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1969 12 27 Umanità Nova – Al quotidiano milanese L’Avvenire. Precisazioni su un’intervista di Mario Mantovani

6 Mag 2015

1969 12 27 Umanità Nova - Precisazioni su un’intervista di Mario Mantovani

 

Tra le numerose sollecitazioni a rilasciare dichiarazioni sui tragici fatti di Milano da parte della stampa di vario colore e di agenzie nazionali ed estere, vi è stata anche una sorta di intervista telefonica chiestami dal quotidiano «Avvenire» che si pubblica a Milano, cattolico e, se non andiamo errati, orientato a sinistra.

Le risposte date all’intervistatore, salvo qualche inesattezza certamente involontaria, sono obiettivamente riportate nel numero di venerdì 19 dicembre del giornale, seconda pagina. Nella chiusura dello scritto, tuttavia, sono contenute affermazioni riguardanti il povero «suicida» Pinelli e un Circolo a cui lo stesso Pinelli apparteneva – e ne era anzi, l’instancabile animatore – frutto di un grosso equivoco del giornalista Nino Andreoli, esclusa ogni intenzione malevola da parte di quest’ultimo.

Ho infatti dichiarato che il Valpreda, indipendentemente dal fatto che egli abbia preso parte o meno alla mostruosa strage di piazza Fontana, non apparteneva al movimento anarchico organizzato e non godeva di alcuna stima presso coloro che lo conoscevano. Invece, inversamente, il povero «Pino» (Pinelli) era un uomo di provata fede ed onestà, anche se il gruppo a cui apparteneva – quello del «Ponte della Ghisolfa» – non aderiva alla Federazione Anarchica Italiana per ragioni di puro ordine organizzativo e non ideologico.

La dimostrazione sulla errata interpretazione delle mie dichiarazioni su questo punto da parte del giornalista de l’«Avvenire» (che mi attribuisce di aver detto «che neppure Pinelli era anarchico») può essere suffragata anche dal fatto che gli avevo segnalato un comunicato degli anarchici milanesi riuniti al Circolo «Ponte della Ghisolfa» che condannava decisamente ogni forma di terrorismo, pubblicato nel n. 43 prima pagina di «Umanità Nova» del 20 dicembre, appena posto in circolazione.

Appunto il Circolo anarchico a cui il povero nostro compagno Pinelli consacrava da anni il meglio delle sue attività generose e disinteressate.

MEMORIALE Tratto da: Lettere dal “carcere del sistema” di Pietro Valpreda (maggio 1972)

27 aprile 2015

Nostra nota

In questo memoriale Pietro racconta la sua vita, di come e quando iniziò a interessarsi alla politica, per poi concentrarsi su alcuni punti dell’accusa, inventati dalla magistratura per poterlo incastrare. Una descrizione ed un racconto utile ancora oggi per smerdare alcuni vermi, novelli dietrologi, che cercano di infangare la sua memoria, la sua storia, la sua figura.

Per motivi che possiamo solo ipotizzare (probabilmente per proteggere altri compagni) vi sono due nomi “sbagliati”: quello di Enrico Di Cola (allora latitante) che viene chiamato Pietro, e quello di Angelo Fascetti (prima incriminato e poi prosciolto) che viene chiamato Carlo. Vi è anche un errore nel riportare il nome di una sigla, forse perché inserito dai redattori e non da Pietro che tale sigla ben conosceva, che è quello dei GIA nel testo chiamati (Gruppi italiani anarchici) invece che Gruppi di Iniziativa Anarchica.

Memoriale

Durante i bombardamenti dell’agosto del 1943, la casa in cui abitavamo a Milano, in corso di Porta Vittoria, venne sinistrata; mamma, mia sorella ed io sfollammo a Cannero, un piccolo paesino di mille anime sul lago Maggiore; papà rimase a Milano e, quando gli era possibile, ci raggiungeva alla fine della settimana con mezzi di fortuna. Cannero è il paese d’origine dei miei bisnonni materni; la mia nonna materna e mia madre vi sono cresciute.

Quando nacqui, il 29 agosto 1932, i miei genitori erano padroni di un bar; mamma era giovanissima, non ancora diciannovenne. Il nonno materno di mamma aveva una piccola villa a Cannero ed era direttore di una fabbrica di spazzole, l’unica industria del paese. Il mio bisnonno, Bartolomeo, chiese ai miei genitori se, dopo che fossi svezzato, avendo loro il lavoro del negozio, volevano lasciarmi da lui per qualche tempo. Così fecero. Dopo tre anni nacque la mia sorellina, Maddalena. Restai con il mio bisnonno fino alla sua morte, avvenuta nell’aprile del 1941.

La mia prozia Rachele, sorella della mia nonna materna, viveva con il bisnonno Bartolomeo, e, non essendosi sposata, era rimasta vicino a suo padre fino alla morte di lui. Dopo lo scoppio della guerra, venuto a mancare il sostegno paterno, zia Rachele, senza nessuna esperienza, dovette cercarsi un lavoro per vivere; ritornammo a Milano e io ritornai a vivere con i miei genitori. La vita di sacrifici e di paure che si passò durante la guerra voluta dalla follia fascista è ancora nella memoria di coloro che vissero quei giorni: è un dovere non dimenticare.

Il 25 aprile eravamo già tornati a Milano. Poco dopo ci trasferimmo nell’appartamento di viale Lucania 5, dove i miei abitano tuttora.

Terminavo la terza media all’Istituto Zaccaria, gestito dai padri Barnabiti e Milano sgomberava faticosamente le sue macerie e faticosamente cercava di sanare le sue ferite. I miei nonni materni erano tornati anche loro da Bareggio, un paesino in cui erano stati sfollati, ed ebbero dal Comune, anche come genitori di un caduto sul fronte greco-albanese, un appartamento alle case popolari di San Siro, in via Cividale. Nel ’47 mi stabilii con loro: abitavano in periferia, vi erano prati e io ero più a mio agio.

Qui devo aprire una parentesi, perché è a questo periodo che risalgono i miei primi contatti con la politica. Mio nonno, che ora ha 84 anni, è sempre stato nel partito socialista; fin da giovanissimo. Credo che oggi sia una delle più vecchie tessere del Psi. Mi parlava dell’antifascismo, della resistenza, del socialismo, delle angherie che aveva subìto durante il fascismo, di come veniva arrestato per misura precauzionale se il duce veniva a Milano, di quando difesero l’Avanti! dall’attacco dei fascisti, e di tanti altri avvenimenti che aveva vissuto personalmente. Con lui frequentavo la cooperativa socialcomunista di piazza Segesta, di cui possedeva alcune azioni che, credo, ora abbia passate a mio nome.

In quel periodo tutti i rifugi delle case popolari erano adibiti a cellule del Pci e del Psi; erano i tempi del Fronte Popolare; nelle cellule dei partiti si tenevano corsi sull’ateismo, politici, di storia, di partito. Alla domenica si ballava, a volte anche nei cortili pavesati con lampioncini veneziani di carta; bastava un giradischi per credere di aver acquistato la libertà. In quel periodo cominciò a svilupparsi la mia passione per la danza.

Ero già ateo, perché la mia crisi religiosa la ebbi a 14 anni, frequentando alcuni studenti antifascisti delle classi superiori dell’Istituto Zaccaria; ribelle lo ero sempre stato, per natura.

Un giorno mi capitarono in mano alcuni opuscoli anarchici e il giornale Il libertario, che si pubblicava a Milano. Trovai nell’anarchismo la mia fede politica e tutto quello che non avevo trovato altrove. Ora, a distanza di 20 anni, solo perché anarchico, mi trovo imprigionato innocente.

Il debutto con Scugnizza

Lavorai per tre anni circa con un fratello di mio nonno, il quale aveva una piccola officina artigiana di argenteria. Feci in tempo a diventare apprendista operaio cesellatore; alla sera frequentavo la scuola di arte applicata all’industria (scultura) e per due anni corsi in bicicletta come allievo.

Il boogie-woogie furoreggiava; ero diventato uno sfegatato del jazz. A 18 anni frequentai per alcuni mesi la scuola di danza del maestro Ugo Dall’Ara. Un giorno mi offrirono una scrittura nella compagnia di operette di Raffaele Trengi; accettai e partii. Tutti i miei furono molto stupiti, ma non si opposero.

Mi ricordo che Rosanna, la mia ragazza, che era pure lei allieva di classico, voleva fuggire di casa e fare la ballerina, ma non lo fece. Ora sarà una bionda signora con prole.

Il mio debutto avvenne a Livorno, con l’operetta Scugnizza. La nuova vita mi affascinò, mi sentivo libero, vedevo posti nuovi e anche se saltavo qualche pasto ero felice. Ero partito con Franco, un altro debuttante ballerino milanese e nei primi mesi avemmo un deperimento organico a forza di saltare nei letti delle nostre colleghe di lavoro.

Rimasi con Trengi più di due anni e mezzo. Andammo in tournée in Svizzera, a Malta, in Libia. Dopo circa un anno che ero in compagnia mi innamorai di una collega, Adriana, una romagnola rossa. Mi misi con lei e lasciammo la compagnia insieme per far parte della rivista del maestro Nello Segurini. Come si sciolse la formazione, ci lasciammo. L’ho rivista quattro anni or sono: lavorava come entraìneuse in un locale notturno di Bologna; il suo viso stupendo era forse ancora più bello.

Feci parte di un’altra formazione di operette e ai primi di gennaio del 1954 partii disperato per il servizio militare, il periodo più insulso, squallido, inutile e alienante della mia vita.

