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1971 04 21 Unità – Anarchici: accusato di falso il verbale della questura. di Pierlulgi Gandini

7 giugno 2015

1971 04 21 Unità anarchici accusato di falso il verbale della questura

E’ ripreso il processo dinanzi al tribunale di Milano

Anarchici: accusato di falso il vcrbale della questura

L’istanza è stata presentata ai giudici dall’imputato Paolo Faccioli – La deposizione dei poliziotti – La misteriosa vicenda di un foglietto «dinamitardo» – Il maresciallo Panessa fa il duro

 

 

Milano,20 – Il processo contro gli anarchici accusati degli attentati del 68 e del 69, è ripreso stamane e la corte ha affrontato uno dei tanti misteri della vicenda. Esiste agli atti un verbale di perquisizione dal quale risulta che nel domicilio pisano dell’imputato Paolo Faccioli, venne sequestrato dalla polizia un foglietto recante lo schema e le istruzioni relativi per ordigni esplosivi.

Il Faccioli, nell’interrogatorio reso all’inizio del processo, aveva sostenuto invece che tale foglietto gli era stato trovato in tasca all’ufficio politico della questura di Milano, senza che lui riuscisse a spiegarsene la provenienza.

Così sull’episodio si ascoltano il brigadiere Erminio Angeletti e il maresciallo Salvatore Fillinceri, della questura livornese, che effettuarono la perquisizione nelle abitazioni del Faccioli a Pisa e dell’altro imputato Paolo Braschi a Livorno, e che infine accompagnarono entrambi a Milano.

Altro teste in proposito il maresciallo Vito Panessa dell’ufficio politico milanese, gia noto per essere stato uno di coloro che interrogavano Pinelli.

I poliziotti i negano di aver trovato il foglietto a Pisa e sostengono che questo fu rinvenuto a Milano appunto nella tasca del Faccioli. Il Panessa da parte sua conferma. Ad un certo momento durante gli interrogatori a Milano, il Faccioli chiese di andare al gabinetto. Prima di acconsentire alla richiesta, i poliziotti ambrosiani chiesero al colleghi livornesi se avessero già perquisito il giovane; la risposta fu che ci si era limitati ad un controllo sommario per vedere se il fermato portasse armi. Il Faccioli fu perciò nuovamente perquisito e saltò fuori il famoso foglietto.

I difensori contestano: «E allora come mai esso figura nel verbale di perquisizione e sequestro a Pisa?».

E Panessa: «Dev’essere stato uno sbaglio. Sa, nell’amore per il lavoro!».

Per completare il pasticcio, l’originale rimase a Milano e una fotocopia fu inviata a Livorno. Disguido o qualcosa di peggio. Comunque, al cancelliere viene consegnata una dichiarazione dal Faccioli, il quale impugna per falsità il verbale di perquisizione e di sequestro, perchè il foglietto, come abbiamo visto, non fu rinvenuto a Pisa ma a Milano, non nell’abitazione ma nella tasca dello stesso Faccioli, non il 28 aprile 1969 ma il giorno successivo. La corte si riserva.

Al Panessa poi si chiedono particolari sugli interrogatori milanesi del Braschi e del Faccioli. E l’impeccabile poliziotto: «Furono trattati secondo la coscienza e la legge». Il Braschi dalla gabbia: «Si, a furia di botte».

E il Panessa, duro: «La verità è che, dopo qualche reticenza, il Braschi si mostrò molto loquace, soprattutto per quanto riguardava il Faccioli. Adesso, è inutile che tenti di rifarsi una verginità politica!».

I difensori incalzano: «E’ vero che gli fu spaccato un labbro? Comunque è vero che fu visitato da sua madre?»

Panessa: «Si, la madre venne ma, vedendo che dormiva sotto una coperta, non volle svegliarlo».

Questa volta è il Faccioli ad esplodere: «Digli un po’ perché ero sotto la coperta e com’era la mia faccia?».

E’ la volta del dirigente dell’ufficio politico di Livorno dott. Enrico Benevento. «Io non mi trovavo in quella città all’epoca in cui fu commesso l’attentato contro il palazzo di giustizia. Mi avvertirono che si sospettava del Braschi, il quale faceva parte della gioventù libertaria, estrema sinistra degli anarchici. Rompendo gli indugi, effettuammo una perquisizione in casa del giovane e trovammo un percussore a molla, dello stesso tipo di quelli usati dai terroristi alto-atesini. Certo, lui disse che probabilmente apparteneva al Faccioli».

Il Braschi scatta: «Non è vero io in un primo verbale negai tutto. E il secondo, dove si dice che accusai il Faccioli, non reca neppure la mia firma».

L’udienza si conclude con una nuova grana. La consulente della difesa Faccioli incaricata di partecipare alla nuova perizia grafica ordinata dalla corte sui volantini attribuiti all’imputato, afferma di essere stata esclusa dall’accertamento dagli stessi periti. Così domani si sentiranno questi ultimi.

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1971 04 29 Unità – La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito. di Pierluigi Gandini

7 giugno 2015

1971 04 29 Unità La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

Continua la deposizione della teste contestata al processo degli anarchici

La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

La lettera accusatoria della donna – In difficoltà gli stessi magistrati che sinora non hanno sollevato dubbi sulla teste – In contraddizione anche il vice dirigente dell’ufficio politico della questura

 

Dalla nostra redazione. 28.

Al processo degli anarchici, la accusa sta subendo una debacle che investe anche quei magistrati che hanno accettato e avallato il delirio persecutorio di un personaggio come Rosemma Zublena. Proprio quei magistrati infatti vennero definiti dalla supertestimone «i peggiori di Milano, fascisti, responsabili di abusi per cui occorreva deferirli al consiglio superiore della magistratura!».

Gia l’inizio dell’udienza è significativo. La Zublena si è appena seduta di fronte alla corte che l’avv. Piscopo si alza: «Al fine di valutare l’attendilità della teste, chiedo che vengano citati don Guido Stucchi e il prof. Giuseppe Chillemi; il primo perchè riferisca come la Zublena, quand’era insegnante alla scuola di Cavenago, avesse accusato i suoi alunni di compiere atti immorali fra di loro: il secondo perchè dica se è vero che, avendo respinto le profferte della testimone, fu dalla stessa denunciato, con una lettera anonima al preside, come corruttore di alcuni allievi…».

La corte si riserva. Ma Piscopo insiste: «La testimone dichiarò alla polizia che probabilmente il Della Savia e il Braschi avevano rapporti omosessuali? Quali elementi aveva per lanciare tale accusa?».

ZUBLENA – Avevo notato fra i due una grande amicizia e così pensavo che ci fosse della simpatia… Fu solo un giudizio…

PISCOPO – Prego signor presidente di leggere il verbale reso dalla teste a Calabresi…

Il presidente inizia la lettura: «Il Della Savia preferiva i maschi e aveva soggiogato il Braschi a tal punto da renderlo totalmente succubo…».

A questo punto il magistrato si interrompe: «Avvocato. ritiene indispensabile leggere anche il seguito? Va bene, allora continui lei…».

E Piscopo salvando il pudore del presidente, conduce a termine la lettura: da un semplice disturbo del Braschi, la Zublena trasse deduzioni talmente oscene da non poter essere qui ripetute.

L’avvocato prosegue: «In una lettera al giudice Amati, lei accusò l’imputato Norscia di essere un confidente della polizia ed altri cinque anarchici di aver “cantato”?».

ZUBLENA – Fu il Pinelli a dirmi che i ragazzi erano in galera perché qualcuno aveva «cantato»; mi fece i nomi di due di Roma e di un certo Moi, che perciò erano stati rilasciati. Scandalizzata, riferii la cosa al commissario Allegra che si mostro molto sorpreso…

Si leva l’avv. Spazzali, agitando una lettera: «Vuol spiegarci il significato di questa cordiale missiva da lei inviata al dottor Calabresi?».

E la Zublena. più che mai sicura nel suo delirio: «Avevo chiesto al commissario Allegra di recarmi ad Amsterdam per cercare la copia del volantino che l’imputato Norscia aveva inviato appunto ad una società olandese ed all’editore Feltrinelli. Allegra non volle. Chissà. forse avrei scoperto qualcosa sull’organizzazione terroristica…».

Dal che è lecito dedurre che i poliziotti si erano resi perfettamente conto delle condizioni mentali della teste.

E’ la volta dell’avv. Di Giovanni: «Mi domando come il giudice Amati abbia rinviato a giudizio il Faccioli solo per aver scritto dei volantini da lasciare sui luoghi degli attentati. e non abbia invece incriminato la teste che pure, per sua stessa ammissione. ricopiò un manifestino pure destinato a “firmare” l’attentato alla casa discografica RCA… ».

La risposta della Zublena e impagabile: «Io non ero una anarchica!».

