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Carancini e Cucchiarelli provocatori e bugiardi. di Enrico Di Cola e Roberto Gargamelli

28 marzo 2014
Si fa disinformazione, inoculando false informazioni, screditando informazioni che possono essere dibattute o conflittuali, proponendo false conclusioni, oppure, proponendo visioni plausibili basate su informazioni singolarmente vere ma la cui unione rende assolutamente falso l’assunto.

Probabilmente il nome di Andrea Carancini ai più non dirà niente, e anche a noi non diceva nulla fino a non molto tempo fa. Abbiamo cercato di sapere qualcosina di più su questo signore ma non siamo riusciti trovare quasi nulla. Tranne un breve accenno (vedi http://www.fascinazione.info/2010/10/carancini-e-lanima-cattolica-del.html), ma francamente possiamo dire che quello che traspare dal suo blog è più che sufficiente per poterlo etichettare come negazionista e revisionista storico. Anche lui, come il famigerato Archivio Guerra Politica, sembra avere predilezione nel pubblicare le menzogne del terrorista fascista e assassino Vinciguerra contro gli anarchici ed in special modo contro Pietro Valpreda.

Se abbiamo deciso di buttare un po’ del nostro tempo dietro a questo personaggio ciò è dovuto al fatto che abbiamo trovato sul suo blog un articolo del 13 agosto 2013 sulla strage di Piazza Fontana e sul Circolo 22 marzo (http://andreacarancini.blogspot.co.uk/2013/08/da-ambrogio-fusella-mario-merlino.html). Articolo che merita attenzione ed una adeguata risposta.

L’articolo di Carancini inizia con un sensazionale “ scoop”: egli ci rivela che un suo amico, un “noto giornalista d’inchiesta”, gli ha inviato le foto – fino ad allora inedite su internet, dice – dei locali del “famigerato Circolo 22 Marzo, quello dei finti anarchici Merlino e Valpreda” dicendogli che era un regalo e che poteva anche pubblicarle sul suo sito. Suggerimento al quale il Carancini ha immediatamente dato seguito pubblicando su Scribd queste sensazionali foto (http://www.scribd.com/doc/124329752/Le-foto-inedite-del-Circolo-22-marzo-Valpreda-fascisti).

L’argomento e le foto, gli hanno fatto, guarda il caso, tornare alla mente che tempo prima aveva ricevuto un articolo di Vinciguerra che riguardava proprio quel circolo, e quindi decide di pubblicare anche questo scritto.(http://andreacarancini.blogspot.it/2013/02/vincenzo-vinciguerra-una-diversione.html)

Guardando con più attenzione le foto, racconta di essere stato colpito in particolare da un disegno: è un lampo di genio, può anche lui fare uno scoop come i suoi amichetti di merende.

Sorge spontanea una domanda: perchè mai un “noto” giornalista d’inchiesta avrebbe regalato a Carancini delle foto ancora inedite in internet? Un giornalista che regala, getta via, uno scoop ancora non ci era capitato! Purtroppo Carancini non dice esplicitamente il nome di questo magnanimo “donatore sano” di scoop, anche se più avanti nel suo scritto, parlando proprio del disegno che lo aveva colpito, ci racconta che il giornalista d’inchiesta Paolo Cucchiarelli gli avrebbe rivelato che tale disegno era opera, nientepopodimeno che di “Anna Bolena, il famigerato informatore/provocatore dell’epoca”.

A questo punto non è difficile immaginare chi sia stato a fargli quel ghiotto “regalo” fotografico.

Ormai siamo abituati a questo tipo di attacchi: quando si scrivono infamie su di noi, quando uno scritto imbastisce ignobili menzogne su di noi e sulla nostra storia, si può essere certi che dietro – per un verso o per l’altro – troviamo il nome di Paolo Cucchiarelli.

Come è noto noi siamo per la libera circolazione e diffusione di tutti i documenti, i materiali, che mettiamo in rete. Proprio perchè vogliamo verità e chiarezza stiamo facendo questo lavoro sul nostro blog, per consentire a tutti – non solo ai così detti esperti – di conoscere gli atti originali del nostro processo e di formarsi un’opinione in base agli atti e non per aver letto elucubrazioni dei vari “esperti” che scrivono sulla base delle loro supposizioni complottiste e sporche fantasie invece di attenersi a quanto gli atti processuali, verificati e certi, dicono e dimostrano senza ombra di dubbio. E naturalmente ci sono anche le nostre testimonianze dirette, di chi quella esperienza ha vissuto sulla sua propria pelle, e non per sentito dire!

Riguardo le cosiddette “foto inedite in internet”, possiamo affermare senza tema di essere smentiti che tali foto non erano affatto inedite, ma che erano state pubblicate nel nostro blog fin dal 17 gennaio 2012 (quindi quasi un anno prima di Carancini!) e più volte rilanciate anche nelle nostre pagine di FB oltre che in quelle di tanti altri compagni che ci seguono. Quindi possiamo tranquillamente affermare che Carancini su questo punto ha scritto una notizia falsa. Così come è falso e parto di pura fantasia (malata) quello che gli avrebbe detto il suo amico Cucchiarelli: ossia che il nome all’autore dell’opera sarebbe “Anna Bolena” cioè Enrico Rovelli, la spia dell’Ufficio Affari Riservati. Il disegno si trovava nella sede del circolo 22 marzo di Roma e non certo a Milano dove vive(va) Rovelli, il quale non ha mai messo piede della sede del 22 marzo! Ma come si sà per certa gente se i fatti non tornano…tanto peggio per i fatti!

D’altronde la disinformazione e la menzogna funzionano così: si dicono cose false tanto si è certi che nessuno si prende la briga di smentirle e poi, comunque vada, le smentite non hanno mai la stessa forza e circolazione per farle tornare nella spazzatura da dove provengono e il tarlo del dubbio, gettato nella rete, rimane.

Dobbiamo riconoscere che Carancini è sicuramente un vero genio perchè vede cose (chi sarà il suo spacciatore?) che le persone normali non vedono, e neppure riescono ad immaginare. La sua musa ispiratrice è stata questa foto.

 GV10

“L’emblematico “murales” del Circolo 22 marzo”

Lasciamo quindi parlare il nostro genio:

“Riguardo alle foto inedite, una su tutte mi colpisce: l’ultima, quella col disegno sul muro di quello strano personaggio sul cui cappello è stampata la lettera A (anarchia) e che reca in mano una bomba. Quello accompagnato da un fumetto con il seguente messaggio: “NO ALLA CULTURA”. Un particolare, soprattutto, non cessa di intrigarmi: il fatto che il detto personaggio indossi, oltre al poncho, anche una gorgiera [1], il tipico colletto pieghettato indossato dagli aristocratici del ‘500-‘600. Che c’entra la gorgiera con un bombarolo (presuntamente) anarchico? Ne riparleremo tra breve.”.

Per non tenervi troppo sulle spine quale sia il finale di tali alte riflessioni, salto alcuni paragrafi e torno alla citazione del racconto:

Torniamo ora all’enigmatico disegno di cui parlavamo all’inizio: Paolo Cucchiarelli mi dice essere opera di “Anna Bolena”, un famigerato informatore/provocatore dell’epoca.” [….]

La sua caratteristica [quella del disegno. Ndr] è quella di essere composto di elementi eterogenei solo all’apparenza, ma che in realtà costituiscono una sorta di ideogramma del perfetto provocatore: il poncho, la gorgiera e il cappello.

Il poncho, indumento tradizionale dell’America latina, è da sempre emblema dei colonizzati e degli sfruttati del medesimo continente (e, per estensione, dei poveri di tutto il mondo): in questo caso costituisce l’apparenza di “sinistra” del provocatore.

La gorgiera invece sta a significare: a parole stiamo con gli sfruttati, ma nei fatti lavoriamo per mantenere (e per estendere) i privilegi dei dominanti.

Certo, è curioso che i neofascisti dell’epoca abbiano pensato proprio alla Spagna coloniale, come simbolo del potere (anche se è noto che la Spagna di Franco fu un punto di riferimento per tutti costoro): non escludo che “Anna Bolena” si sia ispirato proprio allo sceneggiato di Bolchi, che in quegli anni ebbe un enorme successo!

