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1972 03 4 Umanità Nova – Ventura implicato sempre più nella strage

19 maggio 2015

1972 03 4 Umanità Nova - Ventura implicato sempre più nella strage

 

 

Nella udienza del processo di Bologna, conclusosi con l’assoluzione di Fini, non si è arrivati a quei risultati che si speravano anche perchè la corte ha fatto di tutto per non permettere che si approfondisse il discorso sulle responsabilità di Ventura e Di Luia per gli attentati del 12 dicembre ’69. In ogni modo è stato Serafino Di Luia a definire nella sua deposizione il Delle Chiaie «ideologo della strategia della tensione».

Il nome di Di Luia è tornato alla ribalta nella cronaca del febbraio 1970 quando la polizia lo cercava ed arrivò all’abbaino di via Tamagno 43 a Milano che era abitato anche da Nino Sottosanti e Giorgio Chiesa. Sono proprio questi i nomi che Fappani, spia del SID, indica come autori degli attentati sui treni ed è proprio una strana coincidenza ritrovarli tutti e tre nello stesso appartamento a Milano.

Di Luia con Delle Chiaie è il fondatore del movimento «lotta di popolo», ultima espressione del neofascismo italiano che si nasconde dietro una terminologia falsamente rivoluzionaria. Grottesche sono state le argomentazioni di Bizzicari, ex consigliere del MSI e difensore di Di Luia per dimostrare che «lotta di popolo» non è un movimento di destra. Interessante è stata pure la deposizione di Zicari che sostenne di aver intervistato Di Luia in Spagna, quando invece sappiamo che tale intervista si fece a Milano, ma a parte questo Serafino Di Luia dichiarò che durante l’occupazione dello ex albergo Commercio in piazza Fontana un gruppo di agrari milanesi propose a «lotta di popolo» di farlo saltare.

L’ultima udienza è stata tutta occupata dalle deposizioni di Ventura che ha parlato per ore per dimostrare che non è più un fascista ma si è visto in difficoltà quando il P.M. gli ha chiesto dove fosse il 12 dicembre ’69 e si è rifiutato di rispondere. Piero Gamacchio, l’attuale direttore delle edizioni RAI e nel ’69 amministratore della Lerici e socio di Ventura nella Litopress, ha negato di aver trascorso il pomeriggio del 12 dicembre con Ventura negli Uffici della Lerici, avendolo trascorso invece fuori Roma. Ecco allora che Ventura trova una nuova conferma al suo alibi nella persona di Nino Massari, personaggio anche questo ambiguo. Massari ha più volte garantito Ventura presso case editrici di sinistra, riuscendo a fargli affidare la distribuzione per il Veneto di riviste come IdeologieChe fare e le edizioni de Il comunista. In questo modo e grazie anche alle conferenze organizzate nella sua libreria di Treviso da Franzin con esponenti marxisti, Ventura si è creato una copertura a sinistra. Franzin e Quaranta sono gli autori di un comunicato stampa di fine dicembre che difendeva Ventura dalle accuse allora mossegli da Lorenzon, riprodotto nel libro «Gli attentati e lo scioglimento del parlamento» edito da Ventura, libro che è un abile ricalco di analisi marxiste-leniniste sul regime di repubblica presidenziale. Di Massari sappiamo che nell’autunno del ’69, mostrandosi simpatizzante anarchico, entrò in contatto con alcuni compagni di Roma, tra cui Mander, ma nel processo di Bologna ha negato tutto questo presentandosi soltanto con una copertura di vago democraticismo.

Il comportamento di Massari può essere dettato da motivi opportunistici che ci sfuggono ma che indubbiamente non giovano a smascherare le complicate trame che legano Ventura ai vari attentati succedutisi in Italia nel 1969 e culminati con la strage di Milano, tutti ideati ed attuati in base ad un preciso piano terroristico.

Ventura era a Roma il 12 dicembre ’69 ed a più riprese ha rifiutato di fornire un alibi convincente e, quando lo ha fatto, è stato smentito. Massari asserisce di averlo incontrato non prima delle ore 17,15; avrebbe avuto, quindi, tutto il tempo per partecipare in qualche modo, sia pure come elemento direttivo, agli attentati. Di ciò se ne ebbe clamorosa conferma quando – appena due giorni dopo e quando ancora i particolari dell’esplosione non erano stati resi pubblici – il Ventura spiegò a Lorenzon: «E’ stato molto difficile collocare la bomba alla banca del Lavoro, il muro era liscio e si è dovuto sistemarla su dei tubi in alto».

Ma su Ventura gravano ben più precisi e seri indizi tutti convergenti nel collocare questo astuto e prezioso elemento del nazifascismo nostrano a quella centrale terroristica alla quale, prima o poi, dovranno essere attribuite le responsabilità degli attentati.

Certamente il gruppo di Ventura non era che una delle cellule in cui, per sua stessa ammissione, si articolava l’organizzazione terroristica, ma indagando con un minimo di impegno è possibile risalire a certe canaglie come Valerio Borghese ed i colonnelli greci, nonché ad elementi come Pozzan, a sua volta legato al misterioso affare Juliano, uno degli scandali più clamorosi di questi tempi legati agli attentati fascisti.

Nel processo per la strage di Stato in corso a Roma, si riesca o meno ad ottenere l’acquisizione degli atti riguardanti il procedimento in corso contro Ventura, questo personaggio occuperà diverse udienze e dovrà emergere tutta intera la responsabilità degli inquirenti nell’aver trascurato una pista che avrebbe sicuramente portato l’inchiesta su un altro binario.

Per il momento dobbiamo registrare l’ultimo vergognoso tentativo di accreditare autorevolmente «l’estraneità di Ventura da movimenti fascisti» da parte dei suoi avvocati di sinistra (Capraro del PSI e Ghidoni del PRI) che hanno fatto pervenire un lungo telegramma a tutti gli avvocati del processo per la strage con il quale suggeriscono di chiedere il rinvio del processo a dopo la chiusura dell’istruttoria a carico del loro cliente e ciò per consentire l’acquisizione di tutti gli atti relativi al caso Ventura.

Una manovra assurda e provocatoria resa possibile dalle incredibili omissioni dell’inchiesta sulla strage. Anche di questo dovrà rispondere il giudice Occorsio.

 

17 marzo 1972 Perché gli anarchici? Controprocesso Valpreda (dal settimanale ABC)

14 agosto 2011

Incompetenza per ragioni di Stato

di C.C.

C’erano due modi di rinviare il processo Valpreda a Milano: dichiarando nulla la sentenza istruttoria, oppure dichiarando la corte di Roma incompetente per un vizio di forma che non provocasse automaticamente l’annullamento dell’istruttoria. Non bisognava essere degli indovini per immaginare che il tribunale avrebbe scelto la seconda via. Nel primo caso oltre a buttare a mare Occorsio si sarebbe dovuto liberare Valpreda e gli altri coimputati. Così invece, rubricando come strage anche la bomba inesplosa alla Banca Commerciale milanese si sacrifica Occorsio ma gli imputati restano in galera (per legge ci possono stare ancora due anni) e il processo viene rinviato. Per quanto? Ufficialmente ciò dipende dalla buona volontà della giustizia, dalla sua (presunta) ansia che la verità venga alla luce, e al più presto. Ma noi sappiamo che, invece, ciò dipende dal potere politico: soprattutto in questo caso dato che siamo di fronte al più tipico dei processi politici.

E allora, se osserviamo la situazione da questa visuale, noi possiamo immaginare, senza difficoltà, quello che si cercherà di fare nel prossimo futuro. Si tenterà di procrastinare al massimo l’iscrizione a ruolo del processo al tribunale di Milano; Occorsio ricorrerà contro la sentenza della corte di Roma, non tanto per difendere la sua indifendibile istruttoria, quanto per far perdere altro tempo, conoscendo la lentezza della Cassazione che verrà chiamata a decidere sul ricorso; poi, quando inizierà finalmente il nuovo processo, ci sarà chi solleverà il problema della legittima suspicione; accolta la legittima suspicione, ci rivedremo nel ’74 a L’Aquila, o in qualche altro tribunale di provincia, con i sopravissuti se ci saranno e magari in una Italia molto diversa da quella attuale: ordinata e rispettosa come la sgualdrina di Sartre. Nel frattempo, o meglio, nel futuro immediato, le elezioni si svolgeranno come le vuole Andreotti: con i fascisti in galera a Treviso e gli anarchici a Roma, o a Milano. Insomma gli opposti estremismi messi ko e le opposizioni per bene (MSI e PCI) convenientemente intimorite. Questo è quanto si cercherà di fare. Ma non è detto che il piano riesca.

Anzitutto sarà molto difficile addormentare la opinione pubblica, cui erano bastate otto udienze per raggiungere la chiarezza e trarre le debite conclusioni. Quale che sia il motivo formale del trasferimento a Milano del processo, tutti hanno compreso che tale rinvio è comunque la prova della debolezza dell’istruttoria e del gioco poco pulito che essa sottintende. In secondo luogo non bisogna dimenticare quanto sta accadendo a Treviso. Se Roma tace, se il giudice Falco si è dichiarato incompetente per ragione di Stato, a Treviso il giudice Stiz continua a lavorare.

Tutto dipende da lui, ormai. Se riuscirà a dimostrare la colpevolezza di Ventura e soci e soprattutto se riuscirà a dichiararla apertamente riaffermando la sua indipendenza dal potere politico, allora il processo Valpreda, cacciato dalla porta, rientrerà inevitabilmente dalla finestra

Controprocesso Valpreda

Perché gli anarchici?

L’onorevole Stuani legge alla nostra tavola rotonda i documenti sul complotto fascista che sono stati respinti dalla Corte di Assise di Roma. Gli avvocati del gruppo «milanese» spiegano la loro linea difensiva

PARTECIPANTI

MICHELE ZUCCALA’ senatore, vice-presidente della commissione Giustizia al Senato

CLAUDIO CATTANEO movimento studentesco

ACHILLE STUANI ex-deputato comunista, amico di Vittorio Ambrosini

MICHELE PEPE avvocato

GIOVANNI CAPPELLI avvocato

FRANCESCO PISCOPO avvocato (difensore dell’imputato Emilio Bagnoli)

Dalla redazione milanese

 «ABC» – Senatore Zuccalà, ci dica il suo punto di vista sul processo Valpreda. Ci chiarisca come è nato, come si è formato e qual è il sistema che ha consentito che «certe» cose succedessero.

ZUCCALA’ – Solo risalendo a monte si spiega tutto quello che succede a valle. Qualsiasi tipo di processo – gravissimo come quello di strage o meno grave come quello di chi ruba un chilo di arance – ha sempre la stessa impostazione strutturale. Nasce cioè in assenza della difesa e continua con le «sacralità», per esempio la credibilità maggiore (rispetto alle altre) del pubblico ministero, del maresciallo dei carabinieri, del verbalizzante, ecc. In queste «sacralità» non interferisce nessuno, perché la difesa è assente. Per approdare alla verità bisogna demitizzare, smascherare tutto questo. Questo è il vecchio processo che consente a tutti gli autoritarismi di scegliere una via e di fare incamminare il processo su un certo binario. Cioè l’apparato, scelta questa via, la consolida attraverso tutte le connivenze che convergono: polizia, magistratura, verbalizzanti, ecc. Il processo Valpreda è tipica espressione di questo procedimento: si è scelta una via, tutte le «sacralità» convergono su quella via e si arriva al dibattimento su quell’unico binario. Bisogna assolutamente divellere quel binario – la difesa lo sta facendo egregiamente – per la ricerca della verità.

CAPPELLI – Non sono troppo d’accordo su questa impostazione che il processo Valpreda è uguale agli altri, come a quello di chi ruba le arance. E’ uguale solo dal punto di vista degli effetti sostanziali: in entrambi i processi, chi ci rimette è chi sta dalla parte dei poveracci. E’ sostanzialmente diverso in questo: nel processo Valpreda gli stessi oppressori hanno trovato nella forma un loro limite e l’hanno scavalcato senza nessun problema. In più, in questo caso specifico, c’era un sistema, «il sistema», che doveva difendersi dalla sua imputazione principale aver messo lui le bombe. E per difendersi, ha violato le sue stesse norme.

La riunione del dieci

STUANI – Stiamo discutendo del sistema e le conseguenze che ne derivano sono, direi, naturali al sistema stesso. Nel caso specifico, a complicare le cose e a portare certe valutazioni su un piano diverso esistono dei documenti, venuti fuori dopo che l’inchiesta era chiusa. Occorsio e Cudillo erano partiti verso un certo indirizzo, ma hanno visto questi documenti e non possono non tenerne conto, anche se io li ho mostrati solo alla morte di Ambrosini, come lui stesso mi aveva chiesto di fare. L’avvocato Ambrosini, mio amico di vecchia data, mi chiamò a Roma il 15 gennaio ’70, mi disse che il 10 dicembre 1969 aveva partecipato a una riunione (non mi disse il luogo) durante la quale si parlò di «andare a Milano a buttare tutto all’aria». Uno dei partecipanti mise sul tavolo tre pacchi di banconote da diecimila lire e, ma questo mi rimane un po’ confuso, un assegno in bianco. Alla riunione era presente il deputato missino Caradonna. Ambrosini mi chiese di consegnare una lettera al suo amico Restivo, ministro degli Interni.

La lettera a Restivo

Io mi recai dal ministro, ma non mi ricevette e lasciai la lettera al suo segretario. Ambrosini aveva già scritto a Restivo il 13 dicembre, ne faceva riferimento nella lettera che portai io. Oltre alla lettera per Restivo, Ambrosini mi dette altre due missive, indirizzate una a Caradonna e l’altra al Partito comunista italiano, precisamente all’on. Longo. Della lettera indirizzata a Restivo. io avevo una copia e la mostrai al dottor Cudillo quando mi interrogò. Allora Ambrosini era ancora vivo e Cudillo mi disse che il mio amico aveva detto che io avevo capito male, che insomma mi ero sbagliato. Quando invece l’avvocato Ambrosini morì, Cudillo disse chiaramente che Ambrosini non mi aveva mai detto niente, che praticamente io avevo inventato tutto. Ma io avevo tutti i documenti, che dovevo aprire solo in caso di morte di Ambrosini. E qui le cose cambiarono, perché io aprii il dossier. A questo punto entra in scena il dottor Sinagra, che aveva aperto un’inchiesta sulla ricostituzione del partito fascista.