Qui ritengo opportuno ampliare, almeno in ordine cronologico, quale fu il mio reale stato di servizio, perché durante l’attuale fase di istruttoria fu deposto sulle mie reali mansioni e specializzazioni, tutto ai fini di puntellare le tesi dell’accusa e nel quadro più ampio del linciaggio morale perpetrato nei miei confronti. In tal senso l’accusa si valse dell’ex-tenente Ciccio, ora dipendente di Edilio Rusconi, di cui si è recentemente interessato il dottor Marcello De Lillo, giudice istruttore sul «golpe» di Borghese, riguardo ai suoi legami e finanziamenti al Fronte Nazionale.

Mai visto esplosivi

Dopo il normale corso di addestramento al CAR di Fossano (Cuneo) fui assegnato al 114° reggimento, di stanza a Gorizia, ma fui quasi subito trasferito a Palmanova (Udine) per un corso di specializzazione. Questa specializzazione fu di informatore: studiai l’uso della bussola e delle carte geografiche. Non partecipai perciò mai e poi mai a corsi o lezioni riguardanti gli esplosivi o altro (tranne i tiri regolamentari al poligono); per cui, quando raggiunsi il battaglione, il mio compito riguardò sempre ed esclusivamente la mia specializzazione. Nelle marce o uscite di addestramento io adoperavo bussole e carte e non tritolo o altro: quello era compito degli artificieri o di altri specialisti. Indi fui aggregato a una caserma della finanza in qualità di selettore delle reclute.

Raggiunsi il mio reggimento al campo di Tambrè di Alpago; al rientro a Gorizia, stetti per qualche tempo come furiere al comando reggimentale; alfine raggiunsi definitivamente il mio battaglione. Così arrivai praticamente a metà ferma e se anche vi erano stati dei corsi di addestramento durante le uscite, erano terminati da tempo. Mentre mi trovavo al battaglione, ebbi una sola licenza come premio per aver donato il sangue. Tutto il resto che è stato detto è solo una sordida manovra calunniatrice.

Dopo tredici mesi di servizio militare fui arrestato per una sciocchezza che avevo commesso da minorenne, una tentata rapina. Fui tradotto a Milano e rimasi in carcere un anno. Fu la mia prima esperienza. Uscii dopo il processo e venni condotto al distretto militare per terminare la ferma. Avevo incominciato a provare il pugno del sistema.

In quegli ultimi mesi conobbi e intrecciai una relazione con Mariuccia. A distanza di tempo posso affermare che fu una donna che contò nella mia vita; fu un amore vero, che lasciò in me un’impronta che non si è più cancellata, per ciò che trovammo insieme. Forse una cosa bisogna perderla per capire il suo vero valore e il significato che aveva per noi. Mariuccia per me abbandonò un marito e una figlia; la nostra bella unione durò sei anni. Fu anche l’unica donna con cui ebbi una casa in comune. Avevamo una piccola mansarda al quinto piano, a Porta Venezia, a Milano. Durante la nostra convivenza feci di tutto per lavorare senza lasciare Milano. Nei primi cinque anni feci soltanto due brevi tournée, una con la compagnia di Nuto Navarrini e un’altra con Pinuccia Nava. Fu in questa compagnia, che aveva tenuto il cartellone tutta l’estate a Milano, che conobbi Rossana R. Con Rossana ebbi un breve flirt. Forse feci un’altra breve tournée con Nuto Navarrini, ma non ricordo. Cercavo scritture stabili a Milano e ne ricordo due, con Bramieri e con Lucio Flauto. Poi televisione, fumetti, cinema, pubblicità. Nel 1961 mi riprese la smania di viaggiare e, con brevi soste a Milano, lavorai con Claudio Villa, Aichè Nanà, Gegè Di Giacomo e Riccardo Minigio (Rik). In questo periodo incontrai Patrizia, con cui iniziai una relazione. E questa fu forse la causa principale per cui ruppi con Mariuccia. Difatti quando nel maggio del 1962 ci lasciammo, mi unii con Patrizia. Nel 1958, in agosto, ero stato fermato dalla finanza sulla mia topolino. Ebbi una multa e dieci giorni di carcere per alcune centinaia di pacchetti di sigarette che avevo acquistato a Domodossola. Sette giorni di carcere li feci a Domodossola, gli altri tre giorni, nel 1964, a La Spezia, mentre lavoravo con la compagnia Ceccherini.

In quegli anni il movimento anarchico era praticamente nullo; esistevano pochi gruppi, che avevano una sede dove la tradizione era molto forte, come Livorno, Carrara, Genova, Canosa di Puglia; i migliori erano morti nella guerra di Spagna o nella resistenza, o si trovavano in carcere, o erano rimasti per sempre in esilio. A Milano ci si riuniva al partito repubblicano, o nella sede dell’Associazione nazionale perseguitati politici antifascisti (di cui era cassiere il nostro compagno Mario Damonti, che era stato vent’anni rifugiato in Francia, che aveva combattuto con il maquis e aveva avuto pure una figlia morta in un lager tedesco) o in una vecchia osteria a Porta Ticinese.

In quel periodo conobbi Giuseppe Pinelli. Con altri due compagni aveva un gruppo che si chiamava «Gaetano Bresci». Tentavano quel minimo lavoro politico che le condizioni storiche permettevano. Se si attaccavano ai muri volantini o se si cercava di vendere la nostra stampa, se si cercava di parlare di anarchia, non si veniva arrestati come al presente; ci trattavano come individui da ospedale psichiatrico, o i più benevoli da sorpassati o da utopisti.

Armando Borghi, il nostro compagno dirigente dell’Usi prima dell’avvento del fascismo, dopo la guerra era ritornato in Italia dal suo esilio in America e dirigeva a Roma il nostro settimanale, Umanità Nova, fondato da Errico Malatesta. A Milano, Il libertario già da tempo aveva cessato le pubblicazioni; nel 1960 si tentò di dargli nuovamente vita, ma fallì dopo una decina di numeri; direttore ne fu il compagno Mario Mantovani, il quale dopo la morte di Borghi prese il suo posto a Umanità Nova e lo occupa tuttora. Tranne le riunioni quando era a Milano e i contatti con gruppi e compagni isolati, non si faceva un vero lavoro politico. Io raccoglievo tutto il materiale che potevo trovare sul Movimento nelle librerie, sulle bancarelle, dai vecchi compagni; libri sull’anarchia non se ne stampavano, tranne quelle tirature limitate che con grandi sacrifici venivano edite dalle collane del Movimento.

Dal 1962 girai ininterrottamente. Feci parte di molti avanspettacoli, riviste, ecc. Patrizia era con me. Nell’estate del 1964 feci parte del balletto di Katherine Dunham, che girò La Bibbia. Nel gennaio 1965, mentre ero con la compagnia di Sergio Parlato, mi ammalai del morbo di Bürger.

Dovetti subire due interventi chirurgici e rimasi quasi cinque mesi all’ospedale. Nell’ottobre dello stesso anno riprendevo il lavoro completamente guarito e Patrizia e io debuttammo con la compagnia Patti.

Nel 1966, sull’onda del movimento provos olandese, che allora si batteva su posizioni libertarie, del movimento beatnik americano e dei primi sintomi della contestazione studentesca, anche il movimento anarchico riprese vigore. In quel periodo conobbi Ivo Della Savia e suo fratello Piero. A causa dei viaggi dovuti alla mia professione, avevo pochissime occasioni di incontrare sia loro che gli altri compagni; mi ricordo bene di Piero, che allora era un ragazzo di 13-14 anni esile e biondo, cui spesso davo i biglietti omaggio per vedere lo spettacolo al teatro Smeraldo. A Milano vi era una sede in piazza Brescia con diversi giovani; da lì fummo sfrattati per un convegno della gioventù provos e anarchica e ci trasferimmo in piazzale Lugano, dove la sede funziona tuttora. Appena il lavoro me lo permetteva, frequentavo i compagni.

In aprile del 1968 appena finito il contratto con la compagnia di Lola Gracy, fui scritturato per tutta l’estate dal Comunale di Bologna. Patrizia venne con me. La nostra unione, capivo, stava per finire. La nostra era stata una relazione burrascosa, io ero sempre irrequieto e scontento; ci eravamo già lasciati per alcuni mesi, un anno prima, ora eravamo agli sgoccioli. Con il Teatro comunale di Bologna andammo anche a Pesaro, per il centenario della nascita di Rossini, e demmo il suo Mosè.

In una breve pausa contrattuale partecipai con i compagni di Milano al congresso anarchico di Carrara; poi, sempre con il Comunale, debuttai a Losanna. Ritornai a Bologna, inaugurammo la stagione.

Io avevo cominciato una relazione con Valeria, mia collega di danze a Milano. Patrizia era con la compagnia di Marotta; a metà dicembre del 1968 la raggiunsi a Genova, dove ci lasciammo definitivamente. Non ci siamo più rivisti; ho appreso solo che è stata interrogata dal giudice in merito alla mia attività sessuale prima e dopo l’operazione, sempre a fini di giustizia: onde trovare un mio supposto trauma che giustificasse la loro pazzia del taxi. Tornai a Milano da mia zia. Cominciai a studiare danza classica con Sabino Riva.

Quasi ogni giorno mi trovavo con i compagni al Ponte della Ghisolfa o alla casa dello studente-lavoratore, l’ex-albergo Commercio di piazza Fontana.

Il lavoro politico e di propaganda non mancava. In febbraio, dopo il raduno regionale del Msi al cinema Ambasciatori, verso l’una di notte i fascisti lanciarono delle bottiglie molotov contro la Cisl. Due passanti che leggevano dei manifesti furono gravemente feriti. Io facevo il turno di portineria con il compagno Steven e la lingua di fuoco di una molotov ci passò a poco più di un metro; come sempre nessun fascista venne fermato.

