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A rivista anarchica nr 2 Marzo 1971 Lo stato contro Valpreda Intervista con l’avv. Calvi di A. B.

26 settembre 2011

http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/002/2_10.htm

 

Milano, palazzo di giustizia. Un uomo esce dall’ufficio del giudice Amati e si avvia verso una anziana parente che lo sta aspettando nel corridoio. Ha appena mosso un paio di passi che tre poliziotti in borghese lo afferrano e lo trascinano via. Di peso. Pietro Valpreda, 15 dicembre 1969.

Tre giorni prima era scoppiata una bomba nella Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana ed ecco che, catturato romanzescamente Valpreda, l’opinione pubblica ha il suo capro espiatorio e gli organi repressivi dello Stato la loro vittima. Sembra fatto apposta, il Pietro Valpreda, per questo ruolo. È un anarchico, perciò un mostro, colpevole fino a prova contraria. È un ballerino, perciò un irregolare, un depravato e (non sono tanto lontani i tempi in cui i teatranti venivano sepolti in terra sconsacrata). È affetto dal morbo di Bürgher e zoppica (non è vero, ma dà un tocco diabolico al personaggio e i giornali lo scriveranno, assieme a tante altre menzogne e calunnie, nei giorni successivi). Non è un impiegato simpatizzante del PSDI, dunque è lui che ha messo la bomba omicida. Chiaro.

Purtroppo Valpreda per il 12 dicembre ha un alibi di ferro, ma non importa, basta l’ambiguo riconoscimento di un tassista e l’incriminazione dei testimoni che sostengono l’alibi e Valpreda Pietro, ballerino anarchico, è sistemato.

Un anno dopo, l’istruttoria (se così si può chiamarla, né possiamo chiamarla altrimenti senza farci incriminare) del PM Occorsio si chiude con una relazione chilometrica ma totalmente vuota, contraddittoria, assurda, priva di prove e indizi da lasciare esterrefatti i “democratici”. Meno stupiti gli anarchici, smaliziati, che conoscono da sempre (sulle loro spalle e su quelle degli sfruttati e dei ribelli in genere) il funzionamento della giustizia di classe, della giustizia di Stato. Pietro Valpreda ed alcuni ragazzi, suoi presunti complici, vengono rinviati a giudizio per strage, ma la relazione con cui viene motivato il rinvio sembra piuttosto la riprova della loro innocenza.

Quattordici mesi dopo la “strage di Stato” (come ormai tutti la chiamano, con ciò dando per scontato che essa non può essere opera di anarchici), abbiamo intervistato l’avvocato Guido Calvi, il primo difensore di Valpreda (successivamente gli si è aggiunto il professor Sotgiu).

Calvi, assistente di filosofia del diritto all’Università di Camerino, è giovane, non più di trent’anni. La sua età è la prima cosa che mi colpisce e gli chiedo se, data la sua esperienza necessariamente limitata, non senta questo incarico come sproporzionato alle sue forze.

 “Domando a te – mi risponde – chi, di fronte alla gravità delle imputazioni, non sentirebbe le proprie forze limitate, inadeguate al compito di capovolgere la situazione e ristabilire la verità. Per questo credo che il primo obiettivo da raggiungere sia la solidarietà di tutte le forze sinceramente democratiche”.

Sei stato nominato d’ufficio difensore di Valpreda?

“No, sono stato nominato da Valpreda suo difensore di fiducia. Sarebbe interessante sapere da chi, come e perché furono diffuse voci difformi”.

Hai avuto dubbi nell’accettare l’incarico? Hai avuto dubbi sulla innocenza di Valpreda?

“Sì, come tutti, credo. Ma dopo aver parlato con Valpreda e dopo avere incontrato la zia Rachele (la signora Rachele Torri, principale testimone dell’alibi di Valpreda; n.d.r.) non ho avuto più alcun dubbio”.

La tua linea di difesa è stata definita debole, rinunciataria, passiva… perché non ha ritenuto opportuno assumere una linea più aggressiva?

