Posts Tagged ‘Marcello Guida’

17 gennaio 1970 Questura Milano su sospetti anarchico Pino Pinelli.Del Questore Marcello Guida

20 aprile 2013

(Cosa pensava il Questore di Milano – Guida – del compagno Pino Pinelli, del lavoro che questi svolgeva per Crocenera anarchica e del suo alibi. Vi sono anche le “voci” fatte circolare da provocatori prezzolati infiltrati tra gli anarchici di Milano. In sintesi un concentrato di sudiciume di Stato contro Pinelli da parte del Questore  Marcello Guida, l’ex(?) fascista che durante il ventennio fu direttore delle guardie delle carceri di Ventotene)

17 gennaio 1970 Questura Milano su sospetti anarchico Pino Pinelli Questore Guida prima

17 gennaio 1970 Questura Milano su sospetti anarchico Pino Pinelli Questore Guida

Lotta Continua 12 novembre 1970 I maiali ingrassano: col sangue – Quattro compagni uccisi

2 ottobre 2012

 Coincidenze criminali:

Il 28 ottobre, presso Lodi, un catastrofico tamponamento di camions ed auto nella nebbia bloccava per ore l’autostrada. 8 morti, 40 feriti gravi. Un massacro.

Un autocarro targato SA 135371, pilotato dai fratelli Ruggero e Serafino Aniello, ha dato inizio alla tragica serie di tamponamenti.

Lo stesso autocarro; colla stessa targa, pilotato dagli stessi fratelli, lo stesso giorno di un mese prima, il 28 settembre, causava la morte, per violento tamponamento, di 4 giovani. Questa volta non c’era nebbia. C’era solo buio.

Vediamo chi sono questi quattro giovani: sono quattro anarchici. Tra essi, Giovanni Aricò e Angelo Casile, di Reggio Calabria. Tutti e due, erano importanti testi a discarico di Pietro Valpreda. Tutti e due erano stati interrogati da Ernesto Cudillo, giudice istruttore del «processo Valpreda». Ma non avevano solo testimoniato a favore degli imputati. Uno di loro, Casile, aveva fatto di più: aveva riferito del tentativo fatto nell’estate del ’68, da parte di alcuni fascisti di Ordine Nuovo, di costituire un circolo pseudo-anarchico a Reggio Calabria, col nome, guarda caso, di «XXII Marzo». (Stessa tecnica seguita dai sicari fascisti romani, stesso nome del circolo).

In più, i due compagni anarchici avevano iniziato un’indagine seria e sistematica sulle attività del Fronte Nazionale (fascista) di Junio Valerio Borghese in Calabria e sul ruolo svolto da costoro nei moti reggini.

Guarda caso, l’incidente mortale avviene al Km. 58 dell’ Autostrada del Sole, fra Anagni e Ferentino, nei pressi della tenuta del «principe» Junio Valerio Borghese.

Guarda caso, nello stesso tratto morì in modo analogo, nel febbraio 1963, la moglie dello stesso Valerio Borghese.

Stesso camion stesso posto, stessa tecnica vigliacca e criminale, stessi nomi.

E, incredibile, il silenzio interessato di tutti.

Il primo comunicato pubblico, stampato, che denuncia il proseguire allucinante e spietato della «strage di stato» appare il 1 novembre, su «BCD», il «Bollettino di Controinformazione Democratica» a cura del comitato dei giornalisti per la libertà di stampa e per la lotta contro la repressione.

E’ la stessa criminalità borghese e fascista a chiarire in modo sempre più visibile a tutti – ed in modo sempre più sanguinoso – il «caso» Pinelli e il «caso» Valpreda.

Siamo convinti di essere solo all’inizio di una strage premeditata, che liquida brutalmente, ricorrendo a tutti i mezzi, chiunque CONVINTO ORMAI CHE LA DEMOCRAZIA BORGHESE, LA SUA POLIZIA, LA SUA MAGISTRATURA E TUTTO QUELLO CHE CI STA SOTTO, SOPRA E A FIANCO SIA SOLO PIÙ UNA MACCHINA SANGUINARIA AL SERVIZIO DEL PROFITTO CAPITALISTA E DEL DOMINIO BARBARO DELL’UOMO SULL’UOMO, chiunque cerchi colle proprie forze, più o meno organizzato che sia, di «vederci chiaro», individuare i colpevoli, e fare giustizia.

Ai babbei che credono ancora che si tratti di gettare i frutti marci e avvelenati ma di conservare l’albero della società capitalista, ai babbei che si indignano che in un regime costituzionale e parlamentare (con tanto di «forte opposizione di sinistra») possano succedere cose come queste, ai babbei che rimarranno a contare, sempre più stravolti, la lunga fila di assassini politici (che sono sempre esistiti ma mai in modo così programmato, intensivo, e coinvolgente il cuore centrale stesso dell’apparato di governo del paese) a tutti questi babbei e a chi ha ormai deciso di usare tutti i mezzi pur di conservare il suo lurido dominio, noi diciamo che non staremo più inerti a contare i nostri morti, quelli innocenti di Piazza Fontana, il compagno Pino Pinelli, i compagni Giovanni Aricò, Angelo Casile, la compagna tedesca morta assassinata con loro, Annalise Borth… e tutti quelli che li hanno preceduti, e quelli che tenteranno di far seguire.

FARE GIUSTIZIA PROLETARIA E’ L’UNICO MODO PER IMPEDIRE CHE LA GIUSTIZIA BORGHESE, SMASCHERATA, ELIMINI PER SEMPRE DAL CUORE DI TUTTI, NON SOLO LA PRATICA, MA PERFINO L’IDEA DELLA STESSA NECESSITA’ DELLA GIUSTIZIA TERRENA.

Trasferimenti e promozioni: Guida, Lo Grano, Calabresi…

Lo abbiamo sempre detto, e fin dall’inizio. Che la «strage di stato» di Piazza Fontana, che l’assassinio politico del compagno Pinelli erano tutt’uno con la lotta più generale di tutto il proletariato. Uno scontro di classe contro classe che coinvolgeva tutto e tutti. Che univa ciò che era sparso e chiariva ciò che era ancora oscuro. C’erano dentro non solo i poliziotti criminali della Questura di Milano, ma anche il loro questore, il capo della Polizia, il Ministro degli Interni, il presidente, i padroni grossi, i poliziotti «in borghese», i fascisti, e anche i cosiddetti «democratici», i riformisti, gli opportunisti di tutte le specie. Un grosso ruolo poi lo giocava (e lo gioca) la magistratura (non solo Occorsio e Cudillo, che certo sono più sporchi di altri).

Abbiamo sempre detto che il «caso Pinelli» ci dava una visione chiara di come agisce tutto un sistema di merda, una volta che sta traballando sotto la spinta del proletariato in lotta. Abbiamo detto : è tutto chiaro. Per i proletari: che hanno già emesso il loro giudizio e il loro verdetto (scrivendolo sui muri, gridandolo nelle manifestazioni, esprimendolo nelle assemblee popolari: «Calabresi assassino», «le bombe le ha messe Saragat»). Per i padroni e i loro servi: che continuano nel loro gioco criminale processando i rivoluzionari, portando avanti nuovi piani bastardi e provocatori, difendendo ed esaltando i loro complici, i loro sicari, i loro sgherri.

Infatti, mentre il processo «Lotta continua-Calabresi» è ancora in corso, quasi a dimostrare anche ai più babbei che per loro tutto è già deciso fin dall’inizio, il sistema (e ci stanno dentro ancora una volta tutti, salvo quelli che lottano per abbatterlo) prosegue nella sua opera di promozioni e redistribuzioni dei suoi sicari.

Dopo aver promosso a capitano (da tenente che era) e trasferito il Lo Grano Sabino, carabiniere; dopo aver promosso ad incarichi ministeriali e trasferito il fascista, ex-secondino, questore Guida; hanno trasferito (a Pescara, per la precisione) e promosso a commissario (da commissario aggiunto che era) l’assassino Calabresi Luigi, agente della CIA; non è finita: nel quadro di promozioni-trasferimenti pare che il prossimo sia Allegra Antonino, capo dell’ufficio politico della questura di Milano.

Li spostino pure. Il proletariato è dappertutto. E dappertutto ha bisogno di farsi giustizia.

Riportiamo integralmente da ‘BCD’ (Bollettino di Controinformazione Democratica, anno I, numero 4), tre articoli di ‘Cronaca Italiana’ particolarmente interessanti.

Milano: occhio ai provocatori

In coincidenza con la ripresa delle lotte operaie, un’organizzazione di estrema destra si proporrebbe di montare in una grande azienda milanese (la Sit-Siemens o la Pirelli) una sanguinosa provocazione, capace di muovere a sdegno l’opinione pubblica. L’azione dovrebbe coinvolgere uno dei gruppi meno vigilanti della sinistra extra-parlamentare, ovviamente per far ricadere su di esso la responsabilità dei fatti. Questo gruppo è da tempo tenuto sotto osservazione da alcuni «investigatori privati», che hanno lo scopo di raccogliere elementi di ambiguità e di sospetto tali da avvalorare, poi, le più gravi accuse, E’ la stessa tecnica sperimentata, con successo, ai danni degli anarchici romani e milanesi nelle settimane che precedettero gli attentati del dicembre 1969.

L’Alfa Romeo strizza l’occhio ai Colonnelli

Il dottor. Vincenzo Moro, direttore commerciale dell’Alfa Romeo, sta compiendo una serie di viaggi in Grecia per mettere a punto con i tecnici locali il progetto per la costruzione in quel Paese di uno stabilimento di montaggio di autovetture della casa automobilistica milanese. Un’iniziativa come un’altra per sostenere la precaria economia dei colonnelli e che, oltre tutto, consente all’industria di stato di allargare il suo giro d’affari senza contrastare in patria il predominio della FIAT, già sdegnata dall’ «intromissione» dell’Alfa-Sud. L’Alfa Romeo ha inoltre acquistato in Brasile il 75 % della Fabbrica Nacional de Motores, proprietà statale, versando 15 miliardi di lire. L’Alfa ha accettato di tenere a Milano corsi di specializzazione per giovani diplomati brasiliani, i quali hanno dovuto firmare un contratto capestro, che prevede fra l’altro il pagamento di una forte penale nel caso in cui decidessero di non rientrare in Brasile. Inoltre, da almeno un anno, la casa milanese ha creato in Lussemburgo una finanziaria, l’Alfa Romeo lnternational, trasferendole la partecipazione azionaria di tutte le filiali estere Alfa Romeo e operando, di conseguenza, al di fuori della legislazione fiscale italiana.

Concentrati a Palermo i mazzieri missini

Forti raggruppamenti di fascisti, volontari e mercenari, che dalla Sicilia si erano trasferiti a Reggio Calabria per strumentalizzare la protesta popolare in fraterno accordo con i notabili della destra governativa e del PLI, hanno riattraversato lo stretto accompagnati dai mazzieri professionisti provenienti anche da altre regioni, in previsione dei disordini che si vanno preparando nell’isola. Fallito per ora l’esperimento eversivo nel «triangolo industriale» del Nord, si ritenta nel Trentino e nel profondo Sud dove l’indebolimento della sinistra tradizionale, la cronica depressione economica e la scarsa consistenza organizzativa delle masse lasciano disponibili all’avventura vasti strati di sottoproletariato e persino molti proletari diseducati. Anche alcune squadracce milanesi hanno ridotto i loro «effettivi» per inviare rinforzi ai camerati meridionali, mentre Valerio Borghese in persona ha compiuto alcuni viaggi in Sicilia per annodare i fili della sua rete di alleanze.

Lotta Continua 1 ottobre 1970 Pinelli, un rivoluzionario.

27 settembre 2012

 

Lotta Continua 1 ottobre 1970 disegno Claudia Pinelli     Giuseppe Pinelli, operaio e rivoluzionario; ucciso dalla polizia come migliaia e migliaia di proletari che lo stato borghese ammazza nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche, nei cantieri. 174 proletari caduti sotto il fuoco di polizia e carabinieri dal 1947 ad oggi, 2270 operai morti ogni anno sul posto di lavoro, vittime della fatica, della nocività, della disciplina. La violenza legale, elemento irrinunciabile dello stato borghese, dello sviluppo capitalistico, del controllo sulla classe operaia, consuma i suoi crimini per sopravvivere e rafforzare il suo dominio. La lotta di classe del proletariato, autonoma rispetto agli interessi della produzione e al progetto di forzata pacificazione delle organizzazioni riformiste, provoca inevitabilmente la rappresaglia dello stato.

Le 16 vittime della strage di Milano e l’uccisione di Pinelli sono la faccia criminale dell’affannosa e disperata difesa del capitale, messo alle strette dall’offensiva proletaria. L’altra faccia è il puttanesco tentativo riformista di coinvolgere la classe operaia nella gestione del proprio sfruttamento. Giuseppe Pinelli, operaio e rivoluzionario, buttato giù da una finestra del quarto piano della questura perché aveva capito la natura del complotto di stato. Gli opportunisti, gli stupidi, i legalisti possono ignorare la cosa, scandalizzarsene, strumentalizzarla per mettersi d’accordo coi padroni e acquistare una fetta di potere. E lo fanno ampiamente e dovranno rispondere anche di questo. Chi attribuisce la morte di Pinelli al fatto che la costituzione non viene applicata, chi tace su di essa perché «estranea alla coscienza delle masse» e preferisce fare le processioni commemorative, chi aspetta che il caso Pinelli venga archiviato per esprimere la propria indignazione, ritenendo che anche questi (PCI, PSI e i loro leccaculi del M.S. della statale di Milano) non possono parlare di Pinelli, stanno dalla parte dei suoi assassini, come chi, la sera delle bombe, nelle aule dell’università Statale, imbecille più ancora che provocatore, attribuiva gli attentati agli anarchici, «storicamente avventuristi ed estremisti».

Tutti questi devono tacere, o commemorare i propri futuri caduti: i Berlinguer, i Novella e i Saragat. Di Pinelli possono parlare i proletari, quelli che ogni giorno combattono la loro guerra di classe e rifiutano i compromessi, le trattative, le rese. Perché Pinelli era uno di loro, e come molti di loro è stato ucciso. E’ un morto «di parte» quindi, ucciso da quelli che difendono la parte avversaria, ma non un morto di gruppo. I rivoluzionari non sono divisi in sette  Ammazzando Pinelli non è stato colpito il movimento anarchico, ma l’avanguardia rivoluzionaria del movimento di classe; ammazzando Pinelli, il potere ha tentato di dare una lezione alle migliaia e migliaia di proletari che nelle fabbriche, nella campagne, nei quartieri, nelle scuole decidono di prendere in mano il loro destino per trasformare radicalmente la loro vita, con l’unico strumento di cui dispongono: la violenza rivoluzionaria di massa, che è tutto l’opposto e la negazione della violenza vigliacca di chi mette le bombe e di chi ammazza con un volo dalla finestra. Ammazzando Pinelli hanno creduto di eliminare un «estremista», perché la sua fine fosse di avvertimento agli altri «estremisti». Ed è qui che gli assassini hanno sbagliato completamente i loro conti. Il nemico è una tigre di carta, e per giunta stupida; essendo fuori e contro le masse non ne conosce la realtà. Non sa che gli «estremisti» oggi sono milioni di uomini e di donne, sono tutti gli sfruttati che non vedono altra soluzione alla loro miseria che la lotta di classe e che esprimono la volontà e la coscienza della parte più grande e migliore degli uomini. Sopprimendo «l’estremista» Pinelli non potevano mettere a tacere l’estremismo di massa. Questo è oggi, più che mai, voluto e praticato nelle strade e nelle fabbriche; e la morte di uno di loro è stato per i proletari un elemento da aggiungere a quella somma di violenze di cui chiederanno conto ai loro sfruttatori; è stata per le masse un’occasione per la comprensione più ampia e generale della natura del sistema capitalistico e della necessità del suo abbattimento. Giuseppe Pinelli è quindi dentro questa lunga stagione di lotta degli sfruttati di tutto il mondo, col diritto che gli deriva dalla sua coerenza di rivoluzionario, dalla sua esperienza di proletario, dalla sua storia di lotte, di fatica, di sfruttamento.

