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1971 03 23 l’Unità – Milano: anarchici sotto processo. Sono sei e tutti in galera da molto tempo per accuse indiziarie. di P.L.G.

10 novembre 2015

1971 03 23 Unità p 5 INIZIO processo anarchici Milano

 

Sono sei e tutti in galera da molto tempo per accuse indiziarie

Milano: anarchici sotto processo

Ieri la prima e burrascosa udienza – Il Palazzo di Giustizia in stato d’assedio – Vivaci incidenti fra gli imputati e la Corte – Una sola delle parti lese si è costituita parte civile – «Viva la Comune di Parigi»

di P.L.G.

 

Dalla nostra redazione

Milano. 2. – II processo contro i sei giovani quasi tutti anarchici accusati di una serie di attentati in mezza Italia, è cominciato burrascosamente.

Alle 9, il Palazzo di Giustizia appare come in stato d’assedio: carabinieri dappertutto con i tascapani rigonfi. Ed ecco gli imputati entrare nella gabbia della grande aula che ospita, per l’occasione, la seconda sezione della Corte di Assise: Paolo Braschi, 26 anni, Angelo Pietro Della Savia, 21, Paolo Faccioli, 21 (entrambi con un vistoso distintivo rosso), Tito Pulsinelli, 22, Giuseppe Norscia, 25, Clara Mazzanti 24. Sembrano tutti ragazzini, ben diversi dalle fotografie, forse anche perché alcuni di loro hanno rinunciato alle barbe e ai capelli lunghi. E mentre sfilano salutando il pubblico con il pugno chiuso, vien spontaneo un primo rilievo: i presunti «terroristi di sinistra», come loro e Valpreda, sono In galera da tempo, quando addirittura non han pagato con la vita come Pinelli; ma il principe Borghese, gli assassini di Catanzaro, gli autori degli innumerevoli attentati contro le sedi e i militanti dei partiti democratici, sono uccel di bosco o girano indisturbati.

Gli imputati, comunque, indicano i loro difensori, diversi dei quali non sono gli stessi dell’istruttoria: Malagugini e Piscopo per Braschi; Salinari e Dominuco (già discusso patrono del Cavallero) per Della Savia; Ramaioli e Bardi per Faccioli; ancora Salinari e G. Spazzali per Pulsinelli; Dinelli e Fasanelli per la Mazzanti e il Norscia; Mazzola, D’Ajello e Canestrini per l’editore Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega (com’era previsto, gli ultimi due, imputati a piede libero per falsa testimonianza, non compaiono ed hanno solo inviato alla Corte una lettera da alcuni definita «esplosiva»).

Il presidente dottor Curatolo fa il censimento delle parti lese, invitandole a ripresentarsi il 31 marzo prossimo; fra queste, una sola costituzione di parte civile, quella del signor Domenico Salva per conto del figlio quattordicenne Giulio, che, nell’attentato del 25 aprile “69 alla Fiera Campionaria, riportò lesioni guarite in 65 giorni. Poi il cancelliere Pappa inizia la lettura dell’interminabile capo d’imputazione.

Ed ecco il primo Incidente. Il Della Savia accende una sigaretta, i carabinieri lo invitano a spegnerla, il giovane insiste. Interviene il presidente: «Non è consentito fumare durante l’udienza! Non siamo al cinema!». Il Della Savia scatta: «E io non sono un pagliaccio!». Il presidente furioso: «Vada fuori e impari l’educazione!». L’imputato rimbecca: «Io mica imparo l’educazione borghese, impari lei quella proletaria!»; ed esce.

Conclusa la lettura delle accuse, il presidente annuncia il rinvio del processo a domani a causa dello sciopero degli avvocati; quattro patroni però, Malagugini. Canestrini, Piscopo e Spazzali, decidono di non aderire allo sciopero, a differenza degli altri colleghi. La Corte si appresta quindi ad uscire quando ecco il Della Savia, rientrato nel frattempo, balzare in piedi, spiegar una sorta di bandiera con la scritta: «Viva la Comune di Parigi!», e rivolgersi con lo stesso grido al pubblico Gli rispondono alcune voci: «Viva la Comune! giustizia proletaria! buffoni!». Poi, gli imputati scompaiono dietro la porticina posteriore e la gente sfolla.

A questo punto, sembrano opportune alcune parale chiare. Dopo due anni di galera, questi imputati si trovano di fronte a giudici non certo benevoli, con imputazioni gravi che prevedono pene altrettanto gravi (per la strage, e qui sono contestati ben dodici, episodi, si arriva allo ergastolo; per l’esplosione a scopo terroristico, e qui sono sei episodi, fino a sei anni); non basta: questi imputati sono serviti ad una manovra reazionaria culminata, come scrivevamo ieri, con la morte dell’agente Annarumma e la strage di Milano. Stando così le cose, ci sembra che sia l’interesse personale, sia quello politico dovrebbero indurre i giovani ad una difesa ferma si, ma ragionata e convincente.

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1970 12 3 l’Unità – Smentito su Pinelli il questore riesce però a evitare il confronto. Anche un medico contraddice i poliziotti. di Pierluigi Gandini

10 novembre 2015

1970 12 3 Unità p5 - Smentito su Pinelli il questore copy

Anche un medico contraddice i poliziotti

Smentito su Pinelli il questore riesce però a evitare il confronto

Il dottore che ricevette il corpo dell’anarchico al pronto soccorso anticipa ancora l’ora della morte – Nonostante da più parti la versione di Guida sia contrastata il tribunale rinuncia a interrogarlo – Respinti pure gli altri testi della difesa tra i quali il compagno Malagugini

di Pierluigi Gandini

 

Milano, 2 – Al processo Calabresi-«Lotta Continua», è avvenuto stamane un fatto di eccezionale gravità. Il tribunale ha praticamente ribadito ciò che già avevano implicitamente affermato la procura della Repubblica e l’Ufficio Istruzione milanesi e cioè che la polizia può far tutto quello che vuole e che i cittadini hanno solo il diritto di protestare (entro, s’intende, ben precisi e ristretti limiti). L’ex questore Guida infatti non verrà sentito e ciò proprio nel momento in cui risulta che o mentì spudoratamente lui o mentirono spudoratamente i suoi subordinati. Ma lasciamo parlare i fatti. Dalla apertura dell’udienza alle 9,30 fino alle 11,20 il tribunale delibera in camera di consiglio sull’ammissione dei testimoni richiesti dalla difesa di Lotta Continua e cioè appunto l’ex questore, il compagno deputato Alberto Malagugini, gli anarchici Braschi e Faccioli imputati degli attentati dinamitardi del 25 aprile.