Intanto ci eravamo affiatati in un gruppetto di cinque uomini e una donna; lavoravamo sempre uniti e ci denominavamo anarchici iconoclasti; contestammo pure il Festival di Sanremo.

Le bombe alla Fiera

La mia relazione con Valeria era terminata. Una notte, al quartiere artistico di Brera, in un locale caratteristico, incontrai Rossana; in ricordo dei tempi passati stemmo insieme un paio di giorni, poi lei partì per Roma dove aveva casa.

Il 25 aprile scoppiavano le bombe alla Fiera e alla Stazione centrale. Come al solito cominciò la caccia all’anarchico; io fui trattenuto e interrogato per due giorni benché avessi un alibi di ferro. Cinque nostri compagni furono proditoriamente incriminati e incarcerati senza prove. Su di loro pendevano sospetti, oltre che per i 17 attentati terroristici, anche per il gravissimo episodio della bomba del 25 aprile 1969 al padiglione Fiat della Fiera di Milano e per quello della bomba all’Ufficio Cambi della Stazione di Milano.

Oggi, dopo il processo, la vergognosa costruzione imbastita dal solito commissario Luigi Calabresi, detto «volto d’angelo», imperniata principalmente sulla falsa teste Rosemma Zublena e avallata da un’istruttoria altrettanto artefatta e lacunosa del solito giudice Antonio Amati, è crollata miseramente, sconfessando non solo l’operato degli inquirenti, ma dando la prova della responsabilità di ambienti politici ben precisi. Infatti per molti attentati la polizia romana era sulle tracce di noti elementi di estrema destra (deposizione di Umberto Improta, funzionario della squadra politica di Roma, a Milano). Come già aveva svelato il giornale inglese Observer, era in atto in Italia una vasta operazione eversiva condotta dai fascisti italiani e ispirata dai colonnelli greci.

Il processo di Milano e l’istruttoria sulla strage di piazza Fontana confermano che alcuni ambienti politici italiani speravano nel successo dell’operazione. Per le bombe del 25 aprile ciò è ormai chiaro: la responsabilità materiale dei fascisti fu provata in aula. I compagni anarchici, pur essendo crollata miseramente l’accusa, hanno pagato in parte solo perchè l’intera verità era un accusa contro i loro accusatori.

Torniamo alla mia vicenda. Per quanto facessi una attività politica, non smettevo di frequentare le lezioni di ballo. Sabino Riva, con cui studiavo a Milano, da un po’ di tempo si era trasferito a Roma, l’unico sindacato nostro con possibilità di lavoro era a Roma, tutto l’ambiente artistico era a Roma, mentre Milano non offriva quasi più nulla; così decisi di andare per un periodo a Roma. Il primo maggio 1969 ero a casa di Rossana.

Ripresi subito a frequentare il nostro sindacato ballerini, ripresi a studiare con Sabino; alla fine di maggio ebbi un breve contratto in televisione e mi trasferii in una pensione per gli artisti vicino al teatro Jovinelli.

I compagni di Roma avevano la sede del gruppo Bakunin in via Baccina; i contatti all’inizio furono quasi nulli. Alla fine di giugno rividi Ivo Della Savia a casa di una compagna; aveva appena scontato tre mesi di carcere militare; mi propose di entrare in società con lui, dato che voleva aprire un negozietto per la costruzione di lampade liberty. Accettai e trovammo il locale in via del Boschetto 109, vicinissimo a via Baccina. Data questa vicinanza e anche perché Ivo dormiva a casa della famiglia Rossi, attivista del gruppo, i contatti con i compagni si fecero molto più frequenti.

Il mattino frequentavo sempre le lezioni di danza e il pomeriggio lavoravo. Durante l’estate ebbi una breve relazione con Ermanna, con cui avevo lavorato insieme anni prima; risultavo perciò schedato con lei allo stesso albergo.

L’8 agosto si verificarono gli attentati ai treni; la polizia politica cominciò una persecuzione nei riguardi miei e di Ivo; fummo interrogati svariate volte; capitavano perfino due volte al giorno al negozietto; fecero promesse e minacce; a me offrirono soldi e un contratto alla televisione se avessi fatto arrestare un compagno latitante; basta dare qualche cosa in pasto al pubblico, dissero loro, anche se non centra con i treni. Improta mi disse che l’avrei pagata per non aver voluto collaborare. E le sue parole non erano vaghe minacce: oggi sto in carcere e pago innocente. A causa loro fui cacciato pure dalla pensione, perché tre o quattro volte vennero anche dove dormivo.

Lo sciopero della fame

In questa occasione fu interrogata varie volte anche Ermanna; subì diverse pressioni e pure una proposta. Lo disse a me, di fronte a diversi altri testimoni. Un pomeriggio la squadra politica ci spiò per tutto il tempo che stemmo a prendere il sole in una spiaggia appartata, dopo Ostia.

Già da diversi mesi, prima degli attentati di dicembre, la polizia politica aveva spie e provocatori in mezzo a noi e mi teneva d’occhio con particolare cura; era perciò al corrente di ogni più piccolo fatto; non avevo da preoccuparmi, perché nulla avevo da nascondere, ma questo sarebbe stato vero se fosse esistita almeno una parvenza di democrazia. I miei dubbi sull’esistenza di infiltrazioni poliziesche trovavano conferma nel fatto che quando ero convocato dalla polizia politica mi venivano riferiti fatti ed episodi anche modesti e insignificanti della mia vita personale: per esempio che ero andato al cinema, con chi avevo fatto il bagno a Ostia e a volte perfino ciò che avevo bevuto o mangiato.

Mi trasferii alla baracca che il gruppo Bakunin aveva affittato (5 mila lire al mese) per un lavoro politico al Tufello. Considerata la paranoia dinamitarda delle autorità nei nostri confronti, tengo a precisare che il lavoro politico consisteva nel discutere con gli abitanti della borgata e sensibilizzarli politicamente.

A settembre venne a Roma Steven. Decidemmo di organizzare uno sciopero della fame per solidarietà con i compagni che languivano ingiustamente in prigione a Milano. A noi si unì Pietro Di Cola, ora latitante. Lo sciopero durò otto giorni e al termine la corrente di Magistratura democratica ci dette la propria solidarietà. Parlò per loro l’avvocato Nicola Lombardi, che ora fa parte del nostro collegio di difesa.

Mi vedevo spesso coi compagni, stavamo insieme quasi ogni sera e si era creato un gruppo all’interno del gruppo, che prese una certa consistenza proprio durante lo sciopero della fame.

Non vi era nessun contrasto ideologico con il resto del Bakunin, solo non ci si trovava d’accordo su alcune modalità di lavoro, su alcune forme interne di organizzazione del gruppo, come la divisione fra simpatizzanti e militanti, i quali praticamente dirigevano tutto, e sul fatto che solo uno di loro avesse le chiavi; noi muovevamo l’accusa di avanguardismo e di burocraticismo.

Questi screzi sui metodi si acuirono sempre più, vi furono pure alcune discussioni personali, io fui addirittura accusato di essere una spia; la spia c’era veramente. Era «Andrea», che era nel Bakunin. Quando ci staccammo, aderì al nostro gruppo, ritenendolo forse un terreno più fertile per le sue provocazioni, anche Mario Merlino.

A metà ottobre Ivo venne chiamato alle armi. Cercai di convincerlo a presentarsi; aveva già subito un processo e una condanna come obiettore di coscienza e aveva già pagato abbastanza per tener fede ai suoi ideali; anche una sua vecchia maestra, da cui ci recammo, lo consigliò in questo senso, perché in caso contrario sarebbe stato un fuggiasco per tutta la vita. Ma disse che proprio non se la sentiva di indossare la divisa. Il 19 ottobre partiva per Bruxelles. La polizia politica tentò di implicarlo negli attentati di Milano, pur sapendo con certezza che si trovava in Belgio da tre mesi.

A ottobre usciva sul settimanale Ciao 2001 un articolo, intitolato «Le guardie nere di Hitler», in cui si parlava di Mario Merlino, fascista, e di un gruppo che aveva tentato di formarsi un paio di anni prima e che si chiamava 22 Marzo. Andammo in gruppo alla redazione e Mario pretese una smentita, affermando che fascista lo era stato in passato, ma che ora era e si sentiva anarchico.

L’azione esemplare

La redazione pubblicò una smentita e, dato che svolgeva un’inchiesta sui gruppi extraparlamentari, ci chiese di portare il nostro programma, che sarebbe stato pubblicato come un’intervista, pagandolo 40 mila lire. Noi ci eravamo presentati come un gruppo anarchico che si riuniva al circolo Bakunin. Stilammo collettivamente l’articolo con prassi e teorie e ci firmammo, dopo lunga discussione, 22 Marzo, perchè eravamo tutti concordi sul maggio francese e sul motto «la teoria nasce dalla prassi».

La redazione lo pubblicò integralmente; aggiunse all’inizio, solo a scopo scandalistico, la domanda: «Avete mai avuto depositi di esplosivi?». Rispondemmo di no. Nel suddetto articolo spiegammo che cosa intendevamo per «azione esemplare». Ora l’accusa ci imputa che «azioni esemplari» erano atti terroristici: come si potrà constatare leggendo l’articolo, è una accusa completamente falsa, lanciata così, proditoriamente, anche in spregio all’intelligenza e alla valutazione, perché il programma è ancora lì, scritto nero su bianco.