Intervienee l’avv.Dinelli : «E’ sua questa lettera, in cui afferma che, essendo il processo politico, gli ordini arrivavano da Roma e i magistrati incaricati (e cioè il procuratore capo della repubblica, De Peppo, il sostituto Petrosino, il giudice Amati e il presidente di questa corte) erano i peggiori di Milano, dei fascisti; che inoltre per porre termine agli abusi e alle irregolarità dell’istruttoria e strapparla dalle mani del dottor Amati, occorreva fare un esposto al consiglio superiore della magistratura? ».

E la Zublena imperterrita: «Certo, queste cose me le aveva dette il Pinelli e io le ripetei al dottor Amati »

Torna alla carica l’avv. Piscopo: «E’ vero che lei invitò il Braschi a licenziare il suo patrono perche di sinistra e ad assumere l’avv. Ungaro di Roma (attuale difensore del Valerio Borghese – N.d.R. ) e ciò per consiglio di un “volpone” della magistratura? Disse anche al Braschi che qualcuno di molto vicino a Saragat le aveva assicurato la scarcerazione?

ZUBLENA – Non posso dire chi fosse il «volpone» perchè occupa una carica nella magistratura. Quanto a Saragat. me l’ero inventato per invogliare il Braschi a dire la verità…

Il compagno Alessandro Curzi, allora direttore responsabile dell’«Unità», conferma poi che il nostro giornale ricevette il rapporto segreto dei colonnelli greci sugli attentati del 25 aprile, da fonti molto attendibili.

Ed ecco sulla pedana il vice-dirigente dell’ufficio politico, dottor Beniamino Zagari, che fa una magra figura. Infatti, dopo aver descritto l’ufficio politico come un padiglione di delizie, dove di percosse nemmeno si parla, e aver negato l’esistenza di uno schedario «politico» non riesce a spiegare come mai i suoi subordinati mostrassero foto degli imputati alla Zublena e ad altri testimoni.

1971 04 28 Unità – Senza un perché le accuse agli anarchici. Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

7 giugno 2015

1971 04 28 Unità Senza un perché le accuse agli anarchici

Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

Senza un perché le accuse agli anarchici

Le indagini presero subito un preciso orientamento ma senza nessuna prova – Il riconoscimento di una guardia notturna che vide e non vide – Confronto in aula – Fuoco di fila di domande

 

Milano. 27 -Dopo le clamorose rivelazioni che ieri hanno ridotto a mal partito la supertestimone Rosemma Zublena e con lei l’intera accusa, l’udienza di oggi al processo degli anarchici è stata praticamente interlocutoria. Eppure il testimone di turno, commissario Luigi Calabresi, era di primo piano, e le spiegazioni a lui richieste, di grande importanza. Si trattava infatti di sapere come e perchè l’ufficio politico della questura, all’indomani degli attentati del 25 aprile 1969 a Milano, partì in quarta contro gli anarchici.

Purtroppo, la tattica di uno dei patroni del Della Savia, avvocato Giuseppe Dominuco, di porre una serie di domande tanto generiche e confuse da non poter neppure essere verbalizzate dal cancelliere Papa, ha impedito l’interrogatorio di recare tutti i suoi frutti.

Primo testimone sul pretorio, la guardia notturna Adriano Fasano.

Ed ecco nuovamente sulla pedana il commissario Calabresi in un distintissimo soprabito blu. L’avvocato Dominuco interroga: «Lei svolse indagini sui precedenti della Zublena?».

CALABRESI – No. (Eppure, a prescindere anche dalla personalità isterica della donna, si tratta pur sempre di una amante piantata e quindi di una teste da prendersi con le molle).

DOMINUCO – Quando sentì la Zublena, era già a conoscenza dei fatti su cui la interrogava?

CALABRESI – Alcuni fatti sì, altri no…ad esempio non sapevamo dei rapporti tra la donna e il Braschi…

DOMINUCO – In base a quali precisi elementi, la polizia decise di perquisire il domicilio dei coniugi Corradini e di fermare il Della Savia, il Braschi e il Faccioli?

CALABRESI – Quando io tornai da fuori Milano, le indagini erano già avviate in un certo senso…non sapevo che i giovani erano già sospettati prima…

Interviene lo avvocato Di Giovanni: «Ma il suo diretto superiore, commissario Allegra, ci ha detto che i fermi degli imputati, all’indomani del 25 aprile, furono la conclusione di una indagine già avviata sulla base di manifestini “anarchici” rinvenuti sui luoghi degli attentati… ora sui luoghi degli attentati del 25 aprile, furono ritrovati manifestini “anarchici”?».

CALABRESI – No..

DI GIOVANNI – E a quali altri elementi avevate contro gli imputati?

CALABRESI – Chiedetelo al dottor Allegra…

DI GIOVANNI – Ma lei personalmente non indagò su un certo Aniello D’Errico?

CALABRESI – Sì. Il D’Errico si riconobbe autore, insieme con tale Klaps e col Valpreda di una pubblicazione «Terra e Libertà» in cui alcuni attentati venivano attribuiti agli anarchici… Il D’Errico ci rivelò anche nomi, fatti e confidenze ricevute a Brera…

DI GIOVANNI – Dunque lei sapeva che le indagini erano indirizzate verso gli anarchici! Lei stesso lo ha riconosciuto in altra sede!

CALABRESI – Non ricordo …Si senta il dottor Allegra…

DI GIOVANNI – In quella occasione fu fermato anche il Valpreda?

CALABRESI – No, fu solo accompagnato in questura ed interrogato…

DI GIOVANNI – Nel corso del processo da lei intentato al giornale «Lotta Continua» e tuttora in corso, il dottor Allegra disse di aver ricevuto una confidenza che indicava come responsabile dell’attentato alla stazione centrale milanese del 25 aprile, l’anarchico Pinelli, al quale infatti lo stesso dottor Allegra aveva contestato la circostanza poco prima del noto volo dalla finestra. Può dirci chi era lo informatore?

CALABRESI – No, a una persona conosciuta soltanto dal dottor Allegra…

1971 04 30 Unità – Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

7 giugno 2015

1971 04 30 Unità Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

 

Movimentata seduta a Milano

Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

Ha deposto il vice dirigente dell’ufficio politico – Verbale addomesticato

 

 

Dalla nostra redazione . 29

Il primo testimone di oggi al processo degli anarchici è il vice-dirigente dell’ufficio politico milanese, dottor Beniamino Zagari. già sentito ieri. L’avv. Dinelli gli contesta la notizia apparsa su un quotidiano milanese all’indomani dell’attentato al deposito della casa discografica RCA. Nell’articolo, si afferma che l’esplosione fu provocata da un «cartoccio contenente dinamite e legato con un filo di ferro»; e che sul luogo vennero rinvenuti un foglietto e la copia fotostatica di una dispensa per studenti di chimica, riguardante materie esplosive. A seguito di ciò, la polizia fermò un giovane, vedi caso, della «Giovane Italia», che fu poi rilasciato. Ora la supertestimone Zublena, accusando gli imputati Norscia e Mazzanti dell’attentato, sostiene che l’ordigno era confezionato con un tubo metallico.

Lo Zagari se la cava dicendo che alle indagini parteciparono anche i carabinieri; per cui si decide di sentire questi ultimi.

Si alza l’avv. Piscopo: «In casa del Braschi. furono sequestrati dei vetrini per lampade?».

Zagari: «Non ricordo…».

In realtà, esiste un verbale di sequestro dei vetrini, firmato proprio dal testimone, ora com’è noto, nell’istruttoria sulla strage di Piazza Fontana, ad un certo momento, saltò fuori un vetrino, che avrebbe dovuto essere «la prova principe» (cosi venne definito) contro Valpreda.

Zagari se ne va e gli succedono i brigadieri Carlo Mainardi e Pietro Mucilli, entrambi inquisitori di Pinelli. Inutile dire che respingono ogni accusa di percosse agli imputati Braschi e Faccioli.

L’avv. Dinelli interroga il Mucilli sugli imputati Norscia e Mazzanti. Risulta così che i due vennero denunciati il 9 maggio 1969. dal commissario Allegra, furono arrestati il 19 novembre successivo e solo a San Vittore appresero di essere accusati dell’attentato alla RCA!

Interviene l’avv. Barchi: «L’imputato Faccioli si addossò anche degli attentati che non figurano nei verbali?».

Mucilli: «No signore».

Barchi: «Ma il commissario Calabresi ha sostenuto qui che il Faccioli si autoaccusò anche di attentati che non poteva aver commesso, e che quindi le dichiarazioni relative non vennero scritte a verbale…».

Mucilli: «Non so, io facevo il dattilografo e non pensavo a quel che scrivevo…».

Barchi: «Notò qualcosa sul viso del Faccioli?».

Mucilli: «Non ricordo…».