Ed ecco il risultato; il Guida non può essere citato come testimone qui perché già imputato in un procedimento «connesso» e cioè quello intentato contro di lui dai Pinelli per diffamazione e violazione del segreto d’ufficio, quanto al compagno Malagugini egli è testimone in quel processo e potrebbe in ipotesi essere imputato a sua volta per aver «istigato o determinato» l’allora questore a violare il segreto d’ufficio (questa assurda quanto minacciosa ipotesi è ripresa pari pari dagli argomenti della parte civile), infine Braschi e Faccioli non possono essere al tempo stesso imputati del processo degli attentati e testimoni qui.

Tiriamo le somme. Guida non può essere testimone perché già imputato, però per tale imputazione il PM dottor Caizzi ha già chiesto il proscioglimento con formula piena in quanto l’ex questore, dichiarando alla stampa che l’anarchico era responsabile della strage di piazza Fontana, non avrebbe avuto volontà diffamatoria! E così il gioco è fatto. Il massimo responsabile sia del fermo illegale di Pinelli, sia della sua fine comunque avvenuta, sia dell’infamia gettata sulla sua memoria, esce intanto da la comune. Questi sono i diritti dei questori. Nessun diritto invece per i Pinelli, non le garanzie di legge quando l’anarchico fu fermato, non la partecipazione dei familiari all’istruttoria sulla sua morte, non la possibilità di ricorrere contro l’archiviazione, non la condanna del Guida per diffamazione e quindi la riabilitazione ufficiale del loro congiunto non infine il processo pubblico che oggi si celebra solo perché altri cittadini, gli autori di Lotta Continua, accusando il Calabresi di assassinio hanno costretto quest’ultimo a sporgere querela. I Pinelli dunque hanno solo il diritto di piangere e di tacere.

Si comprende a questo punto la sdegnosa protesta dei difensori «Constatiamo con profonda amarezza che il ripetuto impegno del tribunale ad accertare la verità sulla morte del Pinelli ha dei limiti».

E subito dopo ecco l’unico teste della giornata sbugiardare proprio il Guida e i suoi gregari, il medico dr. Nazzareno Fiorenzano che di guardia al «Fatebenefratelli» prese le prime e purtroppo inutili cure all’anarchico agonizzante. Dopo aver riferito in proposito egli afferma testualmente quanto segue: I carabinieri e poliziotti che avevano accompagnato il Pinelli all’ospedale e successivamente il questore Guida in persona, rifiutarono di fornirgli le generalità del ferito sostenendo che non le avevano. Alle domande del medico su come fosse avvenuto il ferimento, risposero che nel corso di un interrogatorio all’anarchico era stata contestata una precisa imputazione (evidentemente la falsa confessione del Valpreda – NdR), che allora egli aveva esclamato «E’ la fine del movimento!» e si era gettato dalla finestra. Il Guida inoltre raccomandò al medico di salvare il ferito, in quanto questi era «importante» per le indagini sulla strage di piazza Fontana.

Ora per rendersi conto della gravità di questa dichiarazione, occorre ricordare che fino ad ora, Calabresi, Allegra e tutti i poliziotti testimoni oculari, hanno sostenuto che il «suicidio» avvenne non durante, ma alla fine dell’interrogatorio e che la famosa contestazione «Valpreda ha confessato» con la risposta del Pinelli «E’ la fine dell’anarchia!» erano avvenute ben quattro ore prima della caduta. Non basta. Il segretario di Allegra, appuntato Antonio Quartirolo, aveva affermato di essersi recato all’ospedale e di essere rimasto nella stanza di PS fino alla morte di Pinelli, «per fornire le generalità del ferito». Ebbene il medico come abbiamo visto ha decisamente smentito.

Ora siccome il dottor Florenzano, non ha ragione di mentire è chiaro che i poliziotti hanno deposto il falso. Ma il PM dott. Guicciardi non batte ciglio, non chiede neppure un confronto e il presidente consigliere Biotti, che ha già ammonito il teste ad attenersi ai fatti (unico monito rivolto fino ad ora) sembra quasi seccato e chiede al dottor Fiorenzano «Ma chi precisamente le disse le cose che ci ha riferito?» e il teste «Il dottor Guida che conoscevo di vista e che mi fece chiamare e gli accompagnatori giunti prima di lui usarono quasi le stesse parole».

Non basta ancora. Arriva in aula un documento della procura della Repubblica, il quale conferma che la convalida del fermo (mai segnalato) del Pinelli fu chiesta dalla questura alla stessa procura il 14 dicembre e cioè due giorni dopo che l’anarchico era stato prelevato e un giorno e mezzo prima che morisse, e quindi che il fermo era illegale. Fu quindi fatto un rapporto alla procura generale di cui la procura della Repubblica non conosce l’esito. E la procura generale benché da dieci giorni ormai sollecitata dal tribunale a far conoscere tale esito non ha ancora risposto. Così come non ha risposto il ministero degli Interni su quella inchiesta amministrativa sulla morte di Pinelli che non interrogò nessuno degli agenti testimoni oculari.

E l’udienza si chiude con l’esibizione da parte dei difensori di Lotta Continua di un parere dei professori Benedetto Terracini di Torino e Enrico Turolla di Milano sull’accertamento medico legale compiuto sul cadavere del Pinelli nel corso dell’inchiesta del PM dott. Caizzi conclusasi con l’archiviazione. I professori affermano che quell’accertamento è del tutto insufficiente per stabilire le cause della morte.

 

1970 05 9 Paese Sera – Contro Valpreda testimoni-spie? Clamorose affermazioni dell’anarchico Della Savia. di G.M.

29 ottobre 2015

1970 05 9 Paese Sera - Contro Valpreda testimoni spia di G.M.

Clamorose affermazioni dell’anarchico Della Savia

Contro Valpreda testimoni-spie?

In una lettera da Bruxelles, l’amico del ballerino sostiene nell’agosto dello scorso anno la polizia aveva fatto a lui e a Valpreda allettanti «proposte» di collaborazione – Ermanna River: «conosceva bene» gli agenti della squadra politica? – I vetrini colorati ne furono sequestrati a dozzine già prima del 12 dicembre.

di G. M.