Alcuni compagni con i soldi dell’intervista volevano acquistare un megafono, finché prevalse la posizione di affittare un locale. Ci demmo da fare finché trovammo, in via del Governo Vecchio 22, una cantina che era stata adibita per anni a deposito di verdura e al 15 di novembre firmavamo il contratto.

Il 23 ottobre Emilio Bagnoli, Pietro Di Cola e io partimmo per Reggio Calabria, dove dei compagni del luogo dovevano subire un processo per istigazione alla diserzione. Da lì ci recammo il primo novembre a Carrara per il congresso della Fai (Federazione anarchica italiana) e il 2 a Empoli per il congresso dei Gia (Gruppi italiani anarchici). A Empoli fu l’ultima volta che vidi il compagno Pinelli. Si era recato al convegno con altri due compagni di Milano. A questo proposito tengo a chiarire un fatto, e cioè una mia supposta lite con Pino e relativo lancio di saliera. Il fatto è questo: eravamo una quarantina a pranzo in una trattoria; si mangiava, si rideva e si scherzava; Pino era infervorato in una discussione; era a sette od otto commensali da me; lo chiamai e non mi rispose; io, per attirare la sua attenzione, lanciai un cucchiaino che colpì un compagno triestino.

Era solo uno scherzo provocato dall’euforia generale; non vi fu altro; anzi, non vi era mai stato nulla, difatti uscimmo insieme, terminato il pranzo, e andammo a prendere il caffè. Diversi compagni potranno dichiararlo, se si ricordano un episodio così insignificante, e specialmente Bagnoli e Di Cola, i quali erano seduti uno alla mia destra e uno alla mia sinistra. Eppure, sempre ai fini della giustizia, anche su simili inezie hanno fondato il loro linciaggio morale.

Pinelli, da quando lo avevo conosciuto, nel ’58 o ’59, era stato sempre un compagno allegro e gioviale, entusiasta delle nostre idee, anche se eravamo in pochi a professarle. Ora Pino non c’è più. Durante i miei interminabili interrogatori buona parte delle domande verteva su Pino. Mi chiedevano di tutto e avevo l’impressione che in ogni modo volessero provare la sua responsabilità. Ma le mie risposte erano chiare e serene perché rispecchiavano interamente la verità: sapevo che Pino aveva pagato con la vita, da innocente, come da innocenti stavamo pagando noi; pertanto ogni insinuazione e ogni manovra tendenziosa cadevano nel nulla.

Pino era innocente e la sua oscura morte ne è la riprova. Esauriti gli argomenti politici e relativi ai fatti, sono arrivati al punto di chiedermi se ero al corrente di particolari intimi sulla sua vita privata. Per coprire quella verità che ora sta facendosi faticosamente strada, per avallare una infame costruzione poliziesca hanno tentato di separare e contrapporre le posizioni di Pino e nostre. La verità è che siamo uniti e vittime del medesimo disegno criminoso che portò agli attentati del 12 dicembre 1969.

Tornati a Roma dai convegni di Carrara ed Empoli, ci riunimmo diverse volte a via del Boschetto, poi con l’apertura del nostro locale ci demmo tutti quanti da fare per renderlo abitabile. Venne un vecchio compagno muratore ad aiutarci; dovevamo fare collette fra noi per comperare i chiodi o la calce.

Andrea, il mercenario del sistema, era sempre con noi. Ai primi di dicembre Rossana mi propose di trasferirmi da lei perché in baracca faceva freddo. Fu Andrea che si offerse di aiutarmi con la sua macchina a trasportare la roba che vi era in baracca; fu ancora lui che mi riportò con la sua macchina quando lasciai la mia vettura nel cortile della casa di Emilio Borghese perché partivo in autostop per Reggio. Era sempre con noi e partecipò a tutte le nostre attività, anche se lo sfottevamo perché ideologicamente e intellettualmente era zero (ora capisco il perché).

La polizia ci spiava dal di dentro e dall’esterno: il 19 novembre, prima dell’inizio dello sciopero generale, la polizia ci fermò in tredici; perquisirono la mia macchina e il negozio e trovarono solo delle bandiere senza aste.

La sera stessa, a Trastevere, Roberto Gargamelli, Di Cola e io fummo assaliti da una ventina di fascisti. Stavo raccogliendo il compagno Di Cola, svenuto, quando intervennero due poliziotti che avevano assistito all’aggressione. Come consuetudine, fermarono solo noi tre e ci mandarono a Regina Coeli per sei giorni, imputati di rissa.

Il 27 prelevarono da casa sua il compagno Carlo Fascetti e con la solita scusante degli accertamenti per gli attentati del 22 novembre lo sottoposero per un giorno alle solite pressioni; lo minacciarono di dare il foglio di via per il paese d’origine a lui e ai suoi genitori.

Ai primi di dicembre cominciarono a circolare nella sinistra extraparlamentare le voci che i fascisti dovevano effettuare degli attentati il 12 di quel mese; sembra che la fuga delle notizie fosse dovuta a due paracadutisti; anche Andrea era al corrente di questa voce. Solo per questo motivo Emilio Borghese poté dire «sappiamo chi ha fatto gli attentati», riferendosi alla voce che circolava sui fascisti; ma l’accusa capovolse il significato e anche questa ennesima montatura servì: questa volta a fini elettorali.

Alla fine di novembre, primi di dicembre, seppi che Ermanna lavorava al teatro Jovinelli; un giorno chiesi a una mascherina, Letizia, se fosse già uscita; alla sua risposta negativa l’attesi e l’accompagnai a cena. Mangiò solo della frutta cotta, perché disse che aspettava o una telefonata o una visita verso l’una, del padre della sua bambina. L’accompagnai e non l’ho più rivista.

La verità assassinata

Questa è la verità sul mio incontro con Ermanna. Avvenne fra la fine di novembre e i primi giorni di dicembre. Non vi era e non vi è nulla per cui avrei dovuto mentire su un fatto così insignificante. Ma l’accusa sostiene invece che io sarei tornato a Roma, dopo gli attentati, per… invitare a cena Ermanna. A parte l’assurdità di un simile comportamento, che, tra l’altro, era materialmente impossibile da realizzare, sia come tempi sia per le condizioni della mia auto, il fatto non ha nessuna rilevanza ai fini processuali, per cui non avrei avuto nessuna riserva ad ammetterlo se fosse stato vero.

Ma il fatto è diventato rilevante ai fini dell’accusa: non potendo distruggere onestamente e legalmente le vere, precise e reali testimonianze della mia prozia, incriminarono il resto dei miei familiari, sostenendo che mi avevano fornito un falso alibi per… il giorno dopo. Pertanto assassinarono la verità alle spalle con questa demenziale motivazione: se riusciamo a dimostrare che i parenti di Valpreda hanno mentito per il giorno dopo, potremo sostenere che la prozia ha mentito per il giorno prima, cioè quello degli attentati.

Il vedere incriminare mia nonna di 78 anni, mia zia, mia madre e mia sorella fu per me il crollo totale di quel po’ di fiducia che ancora potevo riporre in coloro che stavano indagando. Capii che ormai tutto era stato deciso. Così doveva essere. Ogni mezzo, dall’omicidio di Pinelli all’incriminazione di innocenti, era giustificato.

L’omicidio di Pino, il mio riconoscimento prefabbricato, l’incriminazione dei miei familiari, le condizioni in cui sono tenuto in carcere, le lungaggini processuali, la mancata fissazione del processo, l’omissione di indagini su ogni fatto o episodio che poteva portare ad altre responsabilità, sono le prove lampanti di un preciso disegno. È stata un’istruttoria falsa, lacunosa, a senso unico. Ma sono certo che al processo pubblico la verità verrà fuori.

Ai primi di dicembre fui scritturato dalla coreografa Fernanda S. di Torino, per l’opera La forza del destino; le prove dovevano cominciare il primo gennaio a Cagliari.

Martedì 9 ricevetti la comunicazione che entro il 15 dovevo essere a Milano per essere interrogato dal giudice Amati in merito a un volantino anticlericale; l’avvocato Luigi Mariani mi disse che voleva prima parlare con me. Salutai i compagni e Borghese mi accompagnò a piazza Esedra quando giovedì 11 partii per Milano. Dissi che avrei passato le feste in famiglia e che ci saremmo rivisti dopo il mio contratto.

Proposi anche a Rossana di partire con me e poi e di proseguire per Biella e trascorrere Natale con mamma, ma rifiutò.

Cento metri in taxi

Fui fermato lunedì 15 dicembre a Milano, al Palazzo di giustizia. Polizia e magistratura sapevano anche per conoscenza diretta che non zoppicavo, che avevo frequentato le lezioni di danza fino al giorno 11 dicembre, per cui le loro dichiarazioni su una presunta mia menomazione furono un falso deliberatamente voluto, onde giustificare la loro pazza tesi di una corsa in taxi di 100 metri.

Gli ultimi giorni a Roma li trascorsi, al mattino come sempre a lezione, poi al circolo con i compagni o con Rossana.

Appena fummo fermati e incriminati, tralasciamo i metodi, cominciò il più infame linciaggio morale che il sistema abbia mai perpetrato: ma l’ordine politico era ben preciso; non credo che riuscirei a trovare le parole per descrivere il loro infame disegno, che continua tuttora.

Quel fatidico venerdì pomeriggio ero a letto, avevo viaggiato tutta la notte su una 500 ed ero morto di sonno; al mattino mi ero recato dall’avvocato. L’avvocato Luigi Mariani, lunedì mattina, mentre andavamo dal giudice, mi disse: «Eri con tua zia e puoi stare tranquillo, anche se, come al solito, hanno cominciato la caccia all’anarchico».