“È difficile valutare una linea di difesa sulla base di alcuni risvolti tattici ignorandone la strategia generale. Certo, alla fine potrà anche risultare che vi sono state debolezze, errori, incertezze. Ma lo strano è che queste accuse siano nate subito, quando ben poco era possibile fare e quando gli interessi di Valpreda, bisognerebbe ricordarlo più spesso, imponevano una ferma cautela. Chi sostiene l’identità di diritto e politica (opinione rispettabile ma marxisticamente discutibile), dovrebbe anche ricordare che esse, comunque, sono scienze ove nulla vi è di improvvisato e di avventato. Se il fine del difensore è operare perché emerga l’innocenza dell’imputato, quando egli è tale, tutto deve essere subordinato a questo. Vi sono questioni politiche? Bene, emergeranno sicuramente molto più clamorosamente dopo una sentenza di assoluzione. Pertanto quale senso può avere la qualifica di aggressiva o debole attribuita ad una linea difensiva nella fase istruttoria (segreta e non pubblica!) del processo? Sono “aggressive” le dichiarazioni violente, le istanze di violazione dei diritti della difesa, le interviste sui rotocalchi? Non credo davvero.”

Hai avuto fastidi? Sei seguito, controllato…? Hai ricevuto minacce o intimidazioni?

“Sì, sono stato controllato e minacciato, ma rientrava nelle previsioni”.

È vero che sei stato incriminato per vilipendio alla magistratura?

“La mia ‘memoria difensiva’ sui famosi vetrini (vetrini che la polizia avrebbe ‘trovato’ tre mesi dopo gli attentati nella borsa che conteneva la bomba inesplosa della banca commerciale; n.d.r.) conteneva, a giudizio del Pubblico Ministero Occorsio, espressioni lesive della dignità del giudice istruttore Cudillo. Contrariamente a quanto certa stampa riferì, non ci fu da parte mia nessuna giustificazione né tanto meno ritrattazione. Solo, precisai che il mio documento non inficiava la stima personale che potevo nutrire nei confronti del Dr. Cudillo, ma sottolineava il fatto che, per il modo in cui il nostro diritto processuale articola la fase istruttoria, questa è volta più alla conferma delle tesi accusatorie che alla ricerca della verità. Il P.M., dopo aver chiesto che la mia memoria fosse inviata alla Procura della Repubblica e al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati perché procedessero nei miei confronti, cambiò idea e revocò la richiesta. L’aspetto più positivo di tutta la questione è che oggi i vetrini non sono più fonte di prova contro Valpreda.”

Tu sei un militante del P.S.I.U.P. Questo non ti è di limite in qualche modo nella difesa di un anarchico?

“È una domanda che non mi aspettavo. Mi sembra che subito dopo i fatti gli unici avvocati politici che assunsero pubblicamente la difesa degli imputati, a Roma, fummo Nicola Lombardi ed io: ambedue del P.S.I.U.P.”

Negli ultimi mesi la stampa della sinistra parlamentare pare essersi allineata su una posizione ambigua nei confronti dell’istruttoria per la “strage di stato”, una posizione sostanzialmente non dissimile dall’ultima versione ufficiale (cioè non più colpevoli gli anarchici, ma alcuni pseudo-anarchici); non credi che questo atteggiamento possa derivare da compromessi politici tra governo e opposizione? Non credi che si voglia così chiudere il discorso sulle bombe, la ricerca dei veri autori e soprattutto dei mandanti e dei complici? Ci sembra che, come si tenta di chiudere il caso Pinelli con la formula “Pinelli: innocente ma suicida”, così si voglia chiudere il caso Piazza Fontana con la formula “Valpreda e gli altri: colpevoli ma pazzi”. Che ne dici?

“Non la ritengo una ipotesi politica verosimile.” (noi riteniamo il contrario- n.d.r.)

Quando pensi che si farà il processo? È vero che si parla del prossimo autunno? Questo rinvio sarà ufficialmente giustificato con motivi tecnici, ma secondo te non ci sono invece motivi politici per rinviare un processo che “scotta”?

“Motivi di opportunità politica certamente vi sono. Vedremo in quale considerazione saranno tenuti nel fissare la data del processo.”

Valpreda, in dicembre, è stato ricoverato nell’infermeria del carcere; dunque, dopo un anno comincia a risentire del cibo e del clima di Regina Coeli e della tensione. Se il processo tarderà ancora un anno non c’è il rischio che la galera finisca con il “suicidare” Valpreda?

“Il rischio c’è, ed è anche notevole; occorre che tutti manifestino a Valpreda la propria solidarietà affinché egli non si senta isolato. Peggior nemico è sicuramente il “suicidio psicologico.”