 

Milano, 9. – Si rifà vivo Della Savia, l’anarchico che, secondo la polizia, avrebbe fornito gli esplosivi per gli attentati del 25 aprile alla Fiera e alla stazione di Milano. Ha inviato, in questi giorni, una lunga lettera ad suoi compagni milanesi, fornendo tutta una serie di «precisazioni» su circostanze che toccano da vicino l’inchiesta Valpreda. La lettera è indirizzata da Bruxelles, la città dove Ivo Della Savia si rifugiato fin dall’ottobre scorso.

Nella prima parte si parla, abbastanza diffusamente della ballerina di avanspettacolo Ermanna River, la «testimone dell’ultima ora» che sostiene di aver visto, a Roma, Pietro Valpreda, due giorni dopo gli attentati del 12 dicembre. «Per quello che concerne i testi romani – dice la lettera – vi informo che la sola persona che io conosca assai bene per averla frequentata a lungo è Ermanna River, una ragazza che mi era stata presentata da Valpreda e con la quale siamo usciti qualche volta insieme, e generalmente la sera per mangiare in qualche vecchia trattoria non troppo cara a Trastevere».

E si afferma più sotto: «Ermanna River è anche una vecchia conoscenza della polizia; ebbero occasione di conoscersi durante tutto il tempo che seguì gli attentati ai treni, periodo nel quale io e Valpreda eravamo sottoposti a tutta una serie di vessazioni e proposte di denaro e di favori se avessimo collaborato con i flics. Per quello poi che concerne Valpreda – dice ancora la lettera – cominciarono con delle proposte, un contratto alla televisione per 3 anni, una macchina, del denaro, ecc. ecc. Inutile dirvi che noi non ne sapevamo niente, che non avevamo niente da dire che potesse aiutarli.

Dopo un periodo di bienveillance passarono alle minacce, arrivavano improvvisamente nel negozietto o alla mattina nella pensione ove alloggiava Valpreda, minacciarono Valpreda per la sua vecchia storia della rapina, gli resero la vita impossibile, fecero sì che la proprietaria della pensione sbattesse fuori Valpreda, gli fecero un mucchio di angherie tanto che ci rivolgemmo al compagno Aldo Rossi, per far intervenire un avvocato se avessero ancora continuato…».

E conclude la lettera di Ivo Della Savia: «La polizia, andò anche da lei, da Ermanna, e che cosa le chiese? E perché non se l’è ricordato durante questo tempo? E perché dopo la visita della polizia cominciò a frequentare Valpreda e il nostro negozietto?». Nella lettera si parla anche degli ormai famosi vetrini che servivano per costruire le lampade Tiffany. E’, questo, un altro dei capitoli oscuri di tutta quanta l’inchiesta. Come si sa, infatti, la notizia del «vetrino blu con tonalità verdi», che sarebbe stato trovato nella borsa contenente la bomba della Commerciale, cominciò a circolare sui giornali il 12 marzo scorso, tre mesi dopo gli attentati. Perché non se ne parlò prima? Come mai una prova come questa è sgusciata fuori, del tutto inaspettatamente, con tanto ritardo?

Ma non sono i soli interrogativi. Il «vetrino prova» è stato infatti consegnato al Giudice Istruttore il 7 febbraio, dopo che la polizia lo aveva già fatto analizzare, di sua iniziativa, e senza che ne sapesse niente nessuno, al Centro di Polizia Criminale dell’EUR. Soltanto successivamente la «prova» passò in mano al magistrato. Perché dunque non si informò nessuno del ritrovamento? E perché quella perizia «segreta», compiuta per di più da periti che non erano stati nominati dal giudice? Che la polizia fosse a conoscenza dei procedimenti usati da Valpreda per costruire le sue lampade Tiffany è un fatto certo. Di quei famosi vetrini i poliziotti ne hanno sequestrati anche nella casa della zia dell’anarchico, durante la perquisizione compiuta verso la fine del gennaio scorso. Ma altri vetrini erano stati inoltre «acquisiti» in precedenza, durante i sequestri effettuati, a Livorno, in casa di Paolo Braschi, uno degli anarchici arrestati per gli attentati del 25 aprile. Non solo, ma anche nell’abitazione di Paolo Faccioli, altro anarchico arrestato per i botti alla Fiera, vennero trovati questi vetrini. Lo stesso Ivo Della Savia, lo conferma nella sua lettera: quando venne interrogato, a Milano per l’esplosione del 25 aprile, vide, sulla scrivania del funzionario, una scatola contenente alcuni vetrini colorati, quelli probabilmente trovati nella casa del Faccioli, il quale aveva appunto avuto dal Della Savia quel materiale per costruire lampade e medaglioni. Dunque, di questi oggetti colorati la polizia ne era particolarmente «provvista», come dimostrano diverse circostanze. Doveva tornare facile, quindi, quasi immediata, l’associazione del nome di Valpreda, costruttore di lampade Tiffany, col vetro trovato nella borsa della Commerciale. Non rappresentava quasi una «firma» posta sotto gli attentati? Perchè una prova del genere si è aspettato tanto a rivelarla?

1971 03 22 Unità – Processo a 6 anarchici per discutibili indizi. Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

10 giugno 2015

1971 03 22 Unità Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

 

Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

Sono accusati di essere responsabili di attentati in mezza Italia – Una istruttoria che è connessa a quella sulla strage di piazza Fontana e sul caso Pinelli

 

MILANO, 21 marzo – Il processo contro gli anarchici accusati degli attentati del 25 aprile ’69 a Milano, e diversi altri commessi in diverse città, avrà inizio domani alla seconda sezione della Corte di assise, sempre che lo sciopero degli avvocati non porti a un rinvio. Nella gabbia saranno sei giovani: Paolo Braschi, Angelo Pietro Della Savia, Paolo Faccioli, Tito Pulsinelli, Giuseppe Norscia,Clara Mazzanti; a piede libero, l’editore Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega, che probabilmente non compariranno.

Le accuse contro i primi sei sono gravissime: associazione a delinquere, furto e detenzione di esplosivi, fabbricazione di ordigni, strage (dodici episodi), esplosioni a scopo terroristico (sei episodi), lesioni volontarie aggravate ai danni di due persone. L’evidente sproporzione fra il numero delle vittime e le accuse di strage, derivano dal fatto che per il nostro codice, quel reato è «di pericolo» e si concreta quindi nel momento stesso in cui viene deposto l’ordigno che possa determinare una strage, indipendentemente dalle conseguenze concrete.