«ABC» – L’apertura dell’inchiesta suscitò molte proteste da parte dei fascisti e il procuratore generale della Repubblica di Milano, Bianchi D’Espinosa, avocò a sé l’inchiesta. Poi però l’indagine fu sdoppiata: quella riguardante la ricostituzione del partito fascista fu affidata al dottor Bonelli; quella riguardante atti specifici fu affidata al dottor Corbetta. Quindi il dossier Ambrosini è in mano al dottor Corbetta, che l’ha inviato a Roma ma se lo è visto tornare al mittente.

STUANI – Esatto. A Roma di me e di Ambrosini non vogliono sentir parlare, perché sarebbe la débacle di tutto il loro lavoro. Ma questi documenti e queste lettere esistono e non so fino a quando potranno non tenerne conto.

Per il momento però ai padroni del vapore fa comodo non prenderne visione, non allegarli al processo Valpreda. Loro hanno interesse che questa faccenda vada avanti così, perché non vogliono la verità.

La zappa sui piedi

Pensate che quando al giudice istruttore ho detto che Ambrosini faceva continui riferimenti a un certo D’Auria, Cudillo mi rispose che non poteva verbalizzare questo particolare, perché io non ero in grado di dirgli se D’Auria fosse il nome di battesimo o il cognome. Io questo D’Auria non so chi sia. E’ forse il sosia di Valpreda?

«ABC» – Sì e no; o meglio, è il secondo sosia di Valpreda. Quello principale, di primo rilievo, è Sottosanti. D’Auria era quello di ricambio, pronto a entrare in scena se l’affare Sottosanti non funzionava. D’Auria infatti, quel pomeriggio del 12 dicembre, era da un callista di via Albricci, al quale disse ripetutamente che era affetto dal morbo di Burger.

PISCOPO – Sappiamo bene chi è D’Auria. Fu Merlino a portarlo al «22 Marzo». Per il giorno della strage, ha un alibi di ferro: era a letto malato, e lo testimonia il medico che lo visitò. Però non bisogna dimenticare che D’Auria era amico di Delle Chiaie e aveva aderito all’Avanguardia Nazionale fondata appunto da Delle Chiaie. Il discorso è sempre lo stesso: tutto era stato premeditato a puntino, anche se poi qualcosa non ha funzionato. Praticamente la borghesia. con i suoi errori, si è data la zappa sui piedi.

CATTANEO – Il processo Valpreda, si è detto, è l’attacco che la borghesia portava avanti e continua a portare avanti con la tesi degli opposti estremismi. Si è detto anche che per Valpreda, il quale rappresenta qualcosa che va al di là della sua persona, tutti i democratici devono allearsi e devono fare le loro scelte per arginare la svolta reazionaria. Importantissimo è capire l’innocenza di Valpreda e la colpevolezza della borghesia: questa è la verità. La tesi della borghesia – combattere gli opposti estremismi – è solo falsità.

«ABC» – Diamo un nome alla borghesia, o per lo meno facciamo in modo di arrivare a capire chi è.

ZUCCALA’ – La diagnosi, nei punti focali, può essere giusta, ma ci sono dei punti da chiarire. Che la soluzione possa essere la pressione delle masse per ottenere un risultato positivo del processo Valpreda non è il solo risultato che bisogna ottenere. La mobilitazione delle masse è importante, ma si deve accompagnare a un processo riformatore del sistema. Mandare il processo a Milano scardinerebbe tutta l’impostazione del processo, al punto che non vogliono quegli atti che Corbetta ha spedito.

PISCOPO – Tutto è stato organizzato in modo che, a pagare, fossero gli anarchici. Non a caso la polizia di Milano. Nel suo rapporto del 22 gennaio 1970, parla di «unico disegno criminoso». riferendosi alle bombe del 25 aprile ’69 alla Fiera, alle bombe dell’8-9 agosto ’69 sui treni, alle bombe del l2 dicembre ’69 a Milano e a Roma. Gli anarchici però sono stati assolti per le bombe del 25 aprile e per quelle sui treni.

Perché il potassio

In questo momento, con i vari Corbetta e Stiz, tanto per fare due nomi, tornano attuali anche gli attentati alla Fiera e ai treni. Vediamo di ricapitolare le cose. Il 13 aprile ’69 Faccioli e Della Savia a Milano comprano del potassio. Questo fatto viene contestato da Allegra nel rapporto del 9 maggio, riguardante il processo delle bombe alla Fiera. Siccome il 13 aprile comprano potassio, secondo Allegra le bombe del 25 aprile sono costruite a base di potassio. Il 24 aprile Faccioli e Della Savia vanno a Milano e il giorno dopo, il 25, scoppiano le bombe. La polizia prende subito gli anarchici e contesta loro le prove che ha, cioè che il 13 aprile hanno comprato potassio, che il 24 aprile sono andati a Milano, che il 25 aprile erano a Milano dove scoppiavano le bombe che sono a base di potassio e che in tasca Faccioli ha il famoso schema (parola definitiva delle bombe che la polizia gli ha messo in tasca). Questo trova riscontro nel famoso rapporto greco, che dice che non era stato possibile «agire» prima perché Faccioli e Della Savia non erano arrivati a Milano prima del 24. E la stessa cosa avviene per Braschi, che il 2 gennaio si muove da Livorno per venire a Milano e la notte del 2 gennaio c’è l’attentato a Camp Derby. La notte dell’8-9 agosto Pinelli va a Roma e ci sono gli attentati ai treni. Parliamo di Ivo Della Savia, a questo punto. Della Savia è quello che chiama Pinelli a Roma, è quello che accuserà il fratello delle più varie cose; ma una delle cose che non viene fuori è che lo accusa anche delle bombe del 25 aprile. La realtà è che Della Savia è nelle mani della polizia ed è quello che si porta dietro Andrea, l’agente di pubblica sicurezza che doveva spiare gli anarchici. Andrea (Ippolito) entra al «22 Marzo» attraverso Della Savia. Ora, Ivo Della Savia è fuori, latitante.  Il fratello invece lo prendono subito. Un terzo fratello muore addirittura, misteriosamente. E’ chiaro il piano: l’obiettivo sono gli anarchici e ogni cosa viene organizzata secondo i loro spostamenti. Se uno va a Roma, bomba a Roma. Se uno viaggia in treno, bomba sul treno.

ZUCCALA’ – La polizia fino a che punto è complice o consapevole?

PISCOPO – La prova è evidente: il 15 dicembre ’69 Allegra contesta a Pinelli gli attentati sui treni chiedendogli: «Chi è I’unico ferroviere anarchico?». Pinelli dice: «Sono io». Allegra risponde: «Allora tu sei l’attentatore e te lo dimostrerò». Non è una battuta, ma una precisa contestazione perché risulta dai verbali e dal rapporto. Non solo, ma agli atti del 25 aprile esiste tutto un rapporto in cui Pinelli viene accusato di essere l’autore degli attentati sui treni e si dice anche che il suo telefono è sotto controllo e che lui è stato regolarmente seguito. Ma quello che rivela la complicità della polizia è il fatto che il 20 agosto Calabresi si reca in carcere e contesta gli stessi reati (attentati sui treni) a Pulsinelli. Interrogato, Calabresi prima nega, ma di fronte all’evidenza dei fatti deve ammettere che lui contesta a Pulsinelli gli attentati sui treni. C’è qualcosa di più: Pulsinelli sa di essere seguito dalla polizia e non è arrestato

L’uso del potere

ZUCCALA’ – Ricercato dalla polizia.

PISCOPO – Questa è una supposizione, ma probabilmente, per l’attentato sui treni, si arresta Pulsinelli perché uno ci vuole subito, anche se poi si accorgono che il predestinato era Pinelli. La prova della perfetta connivenza è questa: al processo del 25 aprile viene chiesto a Calabresi come faceva il 15 dicembre il dottor Allegra a contestare a Pinelli di essere l’autore dell’attentato sui treni. Cioè gli chiediamo: «Ci dica subito se c’è un informatore del dottor Allegra, e in tal caso se può o non può rispondere». Calabresi ci risponde che non si tratta di un informatore del dottor Allegra, ma di un amico. Tiriamone le conseguenze: questo amico del dottor Allegra due cose ha potuto fare; o ha messo sulla falsa pista il dottor Allegra, oppure, al solito, era tutto preordinato, male, ma così.

CAPPELLI – Hanno il potere in mano e lo usano, scopertamente, fino in fondo.

PISCOPO – E quando lo scontro diventa più duro, in novembre e dicembre, ricorrono agli estremi strumenti.

«ABC» – Per ritornare a Valpreda, l’eccezione di incompetenza territoriale è stata dunque una scelta politica, non solo tecnica.

PISCOPO – Bisogna chiarire che l’eccezione di incompetenza, così come l’ha formulata Spazzali e così come è stata messa a verbale, è strettamente legata, a nostro avviso, alla nullità della sentenza istruttoria.

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Protagonisti in toga

UGO PAOLILLO

 

Anche se non è presente alle udienze, indubbiamente il sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Ugo Paolillo, è uno dei protagonisti in toga del processo Valpreda.

Paolillo era il vero e unico titolare dell’istruttoria che gli fu rapita. Tra gli atti processuali esistono appunti di Paolillo che ha confermato per iscritto al presidente Falco che la polizia milanese gli celò – a suo tempo – il fermo di Valpreda e la testimonianza del tassista Rolandi.

Insomma Ugo Paolillo era un sostituto rigoroso e non disposto ad accettare tutto quello che la polizia gli porgeva sul classico piatto d’argento.

Oggi la complessa vicenda nella quale, suo malgrado, è restato coinvolto lo fa entrare come protagonista nel processo.

Valpreda è innocente La strage è di Stato Giustizia proletaria contro la strage dei padroni Guida al processo a cura del Soccorso Rosso 1972

24 giugno 2011

 

Il 23 febbraio è fissato al Tribunale di Roma l’inizio del «Processo Valpreda». Finalmente la classe dominante è costretta a riportare in «pubblico» – attraverso la sua magistratura – tutta la questione delle bombe di Milano e Roma del 12 dicembre 1969. Diventati ad un tempo «capro espiatorio» giudiziario e pretesto politico per la strage di Stato, Valpreda e gli altri compagni anarchici si trovano da più di 2 anni in carcere senza alcuna prova attendibile a loro carico, mentre ormai sono schiaccianti le prove della responsabilità materiale dei fascisti e del loro diretto collegamento politico e finanziario non solo con certi settori del padronato italiano e degli organi dello Stato, ma anche, a livello internazionale, con le centrali di spionaggio e di provocazione dei colonnelli greci (KYP) e dell’imperialismo (USA).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le lotte…

Nelle lotte del 1969 – prima con l’esplosione spontanea del maggio-giugno alla FIAT e alla Pirelli e poi con la generalizzazione dell’autunno caldo – l’autonomia operaia aveva attaccato direttamente i padroni nei momenti fondamentali della struttura di potere, mettendo in crisi la produttività e l’intensificazione dello sfruttamento, ponendo in questione le radici stesse del modo di produzione capitalistico.

In questa situazione – con un’escalation che dagli attentati «greci» del 25 aprile (alla Fiera di Milano e alla Stazione), attraverso la scissione «americana» del P.S.U. nel luglio e gli attentati dell’agosto ai treni, arrivò alle bombe di Milano e Roma del 12 dicembre, precedute da una catena di circa 200 attentati terroristici – si sviluppò quella strategia della tensione che ebbe come momento culminante proprio la strage di  Stato.

L’uso politico…

Le bombe del 12 dicembre le fecero mettere i padroni, ma non tutti i padroni. Tutti i padroni però le utilizzarono e ne gestirono le conseguenze politiche e sociali.

Tutto uno schieramento della classe dominante – borghesia della piccola e media industria e della rendita fondiaria, alti gradi delle burocrazie statali, amplissimi settori della destra politica – considerava la «strage» come il punto di partenza di un disegno strategico che – partendo dai rancori della cosiddetta opinione pubblica contro il movimento operaio – determinasse un preciso spostamento a destra, con progetti che andavano dalla «Repubblica presidenziale» dei socialdemocratici e dei democristiani fino al golpe fascista di Junio Valerio Borghese.

D’altra parte, tutto l’altro schieramento della classe dominante – il capitale monopolistico-finanziario, i grandi padroni «tradizionali» (Agnelli e Pirelli) e i managers dell’industria di Stato, le forze «democratiche» dell’area governativa, i settori «moderati» dell’apparato statale – utilizzò immediatamente le bombe, anche se non le aveva ordinate, come strumento di ricatto anti-operaio e come occasione di un violento attacco repressivo contro le avanguardie di lotta.

Proprio sui morti di Piazza Fontana, la borghesia italiana ritrovò la convergenza dei propri interessi e avviò il tentativo di ricomporre la sua unità di classe: fece chiudere i contratti e ricostituì il governo di centro-sinistra, scatenando la più dura e violenta repressione.

Per parte loro, i partiti della sinistra istituzionale non solo permisero quest’offensiva, ma attaccarono essi stessi in modo diretto le lotte operaie nelle fabbriche, rilasciando la parola d’ordine della produttività (cioè dell’intensificazione dello sfruttamento) e delle riforme (cioè della razionalizzazione dello sviluppo capitalistico).

La strage…

Se i rapporti di forza, sul piano politico generale saranno completamente favorevoli alla classe dominante essa cercherà di arrivare direttamente alla condanna di Valpreda per «ragion di Stato». Ciò equivarrebbe a un tentativo apertamente reazionario di radicalizzare l’attacco repressivo già in atto contro il proletariato e le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, nei confronti delle quali oggi viene fatto sempre più pesantemente ricorso alla minaccia e all’intimidazione della legge borghese e dei suoi tribunali – vedi il processo a Potere Operaio e a Proletari in Divisa – Ciò equivarrebbe a una sorta di «reinnesco politico» delle bombe di Milano e Roma.

