Posts Tagged ‘Paolo Finzi’

26 febbraio 2014 Cucchiarelli ovvero la menzogna come strumento di distrazione di massa di Enrico Di Cola

26 febbraio 2014

Benchè sia stato costretto a pubblicare una rettifica e scusarsi pubblicamente con Paolo Finzi (vedi allegato 1), Paolo Cucchiarelli ha continuato a diffamare il compagno riproponendo la sua bislacca teoria che egli fosse “Paolo Erda”, colui che incontrò Pinelli il giorno della strage. Lo ha fatto in una intervista al sito http://www.Libreriamo.it pubblicata il 5 marzo 2013.

Dopo aver parlato di alcune denunce per il contenuto del suo libro aggiunge che: “C’è stata infine una richiesta di rettifica da parte di Paolo Finzi. Lui ha potuto difendere la sua tesi, io non ho potuto dimostrare la mia, perché il tribunale di Milano aveva mandato al macero il fascicolo processuale sul caso Pinelli: una scelta incomprensibile. Non ho potuto dunque raccogliere gli elementi utili a supportare la mia dichiarazione”.

Quando un compagno mi disse che Paolo Finzi aveva denunciato Cucchiarelli per le illazioni fatte su di lui, mi ricordai che leggendo i nostri atti processuali avevo trovato un documento che dimostrava in modo inequivocabile la falsità di tale ricostruzione. Dopo una breve ricerca trovai quello che cercavo e il 18 ottobre 2012 scrissi una email a Paolo Finzi mettendogli in allegato il suo verbale di interrogatorio. (vedi allegato 2)

Serebbe ben strano pensare che Finzi non abbia esibito a Cucchiarelli o al suo avvocato, tale documento.

Malgrado l’evidenza dei fatti, Cucchiarelli continua imperterrito a sostenere le sue false tesi. Se usasse il cervello con la stessa frequenza con cui spara teorie strampalate contro gli anarchici e la sinistra, non incorrerrebbe in tanti errori.

Secondo Cucchiarelli, al processo c’era la sua parola contro quella di Finzi e quindi non era in condizione di poter dimostrare la correttezza della sua ipotesi.

Cucchiarelli qui sostiene anche un’altra delle sue assurde fandonie: dice infatti che – siccome il fascicolo processuale sul caso Pinelli sarebbe stato mandato al macero – lui non avrebbe potuto raccogliere elementi a supporto della sua dichiarazione.

Però, visto che Paolo Finzi – come centinaia di altri compagni – fu sentito in relazione agli attentati di piazza Fontana, non si capisce cosa diavolo c’entri il fascicolo Pinelli con lui. Anche un idiota capirebbe che se tale documento esiste, allora deve trovarsi tra gli atti del processo Valpreda. E li infatti si trova!

Mi sembra ovvio che in questo caso – come in un’altra sterminata serie di affermazioni simili, Cucchiarelli, le cui tesi  già abbiamo smantellato –  dimostri la sua totale ignoranza degli atti e un’arroganza pari solo alla sua stupidità.

26 febbraio 2014 Cucchiarelli ALLEGATO 1

26 febbraio 2014 Cucchiarelli ALLEGATO 2

 

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Per chi fosse interessato può leggere l’intervista integrale a Cucchiarelli al seguente link:

http://www.libreriamo.it/a/3541/paolo-cucchiarelli-nel-mio-libro-dimostro-come-piazza-fontana-non-sia-un-mistero-irrisolvibile.aspx