Gli attentati furono commessi a Milano, Genova, Torino, Livorno, Pisa e Padova fra l’aprile ’68 e l’aprile ’69. Ai Feltrinelli infine si addebita di ave testimoniato il falso, fornendo un alibi al Della Savia e al Faccioli.

Impossibile qui riassumere la ricostruzione dei fatti e la motivazione delle accuse che occupano ben 97 pagine fittamente dattiloscritte della sentenza istruttoria. Per il giudice, comunque, le prove sono fornite principalmente dalle contraddizioni e dalle reciproche chiamate di correo degli imputati; dalle accuse di una «supertestimone», Rosemma Zublena, già amica del Braschi; dalla qualità degli esplosivi e dai particolari di fabbricazione degli ordigni che sarebbero gli stessi nei vari attentati; dall’identità delle scritture nei volantini lasciati sui luoghi delle esplosioni e nella corrispondenza degli imputati; infine dall’amicizia e affinità ideologica tra questi ultimi. Il che fa prevedere un processo largamente indiziario.

Ma occorre soprattutto ricordare che l’istruttoria, quanto mai discussa, costituì, per così dire, la premessa alle successive istruttorie sugli attentati del dicembre ’69 e sul caso Pinelli. Fra i personaggi infatti, troviamo lo stesso magistrato istruttore, dottor Antonio Amati che, appena avuta notizia dell’eccidio di piazza Fontana, telefonò alla polizia per indirizzarla sulla traccia degli anarchici; Pietro Valpreda, il cui nome emerse appunto dall’istruttoria sugli attentati del 25 aprile, e che venne quindi arrestato proprio sull’uscio del giudice Amati, quale maggiore indiziato della strage di Milano; i commissari Calabresi e Allegra, protagonisti di tutte le indagini; Nino Sottosanti detto «il fascista», dapprima testimone a favore di Pulsinelli, poi coinvolto negli accertamenti su piazza Fontana, ed ora testimone (dovrà essere sentito martedì prossimo) al processo Calabresi- Lotta continua, sulla morte di Pinelli; infine gli stessi anarchici oggi imputati, e che sono stati ugualmente richiesti come testimoni dai difensori di Lotta continua.

Come si vede, è un fittissimo quanto oscuro intreccio che potrebbe avere una radice comune; tanto più se si pensa che dagli arresti degli anarchici prese il via la campagna reazionaria contro l’autunno sindacale, culminata poi nella morte dell’agente Annarumma (tuttora avvolta nel mistero perchè il preannunciato deposito della richiesta di archiviazione non ha avuto luogo) e nella strage di piazza Fontana (per la quale si attende ancora il processo a Valpreda).

Il dibattimento, che inizierà domani, sarà quindi utile se consentirà all’opinione pubblica di cominciare a veder chiaro in quegli episodi che tanto servirono alla famigerata tesi degli «opposti estremismi»; oltre che naturalmente per stabilire le vere responsabilità degli imputati, in galera ormai da due anni. Certo non sarà facile, anche perché – vedi caso – il presidente della seconda sezione della Corte di assise, dottor Paolo Curatolo e il giudice a latere dottor Roberto Danzi, sono gli stessi che lo scorso anno condannarono il giornalista Piergiorgio Bellocchio. (Già, perché la prima sezione della Corte di assise, da quando assolse un antimilitarista, non riceve più processi politici; una protesta dei suoi giudici contro la polizia che aveva preteso di conoscere i loro nomi, cognomi e indirizzi, è stata lasciata cadere dal Consiglio superiore della magistratura; e l’antimilitarista è stato condannato in appello).

Pubblico ministero sarà il dottor Antonino Scopelliti, lo stesso che ignorò le torture dei carabinieri di Bergamo, e che ora dovrebbe condurre anche la grossa istruttoria sull’inquinamento delle acque (come potrà fare tutto, è un altro mistero della procura milanese).

 

 

1971 04 2 Unità – Mai nessun confronto con la supertestimone di p.l.g

9 giugno 2015

1971 04 2 Unità Mai nessun confronto con la supertestimone

 

Incredibile al processo degli anarchici

Mai nessun confronto con la supertestimone

 

Milano, 1 – Giunto appena all’interrogatorio degli imputati, il processo contro gli anarchici e già divenuto uno scandalo. Non lo diciamo noi, lo proclamano i fatti. Dunque una donna, Rosemma Zublena, del cui equilibrio si può dubitare ma di cui è certo il rancore contro l’amico che l’ha respinta, accusa quest’ultimo e altre persone di una serie di gravissimi reati fra i quali la strage che comporta addirittura l’ergastolo. Ora non diciamo il codice ma il più elementare senso di giustizia vorrebbe che, a prescindere da ogni altro accertamento, questa «supertestimone» venga posta a confronto con gli accusati. Ebbene il confronto non è mai avvenuto nel corso dell’istruttoria condotta dal consigliere Antonio Amati (lo stesso che ieri ha negato la scarcerazione ai due autori di un manifesto antimilitarista); ed avrà luogo solo nel prossimi giorni in udienza.

Non basta. Già ora si può dire che contro tre almeno dei sei imputati non esistono prove ma solo tenui indizi, ciononostante sono rimasti in galera per due anni Se si aggiunge che due di questi imputati seppero di essere stati denunciati solo molto tempo dopo l’arresto e che altri, come i coniugi Corradini, furono assolti in istruttoria dopo mesi di detenzione, si comincia ad avere una idea della personalità del magistrate istruttore sia del sistema che gli ha permesso di agire a quel modo. Diciamolo chiaro, qui siamo al di sotto del livello di una giustizia anche solo democratico-borghese.

All’apertura dell’udienza, la Corte esaurisce 1’interrogatorio del Faccioli il quale dichiara di non avere mai conosciuto i coimputati Norscia, Mazzanti e Pulsinelli (e come si giustifica allora l’accusa di associazione a delinquere?).

Il Faccioli precisa inoltre che il commissario Pagnozzi tentò di attribuirgli anche un attentato avvenuto a Mantova nel maggio del ’69 e per il quale l’altro ieri sono stati arrestati quattro fascisti.