Barchi: «Strano, perché Faccioli afferma che gli avevano spaccato il labbro a pugni, mentre il commissario Calabresi sostiene che l’imputato aveva una pustola e continuava a grattarsela…».

E si arriva al famoso verbale secondo cui uno schema di congegno di accensione per ordigni, fu sequestrato nel domicilio del Faccioli a Pisa, il 28 aprile 1969, mentre è ormai pacifico che fu trovato in tasca all’imputato il 29 aprile e nella sede dell’ufficio politico milanese.

La spiegazione del Mucilli in proposito è un monumento: «Quando arrivò da noi, il Faccioli chiese di andare al gabinetto. Nel corridoio c’erano i miei colleghi di Livorno che lo avevano arrestato. Chiesi loro se l’avessero già perquisito, Mi risposero di no.

Li invitai a farlo. Tornarono appunto con il foglietto dello schema e mi dissero: «Che facciamo?». Risposi «Arrangiatevi, io devo mettere tutto a verbale…». Essi allora si accordarono con il Faccioli per far figurare che il foglio era stato sequestrato a Pisa il giorno prima a riparare così alla loro mancanza…»

Barchi: «Ma scusi, non era più semplice e più corretto stendere un nuovo verbale? Senza contare che i suoi colleghi livornesi hanno sostenuto esattamente il contrario.

A questo punto occorre ricordare che il verbale è un documento ufficiale «che fa fede pubblica» per dirla con i giuristi, tanto che molti magistrati hanno in esso cieca fiducia.

Anche il commissario Raffaele Valentini reca, involontariamente, un utile chiarimento. L’avvocato Dinelli gli chiede: «Interrogando l’imputata Mazzanti, lei le contestò delle lettere anonime?».

Valentini: «No.„».

Si alza la Mazzanti: «In realtà, il commissario mi lesse diversi brani di lettere anonime…».

Valentini: «Non ricordo..».

Ora, in questo processo la specialista indiscussa in fatto di lettere anonime è la Zublena, che però, stando alla polizia, fu convocata solo il 23 giugno 1969. La Mazzanti venne invece interrogata il 9 maggio dello stesso anno. Il che fa sorgere un legittimo sospetto: la Zublena era già in contatto con l’ufficio politico prima del 29 giugno?

E’ la volta del commissario Antonio Pagnozzi.

Il presidente gli chiede: «E’ vero che il Faccioli fu minacciato e percosso?».

Pagnozzi: «Per quanto consta a me, lo escludo nel modo più assoluto!».

L’avvocato Barchi perde la pazienza: «Ma insomma, che cosa significa questa formula “per quel che consta a me”, che ripetete tutti?».

Pagnozzi: «Voglio dire che alla mia presenza non avvenne nulla di simile…».

1971 04 27 l’Unità – Milano: il processo agli anarchici. La Zublena è mitomane. di Pierluigi Gandini

6 giugno 2015

Fu processata per calunnia dal tribunale di Biella – Il giudice la definì «persona affetta da una componente di tipo isterico» – Gravi interrogativi

 

1971 04 27 Unità La Zublena è mitomane

 

Dalla nostra redazione. 26.

Da stamane nell’aula della seconda sezione della Corte d’Assise di Milano, non c’è più il processo contro gli anarchici, c’è solo uno scandalo fra i maggiori della nostra storia giudiziaria. I difensori degli imputati hanno infatti provato che la supertestimone dell’accusa, Rosemma Zublena, fu imputata nel 1964, a Biella, di aver lanciato, attraverso lettere anonime, accuse false o non provate contro il prefetto e il questore di Vercelli, i carabinieri di Cavaglià e privati della zona. Non basta. Anche nel corso dell’istruttoria contro gli anarchici. la Zublena inviò una lettera anonima per chiedere l’arresto dei due imputati, lettera che, incredibilmente, venne allegati agli atti. Questa è la donna che il consigliere istruttore dottor Antonio Amati proclamò «buona, intelligente, dotata di una memoria formidabile, prima amante e poi madre affettuosa dell’imputato Braschi… ingiustamente linciata dalla stampa solo perchè le sue dichiarazioni non facevano comodo…». A questa e ad altre gravissime rivelazioni la Zublena ha reagito con un grido che spiega tutto: «Io non ho fatto che ripetere quel che già sapeva il commissario i Calabresi!».

Il PM legge la lettera

Ma lasciamo parlare i protagonisti.

Il PM dottor Scopelliti si alza ed annuncia: «Ho ricevuto dalla teste Zublena una lettera personale con richiesta di tenerla segreta. Non posso aderire a tale richiesta e dò quindi pubblica lettura della lettera». In sostanza, la supertestimone invita il pubblico accusatore a valutare con benevolenza le lettere da lei scritte agli imputati (ed ora esibite dai difensori) tenendo conto che all’epoca era oggetto di una «spietata campagna giornalistica»; sollecita un colloquio con lo stesso magistrato al fine di «studiare varie sfumature utili alla sentenza contro il Braschi e Angelo Della Savia»: infine chiede l’acquisizione agli atti di un’intervista resa a Bruxelles dal fratello del Della Savia, Ivo, al giornalista del Corriere Giorgio Zicari. E la Zublena, già seduta sulla sedia dei testimoni, spiega a voce: «Anche Ivo accusa gli anarchici degli attentati di Roma. Questo per dimostrare che non fui solo io ad accusare…».

Subito dopo attaccano i difensori. Ecco l’avvocato Di Giovanni: «Lei scrisse alla Procura di Lucca, il 2 settembre del 1969, una lettera in cui accusava gli imputati Norcia e Mazzanti di essere delinquenti spietati, avvelenati, depravati nei sentimenti, ladri, truffatori bancarottieri eccetera?». Zublena: «Non ricordo…».

Di Giovanni: «Lo scritto è allegato agli atti ed è anonimo».

Perfino il presidente si stupisce: «Ma non poteva essere allegato!».

Di Giovanni: «Già. Ma esiste anche una deposizione della Zublena al giudice Amati in cui le stesse accuse sono ripetute perfino con gli stessi termini! Perciò chiedo nuovamente alla teste è suo lo scritto?».

Zublena, con voce sommessa: «L’ho già detto».

Parte l’avvocato Piscopo: «La teste ha precedenti penali?».

Zublena: «No…». Ma gli avvocati incalzano e allora si decide: «In verità ho collaborato con la magistratura e con un monsignore cattolico per eliminare una situazione amorale. Naturalmente mi hanno querelata ma sono stata assolta perchè avevo detto la verità».

Di Giovanni: «Non è vero ed esibisco la relativa sentenza: lei non fu querelata da privati ma denunciata d’ufficio dai carabinieri per avere scritto lettere anonime all’allora ministro Taviani e all’arcivescovo di Vercelli, accusando le autorità locali di essersi fatte corrompere da privati per consentire una attività di sfruttamento della prostituzione. Interrogata fu costretta ad ammettere di aver scritto le lettere e solo sulla base di voci raccolte da ballerine, prostitute, sfruttatori, sulle cui macchine si faceva trasportare a Milano. Il PM e il giudice istruttore l’assolsero ritenendola un’isterica e un’esaltata, rimasta vittima di una psicosi collettiva… ».

Passa all’attacco l’avvocato G. Spazzali: «La teste ci dica quando e come si accorse che gli imputati svolgevano un’attività terroristica… ».

La Zublena si imbroglia nelle date, da venir corretta dallo stesso presidente: poi, ridotta con le spalle al muro, ammette di avere saputo «in seguito» circostanze delle quali, in istruttoria, aveva detto di essere stata testimone oculare. Non basta. Sempre secondo lei, il Braschi sarebbe stato a Milano proprio il giorno in cui, stando al capo di accusa, commette un attentato a Livorno.

Spazzali incalza: «Lei disse al giudice Amati che il Sottosanti è un tipo poco credibile, che chiedeva denari alle donne e sul quale sarebbe stato opportuno indagare… Ora come poteva sapere tutto questo se l’aveva visto una sola volta in casa Pinelli?».

Zublena: «Fu un’impressione…In realtà lo rividi ad un bar e mi chiese dei soldi…».

Spazzali: «O invece il dirigente dell’ufficio politico dottor Allegra le diede altre informazioni?».

Zublena: «Nossignore…».

Spazzali: « Bene. Lei aveva anche detto che l’architetto Corradini era il cervello dell’organizzazione terroristica e che sua moglie era un’anarchica spinta anche se non esistevano prove… Alla corte invece ha detto di non conoscere neppure i Corradini… ».

Zublena: «Prima riferii voci che correvano in Brera, poi al giudice Amati dissi la verità e cioè che erano solo voci».

Interviene l’avvocato Piscopo: «E per quelle voci, i Corradini passarono sei mesi in galera!».

La fine di Pinelli

Spazzali: «Ma lei nei verbali dice che la Eliane Vincileoni era la moglie del Corradini e che entrambi vivevano in via del Carmine 4. Chi le diede tutte queste informazioni?».