«Tutti devono morire, ma non tutte le morti hanno uguale valore. Tutti gli uomini muoiono, ma la morte di alcuni ha più peso del monte Tai e la morte di altri è più leggera di una piuma. La morte di chi si sacrifica per gli interessi del popolo ha più peso del monte Tai, ma la morte di chi serve gli sfruttatori e gli oppressori è più leggera di una piuma. Dovunque c’è la lotta, c’è sacrificio e la morte è un caso comune. Ma noi abbiamo a cuore gli interessi del popolo e quindi morire per il popolo significa morire di una morte degna. Da oggi in poi chiunque di noi muoia, sia un combattente o un cuciniere purché abbia svolto un lavoro utile, sarà per noi accompagnato all’ultima dimora e commemorato».

Giuseppe Pinelli nasce a Milano nel 1928 nel quartiere di Porta Ticinese. Finite le elementari inizia a lavorare. Studia come autodidatta. Nel 1944-45 a 16 anni, partecipa alla resistenza con un gruppo di partigiani anarchici che opera a Milano. Trova lavoro nelle ferrovie come manovratore. Si sposa e ha due figlie.

Si unisce agli anarchici di Gioventù Libertaria, e negli anni successivi è tra i fondatori dei circoli Sacco e Vanzetti, Ponte della Ghisolfa e via Scaldasole. E’ militante dell’Unione Sindacale Italiana e della Crocenera Anarchica. Come tale si occupa dell’opera di difesa e assistenza dei compagni colpiti dalla repressione.

Il 12 dicembre 1969 viene fermato al circolo di via Scaldasole da Calabresi, Zagari e Panessa e portato al 4° piano della questura nell’ufficio di Calabresi. Rimarrà in questura venerdì notte, tutto il sabato, la domenica, il lunedì. Il commissario Pagnozzi dà ordine ad alcuni poliziotti di «riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione tutta la notte».

L’ultimo interrogatorio è la notte del 15 nell’ufficio di Calabresi. Intorno alla mezzanotte viene spinto giù dalla finestra, dopo che un colpo di karaté gli ha procurato una lesione bulbare.

I suoi assassini sono Marcello Guida, questore di Milano; Antonino Allegra, capo della squadra politica; il commissario aggiunto di P.S. Luigi Calabresi; il tenente dei carabinieri Sabino Lo Grano; i brigadieri Panessa, Mucilli, Caracuta e Mainardi.

Al funerale di Pinelli partecipano 3000 compagni.

Licia Pinelli: “… non si può tutti e sempre continuare a tacere”

Cari compagni,

sin dall’inizio ho seguito la vostra coraggiosa battaglia in difesa della verità e contro una repressione subdola e prepotente che a Milano, come altrove, cercava e cerca tuttora, di instaurare un nuovo fascismo, addirittura peggiore di quello precedente.

Avrei voluto da tempo esprimervi la mia solidarietà ma solo ora, in occasione del primo processo alle cause e ai responsabili della morte di Pino, ho sentito anche il «dovere» di farlo.

In Italia anche questo può costare caro (e voi lo sapete bene!) ma non si può tutti e sempre continuare a tacere.

Con stima

Licia Rognini Pinelli

Lotta Continua 6 giugno 1970 Un’amnistia per Calabresi? – Dopo l’archiviazione del caso Pinelli

27 settembre 2012

 Lotta Continua 6 giugno 1970 vignetta contro Calabresi

«È la polizia che turba l’ordine invece di mantenerlo;è nei suoi ranghi, alla questura, che s’incontrano gli assassini»

(René Viviani,antico ministro degli interni)

«Archiviano Pinelli, ammazziamo Calabresi»: è scritto sui muri di Milano, è scritto anche sulla caserma S. Ambrogio, e noi, solo per dovere di cronaca, come si dice, riportiamo la cosa. A prima vista, a noi superficiali lettori di scritte murali, questo sembrerebbe un incitamento all’omicidio di funzionario di P.S.

Quello che infastidisce è che, se qualcuno segue il suggerimento, si rischia di vedere saltare, per morte del querelante, il processo Calabresi-Lotta Continua, e la cosa in effetti ci dispiacerebbe un po’; a meno che Panessa o Muccilli o Mainardi (questo è l’ultimo arrivato) non volessero sostituirlo all’ultimo momento. Sarebbe proprio bello in questo caso; uno morto e disperso al vento (è noto che la schiatta dei Calabresi pratica da millenni l’usanza di bruciare su una pira il corpo dei congiunti morti di arma bianca) e uno esposto al ludibrio del proletariato in un’aula di tribunale.

Comunque, come era stato facilmente previsto, il caso Pinelli è stato archiviato. Avevamo scritto nel numero precedente che l’eventuale condanna di «Lotta Continua» nel processo contro Calabresi avrebbe permesso alla magistratura di concludere più dignitosamente (e con un ruffianesco riconoscimento di onestà) l’inchiesta sulla morte di Pinelli. Ci sbagliavamo per eccesso di prudenza e di accortezza: sarà, al contrario, la banditesca archiviazione che consentirà la risoluzione anche del «caso Calabresi»; e Calabresi a questo punto (ed è il secondo rischio) potrebbe anche morire dalla voglia di non farlo questo processo e accontentarsi dell’eroismo dimostrato nel presentare, a fronte alta, una querela contro il direttore di un giornale.

In ogni caso quando si tratta di magistrati e poliziotti dobbiamo sempre andare oltre nell’ipotizzarne e prevederne il comportamento criminale, senza lasciarci suggestionare da tutte le chiacchiere sulla riforma della polizia e sulla magistratura democratica. Le contraddizioni tra reazionari e progressisti, il riformismo dello stato socialdemocratico, la strategia laburista, sappiamo tutti che esistono e hanno una loro precisa rilevanza, all’interno del regime e dei suoi diversi rami, ma il loro connotato non è, come qualcuno crede, la capacità di eliminare o fare a meno degli elementi, dei settori, degli strumenti più arretrati o scopertamente reazionari; ma è viceversa la capacità del regime di integrare e armonizzare le strutture e le vocazioni fasciste in una strategia socialdemocratica. Sarebbe da sciocchi pensare che non solo questa caricatura di stato riformista, ma anche uno più raffinato e accorto (se gli daremo il tempo di farlo) possa per esempio rinunciare all’omicidio politico (o alla strage) come strumento di controllo sulle masse; è vero piuttosto che, all’interno di un progetto di riforma dello stato, altri strumenti avranno funzioni più ampie e complesse.

Questo per sgomberare il campo da ogni illusione e per non cadere nella trappola dello stupore per iniziative «non coerentemente riformiste» di individui come Caizzi; l’archiviazione del caso Pinelli non è indicativo di un «rigurgito fascista» o di «tentazioni autoritarie» (come Berlinguer e Pajetta vogliono farci credere) ma è pienamente e coerentemente una scelta socialdemocratica. E allora Caizzi può anche fregarsene di tutto e portare avanti ostinatamente la sua parte, senza concessioni né formali né sostanziali alle voglie dei progressisti e dei «democratici»: tanto più che alla resa dei conti chi utilizzerà tutto questo non sarà il cane morto della socialdemocrazia marca P.S.U. e Saragat, ma sarà proprio chi ora si straccia le vesti e grida allo scandalo e in definitiva ringrazia Caizzi perché gli permette appunto di stracciarsi le vesti e gridare allo scandalo. D’altra parte l’isterica richiesta di giustizia dell’Avanti può poco (e inganna sempre meno) di fronte al deserto dell’iniziativa anche governativa di Nenni e dei suoi inquilini. Il P.C.I. nel frattempo riporta le notizie e le testimonianze già ripetute venti volte e si lamenta perché De Martino non interviene; e, con squisita sensibilità, pare intenzionato a rinviare tutto a dopo le elezioni; così dalla scheda elettorale ora dipende non solo la dittatura del proletariato ma anche la verità su Pinelli. I nostri amici intanto continuano a farne di grosse; Caizzi per motivare l’archiviazione dell’inchiesta ha parlato di «morte del tutto accidentale»: ora anche uno sprovveduto come Guida capisce benissimo che il suicidio è una morte «volontaria» e non «accidentale» e quindi la formula usata da Caizzi equivale perlomeno ad accusare il questore e Calabresi di aver mentito; ma è qualcosa di più: è il tentativo di Caizzi di prepararsi una via d’uscita nel caso che emerga la versione (ugualmente falsa ma più suggestiva) della «caduta dalla finestra dovuta a un malore improvviso» (che è quanto Lo Grano ha deposto davanti ai suoi superiori).

A questo punto qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi e Guida per «falso ideologico in atto pubblico»; noi che, più modestamente, di questi nemici del popolo vogliamo la morte, ci accontentiamo di acquisire anche questo elemento. Ma Calabresi è invece più difficile da accontentare; sputtanato com’è dovrebbe limitarsi a giocare a boccette per il resto della sua vita o fare il vigile urbano al cordusio e invece si ostina a giocare al poliziotto tipo «Ti spacco il muso, bastardo d’un Betty Blue!». Appena Allegra lo lascia un attimo solo ne approfitta per farne una delle sue: è andato anche dal proprietario di una tipografia e l’ha minacciato, nel caso questi avesse intenzione di continuare a stampare manifesti nei quali a proposito di Pinelli più che di suicidio si tende a parlare di omicidio.

Un rischio comunque, come dicevamo, esiste: questa benedetta amnistia, tra clausole e deroghe, è per buona parte dedicata a noi (reati di stampa, diffamazione, diffamazione con facoltà di prova, diffamazione a pubblico ufficiale) e di questo non possiamo non ringraziare chi ha avuto tanta disinteressata sollecitudine nei nostri confronti; ma una cosa vogliamo dirla con molta chiarezza: questa amnistia, per quanto riguarda la nostra «diffamazione» di Calabresi, non ci interessa e non la vogliamo; a tutt’oggi appare improbabile, ma non è da escludere, che Volo d’Angelo tenti il colpaccio di fare includere all’ultimo minuto il nostro reato tra quelli amnistiabili. Guai a lui! Questo processo lo si deve fare, e questo «marine» dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole ormai ed è inutile che si dibatta «come un bufalo inferocito che corre per i quattro angoli della foresta in fiamme».

Umanità Nova 13 dicembre 2009 Piazza Fontana. Quarant’anni dopo di Francesco Mancini

9 novembre 2011
Alle 16,37 del 12 dicembre 1969 una potente bomba alla gelignite venne fatta esplodere nel salone affollato della sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano.

Il bilancio delle vittime fu di 17 morti, di cui uno deceduto successivamente, e 85 feriti.

Tra i primi ad essere fermati fu il ferroviere Giuseppe Pinelli, animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, convocato in questura poche ore dopo la strage.

Dopo tre giorni di interrogatorio non gli viene contestata alcuna imputazione, eppure non viene rilasciato; ad interrogarlo è il commissario Luigi Calabresi, il quale guida l’inchiesta sulla strage.

Intorno alla mezzanotte del 15 dicembre, Pinelli viene trovato morto nel cortile della questura, dopo essere precipitato dalla finestra della stanza dell’interrogatorio, che si trovava al quarto piano.

La versione ufficiale parla di suicidio; gli inquirenti cercarono di far credere che Pinelli si fosse tolto la vita perché coinvolto nell’attentato alla Banca nazionale dell’Agricoltura.

Secondo Antonino Allegra, commissario capo dell’ufficio politico della questura di Milano: Il Pinelli non aveva dato alcun segno di nervosismo fino all’ultimo interrogatorio, fino a quando, cioè, gli fu detto a bruciapelo: Valpreda ha parlato. Questa frase lo fece sbiancare in volto. Tuttavia egli ebbe modo di riprendersi tanto che poté essere ancora interrogato, senza la minima forma di pressione, sui propri rapporti con il noto Valpreda. La fulminea decisione del Pinelli di sottrarsi col suicidio ad ogni altro interrogatorio non può non confermare che egli fosse stato indotto a tale disperato gesto dalla preoccupazione di essere ormai smascherato e di andare incontro a vicende giudiziarie di estrema gravità.

Il questore di Milano, Marcello Guida, dichiarò: Pinelli era fortemente indiziato di concorso in strage … Il suo alibi era caduto … Di più non posso dire, si era visto perduto … È stato un gesto disperato. Una specie di autoaccusa, insomma.

Successivamente aggiunse: Eravamo in fase di contestazione e di indizi. Evidentemente a un certo punto si è trovato come incastrato. Allora è crollato psicologicamente. Non ha retto. Non è stato verbalizzato niente.

Anche il commissario Calabresi, nell’immediatezza della morte di Pinelli, dichiarò: Lo credevamo incapace di violenza, invece … è risultato implicato con persone sospette … implicazioni politiche.

Un mese dopo, in contraddizione con quanto dichiarato al pubblico ministero, Calabresi cambiò versione, pur continuando a sostenere il suicidio di Pinelli: Fummo sorpresi del gesto – disse – proprio perché non ritenevamo che la sua posizione fosse grave. Pinelli per noi continuava a essere una brava persona. Probabilmente il giorno dopo sarebbe ritornato a casa […], posso dire anche che per noi non era un teste chiave ma soltanto una persona da ascoltare.

Sempre il 15 dicembre 1969, all’interno del tribunale di Milano, era stato arrestato Pietro Valpreda, un ballerino anarchico, accusato della strage e oggetto di un riconoscimento, a dir poco pilotato, da parte del tassista Cornelio Rolandi, che ritenne di individuarlo come il passeggero da lui trasportato il pomeriggio del 12 dicembre in piazza Fontana nei pressi della Banca Nazionale dell’Agricoltura.

Si è accertato al di là di ogni dubbio, anche a seguito delle numerose sentenze giudiziarie, che polizia, servizi segreti e neofascisti erano perfettamente al corrente che Valpreda ed il minuscolo gruppo anarchico romano “22 marzo” cui egli apparteneva erano del tutto estranei alla strage.

In ultimo, al termine di un lunghissimo iter processuale, la Corte di Cassazione, in data 3.5.2005, ha confermato la sentenza impugnata della Corte d’appello di Milano del 12.3.2004, che ha individuato i mandanti della strage nei neofascisti di Ordine Nuovo Franco Freda e Giovanni Ventura:

[…] Dopo approfondito esame, infatti, delle varie acquisizioni già valorizzate dai primi giudici, anche la Corte dell’appello ha ritenuto di “dover, in definitiva, condividere l’approdo cui la Corte di assise di Milano, peraltro in termini più impliciti che espliciti, è pervenuta in ordine alla responsabilità di FREDA Franco e VENTURA Giovanni per i fatti del 12.12.1969, pur avvertendo che tale conclusione – cautamente puntualizza la sentenza impugnata – oltre a non poter provocare … effetti giuridici di sorta nei confronti di costoro, irrevocabilmente assolti dalla Corte di assise di appello di Bari, è frutto di un giudizio formulato senza poter disporre dell’intero materiale probatorio utilizzato a Catanzaro e Bari”.