Mi ricordo ciò che uscì dalle sottili labbra da sadico di Calabresi, mentre mi stavano interrogando alla questura di Milano. «Questo non sciupatemelo», disse. «Il Valpreda ci serve». Avrebbe fatto meglio ad aggiungere: vivo.

E sono ancora qui, oggi, a languire in galera innocente, mentre il sistema cerca di appiopparci l’ergastolo.

La lotta continua.

Pietro Valpreda

(Da «Panorama»)

7 gennaio 1970 Circolare interna riservata di Gruppi anarchici su posizione Mario Mantovani e Umanità Nova

12 aprile 2012

CIRCOLARE: INTERNA RISERVATA

Milano 7/1/’70

A Mario Mantovani

A Umanità Nova

Alla C.D.C. della FAI

Alla C.D.C. dei G.I.A

A L’Internazionale

A tutti i gruppi anarchici di lingua italiana

Denunciamo come errata, dannosa ed assurda la linea assunta da Umanità Nova e da alcuni compagni sui recenti fatti. In particolare denunciamo i seguenti fatti:

1) L’atteggiamento ambiguo nei confronti di Pinelli (U.N. del 20/12/’69 ) “Al momento di andare in macchina apprendiamo dalla stampa di un preteso suicidio alla questura di Milano e di un fermato… … In attesa che piena luce venga fatta sul drammatico episodio ecc….; intervista di Mantovani al giornale cattolico “Avvenire” in cui diceva che P. non era anarchico particolare poi smentito blandamente sul numero successivo di U.N.; scarso rilievo dato all’assassinio del nostro compagno ecc.(*)

2) L’atteggiamento stupido ed odioso nei confronti del compagno Valpreda, dato nell’editoriale di Mantovani (U.N. del 27/12/’69) per colpevole, definito sergente fascista, miserabile relitto umano ecc. ecc.

3) L’interpretazione politica “ingenua”: congiura fascista contro cui si invoca un’unità antifascista ecc.

4) Tardiva ed eccessiva condanna del gruppo XXII marzo, di cui, se facevano parte elementi ambigui, facevano anche parte dei sinceri compagni, sia pure con atteggiamenti parzialmente discutibili.

Questa linea politica ha praticamente avallato certe interpretazioni anti anarchiche dei fatti e si è prestata al gioco della repressione e della calunnia.

Chiediamo a U.N. ed a Mantovani, quale redattore e quale responsabile della ignobile diffamazione di Valpreda di smentire le assurdità pubblicate e di modificare la linea politica (vedi documenti allegati).

Chiediamo a tutti i compagni di pronunciarsi su questa faccenda con chiarezza e decisione.

Rendiamo noto inoltre che se U.N. non recederà dal suo atteggiamento, saremo costretti a sconfessarla pubblicamente.

“Errori” come quelli commessi da U.N. non sono tollerabili in momenti così gravi per il movimento anarchico.

Per concludere facciamo notare come sia stato assai più coraggioso ed intelligente rispetto ad U.N. l’atteggiamento assunto da molti non-anarchici (come ad esempio il comitato di avvocati e giornalisti contro la repressione, di cui alleghiamo un paio di comunicati stampa).

GRUPPO UGO FEDELI

GRUPPI DI BANDIERA NERA

GRUPPO AZIONE LIBERTARIA

GRUPPO G. G. MORA

I LIBERTARI DEL POLITECNICO

CIRCOLO PONTE DELLA GHISOLFA

CIRCOLO SCALDASOLE

SEZIONE U.S.I. BOVISA

LEGA ANARCHICA MILANESE

CROCE NERA ANARCHICA

—–

(*) con l’occasione denunciamo anche il fatto che ai funerali di Pinelli, il cui importante significato politico non poteva sfuggire a nessuno, hanno partecipato solo (oltre ai compagni di Milano tutti, ed a giovani anarchici di varie città), un compagno di Canosa a titolo personale e un compagno di Senigallia in rappresentanza del suo gruppo.

Umanità Nova n44 27 dicembre 1969 Non ci difendiamo ACCUSIAMO! di Mario Mantovani

6 dicembre 2011

Umanità Nova 27 dicembre 1969 Mario Mantovani Lo ripetiamo: c’è tanta umanità in noi anarchici, tanto odio per la violenza selvaggia e fine a se stessa, da trasformare l’orrore per la mostruosa quanto inconcepibile strage di Milano in profonda rivolta contro chi, cinicamente strumentalizzando la generale commozione, tenta di associare una qualsiasi ideologia ideologia progressista – e particolarmente quella libertaria – in freddo calcolo di profitto sullo sterminio di vite umane.

Intima rivolta, la nostra, contro una tale profanazione del dolore per le vittime ignare, che non si appaga del momentaneo – anche se certamente sincero – sdegno popolare. Rivolta che perdurerà in noi anche quando tutti avranno dimenticato, come dimenticati sono stati i caduti degli eccidi proletari (di cui riportiamo un incomplete elenco per gli immemori, in altra parte del giornale) e come soltanto cronaca distrattamente seguita è oggi quella che ci fa conoscere il vergognoso verdetto che risparmia ai consapevoli autori dell’immane tragedia del Vajont – 2000 vittime della speculazione e del criminale affarismo – un sia pur unico giorno di prigione.

La “caccia all’anarchico” di questi giorni, su cui si è sadicamente riversata la stampa di vario colore, ma convergente sull’unico proposito, commune a certi funzionari di polizia, di “coprire” i veri promotori del terrorismo da Guerra civile, ha tutti gli aspetti di un piano predisposto da lunga data. Organizzato, anche, con mano esperta da ben altri spietati tecnici del terrore che non siano quelli del gruppetto rastrellato con inconsueta rapidità dalla polizia di Milano e di Roma

Misteriose coincidenze di una crociata

Un piano “celere”, con uno svolgimento per così dire cronometrato. Inizia i suoi sviluppi subito, il mattino del 13, all’indomani degli attentati. La coincidenza con l’espulsione della Grecia dal consiglio d’Europa, avvenuto il giorno prima, non viene rilevata, come trascurate sono le rivelazioni della stampa inglese sull’opera di sobillazione svolta in Italia da agenti da agenti dei colonnelli implicati negli attentati del 25 aprile a Milano. Come, ancora, non sono annotate le sintomatiche allusioni del dittatore di Atene, Papadopulos, all’indomani della scomunica europea (e degli attentati) dirette ai paesi occidentati: “ Attenzione – egli avverte – la democrazia nei vostri paesi è in pericolo. I vostri paesi si trovano davanti ad un tempesta. Il comunismo non è più un pericolo nel mondo. I Paesi occidentali sono minacciati dall’anarchia…”.

Una crociata antianarchica, dunque, sotto la guida dei colonnelli di Atene?

Il “Corriere della Sera” di Milano, lo stesso giorno, forse per un fenomeno di telepatia col dittatore greco, avanza subito l’ipotesi dell’attentato “anarchico” e, per meglio indirizzare l’opinione pubblica contro gli anarchici, cita l’esplosione al teatro “Diana”, nel ’21, alla ricerca di assurdi parallelismi. Omettendo, tra l’altro, che in quel lontano attentato non era estranea l’opera di provocatori e di mandanti e che, a pochi minuti dalla strage, “inspiegabilmente”, una preordinata incursione di fascisti era pronta nelle vicinanze ad invadere e devastare la sede di “Umanità Nova”, allora quotidiano anarchico diretto da Malatesta.

Passiamo oltre. Al “Corriere” fa seguito, con immediatezza, la catena della stampa reazionaria. A Roma, un mare di manifesti fascisti incitanti a formare “squadre d’azione per salvare la patria” inonda la città quasi contemporaneamente agli scoppi di Milano e Roma. Già il “Borghese”, settimanale fascista, verso la fine di novembre, a proposito delle attività squadristiche di Pisa, Torino, Napoli, Latina e Milano, parlava di “una reazione (all’uccisione del poliziotto Annarumma, n.d.r.) incoragiata da noi” (cioè dai fascisti). E aggiungeva: “E’ necessario non soltanto non allentare la tensione, ma accrescere il ritmo e l’aggressività dell’azione sulle piazze… Non è più l’ora dei colonnelli. E’ vero. Ma soltanto in quanto il nemico da battere non richiede colonnelli: bastano i sergenti, purchè abbiano voglia di battersi e la gente disposta a seguirli”.

Il fascista “Borghese” pensava forse, al fine di mantenere il “ritmo”, ai vari “sergenti” alla Valpreda da mandare avanti in avanscoperta, utilizzando l’ambivalenza dei loro gruppi provocatori neofascisti tipo “22 marzo” e simili, truccati di anarchismo. Poi, dopo i “sergenti”, sarebbero venuti i “colonnelli” a far tabula rasa, passando dall’eliminazione della punta anarchica a quella della soppressione di ogni libertà per tutti, movimento operaio in testa. Esattamente come è avvenuto nelle sanguinose vigilie della marcia su Roma, pretesto il “Diana”, ma anche gli scioperi e le rivendicazioni operaie – non lo si dimentichi – come oggi.