Da notare anche il cappello, che assomiglia proprio al tipico cappello a punta del mago: ecco, tra i corsi e i ricorsi della storia, proprio la magia e l’esoterismo potrebbero essere visti come l’elemento – il valore aggiunto – che differenzia i moderni agenti provocatori dal manzoniano Fusella. È ben noto infatti, seppur solo agli addetti ai lavori, l’importanza dell’esoterismo nella formazione dei neofascisti atlantici “di servizio” (come li ha definiti Vinciguerra).

Quanto al messaggio “NO ALLA CULTURA”, è chiaro che uno degli strumenti per mantenere (e estendere) i privilegi dei dominanti è proprio quello di impedire la crescita culturale complessiva della nazione, che renderebbe evidenti (e insopportabili) a tutti i detti privilegi.

Questo è, purtroppo, il lascito più persistente dei vecchi arnesi della strategia della tensione, come si vede dalla politica dei tagli alla cultura dei governi degli ultimi decenni, anche dei più recenti.

Scusate se abbiamo riportato quasi tutto l’articolo, ma lo meritava davvero! Riuscire a vedere, a “leggere”, tanti particolari e significati in quel disegno non è certo cosa da tutti.

Abbiamo già detto che “Anna Bolena” non ha nulla a che fare con il disegno e abbiamo deciso di fare anche noi uno scoop, rivelando il nome del vero autore di quel disegno sul muro del 22 marzo: fu eseguito materialmente dal nostro compagno Emilio Bagnoli, ispirato da alcuni disegni già da anni circolanti in volantini e stampe anarchiche. Anche due emeriti cretini come Cucchiarelli e Carancini avrebbero potuto fare una semplice ricerca in internet per sapere la storia di quel personaggio raffigurato.

Ad esempio andando a http://anarchicipistoiesi.noblogs.org…leggiamo questa storia:

Anarchik, figura auto-ironica, nata a Milano (e Torino) alla metà degli anni Sessanta ha avuto un notevole successo d’immagine, negli ambienti libertari, dapprima come fumetto e poi come personaggio di volantini, T-shirt…soprattutto in Italia e negli anni Settanta ma anche in altri Paesi e sporadicamente fino ai nostri giorni. Questa è la sua veridica storia, scritta dal suo primo autore, responsabile del personaggio fino ai primi anni Settanta, sostituito poi da autori anonimi più o meno fedeli nell’immagine e nello spirito.

Anarchik è forse il primo tentativo di dare alla propaganda anarchica un tono meno paludato e serioso di quello tradizionale, almeno dal dopoguerra in poi. Sua madre quindi è certa, l’anarchia. Il disegnatore è Roberto Ambrosoli, anarchik nasce all’epoca del depliant “Chi sono gli anarchici”, prodotto nel 1966 dal gruppo Gioventù Libertaria di Milano. Qui, a corredo dello scritto, compare un tizio già dotato di quegli elementi che poi caratterizzeranno il personaggio, cappellaccio a falda larga e ampio mantello, il tutto rigorosamente nero, come nera è la mise (non chiaramente definita) che sta sotto.

Lo stile del disegno è di evidente derivazione fumettistica, sintetico ed essenziale nel tratto, molto contrastato, un po’ “americano” ma ancora tendenzialmente “naturalistico”, nel drappeggio del mantello, nei pantaloni spiegazzati, nelle scarpe deformate da piedi fuori misura. L’approccio è comunque caricaturale, e ironizza sullo stereotipo anarchico della vulgata reazionaria: sotto il cappellaccio il tizio esibisce un nasone e una barba mal curata (altri elementi destinati a rimanere, in seguito) e guarda il lettore con un sorrisetto complice, estraendo dal mantello parzialmente aperto il gadget tipico dell’anarchicità banalizzata, la bomba. Una bomba “classica” e dunque antiquata, sferica, anch’essa nera, con tanto di miccia già pericolosamente accesa e relativo filo di fumo.Dopo l’esordio su Il Nemico dello Stato, Anarchik, vive nel 1968 e nel 1969 una vita precaria su volantini e opuscoletti (ma anche su manifesti seriografati), per approdare poi, nel 1971, sulle pagine di A-Rivista anarchica, dove rimane più a lungo, con una presenza all’inizio relativamente stabile e la funzione, nelle intenzioni del disegnatore, di fare del semplice “umorismo libertario”. L’impostazione del fumetto si fa leggermente più complessa, evolvendo dalla singola striscia al modello a nove vignette (tre file di tre) e grazie alla maggiore disponibilità di spazio le storie diventeranno meno verbali e più dinamiche. Vi compare, a volte, un tipico “antagonista-vittima”, il prete, grasso e un po’ patetico (niente a che vedere con gli omoni grotteschi e bestiali de L’Asino), che fugge con la tonaca alzata di fronte alla minaccia della bomba di Anarchik.

Tale periodo spensierato termina presto. Il maggio ’68, la strage di Stato e tutto ciò che ne segue, impongono un atteggiamento più consapevole e il nostro si dedica, sempre a modo suo, a commentare o sottolineare aspetti considerati importanti di quanto va accadendo. Si sveglia da un incubo in cui alcuni leader rivoluzionari svelano le proprie intenzioni autoritarie (allusione a certe componenti marx-leniniste delle lotte studentesche e operaie), oppure si presenta alla polizia munito di certificato medico, per giustificare con motivi di salute l’esigenza di essere interrogato a finestre chiuse (allusione al volo di Pinelli dalla finestra della Questura milanese).

E’ la fase certamente più intensa della vita pubblica di Anarchik, durante il quale l’accresciuto impegno politico determina la scomparsa della bomba, dimenticata in giro, o nascosta nell’attesa di tempi migliori, come preferite. In un momento segnato dalla ricorrente presenza di altre bombe, non anarchiche e assolutamente non umanitarie, l’uso di un simile strumento per scopi ludici appare inopportuno.”

Nel nostro blog abbiamo anche pubblicato l’opuscolo “Chi sono gli anarchici” di cui si parla nel pezzo, essendo parte del materiale sequestrato a casa di alcuni nostri compagni, la cui copertina qui vi riproponiamo:

 Chi sono gli anarchici

Carancini sembra ignorare anche che i contadini italiani usassero indossare un ampio tabarro con il cappello di feltro. Anche qui una semplice ricerca avrebbe aiutato il nostro eroe a non sparare cazzate sul presunto… poncho latinoamericano! :

http://it.wikipedia.org/wiki/Tabarro_(abbigliamento)

Nel campo dell’abbigliamento, la parola tabarro indica un mantello a ruota da uomo che ha lontanissime origini. Realizzato in panno, grosso e pesante, di colore scuro, solitamente nero, ha un solo punto di allacciatura sotto il mento e viene tenuto chiuso buttando un’estremità sopra la spalla opposta in modo da avvolgerlo intorno al corpo. Vi erano due modelli: quello classico lungo fino al polpaccio, e quello, usato per andare a cavallo e poi in bicicletta, più corto.

In Italia, durante il fascismo, viene considerato un elemento d’ispirazione anarchica, e soprattutto in città è praticamente proibito portarlo. Sopravvive fino agli anni cinquanta del XX secolo, usato in ambiente rurale e montanaro, viene descritto anche nelle opere di Giovannino Guareschi e nei film dell’epoca.

Credo che anche il lettore più distratto guardando il disegno possa intuire che la famosa gorgiera di cui farnetica Carancini non è altro che una banale… barba. E ci vuole una bella fantasia o tanto vino per trovare una somiglianza tra il cappello indossato da Anarchik con “il tipico cappello a punta del mago”!!

