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1970 08 31 Messaggero – Istruttoria conclusa sul caso Valpreda. Il giudice istruttore attende l’esito di due perizie

3 novembre 2015

1970 08 31 Messaggero - Istruttoria conclusa sul caso Valpreda

La strage di Milano

Istruttoria conclusa sul caso Valpreda

Il giudice istruttore attende l’esito di due perizie

 

Con qualche ritardo rispetto alle previsioni, sta per concludersi l’istruttoria formale sulla strage di Milano e gli attentati di Roma: tra pochi giorni, il giudice istruttore Ernesto Cudillo trasmetterà al pubblico ministero Vittorio Occorsio gli atti del procedimento contro l’ex ballerino Pietro Valpreda e le altre sedici persone implicate, in via più o meno diretta, nella sanguinosa vicenda. Si tratta di fascicoli per oltre diecimila pagine, nelle quali, oltre alle perizie ed agli interrogatori degli imputati, sono raccolte le deposizioni di 512 testimoni, tra i quali 121 parti lese.

Una mole imponente di materiale, dunque, che tuttavia il dottor Occorsio potrà studiare piuttosto rapidamente: egli infatti conosce alla perfezione la materia, essendo lo stesso pubblico ministero che iniziò l’istruttoria sulla strage con rito sommario. Dopo circa un mese da quando avrà ricevuto il dossier. Occorsio presenterà al giudice la sua requisitoria scritta: quindi il dottor Cudillo redigerà la sentenza di rinvio a giudizio.

Il magistrato, intanto, sta provvedendo agli ultimi adempimenti istruttori: attende ancora, tra l’altro, il risultato di due accertamenti peritali. Uno, sui vetrini trovati recentemente nel contenitore della bomba inesplosa (quella alla Banca Commericale di Milano), e simili a quelli adoperati da Valpreda per confezionare collanine hippy. L’altro accertamento consiste in un supplemento di perizia balistica, sollecitato a suo tempo dai difensori di Mario Merlino.

Durante la prossima settimana poi, il giudice si recherà a «Regina Coeli» ed a «Rebibbia» per l’ultimo interrogatorio degli imputati: si tratterà di un atto soprattutto formale, in quanto il magistrato chiederà soltanto se essi hanno qualcosa da aggiungere o da modificare, rispetto ai precedenti interrogatori. Cudillo deve infine raccogliere la deposizione di tre testimoni, tra i quali l’on. Almirante, su alcune affermazioni contenute nel volumetto La strage di Milano, nel quale si attribuisce l’ispirazione della destra ai luttuosi avvenimenti di Milano.

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1969 12 17 Messaggero – Il drammatico confronto di Paolo Matricardi

23 ottobre 2015

1969 12 17 Messaggero - Il drammatico confronto di Paolo Matricardi

Il drammatico confronto

di Paolo Matricardi

 

Il destino di Pietro Valpreda si è deciso in venti minuti. Tanto, infatti, è durato ieri il drammatico confronto tra il ballerino accusato come uno dei principali responsabili della strage di Milano e Cornelio Rolandi, il tassista milanese che lo accompagnò alla Banca Nazionale dell’Agricoltura poco prima dello scoppio della bomba.

Sono stati venti minuti di ansia e di tensione, decisivi, appesantiti dall’aria di mistero e dall’imponente schieramento di sicurezza predisposto dalle autorità per prevenire qualsiasi incidente. Al Palazzo di Giustizia, all’interno dello ufficio del sostituto procuratore della Repubblica che dirige l’indagine, dottor Vittorio Occorsio, il Valpreda è stato introdotto per primo dal capitano dei Carabinieri Antonio Varisco. Lo attendevano quattro persone che avevano la sua stessa statura e che fisicamente gli assomigliavano. L’indiziato è stato messo loro accanto e, successivamente è stato fatto entrare il tassista. Cornelio Rolandi ha osservato a lungo le cinque persone di fronte a lui, allineate lungo il muro. Poi, senza alcuna esitazione, ha indicato il ballerino al magistrato. A questo punto, la scena si è fatta intensamente drammatica. Pietro Valpreda, a stento trattenuto da alcuni carabinieri, ha tentato di scagliarsi contro il suo accusatore ed ha ripetutamente protestato la sua innocenza, mentre il tassista, dal canto suo, continuava ad additarlo ai funzionari, indicandolo come la persona che aveva usufruito del suo automezzo nel tragico venerdì milanese.

Terminato il confronto, tutti sono stati fatti uscire dall’ufficio del magistrato, tranne l’indiziato, che vi è rimasto ancora a lungo per essere interrogato. L’avvocato Pietro Calvi, difensore del Valpreda, è apparso visibilmente emozionato ed ha subito con stanchezza l’assedio dei giornalisti presenti.

«Non chiedetemi nulla – ha detto il legale. – Il fatto è così grave che non posso rilasciare alcuna dichiarazione senza rivelare il segreto istruttorio. Posso solo dire che c’è stata una ricognizione in mezzo ad altre quattro persone. Io finora ho fatto il mio dovere e tutto ciò che la legge mi consentiva. Ora mi riservo di accettare definitivamente l’incarico di difendere Pietro Valpreda, che è già stato mio cliente qualche tempo fa, non appena avrò esaminato le prove raccolte dal magistrato e non appena avrò parlato con lui».

A questo punto è stato chiesto all’avvocato Calvi perché il ballerino, arrestato a Milano, sia stato accompagnato a Roma insieme con il tassista. «Questo è per me ancora un mistero – ha risposto. – So che Valpreda era stato a Milano perché doveva essere interrogato in merito a un procedimento in corso a suo carico. So che risiede abitualmente a Roma e che saltuariamente si sposta nella città lombarda, dove ha la madre ed alcuni parenti».

Ancora più enigmatico è stato Cornelio Rolandi alla sua uscita dall’ufficio del procuratore Occorsio. Accompagnato dal tenente colonnello dei Carabinieri Salvano e dal comandante del reparto investigativo Brunelli, ha resistito senza scomporsi al fuoco di fila dei flashes dei fotografi ed alle domande dei giornalisti. Il tassista non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione e non ha voluto neppure dire il suo nome. Sempre seguito dai suoi accompagnatori, è salito su un’automobile e si è dileguato nel traffico intenso del Lungotevere.

Ultimo ad uscire è stato Pietro Valpreda. Erano esattamente le 23,10. Vestito di un cappotto marrone, una vistosa sciarpa al collo, si difendeva dai lampi dei fotografi coprendosi il volto con i polsi ammanettati. Fatto salire su un’auto dei Carabinieri, è stato accompagnato a Regina Coeli.