Un funzionario ben “orientato” 

Dopo la stampa più squallida, nelle stesse ore, si direbbe come da ordine ricevuto, fanno coro al “Corriere” le dichiarazioni di un funzionario della “politica” di Milano, il dott. Calabrese. Mentre il questore Guida, ben noto agli antifascisti relegati al confino nell’isola di Ventotene dove egli era inflessibile direttore agli ordini di Mussolini, assicurava che le indagini si svolgevano “in ogni direzione”, anche internazionalmente, il dott. Calabrese non si peritava di dichiarare che l’attentato “era roba da anarchici” e che i responsabili andavano ricercati esclusivamente “fra gli estremisti di sinistra”. Non aveva rilievo, per lui, il fatto che a Milano, nel 1969 ed in soli sei mesi, cinque dei dieci attentati al tritolo o con bottiglie Molotov avvenuti, erano stati inoppugnabilmente attribuiti a fascisti e che del sesto, il più grave, quello alla Fiera, erano seriamente indiziati degli agenti greci.

Tutto si collega. Il funzionario Calabrese è uno degli interroganti del povero Pinelli, anarchico, “suicidato” nelle note ed oscure circostanze. Oscure, ma per l’opinione pubblica e per noi, lo sono però fino ad un certo punto. L’inchiesta “ufficiale” promossa dalla magistratura circa la morte del nostro compagno, per essere svolta “in famiglia”, con l’esclusione di periti di fiducia della difesa, non è certo fatta per convincere. Ben venga, quindi, l’iniziativa di Peter Weiss di interessare al caso il Tribunale internazionale Russell (che, recentemente, ha reso noti i risultati della sua inchiesta sull’incendio del Reichstag nel 1934, dopo quelli sui massacri nel Vietnam) e il Comitato internazionale per i diritti dell’uomo di Stoccolma.

Nel suo libro “Quest’Italia”, il noto giurista e sociologo Saverio Merlino scriveva, parlando di tribunali e di polizia rimasti borbonici vent’anni dopo l’unità d’Italia, che al tempo del processo degli anarchici di Milano (novembre 1889) il presidente rispose a una protesta rivolta da un accusato agli agenti i polizia: “ Bah! Sapevano bene con chi avevano a che fare” (testuale). E, per arresti di anarchici avvenuti a Napoli in occasione della venuta, nel marzo 1889, ospite del re, il kaiser Guglielmo, “la polizia inventò anche un complotto con delle bombe, ma esso fu sventato dopo alcuni di carcere preventivo degli arrestati”.

Le bombe, a Milano ci sono state. Ma il povero Pinelli era soltanto reo di essere anarchico. Il questore Guida era stato troppo sollecito ad affermare pubblicamente che l’alibi presentato dalla vittima era caduto, che nessun verbale d’interrogatorio era stato steso prima del “suicidio”. Falso. Di alibi per la povera vittima ve ne sono stati fin troppi, e tutti riconosciuti validi. Ne sono saltati fuori tre, ora, non uno solo. Ed è basandoci su tali patenti menzogne che l’opinione pubblica dovrebbe prestare la minuma fiducia alle contraddittorie asserzioni poliziesche ed all’ammaestrata inchiesta ufficiale?

Un Valpreda tutto fare

Non ci interessa parlare del Valpreda, designato quale quale animatore, circondato da un gruppetto di giovani esaltati, di un circolo sedicente anarchico dove pullulavano elementi squadristi, feticisti del culto della violenza distruttiva. E’ stato unanimemente accertato che il Valpreda ed i suoi amici nulla avevano in comune col movimento anarchico e, tanto meno, con una qualsiasi ideologia libertaria.

Ma l’affrettata indagine poliziesca e giudiziaria, seguita dalla stampa che subitamente ha organizzato la “caccia all’anarchico”, non ha altro da offrire all’opinione pubblica che un miserabile relitto umano per configurare la mostruosa tragedia milanese? Perchè, con altrettanta prontezza, stampa e polizia non fanno parola sui sicuri mandanti ben attrezzati, in grado di “organizzare” e di manovrare gli esecutori degli atti terroristici?

E se poi risultasse – come da qualche parte si sussurra – che il Valpreda, principale accusato, era un confidente della polizia in veste di provocatore, come tanti ve ne sono stati nella storia dei “complotti” anarchici del passato? Valpreda è affetto da una grave malattia: domani può sparire senza bisogno di “suicidarlo” . Il colpevole-copertura sopravviverebbe nei verbali e la leggenda degli anarchici terroristi, nel cervello dei semplici, pure. Quale migliore e provvidenziale epilogo per le fatiche poliziesche e per l’incolumità dei “mandanti” di alto rango rimasti anonimi?

Ipotesi, certo. Ma di queste se ne possono avanzare altre. Ammesso che il Valpreda giunga in assise, basterà il confronto col tassista milanese a costruire prova di colpevolezza? A parte il “modo” con cui il confronto all’americana è stato fatto (“identikit” mostrato preventivamente al teste e, forse, anche una fotografia), il parere dei giuristi sembra essere che un confronto costituisce un indizio soltanto per l’accusa, non la dimostrazione della colpa. Senza altre prove convincenti, senza la confessione dell’indiziato, vi è allora il “rischio” di dover assolvere?

Non inoltriamoci oltre nel labirinto delle ipotesi, delle contorsioni della stampa e degli inquirenti.

Comune difesa delle libertà fondamentali

All’opinione pubblica, interessa che, sul buio pesto fatto attorno ai mandanti ed ai promotori del piano terroristico con chiaro indirizzo di restaurazione reazionaria, sia fatta la luce più completa.

Non lo diciamo per noi in quanto anarchici, depositari di un passato di civiltà e di umanità che non richiede difese, ma che si impone da solo. Semmai, quella degli accusatori è la nostra veste.

Lo diciamo invece a guisa d’appello e di offerta a tutti coloro che hanno lottato e sono pronti a lottare per impedireil ritorno alle esecrande pratiche di persecuzione del pensiero, dell’uomo, del lavoratore, il cui ricordo è ancora cocente.

Sul rifiuto assoluto del terrorismo gli anarchici si sono già chiaramente espressi, nel comportamento e negli scritti, in ogni circostanza e, in modo conclusivo, in occasione degli atti dinamitardi della primavera scorsa a Milano e altrove.

Gli anarchici dicono fermamente no alle bombe ed ai bombardieri. Si cerchino i responsabili fra coloro per i quali l’uso della violenza, privata o di Stato, costituisce dottrina e costume.

Diciamo inoltre, ai nostri compagni militanti, giovani o vecchi, siano essi o meno con noi nella FAI: superiamo i dissensi formali se concordiamo nel respingere la violenza fine a se stessa, priva d’ogni prospettiva libertaria. Uniamo i nostri sforzi, da fratelli, per montare la guardia alle nostre idee contro l’offensiva di chiunque osi infangarle. E, con i nostri ideali, prepariamoci a difendere saldamente le libertà essenziali dell’uomo civile, di tutti gli uomini.

Umanità Nova 16 marzo 2008 Sessantotto 4. Congresso dell’IFA tra vecchi e nuovi anarchici di Massimo Ortalli

10 novembre 2011
Quando i vecchi compagni delle Federazioni raccolte nell’Internazionale delle Federazioni Anarchiche cominciarono, a metà degli anni Sessanta, a impostare l’organizzazione del Congresso Internazionale che si sarebbe tenuto a Carrara nel 1968, non potevano certo immaginare che proprio l’anno che avevano scelto per incontrarsi sarebbe stato uno di quegli anni fatali che segnano un secolo intero. Un anno ricco di esplosioni vitali, di entusiasmanti imprevisti, di opportunità storiche irripetibili, che sarebbe stato un delitto ignorare e lasciar perdere. Un anno che avrebbe visto succedersi una girandola scoppiettante di avvenimenti e di novità, anche nel campo libertario, tali da spiazzare, e spazzar via, certezze assodate e comportamenti sedimentati. Modificando così, ineluttabilmente, anche i termini e le questioni che in tale Congresso si sarebbero dovute dibattere.

Personalmente non sono affatto del parere, del resto più che plausibile, che a qualche militante della vecchia guardia possa essere dispiaciuta questa coincidenza imprevista, questo doversi ritrovare nello stesso luogo e nello stesso momento per confrontarsi, in modo forzato e a tratti anche ostile, con personaggi provenienti da un mondo alieno. Ma col senno di poi dovremmo tutti rallegrarci se una volta tanto la sorte, il fato e l’imperscrutabile “volontà divina”, si coalizzarono per dare una mano al malandato anarchismo internazionale. E, in effetti, non solo il dibattito e il confronto ne uscirono fortemente arricchiti, ma anche la considerevole attenzione che tutti i mezzi di comunicazione riservarono a questo Congresso non sarebbe certo stata tale se, nella mitica e famosa città del marmo, non fossero calati in massa gli studenti della contestazione. In primis quelli, altrettanto mitici e famosi, del Maggio parigino.

In effetti, fu uno spettacolo non da poco quello che allora offrì l’anarchismo, ancora una volta capace di mostrarsi genuinamente tollerante nei suoi principii e nei suoi uomini. Carrara vide, infatti, riunita, nel teatro degli Animosi e nelle sue strade, una umanità varia ed eterogenea, dai protagonisti delle battaglie proletarie dei primi decenni del secolo ai partigiani della Lunigiana scesi dalle cave, dalla cosiddetta generazione di mezzo, superstite di ripetute scissioni, ai giovanissimi contestatori venuti non solo d’oltralpe ma da mezza Italia e mezza Europa: distinti e anziani signori in lobbia e cravatta, uomini e donne in spezzato e tailleur, ragazzi barbuti e capelluti, sicuramente non “in linea” con i canoni di quello che ancora si considerava il normale e necessario decoro. E questa umanità varia ed eterogenea seppe trasformarsi, al di là delle apparenze, in una comunità solidale, pronta a discutere, a dibattere, a confrontarsi, a mangiare e bere nelle bettole e nelle trattorie, a litigare, a offendersi minacciando di passare alle mani… per poi ritrovarsi, con naturalezza e inevitabilmente, dalla stessa parte della barricata, contro il potere e per la libertà.