La Zublena scivola: «Pinelli mi disse che il Della Savia ed il Braschi si rovinavano con i Corradini».

L’imputato Pulsinelli scatta nella gabbia: «Comodo tirare in ballo il Pinelli che è morto!».

E questa circostanza apre veramente un grave interrogativo sulla fine dell’anarchico. Alla fine, crivellata di contestazioni, la Zublena esplode: «Sono stufa di essere accusata dalla stampa come unica responsabile. Si interroghi chi aveva già arrestato questi ragazzi, io sono venuta solo dopo, ho riferito solo cose che Calabresi già sapeva!».

A questa frase, una esclamazione unanime si leva dagli avvocati e dal pubblico. Il presidente e il giudice a latere che finora si sono ben guardati dal diffidare la teste, reagiscono violentemente. Ma ormai l’udienza è finita.

Dopo quanto abbiamo riferito, l’opinione pubblica esige dalle autorità competenti (e cioè il questore, il procuratore capo e il procuratore generale della Repubblica, il presidente del Tribunale, il primo presidente della Corte di Appello, ed anche il Consiglio superiore della magistratura) una risposta alle seguenti domande: come mai la questura, che si recò perfino in Svizzera per indagare sugli imputati, non svolse alcun accertamento sulla Zublena a Viverone suo paese di nascita e a Biella?

L’incontro della Zublena con gli imputati fu davvero casuale? La donna aveva mantenuto rapporti con gli ambienti della polizia?

Come poterono il PM dottor Roberto Petrosimo e il consigliere istruttore dottor Antonio Amati accettare come testimone la donna?

E’ ammissibile infine che si sia scelta una sezione di assise dove corte e PM non diffidano i testimoni d’accusa, neppure quando dicono manifestamente il falso?

Sono domande gravi, alle quali deve essere data al più presto una risposta.

1972 02 26 Umanità Nova – Processo allo Stato. Questo processo coinvolge in maniera totale tutti gli organi istituzionali perchè coinvolge lo Stato in prima persona

11 Mag 2015

1972 02 26 Umanità Nova - Processo allo Stato

 

 

Un’inchiesta completamente inutile

Le bombe del 12 dicembre 1969 non sorprendono chi attendeva l’epilogo del vasto piano reazionario messo in moto con gli attentati del 25 aprile a Milano e con quelli dell’8 agosto ai treni.

L’inchiesta per la strage è immediatamente incanalata sulla stessa strada sbagliata già imboccata per «non far luce» sui precedenti attentati. Ad indicarla sono gli stessi funzionari di polizia e gli stessi magistrati che avevano fatto del tutto, costruito prove e testi falsi pur di accollare agli anarchici la responsabilità.

Il tentativo più meschino, ridicolo e sfacciato che è stato portato avanti con l’inchiesta sulla strage contro ogni logica e contro ogni legittima richiesta e protesta della difesa, è quello di aver isolato il tragico episodio del 12 dicembre ’69 da tutta quella serie di avvenimenti e di attentati che indiscutibilmente ad esso sono strettamente connessi.

La farraginosa istruttoria sulla strage di Stato è un documento prezioso non per il caotico cumulo di inutili parole che vi sono affastellate ma per tutto quello che accuratamente è stato lasciato fuori dalle carte processuali.

Staremo a vedere se di fronte al cumulo enorme di omissioni, di lacune, di contraddizioni che l’istruttoria presenta sarà possibile al tribunale condurre in porto il processo. Certo è che non è possibile anche se si ricorresse ai metodi dei tribunali speciali fascisti, sostenere le tesi dell’accusa così come emergono dagli atti con un minimo di credibilità e soprattutto non è possibile, senza sopprimere i diritti della difesa, mantenere il processo nel binario morto in cui l’accusa ha voluto incastrarlo. Pertanto la inchiesta è ancora tutta da fare e si dovrà prima di tutto indagare sull’operato degli inquirenti per cercare di svelare certe responsabilità sull’orientamento in senso unico, obbligato, delle indagini.

I veri responsabili

Senza complicità con elementi ed organismi dell’apparato statale è impossibile concepire e porre in atto progetti eversivi, rovesciamenti di potere, svolte autoritarie. La strage non è che uno dei momenti di terrore del progetto fascista. Eppure non si è indagato sui compiti svolti in Italia dagli agenti della C.I.A., non si è tenuto conto delle loro collusioni con i teppisti colonnelli greci e con le canaglie di casa nostra tipo Valerio Borghese ed Almirante, non si sono ricercati, nei vari organismi statali, i complici di tutta questa marmaglia.

Tutto questo non può essere attribuito al caso o a pura e semplice negligenza, ma è dipeso da una ben determinata volontà politica, da una precisa ragion di Stato. Pertanto siamo perfettamente d’accordo con gli avvocati della difesa: questo processo coinvolge la responsabilità di tutte le istituzioni dello Stato, lo Stato stesso.

Riesaminiamo il clima ed i fatti del 1969 per capire la strage e accusare lo Stato

Il tentativo di far regredire la sinistra rivoluzionaria ed il movimento operaio in genere con le bombe del 25 aprile fallisce miseramente. La lotta continua con sempre maggiore forza. L’autunno, come previsto, trova accesi numerosi focolai di scioperi e piazze invase da manifestazioni massicce e minacciose.

Le crisi di governo, che dall’estate si succedono con ritmo sempre più serrato, senza offrire il minimo spiraglio di soluzione, spingono le forze reazionarie ad accelerare i piani eversivi già da tempo in fase di elaborazione.

Dai primi di settembre cominciano a serpeggiare, sempre più insistenti, voci di colpi di stato. La stampa padronale e fascista, alla quale fa eco il PSU per mezzo del suo organo ufficiale, chiede insistentemente lo scioglimento delle Camere. Esplicita ed assillante la minaccia : «O il quadripartito subito o elezioni anticipate».

La situazione precipita. In ottobre e novembre si intensificano gli attentati terroristici, è la piccola e media industria che, nel tentativo di rendere inevitabile un «governo forte», assolda ed arma squadre di incoscienti. Pietro Nenni, in una intervista sul Corriere della Sera paragona l’attuale momento con gli avvenimenti che nel 1922 portarono al fascismo.

Quella che sarà definita «la strategia della tensione», è in pieno sviluppo mentre si moltiplicano i casi di agitazioni in cui il padronato non riesce a trovare interlocutori. Alla Pirelli si sciopera ad oltranza avanzando una nuova parola d’ordine «vogliamo tutto e subito». La Malfa e Tanassi, il 21 novembre, sferrano un duro attacco contro i sindacati che, sotto la spinta degli operai, sono stati costretti a mobilitare cinque milioni di lavoratori per i rinnovi contrattuali. Nello stesso giorno la Confindustria emette un minaccioso comunicato: «…il potere operaio tende a sostituirsi al Parlamento… ciò crea un sovvertimento in tutto il sistema politico». Il democristiano di destra, Guido Gonella, lancia un appello perché si scateni «la reazione del timido borghese contro i picchetti degli operai».

Il 6 dicembre Mauro Ferri, segretario del PSU, unisce la sua voce agli isterismi della destra politica e economica per la soluzione autoritaria di tutti i problemi: la proclamazione di una repubblica presidenziale; il settimanale Gente pubblica una eloquente dichiarazione: «…la decisione di sciogliere le Camere spetta al Capo dello Stato… e sono convinto che tutti gli italiani possono essere certi che nelle mani del presidente Saragat il potere è ben affidato».

Tutti i corpi di polizia sono in stato d’allarme. I fascisti di tutte le sétte, con Almirante in testa che farnetica di «guerra civile» e sollecita misure militari, sono in fermento. Nell’esercito si notano palesi indizi di nervosismo; comincia a prendere consistenza una tendenza all’intervento armato per garantire l’ordine pubblico. Il 15 novembre a Monza il comandante del distretto militare, pubblicamente, presente il procuratore della Repubblica, afferma: «Stante l’attuale situazione di disordine nelle fabbriche e nelle scuole, l’esercito ha il compito di difendere le frontiere interne del paese: lo esercito è ormai l’unico baluardo contro il disordine e l’anarchia ».

Il 7 dicembre i settimanali inglesi The Guardian e The Observer lanciano l’allarme: «Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali sta tramando in Italia un colpo di stato militare…». Il 10 dicembre il settimanale tedesco Der Spiegel incalza: «organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile…». La Confindustria soffia sul fuoco, il suo dirigente Gambarotta rende pubblico il pensiero ufficiale del capitale italiano: « Il sistema parlamentare non è fatto per gli italiani… occorre una organizzazione sovrapartitica con una fede mitica nell’ordine… ».