[…] il giudizio circa la responsabilità di FREDA e VENTURA in ordine alla strage di Piazza Fontana, afferma la sentenza impugnata, “non può che essere uno: il complesso indiziario costituito dalle risultanze esaminate, a cominciare dall’accertamento delle responsabilità irrevocabilmente operate dalle Corti di assise di Catanzaro e Bari per finire con le dichiarazioni di Fabris, Lorenzon, Comacchio e Pan, con particolare riferimento al secondo, fornisce a tale quesito una risposta positiva”.

Negli anni è altresì emerso chiaramente, anche in sede processuale, che la strage fu commessa con l’appoggio, la copertura, la supervisione e i depistaggi dei servizi segreti italiani e statunitensi.

Per ciò che riguarda Pinelli, gli eventi successivi e le risultanze processuali hanno dimostrato che sia i dirigenti della questura di Milano sia gli altri pubblici ufficiali presenti all’interrogatorio hanno mentito dichiarando che si era suicidato e lo avevano infamato asserendone il coinvolgimento nella strage del 12 dicembre.

Quasi sei anni dopo, l’allora giudice istruttore di Milano Gerardo D’Ambrosio escluse sia il suicidio che l’omicidio, nella sentenza-ordinanza con cui il 27 ottobre 1975 prosciolse i pubblici ufficiali presenti all’interrogatorio di Pinelli dalla imputazione per l’assassinio del medesimo.

D’Ambrosio attribuì, infatti, la caduta e la successiva morte di Pinelli ad un malore attivo, che gli avrebbe fatto saltare la ringhiera di una finestra alta cm. 92, nello stesso tempo in cui sveniva.

In un’intervista del 2002 D’Ambrosio negò di aver mai usato l’espressione e la definì una leggenda; si riportano perciò, di seguito, le parole esatte utilizzate dal giudice nel testo della sentenza:

“Ciò posto è opportuno precisare che nel termine malore ricomprendiamo non solo il collasso che, com’è noto, si manifesta con la lipotimia, risoluzione del tono muscolare e pieno piegamento degli arti inferiori, ma anche l’alterazione del «centro di equilibrio» cui non segue perdita del tono muscolare e cui spesso si accompagnano movimenti attivi e scoordinati (c.d. atti di difesa)”.

Se non c’è l’espressione “malore attivo”, ci sono le parole “malore” e “movimenti attivi e scoordinati”, strettamente connesse tra loro e ciò di cui si parla e che si intende sostenere, al di là di qualunque dubbio e cavillo, se non si vuole giocare con le parole, è la tesi di un malore attivo.

Le risultanze dell’autopsia, i rilievi effettuati sulla facciata del palazzo e le dichiarazioni del testimone oculare Aldo Palumbo hanno dimostrato che Pinelli era vivo, anche se privo di sensi, al momento della precipitazione.

La ricostruzione di D’Ambrosio equivale, quindi, ad affermare che Pinelli, come nel più rocambolesco dei romanzi d’appendice, in una sorta di fiera di improbabili coincidenze di tempi e spazi, sia volato svenendo, o svenuto volando, oltre la ringhiera, senza emettere alcun grido.

In più, onde rendere più verosimile la performance acrobatica di Pinelli, che era alto circa cm. 167, D’Ambrosio ne fissa il baricentro a cm. 55 dalla sommità della testa, il che, a ben vedere, equivale a trasformarlo in una sorta di trampoliere o di fenomeno da baraccone.

Il giudice non considera affatto la possibilità che Pinelli fosse già privo di conoscenza e, quindi, non si sia tuffato né sia stato lanciato dalla finestra, ma sia stato lasciato cadere da qualcuno lungo la facciata del palazzo, sì da farlo battere contro il cornicione e la grondaia sottostanti.

Peraltro questa spiegazione si concilia sia con la testimonianza di Palumbo, che udì due altri tonfi prima della caduta finale del corpo di Pinelli, sia con quella dell’altro testimone oculare, l’anarchico Pasquale Valitutti, che si trovava nel salone dei fermati di fronte alla stanza dell’interrogatorio:

“alcuni minuti prima che Pino voli giù dalla finestra succede qualcosa di eccezionale […] qualcosa paragonabile a un trambusto, a una rissa, sembra che qualcuno stia rovesciando i mobili […] avvertii le voci, concitate, alterate”.

Lo svenimento prima della precipitazione spiegherebbe anche il fatto che la telefonata per la chiamata dell’autoambulanza sia pervenuta al centralino dei vigili urbani a mezzanotte e 58 secondi, ossia prima della caduta di Pinelli.

Infatti, il testimone oculare Palumbo fissa l’ora della precipitazione di Pinelli tra uno e quattro minuti dopo la mezzanotte, mentre gli altri giornalisti presenti la collocano tre minuti dopo mezzanotte e l’ispettore ministeriale Elvio Catenacci la fissa alle 0.04.

Invece D’Ambrosio colloca la chiamata dell’autoambulanza in un momento non esattamente precisato, ma successivo alla caduta di Pinelli, avvenuta, secondo la sua ricostruzione, tra le 23.57, ora in cui Palumbo dichiara di aver lasciato la sala stampa della questura, e la mezzanotte.

Nel fare ciò, il giudice istruttore decide di basarsi sulla testimonianza di una persona assente, il fotografo Giuseppe Colombo, che dichiara di essere partito dal garage del Corriere della Sera alle 24.00, anziché su quella dei giornalisti presenti sul luogo, che lo avvertirono dell’accaduto.

Analogamente, con una sorta di capriola logica, D’Ambrosio sostituisce la testimonianza di Valitutti con suoi arzigogoli e ragionamenti capziosi su due punti essenziali.

In primo luogo, basandosi sulle dichiarazioni degli imputati, che la legge esclude dal novero dei testimoni e, oltretutto, a giudizio dello stesso giudice istruttore, si sono dimostrati mentitori impenitenti, afferma che prima della precipitazione di Pinelli non è accaduto nulla di grave:

D’altra parte è veramente difficile sostenere e ritenere che il Valitutti, pur ammettendo che la sua attenzione fosse stata destata dai sospetti rumori sentiti (rumori che in mancanza di prova diversa devono attribuirsi, data l’ora di collocazione, alla reazione motoria, che normalmente segue al termine di uno stato di attenzione e tensione, delle numerose persone presenti nella stanza al momento in cui il dott. Calabresi terminò di dettare il verbale) dopo un quarto d’ora, non possa essersi distratto neppure per quelle poche frazioni di secondo occorrenti al commissario Calabresi per attraversare il breve tratto di corridoio che la finestra nel salone dei fermati consentiva di vedere.

Diversamente da quanto afferma D’Ambrosio, l’unica prova in suo possesso è la testimonianza di Valitutti, che dichiara che nell’ufficio di Calabresi è successo qualcosa di grave, mentre, al contrario, manca qualunque prova che non sia accaduto nulla.

L’altro aspetto per il quale il giudice opera una deformazione dei dati probatori in suo possesso riguarda la presenza di Calabresi nella stanza al momento della precipitazione:

Prima di passare all’esame delle imputazioni va subito detto che l’esperita istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non fosse nel suo ufficio al momento della precipitazione. Tutti i testimoni presenti al quarto piano dell’Ufficio Politico sono stati concordi su tale punto, ad eccezione dell’anarchico Valitutti, che si trovava nel salone dei fermati.

In realtà, il brigadiere Sarti, che è un vero testimone e non un imputato, ha dichiarato che non vide nessuno uscire dalla stanza e percorrere il corridoio, mentre ciò che dicono gli imputati presenti nella stanza non ha valore di prova.

La deposizione di Valitutti, inoltre, è particolarmente attendibile anche per il fatto che egli ha tutto l’interesse ad escludere gente dal novero dei possibili responsabili della morte di Pinelli e, quindi, escluderebbe Calabresi se non fosse sicuro della sua presenza nella stanza.

Infine, c’è un’altra circostanza, citata da Camilla Cederna nel libro Pinelli Una finestra sulla strage, atta a rafforzare la attendibilità della testimonianza di Valitutti o, quantomeno, a sconsigliarne l’affrettato accantonamento:

Secondo Allegra non ha importanza nemmeno il primo rapporto, anzi l’unico sulla morte di Pinelli, diretto alla Procura di Milano all’alba del 16 dicembre, in cui l’ora della caduta è fissata a mezzanotte e un quarto, mentre Calabresi sta procedendo all’interrogatorio. Ebbene sì, la firma è la sua, ma a scriverlo è stato un sottufficiale di cui non ricorda nemmeno il nome, e lui, guarda un po’, non ha dato peso alla stesura di un documento di tale importanza, in quanto lo considerava soltanto una letterina di accompagnamento. Accompagnamento di che cosa? Dei verbali di Pinelli e delle testimonianze sull’alibi. (Non accompagnava un bel niente, invece, perché quei documenti andarono da Caizzi con un bigliettino di Calabresi, sei righe in tutto.) Comunque lo scritto che manda a monte le tesi difensive di oggi, allora Allegra lo firmò senza leggerlo, così egli afferma, e si trattò secondo lui “di un’inesatta informativa”.

Si riporta di seguito il testo del rapporto di Allegra alla Procura di Milano del 16 dicembre 1969:

Di seguito a precedenti rapporti pari numero ed oggetto, si comunica che alle ore 0.15 di questa notte mentre il Commissario Aggiunto dott. Luigi Calabresi ed altri ufficiali di polizia giudiziaria, nelle persone dei sottufficiali di P.S. Panessa Vito, Mainardi Carlo, Mucilli Pietro e Caracuta Giuseppe, presente il Tenente dell’Arma dei Carabinieri LOGRANO Savino, procedevano, nei locali dell’Ufficio Politico, all’interrogatorio di PINELLI Giuseppe, nato a Milano il 21.10.1928 qui residente in via Preneste n. 2, ferroviere, anarchico, fortemente indiziato di concorso nel delitto di strage commesso contro la Banca Nazionale dell’Agricoltura in Milano, il medesimo, con repentino balzo, si precipitava da una finestra socchiusa nel sottostante cortile cadendo al suolo dopo aver urtato contro i rami di un albero. Immediatamente trasportato al vicino Ospedale Fatebenefratelli, veniva ricoverato con prognosi riservatissima per frattura cranica ed altro e vi decedeva alle ore 1.45.

Si fa riserva di ulteriore riferimento.

IL COMMISSARIO CAPO DI P.S.

Dr. Antonino Allegra

Francesco Mancini

Umanità Nova 22 febbraio 2009 La notte che Pinelli di Luciano Lanza

8 novembre 2011

Quarant’anni sono tanti. Eppure quel 12 dicembre 1969 pesa ancora. E altrettanto pesa quella notte del 15 dicembre nella questura di Milano. Una strage con 17 morti alla Banca nazionale dell’agricoltura e il volo da una finestra del quarto piano di Giuseppe Pinelli sono una fase cruciale nella storia di questo paese, l’Italia. E ha ragione Adriano Sofri che inizia il suo ultimo libro scrivendo: «Forse l’Italia non sarà mai un paese normale. Forse è il paese in cui tutto diventa normale».

Sì, purtroppo, tutto diventa normale e quella strage e quella morte sono due dei tanti misteri: nessuno ha messo la bomba nella banca, nessuno ha causato la morte dell’anarchico Pinelli.

Questo libro, La notte che Pinelli (Sellerio, Palermo, 2009), assume quarant’anni dopo quei fatti una valenza importante perché nella meticolosa, puntigliosa, metodica ricostruzione dei fatti si trasforma in un atto d’accusa che non lascia vie d’uscita a poliziotti (Antonino Allegra, Luigi Calabresi, Vito Panessa, Pietro Mucilli, Carlo Mainardi, Giuseppe Caracuta), carabinieri (Savino Lograno), questori (Marcello Guida), giudici (Giovanni Caizzi, Antonio Amati, Gerardo D’Ambrosio), uomini dei servizi segreti (Federico Umberto D’Amato, Elvio Catenacci).

Sia chiaro, Sofri non fa accuse generiche: mette a confronto le numerose contraddizioni in cui cadono tutti questi personaggi e quindi ne fa emergere i falsi clamorosi che però vengono ignorati o volutamente sottovalutati.

Un libro puntiglioso e per questo importante. I poliziotti che erano in quel quarto piano della questura di Milano subito dopo la caduta di Pinelli dicono cose che poi vengono modificate e poi ancora modificate. Ma nessuno ne tiene conto… nessuno di quelli che dovrebbero ricercare, per dovere istituzionale, la verità dei fatti.

Dal processo che vede Pio Baldelli, direttore responsabile di Lotta continua, querelato da Calabresi, fino alla sentenza del 1975 di D’Ambrosio assistiamo a «ipocrisie statali». Ipocrisie statali chiuse definitivamente con D’Ambrosio (oggi senatore del Partito democratico, allora vicino al Partito comunista) che sostiene: l’anarchico è caduto per un «malore attivo». Una sentenza, ricordiamo l’anno, tipica da «compromesso storico»: Pci e Dc si stavano avvicinando e non bisognava mettere in difficoltà i notabili democristiani. Una sentenza che ignora o minimizza (e Sofri ricostruisce con precisione quegli avvenimenti) una girandola di versioni che farebbe pensare a una commedia satirica degli equivoci, se non fosse per la drammaticità dei fatti.

Eppure è questa la verità processuale, la verità dello stato italiano.

«Quanto a un malore, dovrebbe essere così attivo da far compiere al corpo colpito non solo una “improvvisa alterazione del centro di equilibrio”, ma anche il gesto di spalancare l’anta socchiusa. Non è solo attivo, questo malore, è attivissimo», commenta Sofri sulla ricostruzione di D’Ambrosio sul volo di Pinelli.

Quarant’anni sono tanti. La gente dimentica. I falsi di chi è stato e sta al potere diventano delle «quasiverità». Perché siamo di fronte a cose che «gridano vendetta»: perfino quelli riconosciuti colpevoli della strage di piazza Fontana (Giovanni Ventura e Franco Freda) non possono essere condannati perché definitivamente assolti da altri tribunali.

Ma qui si apre un discorso per uscire dalla logica corrente: non ci si deve fermare alla verità processuale, dopo quarant’anni servirebbe a qualcuno e a qualcosa che due neonazisti invecchiati vadano in carcere? Servirebbe a qualcosa che un ricchissimo emigrante in Giappone venga riportato in Italia? No, non è nelle sentenze di colpevolezza dei tribunali dello stato che si ottiene la vera giustizia: è nelle sentenze fra la gente, nelle sentenze (a questo punto) storiche che si deve puntare, cioè una giustizia a misura umana. Cioè estranea alla dimensione statuale. Perché lo stato è colpevole della «strage di stato» e non si condannerà mai. E questo libro è un tassello importante per confermare questa verità.