“Puoi esprimere il tuo parere sul modo in cui è stata condotta l’istruttoria per le bombe del 12 dicembre, senza incorrere nel reato di vilipendio alla magistratura?”

A questa domanda Calvi non ha risposto.

Quando Calvi mi ha riaccompagnato all’albergo, da una automobile che ci seguiva, si è sporto un “signore” che mi ha fotografato. Il fatto non mi ha preoccupato: sono già ben schedato, alla Questura.

 

A. B.

 

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A Rivista Anarchica N11 Marzo 1972 Giustizia di stato di E. M.

17 settembre 2011

Sin dalle prime battute il processo Valpreda ha rivelato la trama di responsabilità – Una prima clamorosa conferma è venuta dal riconoscimento di incompetenza di Roma.

Con il suo comportamento sereno, calmo e responsabile, il giudice Falco tentava di accreditare la tesi secondo la quale a Roma si doveva svolgere un processo che doveva finalmente far luce sulla strage di Piazza Fontana o, quanto meno, sulla responsabilità di Pietro Valpreda e degli altri aderenti al circolo 22 Marzo, “in ordine” agli attentati del 12 dicembre.

Tutto il peso della credibilità che si voleva dare al processo poggiava però sulle sue sole spalle, in quanto gli altri personaggi coinvolti nella vicenda già si erano tolti i panni della farsa.

A cominciare dalla Procura di Roma che si è vista accusare di rapina di atti di procedimento istruttorio nei confronti della Procura di Milano, con argomentazioni difficilmente confutabili (tra le quali la lettera di Ugo Paolillo, in cui il magistrato democratico, che a Milano stava conducendo correttamente le indagini, conferma che gli fu letteralmente impedito di procedere ad un confronto fra Rolandi e Rachele Torri, zia di Valpreda… P.S. e C.C. gli comunicarono che Rolandi “era irreperibile” mentre lo stesso, a casa sua, rilasciava interviste a tutti i giornalisti).

Occorsio ha capito subito che l’accusato è lui e lo ha dimostrato scaricando le sue responsabilità sul collega Cudillo.

Gli avvocati più decisi e più lucidi della difesa hanno, a loro volta, individuato direttamente in Occorsio il principale imputato e nella sua istruttoria il vero “delitto”.

E così il ruolo di Falco, il “consulente politico” chiamato a difendere entrambi, non è sfuggito a nessuno.

Da parte sua, Valpreda ha dimostrato di sapere che la sua sorte non può essere legata alla clamorosa ed assoluta inconsistenza degli indizi a suo carico, bensì alla dimostrazione e alla verifica degli indizi, ben più consistenti, a carico di Occorsio.

La bizzarra situazione dipendeva dal fatto che tutti coloro che, come Falco, conoscevano gli atti dell’istruttoria, erano giunti alla stessa conclusione; con le bombe, né Valpreda né il 22 Marzo hanno nulla a che fare.

Non a caso solo “Lo Specchio“, il “Secolo d’Italia” e simili sostengono ancora, con poca convinzione, la colpevolezza di Valpreda. Non a caso il “Corriere della Sera” da mesi riporta notizie “asettiche” sul caso e non azzarda giudizi.

Allora dobbiamo subito spazzare via l’idea che in questo processo si stia giudicando Valpreda. Come gli attentati del dicembre ’69 facevano parte di un preciso disegno politico, così l’istruttoria che ne è seguita ed il processo che è in atto non sono che la continuazione dello stesso disegno. Questo processo deve essere inteso come parte integrante e conclusiva della strategia del terrorismo che nel ’69 è servita per fermare le lotte dell’autunno.

L’istruttoria di Occorsio

L’asse centrale del processo è l’istruttoria di Occorsio, costruita pezzo per pezzo per essere funzionale alla trama politica da cui è scaturita.

Ad Occorsio, coinvolto fino all’inverosimile nella vicenda della strage, lo stato ha affidato la gestione giuridica dell’accusa a Valpreda; a Falco, l’uomo del momento, sacerdote della forma e della regolarità della legge, il compito di circoscrivere gli attacchi della difesa affinché non entrino nel terreno pericoloso delle “Istituzioni” e dei contenuti politici.