Prima di entrare nel carcere l’ex ballerino ha pronunciato quella che gli è forse sembrata una frase storica: «Mi sono illuso fino all’ultimo! – ha detto in tono tragico. – Pinelli si è ucciso, io vado in carcere! L’anarchia è definitivamente finita!». Oggi sarà nuovamente interrogato.

1970 01 3 Messaggero – Si controlla l’alibi del Valpreda con la «zia Rachele». Si cerca nuovamente l’anarchico Enrico Di Cola già rilasciato.di Fabrizio Menghini

18 ottobre 2015

1970 01 3 Messaggero - Si controlla l’alibi del Valpreda con la «zia Rachele»

 

L’istruttoria per la strage di Milano

Si controlla l’alibi del Valpreda con la «zia Rachele»

La signora Torre affermò che il nipote, il 12 dicembre, era a letto malato – Si cerca nuovamente l’anarchico Enrico Di Cola già rilasciato

di Fabrizio Menghini

 

L’istruttoria formale affidata al consigliere Ernesto Cudillo dell’ottava sezione, per far luce sulla strage di Milano e sugli attentati terroristici di Roma, è in pieno sviluppo nonostante le festività ricorrenti. Il magistrato, ricevuti gli atti dell’inchiesta dal sostituto procuratore della Repubblica Vittorio Occorsio, ha dato precise disposizioni alle autorità di P.S. e ai carabinieri di Roma e di Milano per lo svolgimento di una serie di indagini, tra cui alcune intimamente collegate agli alibi forniti da Pietro Valpreda e dagli altri cinque studenti appartenenti al gruppo anarchico «XXII Marzo» di via del Governo Vecchio, dove, secondo l’accusa, sarebbe stato preparato il piano criminoso degli attentati dinamitardi. Si tratta di accertamenti complessi, dato il particolare ambiente in cui devono operare le forze dell’ordine e data l’altissima posta in giuoco per coloro che sono implicati nella vicenda giudiziaria. Non bisogna dimenticare, inoltre, che le modalità di esecuzione degli attentati fanno ritenere per certo che altri responsabili, sia come mandanti, sia come finanziatori, abbiano avuto una parte attiva nell’impresa. Costoro sono riusciti, finora, a farla franca, nonostante le febbrili indagini svolte dalla polizia. Stando in circolazione, quindi, sono particolarmente interessati a inquinare le prove della loro responsabilità, come di quelle degli arrestati. Allo scopo di assicurare all’istruttoria la massima segretezza, il giudice istruttore, avvalendosi di un suo potere discrezionale, non ha depositato in cancelleria a disposizione dei difensori i verbali degli interrogatori cui ha sottoposto gli imputati.

Nella mattinata di ieri, il dottor Cudillo ha frattanto interrogato a palazzo di giustizia il «super-testimone» Umberto Macoratti, un ragioniere di 30 anni che frequentava il gruppo anarchico «XXII Marzo». Il Macoratti, subito dopo la strage di Milano, interrogato da alcuni funzionari dell’Ufficio Politico della Questura di Roma, fece alcune dichiarazioni che consentirono di appurare importanti circostanze sui movimenti del Valpreda e di due dei cinque studenti arrestati, Emilio Borghese ed Emilio Bagnoli, nonché sull’attività «politica» del gruppo anarchico. Le dichiarazioni del Macoratti tendevano ad allontanare dalla sua persona l’accusa – soffiata alla polizia da qualcuno – di essere stato uno dei finanziatori del gruppo anarchico e quindi, direttamente o indirettamente implicato nella strage di Milano e negli altri attentati. Il rag. Macoratti, com’è risaputo, ha negato di essere stato il «finanziatore» degli anarchici: aveva fatto soltanto qualche «elargizione», per un ammontare di diecimila lire, soltanto perché una volta non si riusciva a raccogliere la somma necessaria per pagare l’affitto del locale. In altre occasioni aveva offerto uno spuntino al Valpreda, al Bagnoli, al Borghese, al Roberto Mander e al Gargamelli, perché erano sempre a corto di quattrini.

Il Macoratti è un personaggio che gli inquirenti non hanno ancora messo completamente a fuoco. Ora che l’istruttoria è nelle mani del consigliere Cudillo, sarà quest’ultimo a valutare il «supertestimone» e il suo quoziente di attendibilità. Il ragioniere, ad ogni modo, non trascura la lettura attenta dei giornali e, naturalmente, di quanto si riferisce alla sua persona. Così, ieri, prima di fare il suo ingresso nell’ufficio del magistrato, ha voluto fare ad un’agenzia di stampa questa precisazione: «Mi è stata attribuita da qualcuno una dichiarazione secondo la quale io avrei detto che il Valpreda partì giovedì mattina per Milano e che, in tal modo, avrei fatto cadere in contraddizione lo imputato il quale aveva riferito di aver lasciato Roma nel pomeriggio. Non ricordo di aver detto ai funzionari di polizia o ai giornalisti che la partenza avvenne nella mattinata: quando giunsi alle 17,30 di giovedì in via del Governo Vecchio per consegnare cinquemila lire al Valpreda che me le aveva chieste in prestito, qualcuno, mi pare il Bagnoli, mi disse che il Valpreda era partito, ma non mi precisò a che ora, né io mi preoccupai di chiederglielo. Può darsi che fosse partito nella tarda mattinata o nel primo pomeriggio». Fin qui la precisazione del ragioniere sui movimenti del Valpreda alla vigilia della strage di Milano (che, come si ricorderà, avvenne poco prima delle 16,30 di venerdì 12 dicembre nella banca di piazza Fontana).

L’esame dell’importante testimone è durato alcune ore e, a quanto pare, non è stato completato. Il consigliere istruttore, infatti, intende appurare altri elementi riguardanti gli studenti Emilio Bagnoli ed Emilio Borghese. I due giovani, secondo il rag. Macoratti, nelle ore in cui a Milano e a Roma avvenivano gli attentati, si trovavano nella sede del gruppo anarchico in via delle Botteghe Oscure ad ascoltare una conferenza di Antonio Serventi. Fra i presenti – avrebbe precisato il ragionier Macoratti – si trovava anche il giovane Enrico Di Cola. Il Di Cola, fermato due giorni dopo gli attentati, venne rilasciato nel giro di ventiquattro’ore. Perché fu rilasciato? A che si dovette un certo trattamento di riguardo? E’ lui che mise la polizia sulla pista, poi seguita dal magistrato Occorsio, che ha portato alla incriminazione formale del Valpreda, quale esecutore materiale della strage? E’ difficile dire quale consistenza abbiano queste supposizioni. Certo è che il giudice istruttore vuole fare la conoscenza diretta di questo personaggio. Ma il Di Cola è scomparso e vane sono state le ricerche della polizia.