A rivista anarchica n5 Giugno 1971 Cronache sovversive a cura della Redazione

15 ottobre 2011

La Cina è vicina

27 maggio.75 rappresentanti del padronato italiano (confindustriali, uomini d’affari, ecc.) sono stati accolti in Cina con il calore e gli onori riservati ai giocatori di ping pong ed ai capi di Stato amici. La Cina è vicina (ad Agnelli).

La disinvoltura, tutta cinese, della diplomazia maoista (alla faccia della rivoluzione permanente internazionale) si è manifestata in un’altra piccante esibizione. La Cina ha concesso, il 26 maggio, a Ceylon un prestito a lungo termine senza interesse di 10 milioni di sterline. Come i lettori ricorderanno, il governo di Ceylon ha appena finito di schiacciare sanguinosamente, con migliaia di vittime, un tentativo rivoluzionario (focolai di guerriglia resistono ancora nella giungla). Il primo ministro cinese Ciu-en-lai ha accompagnato il prestito con un messaggio al primo ministro di Ceylon, Bandaranaike, in cui si congratula per la sconfitta dei ribelli e dice testualmente: “Siamo lieti che, grazie agli sforzi di Vostra eccellenza e del governo di Ceylon, la situazione caotica, creata da un pugno di persone autodefinitesi “guevaristi” e tra le quali si erano infiltrate spie straniere, è ritornata sotto controllo. Noi concordiamo pienamente con la Vostra corretta politica di difesa della sovranità statale e di vigilanza contro le interferenze straniere”.

Rinasce il Byalag in Svezia

Stoccolma – Negli ultimi mesi si sono costituiti in molti quartieri della capitale svedese i “Byalag” che si richiamano nel nome e nella sostanza alle antiche assemblee popolari e veri organi di democrazia diretta esistenti, una volta, nei paesi scandinavi. Più precisamente il Byalag altro non era e non è che una regolare assemblea popolare in cui tutti i cittadini interessati non solo esprimono il loro parere sui problemi della vita comunitaria ma anche prendono decisioni operative senza mai delegare il potere ad alcuni uomini fissi. Il successo dell’iniziativa di stimolare la rinascita del Byalag è crescente sotto lo stimolo diretto dell’attività di vari gruppi anarchici o che comunque si rifanno alla tematica dell’autogestione e del rifiuto del potere.

Le manifestazioni come sport

Milano – Le manifestazioni di piazza sono diventate uno sfogo di repressi che liberano i propri istinti velleitari tornando a casa con la voce rauca di tanta ira, come dopo un qualsiasi incontro di calcio o altra manifestazione “sportiva”. Quindi lo Stato le autorizza e le fa proprie. Sabato 29 maggio, infatti, al centro di Milano potevano accedere solamente i partecipanti alle quattro manifestazioni regolarmente permesse dalla Questura (e con le modalità che la Questura stessa ha imposto: percorsi, orari, proibizione di armamenti e divise, ecc.), ben conscia che le forze di cui disponeva, erano comunque in grado, bene o male, di controllare ogni azione veramente rivoluzionaria. I cortei si sono mossi nelle zone della città dove erano stati preventivamente fatti fermare i mezzi pubblici e la circolazione privata, per cui le manifestazioni erano chiaramente fini a sé stesse. Dei quattro cortei, uno era fascista (formalmente “anticomunista”), gli altri antifascisti (DC, PSI, PSIUP, PCI, ACLI, Sindacati, Movimento Studentesco, UCI m.l., Lotta continua, Potere Operaio, Manifesto).

In crisi Vittoria quando carica a destra

Milano. Il questore Allitto Bonanno, seguendo il programma governativo di lotta contro “gli opposti estremismi”, ha preso misure per reprimere a Milano le azioni di violenza “da qualunque parte vengano”. Fra l’altro, Allitto Bonanno è fautore dell’impiego su scala massiccia delle forze dell’ordine disponibili, che vengono mobilitate in massa in occasioni di cortei e manifestazioni. Milano ha così celebrato un XXV Aprile e un Primo Maggio sotto stretta sorveglianza. In precedenza, il 17 aprile, la polizia era intervenuta per disperdere le squadre dei teppisti e dei missini scatenate nel centro della città dopo la revoca del permesso accordato alla seconda manifestazione della “maggioranza silenziosa” di Caradonna e De Lorenzo. Nell’occasione, ha fatto di nuovo parlare di sé il vicequestore Luigi Vittoria, già braccio destro di Marcello Guida, il questore che faceva caricare senza preavviso i cortei contro la repressione. Vittoria, indicato anche dalla stampa come uno dei responsabili degli incidenti del 12 dicembre scorso, nei quali fu ucciso lo studente Saltarelli, è sempre stato abituato a “reprimere” da una parte sola, naturalmente quella dei “rossi” e degli studenti. Gli stessi funzionari che lavorano al suo fianco lo dipingono come un uomo “spompato” e “con i nervi a pezzi”. Stranamente, il 17 aprile Vittoria ha improvvisamente ritrovato un super-controllo, è stato preso da una sorta di crisi di coscienza e ha lungamente esitato prima di ordinare le cariche contro quei “ragazzi” con il tricolore. Un’esitazione che ha rasentato i limiti dell’insubordinazione: e proprio di insubordinazione si è esplicitamente parlato in questura, riferendosi a questo caso. Ma Vittoria, per quanto “spompato” e per quanto sia stato protagonista di un’altra nera giornata della polizia, quella del 19 novembre 1969, in cui morì l’agente Annarumma, continua ad essere vice-questore di Milano, e a cingere la fascia tricolore quando vuole.

Resistenza e pubblicità

Torino. Per coincidenza forse curiosa, di certo involontaria, l’Unità del 25 aprile è uscita ospitando, fra l’altro, una pagina pubblicitaria della Montecatini-Edison intitolata “Una società a misura d’uomo”. Anche più singolare un’altra pubblicità, ospitata da La Stampa di Torino, riguardante il settimanale fascista Il Borghese. Quest’ultima non è passata liscia: i redattori della Stampa hanno chiesto che, il giorno dopo, il quotidiano precisasse, in un neretto di prima pagina, la fedeltà della redazione all’antifascismo. Un’assicurazione in questo senso è stata ottenuta dopo alcune ore di discussione, per le quali il quotidiano della FIAT ha perduto parecchie migliaia di copie.

Fascisti a Vercelli

“Se ci tieni alla pelle, ritirati dalla politica…”. Accompagnando l’intimidazione con una pistola puntata, due fascisti hanno fermato il compagno Diego Fassione in corso Libertà (la via principale di Vercelli), la mattina del 20 maggio, in piena folla. Questo episodio è indicativo dell’atmosfera di sistematica ed organizzata violenza fascista che regna da qualche tempo a Vercelli.

Alcuni fascisti scorazzano tutto il giorno per le vie della città in motocicletta. Quando identificano qualche giovane della sinistra extra parlamentare, lo aggrediscono a colpi di catena o di spranga. Quando hanno bisogno d’aiuto telefonano alla sede del MSI dove sono sempre pronti dieci-quindici picchiatori professionisti che si precipitano a dar loro man forte. Fra i fascisti presenti ai pestaggi si sono distinti i fratelli Malinverni, Busnengo, Coldesina e Borrini.

Il 19 maggio sono stati aggrediti nella piazza centrale della città (p.zza Cavour) i giovani anarchici D. Gaviglio e D. Fassione. Il giorno successivo è la volta di un giovane psiuppino, G.F. Jacassi, che è stato ricoverato in ospedale con un bicipite maciullato da un colpo di catena. Tutto questo di giorno e in pieno centro. La polizia (per questo) è inesistente. Il PCI anche. Gli anarchici e gli altri giovani della sinistra extraparlamentare si stanno comunque organizzando in squadre di difesa per rompere l’atmosfera di pesante intimidazione fascista che grava sulla città e mantenere quello spazio politico di manovra che le “autorità repubblicane” ed i partiti “democratici” non sono in grado di (o non vogliono) conservare. La sera stessa dell’aggressione a Jacassi, una trentina di giovani partivano alla ricerca dei fascisti. Il bar Cavour, noto covo di picchiatori, calava prontamente le saracinesche per difendere i suoi avventori missini. Tavolini e sedie venivano sfasciati dai giovani nel non riuscito tentativo di penetrare nel locale. La polizia, questa volta, è stata assai pronta ad intervenire ed a fermare una ventina di antifascisti.

Assolto Mahler (che però rimane in carcere), condannate Schubert e Goergens

Berlino Ovest – Si è concluso in modo vergognoso il processo ai “Tupamaros” Mahler, Schubert e Goergens, accusati di complicità nell’evasione di Andreas Baader (cfr. sul n. 4 di “A” – “Azione politica o criminalità?”). Durante il processo tutte le montature sono miseramente crollate mettendo a nudo le manovre della polizia. Prima della sentenza, contro il Mahler (che è stato assolto grazie anche alla sua fama di brillante avvocato) è stato emesso un mandato di cattura per complicità nell’assalto di banche insieme al Baader. Ingrid Schubert ed Irene Goergens sono state condannate rispettivamente a sei e a quattro anni. La sentenza ha destato molto scalpore ed il pubblico presente in aula, tra cui numerosi anarchici con bandiere rosso-nere si è rifiutato di uscire dall’aula; la polizia è intervenuta con la forza. Anche in Germania la giustizia dei padroni è impegnata a ratificare e a sanzionare giuridicamente la repressione poliziesca contro gli “opposti estremismi” cioè in pratica contro la sinistra extraparlamentare.

Svezia – Aumentano i disertori U.S.A.

Un rapporto pubblicato dalla polizia svedese indica che 600 disertori americani hanno ottenuto un’autorizzazione di soggiorno in Svezia dal 1968 al 1970. Un centinaio di altri sarebbero tornati in U.S.A. rischiando di subirvi il carcere. Una ventina, infine, si sarebbe rifugiato in Canada.

Trieste: quarta denuncia per antimilitarismo

Il 25 maggio un compagno anarchico che distribuiva un volantino antimilitarista firmato dal Gruppo Libertario, dal Collettivo del M.P.L. e da Lotta Continua veniva fermato dai carabinieri di fronte al Cantiere Navalgiuliano di Muggia. I militari della Benemerita chiedevano il nome al compagno, gli sequestravano (illegalmente) i volantini e lo “invitavano” (oralmente) a presentarsi alla Tenenza di Muggia (Trieste). Qui lo interrogavano per più di due ore e poi lo denunciavano in base all’art. 290 del codice penale fascista (vilipendio delle Forze Armate). Le frasi incriminate del volantino sono le seguenti:

“L’ESERCITO FA PARTE DI UNA SOCIETÀ REPRESSIVA IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI (scuole, fabbriche, magistratura, chiesa) il cui compito è quello di produrre individui “rassegnati ad obbedire tutta la vita”, delegando ogni responsabilità e decisione a pochi “padroni del gregge”. Tali individui non pensano neppure di poter influire sulla vita sociale con il loro attivo e personale contributo, ma sono rassegnati ad essere le vittime e gli strumenti nelle mani di pochi sfruttatori.

La gerarchia, la disciplina e l’uniformità rigida ai comandi, caratteristiche essenziali dell’esercito, rendono indispensabili le repressioni di qualsiasi idea critica. In conformità a ciò l’esercito può mantenersi in vita soltanto condizionando le altre strutture sociali, assicurandosi i mezzi di finanziamento e “creando una ideologia” (difesa dell’ordine e degli “interessi superiori della Patria”) che ne giustifichi l’esistenza.

“L’obbedienza pronta, rispettosa ed assoluta che si impone nell’esercito, può giustificare ogni crimine (ieri i campi di sterminio nazisti, oggi i crimini americani nel Vietnam). Scopo di questa obbedienza è quello di aver sempre sottomano una massa di manovra che, al momento opportuno può essere impiegata a fianco della polizia e carabinieri in azioni di repressione interna e di crumiraggio (durante gli scioperi nei trasporti, poste, telecomunicazioni, ecc.)”.

È questa la quarta denuncia per antimilitarismo che colpisce i compagni di Trieste dopo tre perquisizioni. Un mese fa veniva concluso il processo a diversi compagni di Gorizia condannati a vari mesi per aver distribuito un volantino sullo Stato fuorilegge e sul rifiuto del servizio militare.

Lotte alla FIAT di Bari

Da sei mesi l’impero FIAT di Agnelli ha messo radici anche a Bari con uno stabilimento di duemila operai.

Insieme alla FIAT Agnelli ha paracadutato a Bari anche i suoi sindacalisti del SIDA.

A Bari, come in tutti gli stabilimenti FIAT d’Italia, sono iniziate le lotte sulla, sia pure timida, piattaforma sindacale che ha come obiettivi: l’abolizione del cottimo, la diminuzione delle categorie da 5 a 2, l’abolizione del turno di notte e l’aumento di un quarto d’ora dell’orario di mensa (piattaforma che poi i sindacati al tavolo delle trattative con Agnelli si sono rimangiata a poco a poco per non dare troppo fastidio al padrone).

Agnelli ha scatenato la repressione in tutte le sue fabbriche, tramite i fascisti, la polizia, la magistratura, i crumiri, i lecchini e sindacalisti comprati, per fermare le lotte operaie con i licenziamenti, pestaggi davanti ai cancelli, le intimidazioni, le denunce, e gli arresti.

A Torino Agnelli ha licenziato, dopo i tre operai cacciati il 10 maggio, altri 7 operai rivoluzionari, a Roma Agnelli ha fatto picchiare ed arrestare dai fascisti e dalla polizia operai e studenti che stavano facendo i picchetti per lo sciopero davanti ai cancelli d’entrata.

Anche a Bari i crumiri e i lecchini di Agnelli hanno cercato con le provocazioni e con la violenza di sabotare lo sciopero di venerdì 21 maggio. Davanti ai cancelli della fabbrica durante il picchettaggio fatto da operai FIAT, compagni anarchici, e altri gruppi marxisti, i guardiani e i crumiri hanno cercato di rompere il picchetto per fare entrare tutti usando come metodi persuasivi le mazze, le chiavi inglesi, le catene di ferro e i pugni.

Risultato: quattro operai sanguinanti e svenuti all’ospedale e altri compagni feriti.

LO SCIOPERO È RIUSCITO LO STESSO!…

LA REPRESSIONE NON FERMA LE LOTTE DEGLI OPERAI CONTRO LO SFRUTTAMENTO.

Gruppo Anarchico di Bari

I veri sciacalli di Genova

Genova 22 maggio – La tragica vicenda di Milena Sutter ha fornito il pretesto per “spontanee manifestazioni popolari” in favore del ristabilimento della pena di morte. Come già sottolineato sul primo numero della nostra rivista (cfr. “Torino come Chicago”), l’aumento della criminalità, e particolarmente quella a sfondo sessuale, è utilizzato dalla stampa di regime e ancor più spudoratamente da quella fascista, a scopi repressivi, per chiedere maggiore potere per il governo e per la polizia. I maniaci sessuali sono frutto di questa società e la loro perversione non ci fa più paura della libidine di linciaggio degli onesti cittadini.