Costretto a scoprire le carte Occorsio ha rivelato la sua singolare povertà di spirito ricorrendo alle più squallide e scontate delle ipotesi:

a) “Merlino è un elemento provocatore che si è inserito nel gruppo allo scopo di istigare gli aderenti al 22 Marzo a compiere gli attentati”.

b) “Questa corte è chiamata a giudicare questi imputati non perché si qualificano anarchici ma soltanto per quello che noi addebitiamo a loro di aver fatto. Noi non crediamo affatto che questi imputati possano confondersi con il movimento anarchico tradizionale… non lo abbiamo mai detto e non lo diremo mai”.

C’è tutto, gli opposti estremisti, gli anarco-fascisti, la salvezza del movimento anarchico “tradizionale” (?), ecc.

Con questa miserabile ipotesi Occorsio ha cercato, come sempre ha fatto di isolare Valpreda dagli anarchici, dalla politica, da tutto. Ma cosa crede Occorsio, di essere lui a sindacare se Valpreda è o non è anarchico? Crede che gli anarchici siano proprio disposti a buttare a mare Valpreda come i suoi “superiori” forse faranno con lui ora che ha dimostrato di non essere stato tecnicamente capace di mantenere il processo entro i binari che erano stati pazientemente preparati da altri? Valpreda non “si confonde” con il movimento anarchico. Valpreda è anarchico da almeno 10 anni. Sappiamo già a cosa Occorsio si attaccherà per dimostrare che Valpreda non è anarchico, ma sapremo rispondergli al momento opportuno.

Falco non è meglio di Occorsio. Falco è una muraglia contro la verità e lo ha dimostrato rifiutando in blocco il dossier che accusa i fascisti e contiene elementi importantissimi sulla strage, che la Magistratura di Milano ha inviato alla Corte d’Assise di Roma perché fosse allegato agli atti del processo. Dal canto suo Occorsio ha detto che se quei documenti venissero accolti, lui non li leggerebbe! C’è materiale più che sufficiente per una incriminazione per sottrazione di indizi e inadempienza professionale.

È in questa logica che il processo si era iniziato ed era solo in questa logica che, nell’aula Magna di Piazzale Clodio, tutta forma e tradizione, moquette ed ermellini, si tentava di dar credito al mito miserabile di una giustizia che ha sulla coscienza la violenza brutale del carcere, i quaranta giorni di isolamento, gli interrogatori bestiali di Valpreda, le minacce ed i ricatti ai testi “scomodi”, i falsi ed i morti dell’istruttoria, la repressione anti-operaia del ’69, l’anno delle bombe, e di oggi.

La “giustizia” ed i suoi uomini…, si arrogano il diritto di giudicare i loro stessi misfatti. Questa giustizia ha già comminato ad anarchici innocenti oltre venti anni di carcere preventivo, dal ’69 ad oggi, per proteggere i veri responsabili del terrorismo e per sfamare l'”ingorda borghesia” con anarchici “colpevoli”. Noi diciamo che questa giustizia non ha credito, né tanto meno diritti.

I mandanti…

CIA? Colonnelli greci? Fascisti nostrani? Può darsi, ma non sono i veri mandanti; sono consulenti e specialisti.

I social-fascisti del PSDI, i moderati, i benpensanti, gli schiavi dell’ordine stabilito sono i mandanti di Occorsio, di Cudillo, di Amati e della strage.

Se da una parte dobbiamo smascherare gli individui che a livello “professionale” organizzano il crimine politico, dall’altra non dobbiamo dimenticare l’incredibile numero di elettori, sostenitori, collaboratori, borghesi, grandi borghesi, piccoli borghesi, Dio, Patria e Famiglia, e chi più ne ha più ne metta, che a questa gente affida al mantenimento dei loro interessi di piccoli e grandi privilegiati che si nascondono dietro una “onesta vita” di padroni, timorati del sistema.

Costoro saranno sempre pronti, quando le cose si mettessero male, a considerare Occorsio e compari come una spiacevole eccezione, la strage come risultato di una disfunzione politica, Pinelli come la vittima di un increscioso incidente imputabile al massimo a qualche poliziotto.

La difesa

Quando il processo di Roma ebbe inizio, non si pose il problema se il processo dovesse essere “tecnico” o “politico” anche se era evidente che il modo di procedere dei difensori era legato al loro giudizio politico complessivo.