Non è da escludere, tuttavia, la possibilità che, durante il processo, prevalga quella tendenza della classe dominante che, per evitare i pericoli di una radicalizzazione dello scontro politico sulla strage di Stato, già da molti mesi sta cercando di spoliticizzare tutta la vicenda trasformando il processo in una specie di grosso caso giudiziario su cui si dovrebbero confrontare «colpevolisti» e «innocentisti».

Da questa seconda ipotesi la borghesia potrebbe ricavare un recupero del prestigio democratico delle sue istituzioni, soprattutto della sua Magistratura.

Da parte loro le organizzazioni del movimento operaio ufficiale, che si presentano al processo con la parola d’ordine «sia fatta luce», giocheranno un ruolo completamente subalterno alla classe dominante, perché chiedere agli organi dello Stato di far luce sulla strage di Stato, vuol dire cercare di ridare una patina di democraticità proprio a quella magistratura che è stata uno dei principali strumenti di copertura della strage stessa.

D’altra parte essi arriveranno al massimo ad ottenere una assoluzione di Valpreda per insufficienza di prove chiudendo tutto con il compromesso più squallido e mistificante.

Far ricadere…

Al Processo Valpreda il vero imputato dovrà essere lo Stato borghese. Ciò sarà possibile solo nella misura in cui al diritto della borghesia – che si «celebra» nei tribunali, ma si fonda realmente sulla violenza strutturale e sistematica dello sfruttamento capitalistico – si contrapporrà radicalmente il diritto del proletariato, che non si esprime nell’accettazione delle «regole del gioco» imposte dalla classe dominante nelle sue istituzioni, ma si realizza invece col rovesciamento dei rapporti di forza nello scontro politico e di classe.

Sarà dunque lo sviluppo della lotta di massa a tutti i livelli (dentro e fuori Ie aule del tribunale) che potrà effettivamente imporre la giustizia proletaria contro la strage dei padroni.

Quest’opuscolo vuol essere un semplice strumento di documentazione su persone e fatti connessi alla «strage di Stato», un contributo per la campagna che dovrà svilupparsi in tutto il paese non solo per imporre la verità rivoluzionaria sugli avvenimenti del 12 dicembre ’69, ma soprattutto per far comprendere a settori sempre più vasti della classe operaia e degli altri strati sociali sfruttati, come la «strage di Stato» (e così pure l’assassinio di Pinelli, l’eliminazione degli altri testimoni, ecc.) sia stata soltanto il risvolto più appariscente della violenza quotidiana che la logica borghese del profitto e dello sfruttamento esercita su milioni di proletari e come anche le bombe di Milano e Roma abbiano costituito un’anticipazione degli strumenti che sempre più sistematicamente la criminalità capitalistica porrà in atto quanto più si radicalizzerà lo scontro di classe.

 

 

 

 

 

 

 

 

Valpreda

Come la polizia e la magistratura italiana hanno costruito un dinamitardo

La polizia italiana sceglie Valpreda come l’imputato n. 1 della strage di Stato che si sta preparando già dagli attentati ai treni dell’agosto ’69, dopo che si è rifiutato di collaborare (nel loro linguaggio si dice così fare l’infiltrato e la spia), ed ha rifiutato anche la 500 nuova fiammante che la polizia vuole regalargli a tutti i costi. É da allora infatti che incomincia la persecuzione. Ardau e Di Cola, due compagni anarchici, testimoniano che Valpreda è continuamente pedinato dalla polizia e che riceve intimidazioni continue ed assurde. A ottobre gli ritirano il passaporto. A novembre viene provocata a bella posta una rissa a Trastevere, dove Valpreda viene picchiato da un gruppo di giovinastri, e dove la polizia inventa che Valpreda avrebbe difeso una bomba scoppiata in Spagna – nessuna bomba è scoppiata in quel periodo – e di qui la reazione e le botte dei presenti.

Si comincia a costruire il dinamitardo.

Da questo momento in poi Valpreda diventa l’anarchico più fotografato del mondo: gli schedari di polizia si riempiono di sue foto, qualcuna addirittura a colori, già bella e pronta per essere stampata (v. la foto pubblicata su Epoca, subito dopo gli attentati, presa durante una manifestazione.

La macchinazione continua

Sempre in funzione di Valpreda viene creato il circolo 22 marzo, composto da un po’ di anarchici, dal fascista Merlino, che per l’occasione fa I’anarchico, e da un poliziotto travestito anche lui da anarchico, Salvatore Ippolito, di cui parleremo più avanti.

Il 12 dicembre, due ore dopo lo scoppio della bomba di Piazza Fontana, senza. avere avuto ancora nessuna informazione da Roma, il futuro assassino di Pinelli, il commissario Calabresi, cerca a Milano il pazzo e dinamitardo Valpreda.

Poi quello che tutti sanno: Valpreda viene incarcerato e imputato, insieme ad altri, della strage.

Tutti gli alibi che servono a dimostrare la sua innocenza vengono sistematicamente rifiutati. La zia dice che quel giorno era a letto ammalato; e la zia sarà imputata di falsa testimonianza. E’ chiaro che per la magistratura italiana non tutte le zie sono uguali. Per esempio, c’è la zia di un fascista, un certo Pecoriello, che il 12 dicembre era a Roma, e che i compagni della controinchiesta ritengono che sappia parecchie cose sulle bombe – il giudice Cudillo è costretto a interrogarlo. Che cosa faceva a Roma il 12 dicembre? Era a letto ammalato: lo testimonia la zia. Questa zia alla magistratura italiana sta bene, e Pecoriello può restare tranquillo.

La costruzione del mostro

E la magistratura italiana, nelle persone di Cudillo e Occorsio, con la piena complicità di partiti politici e organi di stampa – tutti, nessuno escluso – può continuare indisturbata la costruzione del mostro. Dopo averlo definito “ballerino non classico” (in quel “non” c’è quasi un rimprovero) Cudillo dice di lui che il suo motto è «Lucifero, Satana, Belzebù» e Occorsio scrive: «Pietro Valpreda appaga la sua esistenza solo nelle “bombe”, la “dinamite”, il “sangue”». Dichiarazioni cretine, ma che si inseriscono perfettamente in tutta la gestione teatrale con cui lo Stato borghese ha condotto la messa in scena della strage. Il principale imputato deve apparire come la «belva umana», l’uomo per cui nessuno può provare pietà, un anarchico che deve appagare la sua sete di sangue. E si è scelto l’uomo giusto: non solo infatti Valpreda è anarchico ma è anche un ballerino non classico, e, quel che è peggio per lui, è anche un «ballerino zoppo», cioè il fallimento completo.

E proprio su questa invenzione assurda si basa la testimonianza definitiva: quella di Rolandi, che dice di averlo portato in taxi alla banca, con borsa, e di averlo poi ripreso senza borsa – e tutto questo per un percorso complessivo di 300 metri. E se ci si chiede perché per un percorso così breve il nostro avrebbe preso il taxi, con tutti i rischi che questo comportava, l’istruttoria ha già pronta la risposta: perché è malato, zoppica, ha il morbo di Burger, non può camminare.

Lo zoppo avrebbe dovuto ballare tre giorni dopo a Canzonissima, ma non importa.

Gli altri imputati

Ma Valpreda solo non bastava; belva sì, ma senza il dono dell’ubiquità. Ci volevano i complici: e i complici erano già belli e pronti in quel circolo 22 marzo creato apposta. Gli altri imputati sono 8, tutti messi dentro con accuse ancora più inconsistenti di quelle di Valpreda; basta a farli ritenere colpevoli l’amicizia con il ballerino e la frequenza al 22 marzo. Le imputazioni si reggono sul nulla, per lo più dichiarazioni del fascista Merlino e del poliziotto spia 007.

Per GARGAMELLI, imputato di aver messo la bomba alla Banca del Lavoro e quindi di corresponsabilità nella strage, basta a farlo incriminare il fatto che suo padre lavorasse proprio in quella banca e, perciò, si dice, la conosceva bene. La testimonianza che lo incrimina è quella di Ippolito, che interviene sempre a richiesta, per tappare i tanti buchi dell’istruttoria «la polizia non penserà mai che Robertino abbia messo una bomba dove poteva morire suo padre»; l’ha detto Borghese, un altro imputato, giura l’Ippolito.

E BORGHESE che avrebbe fatto? Sempre, secondo Ippolito, avrebbe detto, dopo le bombe «Così i capitalisti impareranno a non depositare i soldi in banca». Per Cudillo basta e avanza!

Poi c’è MANDER: avrebbe messo le bombe all’altare della patria perché «fanatico». Ma l’accusa non regge proprio; chi ha messo le bombe all’altare è il fascista Cartocci, e c’è anche chi l’ha visto e Cudillo lo sa. Mander è un imputato troppo scomodo. Allora lo si scarcera, e siccome non si può dichiararlo innocente, lo si dichiara «immaturo» (poco importa se l’immaturo ha preso la maturità in carcere) e quindi non responsabile.

«I frequentatori del 22 marzo sono individui privi di una comune fede politica, disadattati, asociali, esaltati, che si ritrovano uniti nell’odio per il sistema». «I più giovani hanno interrotto ogni colloquio con i propri familiari (Gargamelli, Borghese, Mander) e rinnegano anche i vincoli di sangue».

Sono parole di Occorsio che sottolinea anche «Gli obiettivi prescelti indicano manifestamente che il gruppo operante ha voluto colpire alcune espressioni e simboli della società tradizionale: le banche, gli uomini d’affari, i possidenti agricoli, il simbolo della patria» (Almeno Occorsio parla chiaro: la patria è la patria dei padroni!).

Poi ci sono tutti gli altri, e per tutti lo stesso castello di montature e di menzogne.

Pinelli assassinato dalla polizia

Il «complice» che non si trova

Allora, ricapitolando, le bombe sarebbero state messe così: Valpreda alla banca dell’agricoltura, Mander all’altare della patria, Gargamelli alla banca del lavoro. Ma c’è una banca rimasta scoperta: la Banca Commerciale di Milano, in cui la bomba è stata messa, ma non è esplosa; di conseguenza ci deve essere ancora un complice di Valpreda da trovare. Nella sua requisitoria Occorsio accenna più volte a questo complice con cui Valpreda si sarebbe incontrato a Milano prima della strage, senza però mai nominarlo. Poi confessa l’incapacità di scoprirlo, e aggiunge che comunque… non sarebbe incriminato per strage, dato che la bomba non è scoppiata. Il complice non si trova perché non si è riusciti a incriminare Pinelli. Pinelli è portato in questura il 12 dicembre, appena scoppiano le bombe; bisogna a tutti i costi farlo rientrare nella versione già bella e pronta che magistratura e polizia intendono dare degli attentati, risalendo fino a quelli del 25 aprile e dell’8 agosto ai treni; Pinelli avrebbe preso parte a tutti, sarebbe lui l’elemento coordinatore. Si tratta solo di farlo «confessare». Pinelli rimane in questura 4 giorni, e solo al terzo c’è un verbale di fermo, perché «esistono gravi indizi a suo carico». Infatti, secondo la polizia, dato che era l’unico ferroviere anarchico della stazione di Milano, è l’unico che può aver messo le bombe. Ma non trovano proprio il modo di incriminarlo, Pinelli si rifiuta di firmare qualsiasi verbale e cosi lo buttano dalla finestra. Gli assassini sono: il commissario Calabresi, il tenente Lo Grano, i brigadieri Mucilli, Panessa e Caracuta. Immediatamente sono fissate le prove «evidenti» della colpevolezza: Pinelli si è «suicidato» e, secondo il questore Guida, «il suicidio è un evidente atto di autoaccusa»; infatti «era fortemente indiziato di concorso in strage. Il suo alibi era caduto… Si è visto perduto». In un rapporto del 22/1/70 il capo della polizia Allegra dichiara che Pinelli era implicato in tutte le bombe dall’aprile al 12 dicembre 1969.

Ma la verità comincia a farsi strada e la sinistra rivoluzionaria conduce sui suoi giornali una campagna per spiegare il significato delle bombe e denuncia l’assassinio di Pinelli, e ne porta le prove. Magistratura e polizia si attestano allora su una linea difensiva. Pinelli non solo viene dichiarato innocente, ma addirittura Calabresi, dirà senza nessun pudore che Pinelli è stato fermato solo per dei chiarimenti, ma che era al di sopra di ogni sospetto. Ma i suoi assassini restano indisturbati, protetti da tutto l’apparato dello Stato, e Occorsio liquida così tutta la faccenda nella sua requisitoria sulle bombe: «Il nominato (Pinelli) mentre era in stato di fermo nei locali della questura, in un momento di sconforto, raggiungeva una finestra e si lanciava nel vuoto sfracellandosi al suolo… Non sono stati raccolti né elementi di prova, né indizi che lo leghino all’attività di Valpreda il 12 dicembre».

Il complice non si è trovato, e la strage ha fatto una vittima in più.

Un imputato non previsto: Merlino

Il gioco è stato più grosso di lui

Ma tra gli imputati ce ne è uno che non era previsto, il fascista Merlino. Chi è Merlino? Per anni, si è infiltrato tra i compagni, facendo l’informatore di professione per conto del fascista Delle Chiaie, che poi passava le informazioni al Sid ex Sifar. Nel 22 marzo il suo ruolo è stato quello di agente provocatore, e durante l’istruttoria le sue dichiarazioni sono servite a Cudillo per aggravare la posizione dei compagni, un vero e proprio teste a carico, più che un imputato.

E’ Merlino che dichiara: «Il 28 novembre Roberto Mander mi chiese di procurargli dell’esplosivo… Il 10 dicembre Mander mi confermò l’esistenza di un deposito di armi e di munizioni sulla via Casilina (mai trovato, naturalmente!). Ed è sempre lui che informa che il motto di Valpreda era: Bombe, sangue, anarchia! (Quanti motti ha questo povero Valpreda!). E così via con i suggerimenti e le supposizioni più varie, naturalmente sempre bene accolti.