Chi finanzia a Milano la “maggioranza silenziosa”

Milano. La seconda sfilata della “maggioranza silenziosa”, quella che poi non si è fatta sabato 17 aprile, era stata finanziata con una ventina di milioni provenienti in massima parte dagli industriali Carlo Pesenti (Italcementi) e Giovanni Borghi (Ignis), dal senatore fascista Gastone Nencioni, tesoriere del M.S.I., dall’industriale farmaceutico Guido Bracco, dalla famiglia Isolabella, dall’avvocato Luigi Degli Occhi di “Nuova Repubblica”, dall’avvocato Bruno Jovene, dal notaio Ernesto Fermi, dall’ingegner Giuseppe Biagi e inoltre dal commerciante Piero Bicchi, dall’industriale Ennio Vedani, dal commercialista socialdemocratico Michele Gambitto, dal dirigente dell'”Unione Monarchica Italiana” Guido Pasqualino di Marineo e dalla contessina Elena Manzoni di Chiosca. Questi ultimi sono i fondatori e organizzatori del circolo Ian Palach di via Porta Nuova divenuto sede del “Comitato Anticomunista”. Tra i giornalisti, hanno propagandato l’iniziativa soprattutto Nino Nutrizio direttore della Notte, Vittorio Reali e Bruno Borlandi dello stesso giornale, Edilio Rusconi editore e direttore di Gente, Paolo Occhipinti direttore di Novella 2000, Renato Olivieri direttore di Arianna, Gualtiero Zanetti direttore della Gazzetta dello sport. Tra i politici, hanno aderito e molto probabilmente contribuito finanziariamente i socialdemocratici Vittorio D’Ajello e Italo De Feo, i democristiani De Carolis, Migliori e Melzi d’Eril, il liberale Vitaliano Peduzzi e il missino avvocato Benito Bollati.

Gli amici di Saragat

La “gita sociale” dei veterani fascisti della guerra di Spagna si è conclusa in modo tragico. Nel ripercorrere i luoghi in cui i fascisti spagnoli ed italiani più di trent’anni fa commisero ogni sorta di delitti contro i contadini, gli operai ed i minatori e asturiani, il pullmann che li trasportava, per un guasto, è finito in un burrone. A questi mercenari, al soldo di Franco, caudillo di Spagna per volontà di dio, Hitler e Mussolini, non sono mancate le condoglianze del presidente Saragat, sempre puntuale all’appuntamento con i fascisti.

La “liberalizzazione” dei colonnelli

Forte dell’appoggio che riceve dalle “democrazie” occidentali e dagli U.S.A., il regime di Atene, sentendosi sufficientemente solido, ha deciso da aprile di chiudere i campi di detenzione. Secondo gli ambienti governativi resteranno 500 prigionieri politici nelle celle greche.

Queste misure di “pseudo-liberalizzazione” hanno permesso a Manolis Glezos, anziano deputato dell’estrema sinistra (che aveva strappato la bandiera nazista dall’Acropoli durante l’occupazione tedesca) di beneficiare d’una “libertà provvisoria” di 20 giorni.

Sempre più sanguinosa la repressione in Brasile

Rio De Janeiro. La farsa macabra della dittatura militare brasiliana continua. L’ultima tragica notizia riguarda la morte del giovane Devanir José de Carvalho, uno dei capi del MRT (Movimento Rivoluzionario Tirandentes) che, secondo un comunicato ufficiale, sarebbe morto durante uno scontro con la polizia il 5 aprile 1971. Il comunicato fu diramato il 13 aprile perché ormai la notizia, pubblicata anche in Italia, era arrivata alle agenzie internazionali di stampa. In realtà Devanir de Carvalho fu arrestato dalla polizia politica e trasportato in una località nei pressi di San Paolo dove il famigerato “squadrone della morte” ha installato una specie di campo di concentramento con tutte le apparecchiature più moderne per torturare le vittime, quindi assassinarle e seppellirle, come è capitato a otto giovani rivoluzionari, catturati il 31 marzo: cinque sono stati presi mentre tentavano di porre una bomba nella caserma del Cambucì, due all’aeroporto di Congonhas e un altro nelle vicinanze della caserma del parco Dom Pedro Secondo. La prassi dell'”eliminazione sommaria e silenziosa” che si trasforma, giorni o settimane dopo nei comunicati ufficiali, in “morte durante uno scontro con le forze dell’ordine”, è ormai diventata sistematica. In questo modo sono stati assassinati, tra gli altri:

ANISIO TEIXERA, settantenne, educatore di fama internazionale, arrestato e morto sotto tortura nella villa Militare di Rio de Janeiro. Sette giorni dopo, quando la notizia della sua misteriosa scomparsa si era diffusa per tutto il Paese, provocando proteste da ogni parte, il suo cadavere fu trovato sotto l’ascensore della casa del professor Boarque dov’era atteso il giorno della scomparsa. Nessuno seppe spiegare a) come mai, con i 40° di calore dell’estate di Rio, nessuno avesse avvertito per sette giorni il fetore del cadavere; b) perché le sue scarpe erano state trovate tra le corde dell’ascensore.

ADERVAL ALVES COQUIERO, operaio di 26 anni, rilasciato nel giugno 1970 in cambio della liberazione dell’ambasciatore tedesco, di nuovo arrestato, barbaramente torturato e poi “ucciso in uno scontro a fuoco”. Il cadavere fu mostrato ai fotografi e ai giornalisti dopo essere stato sottoposto a un laborioso “maquillage” per nascondere i segni delle sevizie.

NORBERTO NERINGH, professore dell’Università di San Paolo, torturato e assassinato in carcere e poi trasportato in una camera dell’albergo di San Paolo (dove qualche giorno prima un tossicomane s’era tolto la vita). Diagnosi ufficiale; suicida perché stanco di vivere in clandestinità.

EDUARDO LEITE detto Bacurì, ingegnere, dirigente dell’ALN (Açao Libertadora Nacional), trovato morto per strada mutilato degli occhi, di un orecchio, degli organi genitali e con le unghie strappate. Arrestato nel luglio 1970, sottoposto a torture. Il 24 ottobre, il giorno dopo l’assassinio del giornalista Joaquim Camara Ferreira, i giornali pubblicano la notizia della sua fuga, mentre si trova paralizzato in una cella del DEOPS di San Paolo dove sono rinchiusi altri 70 prigionieri politici. La notte del 27 ottobre viene prelevato dalla cella, e non si hanno più notizie fino all’8 dicembre quando la radio comunica che è stato ucciso, nella zona balneare di San Sebastiano, in uno scontro con la polizia.

Non si hanno più notizie, intanto, di Theodomiro Romero Dos Santos di 19 anni, condannato a morte il 18 marzo scorso dal tribunale militare di Bahia Salvador in base all’accusa non provata di aver ucciso un sergente di polizia. La fucilazione avrebbe dovuto essere eseguita entro trenta giorni, a meno che il presidente della Repubblica non commuti la pena. A due mesi di distanza il presidente non si è ancora pronunciato. Negli ambienti dell’opposizione clandestina alla dittatura si ritiene che una commutazione all’ergastolo non sia improbabile, data la giovane età del condannato. L’annuncio verrebbe dato nel momento più opportuno per sfruttarlo ai fini propagandistici. Franco e il processo di Burgos insegnano.

Arresti in Spagna

La polizia franchista, che senza dubbio non ha digerito i fatti dello scorso dicembre, ha appena arrestato a Bilbao una quarantina di militanti dell’E.T.A. che sono andati a raggiungere in prigione le migliaia di detenuti politici che soffrono (alcuni da molti anni) nelle celle di Franco.

Silenzio di tomba sugli scandali lucani

Matera. Il processo di concentrazione della stampa nelle mani di pochi gruppi capitalistici e il controllo governativo sulla radio e sulla TV rendono sempre più anemica la circolazione di notizie, soprattutto di quelle riguardanti il Meridione. Le autostrade hanno offerto rapidi canali di scorrimento al traffico automobilistico ma non al traffico delle informazioni da queste provincie che rimangono lontane dal resto del Paese. Mezza Basilicata, per esempio, è sotto inchiesta per una colossale speculazione edilizia che investe l’intera classe dirigente; però sui grandi giornali del Nord e del Centro – forse per ossequio verso il più illustre degli uomini politici lucani che siede a capo del governo – di questi scandali non si legge una riga. Non si sa neppure che il vescovo di Matera è stato denunciato per “repressione religiosa”.

Calabresi nei guai?

Il 29 aprile, al processo per l’assassinio di Pinelli, l’avv. Lener, il difensore del querelante Calabresi, ha ricusato il presidente del tribunale Biotti. Ciò significa che Calabresi ritiene il presidente Biotti non idoneo a giudicarlo.

L’atto di ricusazione segue ad una serrata battaglia processuale, a proposito della riesumazione della salma di Pinelli, richiesta dagli avvocati difensori di Baldelli e motivata dalla nullità ed ambiguità della perizia a suo tempo fatta dalla polizia, che in quell’occasione rifiutò la partecipazione di un perito di parte. Lener fece di tutto per impedire che la perizia avesse luogo. Quando tuttavia la richiesta della difesa fu accettata dal tribunale, Lener depositò per ben due volte a distanza di pochi giorni, una stessa memoria con cui si opponeva furiosamente alla perizia, e poco dopo depose lo sconcertante atto di ricusazione che, dobbiamo dire, ha lasciato allibiti un po’ tutti (la ricusazione è un atto rarissimo nella procedura penale). Quali sono i motivi? Tre sono le ipotesi:

1) Calabresi, ha ammazzato Pinelli e sa che una autopsia “regolare” lo smaschererebbe senza speranze. (È chiaro che trascinerebbe con sé tutti complici dell’assassinio.) Tenta il tutto per tutto.

2) Lener, notoriamente grande amico di Biotti, ha ideato con lui questa manovra, per togliere il presidente dall’imbarazzo e dall’impegno di pronunziare una sentenza tanto delicata. In compenso, Lener, avrebbe ottenuto una pausa processuale e potrebbe evitare la riesumazione della salma.

3) La terza ipotesi, quella pubblicata dai giornali, riferisce che Biotti avrebbe confidato a Lener di essere oggetto di pressioni da parte di alti magistrati che vorrebbero una sentenza favorevole a Baldelli.

L’avvocato di Calabresi avrebbe allora tenuto in serbo questo “asso” per servirsene in un momento difficile del processo. Proprio per questo, Lener avrebbe potuto ricusare un giudice che non gli garantirebbe più la necessaria serenità di giudizio.

Primo maggio a Siracusa: tre arresti

Siracusa – Per sottolineare il vero significato rivoluzionario della “festività” ufficiale del primo maggio si è tenuta a Siracusa una manifestazione, con corteo nei quartieri popolari, cui hanno partecipato compagni anarchici provenienti da vari centri dell’isola e militanti di “Lotta Continua”. Il provocatorio intervento delle cosiddette forze dell’ordine contro il pacifico corteo ha portato all’arresto di tre manifestanti, fra i quali un compagno anarchico: il gruppo “Umberto Consiglio” di Siracusa e la “Lega comunista-libertaria” di Catania hanno diffuso un volantino in cui denunciano la gravità dell’intervento poliziesco ed il chiaro carattere intimidatorio nei confronti delle crescenti lotte popolari antiautoritarie.

Primo maggio: non festa ma lotta

I gruppi “Bandiera Nera” e “Neston Machno” di Venezia ed il gruppo “Pino Pinelli” di Treviso hanno organizzato per il 1° Maggio, a Mestre, una manifestazione autonoma per ricordare con la propria partecipazione militante le origini anarchiche e di dura lotta proletaria di quella che è ora diventata una festa, per “merito” particolare del PCI e dei sindacati. Più di un centinaio di compagni si sono trovati con striscioni e bandiere nere alla stazione ferroviaria di Mestre; lì è stato formato il corteo che è sfilato per le vie centrali della città fino a raggiungere Piazza Ferretto, dove si doveva tenere la “celebrazione” ufficiale ed unitaria da parte dei burocrati sindacali e di partito. La presenza autonoma degli anarchici ha destato grande scalpore nella piazza affollata (c’è da sottolineare che nessun’altra organizzazione della sinistra extra-parlamentare aveva pensato di scendere in strada, per cui eravamo soli). La nostra iniziativa non è certo piaciuta alla sinistra parlamentare soprattutto non sono state apprezzate le nostre parole d’ordine troppo combattive e battagliere, mentre i burocrati da loro palco carnevalesco volevano a tutti i costi convincere che il 1° Maggio doveva essere giorno di festa, perché ormai la lotta proletaria era cosa d’altri tempi. Così si è venuti allo scontro che noi non potevamo aspettarci; la stampa locale ha scritto che abbiamo tentato di contrastare la manifestazione sindacale: niente di più falso. In realtà, improvvisamente, il servizio d’ordine del PCI ci è venuto addosso senza nessun motivo se non quello di provocare, mentre un burocrate sbraitava dall’altoparlante che eravamo dei provocatori fascisti. Sono volati pugni, calci, hanno tentato di strappare bandiere e striscioni. La polizia è intervenuta contro di noi: era l’occasione che aspettava e il PCI gliel’ha saputa dare. Comunque siamo riusciti a ritirarci e nessun compagno si è fatto prendere, anche se questo era lo scopo della provocazione. Abbiamo tentato poi di ricomporre il corteo ma ciò ci è stato impedito dai poliziotti che praticamente hanno continuato a fare ciò che il PCI aveva iniziato.

Gruppo “Pino Pinelli” di Treviso

È rinata “L’agitazione del Sud”

Con il numero di maggio ha ripreso le pubblicazioni “L’agitazione del Sud” dopo vari anni di totale silenzio. I compagni dei gruppi aderenti alla Federazione Anarchica Italiana (F.A.I.) di Catania, Siracusa, Reggio Calabria, Bari, Napoli e Palermo, prendendo l’impegno di sostenere la ripresa de “L’agitazione del Sud”, hanno pubblicato una piattaforma programmatica in cui si afferma fra l’altro che “la funzione principale del giornale sarà quella di affiancare “Umanità Nova” nell’opera di divulgazione e di penetrazione delle idee anarchiche nel popolo meridionale. La prospettiva in cui si pone il giornale non è però meridionalistica e quindi particolaristica, ma più semplicemente meridionale ed agitatoria di problemi strettamente locali che presuppongono comunque un continuo riferimento agli obiettivi generali dell’anarchismo, della libertà e della rivoluzione sociale”.

Auguriamo alla risorta “Agitazione del Sud” lunga vita e buon lavoro.

Assemblea G.A.F.

Genova, 9 maggio – Presso la Casa del Popolo di Genova-Pegli si è tenuta l’assemblea trimestrale dei Gruppi Anarchici Federati (G.A.F.). Oltre che di questioni interne ed organizzative, durante l’assemblea è stato discusso un documento, presentato dal gruppo di Genova, sull’Anarco-Sindacalismo, ampi stralci del quale sono stati pubblicati sull’ultimo numero di questa rivista. La relazione dei compagni genovesi è stata seguita da una vivace discussione cui hanno partecipato anche compagni aderenti a gruppi non federati nei G.A.F. Come previsto, dal tema specifico dell’Anarco-sindacalismo la discussione si è estesa fino a comprendere tutti gli aspetti dei rapporti (storici ed attuali) fra movimento operaio ed anarchici, con particolare riguardo alla funzione che gli anarchici debbono esercitare nello scontro sociale in atto, in modo da favorire soluzioni rivoluzionarie libertarie e da ostacolare l’ascesa al potere di una nuova classe tecno-burocratica.

Fascisti e carabinieri alleati

Latina, 6 maggio 1971

Cari Compagni,

Sono un compagno di tendenze anarchiche che lavora come manovale nell’edilizia. Vi chiedo di pubblicare questa mia lettera.