In realtà si è sempre trattato di scegliere se accettare o rifiutare i presupposti stessi del processo, se stare o non stare al “gioco” della giustizia. Se considerare l’istruttoria e le sue conclusioni come un errore giudiziario che, in quanto tale, non intacca la fiducia nella giustizia e nel suo funzionamento, o rifiutare ogni credibilità a questa giustizia affrontando il processo come un processo politico dove la posta in gioco non è solo l’assoluzione dei compagni e dove l’assoluzione dei compagni coincide con la condanna dei magistrati inquirenti ed è inscindibile da questa, perché Occorsio, Amati, Cudillo, i loro simili e le stragi, non sono eccezioni, disfunzioni ed incidenti in uno “stato di diritto”, ma sono “lo stato di diritto”, ne fanno parte integrante e continuativa, sono la struttura portante che, sotto la maschera delle pretese “garanzie costituzionali”, regge il privilegio, la disuguaglianza e lo sfruttamento.

Ed è chiaro che noi siamo soltanto su questa linea, quella che in aula è stata portata avanti dagli avvocati Spazzali, Piscopo, La Torre, Di Giovanni, Ventre.

Non possiamo invece condividere il continuo atteggiamento “legalitario” di fiducia che sembrano nutrire altri difensori come Lombardi e Sotgiu (avvocati di Valpreda) ed in generale gli avvocati così detti “parlamentari” nei confronti dell’imparzialità della legge e della giustizia.

Non possiamo condividere questa cieca fiducia che a un altro difensore “parlamentare”, Calvi, fece dire che la sentenza di Occorsio era una “sentenza onesta”, e se non bastassero i nostri motivi politici di fondo, ad essi viene oggi ad aggiungersi la deliberazione della corte di Assise di Roma che ha deciso il trasferimento del dibattimento alle Assise di Milano. Con tale deliberazione i giudici della corte di Assise di Roma, hanno smascherato, per superiori motivi politici e quindi soltanto in parte, la trama pazientemente preparata dalla stessa magistratura così come dalla grossa stampa fascista e borghese, dalla polizia così come dalla classe politica.

Il mattone rovente

Dopo nove ore di seduta in camera di consiglio per deliberare sulle eccezioni avanzate dalla difesa, la corte di Assise di Roma si è tolta di mano il mattone troppo scottante che Cudillo e Occorsio avevano preparato, e lo ha passato alla corte di Assise di Milano.

Tale decisione che a prima vista può esser interpretata solo come una vittoria della difesa dei compagni arrestati, sancisce in verità la sconfitta di Occorsio e la dipendenza della magistratura dal potere politico. Infatti, dopo lo scardinamento di tutta la fase istruttoria effettuato dalla difesa “politica”, istruttoria rappresentata in aula da Vittorio Occorsio, ci si attendeva ben altro dalla corte, ci si attendeva cioè che tutta l’istruttoria venisse dichiarata non valida e che alla ricusazione formale di Occorsio facesse seguito la ricusazione di tutta la montatura dell’accusa che, firmata da Vittorio Occorsio, ha portato i compagni anarchici sul banco degli imputati.

Ma purtroppo, nove ore prima che “l’imparziale” Orlando Falco facesse conoscere la sentenza della corte, negli ambienti del Viminale si conosceva già quale sarebbe stata la sentenza che tale corte avrebbe emesso, ed è allora nell’ambiente nel quale tale voce circolava con nove ore di anticipo, che ancora una volta va ricercata ed inquadrata la tanto sbandierata apoliticità di certa magistratura italiana.

Al Viminale, crollato miserabilmente il mito Occorsio sotto gli attacchi della difesa “politica”, non restava che sbarazzarsi della vicinanza di un procedimento che dava fastidio al carrozzone elettorale che sta per mettersi in moto. Non si poteva permettere che i comizi politici venissero turbati dalle accuse anarchiche, da questi anarchici che oltre a non mettere le bombe, accusano addirittura lo stato di essere il mandante e l’esecutore della strage di piazza Fontana. L’unica via di uscita che si presentava era buttare a mare un uomo che dopo aver pazientemente costruita un’accusa servendosi soltanto di falsi, aveva chiaramente dimostrato, sin dalle prime battute del processo, di non essere tecnicamente capace di sostenere tale accusa il giorno che si trovò di fronte non più delle donne, ma un’opinione pubblica nazionale ed internazionale.