Mentre ci si attende un chiarimento sulla posizione che ha assunto il Di Cola nella complessa vicenda, c’è da registrare un altro fatto di rilievo nell’inchiesta: l’interrogatorio, previsto per questa mattina, della signora Rachele Torre, zia di Pietro Valpreda. Al sostituto procuratore della Repubblica di Milano, dottor Paolillo, che la interrogò il 17 dicembre dello scorso anno, la donna disse che il giorno dell’esplosione nella banca di piazza Fontana il nipote era rimasto a letto nella sua abitazione milanese in via Pietro Orsini 9, perché affetto da influenza.

A proposito dell’«alibi della zia», il pubblico ministero Vittorio Occorsio ebbe a dire che si trattava di un alibi compiacente e che, in ogni caso, la zia Rachele aveva reso un pessimo servigio al nipote ballerino. Evidente, il Valpreda, nel presentare il suo alibi, aveva detto cose completamente diverse da quelle riferite dalla zia Rachele, che nel giovare al nipote lo ha forse irrimediabilmente compromesso. Se la signora – come la pubblica accusa sospetta – ha fatto una testimonianza compiacente, rischia un’incriminazione e fors’anche l’arresto.

La settimana entrante sarà in ogni caso decisiva ai fini del controllo di tutte le deposizioni testimoniali rese a Milano e a Roma subito dopo gli attentati. Se il controllo non darà luogo a sorprese, il giudice istruttore aderirebbe ad alcune richieste del pubblico ministero Vittorio Occorsio in merito alla precisazione dei capi d’accusa ai sei arrestati ed anche all’eventuale emissione di altri due mandati di cattura. Solo allora si potrà dire una parola sicura sull’istruttoria nel suo complesso. Chi conosce il consigliere istruttore Ernesto Cudillo afferma che un’indagine di tanta delicatezza non poteva capitare in mani migliori. Cudillo, infatti, è noto oltre che per la sua profondità di pensiero e per lo scrupolo professionale, anche per il suo equilibrio e per la sua indipendenza. Notevole il bagaglio delle sue esperienze in materia di istruttorie penali: si tratta del magistrato più anziano dell’Ufficio e, quindi, il più elevato in grado – se cosi si può dire – rispetto agli altri giudici istruttori. E’, anzi, il capo virtuale dell’Ufficio Istruzione dal momento che il consigliere Antonio Brancaccio, che lo ha diretto fino ad ora, è stato promosso e trasferito alla Cassazione civile. Entro il corrente mese prenderà possesso dell’Ufficio il nuovo dirigente, dottor Achille Gallucci.

1970 04 9 l’Unità – Ecco quello che devi riconoscere. Dal verbale del tassista una carta preziosa per la difesa di Pietro Valpreda

15 ottobre 2015

1970 04 9 Unità p7 - Ecco quello che devi riconoscere

Dal verbale del tassista una carta preziosa per la difesa di Pietro Valpreda

«Ecco quello che devi riconoscere…»

Parola per parola il confronto – Depositati anche altri atti giudiziari – Il ballerino faccia a faccia con l’ex comandante del suo plotone e con due testi che affermano di averlo visto all’Ambra Jovinelli il 13 e il 14 – «Non mi sono mosso da Milano» – Una nuova ombra sulle indagini

 

Rolandi al giudice: «Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere la persona che io dovevo riconoscere». Ecco come si è svolto il confronto tra il tassista di Corsico e Pietro Valpreda! Una cosa scandalosa, incredibile, tale da far saltare in aria il castello costruito dall’accusa, e che rende ancor più inquietanti tutti gli interrogativi avanzati sul «come» sono state condotte le indagini. Un verbale che avrebbe dovuto indurre la magistratura ad aprire una inchiesta per accertare chi ha detto al tassista che Valpreda «doveva» essere la persona che lui «doveva» riconoscere.

Invece questo «processo verbale di ricognizione di persona» è rimasto per quasi quattro mesi tra le carte segrete degli inquirenti. Quale valore può avere, adesso, il riconoscimento? Non soltanto al tassista è stata mostrata «una sola foto», ma – per sua ammissione – gli è stato detto che «doveva» riconoscerlo; senza contare il «buffetto del questore» e l’assicurazione: «Bravo Rolandi, hai finito di fare il tassista». Insomma si può davvero dire che la difesa del ballerino si trova ora con una carta formidabile in mano, costituita proprio da uno dei primi atti giudiziari compiuti dal PM Occorsio.

Il verbale, depositato insieme ad altri confronti (mancano ancora però gli interrogatori dei vari testi), consta di due scarne paginette. Cornelio Rolandi pronuncia il giuramento di rito, «in piedi e a capo scoperto», e quindi come vuole la prassi il magistrato gli chiede se gli è mai stata indicata la persona da riconoscere o se ha veduto immagini ritratte in fotografia. Infatti le norme di legge considerano l’eventuale «visione» fotografica della persona da riconoscere come un elemento che può inficiare il riconoscimento stesso.

La risposta di Rolandi, comunque, è sbalorditiva: «L’uomo di cui ho parlato è alto 1 metro e 70, età circa 40 anni, corporatura regolare, capelli scuri, occhi scuri, senza baffi e senza barba. Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere la persona che io dovevo riconoscere. Mi sono state mostrate anche altre fotografie di altre persone. Non sono mai stato chiamato allo stesso esperimento».

Quindi, dietro una precisa domanda dell’avvocato difensore Calvi, che assiste insieme al PM Occorsio al confronto, il tassista nega di ave letto i giornali del pomeriggio (infatti in alcuni di questi già si dava per avvenuto il confronto e il riconoscimento di Valpreda da parte del Rolandi).

A parte un errore, forse di trascrizione (infatti non furono i carabinieri, bensì i poliziotti a mostrare la foto di Valpreda al tassista) nella sincera risposta di Rolandi si intravede una scena aberrante quel dovevo del tassista non hanno davvero bisogno di altri commenti.

Comunque, terminata la breve premessa, il Rolandi esce dalla stanza mentre vengono introdotti insieme a Valpreda quattro agenti (Vincenzo Graziano, Marcello Pucci, Antonio Serrao e Giuseppe Rizzello) della questura romana. E ci sarebbe qui da aprire una breve parentesi per illustrare il diverso abbigliamento degli agenti con quello di Valpreda, ma basta ricordare le parole di Rolandi, il quale sosteneva che erano vestiti in modo completamente differente. Appena i cinque si sono schierati torna nella stanza il tassista e dichiara che: «la persona che occupa il secondo posto da sinistra è la stessa che usò il taxi il giorno 12 dicembre tra le ore 16 e le 16,15. Invitato a dichiarare se vede qualche differenza tra la persona che gli è mostrata e quella che utilizzò il taxi (Rolandi, ndr), dichiara che è diverso l’abbigliamento. Si dà atto che la persona riconosciuta si rivolge al teste invitando a guardarlo meglio». E con questa autodifesa di Valpreda si conclude il confronto.