Ultimo appunto. Il “No alla cultura” per noi ragazzi del ’68 aveva solamente un significato ben preciso, quello di dire No alla cultura dei Padroni! Siamo convinti che la conoscenza, la cultura generale siano – ieri come oggi – delle armi necessarie per la liberazione dall’oppressione dell’uomo sull’uomo. Così come siamo altrettanto convinti che ci sia una una cultura di Classe, cultura usata dai potenti per perpetuare il loro dominio. E ci permettiamo anche di dubitare – in base agli scritti di questi signori – che la cultura abbia trovato spazio nel cervello dei vari Cucchiarelli, Carancini o Vinciguerra.

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26 febbraio 2014 Cucchiarelli ovvero la menzogna come strumento di distrazione di massa di Enrico Di Cola

26 febbraio 2014

Benchè sia stato costretto a pubblicare una rettifica e scusarsi pubblicamente con Paolo Finzi (vedi allegato 1), Paolo Cucchiarelli ha continuato a diffamare il compagno riproponendo la sua bislacca teoria che egli fosse “Paolo Erda”, colui che incontrò Pinelli il giorno della strage. Lo ha fatto in una intervista al sito http://www.Libreriamo.it pubblicata il 5 marzo 2013.

Dopo aver parlato di alcune denunce per il contenuto del suo libro aggiunge che: “C’è stata infine una richiesta di rettifica da parte di Paolo Finzi. Lui ha potuto difendere la sua tesi, io non ho potuto dimostrare la mia, perché il tribunale di Milano aveva mandato al macero il fascicolo processuale sul caso Pinelli: una scelta incomprensibile. Non ho potuto dunque raccogliere gli elementi utili a supportare la mia dichiarazione”.

Quando un compagno mi disse che Paolo Finzi aveva denunciato Cucchiarelli per le illazioni fatte su di lui, mi ricordai che leggendo i nostri atti processuali avevo trovato un documento che dimostrava in modo inequivocabile la falsità di tale ricostruzione. Dopo una breve ricerca trovai quello che cercavo e il 18 ottobre 2012 scrissi una email a Paolo Finzi mettendogli in allegato il suo verbale di interrogatorio. (vedi allegato 2)

Serebbe ben strano pensare che Finzi non abbia esibito a Cucchiarelli o al suo avvocato, tale documento.

Malgrado l’evidenza dei fatti, Cucchiarelli continua imperterrito a sostenere le sue false tesi. Se usasse il cervello con la stessa frequenza con cui spara teorie strampalate contro gli anarchici e la sinistra, non incorrerrebbe in tanti errori.

Secondo Cucchiarelli, al processo c’era la sua parola contro quella di Finzi e quindi non era in condizione di poter dimostrare la correttezza della sua ipotesi.

Cucchiarelli qui sostiene anche un’altra delle sue assurde fandonie: dice infatti che – siccome il fascicolo processuale sul caso Pinelli sarebbe stato mandato al macero – lui non avrebbe potuto raccogliere elementi a supporto della sua dichiarazione.

Però, visto che Paolo Finzi – come centinaia di altri compagni – fu sentito in relazione agli attentati di piazza Fontana, non si capisce cosa diavolo c’entri il fascicolo Pinelli con lui. Anche un idiota capirebbe che se tale documento esiste, allora deve trovarsi tra gli atti del processo Valpreda. E li infatti si trova!

Mi sembra ovvio che in questo caso – come in un’altra sterminata serie di affermazioni simili, Cucchiarelli, le cui tesi  già abbiamo smantellato –  dimostri la sua totale ignoranza degli atti e un’arroganza pari solo alla sua stupidità.

26 febbraio 2014 Cucchiarelli ALLEGATO 1

26 febbraio 2014 Cucchiarelli ALLEGATO 2

 

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Per chi fosse interessato può leggere l’intervista integrale a Cucchiarelli al seguente link:

http://www.libreriamo.it/a/3541/paolo-cucchiarelli-nel-mio-libro-dimostro-come-piazza-fontana-non-sia-un-mistero-irrisolvibile.aspx

2013 dicembre A Rivista anarchica Ancora bufale su piazza Fontana. Quando la smetteranno? Enrico Maltini

18 dicembre 2013

Aveva iniziato Paolo Cucchiarelli con Il segreto di piazza Fontana (Ponte alla Grazie, 2009), un testo infarcito di invenzioni su Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli. Un ponderoso volume (700 pagine) costruito su una serie di falsità, con infiltrati fascisti (Mauro Meli) nel Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa mai esistiti, con presunti stragisti (Claudio Orsi) che il 12 dicembre 1969 si trovavano a centinaia di chilometri da Milano, per finire con l’accusa all’attuale direttore di “A” Rivista anarchica di essere l’anarchico (in realtà mai esistito) che non avrebbe allora confermato l’alibi di Pinelli. Accusa che gli costò una ritrattazione a pagamento sul Corriere della sera e su La Stampa.

Nella richiesta di archiviazione inoltrata al gip, nel maggio 2012 dai pm di Milano, e accolta nell’ottobre scorso, circa l’ultimo stralcio di indagini sulla strage di piazza Fontana, le tesi di Cucchiarelli relative all’esistenza di una “doppia bomba” e al coinvolgimento di Valpreda e Pinelli sono state definite di “assoluta inverosimiglianza”, così come “le dichiarazioni della fonte anonima in questione, utilizzate dal giornalista, palesemente prive di fondamento”. Non è dunque mai esistito il fantomatico mister X citato dallo stesso autore come fonte delle proprie “scoperte”.

L’ossessione del doppio

Nello stesso solco Stefania Limiti che ha invece teso, con alcune sue pubblicazioni, a rivisitare la storia di questo secondo dopoguerra producendosi in evidenti forzature della realtà. Illuminante l’introduzione de Il complotto. La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK (Nutrimenti, 2012), con postfazione del solito Cucchiarelli, in cui si ipotizza che lo “schema operativo” approntato per assassinare nel 1963 il presidente americano sia stato utilizzato anche per la strage di piazza Fontana, con Valpreda al posto di Lee Oswald, mero burattino nelle mani di fascisti e servizi segreti (la stessa tesi de Il segreto di piazza Fontana). Emerge in questi due autori un’autentica ossessione per il “doppio” (le doppie bombe, le doppie identità), per cui tutti i protagonisti, loro malgrado, si palesano unicamente come marionette nelle mani degli apparati o dell’estrema destra. E non solo, siccome l’appetito vien mangiando, dal “doppio” si passa ora al “quadruplo”. A quando il raddoppio?

Il mutante

È infatti la volta de L’infiltrato di Egidio Ceccato (Ponte alle Grazie, pp. 324, € 14,00, introduzione di Paolo Cucchiarelli), di genere fantastico, se non avesse la pretesa di considerarsi un lavoro storico. Il libro è infarcito di frasi del tipo: “Un elemento cardine di questa strategia è l’infiltrazione…”; “…a un certo punto l’anello anarchico si agganciò a quello dei gruppi marxisti-leninisti e nazimaoisti e ambedue finirono manovrati da menti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale….”; “…l’Andreola metteva a segno la sua infiltrazione…nel gruppo rivoluzionario di Feltrinelli e in quello anarchico….”; “…Chittaro Giuseppe aveva nel corso del 1969 infiltrato i circoli anarchici milanesi…”; “ …viene infiltrato tra i gruppuscoli anarchici e dell’estrema sinistra…”; “E lo stesso Feltrinelli fu un ingenuo strumento nelle mani dei servizi e della destra, che lo fecero saltare letteralmente in aria mettendo in mano all’editore-bombarolo dei timer difettosi preparati appunto da quel Gunter che si era conquistato la fiducia tanto incondizionata quanto malriposta dell’imprenditore…” E via di questo passo, tra anarcomarx-lenin-nazimaoisti (???), infiltrati, traditori e vittime ignare.

La storia narrata, incentrata sulla figura di un diabolico pluri-infiltrato di nome Berardino Andreola, è completamente campata in aria, come dimostriamo in queste brevi note. Avremmo potuto anche lasciar perdere, ma non possiamo accettare la presunzione – non solo di Ceccato – di poter tranquillamente affermare, senza prova alcuna, che gli anarchici sono perennemente preda di infiltrati e manipolatori, in balia di ogni burattinaio di passaggio e che così fu anche a Milano al tempo della strage di piazza Fontana.