Eccoci alla vigilia della strage di Stato. L’11 dicembre l’attesa è febbrile, a Milano riunioni di ufficiali dei servizi segreti e di alti ufficiali dell’esercito. Il settimanale Epoca esce in veste «tricolore» ed in un servizio profetico ammonisce: «…se la situazione diventasse drammatica… le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità…poniamoci il problema della repubblica presidenziale…».

Negli ambienti interessati, tra chi segue le convulse vicende di questi giorni si parla ormai apertamente di «qualcosa di grosso che dovrà esplodere nelle prossime ore». La strage aveva i suoi profeti, le sue vittime già destinate ed i suoi «predestinati» capri espiatori.

Emergerà in seguito che tra i teppisti più fidati di Ordine Nuovo si vociferava da almeno due giorni che le bombe sarebbero scoppiate esattamente il 12 dicembre 1969 a Milano e Roma ed avrebbero trovato quanto mai pronti i fascisti ad agire e la polizia efficientissima.

Dopo pochi minuti dalla esplosione all’Altare della Patria a Roma scatta la gazzarra delle destre. Le strade del centro sono invase da manifesti e volantini contro i «terroristi anarchici». Appena il tempo per realizzare riunioni dei vertici e le questure di Roma e Milano indicano i responsabili in Valpreda e compagni.

Le indagini assumono immediatamente un andamento sfacciatamente unidirezionale. Tutti gli anarchici noti – che da mesi subivano (ed avevano avvertito e denunciato) sorveglianza, pedinamenti, appostamenti, controlli telefonici – vengono fermati. Si tenta con suggestioni, pressioni, minacce di ogni genere, di estorcere a tutti i costi ammissioni contro Valpreda. «Voi anarchici dovreste aiutarci e ringraziarci; vogliamo togliervi dai piedi un turbolento, un sanguinario che danneggia il vostro movimento». Frasi del genere venivano ripetute con insistenza, soprattutto ai compagni che avevano avuto screzi o controversie teoriche con Valpreda.

Ma gli anarchici sapevano che Valpreda era da mesi sottoposto a sorveglianza speciale; era pedinato, convocato giornalmente in questura e gli si ingiungeva persino di trovarsi, in determinate ore, in bar del centro. Era, insomma, letteralmente perseguitato, minacciato dalle squadre politiche di Roma e Milano che – malgrado fosse ormai di dominio pubblico e ampliamente dimostrato che le bombe del 25 aprile e dell’8 agosto ai treni erano state messe dai fascisti in combutta con i colonnelli greci – cercavano di accollarle, in qualche modo, agli anarchici, farle rientrare nel quadro forsennatamente repressivo tracciato dal giudice Amati. Valpreda a Roma, Pinelli a Milano, venivano torchiati in ripetuti snervanti interrogatori, inquisiti assillantemente, apertamente accusati di aver preparato ed attuato quegli attentati in concorso con altri anarchici.

La trappola poliziesca che doveva servire ad incastrare Valpreda e compagni («alla prima occasione vi incastreremo una volta per tutte» – minacciava spesso il commissario Calabresi) era in accurata, paziente preparazione da mesi.

Quando, in perfetta sincronia con il piano della «strategia della tensione» scoppiarono le bombe del 12 dicembre che dovevano sbloccare, come in effetti sbloccarono, la «drammatica situazione», questura, magistratura e potere esecutivo avevano già a disposizione, prescelto con cura, l’uomo adatto da additare all’esecrazione popolare, lo uomo che, secondo ogni previsione, sarebbe stato «gradito» da tutti i partiti e da tutti abbandonato.

Ma qualcosa, sin dall’inizio, comincia a non funzionare nel disegno della polizia: il tentativo di incastrare il compagno Pinelli fallisce ed i suoi aguzzini sono costretti ad assassinarlo. Nel tentativo di avallare il suicidio, il questore Guida (carceriere durante il ventennio dei prigionieri politici rinchiusi a Ventotene), subito dopo la morte dell’anarchico, dichiarerà che Pinelli si era ucciso perché implicato nelle bombe che il suo alibi era crollato In seguito il questore Guida verrà costretto a smentire tali affermazioni e dichiarerà Pinelli totalmente estraneo alle bombe. Oggi la montatura del suicidio è miseramente crollata ma, in quel momento, assieme alle dichiarazioni di Guida, contribuì non poco a sostenere la colpevolezza degli anarchici.

Le forze della destra reazionaria e fascista, in fase di estrema virulenza, e che si erano andate rafforzando in ogni settore politico e statale, nel parlamento, nell’esercito, nella magistratura, nella polizia, in tutti i centri di potere economico, avevano perfezionato piani eversivi sfacciatamente appoggiati dalla CIA e dai colonnelli greci, non potevano essere neppure sfiorate, non si voleva correre il rischio di scatenare la loro preordinata e prevista reazione. Si sarebbe andati incontro sicuramente a squilibri incontrollabili, a sommovimenti violenti, alla minacciata e temuta guerra civile.

Non dimentichiamo che nei giorni in cui maturò, si preparò e si attuò la «strage di Stato», tutte le forze reazionarie erano pronte ad intervenire per risolvere la drammatica crisi con un colpo di stato fascista o, per lo meno, con un rovesciamento costituzionale, con la proclamazione della repubblica presidenziale.

Pertanto tutti gli «interessati», accettarono l’incriminazione dell’anarchico Valpreda e compagni come il male minore, come la sola possibilità di salvare in quel momento, la legalità repubblicana e il sistema parlamentare, senza provocare pericolosi traumi né nell’opinione pubblica né nelle forze politiche costituzionali, tutte più o meno compromesse nel turbinìo delle manovre politiche di quel periodo.

Per comprendere ciò non bisogna dimenticare che le trame che si erano andate sviluppando con numerosi attentati dinamitardi avevano compromesso, in un intrico di complicità e collusioni vastissime, alti esponenti politici, dello Stato, della magistratura, dello esercito, della polizia, della finanza…

Le insistenti voci di complotti militari, certi massicci spostamenti ed accentramenti di truppe assolutamente ingiustificati, certe burrascose riunioni di vertici, alle quali partecipano a volte, calpestando ogni etichetta, persino ambasciatori di governi «amici»; certe ricorrenti voci che, anche in piena notte, gettavano allarme tra gli esponenti di sinistra, non erano megalomanie di esaltati o burle di buontemponi ma episodi concreti, reali, gravissimi, del caos in cui si trascinava il «partito della crisi», del marasma in cui si dibattevano gli stessi fautori della strategia della tensione.

Solo il ricorso ad un fatto clamoroso, ad un gesto che almeno per qualche giorno lasciasse tutti attoniti, rompesse la tensione sull’orlo di precipitare il paese in una tragica avventura, poteva consentire il respiro e la riflessione e la spinta a ricercare ed attuare quelle soluzioni o almeno quegli sporchi compromessi politici che altrimenti non era stato possibile trovare.

Quel che avvenne dopo la strage confermò clamorosamente questa analisi che, si badi bene, non è posteriore alle criminali esplosioni del 12 dicembre ’69 ma era stata esaminata e discussa da diversi gruppi anarchici e dei gruppi extraparlamentari impegnati nella Controinformazione.

Fu proprio tenendo conto di questa analisi che i suddetti gruppi, fin dai primi di novembre, esprimevano in ogni modo, con tutti i loro mezzi, inquietudine, avvertimenti, allarmi per quello che inevitabilmente sarebbe accaduto.

Si sapeva con certezza che alcuni agguerriti e ben sovvenzionati gruppi di neofascisti avevano «contatti organici» con emissari dei colonnelli greci, della polizia e persino del Ministero degli Interni nonché con ufficiali delle Forze Armate e con industriali. Si avevano informazioni sulle varie azioni dinamitarde messe in atto in base al famoso rapporto segreto greco.

Tutto questo era ben noto alla questura, al SID (Servizio Informazioni Difesa), ai politici disorientati ed incapaci di concretare una qualsiasi iniziativa che sbloccasse la situazione, presi nel vortice di bassi intrallazzi, di quotidiani compromessi diretti a salvare il massimo spazio politico ai partiti.

Nei gruppi della sinistra extraparlamentare, in certi gruppi anarchici, si era notato, parallelamente allo sviluppo dell’«entrismo» di elementi neofascisti, una infiltrazione di confidenti della polizia e poliziotti autentici con funzioni di copertura dei fascisti e delle loro azioni eversive e provocatorie nelle manifestazioni di piazza.

Un legame si intuiva già tra le azioni dei fascisti e certi ambienti delle varie questure. Si era scoperto, ad es., che nella montatura che era stata ordita per accollare agli anarchici gli attentati fascisti del 25 aprile ’69, oltre alla famigerata Zublena, era implicato un confidente della questura.

Fu la questura quindi con i suoi confidenti, con i suoi fidati funzionari, con la complicità del giudice Amati e la connivenza di tutto l’apparato a precostituire il castello dei falsi indizi con i quali sono stati «assicurati alla giustizia un gruppo di anarchici», consentendo ai fascisti dinamitardi di proseguire nella loro opera.