Questura Milano 13 dicembre 1969 Paolo Finzi

6 aprile 2013

Questura Milano 13 dicembre 1969 Paolo Finzi

verbale Paolo Finzi

Corriere della Sera 19 febbraio 2013

6 aprile 2013

Corriere della Sera 19 febbraio 2013

Le scuse di Paolo Cucchiarelli al compagno Finzi

Umanità Nova n1 gennaio 2010 12 dicembre e dintorni Milano di L’incaricato

20 novembre 2011
Era prevedibile che per il 40° della strage di piazza Fontana si tenessero molte iniziative: quei morti pesano ancora e la ferita, aperta con quella bomba, sanguina ancora proiettando i suoi effetti fino ad oggi. Da parte anarchica molte sono state le energie profuse per ricordare il contesto e per denunciare il senso dell’operazione che, colpendo in primis gli anarchici, intendeva aprire la strada ad un colpo di Stato in stile ellenico sotto l’egida statunitense. Dal 23 novembre all’11 dicembre, nell’ambito di un’iniziativa organizzata ottimamente dai “Partigiani in ogni quartiere” – un coordinamento di realtà nato intorno al Torchiera, nei giorni dell’insediamento in quartiere di Cuore Nero – nostri compagni (Finzi, Lanza e Varengo) insieme a Saverio Ferrari dell’ “Osservatorio democratico sulle nuove destre” e Aldo Giannuli sono intervenuti, a rotazione, in una quindicina di scuole secondarie superiori di Milano e Monza per portare la loro testimonianza e il loro contributo di comprensione di questo crimine di Stato. Diverse migliaia di studenti hanno riempito le Aule magne seguendo, generalmente con molta attenzione, gli interventi dei relatori accompagnati da un video prodotto e commentato dal LAPSUS (Laboratorio di ricerca animato da un gruppo di studenti di Storia della Statale di Milano), da una mostra fotografica e, in almeno 7 scuole, da un bello spettacolo teatrale del CTAS incentrato sulla strage e sull’assassinio del compagno Pinelli.

L’11 dicembre, nel corso delle manifestazioni studentesche e dei partecipanti allo sciopero della Funzione pubblica CGIL, incontratesi a Piazza Fontana, si è tenuto un volantinaggio e la distribuzione di Umanità Nova nei pressi della lapide che ricorda l’omicidio di Pino Pinelli, posta sempre nella stessa piazza.

Per le manifestazioni tenutesi nel pomeriggio del 12 dicembre rimando al resoconto pubblicato sul n. 45 a. 2009 di UN. Nella sera del 12, presso il Leoncavallo Spa, si è tenuta una serata organizzata dal Circolo Ponte della Ghisolfa, che ha visto la partecipazione, oltre di un folto pubblico, di Balilli e Fenoglio, autori di un libro a fumetti su piazza Fontana, Piero Scaramucci, coautore del libro ‘Una storia quasi soltanto mia’ con Licia Pinelli, Roberto Gargamelli e Saverio Ferrari. Nel corso della serata è stato trasmesso una parte del recentissimo video-intervista al Generale Maletti nel quale uno dei principali responsabili dei servizi segreti d’allora conferma la pista statal-ordinovista della strage.

Il 13 dicembre poi trasferta di Lanza, Moroni e Varengo alla Casona di Ponticelli, in provincia di Bologna, ove, organizzato dall’Associazione Primo Moroni e dal Circolo Berneri, si è tenuto un dibattito sul tema, alla presenza di una cinquantina di compagni, seguito da un ottima cena e dallo spettacolo ‘Morte accidentale di un anarchico’ a cura del Circolo Iqbal Masih di Bologna.

Il 14 alle 21 iniziativa allo Spazio Micene, a cura della Federazione Anarchica Milanese e del Micene stesso, con proiezione del video del LAPSUS, corteo per le vie del quartiere con omaggio alla lapide posta sulla casa di Pino Pinelli con l’aggiunta di una targa (“Milano non dimentica 40 anni di ingiustizie, lottando per un futuro migliore, ti ricordiamo per sempre”), i canti del Coro del Micene e l’intervento finale di Franco Schirone sulla figura del nostro compagno assassinato. Un centinaio i partecipanti.