Il 25 aprile c’è stata una manifestazione proclamata da Lotta Continua a Cisterna (Latina) per l’anniversario della sconfitta fascista in Italia. Verso le ore 11 ci siamo mossi per dirigerci verso il quartiere dei baraccati “Sciangai”; dopo 100 metri i soliti fascisti ci hanno aggredito alle spalle (noi eravamo circa 20, loro circa 100). Noi non ci aspettavamo l’aggressione e così ci hanno dato giù. I carabinieri e le guardie municipali li hanno aiutati a menarci. Ho veduto e riconosciuto, una volta che sono stato atterrato, i pantaloni della guardia del comune che mi stava riempiendo di calci. Alla fine ecco due carabinieri che mi prendono e mi portano all’ufficio delle guardie comunali, ma durante il percorso un fascista con la barba fitta e nera voleva aggredirmi, ma un carabiniere glielo ha impedito e lo ha mandato via, dicendomi (il carabiniere) che quello non era che l’inizio. Quando sono entrato nell’ufficio delle guardie comunali è intervenuto un fascista con la maglia blu dicendo rivolto alla guardia del comune dalla carnagione rossastra: “sono parente” e mi ha dato un cazzotto in un occhio. Le guardie non si sono per nulla mosse. Questo fascista è andato via senza essere disturbato. A questo punto ho chiesto gridando di avere un avvocato e loro mi hanno risposto che lo avrei avuto quando sarebbe venuto il capitano. Quando è venuto il capitano dei carabinieri o richiesto l’avvocato e lui mi ha risposto che, come libero cittadino, lo avrei avuto. Ma io ho insistito perché telefonassero subito, come prevede la nuova legge. Vedendo che nessuno si preoccupava di telefonargli ho spiegato chi erano loro: dei fascisti e che non rispettavano la legge del 20-6-1952 art.1 e 2 n.645 (gridando) a questo punto ho ricevuto per risposta immediata calci e pugni e sono caduto dalla sedia dove mi avevano fatto sedere. Io allora ho raccolto il guanto del carabiniere che mi menava e me lo sono messo in tasca per farlo vedere al giudice istruttore e al mio avvocato come prova delle botte ricevute. Dopo mezz’ora il carabiniere si è accorto che io avevo il guanto ed ha chiamato il capitano per farsi restituire il guanto. Io non glielo davo anzi chiedevo ancora l’avvocato. Allora il capitano, i carabinieri, la squadra politica e un civile mi hanno dato calci e pugni finché non sono svenuto quasi. Ho sentito un carabiniere chiedere un secchio d’acqua, ma il capitano, credendo che fingevo, non lo voleva far prendere, ma c’è andato lo stesso. Quando mi sono ripreso ho preso la sedia e gliela ho tirata contro gridando: “È così che avete ucciso Pinelli”. Sempre prendendo botte, alla fine mi hanno legato con una catena alle mani (invece di manette) e mi hanno anche legato i piedi con una cinghia di pantaloni. Quando sono uscito dall’ufficio delle guardie municipali ho gridato ai fascisti che stavano ad aspettare: “evviva l’anarchia, fascisti assassini, evviva la libertà, ecc.”. Dal carcere mi hanno fatto uscire solamente quando i segni dal corpo non c’erano più. Mi hanno dato la libertà provvisoria anche perché altrimenti sarebbe nato uno scandalo.

Intanto, però, i giornali Messaggero e Tempo, nella cronaca di Latina, dicevano cose non vere come accuse fatte da me al presidente della Repubblica.

W la Libertà di tutti lavoratori.

W la Rivoluzione

Giaccherini Gianpaolo

Cecoslovacchia – Vietato il pessimismo

Otomar Krejca è stato appena cacciato dalla direzione del celebre teatro “Za Branon” di Praga, che egli aveva fondato 5 anni prima facendone uno dei più importanti centri teatrali europei. Nessuna spiegazione è stata fornita, ma bisogna notare che Krejca era stato recentemente criticato sulle colonne del “Rude Pravo” (organo del P.C.) per aver introdotto nel teatro le “teorie della disperazione e del pessimismo”.

Il prefetto Mazza batte Vicari ai punti

Milano. Un appoggio occasionale ma non propriamente disinteressato, come quello del capo della polizia Angelo Vicari, ha fatto perdere ai socialisti la battaglia per la sostituzione del prefetto di Milano Libero Mazza, autore dell’ormai famoso “rapporto” sull’estremismo di sinistra a Milano, inviato a Roma qualche giorno dopo l’assassinio di Saverio Saltarelli in via Larga (12 dicembre 1970). La redazione del rapporto fu decisa da Mazza dietro pressione degli ambienti di destra milanesi e per coprire nei limiti del possibile le responsabilità delle forze di polizia (e personalmente del vice-questore Luigi Vittoria) che avevano provocato i primi incidenti in via Torino e successivamente caricato, in via Larga, il Movimento Studentesco, sparando un gran numero di candelotti ad altezza d’uomo e colpendo mortalmente Saltarelli (come è noto, il candelotto che colpì lo studente fu dapprima attribuito a un reparto di carabinieri: successivamente si accertò che era stato sparato da agenti di polizia). Mazza stese il suo “rapporto” nonostante il parere esplicitamente contrario di alcuni dei responsabili dell’ordine pubblico a Milano, i quali non mancarono di farne rilevare, a Roma, l’inattendibilità totale: non solo e non tanto per le cifre e i particolari romanzeschi forniti, quanto perché, dal quadro della situazione offerto da Mazza, si poteva essere indotti a ritenere ormai del tutto impotenti, a Milano, le forze d’ordine pubblico. Il “rapporto” fu così praticamente insabbiato, nonostante alcuni accenni fatti al Parlamento dal senatore fascista Gastone Nencioni, discreti ma sufficienti a confermare la reale paternità del rapporto stesso, che fu poi pubblicato da La Notte e dal Giornale d’Italia alla vigilia della seconda manifestazione della “maggioranza silenziosa”, indetta per il 17 aprile, poi vietata dal questore Ferruccio Allitto in seguito agli attentati fascisti alla sede della federazione socialista in via Lomellina e a una sezione comunista di periferia. La “fuga” del rapporto, il momento e le sedi scelte per renderlo pubblico, e la coincidenza con una settimana durante la quale i fascisti si sono scatenati a Milano con particolare violenza, hanno fatto sì che esso si trasformasse in un boomerang per il suo autore, candidato, un particolare non trascurabile, a prendere il posto di Angelo Vicari a capo della polizia. A questo punto, i socialisti hanno cercato di ottenere la liquidazione del prefetto di Milano, ma hanno trovato l’ostilità di tutta la DC esclusa la corrente di Forze Nuove, dei socialdemocratici e del repubblicano Bucalossi. I comunisti, fiutato il probabile insuccesso della mossa socialista, avevano dichiarato la propria limitata disponibilità fin dalla riunione del Consiglio comunale disturbata da attivisti fascisti durante la quale il PSI presentò un ordine del giorno che chiedeva appunto la sostituzione di Libero Mazza. Dell’argomento, da allora, non si è più parlato se non per smentire, ai primi di maggio, un giornale romano che dava la sostituzione come avvenuta. La futura utilizzazione del prefetto di Milano negli alti gradi dell’esecutivo potrebbe quindi, alla resa dei conti, aver subito un colpo assai meno duro di quel che è apparso in un primo tempo.

La casa è un diritto

Milano, 4 giugno. – Una quarantina di famiglie, provenienti dai centri per sfrattati (cfr. articolo pag.5) e dalle cascine della periferia milanese, hanno occupato uno stabile dell’Istituto Autonomo Case Popolari, ancora in costruzione, in viale Tibaldi. Questa occupazione, appoggiata da anarchici e da militanti di Lotta Continua, è una risposta alle promesse non mantenute del Comune di abbattere i centri per sfrattati e di sistemare in modo più civile i senza-tetto.

A rivista anarchica n 313 dicembre 2005 gennaio 2006 Pinelli Piazza Fontana Il commissario-finestra di Patrizio Biagi

29 settembre 2011

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/313/61.htm

Il commissario Luigi Calabresi non era certamente quello che oggi molti vorrebbero far apparire

Trentatré anni fa il dott. Luigi Calabresi, commissario della squadra politica della questura di Milano, veniva avvicinato da alcune persone che dichiararono in seguito di averlo fatto nell’intento di “scambiare quattro chiacchiere come si usa tra amici”. Alle contestazioni mossegli da costoro, circa le sue palesi responsabilità nell’assassinio dell’anarchico Giuseppe Pinelli, il commissario negò decisamente ogni addebito. Ma quando, per tendergli un trabocchetto, gli fu detto: “Calabresi confessa, che il tuo amico Allegra ha parlato”, il commissario, dopo essersi sbiancato in volto, mormorò: “È la fine della polizia di stato”, poi con mossa felina (il gesto fu talmente repentino che nessuno riuscì a fermarlo. Solo uno dei presenti riuscì a togliergli la terza delle due pistole che aveva con sé) afferrava una pistola e si sparava un colpo in testa.

Una rapida inchiesta archiviò subito il caso come morte accidentale (non volendo usare il termine suicidio che risultava essere un tantino forte), ma le patriottiche coscienze non potevano accettare una simile tesi e l’inchiesta fu così riaperta, dimostrando che non di morte accidentale (o suicidio) si era trattato, bensì di malore attivo: infatti il Calabresi alla notizia della confessione di Allegra sarebbe dapprima impallidito, poi, colto da malore attivo (malore che invece di provocare un accasciamento nel colpito, provoca in lui un raptus attivo) afferrò, senza rendersene conto, la pistola d’ordinanza e, sempre inconsciamente, si sparò il famoso colpo alla testa.

Sotto le finestre della questura

Questa ricostruzione dei fatti è ovviamente fantasiosa e non risponde certo alla realtà dei fatti, come fantasiose e non rispondenti alla realtà dei fatti furono le varie versioni sul “volo” di Pinelli date dalla questura e le due inchieste che ne archiviarono la morte, prima come “morte accidentale” (??!!) e poi come “malore attivo”.

Come non ci convinse allora la tesi del suicidio (troppo spudorate furono le menzogne della questura e di quella magistratura che queste menzogne aveva fatte sue), non ci convincerà in seguito, ne ci convince tuttora, la ridicola tesi del malore attivo, tesi partorita nel clima politico di “compromesso storico” (l’inchiesta fu chiusa nel 1975) che sempre più si stava facendo strada, tra le forze politiche istituzionali, nella seconda metà degli anni ’70.

Pinelli cadde a piombo sotto le finestre della questura. Un malore attivo lo avrebbe dovuto portare (lui alto 1,67) ad oltrepassare con un balzo il davanzale di una finestra che (con l’aggiunta di una piccola ringhiera) misurava ben 94 cm. Salto abbastanza difficile da attuare se si pensa che avrebbe dovuto compierlo da fermo, stando vicino al davanzale e senza prendere nessun tipo di rincorsa. In più il corpo in caduta avrebbe dovuto descrivere una parabola, che avrebbe allontanato il suo corpo di qualche metro dal muro dell’edificio, e non cadere a piombo come un oggetto inerte. Un’altra cosa: in quale paese “democratico” si è mai visto un inquisito che, durante l’interrogatorio, viene lasciato libero di avvicinarsi ad una finestra aperta, senza che venga presa la benché minima precauzione onde evitare tentativi di suicidio derivanti dalla durezza dell’interrogatorio?

Vasta montatura

Calabresi, che oggi la stampa ha rivestito degli “abiti nuovi” di poliziotto democratico che fa il suo dovere per il bene della collettività, fu tra gli artefici, insieme al giudice Antonio Amati, all’allora questore di Milano Marcello Guida, al capo dell’ufficio politico della questura Antonino Allegra, al giudice Ernesto Cudillo, al pubblico ministero Vittorio Occorsio, al giornalista del “Corrierone” Giorgio Zicari e ad altri meno noti ma ben più pericolosi, di una vasta montatura tendente a screditare i movimenti di emancipazione e della “nuova sinistra”, nel tentativo di giustificare una involuzione autoritaria del sistema. Montatura che ebbe le sue punte massime nell’addossare, contro ogni evidenza e ragionevolezza, la responsabilità delle bombe del 25 aprile (Fiera Campionaria e Stazione Centrale), dell’8 e 9 agosto (attentati a vari treni) e la strage di stato del 12 dicembre 1969 agli anarchici.

Calabresi fu forse una figura di secondo piano all’interno di questo vasto disegno reazionario, cionondimeno il suo nome sarà di gran lunga il più tristemente famoso di tutti e resterà per sempre e indissolubilmente legato alla morte di Giuseppe Pinelli. Sarà sempre ricordato, nella coscienza di molti che quei momenti hanno vissuto, come uno dei responsabili (assieme ai poliziotti e carabinieri presenti in quella stanza della questura: Panessa, Mucilli, Mainardi, Caracuta, il tenente Lo Grano, …) della morte dell’anarchico.

Ma cerchiamo ora, con l’aiuto di alcuni brani di scritti contemporanei alle gesta del nostro eroe, di ridefinire il più nettamente possibile, anche se per sommi capi, un “profilo” che la stampa, a seguito della riapertura delle indagini sulla sua morte, ha contribuito a rendere oltremodo sfumato.

Nel ’69 viene trasferito a Milano giusto in tempo per occuparsi a modo suo delle bombe del 25 aprile. In tandem con il giudice Amati indirizza subito, e a senso unico, le indagini verso gli ambienti anarchici e dopo aver fatto passare molti anarchici al setaccio ne tratterrà alcuni come colpevoli dei due attentati (Braschi, Faccioli, Vincileoni e Corradini, ai quali si uniranno più tardi Pulsinelli, Della Savia, Norscia e Mazzanti).

È curioso notare il metodo, da lui usato nel condurre le indagini e che lo portano spesso a valicare i limiti del suo specifico ruolo di semplice commissario aggiunto della squadra politica.

Difatti (…). È lui che, sostituendosi ai magistrati, va in carcere a far fare perizie calligrafiche ai detenuti ed estrae il Braschi da San Vittore per fargli riconoscere ad ogni costo la cava fatale (1): è lui che notifica i mandati di cattura rabbiosamente emessi da Amati dopo l’ordinanza della Corte d’Appello (2). È lui che insieme ai suoi tre fedelissimi percuote e minaccia Faccioli negli interrogatori, è lui che, secondo le deposizioni e le lettere degli anarchici, non lascia dormire il Faccioli per tre giorni e tre notti e con un pretesto lo porta fuori Milano in macchina per farlo scendere ed ordinargli di correre avanti, mentre lui vien dietro a fari spenti (“Possiamo romperti le ossa come niente, e poi dire che è stato un incidente…”); è lui che, sempre secondo le deposizioni degli imputati, picchia Braschi minacciando di imprigionare sua madre e di infilargli della droga in tasca; è in questo periodo che lo chiamano “il comm. Finestra”; è sempre Calabresi che mette la sua firma alla deposizione della Zublena “dimenticandosi” di farla firmare a lei: la deposizione riguarda le responsabilità dinamitarde degli imputati Corradini che in dibattimento la Zublena dichiarava di non conoscere. (…) (3).

Il movimento anarchico cerca intanto di reagire a questa montatura che non fa presagire nulla di buono. Cominciano le stesure dei comunicati inviati alla stampa e da essa sistematicamente ignorati, la stesura di documenti di analisi sulla situazione, le conferenze, i sit-in davanti a San Vittore e al Palazzo di Giustizia in solidarietà con gli anarchici arrestati, gli scioperi della fame, le manifestazioni, ecc.