Ed ecco giungere sul pretorio prima Giuseppe Norscia, 35 anni, poi la sua donna Clara Mazzanti, 24 anni, che non erano anarchici ma iscritti al nostro partito. Devono rispondere di associazione a delinquere, detenzione e fabbricazione di un ordigno esplosivo e dello scoppio dello stesso al deposito di dischi della RCA in piazza Biancamano 2, avvenuto il 1. febbraio ’69 . Viene interrogata la Mazzanti

PRESIDENTE – «Ci parli della Zublena e del Braschi.. »

MAZZANTI: «Effettivamente si conobbero in casa nostra… Lui sembrava scocciato e lei innamorata, tanto che minacciava di ammazzarsi… »

1971 04 6 Unità – Anarchici: il giudice non trova l’esplosivo. di P. L. Gandini

9 giugno 2015

1971 04 6 Unità Anarchici il giudice non trova l esplosivo

 

Il processo di Milano

Anarchici: il giudice non trova l’esplosivo

 

Milano, 5. – Dove fu preso l’esplosivo che servì ai più gravi attentati attribuiti agli anarchici? Porre una simile domanda dopo due anni di istruttoria e un capo di accusa che contesta il furto dell’esplosivo stesso a due imputati, con tanto di circostanze e di modalità, potrebbe sembrare uno scherzo di cattivo gusto. E invece non lo è, dopo quanto si è appreso all’udienza di oggi del processo contro gli anarchici: e cioè che la ditta, la quale avrebbe subito il furto, lo esclude recisamente!

Partiamo appunto dalla accusa. Questa sostiene, in base ad una confessione, poi ritrattata dagli interessati, che Paolo Braschi e Angelo Piero Della Savia, recatisi un giorno imprecisato del novembre ’68, in una cava presso Grone in quel di Bergamo, fecero saltare il lucchetto d’una riserva e asportarono una notevole quantità di esplosivo, di detonatori e di miccia, che poi si divisero.

Ed ecco che oggi sul pretorio c’è: la presunta parte lesa, e cioè il dottor Roberto Antelmi, consigliere delegato della ditta Pozzi, proprietaria appunto della cava. L’Antelmi comincia con lo spiegare che sotto la cava c’è la polveriera, cintata e sorvegliata da un guardiano; da questa ogni giorno i cavatori traggono la quantità di esplosivo necessaria ai lavori, che viene poi trasportata in un vano scavato nella roccia sopra la cava, con un «baulotto».

La sera normalmente i residui vengono riportati nella polveriera. «Ora – conclude l’Antelmi – io debbo qui confermare quanto già dichiarato in istruttoria e cioè che dal nostri controlli sui relativi buoni di carico e di scarico, non risultò mancante del materiale esplosivo…».

Il presidente consigliere Curatolo si affretta a contestare: «E’ vero; però, stando al perito d’ufficio nominato a suo tempo dal giudice istruttore, voi avreste interesse a negare il fatto, qualora aveste lasciato nel «baulotto» dei residui di esplosivo, mentre la legge prescrive che siano riportati nella polveriera…».

Ascoltiamo la risposta dell’Antelmi: «I dirigenti, i capocava e gli operai sono nella nostra ditta da molti anni, e non abbiamo ragione di dubitare di loro; normalmente la sera essi riportano i residui alla polveriera… ».

Interviene il P.M. dottor Scopelliti: «Ma qui fu forzato un lucchetto!»

E l’Antelmi «Fu lo stesso capocava a far saltare uno dei due lucchetti del «bauletto», perchè aveva smarrito la chiave…».

Il colpo è forte, e il P.M. tenta di pararlo: «Ma ci sono altre cave nei dintorni?».

L’Antelmo: «Si, ne abbiamo una a due chilometri di distanza dalla prima…».

Il difensore Spazzali incalza: «Avete un libro di carico e scarico dell’esplosivo?».

Antelmi. «Si, basato sui buoni quotidiani di prelievo e di rimessa; e non risulta nessun ammanco…». Ma i misteri non finiscono qui; ci sono anche i misteri di San Vittore, malamente chiariti dal direttore dottor Alfonso Corbo. Dunque il Faccioli dichiara che, entrato a S. Vittore col labbro spaccato dal pugni dei poliziotti, non fu sottoposto alla prescritta visita medica. Che ne dice il Corbo?

«Debbo ammettere – è la sua risposta – che il Faccioli non fu visitato per una mancanza dell’agente dell’ufficio matricola. Questi infatti compilò il mattinale con l’elenco delle visite del giorno dopo, alle 22-22.15 invece che a mezzanotte; il Faccioli arrivò alle 22,25 e così rimase fuori dell’elenco…».

Interviene il Faccioli: «Ma guarda che caso!» E il presidente: «Potevate scriverlo sul mattinale del giorno successivo… ».

1971 04 9 Unità – Valpreda: «mi trovo in cella da 16 mesi per una provocazione» di p.l.g.

9 giugno 2015

1971 04 9 Unità Valpreda Mi trovo in cella da 16 mesi per una provocazione

 

Il processo di Milano agli anarchici

Valpreda: «mi trovo in cella da 16 mesi per una provocazione »

La polizia gli aveva chiesto di accusare il Braschi – Gli imputati gridano: Valpreda è innocente, le bombe sono dei padroni – Il negoziante che aveva venduto nitrato di potassio non riconosce gli accusati – Il fratello del giovane imputato Paolo Braschi ritratta le accuse

Milano, 8. – Pietro Valpreda è venuto al processo degli anarchici; sarebbe più esatto dire che è tornato poiché il suo nome e la sua figura emersero proprio nel corso degli accertamenti sugli attentati del ’68 e del ’69. Attribuiti agli imputati. Alle 9,25, con un leggero forse precauzionale anticipo sulla abituale apertura dell’udienza, Valpreda entra in aula seguito da un codazzo di carabinieri. Piccolo, basette lunghe, capelli fluenti sulle spalle, calzoni e giubbetto blu, l’anarchico pare esasperato. Infatti, ancor prima di sedersi sulla sedia dei testimoni, esclamava: «Vorrei proprio sapere perché da quando son giunto a Milano, mi tengono in cella di isolamento!».

Il presidente dott. Curatolo, risponde: «Non ne so nulla…forse perché il suo processo a Roma è ancora in istruttoria..».