Ciò autorizza a denunciare obiettive responsabilità di una certa polizia e di una certa magistratura in tutto il piano che ha realizzato con le bombe del 25 aprile, con quelle dell’8 agosto e del 12 dicembre, le azioni più clamorose, rispondenti a precise esigenze politiche del momento.

Dopo essere stato assassinato, il compagno Pinelli è risultato estraneo agli attentati dei treni e del 12 dicembre.

Braschi, Pulsinelli, Faccioli, Della Savia, ecc., sono stati, dopo due anni di galera, riconosciuti estranei agli attentati fascisti del 25 aprile.

Rimane da smontare il tentativo di accollare a Valpreda e compagni, anch’essi, guarda caso, anarchici, le bombe fasciste del 12 dicembre. In questo frangente la montatura è stata più accurata, più grossa, proporzionata all’importanza degli obiettivi. Ma identica la tecnica usata per incastrare gli anarchici.

Prescelto il 22 Marzo, costituitosi da poco tempo come gruppo «eterogeneo» – aperto cioè a tutte le tendenze – era facile immettervi confidenti e persino un poliziotto. Costui, quel Salvatore Ippolito ribattezzato «Andrea Politi», avrà nel gruppo le stesse funzioni che aveva avuto il confidente della questura di Milano nel gruppo Braschi e Pulsinelli: provocatore e costruttore di false prove. Il Salvatore Ippolito lo troviamo infatti precedentemente impegnato nelle indagini sulla sinistra extraparlamentari per gli attentati attribuiti al gruppo Braschi. Eccolo poi, fin dal maggio-giugno, appiccicato alle costole di Valpreda e compagni, membro attivo del gruppo, impegnato in un’opera continua, costante, di istigazione, di provocazione «all’azione»; opera che, anche se fallisce perché non riesce a dare un seguito all’unica azione consistita nel lancio di una bottiglia con benzina effettuata con la partecipazione attiva del poliziotto, riesce però a far costruire, sulla scorta di giornalieri rapporti dell’agente provocatore, a chi imbastiva la manovra, i falsi indizi per incastrare gli anarchici.

La questura tenterà poi a lungo e con caparbietà di tener nascosta l’esistenza del poliziotto provocatore e la funzione da lui svolta, e sarà costretta a rivelarla, con ogni circospezione, solo 7 mesi più tardi, solo quando gli anarchici la denunciarono pubblicamente.

La strage di Stato, concepita ed attuata con estrema freddezza, decisione, mezzi ed esperienza non si giustifica, non può trovare alcuna motivazione se non si colloca al momento politico-economico che l’ha suggerita e a tutto il piano che da quel momento prese le mosse.

Tutto quanto è avvenuto dopo e sta ancora avvenendo non fa che confermare questa analisi. Lo stesso «golpe» del criminale Valerio Borghese non era, in fondo, che una delle tante ramificazioni del piano reazionario della destra ed aveva indubbiamente legami e collusioni con esso. Borghese è stato buttato a mare perchè non intendeva sospendere l’esecuzione del progetto iniziale che, dopo la strage di Stato, ha subito revisioni e rinvii. Ma i suoi altolocati complici gli hanno garantito incolumità e protezione. Del colpo di Stato nessuno dice più una parola.

Gli attentati non potevano favorire la causa dell’anarchismo e della emancipazione operaia, ma quella della destra più reazionaria e conservatrice.

Questo lo sanno anche i magistrati Occorsio e Cudillo, che hanno svolto l’inchiesta loro affidata dall’apparato senza poter aggiungere un solo elemento d’accusa alla stolta, incongruente e traballante montatura poliziesca ma anche senza affrontare il rischio di scoprire la verità.

Oggi non crediamo di trovarci in un momento pre-rivoluzionario. Ma, d’altra parte, la situazione generale pone oggettivamente in luce grosse contraddizioni che possono portare all’esplosione di una latente potenzialità rivoluzionaria. Il nostro compito è quello di cercare e trovare i punti in cui il sistema può e deve essere attaccato. Uno di questi punti è il processo contro Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese.

Per tutto ciò che abbiamo detto, per le assurde contraddizioni in cui sono caduti magistratura e polizia nell’intento di sostenere questa montatura, lo Stato giunge al processo estremamente debole e vulnerabile.

Vincere lo scontro significherà chiarire a tutti coloro che non sono in malafede la logica sempre repressiva dello Stato, significherà fare un passo in avanti sulla via della Rivoluzione sociale. Per questo vogliamo che la vittoria non sia viziata dal compromesso e dal mercantilismo dei partiti. Per questo rifiutiamo qualsiasi fiducia allo Stato ed ai suoi magistrati. Sappiamo che i nostri compagni usciranno dal carcere solo se sarà il popolo a volerlo.

7 maggio 2012 Trentino – Corriere delle Alpi Paolo Faccioli «Quando Calabresi mi accusava di strage» di Paolo Morando