Ufficializzate con la sua delibera le voci che circolavano con nove ore di anticipo all’interno del Viminale, la corte di Assise di Roma aveva adempiuto al proprio compito.

Il Viminale non poteva permettere, e la corte di Assise di Roma non poteva ufficializzare che, a due mesi dalle elezioni gli anarchici venissero dichiarati implicitamente innocenti e lo stato colpevole di falso continuato messo in atto per coprire i reali responsabili della strage di piazza Fontana, perché è a questo risultato politico che avrebbe condotto la ricusazione di tutta l’istruttoria sulla strage.

Al Viminale si è scelta la strada che può permettere, in qualche modo, di portare a termine senza eccessivi batticuori la presente campagna elettorale.

Ai compagni accusati si è lasciato il diritto di godere dei vantaggi che le patrie galere offrono ai loro ospiti. Restano invece a piede libero Amati, Occorsio, Cudillo, Calabresi, Guida, Restivo, Saragat.

 di E. M.

***

 Processo popolare

I riformisti considerano il “caso Valpreda” un caso individuale, o tuttalpiù un caso della sinistra rivoluzionaria, spina fastidiosa nel fianco della sinistra parlamentare. Nulla pertanto essi faranno per rovesciare sulla borghesia la responsabilità della strage di Stato.

Per la sinistra rivoluzionaria, invece, il caso Valpreda è il caso della classe operaia e del movimento popolare, perché è anche attraverso di esso che la borghesia si è proposta di bloccare la ribellione degli sfruttati.

Spetta pertanto alle forze rivoluzionarie promuovere una forte mobilitazione per mettere sotto accusa lo stato e le sue istituzioni, la classe degli oppressori e i loro servi e per portare sul banco degli imputati dinnanzi alla classe operaia, al movimento popolare, i veri e unici responsabili della strage e del clima di terrore che l’ha preceduta e seguita.

Per questo si sta organizzando un processo popolare che costituisca un primo passo verso l’acquisizione del diritto al giudizio da parte dei proletari.

Il raggiungimento dell’autonomia proletaria passa anche attraverso l’autonomia del giudizio, premessa indispensabile per l’acquisizione della coscienza rivoluzionaria.

Gli obiettivi fondamentali del processo popolare sono:

a) difendere Valpreda trasformando il “caso” individuale o di gruppo nel “caso politico” della classe operaia;

b) dimostrare che Valpreda è innocente e che la borghesia italiana porta la responsabilità politica della strage di Stato;

c) stabilire il grado delle responsabilità complessive più che determinare con esattezza gli esecutori materiali della strage;

d) denunciare la pesante responsabilità dei vertici della sinistra ufficiale che ha chiuso gli occhi davanti al “caso” e lo ha barattato come ha barattato lo spirito di rivolta della classe operaia con un disegno di potere in alleanza con la grande borghesia italiana;

e) chiarire sino in fondo che a Roma non si decide solo la sorte di Pietro Valpreda. Con la sua condanna la classe dominante si propone di porre un suggello alla gestione politica che essa ha fatto della strage e intensificare la stretta repressiva contro il movimento popolare;

f) denunciare il legame esistente con le altre provocazioni che le classi dominanti hanno sviluppato a livello internazionale.

DUNQUE, IL PROCESSO POPOLARE NON SARÀ UN PROCESSO ALTERNATIVO A QUELLO FORMALE: ESSO SARÀ TUTTO QUELLO CHE IL PROCESSO FORMALE NON POTRÀ ESSERE.

Del tribunale popolare faranno parte due giurie: una, internazionale, formata da persone note per il loro impegno di rivoluzionari e militanti democratici, l’altra, popolare, della quale faranno parte operai, abitanti di quartieri, ecc.

Esse avranno a disposizione gli atti del processo “formale” Valpreda e dei processi ad esso connessi (25 aprile, fascisti di Treviso, M.A.R., processo Pinelli, ecc.) per unificare in un quadro omogeneo tutti quei procedimenti che la magistratura ha tentato, non a caso, di dividere.

In più il processo popolare avrà a disposizione il materiale che i gruppi di contro-informazione hanno raccolto in questi anni.

In stretto collegamento con il processo formale, il processo popolare si articolerà in numerose udienze, tenute in diverse città e in luoghi adatti ad accogliere la più larga partecipazione popolare.