Sono dichiarazioni che il vigliacco in parte fa per scagionarsi: infatti il gioco è stato più grosso di lui; Merlino faceva il provocatore, ma era una pedina a sua volta, e non era certo a conoscenza del programma completo della strage. Infatti non si procura un alibi inconfutabile per quel giorno, e la magistratura è costretta a incriminarlo; in quanto tra i più in vista del 22 marzo.

Ma per Occorsio tutti i fascisti sono brave persone, ed è inconcepibile per lui l’idea di un fascista che possa fare l’infiltrato e la spia. Ma qui c’è la scappatoia già bella e pronta: Occorsio è un sottile psicologo (tutta l’istruttoria è piena di sue annotazioni psicologiche pseudoscientifiche sulla personalità dei vari imputati – la borghesia preferisce sempre parlare di «caratteri» anziché di politica -) e cosi il fascista spia e infiltrato diventa una specie di esteta, per cui «la sperimentazione di ogni forma di ribellione dall’estremismo di destra a quello di sinistra, costituisce in realtà la ricerca di emozioni sempre più violente»; (bravo: in così poche righe è riuscito anche a farci entrare il discorso degli opposti estremismi).

Le testimonianze inventate

007

Questi dunque gli imputati e le imputazioni. Ma la macchinazione per avere almeno una parvenza di credibilità, deve basarsi anche su delle «testimonianze». E, come si sono trovati degli imputati, adesso si trovano anche dei testimoni. Uno è già lì, bello e pronto. E’ Salvatore Ippolito, detto anche Andrea 007, messo apposta nel circolo 22 marzo, travestito da anarchico, per poterlo poi usare come testimone a carico.

Le motivazioni ufficiali della Questura sono altre che la magistratura naturalmente avvalla: «Sin dall’estate del 1969 l’ufficio politico della questura di Roma aveva ritenuto opportuno disporre che la guardia di PS. Salvatore Ippolito, prendesse contatto, sottacendo la propria qualità e fingendo interesse per le idee anarchiche, …con Valpreda, Merlino e i loro compagni».

«L’Ippolito, che nel suo lavoro di informatore si faceva chiamare Andrea, comincia quindi a riferire e riferisce al Commissario Capo, dott. Spinella, quanto apprende nell’ambiente da lui controllato. Grazie alle informazioni fornite da “Andrea” vengono prevenute ed impedite alcune azioni terroristiche del gruppo 22 marzo» (dalla requisitoria di Occorsio).

A questo punto ci si chiede perché, a parte le rivelazioni sulle inesistenti azioni terroristiche cui si riferisce Spinella, l’informatore non avesse detto niente al suo ufficio politico sulla strage che si stava preparando, visto che il suo mestiere era appunto quello. Qui vengono fuori le contraddizioni più grosse, e anche se polizia e magistratura fanno e gara per farne un testimone credibile, la montatura è troppo grossolana per reggere.

Fa addirittura ridere.

La dichiarazione di Provenza, vicequestore di Roma: «L’Ippolito non si poteva scoprire»; (per questo non avrebbe potuto muovere un dito per le bombe). Ed è in aperta contraddizione con quanto afferma invece la requisitoria, che sostiene più volte, anche se con date diverse, che l’Ippolito all’interno del 22 marzo si era già scoperto da un pezzo, e perciò non sarebbe stato più messo a parte dei piani dinamitardi che si stavano preparando, e costretto quindi all’impossibilità di agire. Su questo punto la stessa magistratura si contraddice per parecchie volte: la fiducia degli anarchici il nostro 007 l’avrebbe persa già da novembre; poi inspiegabilmente, siccome c’è bisogno di tappare un buco dell’istruttoria, di colpo la fiducia gli è restituita tutta intera, e proprio il 14 dicembre, subito dopo la strage, Borghese non solo si sarebbe mostrato molto preoccupato per le sorti della poliziotto spia, che per due giorni non aveva più visto, ma arriverebbe al punto di confidargli: «La polizia non penserà mai che Robertino abbia messo una bomba dove poteva morire suo padre».

Allora, qui non ci sono altre alternative: o l’Ippolito era coperto agli occhi degli anarchici, e, allora, anche se non troppo intelligente, avrebbe dovuto sapere tutto e di conseguenza riferire; o era scoperto, come si afferma ripetute volte nell’istruttoria, e allora Borghese, ammesso che fosse colpevole, non gli avrebbe certo dichiarato certe cose. Conclusione: o la polizia è complice delle bombe perché pur sapendo non le ha impedite, o la magistratura è connivente con i mandanti della strage, perché accetta per buone tutte le panzane di Ippolito, pur sapendo che sono invenzioni, perché non si capisce come se prima era sospetto non lo fosse anche dopo le bombe, quando la sua pericolosità si è ancora accresciuta.

In realtà nell’istruttoria il poliziotto Ippolito ha un ruolo ben preciso e prezioso, analogo a quello del fascista Merlino: confutare gli alibi degli accusati, e su questo punto polizia e magistratura si trovano perfettamente d’accordo.

Il supertestimone

La triste fine di «una persona onesta»

Ma la regia della strage è stata molto più accurata; oltre al testimone che confuta gli alibi degli accusati (Ippolito), ci vuole anche un supertestimone, qualcuno che appaia del tutto insospettabile, persona onesta, completamente al di fuori degli avvenimenti, di cui è appunto «testimone» disinteressato e casuale, qualcuno che la provvidenza stessa ha messo sul cammino della giustizia, CORNELIO ROLANDI, milanese, di professione tassista e attendibile.

Tanto onesto in realtà il Rolandi non è; dicono di lui i giornali che si sono occupati del caso che è un probabile confidente della polizia, semialcolizzato, particolarmente attaccato al denaro. L’Avanti poi ha scritto, mai smentito, che ha subito una condanna per violenza carnale.

Per farlo apparire più credibile e insospettabile, hanno cercato di farlo passare come un iscritto al PCI. Peccato che di tessere Rolandi ne avesse due, quella del PCI e quella del MSI.

Ce n’è abbastanza per una «persona onesta!».

Cominciamo a vedere la casualità della sua testimonianza: tanto casuale non sembra: infatti la sera del 12 il nostro Rolandi, dopo le bombe, si è messo in contatto con la polizia milanese, attraverso un agente. Tutto questo naturalmente non compare agli atti; ma c’è un compagno che intercetta sulla sua radio-ricevente l’ordine della polizia di portare Rolandi in questura, nello stesso pomeriggio del 12 dicembre. Due fonti «insospettabili» confermano questa circostanza (anche i giornali dei padroni talvolta sono un po’ distratti): Il Corriere della Sera e la Domenica del Corriere. Invece agli atti risulta tutt’altro; una crisi di coscienza avrebbe preso il nostro taxista quando si è reso conto di essere stato proprio lui a trasportare la «belva umana» alla banca, con borsa e relativa bomba.

Qualche giorno di macerazione interiore era necessario, e andava meglio nella regia complessiva della strage.

La polizia milanese, nella persona del questore Guida, aveva dichiarato infatti alla televisione che si stavano seguendo tutte le piste possibili, a destra e a sinistra; bisognava perciò lasciar passare un po’ di tempo prima di arrivare a Valpreda, per dare l’impressione di una inchiesta accurata e condotta in modo imparziale. La mattina del 15 improvvisamente Rolandi decide di togliersi questo peso dalla coscienza (così risulta agli atti) e dichiara a uno stupefatto cliente (colpo maestro di regia!) che è stato lui a trasportare l’autore della strage sul posto del delitto. Incomincia la girandola degli interrogatori, delle dichiarazioni alla stampa: tutti gli occhi sono puntati sul supertestimone. In perfetta sintonia, la stessa mattina del 15 Valpreda è arrestato nei corridoi del Palazzo di Giustizia, mentre esce dall’ufficio di Amati dove era stato convocato per una testimonianza.

A parte le contraddizioni che vi sono tra la dichiarazione che Rolandi fa al passeggero (il prof. Paolucci) e la deposizione resa ai carabinieri, la montatura complessiva appare chiara dall’esame del ruolino di marcia del taxista, che è obbligatorio compilare alla fine di ogni corsa: la corsa n. 8, quella che avrebbe trasportato Valpreda alla banca di piazza Fontana, è scritta con una scrittura diversa dalle altre, e l’indicazione del prezzo di questa corsa, lire 600, non corrisponde a nessuna tariffa in uso.

Il supertestimone ha ecceduto anche nello zelo: la borsa del passeggero? Certo, se la ricorda benissimo: non solo manico, cerniera, proprio come quella fotografata sul Corriere della Sera. Invece la borsa usata per gli attentati risulterà diversa da quella pubblicata per errore dal Corriere della Sera. Il nostro evidentemente si è fidato troppo dei giornali.

La criminale messinscena ha il suo punto culminante in quella che dovrebbe essere la fase determinante della testimonianza di Rolandi: il riconoscimento di Valpreda. Lasciamo parlare lui stesso:

– In un primo tempo dichiara che non gli era mai stata mostrata nessuna fotografia di Valpreda, e aggiunge che quando si trattò di fare l’identikit, lui parlava e un carabiniere disegnava.

– Poi un’altra volta dice: «Riconobbi il passeggero nella fotografia mostratami per la prima volta in questura. Erano presenti sia i Carabinieri che i funzionari di polizia». E ancora, durante il confronto con Valpreda dichiara al magistrato: «Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere della persona che dovevo riconoscere».

– Durante il confronto – un Valpreda esausto, accanto a degli inconfondibili poliziotti, più vecchi di lui, ben vestiti e pettinati – Rolandi esclama: «Sì, è lui» e poi aggiunge sottovoce: «Mah! Se non è lui qui non c’è…».

Questa, in sostanza, più mille altre contraddizioni che abbiamo tralasciato, che la difesa rivoluzionaria farà saltar fuori nel corso del processo, è la testimonianza su cui si regge tutta l’accusa. Ma un testimone così poteva garantire di reggere al processo? Che credibilità poteva avere? Rischiava di trasformarsi in una prova non della colpevolezza di Valpreda, ma della macchinazione complessiva della strage di stato. L’infelice esito della superteste Zublena era stato istruttivo. Ma anche a questo si è posto rimedio: il 23 giugno ’70 Rolandi viene ricoverato in ospedale per insufficienza epatica. I medici dichiarano che le sue condizioni di salute sono buone, ma Cudillo, si fa rilasciare ugualmente una testimonianza firmata «a futura memoria», valida in tribunale anche in caso di morte del teste (l’avvocato difensore di Valpreda non è nemmeno presente, come dovrebbe, alla stesura di questa testimonianza).

Ha fatto bene Cudillo ad essere tanto previdente, perché il 16 luglio 1971 il superteste, diventato ormai una presenza scomoda, muore nella sua abitazione. Uno in più nella lunga lista dei testimoni morti!

Le testimonianze ignorate

Fascetti

Come già si è fatto per i parenti di Valpreda, incriminati per falso, così tutte le altre testimonianze a suo favore vengono sistematicamente annullate, con tutti i mezzi possibili, nessuno escluso.

Il compagno Fascetti quando sa che una delle prove della colpevolezza di Valpreda consisterebbe nel fatto che il giorno 13 se ne è venuto di corsa a Roma, per accordarsi con gli altri presunti complici, dopo la strage, passando al ristorante Ancora, si rende conto che tutte le testimonianze costruite sulle chiacchiere che Valpreda avrebbe fatto ai ristorante in quella data sono false, perché si riferiscono a episodi di due settimane prima a cui Fascetti era presente.

Allora va da Cudillo per testimoniare. Per parecchie volte il giudice istruttore non lo riceve neppure; poi lo riceve, ma per due volte di seguito non mette a verbale le sue dichiarazioni; la terza volta, costretto da un compagno avvocato lì presente, verbalizza. Ma la legge dei padroni è fatta in modo da non lasciarti spazio, tutte le volte che loro lo vogliono. Infatti c’è un modo molto comodo per eliminare un testimone scomodo: trasformarlo da testimone in imputato. E così fa Cudillo con Fascetti, incolpandolo subito di complicità nella strage. Una accusa pesante, che non può reggere, perché basata sul nulla (gli imprevisti ci sono per tutti, e questo caso non era previsto), tanto che Fascetti viene subito prosciolto senza che a suo carico venga neppure fatta una inchiesta. Il Cudillo conosce bene le regole del gioco, e sa che anche le macchinazioni vanno ben costruite.

Ma resta il fatto che, per quella imputazione, la sua testimonianza ha perso ogni valore.

Il 30 ottobre 1971 il compagno Fascetti è investito da una automobile, e si sveglia all’ospedale in stato di choc non ricordando più nulla dello incidente.

Di Cola e Ardau

L’eliminazione dei testimoni scomodi continua. Enrico Di Cola e Sergio Ardau, i due anarchici romani in grado di testimoniare sul controllo esasperante che la polizia romana esercitava su Valpreda prima della strage come «reo» predestinato, sono anche concordi nell’affermare che i carabinieri romani e la polizia milanese «sapevano» già che Valpreda era colpevole circa un’ora dopo lo scoppio delle bombe, mentre il questore Guida dichiarava alla stampa e alla TV che «si stavano svolgendo indagini in tutte le direzioni». Il 12 dicembre, a Roma, Di Cola, dopo una perquisizione in casa, viene portato alla sezione criminale. Qui viene picchiato e ricattato: vogliono che firmi un falso verbale in cui dichiari che ha visto partire Valpreda da Roma con una «scatola da scarpe» piena di esplosivo (evidentemente i cervelli della polizia hanno avuto delle difficoltà per mettersi d’accordo sul contenitore dell’esplosivo «per andare a fare la strage». E per persuaderlo insistono: «Insomma, lo vuoi capire che non ce l’abbiamo con te, ma ci serve qualcuno per la strage». Quando il compagno rifiuta, si passa alle minacce di morte: «…Ricordati che ti possiamo uccidere come e quando vogliamo, tanto poi nessuno saprà mai cosa veramente è successo… Possiamo sempre dire che è stato un incidente… chi vuoi che non ci creda?». La polizia dei padroni, quando può parla chiaro e giustamente non teme la legge perché sa che è sempre dalla sua parte. «Adesso ti lasciamo, ma possiamo sempre riprenderti e dopo che avrai assaporato un po’ di libertà sarà ancora più duro andare dentro».