L’infiltrato sarebbe tale Berardino Andreola, già coinvolto nel 1975 nel fallito sequestro in Sicilia dell’ex senatore democristiano Graziano Verzotto. Un delinquente comune, figlio di un maresciallo dell’Ovra e lui stesso fascista, più volte condannato per truffa, traffico d’armi e altri reati comuni, ma dipinto da Ceccato come abile spia di un oscuro servizio tedesco. Ebbene, ai tempi di piazza Fontana e negli anni seguenti, questa stessa persona si sarebbe “trasformata”, a fini di provocazione, assumendo nel tempo le generalità di ben altri quattro personaggi, variamente infiltrandosi tra gli anarchici e non solo.

I personaggi via via interpretati, realmente esistiti, sono: un confidente di Allegra e Calabresi di nome Giuseppe Chittaro Job, poi un tale Giuliano De Fonseca, in seguito tale Umberto Rai e infine un uomo chiamato Gunther. Tutti costoro sarebbero la stessa persona, ovvero l’Andreola. Fin qui si potrebbe trattare di fantasie innocue, di cui il Ceccatosi assume la responsabilità.

Ma l’autore dà anche per certo che il Chittaro si sarebbe davvero infiltrato fra gli anarchici, insistendo sui: “…contatti di Chittaro/Andreola con gli anarchici milanesi…” (ma quando mai?). Ma non solo, perché lo stesso Andreola sarebbe poi entrato in relazione, questa volta con il nome di Umberto Rai, ancora con “noti anarchici” e con Giangiacomo Feltrinelli, ed è con il nome di Gunther, sotto il traliccio di Segrate nel 1972, che l’Andreola/Gunther ne avrebbe volontariamente causato la morte, grazie alla manipolazione del timer che l’editore stava maneggiando. Il tutto senza fornire il minimo riscontro o una prova. Sarebbe invero stata sufficiente qualche verifica per evitare figuracce e rendersi conto che si tratta di persone del tutto diverse tra loro. Una verifica sull’età ci dice che Andreola nacque a Roma nel 1928; Chittaro, come da rapporti di polizia e da certificato anagrafico di nascita, a Udine nel 1940; Rai nasce a Milano nel 1923, come da documentazione della questura di Milano e dal mandato di fermo del 15 dicembre 1969, mentre il Gunther risulta nato fra il 1927 e il 1931. Quanto alle morti, si sa di Andreola nel 1983, a 55 anni e di Gunther nel 1977.

Da altre verifiche si apprende anche che nel 1975 l’Andreola, dal carcere di Palermo, si propose come informatore sulle Br ai giudici di Torino, che dopo averlo sentito lo bollarono per “manifesta inattendibilità” e “calunnia”. Berardino Andreola, condannato per tentato sequestro a scopo di estorsione, rimarrà in carcere dal 1975 fino alla sua morte, nel carcere di Fossombrone, nel 1983.

Chi erano?

Ma chi erano nella realtà storica questi personaggi? Per ragioni di spazio, riportiamo solo alcuni elementi, ma molti altri ve ne sarebbero: Chittaro, di corporatura media, era un mezzo mitomane che nel 1969 bazzicava (a suo dire) l’ex hotel Commercio e l’allora casa dello studente occupati, nonché i gradini del Palazzo di Giustizia di Milano, dove l’anarchico Michele Camiolo faceva lo sciopero della fame. Uno che viveva di espedienti, non troppo alfabetizzato, (nelle sue lettere si legge ad esempio l’aradio, la scuadra politica…), più volte condannato per truffa, sostituzione di persona e anche traffico di armi (due fucili), ma che godeva di strani agganci in Francia e Svizzera presso questure e consolati. Con questo tizio aveva stretti rapporti il capo dell’ufficio politico della questura milanese Antonino Allegra, che sperò fortemente di trarre da lui confidenze determinanti per accusare gli anarchici, tanto da inviare il commissario Calabresi a Basilea, per un incontro con lui presso il consolato, addirittura il 13 dicembre, giorno dopo la strage. Una trasferta che si rivelerà del tutto infruttuosa. Anni dopo, nel 1980 – si noti che Andreola era in carcere – il Chittaro fu oggetto di numerosi articoli sul quotidiano Lotta continua, su l’Unità e altri giornali, perché coinvolto in una complicata e oscura storia di falsi documenti e depistaggi sulla morte di Feltrinelli. Chi lo incontrò allora ricorda che il Chittaro si vantava sempre di grande dimestichezza con l’editore.

Gunther era il soprannome di Ernesto Grassi, che non era un traditore né un assassino e non ha manipolato alcun timer, ma era operaio in una fabbrica di Bruzzano, con un’esperienza di partigiano in Valtellina, faceva parte dei Gap di Feltrinelli e la tragica sera del maggio 1972 era davvero con l’editore, ma doveva occuparsi del traliccio di Gaggiano e non di Segrate. Chi lo ha conosciuto descrive fisicamente Gunther come molto piccolo e minuto.

Umberto Rai era al contrario molto alto e robusto, ex pugile ed ex partigiano, di professione pittore, con lievi precedenti per reati comuni, fermato a Milano dopo la strage perché in precedenza indicato da “fonte confidenziale” (Anna Bolena) come implicato nelle bombe sui treni dell’agosto ’69. Rai frequentava allora, come molti “alternativi”, anarchici compresi, i locali di Brera e anche a lui furono chieste da parte di Allegra e Calabresi e, ancora una volta invano, confidenze sugli anarchici (su Paolo Braschi in particolare), come si ricava da un lungo interrogatorio in data 13 dicembre 1969. Il Rai lavorò un paio di settimane per Feltrinelli, pare come guardiaspalle di Rudi Dutsche, ospite dell’editore. Nel 1969, testimoniò in Germania al processo per la strage nazista di ebrei del settembre 1943 a Meina sul Lago Maggiore, ma fu ritenuto inaffidabile dalla corte. Dal canto suo l’Andreola, nell’unica foto pubblicata nel libro e scattata nel 1977, appare un tipo normale e un po’ sovrappeso.

Anche Pinelli e Calabresi

Ma le sorprese del nuovo libro non finiscono qui: l’autore non dà nulla per certo, ma lascia intendere che anche la morte di Pinelli e quella del commissario Calabresi sarebbero in larga misura riconducibili al ruolo del Chittaro/Andreola: ruolo di confidente “infiltrato negli ambienti anarchici”, che Pinelli avrebbe smascherato quella notte in questura, condannandosi così a morte. Mentre per Calabresi, oltre a ritenere che: “… si fosse troppo avvicinato a verità delicate in materia di traffici di armi ed esplosivi, non è da escludere neppure che egli stesse indagando sulla vera identità e sulla reale collocazione politica del soggetto incontrato a Basilea il 13 dicembre 1969 e presentatosi col nome di Giuseppe Chittaro”, dunque anche lui colpevole di aver scoperto il ruolo o i ruoli giocati dall’Andreola, di cui era prima all’oscuro.

Il contenuto di fondo del libro è che la strategia della tensione fu opera della parte più retriva della destra italiana, con la complicità di Cia & co e il ruolo chiave dell’Ufficio Affari Riservati, e fino a qui e senza entrare in dettagli, siamo alla versione ormai accettata da tutti. Ma la tesi che ci sta dentro è sempre quella degli anarchici sprovveduti e infiltrati, del Feltrinelli ingenuo e manipolato e, come nel libro si suggerisce, dandone per scontata la responsabilità, anche degli “eterodiretti” militanti di Lotta continua condannati per l’uccisione di Calabresi, che come burattini tirati da fili malefici eseguivano i calcolati disegni delle forze oscure della destra eversiva. Come Cucchiarelli, Ceccato non riesce a concepire che Pinelli, Valpreda e gli anarchici non c’entrassero assolutamente nulla con la bombe del 12 dicembre e che quello di Feltrinelli sia stato un incidente.