14 luglio 2014

TRENTO

Ha 19 anni, quando lo arrestano a Pisa il 27 aprile del 1969. L’accusa gli viene formalizzata solo nei giorni successivi a Milano, durante gli interrogatori della polizia. Ed è pesante: far parte di un’organizzazione terroristica responsabile di decine di attentati, in pratica tutti quelli che allora si registrano da mesi un po’ in tutta Italia. Una sequenza di botti che culmina proprio nel capoluogo lombardo il 25 aprile del ’69: una data che già avrebbe dovuto suscitare negli inquirenti qualche dubbio sulla matrice anarchica degli ordigni. Perché lui, il giovane bolzanino, è appunto un anarchico. Le bombe milanesi esplodono nel giorno del 24° anniversario della Liberazione: la prima alla Fiera campionaria, il pomeriggio al padiglione della Fiat, la seconda alla Stazione centrale, la sera all’Ufficio cambi. Totale: una ventina di feriti lievi. Con il bolzanino vengono fermati altri anarchici, una quindicina: quasi tutti subito rilasciati, tranne Paolo Braschi, Angelo Piero Della Savia e Tito Pulsinelli, poco più che ventenni. Qualche anno in più lo hanno invece l’architetto Giovanni Corradini e la moglie Eliane Vincileone (traduttrice di Bakunin), indicati come i leader del gruppetto ma poi prosciolti in istruttoria. Finiranno tutti a processo quasi due anni dopo, con l’accusa di strage (per il codice penale il reato è infatti tale anche senza morti) assieme a due giovani comunisti, Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti: «Era una coppietta toscana emigrata a Milano, il loro unico torto era l’amicizia con Braschi…», ricorda oggi, che di anni ne ha 63. E tutti alla fine assolti, almeno per le bombe milanesi del 25 aprile.
Rievocare oggi quella vicenda significa raccontare dove affonda le radici un bel pezzo di storia d’Italia. Pochi mesi più tardi, il 12 dicembre 1969, la strage di piazza Fontana apre un libro a cui manca ancora il finale: quello dell’elenco dei colpevoli. Tre giorni dopo l’attentato, la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, caduto (suicida? spinto? malore attivo?) da una finestra del quarto piano della Questura di Milano, dove si trovava da oltre 72 ore in violazione delle norme sullo stato di fermo. E ancora l’incriminazione di un altro anarchico, Pietro Valpreda. Altri tre anni e, nel maggio ’72, l’assassinio di chi stava interrogando Pinelli, il commissario Luigi Calabresi: tre anni in cui il funzionario finisce nel tritacarne della campagna stampa di Lotta Continua. Piazza Fontana, Pinelli, Valpreda, strage di Stato e giustizia negata: anche da qui, hanno raccontato tanti brigatisti, prese le mosse il terrorismo di sinistra. Un salto all’estate dell’88 ed ecco l’arresto del leader di Lc Adriano Sofri, di Giorgio Pietrostefani e di Ovidio Bompressi, accusati dall’ex compagno Antonio Marino della morte di Calabresi. Poi un processo dall’iter sterminato, un unicum nella storia giudiziaria italiana, conclusosi con condanne definitive. E un dibattito che continua.
Nel corso degli anni, a prescindere dalle sentenze, il profilo di Calabresi è stato “riabilitato”: chi ha visto il recente film di Marco Tullio Giordana “Romanzo di una strage” (vedi in alto) ne è testimone. Ma Calabresi se lo ricorda bene anche il nostro bolzanino: tanti anni fa lo aveva di fronte negli interrogatori. E assieme al commissario, i suoi questurini: gli stessi che, quella maledetta notte del 15 dicembre 1969, erano nella stanza assieme a Pinelli.
Un primo contatto via mail sortisce questa risposta: «Vivo la santificazione in atto del commissario Calabresi come una delle tante quotidiane molestie di cui farsi una ragione, e siccome ognuno di noi ha ombre e luci, non mi sento di collocare Calabresi solo in una zona d’ombra (se non per quello che riguarda me personalmente), mi rode un po’ il fatto che la sua figura pubblica non sembri ormai più contenere parti d’ombra».
Raccontata a Bolzano durante una lunga notte, e al netto di tantissimi particolari sui quali lo spazio non consente di dilungarsi, l’ombra cui fa riferimento è quella dei maltrattamenti subiti durante gli interrogatori. Che fruttano ampie confessioni. Poi tutte ritrattate. Perché? Da un verbale reso in istruttoria: «Per tre giorni in Questura sono rimasto senza dormire e mi veniva imposto di stare in piedi quando le mie risposte non corrispondevano alla volontà degli agenti. Essi non hanno mai cessato un minuto di interrogarmi e per questo si davano il cambio. Solo al terzo giorno mi è stato concesso di mangiare.(…) Ma quello che più ha influito nel farmi firmare i verbali scritti dalla polizia sono state le percosse e le minacce. Sono stato schiaffeggiato, colpito alla nuca, preso a pugni, mi venivano tirati i capelli e torti i nervi del collo. (…) Quanto alle minacce, consistevano nel terrorizzarmi annunciandomi, codice alla mano, a quanti anni di carcere avrei potuto essere condannato, cioè fino a vent’anni. Tali minacce mi furono ripetute in carcere dal dottor Calabresi». Sottolinea oggi, l’anarchico bolzanino («perché mi considero ancora tale: è una visione della vita»), che né allora né mai venne denunciato per diffamazione. Ma visto che non si sa mai, pur fornendo molti dettagli («Calabresi mi ripeteva “tanto siete quattro gatti, nessuno vi difenderà”»), sul suo rapporto con il commissario rimanda al verbale citato. A suo tempo pubblicato anche nel celebre volume di controinformazione a più mani “La strage di Stato”. E aggiunge, 43 anni dopo: «Mi dicevano “sei nelle nostre mani e nessuno lo sa, possiamo farti ciò che vogliamo”: se ti senti dire queste cose a 19 anni, e sei lì impotente con l’imputazione di strage… Non erano spacconate, ma una tecnica per terrorizzare». E basta pensare al G8 del 2001, a Bolzaneto, per cancellare di colpo quasi mezzo secolo. Tutto accadeva prima di piazza Fontana. Prima di Pinelli, prima di Valpreda. E tutto, oggi, si può leggere così: contro gli anarchici, a senso unico, la Questura di Milano indaga ancora prima di piazza Fontana.
Benché pure il nostro protagonista ci metta del suo: nel ’68, l’anno della sua maturità, con altri due giovani colloca una bomba carta dimostrativa in ucan confessionale del Duomo di Bolzano, in occasione di una visita dell’allora ministro della Pubblica istruzione Luigi Gui. Nessun ferito, è poco più di un petardo: processato per direttissima, se la cava con 20 giorni con la condizionale e 15 mila lire di ammenda. Pena e reato poi cancellati dall’amnistia del ’70. Ma a Milano la preda è più grossa di lui. Il coinvolgimento dei Corradini porta infatti a Giangiacomo Feltrinelli, loro amico, che morirà nel marzo del ’72 in circostanze pure controverse, ai piedi di un traliccio a Segrate: che forse voleva far saltare, ai piedi del quale forse portato da altri, camuffando il tutto per far pensare a un attentato. Anche lui è tra gli imputati per il 25 aprile, con il roveretano Sandro Canestrini a difenderlo con successo dall’accusa di falsa testimonianza: l’editore dichiara infatti di aver trascorso quella serata con gli anarchici accusati. Lo conferma oggi lo stesso bolzanino: «Sì, stavo a cena con lui: era appena la seconda volta che lo vedevo…». Il 28 maggio ’71 tutti assolti, ma solo per le bombe alla Fiera e alla Stazione: per alcune altre invece 8 anni a Della Savia, quasi 7 a Braschi, 3 e mezzo al nostro, a quest’ultimo per detenzione di esplosivo e per aver scritto un volantino di rivendicazione. Ricorreranno in tutti i gradi, dicendosi innocenti, ma ottenendo solo sconti (ampi) di pena.
Per la giustizia i colpevoli delle bombe milanesi del 25 aprile sono gli estremisti neri Franco Freda e Giovanni Ventura, responsabili di 17 attentati fra il 15 aprile e il 9 agosto ’69. Cassazione, 27 gennaio 1987: è la sentenza definitiva di condanna. Ma a che prezzo: è la stessa che li assolve per la strage di piazza Fontana.

11 luglio 1969 Questura Milano, Calabresi – dichiarazioni della spia Rosemma ZUBLENA

10 agosto 2013

Zublena, donna al servizio del commissario Calabresi e dell’Ufficio Affari Riservati, era stata la “supertestimone” al processo contro i compagni anarchici Eliane Vincileone, Giovanni Corradini, Paolo Braschi, Paolo Faccioli, Angelo Piero Della Savia e Tito Pulsinelli ingiustamente accusati per aver messo le bombe fasciste del 25 aprile alla Fiera Campionaria e dell’8 agosto sui treni. Interessante notare – a parte le consuete “trame” anarchiche internazionali per le bombe -, la menzione di Enrico Rovelli come “esperto di dinamite e attentati” nonchè di detenere parte di esplosivo rubato (esplosivo che poi l’ufficio politico e Rovelli stesso cercheranno di “indirizzare” verso Pinelli e Valpreda).

 

11 luglio 1969 Questura Milano Calabresi - dichiarazioni  della spia Rosemma ZUBLENA COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(NOTA: le foto sono usate solamente a fine di illustrazione. Per accedere al testo integrale del documento – in formato PDF – bisogna CLICCARE al testo – LINK – sotto la foto.) 

11 luglio 1969 Questura Milano Calabresi – dichiarazioni della spia Rosemma ZUBLENA

17 aprile 2011 Il segreto …di Paolo Cucchiarelli. Comunicato n 1 degli ex del circolo 22 marzo di Roma

20 Mag 2013

LA “STRATEGIA DELLA CONFUSIONE”

http://www.facebook.com/notes/laboratorio-lapsus/la-strategia-della-confusione/10150214108043782

[…]La nostra impressione è che su fatti così importanti e decisivi per la storia d’Italia regni una grande confusione, non del tutto casuale: un meccanismo comunicativo che tende a mettere sullo stesso piano terrorismi di destra e di sinistra, in realtà nati da contesti storici diversi.

Attraverso una miscela di confusione e rimozione, le nuove generazioni identificano fatti, personaggi, nomi e organizzazioni lontani tra loro, sotto la generica definizione di “terrorismo” o “anni di piombo”.

Questa “strategia della confusione” è determinata da diversi fattori: la mancanza di ricerca storica all’interno delle università su quegli anni; la conseguente assenza di questi argomenti dalle scuole medie e superiori; la vulgata, volutamente superficiale, diffusa dai mezzi di comunicazione di massa.

Tutto viene relegato per sempre nell’oscurità dei “misteri d’Italia”, fatti troppo torbidi per essere compresi e analizzati a pieno: la memoria nazionale si vorrebbe aggregata intorno alla condivisa condanna degli anni ’70, cancellando colpe e ruoli di singoli e istituzioni.

All’interno di questa prospettiva crediamo che il concetto di memoria condivisa non sia un efficace strumento per superare tale “confusione”. Non può esistere condivisione e pacificazione su quegli anni di aspro conflitto. Un Paese che voglia fare davvero i conti col proprio passato, potrà farlo solo attraverso un profonda ricostruzione e divulgazione di fatti e responsabilità, perché conoscere quelle storie nel profondo, significa capire le ragioni dell’oggi. Solo in questo modo potremo saldare il doloroso debito con le vittime di quegli anni, tenere viva la loro memoria e comprendere il nostro presente.”

Il testo di Laboratorio-Lapsus qui sopra riportato sembra scritto apposta per illustrare il lavoro che stiamo portando avanti. Ormai da due anni, da quando è stato dato alle stampe dal Ponte alle Grazie il libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, abbiamo iniziato ad analizzare e smantellare le manipolazioni e falsità di questo giornalista, presunto storico e novello inquisitore.

La prima cosa che balza agli occhi è che tutta la costruzione del suo libro revisionista è imperniata sui racconti fantasiosi di vari squallidi personaggi di estrema destra e dei servizi segreti. Cioè le stesse persone, gli stessi ambienti, che hanno costruito su noi anarchici la strage o che l’hanno coperta.

Se Cucchiarelli avesse scritto questo libro in buona fede, magari manipolato nelle sue convinzioni ma senza rendersene conto, allora ci saremmo aspettati che – come anche i giornalisti principianti sanno – almeno il principio base, deontologico di ogni giornalista, e cioè che una fonte, per essere valida, deve essere controllata e verificata, venisse applicato. Ma questo nel libro di Cucchiarelli non avviene mai, neppure quando una verifica sarebbe molto semplice da fare.