Nel gennaio 1970 infatti è spiccato mandato di cattura contro Di Cola; il compagno riesce a scappare, ma ora è costretto a vivere sotto falso nome all’estero: un altro testimone eliminato.

Contemporaneamente a Milano, sempre la sera del 12 dicembre, Ardau è portato in questura, con un pretesto, e arrestato poi per aver trasgredito al foglio di via obbligatorio firmato da Guida. Le bombe sono scoppiate da appena un’ora e quarantacinque minuti e già Calabresi, Zagari e Panessa, gli assassini di Pinelli, sostengono ehe Valpreda è l’autore della strage. Sulla scrivania di Zagari ci sono i frammenti della bomba di piazza Fontana, che veramente dovrebbero già trovarsi nella cassaforte del magistrato, e vorrebbero che Ardau li toccasse; la polizia sta cercando ovviamente un «complice» o un «responsabile della strage» di ricambio e gli andrebbe proprio bene se Ardau lasciasse le sue impronte digitali sulla bomba.

Anche ad Ardau tocca la stessa sorte di Di Cola: dopo essere stato scarcerato riceve continue minacce di morte ed è costretto a fuggire in Svezia.

I veri esecutori della strage

Il silenzio di Stato

La collaborazione tra magistratura e polizia non si esaurisce nella delittuosa macchinazione che usando gli anarchici come capro espiatorio giudiziario, mira a colpire tutta la sinistra rivoluzionaria, ma tende logicamente a coprire i veri esecutori della strage, e quindi i padroni e lo Stato dei padroni che ne è il mandante. Infatti, con sistematicità programmata, tutte le prove a carico dei fascisti vengono ignorate o soppresse. Lo stesso silenzio, la stessa complicità nel coprire i veri esecutori della strage e i loro mandanti la ritroviamo anche più in alto, fino alle cariche supreme dello Stato.

Le testimonianze contro i fascisti

Ambrosini

Il 15 gennaio l970 l’onorevole Stuani, ex deputato del PCI, consegna al ministro degli Interni Restivo una lettera dell’avvocato Vittorio Ambrosini (il ministro ne aveva già ricevuta una in data 13 dicembre). La lettera contiene delle rivelazioni gravissime sulla responsabilità dei fascisti nella strage, rivelazioni che lo stesso Stuani ha portato contemporaneamente anche a conoscenza del PCI. Ma il ministro degli Interni e il partito comunista hanno entrambi preferito tacere, e il contenuto della lettera sarà reso noto al pubblico soltanto nel luglio ’70, quando i compagni avvocati costringono Cudillo ad interrogare Stuani.

Stuani dichiara allora a Cudillo che Ambrosini ha partecipato, la sera di mercoledì 10 dicembre, ad una riunione nella sede romana di Ordine Nuovo, dove, presente un deputato del MSI, era stata presa la decisione di «andare a Milano a buttare per aria tutto». Alla persona che doveva recarsi a Milano venne affidato del denaro, tre pacchi di biglietti di grosso taglio, più un assegno. Questa persona era partita la sera stessa con il direttissimo delle 23,40. L’avvocato Ambrosini si rese conto del significato della riunione solo due giorni dopo, quando seppe della strage.

E questo fatto lo sconvolse al punto che fu colto da choc e ricoverato in clinica. A Stuani disse inoltre che gli organizzatori degli attentati erano le 18 persone di Ordine Nuovo, che avevano compiuto un viaggio in Grecia. Questo, in sostanza, il contenuto delle lettere mandate a Restivo. In seguito (22 luglio) Cudillo interrogherà Ambrosini, che smentisce confusamente. Naturalmente Cudillo accetta la smentita, senza fare nessuna indagine, nonostante la testimonianza inequivocabile delle due lettere.

Ma anche Ambrosini a questo punto è diventato un testimone troppo scottante, forse il più pericoloso per i mandanti della strage di Stato, quei mandanti che bisogna coprire ad ogni costo.

Il pomeriggio di mercoledì 20 ottobre 1971, l’avvocato Ambrosini viene trovato morto nel fossato che gira intorno al Policlinico Gemelli, dove era ricoverato da settembre. Inspiegabilmente i giornali riportano la notizia del «suicidio» soltanto tre giorni dopo, sabato. Inoltre ci sono contraddizioni tra l’ora in cui secondo la stampa sarebbe avvenuto il fatto (le tre del pomeriggio) e le dichiarazioni del personale della clinica, che sostengono che Ambrosini sarebbe morto alle 12,30 circa, appena finito l’orario di visita, cioè quando delle persone estranee potevano ancora trovarsi all’interno senza farsi notare. Ma soprattutto è inspiegabile il fatto che Ambrosini si sia suicidato proprio quando stava per essere dimesso dalla clinica e a detta di tutti appariva contento e sereno.

Un altro «suicidio» si è aggiunto alla lista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Evelino Loi

Sono molte le testimonianze che confermano e rafforzano le dichiarazioni di Ambrosini e tutti i metodi sono buoni per renderle inefficaci, come nel caso di Evelino Loi. Questo sottoproletario sardo, costretto per vivere in una città come Roma, ad arrangiarsi giorno per giorno, arrivando perfino a fare l’informatore della polizia in cambio di quattro soldi a notizia, non è certo una figura di teste inattaccabile, e può prestare il fianco a molte contestazioni. Quello che qui è interessante sottolineare è il comportamento della questura romana, e precisamente dei funzionari Provenza, vicequestore, e Improta, a cui Evelino Loi va immediatamente a riferire, prima e dopo le bombe notizie che ritiene molto importanti.

Le notizie non vengono prese in nessuna considerazione, e preferiscono addirittura dimenticarsene, fin tanto che non sono costretti a intervenire per le dichiarazioni che Loi rilascia pubblicamente. Non possono smentirlo, e incriminarlo per falso come vorrebbero e riescono a liberarsene solo ficcandolo in galera per contravvenzione al foglio di via obbligatorio (gran risorsa delle nostre questure quando non sanno che pesci pigliare).

Che cosa ha raccontato il Loi?

Di essere stato avvicinato, alcuni giorni prima dello sciopero generale del 19 novembre, dal comandante Bianchini, e dal vice comandante Santino Viaggio, ex appartenenti alla X MAS, membri dell’organizzazione fascista Fronte Nazionale e collaboratori diretti del suo capo, Valerio Borghese (quello del colpo di Stato). Il Viaggio e il Bianchini gli proposero di partecipare, a pagamento, ad azioni terroristiche che avrebbero dovuto svolgersi contemporaneamente a Roma e a Milano. In un successivo contatto, dopo la manifestazione dei metalmeccanici, furono più espliciti e dissero che «poteva scapparci anche il morto», e di conseguenza gli promisero molti soldi, se avesse accettato. Questo il racconto che il Loi fece in questura prima delle bombe, per ben tre volte di seguito.

Nessuna indagine fu fatta. Il Loi torna ancora in questura, questa volta dopo la strage, per rifare il suo racconto, e il funzionario Improta lo congeda raccomandandogli di non parlarne con nessuno: «E’ meglio per te… non passi guai». Non fu mai fatto naturalmente nessun verbale.

E solo quando Loi, dopo aver raccontato queste cose ai giornalisti mostra i lasciapassare che testimoniano che è effettivamente andato in questura proprio nei giorni prima della strage, CudiIIo è costretto ad interrogare il vice questore Provenza, che smentisce come può il Loi, ma è costretto ad ammettere che effettivamente questo gli ha raccontato di essere stato avvicinato prima degli attentati dal fascista Viaggio  «per fare qualcosa». Ma nessuno farà indagini in questa direzione. Anzi, quando il Loi sarà interrogato da Cudillo e Occorsio sarà consigliato a scegliersi al più presto un avvocato di fiducia perché ciò che sta dichiarando potrebbe costituire reato. Che correttezza esemplare! In questo modo Loi non continuò più il suo racconto, e venne in seguito incarcerato per contravvenzione al foglio di via.

Arbanasich

Un esempio di come abbia proceduto sempre il giudice Cudillo negli interrogatori dei testi a carico dei fascisti lo troviamo nell’episodio dell’Arbanasich, che va a testimoniare che il suo fidanzato, certo Paolo Zanetov, fascista di Ordine Nuovo sapeva già delle bombe prima della strage.

Infatti passeggiando con lei, a Roma il pomeriggio del 12 dicembre a un certo punto aveva guardato l’orologio dicendo che ormai quello che doveva succedere era già successo (erano appena scoppiate le bombe all’altare della patria).

Il racconto di come si è svolto il confronto tra lei e lo Zanetov alla presenza di Cudillo ce lo fa la stessa Arbanasich in una dichiarazione scritta di suo pugno che Cudillo è stato costretto ad allegare agli atti del processo: «Appena entrata il giudice mi ha detto – Allora signorina il ragazzo qui ha smentito tutto. Gli racconti come si sono svolti i fatti -. Io ho detto che eravamo usciti e stavamo camminando per il centro quando ad una certa ora lui mi ha detto che quello che doveva succedere a quell’ora era già successo. A questo punto Paolo è intervenuto dicendo che era tutto falso e il giudice rivolgendosi a me ha detto – Guardi signorina che lei rischia l’arresto per falsa testimonianza – … Il giudice poi rivolgendosi a me ha chiesto quanti anni avevo. Gli ho risposto 21 e Paolo ha aggiunto – E’ pure maggiorenne -, mentre il giudice mi faceva capire che alla mia età non è il caso di andare in giro a raccontare panzane… Il giudice mi ha chiesto se ero sicura che Paolo fosse appartenuto all’Ordine Nuovo; alla mia risposta affermativa, Paolo disse che non era vero e che in quel periodo era militante nel MSI come segretario giovanile della sezione Balduina… Poi ha chiesto a Paolo perché avessi detto quelle cose, Paolo disse che la riteneva tutta una macchinazione in quanto io lavoro alla CGIL, sono «comunista»… Il giudice gli ha chiesto se poteva cercare di ricordarsi cosa avesse fatto il giorno degli attentati, e se eventualmente poteva portare dei testimoni che potessero provare che stava con loro, e quindi rivolgendosi a me ha detto che se Paolo effettivamente avesse portato questi testimoni rischiavo di essere accusata di falsa testimonianza».

L’Arbanasich ritratterà tutte. le sue dichiarazioni sullo Zanetov in un interrogatorio successivo, dopo aver subito parecchie intimidazioni e minacce anonime, oltre al rischio di essere incriminata per falsa testimonianza. L’istruttoria chiude la vicenda escludendo che lo Zanetov sia in qualche modo legato agli attentati del 12.

Lorenzon

Il 18 dicembre 1969, sei giorni dopo la strage di Stato, il prof. Guido Lorenzon, di Treviso, dichiara al sostituto procuratore locale di avere ricevuto gravi confidenze dall’amico Ventura, noto fascista veneto, collegato ad Ordine Nuovo, di professione libraio.

Il Ventura gli ha raccontato di aver finanziato direttamente tutti gli attentati ai treni dell’agosto 1969 (quelli che la questura milanese ha attribuito agli anarchici e di cui voleva incolpare Pinelli) e di aver partecipato a delle riunioni fasciste in cui fu organizzata la strage di dicembre. E il Ventura è anche in grado di descrivergli perfettamente il sottopassaggio della banca nazionale del lavoro di Roma, dove poi avvenne uno degli attentati, quello attribuito all’anarchico Gargamelli.

A questo punto Cudillo è costretto a convocare Lorenzon e Ventura a Roma per interrogarli.

La conclusione, prevedibile, di Cudillo è che «le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento».

Occorsio fa ancora di più, e dichiara ai giornalisti «Ventura è una persona onesta, un galantuomo».

Le accuse di Lorenzon tanto destituite da qualsiasi fondamento non erano, se altri magistrati sono stati costretti a riprendere in mano la vicenda di Ventura, e ad incriminarlo per attività sovversiva fascista.

Sembra che finalmente la giustizia trionfi: ma in realtà questo provvedimento rimette tutto a posto: infatti in questo modo Cudillo e Occorsio sono stati liberati dallo scomodo caso Ventura, e le accuse contro Ventura saranno molto difficilmente provate. Se ci fosse bisogno di una altra dimostrazione che tra cani non si mordono, basta ricordare la dichiarazione del magistrato che ha incriminato Ventura, il quale per giustificare Cudillo che non ha preso in nessuna considerazione le dichiarazioni di Lorenzon, arriva al punto di dire che il giudice romano non conoscendo il veneto «non ha potuto valutare le sfumature dialettali» e per questo non ha proceduto contro il Ventura.

Ugo Lemke

Un nuovo modo per far fuori un testimone scomodo

Oltre alle dichiarazioni generali dei testimoni che indicano nei fascisti i veri esecutori della strage, c’è anche chi i fascisti li ha visti proprio all’opera. Il 13 dicembre 1969, a Roma, poche ore dopo lo scoppio delle bombe un giovane studente tedesco in viaggio per I’Europa, Ugo Lemke, si presenta spontaneamente alla caserma dei carabinieri di Píazza in Lucina, e qui racconta che poco tempo prima, a Palermo, aveva incontrato in un bar tre giovani: Salvatore, Nino Manchino e Stefano Galatà, che lo avevano portato a Catania su una Fiat 124 bianca da una persona che gli aveva proposto un «lavoretto»: depositare una borsa contenente esplosivo in un luogo affollato, che gli sarebbe stato comunicato all’ultimo momento. Il giovane aveva rifiutato ed era partito per Roma, dove aveva trovato da dormire nelle catacombe vicine all’altare della patria, un posto dove si rifugiano sovente i giovani stranieri in viaggio con pochi soldi. Qui il 12 dicembre sente l’esplosione delle bombe; si precipita fuori e vede allontanarsi «senza ombra di dubbio» verso una 124 bianca Stefano Galatà e altri. In caserma gli fanno vedere allora dei fermati e tra questi riconosce un altro degli attentatori. E’ il fascista Giancarlo Cartocci. (Questo riconoscimento è messo a verbale in modo completamente falsato, per cui perde ogni valore di prova).