Ogni militante che partecipa al processo popolare è parte attiva, e in causa, in quanto il quadro politico che emerge dal processo offrirà gli elementi per collocare la sua esperienza specifica di fabbrica, di scuola, di quartiere nella generale azione repressiva che lo stato ha scatenato, con la strage, contro i proletari.

Di conseguenza, affinché questa iniziativa si realizzi in forma incisiva sulla realtà, è necessario un impegno militante di tutti i compagni rivoluzionari di partecipazione e di intervento nel processo popolare.

 La strage di stato: uno scandalo internazionale

a cura della Redazione

I fumetti del noto cartoonist Wolinski che riproduciamo in questa pagina sono tratti da “Charlie Hebdo“, supplemento settimanale di “HARA-KIRI”, con una tiratura di centomila copie. La “strage di stato” è dunque oggetto di satira politica anche all’estero. Lo scandalo ha passato le frontiere. La stampa internazionale, in effetti, ha dato molto spazio alle prime (ed ultime) battute del processo Valpreda, attribuendogli un’importanza che supera ampiamente quella generalmente attribuita alle vicende locali.

Dunque, benchè le porcherie poliziesco-giudiziarie non siano certamente una specialità esclusiva italiana, tutta la faccenda delle bombe del ’69, dell’istruttoria di Occorsio, dell’assassinio di Pinelli, della strage dei testimoni, ecc., è di tale brutalità, grossolanità, stupidità da suscitare l’indignazione a livello internazionale.

Indignazione e fumetti a parte, il movimento anarchico, per quanto è nelle sue possibilità, si sta dimostrando all’altezza del suo tradizionale internazionalismo, intensificando il suo impegno in vista della scadenza processuale.

In Svezia, accanto ai gruppi anarchici s’è mossa la S.A.C., il sindacato di tendenza libertaria, che ha inviato a tutti i lavoratori italiani il documento “La strage di stato voluta dai padroni“. Il 23 febbraio, per l’inizio del processo Valpreda, s’è svolta a Stoccolma una manifestazione che si è conclusa con un sit-in davanti all’ambasciata italiana.

In Francia le organizzazione anarchiche hanno promosso dibattiti e volantinaggi in tutti i principali centri. è stato doppiato il filmato Pinelli, che è già stato proiettato in decine di località.

In Inghilterra è stato stampato e diffuso in migliaia di copie un opuscolo sulle bombe del 12 dicembre. A Londra, alle due manifestazione sinora organizzate hanno partecipato migliaia di giovani.

In Germania, oltre a contro-informare l’opinione pubblica tedesca, si sta organizzando una campagna di controinformazione tra gli emigranti italiani.

Con la sospensione del processo lo scandalo continua…

Umanità Nova 16 ottobre 1971 Lo Stato è accusato di strage continuata Vogliamo subito il processo per le bombe Comitato Politico-Giuridico di Difesa

2 settembre 2011

La Costituzione è servita

Il ricorso presentato dai legali di Emilio Borghese, tendente ad annullare, in base ad una sentenza della Corte Costituzionale, la applicazione dell’amnistia per il reato di danneggiamento disposta dal giudice istruttore per tutti gli imputati, è stato respinto.

La Cassazione non ha ritenuto vincolante la decisione della Corte Costituzionale e con un sottile quanto incomprensibile preziosismo giuridico ha distinto tra dichiarazione di illegittimità costituzionale ed interpretazione di una norma.

La giustizia, è noto, si amministra sulla base del cavillo giuridico. Un gioco estremamente difficile, zeppo di sotterfugi e di intrigate sottigliezze interpretative, per cui una norma perfettamente rispondente ai dettami della costituzione repubblicana è applicata ad un imputato ma non si ritiene possibile applicarla ad un altro. Il trattamento che subiscono i due imputati in un caso del genere è assolutamente diverso, ma ciò non toglie che la legge è uguale per tutti. E se lo dicono i sapienti addetti ai lavori i sudditi non possono metterlo in dubbio.

Anche quello di essere giudicati in un pubblico dibattimento prima di essere condannati è un diritto sancito dalla Costituzione, ma i codici non contemplano il diritto di ribellarsi alla magistratura che ti tiene lunghi anni in galera prima di processarti e di riconoscere la tua innocenza, per cui il solo diritto di cui effettivamente gode l’imputato è quello di… aver fede nella «giustizia».