Il tentativo di riscrittura della storia messa in atto dal Cucchiarelli si basa essenzialmente sulla quantità di “documentazione” che butta alla rinfusa nel libro, per creare confusione e allo stesso tempo per dare l’impressione di aver svolto un grande lavoro di ricerca.

Interessante notare anche l’utilizzo disinvolto dei giornali dell’epoca – quelli delle primissime settimane dopo gli attentati, quelli del mostro Valpreda, degli anarco-fascisti bombaroli e assetati di sangue, – che il Cucchiarelli assume come fossero atti processuali, invece che indecenti falsità scritte da giornalisti imboccati dalle veline delle Questure. Oppure come, partendo da sue (?) ipotesi interpretative si assista, nel corso della lettura del libro, alla trasformazione di queste teorie in ..fatti accertarti!

Il libro, alla sua uscita, ha ricevuto delle pesanti stroncature da parte di importanti studiosi (primo per importanza sicuramente Aldo Giannuli) o da parte di chi si occupa da anni, e da sinistra, della materia (come Luciano Lanza, Saverio Ferrari…). Nonostante ciò, ed il chiaro contenuto revisionista del libro, abbiamo assistito in questi anni ad un fenomeno importante che ha visto oltre a organi di stampa apertamente “di parte”, anche molti siti web “neutrali” abbracciare acriticamente le tesi di riscrittura storica di Cucchiarelli espandendo così tali disinformazione di massa sui fatti di Piazza Fontana, con un mezzo particolarmente sensibile perché fruibile soprattutto dai giovani.

A questo tentativo di attacco alla verità storica – accertata oltretutto anche in sede giudiziaria – la sinistra e gli anarchici in particolare – cioè la parte più direttamente interessata – non hanno saputo dare, a nostro modesto parere, una risposta adeguata, immediata e articolata a livello nazionale.

Questo spazio aperto lasciato al diffamatore Cucchiarelli ha portato ad una serie di atti volti alla chiusura definitiva del capitolo “strage di Stato” (inteso come occultamento degli organizzatori ed esecutori) come momento saliente della strategia della tensione, che scaricava sulla teoria degli opposti estremismi i sanguinosi attentati programmati da uno Stato complice di precisi interessi tesi a mantenere e consolidare quella “democrazia” Occidentale voluta dagli Stati Uniti.

In questo quadro si inseriscono fatti in apparenza umanamente comprensibili, quali i libri di Gemma Capra Calabresi ed ancor più di Mario Calabresi, l’incontro in Quirinale di parti tra loro incompatibili quali Licia Rognini Pinelli (vittima) e Gemma Calabresi (moglie del carnefice!), o decisamente inaccettabili come il libro di Cucchiarelli e il film-romanzo, in lavorazione, su Piazza Fontana del regista Marco Tullio Giordana basato sulle nuove “rivelazioni-verità” di quest’ultimo, o i reiterati tentativi da parte di storici compiacenti di sostenere la necessità di una memoria condivisa su quegli anni e del superamento del discrimine dell’antifascismo su cui poi i fascisti, con nuove casacche e travestimenti, cercano di infiltrarsi culturalmente e politicamente.

Da tempo i compagni dell’ex 22 marzo, il circolo a cui apparteneva PietroValpreda, sono impegnati singolarmente (con denunce, querele, diffide), unitariamente (con un proprio Blog e documenti https://stragedistato.wordpress.com/), e collettivamente, grazie all’assistenza dei compagni dei circoli Carlo Cafiero di Roma e Ponte della Ghisolfa di Milano, a denunciare e mettere in guardia su questa mostruosa manovra.

E’ chiaro che con le nostre sole forze non potremo vincere questa battaglia politica e culturale. Lanciamo quindi un appello a tutti i compagni, alle strutture di movimento, alle associazioni antifasciste, a tutti i sinceri democratici e agli uomini di cultura e intellettuali che non hanno mai abbandonato il sogno di una società più giusta e libera ad aiutarci in questa nostra battaglia di giustizia e verità.

Roma 17 aprile 2011

Primi firmatari:

Per gli ex del circolo 22 marzo di Roma:

Roberto Gargamelli

Emilio Bagnoli

Emilio Borghese

Enrico Di Cola

Cosimo Caramia

Marco Pacifici

Per i compagni di Milano:

Lello Valitutti

Paolo Braschi

18 dicembre 1969 lettera avvocato Luca Boneschi al G.I. Ugo Paolillo su arrivo Valpreda a Milano

11 aprile 2013

Milano, 18 dicembre 1969

Egregio signor

Sostituto Procuratore della Repubblica

Dr. Ugo Paolillo

Milano

In relazione al procedimento a carico di Pietro Valpreda per la strage del 12 dicembre a Milano, vengo a dichiararLe, anche in merito alle notizie pubblicate sulla stampa, in gran parte inesatte, quanto segue.

Ho conosciuto Pietro Valpreda in occasione dello sciopero della fame attuato dall’anarchico Michele Camiolo a Milano nel settembre-ottobre 1969, uno o due giorni prima che il Camiolo cessasse la sua protesta pacifica, il Valpreda mi si presentò. Io avevo rilevato, tempo prima, dalla rubrica dell’ufficio istruzione che nel procedimento a carico di Corradini, Vincileoni, Braschi (del quale ultimo sono difensore), Faccioli e Della Savia, che risultavano imputati anche altri individui, tra i quali il Valpreda. Proprio in occasione dello sciopero della fame avevo accennato a questa circostanza ad alcuni anarchici; il Valpreda ne era venuto a conoscenza e mi cercò per sapere in quale posizione giuridica egli si trovasse. Non ero in grado di dargli le spiegazioni richieste, ma gli assicurai che appena possibile lo avrei informato.

Il 12 (?) novembre il Consigliere Istruttore Dr. Amati notificò agli imputati detenuti un mandato di cattura, dal quale risultava con completezza il capo di imputazione di ogni imputato; il Valpreda doveva rispondere di violazione della legge sulla stampa e di offese al Pontefice. Avvisai il Valpreda, il quale mi chiese se potevo assisterlo: rifiutai l’invito in quanto difensore di Braschi e, su richiesta del Valpreda, gli consigliai di nominare come difensore l’avv. Luigi Mariani di Milano.

Il 9 dicembre l’avv. Mariani mi comunicò che il Valpreda era stato citato come testimone nel procedimento a carico del Braschi e altri (non è del tutto chiaro, al sottoscritto, il perché il Valpreda sia, in tale procedimento, teste e imputato) per lo stesso giorno 9 dicembre; che la citazione era stata notificata a Milano presso una parente mentre Valpreda si trovava a Roma per ragioni di lavoro e che non c’era la possibilità materiale di avvertirlo in tempo.  Ci consigliammo sul da farsi e ci recammo insieme dal Consigliere Amati per fargli presente la circostanza: il Consigliere ebbe a dire che – essendo nel reciproco interesse un’istruttoria rapida – provvedesse l’avv. Mariani a far avvertire il Valpreda affinché venisse a Milano il più presto possibile, evitando all’ufficio di dover procedere a una nuova rituale notifica del decreto di citazione.

Mi consta che l’avv. Mariani ha provveduto in tal senso, ed infatti il 12 (?) dicembre il Valpreda si presentò in studio verso mezzogiorno. Ho scambiato, nell’occasione, poche parole col Valpreda che mi disse di essere molto stanco e febbricitante (e ciò era chiaramente visibile) e mi chiese la mia opinione sulla sua posizione nel processo.

Il Valpreda si è poi intrattenuto con l’avv. Mariani. Posso dire con certezza che qualche minuto prima delle tredici, quando sono uscito dallo studio, Valpreda era ancora a colloquio con l’avv. Mariani, perché sono passato a salutarli entrambi.

Mi consta che sabato mattina – secondo gli accordi presi con il suo legale – il Valpreda si è recato dal Consigliere Amati, senza poter essere interrogato perché il Consigliere non era in ufficio. Mi consta altresì che lunedì mattina 15 (?) dicembre alle 9 circa il Valpreda si è recato con l’avv. Mariani dal Consigliere Amati: ho fatto la stessa strada dallo studio a Palazzo di Giustizia con loro. Ricordo che abbiamo parlato degli attentati del 12 dicembre e che il Valpreda chiese a me e all’avv. Mariani se – dato l’indirizzo che avevano preso le indagini – ritenevamo probabile una sua convocazione in Questura: infatti la sua fede anarchica era ben conosciuta dalla polizia.

Ritengo che il Valpreda sapesse – sia perché la stampa ne parlava ampiamente sia perché probabilmente glielo dissi io stesso – che molti suoi compagni di fede erano stati tradotti in Questura.

Luca Boneschi