Lemke, che il capitano dei carabinieri definisce un esaltato, viene dichiarato teste a disposizione, tanto a disposizione che lo tengono dieci giorni in carcere.

Qualche mese dopo scatta la trappola: nella stanza in cui dorme, dove ha ospitato uno sconosciuto, la polizia «scopre» dieci chili di hascish. Il trucco è vecchio, ma funziona sempre. Lemke è arrestato e internato nel manicomio criminale di Perugia. Il pubblico ministero che lo fa condannare a 3 anni è Occorsio

Ma i fascisti non si toccano

Cartocci

E’ un fascista romano, legato a Ordine Nuovo, uomo di fiducia di Mario Tedeschi, direttore del Borghese. Fermato la notte del 12 dicembre dai carabinieri e identificato appunto da Ugo Lemke come uno di quelli che subito dopo lo scoppio si allontanarono dall’altare della patria, Cartocci viene rilasciato, senza che gli venga chiesto nulla. Un giornalista romano nel marzo ’70 fa il nome di Cartocci, insieme,. a quello di Pino Tosca, fascista torinese di Europa e Civiltà: i due avrebbero partecipato ad una riunione «riservatissima» per preparare tutta una serie di attentati. (Gli attentati ci furono a Torino, Pavia, Nervi, Valtellina e a Roma). Intanto uno dei fermati della notte del 12 dicembre racconta nella sua deposizione l’episodio del riconoscimento. Cartocci allora viene interrogato.Ecco quanto riferisce Occorsio: «Nulla è stato in grado di riferire sugli attentati del 12 dicembre. Successivamente lo stesso Cartocci ha dapprima dichiarato ad elementi di P.S. di essere informato di cose relative agli attentati ed in un secondo tempo che nulla sapeva su quei fatti. Convocato dall’autorità giudiziaria è risultato irreperibile per alcuni mesi. Allo stato è acclarato soltanto che il Cartocci è uno studente militante in formazioni di estrema destra e che si è posto in luce come partecipante a varie manifestazioni, mentre non esistono prove o indizi di sorta che possano farlo ritenere complice negli attentati del 12/12/69».

Galatà

Il caso di Cartocci è forse esemplare per chiarire la complicità tra magistratura e fascisti, ma ce ne sono molti altri e tutti altrettanto gravi. Quando Cudillo deve fare indagini su Galatà, dopo la deposizione del Lemke, non chiama neppure Galatà a deporre, ma si accontenta di interrogare Riccio, della questura di Catania. Questo dice che Galatà è «una brava persona». Per Cudillo basta. Chi è questa brava persona? Stefano Galatà ha 25 anni, è responsabile del MSI di Catania e provincia, organizzatore di azioni squadristiche; nel 1968 ha accoltellato uno studente di sinistra. Ha ricevuto 50.000 lire dal Soccorso Tricolore.

Zanetov

Anche per lui tutto bene: «Le contrastanti dichiarazioni dell’Arbanasich …escludono che in realtà Zanetov sia in qualche modo legato agli attentati del 12 dicembre 1969» (dalla requisitoria di Occorsio).

Ventura

«Le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento» (sempre dalla requisitoria di Occorsio).

Sottosanti

Detto anche Nino il Fascista, assomiglia moltissimo a Valpreda: davanti a una sua foto, Rolandi dice: «E’ un Valpreda ritoccato». Ex legionario, esperto di esplosivi, gira per tutti i gruppi fascisti. Amico intimo di Delle Chiaie. Nel maggio 1969 si infiltra tra gli anarchici milanesi. Il 25/4/69 lavora alla Fiera quando ci sono gli attentati. Partecipa a Rimini a una riunione di fascisti alla vigilia degli attentati sui treni. Poi sparisce e torna in Sicilia. Il 28/11/69 è di nuovo a Milano, per deporre dal giudice Amati, sulla faccenda degli attentati alla Fiera (ha fatto una deposizione a favore dell’anarchico Pulsinelli – gli serve continuare a fare il buon amico degli anarchici). Il 12/12/69 mangia a casa di Pinelli, si fa rimborsare il viaggio fatto per venire a testimoniare; alle 15 va a ritirare l’assegno; alle 16 prende un pullman per Pero; per andare a trovare i genitori di Pulsinelli. Il giudice milanese Amati rileva che ci sono «molti gravi indizi… nei confronti di Sottosanti in quanto questi, servendosi di un mezzo qualunque… avrebbe potuto raggiungere il centro di Milano dopo le 15, depositare la bomba in Piazza Fontana, riportarsi in Piazza Cadorna e partire per Pero».

L’accusa rimane lettera morta. E i magistrati non prendono in considerazione altri gravi fatti che emergono dalla controinchiesta: 1) dopo il 12 dicembre, pur non lavorando, Sottosanti sembra disporre di notevoli mezzi; 2) Sottosanti aveva a Milano una amica tedesca frequentatrice di uno studio fotografico di via Cappuccio 21, dove un taxista affermò di avere caricato il 12 dicembre, mezz’ora prima dello scoppio delle bombe, per condurla in piazza Fontana, una giovane alta e bionda, dall’accento straniero, con una valigetta che pareva molto pesante.

Il Sottosanti viene convocato due volte a Roma da Cudillo e il giorno della sua seconda convocazione un giornale radio del pomeriggio annuncia il suo arresto per strage. Poi più nulla.

Nella requisitoria Occorsio lo dichiara «estraneo ai fatti».

Delle Chiaie

C’è però un fascista che tra gli imputati ci finisce: con una imputazione di poco conto, però, di aver reso una testimonianza incompleta sui suoi rapporti con Merlino (ha addirittura negato di conoscerlo) e poi gli si è dato tutto il tempo di scappare – tutt’ora è latitante – perché arrestarlo comportava un rischio troppo grosso: che qualcuno cominciasse a parlare e ci si avvicinasse troppo ai mandanti della strage. Delle Chiaie infatti è l’esponente di Ordine Nuovo che dal 1968 ha organizzato tutte le infiltrazioni fasciste nei gruppi della sinistra, in particolare tra gli anarchici del 22 marzo, dove ha collocato Merlino, suo uomo di fiducia. E’ sempre lui che, insieme a Pino Rauti, ha organizzato quel viaggio premio in Grecia nella primavera del ’68, dove la strategia della tensione è stata accuratamente programmata con i colonnelli greci e la Cia. Ed è lui che passa direttamente le informazioni al Sid. Sapeva molte cose, indubbiamente, ed era meglio non farlo parlare.

Le loro organizzazioni

Questi fascisti, come si è visto, non hanno agito da soli. Dietro di loro ci sono grosse organizzazioni, e grossi finanziamenti. ORDINE NUOVO, in primo luogo, che tutte le testimonianze indicano come direttamente coinvolto nella strage. Il suo presidente è Pino Rauti, giornalista del quotidiano fascista «Il Tempo» di Roma, legato direttamente ai colonnelli greci che parlano di lui in un rapporto riservato, su cui dei giornalisti inglesi sono riusciti a mettere le mani.

Poi EUROPA E CIVILTA’, di ispirazione nazista, presieduta da Loris Facchinetti, molto legato a Mario Merlino. L’organizzazione riceve finanziamenti massicci, ed è specializzata nell’organizzazione di campeggi paramilitari in cui istruttori ex nazisti tengono corsi di controguerriglia e corsi di paracadutismo con l’aiuto dell’Associazione nazionale paracadutisti.

Il capo dell’ufficio politico della questura della capitale li ha definiti però «pacifici escursionisti»!

Ed ancora il FRONTE NAZIONALE di Junio Valerio Borghese, il «principe nero» del fallito colpo di Stato del dicembre ’69. I suoi luogotenenti sono quel Viaggio e quel Bianchini che avevano proposto al Loi di partecipare ad una azione in cui poteva anche «scapparci il morto».

Chi li ha pagati. Chi li ha mandati

I mazzieri del capitale

La CIA, che ha speso mezzo miliardo di dollari per organizzare in Grecia la sua centrale europea di spionaggio e controllo anticomunista, e i padroni, tutti i padroni.

Ci sono quelli che questi gruppi li finanziano direttamente: i tanti Pesenti, Borghi, Matacena, Agusta, Monti, Bertone; e ci sono quelli che appaiono più «democratici» e moderni e i fascisti li usano e li foraggiano di nascosto: Agnelli che incontra Almirante – gli fa da tramite l’industriale dell’Asti Spumante, Gancia di Canelli – e Almirante non è altro che la facciata parlamentare dei gruppi «eversivi» di estrema destra.

Tutti i padroni infatti si servono dei fascisti: come gli è servita la strage, gli servono i picchiatori davanti ai cancelli e i provocatori dentro la fabbrica, per sabotare le lotte è organizzare i crumiraggi. E tutti i padroni li pagano.

Perciò tutti i padroni sono colpevoli. Può anche darsi che la borghesia decida al processo, per salvarsi la faccia, di sacrificare qualche suo squallido mazziere. Ma questo non deve bastare. La giustizia proletaria saprà colpire i veri mandanti della strage.

Il bilancio della strage

Morti

– 16 assassinati alla Banca dell’agricoltura il 12/12/69.

– Pinelli assassinato dalla polizia il 15/12/69.

– Rolandi viene «sopraffatto dalla superresponsabilità».

– L’avv. Vittorio Ambrosini «esce» dalla finestra.

– I testimoni Casile e Aricò muoiono in un… «incidente stradale» (stavano indagando, in collegamento con i compagni della controinformazione, sulle attività dei fascisti a Reggio, nel quadro della strategia della tensione. Il Casile in particolare, aveva dichiarato che dopo il viaggio in Grecia, i fascisti volevano organizzare a Reggio un altro circolo 22 marzo. Il padre di Aricò aveva ricevuto il giorno prima che il figlio partisse una telefonata da un amico agente di PS che lo consigliava di non lasciar partire il figlio). Sono investiti da un camion proprio davanti a una tenuta di Borghese.

– Armando Calzolari, scomparso da casa il 25/12/69 e trovato morto in un pozzo alla periferia di Roma, il 28/1/70. Amministrava i fondi del Fronte Nazionale di Borghese, e a casa sua si riunivano uomini come il card. Tisserand e il carrozziere Bertone. Aveva saputo troppe cose sulla strage e sui mandanti e aveva detto che questo passava il segno!

Detenuti

– Valpreda, Gargamelli e Borghese, in carcere dal dicembre ’69.

– U. Lemke. internato in manicomio criminale.

Promossi

– Il tenente dei carabinieri Lo Grano, uno degli assassini di Pinelli, diventa capitano.

– I brigadieri dei carabinieri Mucilli e Panessa, anch’essi complici nell’assassinio di Pinelli, diventano marescialli.

– Calabresi è promosso commissario di P.S.

– Cudillo è promosso Consigliere di Corte d’Appello.

«La magistratura ha il dovere di punire i cittadini che non si inchinano davanti al potere» – Cudillo.

«La magistratura non solo è indipendente, non solo segue una sua logica astrusa, che non va né spiegata, né tanto meno capita, ma è anche al di sopra di ogni sospetto».

Ma chi sono Cudillo e Occorsio?

Perché sono stati scelti proprio questi due magistrati per condurre questa istruttoria – che infatti doveva essere condotta a Milano, luogo della strage -, ma che è stata subito trasferita a Roma, con i soliti cavilli giuridici.

Perché questi erano gli uomini più adatti e fornivano maggiori garanzie per le prove di fedeltà alla legge dei padroni che avevano già dato nel passato.

Infatti Cudillo, coadiutore di Occorsio nell’istruttoria, è il magistrato che ha archiviato, sostenendo la tesi del suicidio, il caso della morte del col. Rocca, del Sifar, che evidentemente sapeva troppo sul tentato colpo di stato dell’estate ’64, durante la presidenza Segni, e coprendo in questo modo tutte le responsabilità governative. Un uomo sicuro per il Sid, dunque!

E Occorsio è stato Pubblico Ministero al processo contro Tolin, il direttore responsabile di Potere Operaio – il primo grosso processo politico per reati di stampa contro la sinistra rivoluzionaria. Ma soprattutto si era già mostrato disposto a collaborare con la polizia romana nella preparazione della trappola contro Valpreda: è stato giudice istruttore in quel processo per rissa in cui si comincia a far passare Valpreda per un «bombarolo» almeno a parole.

E quando poi per non sputtanarsi completamente è stato costretto dalla mobilitazione della sinistra rivoluzionaria a prendere in considerazione l’attività dei fascisti nel corso degli ultimi due anni, lo fa in modo da scagionare definitivamente i fascisti da ogni responsabilità nella strage: incrimina Ordine Nuovo per ricostituzione del disciolto partito fascista, ma a partire dal 21/12/69, nove giorni dopo la strage. Come dire che prima Ordine Nuovo non esisteva, e quindi non poteva certo aver messo le bombe. Ma Ordine Nuovo è stato fondato nel 1960!

Questa sarebbe la magistratura indipendente! Occorsio, chiude la sua criminale requisitoria, dove per apparire al di sopra delle parti evita sempre di proposito di parlare in termini politici, trasformando tutto in questioni tecniche, in questo modo:

«Queste dunque le conclusioni che il P.M. trae al termine di una istruttoria condotta… con assoluta imparzialità, attraverso un ambiente difficile, disposto solo ad ostacolare la ricerca della verità, mai a collaborare con la giustizia.»