Chittaro è certamente un personaggio oscuro, manipolato e manipolatore, ma non aveva nulla a che fare con l’Andreola e se davvero tentò di infiltrarsi tra gli anarchici, proprio non ebbe successo. Ovviamente anche nelle pagine di questo libro, come in quello di Cucchiarelli, fa capolino un misterioso mister X, questa volta chiamato “Anonimo mafioso”, intento a raccontarci vicende tanto oscure quanto indimostrabili. Siamo, in ultima analisi, di fronte una forma di intossicazione, consapevole o no che sia, di un pezzo di storia negli anni della strategia della tensione. Ceccato ha detto in una intervista che: “ …su chi è stato (l’Andreola ndr) e su quanto ha fatto esistono riscontri ben precisi, capaci di riscrivere una nuova verità storica con cui la società, non solo italiana, dovrà per forza fare i conti”.

Trame e complotti contrassegnarono davvero quel periodo e la verità storica deve essere scritta. Ma un conto è studiarla, altro è inventarla.

Enrico Maltini

Questo articolo riprende, ampliandola, una recensione pubblicata su “il Manifesto” del 16 Ottobre 2013 a firma Saverio Ferrari, Enrico Maltini, Elda Necchi

 

Uno scivolone passi, ma due… iniziano a diventare sospetti. di Enrico Di Cola

11 ottobre 2013

Recentemente mi ero permesso di criticare un blog – che peraltro segnalo come interessante  per alcuni suoi contenuti – per la loro scelta di pubblicare, in maniera totalmente acritica, un articolo del terrorista, fascista e assassino Vincenzo Vinciguerra. (per chi è interessato a questa polemica lo può leggere sul sito:  http://ioso.info/2013/09/21/le-ignobili-menzogne-che-vinciguerra-ha-scritto-su-di-noi-e-valpreda-di-enrico-di-cola-22-marzo/ )

Ora sono costretto a tornare a parlare di questo blog  (IoSo.info), per via di un loro commento sull’archiviazione dell’ultimo procedimento su piazza Fontana. (http://ioso.info/2013/09/30/opposizione-alla-richiesta-di-archiviazione-dellultimo-procedimento-su-piazza-fontana/)  I motivi di questa mia critica sono molteplici.

Non è questione di mero dettaglio, la scelta da loro operata di pubblicare SOLAMENTE il documento di opposizione alla archiviazione della nuova inchiesta sulla strage di piazza Fontana,  redatto dall’ avv. Sinicato, ex difensore di parte civile nonchè attuale difensore delle menzogne del giornalista Paolo Cucchiarelli.

Dato che  questo blog viene gestito da giornalisti, mi sarei aspettato che avessero seguito almeno l’ABC del giornalismo e mantenuto un minimo di buona prassi  che vuole che prima si diano le notizie e poi si facciano i commenti.

In questo caso si è invece preferito dare spazio, e credito, ad una unica fonte. Si è quindi scelto di dare una informazione faziosa e di parte.

Non si è data una notizia, ma solo parte di questa. È evidente che se si  censurano (non pubblicandoli) alcuni documenti,  si esercita un filtro informativo – si nega l’opportunità per i lettori di farsi un’opinione propria e di capire su quali basi si fondino le eventuali critiche o le cose che sostiene l’autore.

Questo modo di agire “tradisce” anche la “ragione sociale” del loro stesso blog, dove affermano che “… i nostri archivi saranno messi a disposizione di chiunque voglia consultarli, in modo libero e senza filtri.”

Riportando una sola voce, omettendo- censurando quella contraria si fa una scelta.  Scelta la ritengo molto grave perchè può portare a pensare che si sia voluto scientemente manipolare la notizia.

Il sospetto di aver voluto “manipolare” l’informazione viene addirittura rafforzato nel loro commento di accompagno laddove si scrive che “Oggi sono stati archiviati gli ultimi filoni d’inchiesta sulla strage di piazza Fontana. Ecco il documento di opposizione redatto dalle parti civili, con tanto di nomi e cognomi: peccato che nessuno li andrà mai a cercare…”

Scrivendo queste parole si è infatti portati a credere che gli autori della nota condividano in toto le tesi del Cucchiarelli e del suo avvocato. E questo pone, almeno per me, anche un problema di relazione con alcune persone che gestiscono il sito e quindi attenderò un loro chiarimento pubblico sulla questione per decidere se continuare a mantenere dei rapporti con loro o meno.

Va chiarito che quello che non hanno pubblicato non è un documento qualsiasi o di poco interesse, ma si tratta addirittura della sentenza di archiviazione scritta DOPO la “opposizione” presentata da Sinicato. Si tratta di un importante atto giudiziario, non dimentichiamolo, perchè almeno pone la parola fine ad alcune invenzioni, speculazioni e assurde teorie complottistiche contro gli anarchici del gruppo 22 marzo ed in particolare Valpreda. Il documento di “opposizione” dell’avvocato Sinicato – che ha avvalorato acriticamente tutte le bugie, invenzioni e provocazioni del “giornalista” Paolo Cucchiarelli viene qui posto sotto il microscopio e ne esce fuori letteralmente frantumato e ridicolizzato dal GI D’Arcangelo che con estrema attenzione ha provato a seguire il filo logico (sic!) delle elecubrazioni del “giornalista” per arrivare a negarne ogni sia pur minimo valore “indiziario”. Le due bombe – per intenderci – non sono mai esistite, così come vengono a crollare le presunte testimonianze dei vari Russomanno di turno.

Pubblicheremo, appena saremo pronti, tutto il materiale con le nostre annotazioni per andare oltre quello che è stato scritto dai magistrati (anche questi non esenti da errori) e dare la nostra versione dei fatti. Per il momento invitiamo a leggere, in particolare, la parte della sentenza relativa al “filone investigativo originato dal libro del giornalista Paolo Cucchiarelli” (al link: https://stragedistato.files.wordpress.com/2013/10/filone-investigativo-originato-dal-libro-del-giornalista-p-38-67.pdf  ) e l’articolo che io e Gargamelli abbiamo pubblicato sull’ultimo numero di Umanità Nova (http://www.umanitanova.org/n-30-anno-93/noi-non-archiviamo )

Cucchiarelli su antifascismo anarchici e ….gerarchia militare di Enrico Di Cola

8 aprile 2013

Le tesi contenute nel libro Il segreto di piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, come abbiamo avuto modo di dire e dimostrare più volte in passato, sono basate essenzialmente su confidenze di terroristi e assassini fascisti (vedi il caso di Vinciguerra o del fantomatico mister X), di squallidi personaggi dei servizi segreti (quelli delle stragi e dei depistaggi oltre che pidduisti) come l’esimio Russomanno dell’Ufficio Affari Riservati, e sulle tesi esposte dai vari fascisti (travestiti da ex, post, e così via ingannando) che all’interno delle varie Commissioni stragi hanno cercato in tutti i modi di mescolare le carte per impedire l’accertamento della verità che portava a casa loro.

Dopo aver letto più volte il libro di Cucchiarelli (forse per una forma di masochismo senile) mi sono arrovellato il cervello per capire se l’autore si sia solamente fatto abbindolare dai sui nuovi amici in camicia nera o se invece si sia – più semplicemente – convertito a tale mentalità. Il suo lavoro di “ricostruzione storica” mi sembra troppo ricco di falsi, di manipolazioni, di “luoghi comuni” di destra, perchè si possa attribuire tutto ciò al solo  dilettantismo dell’autore.

Il primo errore e disinformazione è quello di sostenere che il Sessantotto avesse infranto le barriere ideologiche che resistevano dal dopoguerra, che si fossero aperti degli spazi per combattere assieme tra rossi e neri e che, addirittura, l’unità delle forze antisistema potesse venire prima della pregiudiziale antifascista. Noi anarchici ritenevamo, allora come oggi, che l’antifascismo sia una pregiudiziale insormontabile e che i fascisti non debbano trovare spazi in cui insinuarsi. Il fascismo è l’antitesi della libertà e come tale anche l’antitesi dell’anarchia e quindi nostro nemico giurato. Sia a livello politico-culturale che come spazio fisico, per intenderci.

