Fontana non fossero né moneta di scambio né argomento eccitante per i piccoli-borghesi, ma fossero fino in fondo elemento di chiarificazione e di lotta per il proletariato. E ancora lo dovrà essere perché è solo su questo, come abbiamo detto, che noi contiamo per la nostra difesa.

Col processo contro «Lotta Continua» Calabresi, e chi lo manovra, crede di assicurare a se stesso e alla polizia l’impunità e «l’innocenza giuridica» che permetta di archiviare l’inchiesta Pinelli con la maggiore rispettabilità e insospettabilità possibile, sgombrando il campo (almeno ufficialmente) dal dubbi che l’opinione pubblica progressista ancora nutre (e che non vede l’ora di abbandonare, a seguito di un’inchiesta democratica magari). Per noi va bene.

Ci potranno condannare forse, così come potranno archiviare «l’inchiesta Pinelli». Non è questo il punto. Andremo in tribunale per dire anche dal banco degli imputati chi sono i veri accusati, chi sono gli assassini. E saranno costretti ad ascoltarci, e non potranno far finta di niente e saranno ancora più numerosi i proletari che sapranno la verità. Vedremo allora chi è più forte, Calabresi o il proletariato.

E a questo punto anche i giornalisti democratici e i magistrati progressisti dovranno decidersi, saranno costretti a scegliere; o tirar fuori tutte le cose che sanno, oppure, come è più probabile, allinearsi docilmente (nei fatti, se non con le parole) con le forze reazionarie: come è loro tradizione e destino storico d’altra parte.

P.S.Abbiamo scritto più volte che Calabresi è un assassino; era giusto farlo, e oggi lo ripetiamo con più forza e convinzione (e non sarà una querela per diffamazione o un processo che ce lo impedirà); e questo anche se, per caso, il colpo di karaté non fosse stato lui a darlo ma, mettiamo, l’agente Muccilli; o se, per ipotesi, non fosse stato Calabresi a far scivolare (o a buttare) il corpo di Pinelli dalla finestra, ma, mettiamo Vito Panessa; è lui l’organizzatore (oltre a tutti gli altri naturalmente, sicari e mandanti) e, ancora una volta, è quindi lui l’assassino.

 Lotta Continua 14 maggio 1970 vignetta contro Calabresi