Gli altri tre confronti depositati sono, ovviamente di minore interesse. Il primo, del 28 dicembre, è tra Valpreda e Michele Cicero, ufficiale dell’esercito alle cui dipendenze era sotto le armi il ballerino. Il PM, dopo aver ricordato a Valpreda che Cicero afferma che nel ‘55 il ballerino ha seguito il corso di addestramento teorico-pratico al 114 reggimento di Gorizia III battaglione, chiede a Valpreda se insiste a negare di aver conosciuto esplosivi e in particolare tritolo.

Valpreda: «Ricordo, lei era l’ufficiale che si era appena sposato e che stava a Gorizia».

Cicero: «Siamo usciti diverse volte insieme. Io ero comandante del plotone pionieri e quando si andava fuori si faceva addestramento; si parlava degli esplosivi, l’uso che se ne deve fare e per dimostrare la teoria si eseguivano dei brillamenti».

Valpreda: «Tenente, sono passati 18 anni, io ricordo che abbiamo fatto un pattugliamento e io stavo davanti alla pattuglia con la bussola. Non mi ricordo di aver fatto brillare qualcosa».

Cicero: « Non hai mai visto una saponetta di tritolo? Ricordati che sei venuto al poligono con me».

Valpreda: «Non è che sto mentendo; forse su all’armeria al secondo o terzo piano ho visto il tritolo. Ma non l’ho mai usato».

E i due restano sulle rispettive posizioni. L’ufficiale a dire che Valpreda ha frequentato i corsi e partecipato ad esperimenti pratici; il ballerino a ripetere di non aver mai usato tritolo. Anche gli altri due confronti si concludono con un nulla di fatto. Riguardano entrambi l’alibi del giorno dopo, vale a dire il 13 e 14 dicembre. Il primo è tra Valpreda e Armando Gaggegi, il quale esordisce dicendo di aver visto il ballerino la sera del 13 o del 14 seduto a un tavolino del bar-Jovinelli.

Valpreda ribatte sostenendo che l’episodio è avvenuto il 3 o 4 dicembre: dice che aveva alla sinistra un «travestito» e alla destra Angiolino Fascetti; aggiunge che il «travestito» faceva parte della compagnia di Gigi Rafles, che si era sciolta da pochi giorni, e che dopo avergli fatto vedere delle fotografie vestito da donna gli disse che sarebbe partito per Milano. Il ballerino conclude dicendo che forse quella stessa sera vide Gigi Rafles e Toni Ruth, altro personaggio del mondo dello spettacolo.

Gaggegi però conferma la sua dichiarazione. Ricorda che la compagnia di Rafles si è sciolta il 27 novembre e che lo stesso Rafles è subito ripartito per Genova.

Dice di non aver visto insieme a Valpreda il «travestito», bensì un altro giovane (che potrebbe benissimo essere Fascetti). C’è ancora un breve scambio di battute: Valpreda sostiene che Gaggegi si sbaglia in buona fede e che lo ha visto il 3 4 dicembre, l’altro si dice sicuro di averlo notato il 13-14. Il verbale si chiude con una affermazione del ballerino: «Non è vero, mi trovavo a Milano».

Anche l’ultimo confronto calca lo stesso cliché. Stavolta è Enrico Natali a dire di aver visto Valpreda sul marciapiede antistante l’Ambra Jovinelli, alle 23.15 circa del 13 o del 14. Il ballerino ancora una volta, dice che lo episodio e avvenuto alla fine di novembre o ai primi di dicembre e ricorda al Natali che lui stesso gli chiese il significato della «A» che portava al collo e, inoltre, se aveva partecipato allo sciopero della fame al Palazzo di Giustizia.

Natali ammette che l’episodio può essere avvenuto, e comunque per dare credito alla sua testimonianza tira in ballo la Ermanna River. Dice infatti che Valpreda è stato due volte allo Jovinelli per incontrare Ermanna, e nella seconda occasione si era rivolto alla cassieraa Letizia Bollanti per sapere l’ora dell’uscita: la cassiera però, visto che il Natali li guardava, fece allontanare Valpreda perché è vietato al personale parlare con estranei. Fu in questa occasione – dice sempre Natali – che parlai con Valpreda: me lo ricordo perchè dopo due giorni la River si ammalò. La risposta di Valpreda, comunque, non cambia: tutto è avvenuto alla fine di novembre o ai primi del mese successivo, 13 e 14 era a Milano.

Insomma da questi ultimi atti non viene fuori nulla che non fosse già ben noto. La grossa sorpresa è, come si vede, nel confronto tra Rolandi e il ballerino. Una nuova ombra che pesa sull’indagine: e non si possono non ricordare tutte quelle domande che abbiamo avanzato fin dai primi giorni e che continueremo a porre fino a quando non ci sarà una risposta. A che punto è l’inchiesta? quali sono le prove? chi sono i mandanti? chi era la spia della PS allo interno del «22 marzo»? perché la polizia non vuole che sia interrogata? gli elementi raccolti dal controspionaggio sono stati consegnati o no al magistrato? ci sono dei «motivi politici» che si frappongono al raggiungimento della verità?

1972 03 11 Umanità Nova – Rauti: uno degli anelli della catena di criminali

19 maggio 2015

1972 03 11 Umanità Nova – Rauti uno degli anelli della catena di criminali

 

Su ordine di cattura, firmato dal giudice istruttore di Treviso Giancarlo Stiz, lo stesso che conduce l’inchiesta sulla cellula terrorista veneta di Freda e Ventura, è stato arrestato a Roma Pino Rauti, redattore del quotidiano fascista Il Tempo, fondatore ed ex presidente di Ordine Nuovo, attualmente dirigente nazionale del MSI.

I reati contestati vanno dalla ricostituzione del disciolto partito fascista al tentativo di sovversione violenta dell’ordinamento dello Stato fino agli artt. 110-81 del codice penale per «aver fatto scoppiare, allo scopo di suscitare tumulti ed incutere pubblico timore, ordigni esplosivi». In sostanza a Rauti, dopo Freda e Ventura, si imputano gli attentati ai treni dell’8 agosto e del 25 aprile a Milano.

Per questi attentati erano stati incolpati gli anarchici (poi assolti) ed il 22 gennaio ’70, quando la montatura non era ancora crollata e quando era necessario costruirne una nuova sulle bombe del 12 dicembre, lo ufficio politico della questura milanese dichiarava che gli attentati sui treni, quelli del 25 aprile e del 12 dicembre facevano tutti parte di uno stesso disegno criminale.