«I morti di Piazze Fontana sono stati poi occasione da più parti per gratuiti attacchi contro la magistratura (accusata di operare su direttive politiche e non di giustizia), attacchi che hanno largamente superato ogni diritto di critica. Il rispetto che lo scrivente pensa che debba essere tributato a delle vittime innocenti… non consente in questa sede una adeguata risposta alle insinuazioni mosse contro gli inquirenti. Ma una cosa va detta per tranquillità dei cittadini: La magistratura italiana non è serva né di altri poteri, né di idee guida ed è invece garanzia per il popolo di obiettività di indagine e indipendenza di giudizio.»

Presiede il Falco

La Corte d’Assise che giudica gli accusati della strage è presieduta da Orlando Falco. Un altro uomo giusto al posto giusto, perfettamente inquadrato nella strategia complessiva del processo.

L’ha reso celebre la sentenza contro Braibanti, una sentenza che ricorda i tribunali dell’Inquisizione, in cui è stato tirato fuori un reato nuovo, «il plagio». Nove anni al professor Braibanti, per reato di plagio, cioè per avere in sostanza avvicinato e convinto due giovani allievi alle proprie idee.

Ecco dunque un altro di quelli che sanno ben rappresentare e applicare la violenza silenziosa e legalitaria dello Stato borghese.

Le due linee della difesa

La difesa revisionista e la difesa rivoluzionaria

La difesa degli imputati al processo si orienta su due linee di condotta completamente diverse dal punto di vista politico.

La difesa che potremo chiamare «revisionista» portata avanti soprattutto dall’avvocato Calvi, affiancato dagli avvocati Sotgiu e Lombardi, riporta all’interno del processo la linea dei partiti della sinistra «ufficiale» – soprattutto il PCI – di connivenza sostanziale con lo Stato borghese e le sue istituzioni, da correggere, appunto, ma non da abbattere.

– Chiedere infatti agli stessi organi dello Stato di «far luce» sulla strage di Stato, vuol dire cercare di ridare prestigio e credibilità e rafforzare istituzioni ormai completamente sputtanate agli occhi delle masse-.

Calvi, diventato per caso avvocato difensore di Valpreda, si muove nel pieno ossequio delle istituzioni, cercando di dare il minor fastidio possibile a Cudillo ed Occorsio, anzi, in sostanza, in piena connivenza con questi:

– Ha definito l’istruttoria di Cudillo «una istruttoria onesta», avallando così tutta la macchinazione della strage, che nella sentenza trova il suo punto conclusivo.

– Non ha fatto opposizione al verbale di riconoscimento di Rolandi: sapeva che a Rolandi era stata mostrata prima la foto di Valpreda e non l’ha mai detto. Allo stesso modo, non ha mai impugnato il giuramento a «futura memoria» di Rolandi, come poteva invece fare, dato che non era presente.

– Sostiene apertamente che la difesa deve essere condotta secondo le regole del gioco dei padroni. Non si tratta di dimostrare e provare la colpevolezza dei fascisti, ma solo l’innocenza di Valpreda.

– A questo atteggiamento passivo, e addirittura connivente – non ha mai fatto nessuna richiesta – si accompagna la degradazione del lavoro svolto in senso contrario dai compagni della controinchiesta. Sarebbero solo, come li definisce anche Occorsio, dei «mestatori nel torbido» che, per prevenzione ideologica, tendono a dirottare il corso della giustizia.

La difesa rivoluzionaria, invece, composta non da «avvocati» ma da compagni che fanno anche gli avvocati, ha saputo portare tutte le contraddizioni politiche dentro al processo, facendo mettere agli atti anche il libro «Strage di Stato» – mentre gli avvocati revisionisti erano contrari e volevano addirittura che il libro non fosse pubblicato, perché «pericoloso per gli imputati» (in quanto «politicizzava troppo la vicenda delle bombe»).

La difesa rivoluzionaria considera il processo un momento di lotta politica, di scontro diretto con lo Stato, da cui deve partire una indicazione per tutti i compagni che si organizzano e lottano nei vari settori. La difesa revisionista tende invece ad isolare questo processo dal contesto politico, facendone un «caso giudiziario».

Non esiste possibilità di mediazione tra queste due linee: da una parte infatti si vuole fare solo un processo di complicità e di connivenza, da usare come merce di scambio, dall’altra si vuole accusare direttamente la borghesia, con tutti i suoi alleati, compresi i revisionisti, e i fascisti come suoi mazzieri.

Gli obiettivi della campagna di massa

Assemblee popolari, agitazione e propaganda a livello di massa, controinformazione sistematica, manifestazioni, azioni militanti, «contro-processi popolari», interventi diretti nelle scuole, nelle fabbriche e nei quartieri, dovranno essere articolazioni di questa campagna politica unitaria di tutta la sinistra rivoluzionaria.

I principali obiettivi della campagna politica di massa sulla «strage di Stato» dovranno dunque essere:

a) Liberare Valpreda e gli altri compagni anarchici, che hanno rappresentato il capro espiatorio giudiziario per l’attacco violento e diretto della borghesia italiana e dell’imperialismo americano contro le masse proletarie e tutta la sinistra rivoluzionaria;

b) lottare contro le leggi e le istituzioni dello Stato borghese, non per un loro illusorio ricupero in senso «democratico» e «costituzionale», ma per chiarirne, di fronte alla classe operaia ed a tutti gli strati sociali sfruttati la vera natura di classe ed il loro diretto uso anti-proletario;

c) Predisporre tutte le iniziative militanti e di massa, che possano essere richieste dalla durezza dello scontro politico complessivo e dalla logica di provocazione che la classe dominante instaurerà anche durante il processo;

d) ribaltare politicamente il processo rendendo protagonista la giustizia proletaria contro i veri colpevoli della «strage» (non solo i fascisti, che le bombe le hanno materialmente messe, ma soprattutto i padroni che ne sono stati i diretti mandanti, e gli organi repressivi dello Stato, che sono stati i «garanti» della montatura anti-anarchica e della successiva repressione anti-proletaria;

e) demistificare il ruolo dei partiti della sinistra istituzionale, chiarendo la loro oggettiva compromissione con il disegno di «restaurazione autoritaria» della classe dominante e denunciando la loro linea subalterna («sia fatta luce») nei confronti dello Stato stesso, mandante politico e copritore istituzionale della «strage», linea subalterna che si è già manifestata nella gestione tecnica e di connivenza della loro difesa processuale;

f) chiarire l’uso padronale dei fascisti, non per una generica mobilitazione antifascista, ma per individuarne, colpirne e stroncarne l’uso direttamente antiproletario fattone dai padroni, ed il ruolo di copertura assegnatogli dallo Stato nella «strategia degli opposti estremismi» per attaccare le avanguardie di classe e la sinistra rivoluzionaria.

 

 

 

NUMERO UNICO

Edito dal Comitato nazionale di lotta sulla strage di Stato – Soccorso Rosso – Presso LIDU

piazza Santi Apostoli, 49 – Roma

Libertaria anno 11 n 3 2009 – La strage e il suo doppio di Enrico Maltini

30 aprile 2011

Due attentatori in Piazza Fontana: l’anarchico Pietro Valpreda e il neonazista Claudio Orsi. Su due taxi diversi. Due le bombe alla Banca nazionale dell’Agricoltura. Due  ferrovieri anarchici: Giuseppe Pinelli e l’infiltrato Mauro Meli, infiltrato così bene che al Ponte della Ghisolfa nessuno l’ha mai visto. Ecco un nuovo libro su Piazza Fontana.

Nel libro Il segreto di piazza Fontana (Ponte alle Grazie 2009), Paolo Cucchiarelli ripercorre la trama criminale ormai passata alla storia come “strategia della tensione, che ebbe il suo culmine nella strage di piazza Fontana il 12 Dicembre del 1969. Vi si narra, con ampia documentazione, di servizi segreti ufficiali e “deviati” (?), nazionali e  stranieri, di settori dei Carabinieri e della Polizia, di fascisti di Ordine Nuovo, di Avanguardia Nazionale, della Rosa dei venti, di Nuova Repubblica, l’Anello, la Gladio, l’Aginter press di Guerin Serac, Stay behind, il Ministero dell’Interno e il famigerato Ufficio Affari Riservati, pezzi di magistratura, generali e colonnelli veri e presunti, agenti greci, la CIA, il Mossad, la NATO…più una pletora di faccendieri e spioni di ogni risma. Vi si narra delle macchinazioni per provocare tensione e paura con attentati e stragi da attribuire alla sinistra e vi si narra poi della frenetica attività di depistaggio, disinformazione, corruzione di testimoni, occultamento di prove vere e fabbricazione di prove false, seguite al sostanziale fallimento dell’operazione, che nella ridda di inchieste e procedimenti giudiziari innescati dalla madre di tutte le stragi doveva concludersi con la sostanziale impunità di tutti i responsabili.

La documentazione, che proviene da  atti processuali, interviste, notizie dalla stampa di allora, inchieste già pubblicate, nonché da altre “fonti” identificate e non, appare molto ricca e trova ampio spazio nelle 700 pagine del volume.

All’interno di questa estesa ricostruzione l’autore inserisce la sua versione sulla dinamica materiale degli attentati, sia di quelli ai treni dell’agosto ’69 che di quelli del 12 Dicembre a Milano e Roma, ed è qui che si perde.

Il rigore dell’interpretazione lascia sempre più spazio a supposizioni e congetture, situazioni e perfino caratteri di personaggi vengono largamente immaginati. Gli indizi divengono prove e vengono fatti convergere nel giustificare l’ipotesi. La dimostrazione diventa un teorema e come spesso accade, il ricercatore si fa prendere la mano dalla tesi che vuole dimostrare e ne rimane intrappolato. Purtroppo la versione di Cucchiarelli non viene proposta come ipotesi ma come affermazione, il sottotitolo del libro enuncia infatti: “ Finalmente la verità sulla strage: le doppie bombe e le bombe nascoste….”.

La nuova versione consiste nell’immaginare che gli anarchici, veri o plagiati che fossero, organizzavano attentati ma, mentre deponevano i loro ordigni dimostrativi, venivano affiancati a loro insaputa da provocatori e sicari che piazzavano la bomba mortale. Così troviamo le doppie borse, le doppie bombe, i doppi attentatori, i doppi taxi con relativi doppi Valpreda, doppi sosia e così via. Secondo l’autore il nuovo sosia di Valpreda sarebbe Claudio Orsi. Per inciso: Pietro Valpreda era un uomo di età media, statura media, corporatura media, capelli mediamente arruffati, un po’ stempiato, nessun segno particolare, accento tipico da milanese medio: su cento milanesi di età analoga, quanti potevano essere suoi sosia? Una buona percentuale.

Nel libro gli anarchici sono quasi tutti inquinati da infiltrati e provocatori, mentre i pochi buoni e ingenui,  rappresentati ovviamente da Giuseppe Pinelli, cercano di impedire gli attentati orditi dai compagni cattivi e però cadono in trappole a base di traffici di esplosivo. Ad essere preda di giochi occulti non sono solo gli anarchici, ma ben più ampi settori della sinistra ribelle: in effetti veniamo a sapere che già gli scontri di Valle Giulia a Roma nel marzo 1968 furono in realtà guidati dai neonazisti, che Giangiacomo Feltrinelli (come anche i coniugi Corradini) era teleguidato da Giovanni Ventura, che lo stesso Ventura è stato il vero ispiratore del libro “La Strage di Stato”  del 1970 e così via.

Cucchiarelli, non si capisce su quali basi, è convinto che gli ambienti anarchici e di sinistra fossero allora un coacervo di infiltrati, provocatori, fascisti travestiti e soprattutto “nazimaoisti”. La categoria dei nazimaoisti pervade li testo in modo quasi ossessivo, basti una frase per tutte a pag. 318: “…E poi a Milano c’era la commistione con i maoisti e nazimaoisti che inquinava i gruppi anarchici e marxisti-leninisti”. Chissà dove ha visto tutto questo?

E’ evidente che il 22 Marzo di Valpreda e di Mario Merlino costituisce per l’autore un modello più o meno generalizzabile a tutta l’allora sinistra extraparlamentare. Il 22 Marzo non era certo un esempio di rigore politico, era un gruppo appena nato, senza alcun ruolo nel movimento, raffazzonato da Valpreda con un ex fascista (per altro dichiarato) un poliziotto in incognito, un gruppetto di ragazzi di poco più o nemmeno venti anni. Un gruppo così sgangherato da essere inaffidabile anche come oggetto di provocazione, come dimostrerà il fallimento storico di tutta l’operazione Piazza Fontana.

Nella ricerca dei colpevoli materiali Cucchiarelli parte così con il piede sbagliato e nel suo percorso verso una improbabile verità, inciampa più volte. Innumerevoli sono le frasi, le affermazioni e le illazioni gratuite in varie parti del testo, tanto che per ribatterle tutte ci vorrebbe un altro libro.

Solo su alcuni di questi inciampi vorremmo qui fare chiarezza, per amore di verità storica ma anche perché riguardano direttamente l’ambito libertario di allora.

I così detti “nazimaoisti” non hanno mai fatto parte della storia reale di quel periodo, e tanto meno dei circoli anarchici. Sono  comparsi in rari casi, anni prima, con qualche affissione di manifesti. In quei pochi casi tutti sapevano di che si trattava e non avevano alcuna credibilità. Nazimaoisti, finti cinesi e analoghi erano allora un po’ più diffusi in veneto e in parte in toscana  ma anche stando a quanto scrive Cucchiarelli, agivano per lo più in proprio e con scarsi risultati quanto ad infiltrazioni riuscite. C’è, è vero, il caso di Gianfranco Bertoli, che nel 1973 compirà la strage alla Questura milanese, che frequentò anarchici e fascisti, mise una bomba forse fascista ma si comportò poi come un ottocentesco e folle anarchico individualista, si fece l’ ergastolo, non parlò mai e finì nella droga. Fu un personaggio per certi versi tragico, rimasto in realtà un mistero, come anche riconosce lo stesso Cucchiarelli.