Ma se gli anarchici si muovono nemmeno Calabresi e i suoi accoliti stanno fermi. Con ferocia aggrediscono a sberloni gli anarchici che stazionano davanti al Palazzo di Giustizia e distruggono diverso materiale di controinformazione. In quest’opera di repressione sembra che uno dei più attivi sia stato appunto Calabresi.

Il livore antianarchico di Calabresi è talmente palese che durante una manifestazione del settembre, arriverà persino, dopo averlo preso in disparte, a minacciare rabbiosamente Giuseppe Pinelli: (…) a un certo punto a Pinelli si era avvicinato Calabresi chiedendogli di sciogliere la manifestazione. Non poteva scioglierla, dato che non era stato lui ad organizzarla, aveva risposto il Pinelli; in più i manifestanti avevano la sua solidarietà. “Pinelli, stai attento” aveva ribattuto Calabresi, “ché alla prossima occasione te la faccio pagare” (…) (4). Difatti nella notte tra il 15 e il 16 dicembre…

Oltre il normale fermo di legge

12 dicembre ’69: scoppia una bomba in piazza Fontana ed è strage. Calabresi intervenuto subito dichiarerà ai giornalisti presenti che per lui la strage è opera degli anarchici.

In giornata vengono fermati 588 anarchici e militanti della sinistra extraparlamentare e 12 fascisti (che saranno rilasciati subito dopo). Il fermo dei fascisti è solo per fare un po’ di polverone, per far vedere che si indaga in ogni direzione senza alcuna prevenzione, ma la coppia Amati-Calabresi ha già in mente su chi scaricare le responsabilità di questa feroce carneficina.

Tra coloro che vengono fermati vi è anche Giuseppe Pinelli, il quale sarà trattenuto oltre il normale fermo di legge, senza che la magistratura venga informata di questo prolungamento del fermo, diventando a tutti gli effetti (se visto in un’ottica di formalità legale) un vero e proprio sequestro di persona degno dei più biechi stati di polizia che, negli anni ’60/’70, costellavano il continente sudamericano e non solo. Pinelli entrò in questura il pomeriggio del 12 dicembre e ne uscì (passando per la finestra) a mezzanotte circa del 15 e in questi tre giorni fu sottoposto a pesanti interrogatori nei quali non mancarono, sicuramente, pestaggi, minacce e violenze morali.

(…) Verso sera un funzionario si è arrabbiato perché parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che è adiacente all’ufficio del Pagnozzi: ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lanciava ai suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione tutta la notte. Di notte Pinelli è stato portato in un’altra stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso. Mi è parso molto amareggiato. (…). Io gli ho detto: “Pino perché ce l’hanno con noi?” e lui molto amareggiato mi ha detto: “Sì, ce l’hanno con me”. (…). Verso le otto è stato portato via e quando ho chiesto ad una guardia dove fosse mi ha risposto che era andato a casa. (…).

Dopo un po’, verso le 11,30, ho sentito dei rumori sospetti come di una rissa e ho pensato che Pinelli fosse ancora lì e che lo stessero picchiando. Dopo un po’ di tempo c’è stato il cambio di guardia, cioè la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l’uscita, gridando “si è gettato”. Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli: mi hanno anche detto che hanno cercato di trattenerlo ma non vi sono riusciti. Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli cascò. Inoltre mi hanno detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli (…) (5).

L’arresto degli ex militanti di Lotta Continua (Sofri, Pietrostefani e Bompressi) fa pensare che sia in atto qualcosa di più della semplice ricerca della verità sulla morte di Calabresi, fa pensare che qualcuno intenda cancellare e riscrivere la storia di un periodo, che culturalmente e politicamente ha significato molto per l’acquisizione di sempre più ampi spazi di libertà, riconducendolo ad un semplice scontro violento e militare tra lo stato e i suoi antagonisti, dove questi ultimi rappresentavano le forze disgregatrici della “democrazia”. Parola sempre pronta ad uscire fuori, e molto spesso a sproposito, come il classico coniglio dal cilindro del prestigiatore. Non solo. Nel frattempo si tenta di “riabilitare”, di fronte a chi ha la memoria corta e non possiede memoria storica, un personaggio che non potrà mai essere riabilitato.

Non vorremmo passare per gente che si è costruita la sua bella “verità” preconcetta, ma pensiamo che la verità sulla fine di Pinelli sia ancora presente sui muri, e che basterebbe scrostare qualche strato di vernice per trovarvi scritto sotto a caratteri cubitali: Pinelli è stato assassinato!

Patrizio Biagi

Note

1 – Cava dove Paolo Braschi, assieme a Piero Angelo Della Savia, si sarebbe procurato secondo l’accusa, l’esplosivo per confezionare le bombe, e in cui, sarebbe risultato in seguito, non si verificò alcun furto di esplosivo.

2 – Dopo oltre sette mesi di carcerazione, la Corte d’Appello concesse la libertà provvisoria a cinque degli anarchici arrestati, ma mentre Eliane Vincileoni e Giovanni Corradini poterono uscire, per gli altri tre (Braschi, Faccioli e Pulsinelli) il giudice Amati spiccò nuovi mandati di cattura evitando così la loro scarcerazione e giustificando questo provvedimento con il fatto di avere acquisito una preziosa supertestimone. La supertestimone di Amati sarà Rosemma Zublena, una psicolabile che al processo crollerà dimostrando di essere stata strumentalizzata dallo stesso Amati e dal commissario Calabresi.

3 – Camilla Cederna, Pinelli una finestra sulla strage, Feltrinelli, Milano, 1971. Il libro è stato ripubblicato nel novembre 2004 dalla Casa editrice Net.

4 – Id.

5 – Stralci della testimonianza di Pasquale Valitutti riportata in: Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni, Biblioteca delle collane Anteo e La Rivolta, Catania, 1970

A rivista anarchica nr 241 Dicembre 1997 Gennaio 1998 Lo stato e i suoi servitori di Luciano Lanza

29 settembre 2011

http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/241/241_03.htm

Ventotto anni fa la strage di Piazza Fontana e l’assassinio di Giuseppe Pinelli aprivano un nuovo capitolo nella storia italiana. Che non si è ancora chiuso

La strage di piazza Fontana non è una delle tante, troppe, stragi che hanno segnato la storia del dopoguerra in Italia. È qualcosa di più. Quel 12 dicembre, nella Banca nazionale dell’agricoltura a Milano è stato messo in atto il più serio e orchestrato piano per bloccare una situazione che stava mettendo in discussione l’assetto di potere. I 16 morti e il centinaio di feriti sono stati la posta di un gioco criminale: la paura generata dalla strage doveva permettere di bloccare lo “slittamento a sinistra” del paese e di confermare la centralità, insostituibilità della Democrazia cristiana e dei suoi alleati. E così è stato fino a pochissimi anni fa.

Che cosa stava succedendo? Qualcosa di importante e di inaspettato che si può sintetizzare nell’ironico slogan scandito dagli operai della Fiat Mirafiori il 3 luglio 1969 durante uno sciopero generale: “Che cosa vogliamo? Tutto”. Stava dunque accadendo qualcosa di importante: il gregge aveva rialzato la testa. Autorità, gerarchia, sfruttamento venivano messi in discussione. C’era voglia di cambiamento. Ma questo cambiamento era un pericolo per chi deteneva il potere. Era un pericolo per le classi privilegiate e anche per coloro che erano stati beneficiati, pochi anni prima, dal “miracolo economico”. Ma non c’erano soltanto questi “pericoli”, c’era anche un problema più complesso che si giocava sullo scacchiere internazionale. Gli Stati Uniti si stavano sempre più impegnando nella guerra in Vietnam, una guerra che suscitava forti reazioni negative in larghi strati dell’opinione pubblica occidentale, cioè in quei paesi che gli Usa consideravano alleati-sudditi. La prima potenza mondiale non poteva e non voleva permettere che mentre combatteva il comunismo in estremo oriente, questo potesse prendere il potere in Occidente. Nel 1967 un colpo di stato in Grecia aveva messo le cose a posto e installato al vertice un uomo che dipendeva direttamente dalla Cia, Georgios Papadopoulos. Ora era venuto il momento di prevenire questo pericolo anche in Italia. Ufficio affari riservati del ministero dell’interno, Sid, polizia, carabinieri, magistrati, uomini politici si sono attivati. Perché avevano un obbiettivo comune: mantenere lo status quo in Italia. E se per conseguire questo scopo si dovevano lasciare sul campo un po’ di morti non era certo il caso di farne un dramma. Anzi. Inizia così la stagione degli attentati e delle stragi: 25 aprile alla Fiera campionaria e alla stazione Centrale di Milano, 9 luglio su dieci treni e infine 12 dicembre. Vengono subito incolpati gli anarchici: Pietro Valpreda e altri suoi compagni vengono arrestati. Il 15 dicembre un altro anarchico, Giuseppe Pinelli, vola dal quarto piano della questura di Milano. Gli anarchici sono i colpevoli che servono per scatenare la “caccia ai rossi”. La partita sembra chiusa. Ma invece qualcosa non funziona. C’è un elemento imprevisto: gli anarchici non vanno al tappeto. Anche se sono in pochi reagiscono. E contageranno le altre forze della sinistra.

Parte la controinformazione per mettere a nudo i clamorosi falsi e le azioni criminali di chi sta orchestrando questa strategia della tensione. E così piano piano verranno alla luce i contorni e i protagonisti. Oggi sappiamo che a mettere la bomba in piazza Fontana è stato Delfo Zorzi, neonazista del gruppo Ordine nuovo, che a portare a Roma le bombe che esploderanno, sempre il 12 dicembre al monumento del milite ignoto e alla Banca nazionale del lavoro di via Veneto è stato Giovanni Ventura, altro neonazista, e che a collocarle sono stati militanti di Avanguardia nazionale guidata da Stefano Delle Chiaie. Il tutto con la regia di Franco Freda, responsabile anche delle bombe del 25 aprile e del 9 agosto con Ventura e altri nazi-fascisti. Sappiamo quindi che Valpreda è stato ingiustamente accusato e incarcerato (e questo gli anarchici l’hanno detto subito). Abbiamo assistito a una interminabile sequenza di processi che sembra abbiano avuto come scopo principale quello di nascondere la verità. Pensate per arrivare alla prima sentenza ci sono voluti dieci anni. L’ultimo, quello contro Delle Chiaie, si è chiuso nel 1991. Risultato: Freda e Ventura sono stati riconosciuti responsabili solo degli attentati del 25 aprile e del 9 agosto. Per il resto tutti innocenti. Zorzi se ne sta tranquillamente in Giappone, paese di cui ha preso la cittadinanza. E Pinelli? Non si è suicidato come avevano affermato subito i responsabili della questura milanese (Marcello Guida, questore, Antonino Allegra, capo dell’ufficio politico e Luigi Calabresi. commissario), ma non è stato nemmeno ucciso ha sentenziato nel 1975 il giudice Gerardo D’Ambrosio, no: è morto per un “malore attivo” che lo ha portato a spiccare un volo oltre la finestra della stanza in cui veniva interrogato. Il regista italiano della strategia della tensione, Federico Umberto D’Amato, capo dell’ufficio affari riservati del Viminale, è morto di cirrosi epatica l’1 agosto 1996 portando con sé i mille segreti che conosceva e le mille trame che aveva organizzato. La maggior parte dei politici coinvolti o è morta o è tranquillamente in pensione, con l’eccezione di Giulio Andreotti che però è sotto processo per fatti di mafia. Anche Calabresi è morto: ucciso il 17 maggio 1972. E per quell’assassinio sono stati condannati Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, unicamente sulla base della contraddittoria testimonianza del pentito Leonardo Marino. Per di più oggi, da destra e da sinistra, si vuole riabilitare Calabresi: non sarebbe lui il responsabile della morte di Pinelli, era soltanto un “fedele servitore dello stato”. Un modo per chiudere definitivamente tutta la questione: c’è stata una strage senza responsabili a livello giuridico, un uomo è “volato” dalla finestra della questura, ma quel volo è dovuto unicamente a un malore, Calabresi era un “servitore dello stato”. Dimenticando che proprio la definizione in questo contesto suona come un atto di accusa: quella strage, non dimentichiamolo, per le modalità, per le coperture, per la regia è una strage di stato. Una strage in cui è coinvolta una parte consistente dell’apparato statale: dai politici ai servizi segreti, dalla magistratura alla polizia, dai ministri ai funzionari pubblici, dai militari ai portaborse. Tutti uniti in una strategia che ha utilizzato come braccio armato dei fanatici nazi-fascisti. Ebbene Calabresi in questa strategia ha svolto un ruolo non irrilevante: era l’interfaccia nella questura dell’ufficio affari riservati del ministero dell’interno, l’istituzione che ha svolto il compito più importante nell’organizzare la strage (e molte altre) e nel depistare le indagini. Calabresi è il poliziotto che per primo indica la pista anarchica non solo il 12 dicembre, ma anche per i due attentati (25 aprile e 9 agosto) che precedono la strage. È sempre Calabresi che già per gli attentati ai treni cerca di incastrare Pinelli e che nei mesi successivi lo tiene sotto pressione arrivando a minacciarlo. Certo Calabresi era un servitore dello stato, come lo era D’Amato, come lo era Vittorio Occorsio e come lo è ancora Ernesto Cudillo, i due giudici che crearono il “mostro Valpreda”. Ma, scusate, una strage di stato chi deve farla se non i servitori dello stato?

1969

25 aprile A Milano scoppiano due bombe: al padiglione Fiat della Fiera campionaria e all’ufficio cambi della Banca nazionale delle comunicazioni della stazione Centrale. Poche decine di feriti non gravi. Vengono arrestati gli anarchici Eliane Vincileone, Giovanni Corradini, Paolo Braschi, Paolo Faccioli, Angelo Piero Della Savia e Tito Pulsinelli.

2 luglio Scissione del Psu, Partito socialista unificato, nato dalla fusione di Psi e Psdi il 30 ottobre 1966. Si formano Psi e Psu.

5 luglio Crisi del governo a tre (Dc, Psu, Pri) guidato da Mariano Rumor.

5 agosto Rumor forma un governo monocolore democristiano.

9 agosto Dieci bombe vengono deposte su altrettanti treni. Otto esplodono: 12 feriti.

7 dicembre Scarcerati Corradini e Vincileone per mancanza di indizi.

12 dicembre Esplodono quattro bombe. Una alla Banca nazionale dell’agricoltura, in piazza Fontana a Milano, provoca 16 morti e oltre cento feriti. A Roma: Banca nazionale del lavoro, 14 feriti; Altare della patria, in piazza Venezia, due bombe con quattro feriti. Un’altra bomba viene ritrovata inesplosa alla Banca commerciale di Milano, in piazza della Scala. Verrà fatta brillare quattro ore dopo dagli artificieri. Vengono effettuati numerosi fermi di polizia.

Tra i fermati c’è anche l’anarchico Giuseppe Pinelli.

15 dicembre Al tribunale di Milano viene arrestato l’anarchico Pietro Valpreda. Alla sera viene trasferito a Roma. Intorno alla mezzanotte, Pinelli cade dal quarto piano della questura di Milano.