Indagini ed esperimenti giudiziari espletati

Se un giudice perviene, per oscuri ed imprevedibili motivi alla convinzione che un ..indiziato di reato in 10 minuti è riuscito da solo a sistemare la cupola di San Pietro, pietra su pietra, sulla cima di un cipresso del camposanto e se l’indiziato non riuscirà a dimostrare con i propri mezzi che lui era nella impossibilità materiale di portare a termine la impresa, verrà condannato per trafugamento di monumento nazionale e per disturbo alla quiete dei defunti.

Non è un paradosso, il regime accusatorio su cui si basa il meraviglioso sistema giuridico italiano consente e spessissimo rende inevitabili aberrazioni del genere.

E’ il caso capitato a Roberto Mander, indiziato, perchè anarchico, di aver partecipato al complotto che provocò la strage del 12 dicembre 1969 e di aver collocato, in meno di dieci minuti partendo da via del Governo Vecchio, una bomba al monumento del milite ignoto, più enfaticamente chiamato altare della patria.

I difensori di Mander, condannato senza processo e senza possibilità di appello a tre anni di carcere per minorenni (lo chiamano diversamente, ma è una galera) dal giudice dott. Cudillo che non ha trovato il tempo di eseguire neanche un esperimento giudiziario che confortasse la sua convinzione, hanno fatto effettuare privatamente una prova del tempo strettamente necessario per percorrere il tragitto attribuito a Mander ed è risultato che non è possibile impiegare meno di quaranta minuti.

Chi, come diversi giornalisti e gente della strada, ha assistito all’esperimento, ha avuto parole di sdegno per «l’assurda accusa di concorso in strage mossa ad un ragazzo senza specificare i tempi ed i modi della partecipazione al presunto diabolico piano».

Ma ancor piùassurdo sarà il comportamento della magistratura che, chiamata a risolvere il caso da una energica e documentata memoria presentata all’ufficio istruzione del tribunale dall’avv. Nicola Lombardi, molto probabilmente se la caverà… stralciando dal procedimento il caso Mander, se non addirittura dichiarando inammissibile l’istanza della difesa.

Lo Stato sul banco degli accusati

Bisogna iniziare subito una vivace campagna per costringere il potere a non rinviare ulteriormente il processo se vogliamo che il caso non si risolva con la morte di qualcuno degli imputati. Le condizioni di Valpreda e di Gargamelli peggiorano di giorno in giorno e due anni di carcere in attesa di essere giudicati innocenti sono troppi, soprattutto per un reato di Stato, per una strage effettuata freddamente per sporchi fini politici da chi guazza nel pantano del potere statale e vive del sangue spremuto o strappato dalla carne dei lavoratori.

Nel momento in cui questo articolo sarà impaginato un gruppo di anarchici, compagni degli anarchici detenuti, starà preparando uno sciopero della fame in una piazza di Roma. La iniziativa è stata presa per impedire al troppo debilitato Valpreda di effettuare il minacciato sciopero della fame che potrebbe avere troppo gravi conseguenze per la sua salute e sbarazzare lo Stato di un sempre più scomodo imputato.

Vogliamo subito il processo, non perchè crediamo nella giustizia della legge, ma perchè siamo convinti che in questo infame caso sarà sufficiente l’angusto spazio concesso alla difesa dal pubblico dibattimento per lasciar passare finalmente quella verità sulla strage di Stato che l’inchiesta preordinata e addomesticata ha fino ad ora strangolato.

Bisognerà centuplicare i nostri sforzi, unire tutte le energie, coordinare le iniziative, dare maggiore impulso al lavoro di controinformazione, assistere la difesa, preparare ed agitare l’opinione pubblica, ma riusciremo a portare lo Stato sul banco degli accusati e dovrà rispondere del reato di strage continuata, per i 16 morti di piazza Fontana, dell’assassinio di Pinelli e di questi lunghi anni di galera, di vita rubata a dei giovani con l’intento di far pagare a loro per i suoi crimini. «La strage di Stato» non è solo il titolo di un libro ma è anche, soprattutto, l’intestazione di un fascicolo che conterrà gli atti e la sentenza del processo popolare contro lo Stato per i suoi più infami delitti.

 

Comitato Politico-Giuridico di Difesa