All’albergo Commercio di Milano, occupato, i nazimaoisti non c’erano e se c’erano nessuno gli dava retta. A Milano l’unica mela marcia di rilievo che frequentò il Ponte della Ghisolfa è stato Enrico Rovelli, non un infiltrato ma un anarchico poi passato per interesse al soldo della polizia e dell’Ufficio Affari Riservati.

A Milano tanti sapevano che Nino Sottosanti, (non si è mai dichiarato nazimaoista),  era un ex fascista che dormiva nella sede di Nuova Repubblica e che era un tipo da cui stare alla larga. Frequentava saltuariamente il Ponte in pubbliche occasioni, era amico di Pulsinelli a cui fornì un alibi. Quanto al suo ruolo come sosia, pare per lo meno incauto prendere come sosia una persona conosciuta da tutti nell’ambiente in cui deve operare e conosciuto benissimo da colui che deve “sostituire”.

A pag. 47– la conferenza stampa del 17 Dicembre, dopo la strage, fu organizzata dal Ponte della Ghisolfa, il circolo principale, come era ovvio (chi scrive era presente). Non ci fu alcuna latitanza degli amici di Pinelli nè ci furono “stridori” o “abissi sui modi di fare politica con i compagni di Scaldatole” anche perché il Circolo Scaldatole era gestito dagli anarchici del Ponte della Ghisolfa, che lo lasceranno nel 1972 alla gestione di altri gruppi anarchici. Gli amici di Pinelli erano tutti presenti alla conferenza (chi scrive, Amedeo Bertolo, Luciano Lanza, Ivan Guarneri, Vincenzo Nardella, Umberto del Grande, Gianni Bertolo e altri ancora). Joe Fallisi, il testimone pure presente cui fa riferimento Cucchiarelli, è evidentemente stato tradito dalla memoria. Peraltro la “vecchia dirigenza” di cui parla Cucchiarelli aveva in media 25 anni! Solo Pinelli ne aveva 41. Di quella conferenza stampa non si dice invece che fu fatta, in quel difficile momento, una scelta coraggiosa e politicamente ineccepibile: con grande sorpresa dei giornalisti, gli anarchici non presero le distanze da Valpreda, nonostante i non buoni rapporti, e denunciarono come mandante della strage non i “fascisti”, come concordava la stampa di sinistra, ma lo Stato. Il giorno dopo il “Corriere della sera” titolava: “Farneticante conferenza stampa al Ponte della Ghisolfa”.

A pag. 138 Cucchiarelli ci illustra il “triangolo del depistaggio”:  “Il segreto della strage ha resistito per tanti anni godendo del silenzio di tutti i soggetti interessati: Stato, fascisti e anarchici. Questi ultimi dovevano scagionare Valpreda e rivendicare l’innocenza di Pino Pinelli. Si erano fatti tirare dentro e ora la situazione non lasciava alcuno scampo politico: difficilmente sarebbe stata dimostrabile nelle aule dei tribunali la loro buona fede di non voler causare morti. Da un punto di vista giuridico la partecipazione degli anarchici alla vicenda sarebbe stata quanto meno un concorso in strage”. Fuori i nomi Cucchiarelli, perché qui si fa l’accusa di concorso in strage. Ma di nomi Cucchiarelli non ne può fare e così lancia accuse tanto infamanti quanto generiche.

A pag. 183 leggiamo che, come “…rivela una fonte qualificata di destra che, naturalmente, non vuole essere citata…”, Valpreda prese l’inspiegabile taxi perché: “Qualcuno gli aveva semplicemente detto che doveva prendere il taxi. Gli diedero 50.000 lire e il ballerino non si pose di certo il perché” (nella versione dell’autore Valpreda doveva prendere un taxi per essere notato dal taxista). Qui la questione si fa grave: primo non si può citare fonti qualificate che però restano anonime; secondo, questo è uno degli innumerevoli passaggi nei quali Valpreda  (solitamente chiamato “il ballerino”) viene descritto come un poveretto, un esaltato zimbello di chiunque, un ignorante pronto a tutto per 50.000 lire. Come molti altri, conoscevo bene Valpreda, in quel periodo era certamente fuori dalle righe ed il suo carattere era certamente un po’ sbruffone (e per questo fu scelto come vittima sacrificale), ma non era nè ignorante nè stupido, era certamente acuto e sveglio, aveva una biblioteca ben fornita e una discreta cultura, come sappiamo pubblicò poi diversi libri. Non dimentichiamo che il “ballerino”, con tutto quello che di lui si può criticare, si è trovato da un giorno all’altro imprigionato sotto una accusa atroce, trattato come un animale dalla stampa  (…”il volto della belva umana”, su La Notte), tenuto quaranta giorni in isolamento e interrogato centinaia di volte, sottoposto a una pressione fisica e psicologica che possiamo solo immaginare, minacciato di infamia e di ergastolo.  Ma il “ballerino” ha retto, si è fatto tre anni di carcere, non si è piegato a ricatti, non ha accusato nessuno nè rinnegato le sue idee, non risulta dagli atti che mai sia sceso a compromessi.

A pag. 228 L’autore avrebbe potuto precisare che la campagna di stampa di Lotta Continua contro Calabresi, intrapresa con il consenso degli anarchici, non fu un fatto gratuito. La campagna aveva lo scopo di indurre il commissario ad una querela contro il giornale. Il giudice Caizzi aveva fatto sapere che l’indagine sulla morte di Pinelli era in via di archiviazione e solo una querela da parte di un pubblico ufficiale, querela che prevedeva facoltà di prova, avrebbe permesso di riaprire il processo. Gli attacchi del giornale divennero così feroci perché Calabresi tardava a querelare (come anche riportato nel libro, secondo la moglie Gemma la procura si rifiutò di denunciare d’ufficio il giornale e il Ministero a costrinse Calabresi ad una denuncia in proprio.

A pag. 245– Cucchiarelli insiste a lungo con ardite congetture sul misterioso caso di Paolo Erda, citato da Pinelli nel suo interrogatorio ma mai rintracciato nè sentito da nessuno e nemmeno dallo stesso autore, che ne ha cercato a lungo notizie, fino a segnalare che in “Ivan e Paolo Erda è contenuto anagrammato il nome di Valpreda…”.  Erda era solo il soprannome di un certo Paolo che aveva tutt’altro cognome, tutto qui, lo conosciamo benissimo.

Ma qui c’è un’altra considerazione importante: nel testo si fa a lungo riferimento alle false dichiarazioni e/o alle ritrattazioni di Valpreda, della zia Rachele Torri, della madre Ele Lovati e dello stesso Pinelli a proposito del suo alibi, per sottintendere che vi erano verità scomode da nascondere (ovvero le bombe dimostrative messe dagli anarchici).   L’autore dovrebbe però sapere che il vecchio detto “…non c’ero e se c’ero dormivo…” non è solo una battuta ma è il comportamento di chiunque non ami particolarmente polizia, carabinieri e altri inquisitori e si trovi di fronte a un interrogatorio. Si dice il meno possibile, non si fanno nomi di amici e compagni e si resta nel vago. Se poi le cose si complicano si può sempre ricordare…e questo vale anche per una vecchia zia, che non vede per quale ragione dovrebbe dire che il nipote è dai nonni invece che dire semplicemente “non lo so”. A quei tempi circolava il “Manuale di autodifesa del militante” a cura degli avvocati contro la repressione che dava dettagliate indicazioni in questo senso. Per questa stessa ragione Pinelli non cita Sottosanti, non cita Ester Bartoli (che con il misterioso Erda sarebbe testimone  del suo passaggio al Ponte), cita il famoso “Erda” sapendo che è un soprannome e fa solo il nome di Ivan Guarneri, compagno già ben noto alla questura. Ma è proprio sulla base del “buco” dell’alibi di Pinelli che Cucchiarelli fonda in gran parte l’ipotesi fantasiosa, secondo cui Pinelli “.. poteva avere a che fare con le altre bombe…”. Per inciso, Pino Pinelli non avrebbe mai preso iniziative di un qualche peso senza consultare alcuni dei compagni che godevano della sua massima fiducia.

p.274. Si descrive una cena a casa di Pinelli “presenti Nino Sottosanti, la Zublema, Armando Buzzola, e l’arabo Miloud,“ quest’ultimo definito sbrigativamente “uomo di collegamento con i palestinesi”. Questo Miloud, berbero e non arabo, militante nella lotta di liberazione algerina, non ha mai avuto a che fare con i Palestinesi, da dove viene questa notizia? A questa e a un’altra cena, sempre a casa di Pinelli, avrebbe partecipato anche  “un anarchico sconosciuto” che in base a chissà quale congettura Cucchiarelli identifica nel Gianfranco Bertoli che sarà l’ambiguo autore della strage del ’73 alla questura di Milano. Peccato che quando la Zublema frequentava gli anarchici, di Gianfranco Bertoli nessuno aveva ancora sentito parlare.

a pag. 290 incontriamo Mauro Meli, altro presunto anarchico, ferroviere, sedicente provocatore infiltrato a suo dire nel circolo Ponte della Ghisolfa. Costui non è mai stato visto (c’è la fotografia nel libro), ne conosciuto da alcuno. Se è stato al Ponte la sua attività provocatoria si è fatta notare ben poco. Viene da chiedersi perché, su queste ed altre notizie, Cucchiarelli non ha chiesto conferme a testimoni che pur conosce bene? Forse perché degli anarchici c’è poco da fidarsi, come confessa in un altro passaggio del libro.?

a p. 345 la nota 11 ci informa sugli “….editori librai apparentemente di sinistra: oltre a Ventura  troveremo Nino Massari a Roma e Umberto del Grande a Milano. Quest’ultimo conosceva molto bene Pinelli ma era anche in contatto con uomini di Ordine Nuovo e con Carlo Fumagalli, capo del MAR”

Umberto del Grande (è morto  pochi anni fa) non era un editore nè un libraio, apparteneva al  Ponte della Ghisolfa da anni ed era un componente della Crocenera anarchica. L’unica sua veste di editore è stata di assumersi, nel 1971, la titolarità dell’editrice che pubblicava A rivista anarchica in attesa che venisse formalizzata una società cooperativa. Non ha mai avuto a che fare con uomini di Ordine Nuovo. Era anche appassionato di viaggi nel Sahara, per questo aveva acquistato una vecchia Land Rover da un meccanico di Segrate che trattava fuoristrada. Quando il Prefetto Libero Mazza rese pubblico il censimento dei gruppi “sovversivi” di Milano, citò del Grande come responsabile della crocenera. Il rapporto Mazza fu letto anche dal meccanico, che era Fumagalli, e che si rivelò come tale a del Grande. E il rapporto cliente–meccanico si chiuse.

a pag. 347 si afferma che la stesura del libro “La strage di Stato” fu pilotata da Ventura. Nella relativa nota 12 a p. 667 si precisa che “si ha motivo di credere” questo perché  Mario Quaranta, (socio editoriale di Giovanni Ventura, e personaggio squalificato quanto il suo sodale Franzin) lo avrebbe raccontato al giudice Gerardo D’Ambrosio in un non meglio identificato interrogatorio. La testimonianza di uno come Quaranta non dovrebbe essere presa in considerazione con tanta leggerezza.

a p. 365 si afferma per certo che Valpreda sarebbe andato al congresso anarchico di Carrara nel 1968 insieme a un codazzo di fascisti del “XII Marzo” (in numeri romani, un gruppo fascista di Roma), di cui elenca i nomi: Pietro “Gregorio” Maulorico, Lucio Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili e “il già convertito” anarchico Mario Merlino. Il gruppo sarebbe andato al congresso su ordine di Stefano Delle Chiaie. Cucchiarelli trae questa notizia da una deposizione di Alfredo Sestili, il quale però non cita Valpreda, ed equivoca poi sul nome del gruppo, insinuando che si trattasse del 22 Marzo. A Carrara c’erano centinaia di persone e dunque poteva esserci chiunque. L’affermazione dell’autore non sta in piedi, ma è coerente con la sua idea di gruppi anarco-fascisti-nazisti-maoisti-marxisti-leninisti cui tanto spesso ricorre per spiegare improbabili certezze.

a p. 399 c’è un’altra affermazione grave, grave perché diffamatoria: vi si dice che Enrico Di Cola, un giovane componente del 22 Marzo romano, sarebbe colui che avrebbe indirizzato le indagini contro Valpreda e che per questo sarebbe stato compensato dalla polizia con un salvacondotto per espatriare in Svezia. Di Cola, espatriò effettivamente in Svezia dove chiese ed ottenne asilo politico, ma lo fece clandestinamente, con non poche difficoltà, aiutato dai compagni e con un documento falso.

Poche righe più in basso Roberto Mander ed Emilio Borghese vengono classificati, con Merlino, … “ i più compromessi con la provocazione”. Come e su quali basi Cucchiarelli si permette di dare del provocatore a questo e a quello (Erda, Del Grande, Di Cola, Mander, Borghese…) senza alcuna prova non è dato sapere. E’ sempre l’ossessione degli anarco-fascisti-nazisti eccetera, di cui è permeato l’intero romanzo.

A pag. 621 “Sulla tomba di Pino Pinelli c’è proprio una poesia di quell’antologia che, un Natale, il commissario Calabresi regalò all’anarchico”, il libro è Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, ma le cose non andarono così: Calabresi regalò a Pinelli  “Mille milioni di Uomini” di Enrico Emanuelli, e Pinelli per sdebitarsi ricambiò con l’antologia di Lee Master. E’ solo una svista, ma ci piace ricordare che la poesia che i cavatori di Carrara incisero sulla tomba di Pinelli non era tratta dal libro che il gli regalò il commissario, ma da quello che lui regalò a Calabresi.

Infine, in diversi passaggi del libro si ha l’impressione che l’autore riporti racconti ascoltati a voce da qualcuno, solo così si spiegano i ripetuti errori sui nomi: Otello Manghi invece di Otello Menchi, Octavio Alberala invece di Octavio Alberola…

Queste sono solo alcune delle imprecisioni e delle “fantasie” del libro di Cucchiarelli.

Enrico Maltini