Bene, avevano ragione. Oggi per quegli attentati sono stati incriminati dei fascisti, che si aspetta a fare altrettanto per quelli del 12 dicembre? Non mancano di sicuro indizi e indiziati nell’estrema destra come risulta dalle testimonianze di Ambrosini per finire ai ruoli giocati in quella tragica evenienza da squallidi individui del tipo di Cartocci, Schirinzi e Zanetov.

Ordine Nuovo, Avanguardia nazionale e Fronte nazionale non sono organizzazioni divise e senza alcun collegamento tra loro, come Rauti, Ventura e Borghese non sono protagonisti di episodi senza un comune filo conduttore: è il filo conduttore della provocazione, degli attentati, della strato già della tensione; è il filo conduttore che ci porta alla destra come mandante ed esecutrice degli attentati.

Dove era Almirante la sera del 10 dicembre 1969? E’ la seconda volta che glielo domandiamo, senza ricevere risposta. Noi pensiamo che stesse ad una riunione nella quale si decidevano cose molto importanti e vorremmo sentire dalla sua viva voce cosa faceva due giorni prima che a Roma e Milano scoppiassero le bombe che tanto ipocritamente egli avrebbe poi tentato di strumentalizzare. E non abbiamo nessun pelo sulla lingua nel ripetere che Almirante è tra i mandanti della strage; si vede che sentiva nostalgia dei vecchi tempi, quando poteva uccidere con il crisma della legalità in nome della repubblica sociale.

Ma saremmo degli sprovveduti o dei servi del sistema se ci limitassimo ad accusare i fascisti per questi crimini, scaricando ogni responsabilità su delle pedine neppure tanto importanti come Rauti e Delle Chiaie. Se i fascisti hanno messo le bombe, la polizia con l’assassino di Pinelli Calabresi, Allegra, Guida e tanti altri ha aiutato gli assassini e la magistratura con Vittorio Occorsio ed Ernesto Cudillo ha coscientemente nascosto le vere responsabilità e si è ostinata con «anglosassone ottusità» a tenere in galera delle persone che sapeva innocenti.

Tutti questi individui, poliziotti e magistrati, sono responsabili quanto chi quelle bombe le ha messe, anzi ancora di più in quanto nascondono dietro l’autorità e la presunta «imparzialità» della loro giustizia le loro responsabilità.

Non ci illudiamo: l’incriminazione di Rauti non è un passo verso la giustizia. ‘esponente fascista non è che uno degli anelli più bassi di quella catena che si chiama strage di Stato e che alla sua cima ha elementi che ci si guarderà bene dall’accusare perché troppo in alto. La ragion di Stato non lo consente.

1972 04 15 Umanità Nova – Roberto Mander dimesso dal riformatorio

18 maggio 2015

1972 04 15 Umanità Nova - Roberto Mander dimesso dal riformatorio

 

Con decreto del presidente del tribunale per i minorenni di Bologna nei confronti del compagno Roberto Mander, vittima come tutti gli altri della montatura poliziesca sulla strage di Milano, dal 16 maggio prossimo viene a cessare ogni misura di sicurezza detentiva. Egli tornerà così definitivamente alla famiglia, allo studio, al suo lavoro, ai compagni, al movimento anarchico di cui è militante.

E’ nota la balorda vicenda giudiziaria che ha portato questo giovanissimo compagno per due anni e mezzo da un carcere all’altro, dal San Michele a Regina Coeli, dal riformatorio di Forlì a quello di Bologna, senza riuscire a piegarlo ma rafforzando in lui le idee di libertà e di giustizia ed il proposito di lottare contro l’assurdo ed infame sistema asociale vigente.

Non è noto invece il testo del decreto con il quale ora il tribunale ha disposto la sua scarcerazione, consistente in 23 pagine dattiloscritte che vorremmo, se lo spazio ce lo consentisse, rendere pubbliche perché costituiscono un documento più unico che raro sugli errori ed orrori della «giustizia» di Stato, sulle lacune e sullo «schizofrenico divario» (sono parole testuali) tra gli «aurei principi» e le applicazioni delle leggi.

A proposito della situazione ambientale in cui il minorenne viene a trovarsi «per essere rieducato», nello stesso documento si legge «…che poi in pratica il ragazzo subisca il più avvilente impoverimento di se stesso, venendo a contatto con la malavita degli adulti o subendo un trattamento differenziato, o conoscendo la galera più squallida, più disumanizzante, più violenta, più alienante e più diseducativa, è questa una considerazione che deve come monito bene imprimersi nella coscienza.. ».

E sulla presunta (per legge) pericolosità di Mander (trattandosi di un anarchico …immaturo) nel documento, dopo aver rilevato che Mander ha sempre «mantenuto una ottima condotta, tanto da aver superato gli esami di maturità classica, essersi iscritto all’università e aver lavorato per una casa editrice», si sottolinea che questa presunta pericolosità «non sussiste perché ha dimostrato serietà e maturità nel comportamento e non sussiste perché il giovane, pur trovandosi in ambiente del tutto a lui estraneo, ha saputo egregiamente solidarizzare con spirito di umanità…e benché non abbia mai rinnegato la sua ideologia, ha avuto un contegno dignitoso…»

Nel riabbracciare il compagno dobbiamo ancora una volta accusare pubblicamente i magistrati Amati, Occorsio e Cudillo per aver sequestrato e trattenuto in carcere per anni tanti compagni innocenti. Dobbiamo invece rendere atto agli avvocati Nicola Lombardi, Mario Giulio Leone e Marcello Pedrazzoli per l’assistenza disinteressata e fraterna che hanno prodigato al compagno Roberto Mander.

1972 04 1 Umanità Nova – Contro una certa magistratura. di Roberto Mander

17 maggio 2015

1972 04 1 Umanità Nova - Contro una certa magistratura di Roberto Mander

 

Compagni dei gruppi anarchici bolognesi riuniti nella sede del Circolo «C. Cafiero» fanno proprie le seguenti dichiarazioni del compagno Roberto Mander:

Alla incriminazione del gruppo fascista di Rauti, Freda e Ventura per la criminale serie di attentati del 1969 culminata nella strage di Piazza Fontana, lo Stato ha risposto, approfittando dello assassinio di Feltrinelli e con una mastodontica montatura poliziesca per tentare nuovamente di mettere sotto accusa tutta la sinistra extra-parlamentare e togliere ogni spazio politico.

La monovra elettorale della D.C. è fin troppo evidente:

1) Dapprima, tramite Andreotti, ordina la sospensione del processo contro Gargamelli, Valpreda e Borghese. Lo Stato si rende conto che non c’è un tribunale in grado di contenere le accuse che gli imputati e la loro difesa muovono a ben individuati gruppi di potere come responsabili diretti per gli attentati del 12 dicembre del ’69 e, in periodo elettorale, tali provate accuse avrebbero dato fastidio a chi tanto parla di «ordine pubblico» e di dilagante criminalità.