A Vittorio Veneto, Guido Lorenzon, professore di francese, si presenta all’avvocato Alberto Steccanella per riferire che un suo amico, Giovenni Ventura, editore e librario di Castelfranco Veneto, è forse implicato negli attentati del 12 dicembre.

16 dicembre Il tassista Cornelio Rolandi riconosce in Valpreda, il passeggero che ha trasportato, nel pomeriggio del 12, vicino alla Banca nazionale dell’agricoltura in piazza Fontana.

17 dicembre Conferenza stampa degli anarchici milanesi al Circolo Ponte della Ghisolfa. L’attentato di piazza Fontana viene definito “strage di Stato”.

20 dicembre Funerale di Pinelli: lo seguono circa 3 mila persone.

26 dicembre Steccanella porta al procuratore di Treviso un memoriale scritto da Lorenzon.

31 dicembre Il pubbllblico ministero di Treviso, Pietro Calogero, interroga Lorenzon.

1970

15 aprile Il commissario di Milano, Luigi Calabresi, querela Pio Baldelli, direttore responsabile del settimanale “Lotta continua” che lo accusa di essere il responsabile della morte di Pinelli.

21 maggio Il giudice istruttore di Milano, Giovanni Caizzi, chiede l’archiviazione dell’inchiesta sulla morte di Pinelli per fatto accidentale.

3 luglio Il capo dell’ufficio istruzione di Milano, Antonio Amati, accoglie la richiesta di archiviazione, per la morte di Pinelli, presentata da Caizzi.

22 luglio Attentato al treno La freccia del sud: 6 morti e 139 feriti.

9 ottobre Inizia il processo Calabresi-“Lotta continua”. Presiede la corte Aldo Biotti, Michele Lener difende Calabresi. Avvocati di Baldelli sono Marcello Gentili e Bianca Guidetti Serra, pubblico ministero Emilio Guicciardi.

7 dicembre Il principe Junio Valerio Borghese, capo del Fronte nazionale guida un tentativo di colpo di stato. Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, ha il compito di sequestrare il presidente della repubblica, Giuseppe Saragat.

12 dicembre Manifestazione a Milano nel primo anniversario della strage di piazza Fontana. Forti scontri tra polizia e manifestanti. Muore lo studente Enzo Santarelli colpito al petto da una bomba lacrimogena sparata dalla polizia.

1971

13 aprile Il giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz, emette mandato di cattura contro tre nazi-fascisti veneti: Ventura, Fanco Freda e Aldo Trinco. I reati addebitati sono: associazione sovversiva, procacciamento armi da guerra, attentati a Torino nell’aprile 1969 e sui treni in agosto.

28 maggio Assolti gli anarchici processati per le bombe del 25 aprile a Milano. Vengono però condannati per alcuni reati minori. Della Savia, otto anni; Braschi, sei anni e dieci mesi; Faccioli, tre anni e sei mesi. Pulsinelli viene assolto con formula piena. Escono tutti dal carcere.

7 giugno La corte d’appello di Milano accoglie la richiesta di ricusazione del giudice Biotti. L’ha presentata l’avvocato Lener.

16 luglio Muore il tassista Rolandi, unico testimone contro Valpreda.

4 ottobre Nuova inchiesta sulla morte di Pinelli su denuncia della vedova Licia Rognini. Il giudice istruttore di Milano, Gerardo D’Ambrosio emette avviso per omicidio volontario contro Calabresi, i poliziotti Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Piero Mucilli, e il tenente dei carabinieri Savino Lo Grano.

21 ottobre D’ambrosio fa riesumare la salma di Pinelli.

1972

23 febbraio Inizia il processo per la strage di piazza Fontana davanti alla Corta d’Assise di Roma. Presiede il giudice Orlando Falco. Pubblico Ministero: Vittorio Occorsio. Imputati: Pietro Valpreda, Emilio Bagnoli, Emilio Borghese, Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola, Ivo della Savia, Mario Merlino, Ele Lovati Valpreda, Maddalena Valpreda, Rachele Torri, Olimpia Torri Lovati, Stefano Delle Chiaie. La corte dopo poche udienze dichiara la propria incompetenza.

4 marzo I magistrati di Treviso, Stiz e Calogero, fanno arrestare Pino Rauti, fondatore di Ordine nuovo e giornalista del quotidiano “Il tempo” di Roma. Sarebbe coinvolto nell’attività eversiva di Freda e Ventura.

6 marzo Il processo per piazza Fontana viene trasferito a Milano.

15 marzo Muore l’editore GiangiacomoFeltrinelli. Viene ritrovato dopo un’esplosione ai piedi di un traliccio dell’energia elettrica a Segrate, Milano.

22 marzo Freda e Ventura vengono indiziati per la strage di piazza Fontana a Milano dai magistrati Stiz e Calogero.

26 marzo L’inchiesta dei magistrati veneti, Stiz e Calogero, passa per competenza territoriale a Milano. Se ne occupa il giudice istruttore D’Ambrosio. A cui si affianca il pubblico ministero, Emilio Alessandrini.

24 aprile Il giudice istruttore D’Ambrosio rimette in libertà Rauti per mancanza di indizi.

7 maggio Elezioni anticipate. Rauti diventa deputato nelle liste del Movimento sociale italiano. Il Manifesto aveva candidato Valpreda che non viene eletto.

17 maggio A Milano viene ucciso il commissario Calabresi.

13 ottobre La Corte di cassazione trasferisce a Catanzaro il processo per la strage di piazza Fontana.

15 dicembre Il parlamento approva la legge numero 773, chiamata anche “Legge Valpreda”.

30 dicembre Valpreda e gli altri anarchici del circolo romano 22 marzo (Emilio Borghese e Roberto Gargamelli) vengono liberati. Esce dal carcere anche un altro membro del 22 marzo, Mario Merlino.

1973

15 gennaio Marco Pozzan, fedelissimo di Freda, viene fatto espatriare dal Sid.

9 aprile Giannettini, l’agente Zeta, viene fatto espatriare dal Sid.

17 maggio Gianfranco Bertoli lancia una bomba contro la questura di Milano: quattro morti e quasi 40 feriti.

1974

28 maggio A Brescia, piazza della Loggia, durante una manifestazione indetta dal Comitato unitario antifascista e dai sindacati, scoppia una bomba: otto morti e quasi cento feriti.

30 maggio Federico Umberto D’Amato, viene sostituito alla direzione dell’ufficio affari riservati del ministero dell’interno.

20 giugno Giulio Andreotti, ministro della difesa, rivela in un’intervista a “il Mondo” che Giannettini è un agente del Sid e che Giorgio Zicari, giornalista del “Corriere della Sera”, è un informatore.

4 agosto Esplode una bomba sul treno Italicus, Roma-Monaco, in transito nella galleria di San Benedetto Val di Sangro (Bologna). Risultato: 12 morti e 48 feriti.

8 agosto Giannettini si consegna all’ambasciata italiana di Buenos Aires.

1975

27 gennaio Inizia alla Corte d’assise di Catanzaro il processo per la strage di piazza Fontana. Sono imputati Franco Freda, Giovanni Ventura, Marco Pozzan, Antonio Massari, Angelo Ventura, Luigi Ventura, Franco Comacchio, Giancarlo Marchesin, Ida Zanon, Ruggero Pan, Claudio Orsi, Claudio Mutti, Pietro Loredan, Gianadelio Maletti, Antonio Labruna, Guido Giannettini, Gaetano Tanzilli, Stefano Serpieri, Stefano Delle Chiaie, Udo Lemke, Pietro Valpreda, Mario Merlino, Emilio Bagnoli, Roberto Gargamelli, Emilio Borghese, Ivo Della Savia, Enrico Di Cola, Maddalena Valpreda, Ele Lovati Valpreda, Rachele Torri,Olimpia Torri Lovati.

1 marzo Bertoli viene condannato all’ergastolo per la strage del 17 marzo 1973 davanti alla questura di Milano. Condanna confermata in appello il 9 marzo 1976.

27 ottobre Il giudice D’Ambrosio chiude l’inchiesta sulla morte di Pinelli. L’anarchico, secondo la sentenza, è morto per un “malore attivo” che lo ha fatto cadere dalla finestra. Tutti gli indiziati vengono prosciolti.

1979

23 febbraio Prima sentenza della corte d’assise di Catanzaro. Freda, Ventura e Giannettini sono condannati all’ergastolo per strage e attentati. Valpreda assolto per insufficienza di prove per strage, ma condannato a quattro anni e sei mesi per associazione a delinquere. Stessa sentenza per Merlino. Gargamelli prende un anno e sei mesi per associazione a delinquere. Sospensione della pena di due anni per Bagnoli. I reati di falsa testimonianza a carico dei famigliari di Valpreda e Delle Chiaie, sono prescritti. Maletti prende quattro anni per falso ideologico e materiale, e per lo stesso reato due anni a Labruna. Un anno a Tanzilli per falsa testimonianza.

1980

2 agosto Scoppia una bomba alla stazione di Bologna: 80 morti e decine di feriti.

1981

20 marzo La corte d’assise d’appello di Catanzaro assolve per insufficienza di prove Freda, Ventura, Giannettini, Valpreda e Merlino. Condanna Freda e Ventura a 15 anni per associazione sovversiva, per gli attentati del 25 aprile a Milano e quelli sui treni del 9 agosto 1969. Dimezzate le pene a Maletti e Labruna.

24 agosto La Commissione inquirente decide di archiviare le accuse contro Giulio Andreotti, Mariano Rumor, Mario Tanassi e Mario Zagari, di un loro coinvolgimento nelle attività di depistaggio operato dal Sid.

1982

10 giugno La Corte di cassazione affida un secondo appello a Bari, ma esclude dal processo Giannettini.

1985

1 agosto La Corte d’assise d’appello di Bari assolve dal reato di strage Freda Ventura, Valpreda e Merlino per insufficienza di prove. Conferma le condanne a 15 anni per Freda e Ventura. Riduce ulteriormente le pene a Maletti (un anno) e a Labruna (dieci mesi).

1987

27 gennaio La prima sezione della Corte di cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, respinge tutti i ricorsi, confermando quindi la sentenza della Corte di Bari dell’1 agosto 1985. Freda, Ventura, Valpreda e Merlino escono definitivamente dalla scena processuale.

1988

2 luglio Leonardo Marino, ex militante di Lotta continua, si presenta ai carabinieri di La Spezia. Dopo 24 giorni confesserà ai carabinieri di Milano la sua responsabilità, come autista nell’attentato al commissario Calabresi. Accusa anche Ovidio Bompressi, altro ex militante di Lc, di essere l’esecutore materiale dell’omicidio, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, i due leader dell’organizzazione extraparlamentare, come mandanti.

1989

Gennaio Il giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, apre una nuova inchiesta sulla strage di piazza Fontana.

20 febbraio La corte d’assise di Catanzaro assolve per non aver commesso il fatto Delle Chiaie e Massimiliano Fachini dall’accusa di strage per piazza Fontana.

1991

5 luglio La Corte d’assise d’appello di Catanzaro conferma l’assoluzione per la strage di piazza Fontana a Delle Chiaie e Fachini.

1993

13 marzo Il giudice Salvini, deposita la sentenza ordinanza nel procedimento contro Nico Azzi, Giancarlo Rognoni, Mauro Marzorati, Francesco De Min, Pietro Battiston, Paolo Signorelli, Sergio Calore, Martino Siciliano, Giambattista Cannata, Cristiano De Eccher, Mario Ricci, Massimiliano Fachini, Guido Giannettini, Stefano delle Chiaie, Gianadelio Maletti, Sandro Romagnoli, Giancarlo D’Ovidio, Guelfo Osmani, Michele Santoro, Licio Gelli, Roberto Palotto, Angelo Izzo, Carlo Digilio, Franco Donati, Cinzia Di Lorenzo, Ettore Malcangi.

1996

1 agosto Muore Federico Umberto D’Amato, ex capo dell’ufficio affari riservati del ministero dell’interno.

4 ottobre Il perito Aldo Giannuli, incaricato dal giudice Salvini, scopre in un deposito sulla via Appia, alla periferia di Roma, 150 mila fascicoli, non catalogati, quindi segreti,del ministero dell’interno.

1997

22 gennaio Sofri, Pietrostefani e Bompressi vengono definitivamente condannati (è il sesto processo) dalla Cassazione a 22 anni di carcere. Il reato di Marino è prescritto.

A Rivista Anarchica N10 febbraio 1972 Aspettando il manichino di E.M.

3 settembre 2011
Rovesciate le parti al processo per la morte di Pinelli. Ora tocca alla difesa di Calabresi trovare il modo di adattare l’incrinatura riscontrata su una faccia dell’epistrofeo (seconda vertebra cervicale) alla tesi del suicidio. La frattura a parere dei periti di Licia Pinelli, risale certamente ad una lesione provocata prima della morte. I periti di Calabresi non si sono ancora pronunciati in merito e stanno probabilmente scervellandosi per trovare una giustificazione decente. Molto prima della riesumazione avevano detto “attento alle vertebre, commissario!”. Appunto.

La prova del manichino è stata per ora rimandata (il manichino dell’Alfa Romeo, in acciaio, non andava bene) ma un tecnico di Cinecittà provvederà a costruirne uno adatto e un uomo, forse un acrobata, verificherà se Pinelli può essersi buttato dalla finestra con le modalità descritte nei rapporti della squadra politica e nelle deposizioni troppo confuse o troppo precise dei poliziotti al processo Baldelli. La proposta, avanzata da taluno, di usare per la prova il corpo di un funzionario dell’Ufficio Politico della Questura di età e dimensioni opportune, non è stata accolta.

Il giudice D’Ambrosio, gli va dato atto, sta conducendo l’indagine in modo molto più serio di quanto hanno fatti suoi predecessori, a cominciare dal giudice Amati. D’Ambrosio si muove in molte più direzioni, ma di ciò che fa non si sa molto perché a questo proposito, forse a ragione, è muto come una tomba. Non conosciamo le sue intenzioni né fino a che punto è deciso ad andare avanti. È certo che davanti a lui ci sono due scelte difficili: in primo luogo è evidente che allargare il campo delle indagini significa far confluire l’intero procedimento nel processo per la Strage di Stato ed è altrettanto evidente che i poliziotti tenteranno in tutti i modi di mantenere il caso Pinelli isolato dalla Strage. In secondo luogo, le “pressioni” su D’Ambrosio sono state o saranno molto pesanti ed il giudice Biotti che per aver osato molto meno fu ricusato con l’accettazione della Corte d’Appello, sottoposto a processo disciplinare e successivo procedimento finale affidato alla giacobina Procura della Repubblica di Firenze, sospeso dallo stipendio e dall’Ufficio e infine dimenticato da tutti, è solo un esempio del grado di libertà che la libera Magistratura della Repubblica nata dalla liberazione consente ai liberi Magistrati in nome della libertà della legge. Il 22 novembre, per concludere, il procuratore generale della Cassazione ha chiesto il rigetto del ricorso presentato dal presidente del Tribunale di Milano, dott. Carlo Biotti contro l’ordinanza che accoglieva la sua ricusazione.

A questo punto, a nostro avviso, se ci tiene alla carriera, allo stipendio e alla coscienza è meglio che D’Ambrosio continui con la massima rapidità e decisione perché al primo cenno di debolezza (quale potrebbe essere il rifiuto a sentire come testimone l’ex questore Marcello Guida) lo schiacceranno come una pulce.