Il Congresso si tenne dal 31 agosto al 3 settembre 1968 al Teatro degli Animosi. L’organizzazione fu soprattutto opera della Union des Anarchistes Bulgares en exile, della Federazione Anarchica Italiana, della Fedération Anarchiste Française e della Federacion Anarquista Iberica, i cui militanti ne avevano curato, per circa tre anni, la fase preparatoria. Erano presenti molte delle figure storicamente più importanti e prestigiose dell’anarchismo internazionale, fra le quali gli italiani Umberto Marzocchi, Alfonso Failla, Mario Mantovani, l’ex ministro della Spagna repubblicana Federica Montseny, il leggendario bulgaro Georges Balkanski, i francesi Maurice Joyeux e André Colomer, l’inglese Stuart Christie. Erano presenti i rappresentanti di trentaquattro organizzazioni internazionali, dalla Grecia al Messico, dal Nord Europa al Giappone, dalla Cina all’Oceania, dalla Romania al Vietnam. Innumerevoli i saluti dal mondo intero e l’adesione di organizzazioni impossibilitate, per i motivi più vari, ad essere presenti.

Il Congresso fu pensato principalmente per dare vita a un’azione di coordinamento dell’attività e della propaganda anarchica a livello internazionale, coordinamento reso sempre più pressante dall’evolversi della situazione mondiale (crisi del modello sovietico, guerra del Vietnam, insorgenza del terzo mondo) e dal radicalizzarsi dei fermenti giovanili, spontaneamente portati a una visione ribelle e libertaria dell’impegno sociale. Come si diceva in precedenza, questi obiettivi furono in parte spiazzati e ostacolati dallo scontro-confronto verificatosi fra due concezioni apparentemente antitetiche della lotta antiautoritaria. Da una parte la tradizionale impostazione dell’anarchismo classico, con le sue regole e i suoi parametri che affondavano la loro legittimità in una presenza ormai centenaria nello scontro sociale, dall’altra il tumultuoso affermarsi di una impostazione e di una metodologia che ben poco intendevano concedere, nel loro radicalismo generoso ma indubbiamente a volte un po’ confuso, all’impostazione e alla metodologia perseguite fino ad allora.

I lavori congressuali, anche grazie alla tollerante ma ferma tenacia di figure come Failla e Marzocchi che diressero magistralmente quelle giornate, poterono proseguire secondo i tempi e i modi stabiliti – e le numerose e importanti mozioni che ne uscirono sono lì a testimoniarlo – ma è indubbio che se oggi il ricordo di quella estate è ancora così vivo e importante, è anche perché, partendo proprio da quello scontro generazionale, il movimento anarchico intraprese la strada del suo rinnovamento, aprendosi alle nuove prospettive lasciate presagire dai mutati scenari internazionali. E quel rinnovamento fu tanto più forte e propositivo perché non fu il risultato della “vittoria” di una impostazione sull’altra, ma perché ad esso contribuirono, in modo paritario e solidale, le “vecchie barbe” e i giovani capelloni. Una lezione di stile, e di libertà, che gli anarchici non potevano mancare!

Quella fu la prima del centinaio di volte che sono andato a Carrara. L’impressione fu enorme, quelle cave grandiose che circondavano la città, la vicinanza fra mare e montagna, la stazione ferroviaria dove ancora attendevano vecchie carrozze a cavallo. Il mio accredito fu opera di Spartaco e Cesare, che ancora non sapevano chi fossi – mi avvicinai al movimento solo al ritorno dal Congresso – ma conoscevano mio padre e mio zio. Stimando loro, pensavano di potersi fidare anche di me, giovane capellone e contestatore globale. Ricordo che al tavolo degli accrediti capitava che fossero lasciate fuori persone conosciute, evidentemente perché ritenute inaffidabili. Vedermi consentito l’accesso grazie alla parola di due compagni che non erano presenti, fu, credo, la mia prima, grande lezione di anarchismo.

Mia madre, prima di partire, mi aveva raccomandato di essere pulito e ben vestito perché si sapeva che gli anarchici ci tenevano molto al decoro personale. Pensavo che fosse la solita cosa che dicono le madri ma aveva proprio ragione! La dignità di quei vecchi compagni e il rispetto che avevano per sé e per gli altri, furono un’altra lezione di anarchismo. Soprattutto vedendo e ammirando la varietà di aspetti esteriori che offriva quel consesso.

In effetti, quell’incontro fra compagni di tutto il mondo, nel quale si esprimevano compiutamente gli ideali internazionalisti dell’anarchismo, fu fra gli avvenimenti più significativi, non solo in campo libertario, di quell’anno. Il pensiero e l’azione anarchica erano nuovamente e prepotentemente comparsi sulla scena. Anche se nei movimenti la maggioranza degli studenti non si identificava nell’anarchismo classico, il metodo antiautoritario, assembleare e orizzontale degli anarchici era patrimonio comune e le avanguardie libertarie del maggio francese, calate in massa a Carrara, erano viste da tutti come l’espressione più forte dello spirito del 68. Di problemi, non c’è bisogno di ricordarlo, ne crearono. E non pochi. Ma la loro presenza, provocatoria a tratti, ma sempre dialettica e propositiva, contribuì non poco a fare di quel Congresso una tribuna ricca di interesse, non solo per gli anarchici, ma per tutto il movimento.

Nella seduta aperta al pubblico più volte si temette lo scontro fisico – vedo ancora, in piccionaia, stuoli di rudi cavatori, a braccia conserte ma pronti, se necessario, a intervenire – ma prevalse, e a ben pensarci non poteva che essere così, l’abituale tendenza libertaria ad affrontare discussioni e contrasti con lo sperimentato metodo della dialettica verbale. Ricordo con vivezza l’impressione che mi fecero Failla e Marzocchi, in piedi sul palco a dirigere il caotico traffico di quel pomeriggio. Ma, per compagni come loro, la tensione di quelle giornate doveva essere poca cosa rispetto a quella vissuta nella lotta antifascista e rivoluzionaria. Abituati come eravamo, a crederci al centro del mondo, forti della nostra giovinezza e “purezza rivoluzionaria” non avremmo nemmeno potuto immaginare che potessero esistere persone che a quella per noi venerabile età fossero ancora in grado di darci vere e proprie lezioni di vita e di etica. Nella mia acerba ed entusiasta ingenuità, pensai che da vecchio avrei voluto essere come loro.

Per il resto era tutto perfettamente organizzato, e anche quello fu fonte di sorpresa. Appena fui accreditato mi si disse dove avrei potuto alloggiare e mangiare e giovani compagni e compagne, tra loro le sorelle Failla, provvedevano a sistemare ogni cosa. Se nel fuoco dello scontro dialettico trasparivano tratti di reciproca sfiducia, fuori, nelle strade, nelle trattorie, nel campeggio di Marina, i rapporti, indubbiamente più distesi anche se politicamente sempre molto “impegnati”, permettevano una conoscenza più approfondita e amicale. Io, da perfetto parvenu dell’anarchismo, mi limitavo a osservare e ascoltare e, visto come poi sono andate le cose, direi che il ruolo da spettatore non mi sia stato del tutto inutile.

Oggi, a distanza di tanti anni, posso anche pensare che le mie impressioni non siano così esatte e fedeli come potrebbero essere quelle di altri compagni che vissero più dall’interno quelle giornate. Occupato come ero a sgranare gli occhi per osservare meglio quel mondo nuovo, possono essermi sfuggiti aspetti altrettanto e forse più importanti di quelli che mi sono rimasti impressi. Credo di non sbagliare, però, se ancora penso che quell’incontro internazionale non sia stato solo l’importante momento della vita dell’anarchismo che tutti conosciamo, ma anche, e per me soprattutto, una esperienza fondamentale per la “educazione sentimentale” di una nuova generazione di compagni.

Massimo Ortalli

Umanità Nuova 29 Giugno 1997 – Strage di Stato e dintorni. Una testimonianza sul movimento anarchico a Roma all’epoca della Strage di Stato. Nostra intervista a Raniero Coari

28 novembre 2009
Umanità Nuova 29 Giugno 1997
Strage di Stato e dintorni
Una testimonianza sul movimento anarchico a Roma all’epoca della Strage di Stato. Nostra intervista a Raniero Coari
– Tu eri a Roma negli anni sessanta, facevi parte di un gruppo?