2) Quando poi si rende conto che l’incriminazione dei fascisti, ad opera del giudice Stiz, per la strage di Milano è questione di giorni, provoca gli scontri di Milano prima, poi uccide (tramite chi?) Feltrinelli con tutta quella messa in scena che sappiamo, per rilanciare, così, la teoria tanto cara a Saragat e a certa stampa sedicente libera sugli opposti estremismi.

Dopo ventotto mesi la verità sulla strage di Milano comincia ad essere riconosciuta ufficialmente, ma dobbiamo lo stesso fare attenzione a come il potere tenterà di rigirare questi dati obiettivamente certi. Fino ad oggi Freda, Rauti e Ventura sono indicati come gli ideatori, organizzatori e finanziatori per le bombe del 12 dicembre ’69: mancano ancora i nomi degli esecutori materiali che pure già da tempo sono stati identificati dalla Controinformazione. Esiste anche il pericolo che la Magistratura milanese insista con la formula degli opposti estremismi ed indichi come esecutori degli attentati i compagni Gargamelli, Valpreda e Borghese abbracciando così la tesi di Cudillo e del P.M. Occorsio (che pure definì, a termine di un breve interrogatorio, Ventura come «un galantuomo calunniato»).

Oggi, come due anni fa, affermiamo che la violenza delle bombe e degli attentati è soltanto fascista ed è propria di un sistema che si regge sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Denunciamo alla opinione pubblica l’operato dei magistrati Amati, Cudillo e Occorsio che accusiamo di aver sequestrato e trattenuto in carcere, per mesi, oltre il sottoscritto, i compagni Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli, Valpreda, Borghese, Bagnoli e Gargamelli perché è stato tramite loro che le indagini ufficiali hanno seguito una sola pista, già precostituita, contro gli anarchici innocenti; e di concorso in strage per avere con il loro operato assicurato l’immunità a ben note figure dell’estrema destra.

1972 03 25 Umanità Nova – Scoperte altre prove contro i fascisti ma Occorsio difende l’assurda istruttoria

13 maggio 2015

1072 03 25 Umanità Nova - Scoperte altre prove contro i fascisti ma Occorsio difende l'assurda istruttoria

 

Nel momento in cui, con l’assassinio di Feltrinelli, coloro che da anni accarezzavano il sogno di poterlo incastrare al loro posto come ideatore, mandante e finanziatore di tutte le azioni dinamitarde effettuate dal 1969 ad oggi (e costoro – non ci stancheremo di ripeterlo – sono agli ordini delle centrali eversive internazionali KYP e CIA che hanno in Italia migliaia di agenti specializzati), la controinformazione trovava altre prove per inchiodare i fascisti come esecutori della strage di Stato.

Questa volta si tratta addirittura di colui che, nel momento di assoluto e grave silenzio che seguì l’esplosione di piazza Fontana fu visto da un industriale bergamasco e dalla sua moglie fuggire dalla banca della Agricoltura e sfrecciar via dalla piazza a bordo di una veloce «Giulietta» rossa. L’uomo della «Giulietta» rossa è da identificarsi nel fascista N.C., la cui presenza sul luogo della strage è certa e potrà essere confermata da diversi testimoni, oltre il succitato industriale e sua moglie. Di questo N.C. esistono vistose tracce negli atti dell’inchiesta sulla strage.

Precisi riferimenti sui suoi andirivieni tra le varie città italiane in concomitanza con gli attentati e sui suoi collegamenti con ben noti fascisti, sono stati ovviamente, pubblicati su «La Strage di Stato». Ma Occorsio e Cudillo, nella loro mastodontica e defatigante inchiesta, sorvolano elegantemente tutte le tracce del genere (anche se a tutti era chiaro fin da allora che ognuna di esse avrebbe potuto condurre ad una delle tante «cellule nere» che operavano agli ordini della centrale terroristica) per correre dietro alle amene ed idiote chiacchiere del poliziotto provocatore Salvatore Ippolito.

Quanto diciamo sull’uomo della «Giulietta» rossa è stato pubblicamente rivelato sabato scorso a Milano nel corso di una assemblea popolare svoltasi nella facoltà di Scienze ed ha destato enorme impressione. Ma la stampa, completamente frastornata dagli ultimi sconvolgenti avvenimenti culminati con lo assassinio di Feltrinelli, ha relegato la notizia in poche righe. Eppure si tratta di una delle tante «bombe» che erano destinate ad esplodere clamorosamente, giorno dopo giorno, nel corso del processo per la strage ed a far crollare l’equivoco castello dell’accusa. Se la difesa non avesse avuto armi sufficienti per ridicolizzare e stritolare l’istruttoria, il processo contro gli anarchici si sarebbe svolto da tempo e si sarebbe risolto con la condanna degli imputati innocenti. Nessuno ha smentito la notizia delle vergognose ed inammissibili pressioni di Andreotti sul procuratore De Andreis perché il processo venisse sospeso, notizia divulgata ben tre giorni prima della incredibile sentenza del tribunale presieduto da Falco con la quale, pur riconoscendo l’illegittimità della decisione di Occorsio e Cudillo di avocare a se stessi l’istruttoria strappandola al giudice di Milano, si è ritenuto di non poter sconfessare apertamente tutto il loro operato dichiarando nulla, come sarebbe stato logico e giusto, la sentenza istruttoria scaturita dall’inchiesta a senso unico condotta da due giudici «incompetenti».

Se gli strafalcioni, i cavilli procedurali ed i conflitti di competenza hanno caratterizzato il lunghissimo ed interminabile iter di questa sporca vicenda, a tal punto ingrovigliata che è lecito ogni dubbio sulla possibilità che il sistema riesca in qualche modo a risolverla, non poteva mancare, così come non è mancato per il caso Pinelli, un risvolto giudiziario che portasse in altra sede il dibattito sull’istruttoria

Nel caso Pinelli l’opportunità di mettere le mani nello scandalo fu imprudentemente offerta da quel Calabresi ormai a tutti noto con l’appellativo di assassinio. Calabresi denunciò Baldelli e Lotta Continua ed il processo si è rivelato un boomerang contro di lui ed i suoi accoliti.

Ora è la volta dell’istruttoria sulla strage ed è proprio uno dei suoi artefici, il giudice Occorsio, che, non riuscendo più a rimanere insensibile di fronte al dilagare delle accuse, con una denuncia a Camilla Cederna porta in tribunale un dibattito che, se non sarà «strozzato» da limiti ed opposizioni curialesche, potrà aprire grosse brecce e far saltare tutta la montatura dell’accusa a Valpreda e compagni.