Solamente i fascisti, (dopo che nel ‘68 li respingemmo nelle loro fogne) oggi che si fanno forza di essere arrivati nuovamente al potere per vie legali, continuano a sforzarsi per accreditare una loro presunta – se vi è stata è stata brevissima, super minoritaria rispetto al movimento, e sempre mascherata sotto altre vesti – partecipazione nel movimento del ’68.

All’epoca, quando in un corteo scorgevamo facce di fascisti noti, li allontanavamo immediatamente e spesso e volentieri lo facevamo con la forza. Noi anarchici eravamo, siamo e resteremo sempre orgogliosamente antifascisti.

Il secondo errore e disinformazione è consequenziale al primo. Fatto passare come vero il primo assunto, Cucchiarelli può sferrare il secondo attacco contro di noi tentando di far credere che il nostro circolo fosse una sorta di ibrido non solo teorico (“neoanarchici”… ma de che, e a chi?!)  ma anche a livello pratico di attività, e che il numero dei fascisti infiltrati o addirittura palesi al nostro interno fosse alto (praticamente metà e metà!). Abbiamo già smentito tali becere insinuazioni e mostrato come siano frutto della fantasia malata di Cucchiarelli (e dei suoi suggeritori)  e che sarebbe bastato leggere gli atti giudiziari – cosa che lui sostiene di aver fatto – per non incorrere in simili castronerie. Ma questo dimostra proprio come non vi sia buonafede nel suo mescolare nel torbido.

Il terzo errore è in parte alimentato dal primo e dal secondo e in parte dovuto alla più crassa ignoranza dello scrittore su cosa sia l’anarchia e gli anarchici. Tutto l’assunto che ci vedrebbe responsabili delle bombe di Roma e Milano, poggia su un modus operandi che è totalmente estraneo agli anarchici.

Secondo Cucchiarelli, Valpreda e noi a Roma come dei bravi soldatini (sembra di leggere lo scritto di un questurino o di un fascista)  saremmo andati a ritirare delle bombe fatte da persone a noi sconosciute e – senza farci domande o discutere sul come e perché – le avremmo  piazzate dove ci veniva ordinato. Valpreda addirittura avrebbe eseguito l’ordine più idiota di quelli possibili:  prendere un taxi… per farsi riconoscere!

Ma il questurino o il fascista suggeritore di tale assurde tesi davvero non lo sa che gli anarchici non sono usi ubbidire, che non hanno gerarchie al loro interno, che si fidano solo di loro stessi, e che non prendono le caramelle, pardon le bombe, dagli sconosciuti??

Cucchiarelli riesce addirittura a superare i suoi maestri complottardi che volevano gli anarchici colpevoli ad ogni costo: i vari Calabresi, Improta, Cudillo e Occorsio…!

Corriere della Sera 19 febbraio 2013

6 aprile 2013

Corriere della Sera 19 febbraio 2013

Le scuse di Paolo Cucchiarelli al compagno Finzi

A rivista anarchica anno 42 n. 372 giugno 2012 Una storia non solo mia di Paolo Finzi

18 ottobre 2012

Nella seconda edizione de “Il segreto di piazza Fontana” Paolo Cucchiarelli dedica mezza pagina a un nostro redattore. Sarebbe, in sostanza, un doppio bugiardo e un vigliacco (verso Pinelli). Ma Finzi non ci sta e qui spiega perché ha deciso di agire per diffamazione contro Paolo Cucchiarelli (e Roberto Gremmo).

Il mio 12 dicembre 1969

Influenzato, sono a letto a casa mia, in via Marcora 7, a Milano. Nel pomeriggio si diffonde la notizia di un’esplosione in centro. Telefono al mio amico Giammarco Brenelli, per sapere se ne sa di più. È un mio compagno di scuola (non di classe) al liceo classico “Carducci”, io animatore del gruppo anarchico Carducci, lui liberale, moderato, di centro: aldilà delle divergenze, siamo amici e il dialogo tra noi dura da tempo.

La sera, non ricordo esattamente a che ora, si presentano due uomini delle forze dell’ordine. Due vicini di casa hanno aperto loro il portone sotto, sono saliti al quarto piano e ai miei genitori dicono che devo seguirli, sarei – a detta di uno dei due – uno dei potenziali responsabili dell’attentato che con 17 morti ha insanguinato la città. Mia madre mi fa coprire bene, sciarpa, maglione e poi si precipita al telefono. 25 anni prima era partigiana combattente a Roma, quella sera si limita a tirar giù dal letto l’avvocato Mario Boneschi, vecchio liberale, una delle figure di punta del Partito Radicale. Dopo poco parte un telegramma per la Questura, “non torcete un capello a mio figlio, è reduce da un grave incidente motociclistico con trauma cranico e commozione cerebrale, vi ritengo fin d’ora responsabili di quanto possa accadergli mentre è nelle vostre mani”. La vecchia socialista non si è mossa male. Naturalmente apprenderò dopo questo dettaglio.

Vengo caricato in auto, il tragitto fino alla Questura è breve. Il posto non mi è del tutto sconosciuto. Ho alle spalle un paio di fermi, in entrambi i casi durante manifestazioni di piazza: la prima volta due anni prima, manifestazione in piazza Duomo, il famoso commissario Vittoria fa suonare la tromba e poi la carica della polizia. Vedo tutti che scappano, io non sono mica scemo, sto tranquillo davanti a una vetrina, così non mi succede niente. Mi caricano su di una camionetta verde e con altre decine di persone vengo portato in Questura. La seconda volta ero in via Manzoni, un poliziotto in borghese mi prende sottobraccio e molla la presa solo dentro la Questura.

Per il primo fermo arriva l’imputazione di “adunata sediziosa”, in tribunale finirà tutto nel niente (per me e per gli altri fermati/denunciati). Il mio avvocato difensore era Mario Boneschi.

Nel gennaio 1969, poi, cioè quasi un anno prima del 12 dicembre, vengono un po’ di agenti a casa mia, effettuano una perquisizione di alcune ore alla ricerca di materiale esplodente, in camera mia sollevano anche il parquet, non trovano niente. Ma dopo quella perquisizione i miei genitori mi spediscono dal citato avv. Mario Boneschi, che mi fa stendere una lettera che viene inviata in Questura e forse altrove. Io, allora diciassettenne, rivendico il mio anarchismo e al contempo il mio essere nonviolento.

Torniamo alla notte tra il 12 e il 13 dicembre 1969. Nel corso della notte vengo interrogato (“ Dov’eri lo scorso pomeriggio? Chi pensi sia stato l’autore dell’attentato?”), poi come quasi tutti vengo portato nelle celle della Questura, strapiene di fermati, quasi tutti rilasciati nel pomeriggio di sabato 13 dicembre. Quasi.

Nel salone al quarto piano della Questura ricordo qualche volto noto, Sergio Ardau, Pino Pinelli (con il quale scambio qualche battuta), Cesare Vurchio (che si ricorda di me imbacuccato, con una sciarpa al collo: ero febbricitante e la mamma prima di vedermi uscire con i poliziotti mi aveva coperto bene).

Resto in Questura fino al pomeriggio di sabato 13 dicembre.

Questo, in sintesi, il mio 12-13 dicembre.

Il mio 12 dicembre 1969 (secondo Cucchiarelli)

Cucchiarelli, nella seconda edizione del suo libro (quello della tesi delle 2 bombe contemporaneamente messe nella Banca dell’Agricoltura), ricostruisce in maniera un po’ diversa quelle mie ore.

Molto probabilmente, secondo Cucchiarelli, io sarei quel Paolo Erda che si trovava verso le ore 17.15 del famoso venerdì 12 al Circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”, quando vi si recò Pinelli, proveniente dal bar dove aveva giocato a carte al momento dell’esplosione in piazza Fontana. In realtà era già agli atti del giudice D’Ambrosio (interrogatorio di Ivan Guarnieri, 23.11.1971; interrogatorio di Ester Bartoli 23.11.1971; interrogatorio di Ivan Guarnieri 21.02.1972) che Paolo Erda era il soprannome di Paolo Stefani, quindi non ero io. E anche nell’edizione 2009 del libro “Bombe e segreti” di Luciano Lanza è scritto chiaramente che Erda era Stefani.