Ma prima di riferire l’interrogatorio, sarà forse bene ricordare i precedenti. Dunque, l’imputato Paolo Braschi, dopo lo arresto, firmò un verbale in cui dichiarava d’aver confidato al Valpreda di essere l’autore di alcuni attentati. Così il ballerino venne fermato e subito negò (ma negli ambienti anarchici la sua deposizione suscitò equivoci e diffidenze che, a quanto sembra, furono condivise anche dal Pinelli). Valpreda quindi fu rilasciato; ma successivamente il consigliere istruttore dott. Amati, lo incriminò insieme con Leonardo Claps e Ajello d’Errico per vilipendio al pontefice in relazione ad un volantino. Il 15 dicembre ’69 e cioè tre giorni dopo la strage di piazza Fontana, egli si presentò, per questa accusa, dal dott. Amati; all’uscita dello studio del magistrato, fu tratto in arresto quale sospetto autore della strage. Questi i precedenti che confermano ancora una volta gli oscuri legami esistenti fra gli attentati del 1968-1969, l’eccidio di piazza Fontana e il caso Pinelli.

Ed ecco le risposte di Valpreda. «Conobbi il Braschi al convegno anarchico di Massa Carrara del ’68 e lo rividi qualche volta al circolo del Ponte della Ghisolfa e in Brera («imputati e testi non dicono mai: a Brera» – n.d.r.)… Non mi fece alcuna confidenza; voglio anzi specificare che non mi parlò mai degli attentati al palazzo di giustizia di Livorno e all’ufficio annona di Genova… Quanto al Pietro Della Savia, lo conosco fin da ragazzo perché una volta venne col fratello Ivo al teatro Smeraldo dove io lavoravo… Poi, dopo anni che non lo vedevo lo incontrai qualche volta a Milano. … Ivo lo rividi nel maggio-giugno ’69 a Roma, in casa di un compagno… Faccioli non lo conosco… il Pulsinelli lo vidi qualche volta alle riunioni della gioventù libertaria al circolo del Ponte della Ghisolfa… Mai conosciuto il Norscia, la Mazzanti, l’editore Feltrinelli e la moglie di questi, Sibilla Melega… Tornando alle confidenze del Braschi, vorrei spiegare a questa giuria democratica come avvengono gli interrogatori di polizia: c’è il tecnico, seduto, che fa le domande cortesi; poi ci sono il duro e l’insinuante… ».

Il P.M. Scopelliti, interrompe: «Questo non c’entra».

E Valpreda: « C’entra si, perché a me non contestarono un regolare verbale del Braschi cui avrei potuto rispondere; mi dissero solo che bastava che io lo accusassi… Questa è una provocazione ed è per questa che da 16 mesi io sono in cella innocente! Se nessuno le ha dette queste cose, chi le ha inventate? Maria bambina?».

Il presidente, tentando di calmarlo: «Lei qui è sentito come testimone… ».

E l’anarchico: «Già, ma non sono trattato come testimone…».

I carabinieri fanno cerchio e Valpreda si avvia verso l’uscita: Della Savia. Faccioli, Braschi e Pulsinelli scattano in piedi nella gabbia, e scandiscono: «Valpreda è innocente! Le bombe sono dei padroni!».

Seguono testimoni piuttosto imbarazzanti per gli imputati, Marrio Gessaghi, negoziante in via Lanzone 7, riconobbe in una foto del Della Savia il «capellone» che era venuto a diverse riprese ad acquistare mezzo chilo o tre etti di nitrato di potassio, l’ultima volta probabilmente nell’aprile ’69. Il negoziante vide una volta anche il Faccioli. Adesso non è in grado di riconoscere gli imputati perché si sono tagliati i capelli.

Ed ecco, ultimo testimone della giornata, il fratello dell’imputato Paolo Braschi, Carlo, di 24 anni. Questi, fermato a suo tempo come indiziato, rese alla polizia una gravissima deposizione: il Paolo, tornato a Livorno per le vacanze natalizie del ’68, gli aveva confidato la sua intenzione di mettere una bomba al locale palazzo di giustizia; poi sotto i suoi occhi, aveva confezionato l’ordigno; infine la mattina seguente, gli aveva confermato l’avvenuta esplosione. Non basta. Il Paolo gli aveva detto di aver rubato lo esplosivo in una cava del bergamasco; poi da altri amici, lo stesso Carlo aveva appreso che parte dell’esplosivo era stata nascosta nei dintorni di Livorno, dove fu trovata. Successivamente, davanti al giudice istruttore, il Carlo Braschi ritrattò in blocco. Adesso conferma la ritrattazione: le accuse gli erano state suggerite dalla polizia, approfittando del suo stato di prostrazione.

Il dibattimento è rinviato al 20 aprile prossimo.

1971 04 23 Unità – Un anarchico confessò attentati mai commessi. Incredibile deposizione del poliziotto Calabresi. di Pierluigi Gandini

9 giugno 2015

1971 04 23 Unità Un anarchico confessò attentati mai commessi

Incredibile deposizione del poliziotto Calabresi

«Un anarchico confessò attentati mai commessi»

Non sono attendibili i verbali della questura di Milano – Errori e dimenticanze – Uno strano sopralluogo a Parabiago – Confidenze di Valpreda

 

Milano, 22 – In Italia gli imputati, e in particolare i politici, o confessano tutto, anche quel che non hanno commesso, o si buttano dalla finestra. Tesi incredibile? Eppure essa è sostenuta da un esperto in materia, il commissario dottor Luigi Calabresi, indiscussa «vedette» delle due ultime udienze del processo degli anarchici.

Eccolo con la sua aitante figura, salire sul pretorio e rispondere alle domande dei giudici e avvocati. Sissignore, interrogò a diverse riprese gli imputati Braschi, Faccioli, Pulsinelli e la supertestimone Zublena. Maltrattamenti ai primi? Assolutamente no. Il Faccioli ne uscì con un labbro spaccato? Nemmeno per sogno, era l’imputato che si toccava continuamente una piccola pustola sopra la bocca. E il nostro commissario si preoccupò persino di procurargli dei libri in galera…»

A questo punto, il Faccioli, un ragazzino biondo, esplode «Ma se quando ti ho detto che gli altri detenuti di San Vittore volevano farmi la festa, mi hai riso in faccia!».

Interviene il P.M. dottor Scopelliti: « E’ vero che Braschi disse di aver confidato al Valpreda di essere stato lui l’autore dell’esplosivo e di due attentati?».

Calabresi: «Certo. Il 12 dicembre ’69 (e cioè lo stesso giorno della strage di piazza Fontana – n.d.r.), perquisendo la casa di Giuseppe Pinelli, trovammo le copie di due lettere indirizzate da quest’ultimo a due anarchici in cui comunicava che si sarebbe recato a Roma per sondare il Valpreda sull’episodio…»

L’avvocato Barchi, uno dei difensori del Faccioli, incalza: «E’ vero che la notte dal 29 al 30 aprile ’69, portaste il mio assistito fuori Milano per riconoscere una località?».