Occorsio annunciando la sua decisione di denunciare la Cederna e L’Espresso ha ammesso che dovranno sedere sul banco degli imputati per aver rispettivamente scritto e pubblicato le stesse valutazioni sul suo operato che in precedenza erano state chiaramente ed energicamente espresse in tribunale dagli avvocati della difesa, ai quali aveva dovuto consentire, senza poter reagire, di dire tutto quello che dissero in virtù di un loro diritto sancito da un certo articolo del codice. Interessante, edificante, democratico!

Quando in aula Occorsio annunciò che avrebbe denunciato Valpreda perché lo aveva offeso rivolgendogli con linguaggio popolare giudizi simili a quelli espressi dagli avvocati, dicemmo che in questi casi la «giustizia» è una questione di «casta». Ora Occorsio, con questa brillante iniziativa ci spiega che è una questione di «ruolo», per cui esiste nel codice…fascista un preciso articolo di legge che discrimina i cittadini in barba all’assurda costituzione che sancisce la loro uguaglianza di fronte alla legge.

Ma che cosa ha scritto la Cederna per riuscire a scuotere il placido dott. Occorsio e strappargli una denuncia? Leggiamolo: «La accusa è stata messa con le spalle al muro, come schiacciata da 26 mesi di illegittimità, macchinazioni, falsificazioni, convinzioni ostinatamente preconcette, e lo accusatore, cioè il secondo grande personaggio del dramma, non ha saputo rispondere». Tutto qui, certo meno di quanto è stato detto contro l’operato dei giudici romani da ogni giornale non fascista. Dobbiamo quindi pensare che l’iniziativa di Occorsio si inquadri, forse involontariamente ma con sospetta puntualità e precisione, nella manovra che, con l’assassinio di Feltrinelli e con le continue e pressanti minacce al giudice Stiz, tendente ad accantonare e cancellare tutte le prove che inchiodano i fascisti e la CIA agli attentati ed alla strage per riaccreditare la balorda e insostenibile tesi di Valpreda pazzo dinamitardo?

Si, possiamo pensarlo ed abbiamo il dovere di dirlo; da una strage di Stato c’è da aspettarsi di tutto, c’è persino da supporre, con la convinzione che i fatti confermeranno ancora una volta le nostre previsioni, che Feltrinelli non sarà l’ultima vittima di questa tragica catena di delitti.

 

1972 03 11 Umanità Nova – Lo Stato tenta di sottrarsi alla condanna per la strage. di Il comitato politico giuridico di difesa

13 maggio 2015

1972 03 11 Umanità Nova - Lo stato tenta di sottrarsi alla condanna per la strage

 

Ma il disegno di affossare il processo in una serie interminabile di cavilli procedurali e burocratici non deve passare, una massiccia reazione popolare deve imporre che il processo sia messo subito a ruolo a Milano, come è possibilissimo, al più tardi entro un mese, comunque prima della truffa elettorale. A tal fine tutti gli avvocati della difesa dovranno al più presto far pervenire alla corte d’assise di Milano dichiarazione di rinuncia dei termini a difesa.

Su questo obiettivo i compagni avvocati e gli anarchici ritengono di avere il diritto di impegnare tutta la sinistra e soprattutto tutta la sinistra extraparlamentare.

Bisognerà sollevare un’ondata di indignazione popolare che costringa le autorità a cessare ogni azione di temporeggiamento e di ostruzionismo; nessuno deve essere disposto a tollerare, oltre il tempo strettamente necessario, ulteriori rinvii del processo che ha visto e vedrà le istituzioni dello Stato inchiodate sul banco degli accusati.

La mobilitazione di tutti i compagni troncherà qualsiasi manovra da qualsiasi parte provenga.

Esattamente un’ora dopo la scandalosa ordinanza della corte, gli avvocati della difesa hanno tenuto una affollatissima conferenza-stampa nel corso della quale è stata denunciata energicamente la manovra messa in atto dalle autorità.

Per assoluta mancanza di tempo – dovendo mandare subito il pezzo in tipografia – rimandiamo ogni altra nostra considerazione sul vergognoso episodio di oggi e riportiamo qui di seguito alcuni brani significativi della conferenza-stampa, seguiti da un comunicato stampa, diramato sabato 4 corr. dal «Comitato di lotta sulla strage di Stato» – non pervenutoci prima per un disguido, ma che tutta la stampa ha volutamente ignorato.

Ecco in sintesi quello che hanno detto gli avvocati:

«Abbiamo denunciato la falsità, le lacune dell’istruttoria e le complicità istituzionali che gravano pesantemente su di essa. Il processo è letteralmente scoppiato nelle mani della corte.

«Quello che è stato fatto dalla difesa andava fatto e tutti noi ne usciamo con rigorosa dignità. Altrettanto non può affermare l’accusa. Noi diciamo che la corte non ha ben giudicato. Ripetiamo quello che abbiamo detto: non c’è giudice che possa giudicare in questo processo, che possa trattare questa materia così sporca.

«La corte ha gettato a mare l’operato di Occorsio e Cudillo e con una decisione criticabilissima ha tentato di salvare dal totale discredito le istituzioni. L’innocenza di Valpreda è ormai acquisita e nell’ambito del tribunale e nell’ambito di una vastissima opinione pubblica. La corte, non convalidando l’istruttoria, si è messa sullo stesso livello di Occorsio e Cudillo.

«Noi ci rendiamo conto di avere di fronte un’impresa di estrema difficoltà perché dobbiamo sciogliere nodi politici di estrema gravità. Nei prossimi giorni affronteremo con la massima energia questi nodi. Già da domani verrà messa in giro da fogli fascisti, legati alla manovra reazionaria, la capziosa pretesa che Milano non potrà essere la sede del processo.

«La verità è che il processo non lo si vuol fare, soprattutto in questo momento alla vigilia delle elezioni, perché si vuole ad ogni costo evitare lo smascheramento delle connivenze e delle complicità con gli assassini al livello delle strutture dello Stato.

«Dobbiamo essere vigili e smuovere l’opinione pubblica perché il processo si faccia e si faccia subito.

«Oggi è evidente per tutti la macchinazione, oggi abbiamo assistito alla manovra di un giudice che, pur dichiarandosi incompetente a giudicare, mantiene in carcere degli innocenti per non assumere la responsabilità di riconoscere la verità, di rigettare un’istruttoria sfacciatamente falsa e sporca.

«Noi domani presenteremo una precisa istanza a tutte le competenti autorità giudiziarie per denunciare la manovra e chiedere energicamente che il processo sia messo subito a ruolo a Milano.