Se io fossi, come sostiene Cucchiarelli, Paolo Erda, sarebbe interessante – scrive sempre Cucchiarelli – sapere perchè io abbia sempre taciuto e non mi sia presentato a confermare l’alibi di Pino Pinelli. Peccato, che non essendo io Paolo Erda, tale facoltà non mi fosse data.

Poi Cucchiarelli cita Roberto Gremmo, fondatore e direttore della rivista Storia Ribelle e autore di improbabili libri “storici” spesso caratterizzati da un uso approssimativo delle “fonti” e denigratori verso gli anarchici. Questo Gremmo, nel suo “Il triangolo delle bombe” (stampato come supplemento al n. 30 della rivista Storia Ribelle nel novembre 2011), sostiene che io avrei mentito riguardo al mio fermo la sera del 12 dicembre. E lo fa, da instancabile ricercatore quale lo qualifica Paolo Cucchiatelli, rifacendosi a una fotocopia questurinesca riprodotta nel libro di Vincenzo Nardella “Noi accusiamo!” del 1972: tale fotocopia contiene 25 nomi e cognomi di fermati il 13 dicembre (e non il 12 dicembre) ed è comunque un elenco sicuramente incompleto, visto che i fermati furono complessivamente oltre un centinaio. In questo elenco parziale mancano, tra gli altri, i nomi di Giuseppe Pinelli e di Virgilio Galassi, nomi riportati anche dai giornali, il primo per le note successive ragioni e il secondo perché era il responsabile del Centro Studi della Banca Commerciale, anarchico “in sonno” da lungo tempo, per la cui scarcerazione si mosse subito il numero uno della Commerciale, Raffaele Mattioli, una delle personalità più importanti della finanza italiana di allora.

Secondo quanto riporta Gremmo, invece, Finzi non risulta affatto nell’elenco dei fermati – unico tra i compagni anarchici di Pino –, e bisognerebbe capire perché. Con queste parole Cucchiarelli chiude la mezza pagina a me dedicata. Non è roba da poco: con un piccolo passo in avanti, bisognerebbe chiedersi dov’era Paolo Finzi alle 16.37 di quel venerdì 12 dicembre, visto che a letto a casa sua non c’era (se era il Paolo Erda al “Ponte della Ghisolfa”) e poi ha millantato un fermo di polizia che non risulta.

Situazione un po’ kafkiana

Alla fine dello scorso mese di marzo, una volta letto, su segnalazione di Adriano Sofri, quanto Cucchiarelli ha aggiunto su di me nella seconda edizione del suo libro, mi sono recato dall’amico avvocato Luca Boneschi: una mia vecchia conoscenza, visto che lo conosco fin dal 1968, intanto perché allora bazzicavo anche la sede, in via Lanzone, del Partito Radicale (e Luca per un periodo era iscritto al PR) e poi perché il giovane avvocato Luca era nel comitato di difesa degli anarchici arrestati per gli attentati del 25 aprile 1969 alla Fiera Campionaria e alla Stazione Centrale di Milano (come successivamente lo sarebbe stato in quello di Valpreda). E poi Luca era nipote proprio dell’avvocato Mario Boneschi, il legale di fiducia dei miei genitori, che già si era occupato di me sia in relazione alla perquisizione del gennaio 1969 sia al precedente fermo (con denuncia) nel corso di una precedente manifestazione. Fu Luca Boneschi, dopo la morte di Pinelli, a suggerirmi di andare dal giudice Ugo Paolillo a rendere testimonianza del mio colloquio con Pinelli in Questura durante la notte tra il 12 e il 13 dicembre. Paolillo – al quale poi vennero avocate le indagini sulla strage di Piazza Fontana e sulla morte di Pinelli – era interessato a qualsiasi testimonianza di persone che lo avessero incontrato durante il suo fermo, per sapere in che stato psicologico si trovava. E io testimoniai che, pur nella palese concitazione dell’ambiente (eravamo tutti fermati in relazione a un attentato con morti e feriti) Pino era sereno e – per quanto mi riguarda – rassicurante nei confronti di un diciottenne quale ero.

Trascorsi 43 anni da quei giorni, ho dovuto raccogliere alcune testimonianze a conferma della “mia” verità sul mio 12-13 dicembre 1969. L’avvocato Gianmarco Brenelli, liberale oggi come allora, testimonia del nostro colloquio telefonico, prima citato, e allora non c’erano cellulari, se chiamavi da casa eri a casa. Mio fratello Enrico testimonia dell’arrivo delle forze dell’ordine in casa nostra e del mio fermo. L’anarchico Cesare Vurchio, allora il più stretto amico e compagno di Pinelli (erano anche coetanei), testimonia di avermi visto in Questura quella notte.

Situazione un po’ kafkiana. Dopo 43 anni devo io dimostrare quella che per me non è solo la certezza dei fatti, ma è anche la data che ha segnato profondamente la mia vita, trasformandomi in un convinto militante anarchico. Di Pinelli, di quelle giornate, ho reso spesso pubblica testimonianza in conferenze, scritti… Ho curato il dossier su Pinelli e la strage di piazza Fontana, che abbiamo realizzato come rivista “A”. Tutto falso? Tutto basato su di un mio millantato protagonismo, con menzogne e reticenze?

Gremmo e Cucchiarelli mi hanno profondamente offeso, cercando di farmi apparire un personaggio ambiguo, bugiardo e ancor peggio vigliacco con una persona, come Pino, nel ricordo della quale ho condotto da allora un certo tipo di esistenza e di impegno politico mai abbandonati.

Chiudo ricordando che nella primavera del 1970, in una riunione del gruppo “Bandiera Nera” a casa di Amedeo Bertolo, chiesi di poter “entrare nel gruppo”. Aspettai fuori dalla stanza in cui si svolgeva la riunione… E quando mi dissero che ero stato accettato, ne fui orgoglioso: ero il primo compagno a entrare nel gruppo dopo la morte di Pino. Ai miei occhi, “prendevo il suo posto”.

E oggi c’è chi crede di poter scrivere che su Pino io avrei sempre taciuto e non mi sarei presentato a confermarne l’alibi. Oltre a essermi inventato tutta la storia della malattia e del fermo in Questura. È un’offesa che mi ferisce e anche per questo ho dato mandato al mio legale di agire per diffamazione contro Roberto Gremmo e contro Paolo Cucchiarelli (e le loro case editrici).

Smentiamo noi. Sul presunto rapporto tra Mander, gli anarchici romani e quei timer così particolari.

12 ottobre 2012

Cucchiarelli ovvero come  la verità possa essere manipolata a proprio uso e consumo.

Il segreto di Piazza Fontana pag. 325-6 (seconda edizione)

Tra le migliaia di pagine dell’inchiesta romana, c’è un documento di un solo foglio, datato 5 novembre 1975. Il giudice istruttore del Tribunale di Roma, riferendosi anche a Mander, si rivolgeva al giudice istruttore presso il Tribunale di Catanzaro perché «gli imputati erano stati trovati in possesso di timer Diehl 60/m/n/d a deviazione (venduti in Italia dalla Ditta Gavotti di Milano, via Washington 83)». Era proprio il raro modello di timer usato il 12 dicembre 1969, e il giudice istruttore stesso lo sottolineava.

Il gruppo di Roma aveva gli stessi timer usati a Milano, gli stessi acquistati dagli ordinovisti veneti? Si noti che anni prima, nella ditta di via Washington, aveva lavorato l’anarchico Ivo Della Savia. Nessuno ha mai chiarito o smentito questo presunto rapporto tra Mander, gli anarchici romani e quei timer così particolari. Valpreda e i suoi amici del «22 marzo» erano solo i manovali che avevano posizionato le bombe, o erano coinvolti anche nella loro preparazione?