Calabresi: «Sì. Il Faccioli ci aveva detto una cosa che non sapevamo, e cioè che il Della Savia aveva un domicilio a Parabiago».

Il Della Savia dalla gabbia: «Ma se eravate già venuti a cercare mio fratello!».

Il commissario prosegue: «Così io e due sottufficiali accompagnammo il Faccioli in macchina a Parabiago. Ad un certo momento, lui chiese di scendere per orientarsi meglio, ma non riuscì a ritrovare la casa».

Barchi: «L’imputato dice invece che l’avete fatto scendere e correre sulla strada, minacciando di investirlo… Comunque, per ritrovare una casa, non era meglio andare di giorno?».

Calabresi: « C’era urgenza…».

Barchi: «Ma se l’avete trattenuto fino alla sera del 30! Comunque perchè di questo sopralluogo non vi è traccia negli atti?».

La risposta è incredibile: «Perchè diede esito negativo».

Barchi: «E lei disse che il Faccioli si era lasciato andare a confessioni ed accuse evidentemente false? Come mai di queste non vi è traccia nel verbale?».

Calabresi: «Beh, non ricordo esattamente quel che disse l’imputato. Il fatto è che ad un certo momento volle addossarsi episodi che per circostanze di tempo e di luogo, non poteva aver commesso. Così queste dichiarazioni non vennero messe a verbale».

Salta su l’avvocato Spazzali: «E, scusi, questo in base a quale norma del codice? Il verbalizzante ha l’obbligo di scrivere tutto!».

Calabresi: « Cosi facendo, la lettura diverrebbe difficile. Se un imputato dice di aver fatto saltare il duomo….».

Barchi: «Ma qui non si trattava di affermazioni cervellotiche bensì di precisi riferimenti ad attentati. Di che attentati parlò il Faccioli? Se non debbo concludere che il verbale è monco… ».

Calabresi: «Beh. non ricordo. Comunque ebbi l’impressione che il Faccioli, esagerando, volesse rendere incredibile tutta la sua confessione. Ma alla fine firmò il verbale così com’è».

1971 04 21 Unità – Anarchici: accusato di falso il verbale della questura. di Pierlulgi Gandini

7 giugno 2015

1971 04 21 Unità anarchici accusato di falso il verbale della questura

E’ ripreso il processo dinanzi al tribunale di Milano

Anarchici: accusato di falso il vcrbale della questura

L’istanza è stata presentata ai giudici dall’imputato Paolo Faccioli – La deposizione dei poliziotti – La misteriosa vicenda di un foglietto «dinamitardo» – Il maresciallo Panessa fa il duro

 

 

Milano,20 – Il processo contro gli anarchici accusati degli attentati del 68 e del 69, è ripreso stamane e la corte ha affrontato uno dei tanti misteri della vicenda. Esiste agli atti un verbale di perquisizione dal quale risulta che nel domicilio pisano dell’imputato Paolo Faccioli, venne sequestrato dalla polizia un foglietto recante lo schema e le istruzioni relativi per ordigni esplosivi.

Il Faccioli, nell’interrogatorio reso all’inizio del processo, aveva sostenuto invece che tale foglietto gli era stato trovato in tasca all’ufficio politico della questura di Milano, senza che lui riuscisse a spiegarsene la provenienza.

Così sull’episodio si ascoltano il brigadiere Erminio Angeletti e il maresciallo Salvatore Fillinceri, della questura livornese, che effettuarono la perquisizione nelle abitazioni del Faccioli a Pisa e dell’altro imputato Paolo Braschi a Livorno, e che infine accompagnarono entrambi a Milano.

Altro teste in proposito il maresciallo Vito Panessa dell’ufficio politico milanese, gia noto per essere stato uno di coloro che interrogavano Pinelli.

I poliziotti i negano di aver trovato il foglietto a Pisa e sostengono che questo fu rinvenuto a Milano appunto nella tasca del Faccioli. Il Panessa da parte sua conferma. Ad un certo momento durante gli interrogatori a Milano, il Faccioli chiese di andare al gabinetto. Prima di acconsentire alla richiesta, i poliziotti ambrosiani chiesero al colleghi livornesi se avessero già perquisito il giovane; la risposta fu che ci si era limitati ad un controllo sommario per vedere se il fermato portasse armi. Il Faccioli fu perciò nuovamente perquisito e saltò fuori il famoso foglietto.

I difensori contestano: «E allora come mai esso figura nel verbale di perquisizione e sequestro a Pisa?».

E Panessa: «Dev’essere stato uno sbaglio. Sa, nell’amore per il lavoro!».

Per completare il pasticcio, l’originale rimase a Milano e una fotocopia fu inviata a Livorno. Disguido o qualcosa di peggio. Comunque, al cancelliere viene consegnata una dichiarazione dal Faccioli, il quale impugna per falsità il verbale di perquisizione e di sequestro, perchè il foglietto, come abbiamo visto, non fu rinvenuto a Pisa ma a Milano, non nell’abitazione ma nella tasca dello stesso Faccioli, non il 28 aprile 1969 ma il giorno successivo. La corte si riserva.

Al Panessa poi si chiedono particolari sugli interrogatori milanesi del Braschi e del Faccioli. E l’impeccabile poliziotto: «Furono trattati secondo la coscienza e la legge». Il Braschi dalla gabbia: «Si, a furia di botte».

E il Panessa, duro: «La verità è che, dopo qualche reticenza, il Braschi si mostrò molto loquace, soprattutto per quanto riguardava il Faccioli. Adesso, è inutile che tenti di rifarsi una verginità politica!».

I difensori incalzano: «E’ vero che gli fu spaccato un labbro? Comunque è vero che fu visitato da sua madre?»

Panessa: «Si, la madre venne ma, vedendo che dormiva sotto una coperta, non volle svegliarlo».

Questa volta è il Faccioli ad esplodere: «Digli un po’ perché ero sotto la coperta e com’era la mia faccia?».

E’ la volta del dirigente dell’ufficio politico di Livorno dott. Enrico Benevento. «Io non mi trovavo in quella città all’epoca in cui fu commesso l’attentato contro il palazzo di giustizia. Mi avvertirono che si sospettava del Braschi, il quale faceva parte della gioventù libertaria, estrema sinistra degli anarchici. Rompendo gli indugi, effettuammo una perquisizione in casa del giovane e trovammo un percussore a molla, dello stesso tipo di quelli usati dai terroristi alto-atesini. Certo, lui disse che probabilmente apparteneva al Faccioli».