«Intanto saranno affrettati i preparativi del processo popolare e la innocenza di Valpreda e compagni risulterà dallo sfacelo della inchiesta, le responsabilità dello Stato verranno tutte alla luce, la condanna popolare bollerà per sempre le istituzioni liberticide, la causa della emancipazione sociale, della rivoluzione, farà un enorme passo avanti».

Ed ecco il testo del clamoroso comunicato-stampa:

Nel tardo pomeriggio di venerdì 3 marzo, l’on. Giulio Andreotti, si è incontrato con l’amico e compaesano dott. Augusto De Andreis, Procuratore Capo della Repubblica di Roma. Argomento di discussione: l’immediata sospensione del processo Valpreda e l’invio degli atti istruttori al Tribunale di Milano.

Falco, in definitiva, dovrebbe decretare l’incompetenza territoriale della Corte d’Assise di Roma, ma contemporaneamente respingere l’istanza di nullità istruttoria avanzata dagli avvocati della sinistra rivoluzionaria. Il processo verrebbe quindi rinviato «sine die» e i compagni anarchici continuerebbero a restare in galera.

Il «Comitato Nazionale di lotta sulla Strage di Stato» si riserva di trarre tutte le conseguenze politiche del caso, qualora questioni di «opportunità elettorale» avessero il sopravvento sulle esigenze di verità e di giustizia del proletariato e delle sue avanguardie.

Roma, lì 4 marzo 1972

Il comitato politico giuridico di difesa

1972 03 4 Umanità Nova – La reazione dell’uomo alle prevaricazioni legalitarie

12 maggio 2015

1972 03 4 Umanità Nova – La reazione dell’uomo alle prevaricazioni legalitarie

 

Udienza burrascosa e drammatica. Al centro della bufera il giudice, protervo, alto nel suo scanno, difeso da una selva di norme giuridiche, protetto da schiere di tutori armati, dal prestigio di una investitura autoritaria, intoccabile. Al centro del dramma un uomo, solo, braccato, scrutato giorno e notte da oltre due anni da una turba di guardiani malpagati ma ben prevenuti contro «la belva», vessato, angariato, vilipeso, frugato, inquisito in ogni intimità, in ogni pensiero, in nome della legge, con il pretesto di una «giustizia» assurda, incomprensibile, macchinosa, lenta.

Per il giudice la legge è la sua spada, la «giustizia la sua religione. Per l’uomo la legge è l’arma della casta che lo perseguita, la «giustizia» è il tranello in cui lo si vuol far inciampare, il baratro in cui lo si vuole eliminare.

Il giudice non corre alcun rischio, non risponde dei propri errori e, del resto, nessuno – neanche lui che non è, non deve essere umile – può rimproverargliene.

Tutti i rischi sono addossati all’uomo. A lui è richiesto di sopportare in silenzio ogni prevaricazione, ogni violenza, ogni imposizione. Con umiltà. Solo altri investiti, per diritto di casta di pari diritti, possono dire impunemente al giudice con linguaggio «tecnico», con tono professionale, con atteggiamento di «classe»: «tu hai rubato questo processo», «tu hai usurpato», «tu hai prevaricato», «tu hai falsato», «tu hai forzato la legge».

L’uomo queste cose le sente, le soffre da anni, è quel furto, quella usurpazione, quella prevaricazione che hanno fatto di lui un «mostro», un rottame, il nemico della umanità da linciare, stritolare giorno per giorno, lentamente, sadicamente, tra quattro stretti muri o in un letto di contenzione.

Finche un giorno l’uomo è tirato fuori dalla buia e afona tana, dalla cella. E’ portato tra la gente, vicino alla madre, alla zia, agli amici, ai compagni. E risente rumori dimenticati, suoni a lui un tempo cari e le voci. Tante voci che parlano, di lui, anche di lui, del suo dramma. Voci di gente del suo rango, della sua povera casta, del suo mondo di sfruttati che gridano il suo nome, affermano forte di credere nella sua innocenza.

Egli scruta i volti, ascolta, beve avido quel fiume di parole, ritrova il sorriso di un tempo, sente crescere la speranza. Sente ed assimila e rielabora nel suo modo di sentire e di esprimersi, le parole ed i concetti degli avvocati che gli sono amici e compagni, per cui chi usurpa è un «boia», chi prevarica «fa schifo», chi forza la legge e ne modifica il, corso è un «falsario».

Davanti a lui è il giudice, colui che è investito dalla legge del diritto di accusarlo e ha sentito che quel giudice è stato a sua volta giudicato, messo sotto accusa, affrontato e travolto da un fiume di parole roventi che egli ha tradotto nel suo linguaggio schietto, duro, proletario. E nel momento in cui il giudice osa pretendere dal suo uditorio un atteggiamento di «stile anglosassone», quelle parole urgono, esplodono spontanee dalle sue labbra e urla, deve urlare, lui non può parlare da un alto scanno in un microfono, urla: «Stile anglosassone?! Negli interrogatori dell’istruttoria non lo avete usato! Boia! Fate schifo! Avete falsato tutto… ».

Il pubblico, amici, compagni, applaudono. Proprio come hanno applaudito gli avvocati della difesa che avevano detto le stesse cose. Soltanto che per Pietro l’applauso è partito subito, quasi contemporaneamente alle sue parole, perchè tutti ne hanno afferrato immediatamente il significato. Per le parole degli avvocati non era la stessa cosa, bisognava riflettere, almeno un attimo per afferrarne in pieno il significato, per legarlo ai concetti semplici ma efficaci del mondo di chi lavora.

Ora l’uomo è finalmente sereno, disteso. Sorride felice, saluta. Anche lui si è sfogato, proprio come gli avvocati. Ne aveva, dopo oltre due anni, proprio bisogno. Anche lui ha detto al giudice quello che pensava del suo «fair play» ripetendogli, come ha potuto, le stesse parole, gli stessi argomenti, gli stessi giudizi che gli avevano espresso tanti avvocati.

Ma Pietro non sapeva che Occorsio, il giudice, certe cose può e qualche volta deve sentirsele dire da altri del suo rango sociale o che per lo meno ufficialmente appartengono al suo rango sociale, alla sua casta, alla sua classe. Ma non può, non deve tollerarle, senza sentirsi e dichiararsi oltraggiato, da chi, per una precisa scelta di classe, è tenuto ad essere sfruttato, è destinato ad essere imputato ed imputato in una ben determinata maniera: detenuto in una fetida cella e non in una splendida «Villa di Santa Susanna» (clinica per detenuti d’alto bordo).

Ora Pietro, dopo essere stato colpito dalla giustizia di classe, verrà colpito anche dalla cultura di classe. Da due a quattro anni per aver pronunciato parole oltraggiose verso un magistrato in udienza.

Questa è la giustizia. Sempre uguale per tutti gli uguali.