Sì, assieme ad altri giovani avevamo costituito un gruppo aderente alla Federazione anarchica giovanile . Avevamo anche l’incarico della C.di Relazioni della federazione giovanile ed eravamo inoltre impegnati a livello locale nel lavoro di propaganda e di azione politica, nelle manifestazioni che in una città come Roma erano frequenti. Riuscimmo pure a fondare un circolo anarchico assieme ai compagni della FAI di Roma: il “Bakunin” che ebbe una sua sede dagli inizi del 1969 fino all’assalto della polizia la notte della Strage di Stato.
Personalmente collaboravo con altri compagni anche al settimanale Umanità Nova che veniva stampato a Roma diretto da Mario Mantovani ed Umberto Marzocchi.
– Quale relazione esisteva tra il gruppo dei compagni calabresi periti nell’incidente sull’autosole nell’estate del 1970 di cui Umanità Nova ha dato testimonianza anche ultimamente e la Strage di Stato?
I compagni calabresi erano tenuti d’occhio dalla polizia politica. Il 20 aprile 1969 Angelo Casile ed Arico’ subiscono un’irruzione della polizia alla ricerca di armi ed esplosivi a Reggio Calabria, da notare la data così prossima al 25 aprile , Umanità Nova dopo aver riportato il fatto ritorna con un commento del compagno Placido la Torre la settimana successiva. Pochi giorni dopo la Strage di Stato Casile, Arico’ e la sua compagna Annalise vengono detenuti per una settimana a Regina Coeli e pesantemente interrogati, ma non risposero nemmeno alle domande, solo rivendicarono la completa estraneità del movimento anarchico alle bombe di qualsiasi tipo. Il resto della loro storia è noto.
– Qual’era il clima politico dell’epoca ?
Spesso sento evocare il ’68 e dintorni come un periodo di esaltanti manifestazioni, di occupazioni prolungate e tranquille e così via. Ma non fu tutto così facile e semplice dato che il potere spesso colpiva brutalmente ed indiscriminatamente senza parlare poi degli sgherri di Almirante sempre pronti specie a Roma e nel meridione ad intervenire. Nel 1969 la repressione incrudelì, basti ricordare che quell’anno si aprì con la notizia dei fatti della Bussola a Viareggio con il grave ferimento di Soriano Ceccanti ad opera delle forze di polizia, ferimento che porterà il ragazzo su una sedia a rotelle, e poi Avola e Battipaglia con i loro morti, a Roma continua la pesante opera repressiva nelle manifestazioni studentesche, i primi attentati sui treni, le bombe di Milano del 25 Aprile…. Si puo’ dire che da lì inizia la strategia della tensione, oltre all’attacco ed alla repressione diretta il potere inizia ad incolpare gli anarchici per dividere ed isolare la parte libertaria della sinistra che rischiava di influenzare tutto un movimento e di radicarsi nella società.
La sinistra ufficiale come al solito fa finta di non capire. Gli anarchici a Milano ed a Roma in special modo conducono una campagna per la liberazione dei compagni ingiustamente detenuti per le bombe del 25 Aprile, molti i giovani che effettuano dei digiuni di protesta davanti ai Palazzi di Giustizia. I coniugi Corradini verranno scarcerati dopo sette mesi, gli altri compagni dovranno attendere molto di più.
– Quali erano i gruppi anarchici operanti a Roma in quel periodo?
Oltre ai gruppi FAI e FAGI prima ricordati esisteva il Circolo Bakunin al quale facevano riferimento molti compagni e simpatizzanti, inoltre la presenza della redazione di Umanità Nova faceva sì che a Roma arrivassero di continuo militanti e compagni da tutte le parti. Marzocchi era spesso a Roma per il giornale, così pure Pino Pinelli, i compagni calabresi e tanti altri.
Il circolo Bakunin oltre all’attività normale di propaganda svolgeva azione di proselitismo e sostegno in alcune zone disagiate di Roma e gestiva la sede in un rione centrale. Dal circolo si staccarono alcuni compagni, tra cui Valpreda all’epoca a Roma, che formarono per brevissimo tempo il famoso 22 Marzo.
– Si è scritto di un gruppo anarco-fascista da parte della stampa di regime anche per la presenza di Mario Merlino…
La realtà è stata che alcuni compagni intesero svolgere un’attività politica autonoma non riconoscendosi nelle posizioni della FAI-FAGI e formarono un gruppo più movimentista rispetto al nostro e tutto si sarebbe in seguito chiarito se il potere non avesse predestinato il 22 Marzo a pedina principale del suo gioco. Difatti l’agente della squadra politica che si era avvicinato al Bakunin si sposto’ al gruppo di Valpreda mentre invece Merlino frequento’ per due o tre volte i nostri gruppi per poi sparire verso ottobre causa esami…
Merlino viene poi ripescato ed inserito quale militante del 22 Marzo solo per avallare la tesi degli opposti estremismi che anche la sinistra ufficiale spesso ebbe modo di ripetere stupidamente. Ricordo che alla morte dei compagni calabresi la stampa di sinistra parlo’, imbeccata dalle veline della polizia politica, di anarco-fascisti.
– Veniamo ora alla Strage di Piazza Fontana.
Dico sempre che chi come noi non ha vissuto quei giorni non potrà mai capire bene e fino in fondo quanto sia giusto parlare di Strage di Stato. Poco importa se a mettere l’esplosivo sia stato uno dei servizi segreti od un fascista prezzolato, tutta la preparazione tecnica, gli appostamenti, i pedinamenti, le campagne di stampa contro gli anarchici ed i sovversivi, la campagna per la morte accidentale del poliziotto Annarumma a Milano durante una manifestazione, l’azione combinata dei magistrati, il far scoppiare delle bombe minori a Roma su misura del 22 Marzo…infine l’aver concentrato solo sugli anarchici l’azione repressiva della notte e dei giorni successivi in tutta Italia non risparmiando nemmeno l’abitazione di Marzocchi a Savona, ci danno la misura di un’azione statale concertata al fine di eseguire e coprire mandanti ed esecutori della Strage.
Ritengo che lavorassero a questa idea geniale da parecchio tempo forze interne allo Stato probabilmente dietro suggerimento NATO o CIA, forze statali di funzionari vecchi come il questore Guida di Milano carceriere di antifascisti nel ventennio oppure nuovi come il commissario Calabresi giovane rampante dell’Ufficio politico…Così l’indagine venne spostata a Roma, mentre a Milano si insabbiava l’affare Pinelli.
Parlo di azione concertata di diverse forze burocratiche clerico-fasciste perchè dopo la Strage si scateno’ un’ondata repressiva anche contro i militanti operai più attivi con licenziamenti e condanne.
Inoltre il compagno Valpreda viene indicato volutamente ed indebitamente da parte di un giudice in un verbale della magistratura di Milano che indagava sulla bomba del 25 Aprile come latore di una confidenza al giudice stesso, una cosa banale ma che mette in allarme i compagni della Croce Nera di Milano che, attraverso Pinelli, informano i compagni responsabili di altri gruppi e quindi anche noi a Roma che cerchiamo di chiarire. Il potere riesce quindi a dividerci o comunque a mettere in atto un atteggiamento di diffidenza nei confronti della vittima predestinata. Di questo episodio rimane traccia anche nell’interessante ricostruzione a pochi giorni dai fatti che Mario Mantovani fa su Umanità Nova del 17 gennaio 1970 dove pure mette in risalto l’assassinio di Giuseppe Pinelli e l’inconsistenza delle prove a carico di Valpreda. L’azione di controinformazione parte e subito dopo, leggendo centinaia e centinaia di pagine di interrogatorio ci si renderà conto che non esiste la benchè minima prova a carico degli imputati. Valpreda e compagni diverranno quindi, soprattutto grazie all’azione ed alla propaganda dei militanti anarchici, le vittime del sistema statale, gli innocenti da scarcerare, dopo essere stati trattati da fascisti sanguinari, o da belve anarchiche a secondo dei gusti…
Per ultimo ricorderei anche che i vari super-testi, allora non esistevano i pentiti, alcuni dei quali semplici simpatizzanti, in realtà non testimoniarono su un benchè minimo indizio, figuriamoci poi la spia della questura…. A Roma l’attività di contro-informazione venne portata avanti soprattutto dal Collettivo politico-giuridico in cui erano presenti compagni della FAI. Devo qui ricordare purtroppo i miei genitori prematuramente scomparsi nell’aprile 1974: Aldo Rossi ed Anna Pietroni, instancabili animatori del Collettivo Politico Giuridico di Difesa, ed organizzatori dei gruppi romani della FAI. Il movimento anarchico, nelle sue varie componenti, fu capace di coordinare gli sforzi e le azioni in una efficace campagna di propaganda e di contro-informazione.
In che modo venivano letti gli avvenimenti che hai ricordato alla luce della strategia della tensione che poi è venuta fuori chiaramente negli anni settanta con le successive stragi ?
Da parte del movimento anarchico credo ci fu una prima lettura, grosso modo, classica. Non bisogna dimenticare che poco tempo prima in Grecia si era istallata la dittatura dei colonnelli e che in Italia il fascismo si giovo’ anche del massimalismo parolaio di parte della sinistra, di un anti-parlamentarismo bolscevico ed autoritario oltre che della violenza squadrista e che come anarchici temevamo il riproporsi di un attentato tipo “Diana” del 1920 magari fatto da fascisti a fini eversivi. Certamente nello Stato italiano erano presenti forze che venivano dallo stesso fascismo e che essendo bravi servitori dello Stato erano stati riassunti nell’immediato dopoguerra, specialmente nei servizi,e che erano ben collegate con i gruppi di destra.
Di fatto dopo la Strage di Piazza Fontana il temuto colpo di Stato delle destre non avverrà, molti, dando retta alla sinistra ufficiale, attenderanno come Drogo del “Deserto dei Tartari” il profilarsi della reazione all’orizzonte….Ma lentamente da slogan, la Strage di Stato, si rivela esattamente per quello che è, ossia una strategia che facendo leva sugli opposti estremismi tende a rafforzare lo Stato…democratico a colpi di bombe o di mitra BR poco importa . Dopo poco comunque appare chiaro, anche costatando la pervicace azione della magistratura nel voler tenere in galera i nostri compagni, che il potere statale è il mandante della Strage.
A distanza di così tanti anni mi dà quasi un senso di vertigine il riproporsi ora dell’affare Calabresi, dell’informatore “Anna Bolena” a Milano, fatto che forse potrebbe spiegare il movente dell’eliminazione di Pino Pinelli il quale avrebbe potuto capire qualcosa di troppo dietro le domande degli sbirri, l’incriminazione di fascisti come esecutori della Strage e così via.
Troppa grazia, nevvero?