Il Braschi scatta: «Non è vero io in un primo verbale negai tutto. E il secondo, dove si dice che accusai il Faccioli, non reca neppure la mia firma».

L’udienza si conclude con una nuova grana. La consulente della difesa Faccioli incaricata di partecipare alla nuova perizia grafica ordinata dalla corte sui volantini attribuiti all’imputato, afferma di essere stata esclusa dall’accertamento dagli stessi periti. Così domani si sentiranno questi ultimi.

1971 04 29 Unità – La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito. di Pierluigi Gandini

7 giugno 2015

1971 04 29 Unità La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

Continua la deposizione della teste contestata al processo degli anarchici

La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

La lettera accusatoria della donna – In difficoltà gli stessi magistrati che sinora non hanno sollevato dubbi sulla teste – In contraddizione anche il vice dirigente dell’ufficio politico della questura

 

Dalla nostra redazione. 28.

Al processo degli anarchici, la accusa sta subendo una debacle che investe anche quei magistrati che hanno accettato e avallato il delirio persecutorio di un personaggio come Rosemma Zublena. Proprio quei magistrati infatti vennero definiti dalla supertestimone «i peggiori di Milano, fascisti, responsabili di abusi per cui occorreva deferirli al consiglio superiore della magistratura!».

Gia l’inizio dell’udienza è significativo. La Zublena si è appena seduta di fronte alla corte che l’avv. Piscopo si alza: «Al fine di valutare l’attendilità della teste, chiedo che vengano citati don Guido Stucchi e il prof. Giuseppe Chillemi; il primo perchè riferisca come la Zublena, quand’era insegnante alla scuola di Cavenago, avesse accusato i suoi alunni di compiere atti immorali fra di loro: il secondo perchè dica se è vero che, avendo respinto le profferte della testimone, fu dalla stessa denunciato, con una lettera anonima al preside, come corruttore di alcuni allievi…».

La corte si riserva. Ma Piscopo insiste: «La testimone dichiarò alla polizia che probabilmente il Della Savia e il Braschi avevano rapporti omosessuali? Quali elementi aveva per lanciare tale accusa?».

ZUBLENA – Avevo notato fra i due una grande amicizia e così pensavo che ci fosse della simpatia… Fu solo un giudizio…

PISCOPO – Prego signor presidente di leggere il verbale reso dalla teste a Calabresi…

Il presidente inizia la lettura: «Il Della Savia preferiva i maschi e aveva soggiogato il Braschi a tal punto da renderlo totalmente succubo…».

A questo punto il magistrato si interrompe: «Avvocato. ritiene indispensabile leggere anche il seguito? Va bene, allora continui lei…».

E Piscopo salvando il pudore del presidente, conduce a termine la lettura: da un semplice disturbo del Braschi, la Zublena trasse deduzioni talmente oscene da non poter essere qui ripetute.

L’avvocato prosegue: «In una lettera al giudice Amati, lei accusò l’imputato Norscia di essere un confidente della polizia ed altri cinque anarchici di aver “cantato”?».

ZUBLENA – Fu il Pinelli a dirmi che i ragazzi erano in galera perché qualcuno aveva «cantato»; mi fece i nomi di due di Roma e di un certo Moi, che perciò erano stati rilasciati. Scandalizzata, riferii la cosa al commissario Allegra che si mostro molto sorpreso…

Si leva l’avv. Spazzali, agitando una lettera: «Vuol spiegarci il significato di questa cordiale missiva da lei inviata al dottor Calabresi?».

E la Zublena. più che mai sicura nel suo delirio: «Avevo chiesto al commissario Allegra di recarmi ad Amsterdam per cercare la copia del volantino che l’imputato Norscia aveva inviato appunto ad una società olandese ed all’editore Feltrinelli. Allegra non volle. Chissà. forse avrei scoperto qualcosa sull’organizzazione terroristica…».

Dal che è lecito dedurre che i poliziotti si erano resi perfettamente conto delle condizioni mentali della teste.

E’ la volta dell’avv. Di Giovanni: «Mi domando come il giudice Amati abbia rinviato a giudizio il Faccioli solo per aver scritto dei volantini da lasciare sui luoghi degli attentati. e non abbia invece incriminato la teste che pure, per sua stessa ammissione. ricopiò un manifestino pure destinato a “firmare” l’attentato alla casa discografica RCA… ».

La risposta della Zublena e impagabile: «Io non ero una anarchica!».

Intervienee l’avv.Dinelli : «E’ sua questa lettera, in cui afferma che, essendo il processo politico, gli ordini arrivavano da Roma e i magistrati incaricati (e cioè il procuratore capo della repubblica, De Peppo, il sostituto Petrosino, il giudice Amati e il presidente di questa corte) erano i peggiori di Milano, dei fascisti; che inoltre per porre termine agli abusi e alle irregolarità dell’istruttoria e strapparla dalle mani del dottor Amati, occorreva fare un esposto al consiglio superiore della magistratura? ».

E la Zublena imperterrita: «Certo, queste cose me le aveva dette il Pinelli e io le ripetei al dottor Amati »

Torna alla carica l’avv. Piscopo: «E’ vero che lei invitò il Braschi a licenziare il suo patrono perche di sinistra e ad assumere l’avv. Ungaro di Roma (attuale difensore del Valerio Borghese – N.d.R. ) e ciò per consiglio di un “volpone” della magistratura? Disse anche al Braschi che qualcuno di molto vicino a Saragat le aveva assicurato la scarcerazione?

ZUBLENA – Non posso dire chi fosse il «volpone» perchè occupa una carica nella magistratura. Quanto a Saragat. me l’ero inventato per invogliare il Braschi a dire la verità…

Il compagno Alessandro Curzi, allora direttore responsabile dell’«Unità», conferma poi che il nostro giornale ricevette il rapporto segreto dei colonnelli greci sugli attentati del 25 aprile, da fonti molto attendibili.

Ed ecco sulla pedana il vice-dirigente dell’ufficio politico, dottor Beniamino Zagari, che fa una magra figura. Infatti, dopo aver descritto l’ufficio politico come un padiglione di delizie, dove di percosse nemmeno si parla, e aver negato l’esistenza di uno schedario «politico» non riesce a spiegare come mai i suoi subordinati mostrassero foto degli imputati alla Zublena e ad altri testimoni.