Non abbiamo ancora trovato il “foglio datato 5 novembre 1975” e quindi su questo particolare “documento” – che Cucchiarelli cita senza darne gli estremi per rintracciarlo – torneremo a tempo debito. Quello che possiamo dire con certezza è che Mander non è mai stato trovato in possesso (l’insinuazione è “riferendosi anche a Mander”) di timer Diehl 60/m/n/d a deviazione, come Mander stesso ha scritto nella sua denuncia penale contro il libro di Cucchiarelli. E quindi il “gruppo di Roma” non è mai stato trovato in possesso di quel particolare timer come il provocatore Cucchiarelli insinua. Se è vero che un giudice istruttore romano (chi di grazia?) così ha scritto ai colleghe di Catanzaro, vuol dire solo che tale giudice ha mentito spudoratamente e/o si è reso servo sciocco di qualche velina dei servizi.

D’altronde la stessa insinuazione che il nostro “giornalista investigativo” rivolge contro Ivo Della Savia è un esempio eclatante di come una notizia vera possa venire trasfigurata al punto di diventare un autentico falso. Vediamo più da vicino come è stata realizzata questa “manipolazione genetica”.

Ivo Della Savia, dal 7 luglio del 1959 al 23 novembre 1960, ha lavorato presso la ditta “Thermostick” Italiana con sede a via Washington numero 105, che fabbricava apparecchiature elettriche di vario tipo. Inoltre, secondo il titolare della società ing. Antonio Marsi, il Della Savia non avrebbe mai messo mani a queste apparecchiature.

Sarebbe dunque interessante sapere dal Cucchiarelli se la Ditta Gavotti (in realtà si chiama G.P.U. Gavotti, ma su questi errori non ci formalizziamo più di tanto) di Milano in via Washington 83 sia la stessa cosa della  Thermostick” Italiana con sede a via Washington numero 105. Due nomi diversi, due indirizzi diversi e…il miracolo dei raddoppi continua!

C’è poi un particolare a cui bisognerebbe porre particolare attenzione: che l’impiego del Della Savia risale al 1960. Forse la matematica (ci si permetta questa insinuazione, ma d’altronde noi lo conosciamo solo come affermato scrittore) non è il forte di Cucchiarelli, ma se Della Savia è nato nel 1945 e questo lavoretto avviene nel 1960, noi possiamo con modestia affermare che Ivo aveva solo 15 anni. E’ vero che gli anarchici sono strani animali, ma che il 15enne Della Savia avesse anche il dono della chiaroveggenza e progettasse di compiere attentati una volta raggiunta la maggiore età ci riesce davvero difficile da credere.

Ma il vero miracolo non sarebbe stato tanto quello della chiaroveggenza di Ivo bensì quello di una ditta elettronica che in 10 anni non modifica i suoi prodotti!

Infatti quel particolare modello di timer usato per la strage di piazza Fontana ha iniziato ad essere prodotto solo nel ‘67 (quindi molti anni dopo che il ragazzo Della Savia aveva terminato il suo lavoro di garzone di bottega) e poi subì  delle  modifiche nei due anni successivi.

Insomma, che Ivo avesse lavorato o meno in quella particolare ditta, non riveste alcun rilievo particolare, ed  il solo nominare questo lavoro per destare sospetti sulla sua persona, e quindi sul nostro gruppo, dimostra il modo disinvolto, vergognoso e provocatorio utilizzato da certi giornalisti per riscrivere la storia al servizio dei potentati di turno.

  P.S.

Stavamo per dimenticare di dire la nostra fonte:

Strage piazza fontana – 6071-95 ATTI PM CONSERVATI IN PROCURA DI MILANO. Faldone (46) XLVI. Parte851

 

RISERVATA Milano 26 febbraio 1970 APPUNTO PER IL DOTT. RUSSOMANNO

 Ivo Della Savia e i presunti timer

Finalmente! di Roberto Gargamelli

3 giugno 2012

 

Dal 31 Luglio 2009, giorno in cui presentai denuncia/querela contro l’autore della corposa “ricostruzione storica” della strage di piazza Fontana con annesse sensazionali rivelazioni del Segreto di cui nel titolo, aspettavo questo momento.

In questi anni insieme a tanti compagni ho denunciato con forza le falsità contenute in questo libello, mettendo in risalto la finalità di questa operazione: riesumare quella strategia della tensione che ha visto e ancora vede gli anarchici comodi capri espiatori.

Il 5 Giugno 2012, dopo la richiesta di rinvio a giudizio del Cucchiarelli Paolo, autore del libro “il Segreto di Piazza Fontana”, e del Mazzitelli Gianluca Luigi Maria, Editore, fatta dal P.M.di Milano dott.ssa Ester Nocera, avanti il G.U.P.del Tribunale di Milano ci sarà l’udienza preliminare.

Forse riusciremo a smascherare il tentativo neanche tanto sotteso di screditare ancora una volta, dopo ben 43 anni!, la memoria storica e giudiziaria della nostra Assoluta Estraneità a quella immane tragedia che fu la Strage di Piazza Fontana a Milano nel 1969, sia come anarchici che, perciò stesso ancor più, esseri umani.

Tentativo portato avanti anche con film quali Romanzo di una Strage “ispirato” da questo compendio di falsità che ne determina la futilità.

Le “doppie bombe” anarchiche e fasciste: Valpreda pagato da fascisti e servizi per mettere “bombette fumogene” puntualmente raddoppiate dagli stessi, io che “fin da bambino giocavo nel sottopassaggio della BNL di Roma dove lavorava mio padre…” dove fu posta una delle cinque bombe di quel maledetto 12 Dicembre 1969 e tutte le altre infinite perle inventate dal Cucchiarelli per far resuscitare la teoria degli opposti estremismi così cara ancora oggi agli eredi della DC e del PCI che all’epoca ne fecero la bandiera vincente su un movimento ( nazionale e non solo) di lotta antiautoritario ormai fuoriuscito dagli schemi partitici e dal controllo statale.

Questo mi sono ripromesso di fare con la denuncia di questo vergognoso pamphlet: la memoria storica deve essere sempre e con ogni mezzo difesa dagli sciacalli stagionali, e a questo preciso scopo abbiamo costituito l’Associazione Pietro Valpreda per la Verità sulle Stragi la cui voce sarà il blog HTTP://STRAGEDISTATO.WORDPRESS.COM/

                                                                                Roberto Gargamelli

Roma, 2 Giugno 2012

Il mistero inesistente del numero 7 stampigliato sulla borsa contenente la bomba inesplosa alla Banca Commerciale

4 aprile 2012

Uno dei “punti di forza” dei vaneggiamenti di Cucchiarelli sulla teorizzazione del numero delle bombe – che lui vede doppie – del 12 dicembre sarebbe la presenza di un 7 stampigliato sulla borsa contenente la bomba inesplosa alla Banca Commerciale che il nostro “storico” ritiene si trattasse di un modo degli attentatori di numerare le loro bombe (si sa, gli anarchici oltre che stupidi non sanno contare e per evitare errori devono numerare le loro bombe).

Questa affascinante teoria viene però smentita e smantellata in modo netto da un appunto degli Affari Riservati, scaturita dal colloquio avuto con il sig. Weckmann della ditta tedesca che fabbricava le borse, e inviata per informazione al dott. Russomanno (una delle fonti del visionario Cucchiarelli)  in data 15 gennaio 1970. In questo documento, che si trova agli atti, al punto 6 si legge : “Il numero 7 stampigliato sulla fodera all’interno delle borse corrisponde al gruppo di operai che hanno finito e controllato la borsa stessa, ed ha la funzione di far identificare costoro in caso di reclami per qualsiasi imperfezione”

Capiamo che leggere quasi 800mila pagine di atti processuali sia una grossa fatica, ma per uno “studioso” come Cucchiarelli che ha impiegato 10 anni per scrivere il suo ignobile libro sarebbe dovuto essere un gioco da ragazzi trovare questo documento….a meno che non lo abbia  voluto ignorare appositamente per costruire la sua teoria antianarchica

(clicca il link qui sotto per andare al documento originale)

15 gennaio 1970 Appunto Affari Riservati su numero 7 nella borsa alla Banca Commerciale