Infine il 15 dicembre, organizzato dal Ponte della Ghisolfa in collaborazione con il Teatro della cooperativa, serata in ricordo di Pino e di Valpreda con interventi teatrali del gruppo del C.S. Baraonda, di Renato Sarti e Paolo Rossi, intramezzati dagli interventi di Mauro Decortes, degli avvocati Luca Boneschi e Gigi Mariani, che hanno ripercorso le fasi della persecuzione antianarchica, di Lello Valitutti che, con un toccante discorso, ha riconfermato la testimonianza di allora, mai raccolta da alcun giudice, di Saverio Ferrari, di un rappresentante dell’Associazione dei familiari vittime della strage di Piazza Fontana e di Massimo Varengo, che ha evidenziato l’insostenibilità della tesi del ‘malore attivo’. Teatro strapieno.

Nella stessa notte poi mentre Valitutti, accompagnato da amici e compagni, si recava in Questura per depositare un mazzo di fiori in ricordo e omaggio di Pinelli, un gruppo di nove compagni del Kollettivo Nuova Resistenza veniva fermato mentre sui muri posteriori della Questura tracciava con lo spray scritte per ricordare non solo l’omicidio di Pino ma anche quelli di Giuliani, di Aldrovandi, del giovane greco Alexis, di Cucchi. Accompagnati in Questura, venivano identificati e uno di loro indagato per ‘imbrattamento’.

L’incaricato

A rivista anarchica n101 Maggio 1982 Scarcerata Monica Giorgi. Una nostra vittoria di Paolo Finzi

29 ottobre 2011

Se c’è una cosa da cui rifuggiamo, è il trionfalismo: quel pessimo costume, assai diffuso, per cui si “gonfiano” gli avvenimenti per poi attribuirsene il merito esclusivo. Di fronte alla sentenza di Firenze, dunque, non abbiamo alcuna remora a cantar vittoria, ad affermare a testa alta che la scarcerazione di Monica Giorgi è anche e soprattutto una nostra vittoria: la vittoria di chi – pochissimi davvero, all’inizio – ha voluto combattere questa battaglia, comprendendo che, al di là della pur fondamentale solidarietà con Monica, erano in gioco aspetti più generali.

C’era un’ignobile montatura da smascherare, mettendo a nudo i perversi meccanismi dell’infamia di Stato. C’era l’imbarbarimento della giustizia da denunciare, chiarendo alla gente – con gli esempi concreti che la vicenda di Monica offriva a iosa – come il pretesto della lotta contro il terrorismo venga utilizzato per colpire chi non si allinea al potere. C’era una perfida campagna-stampa da controbattere, abilmente dosata con calunnie e silenzi. C’era, dal luglio scorso, la pesantissima sentenza di primo grado da contrattaccare, denunciare, ribaltare. C’era da mettere in luce la sostanziale convergenza, dentro e fuori il carcere, tra il disegno di uno Stato sempre più forte (in nome della democrazia) ed il folle progetto lottarmatista (in nome del proletariato). C’era, insomma, tutta una battaglia da condurre, una battaglia difficile, irta di ostacoli che noi per primi abbiamo sempre avuto presenti e rammentato, perché a facili entusiasmi non seguissero nefaste disillusioni.

Quando, pubblicando su “A” nell’estate ’80 la prima lettera di Monica (“Carissimi, dolcissimi compagni”), iniziammo la campagna, per lungo tempo restarono in pochi ad agitare il caso di Monica. Nemmeno il processo di primo grado e l’allucinante sentenza che lo concluse valsero a stimolare più di tanto la controinformazione e la mobilitazione. Eppure quel diuturno lavoro di contatti, di sensibilizzazione che, dai pochissimi che eravamo, fu portato avanti in quei mesi, tra scetticismo e malcelata indifferenza, ha poi dato qualche frutto. Di fronte all’eccezionalità della battaglia, all’importanza della posta in gioco, quanto si riusciva a fare ci sembrava sempre poco, drammaticamente troppo poco: ma questo poco era pur sempre qualcosa, e su questo qualcosa, altro si è andato aggiungendo. È andato aumentando il numero di coloro che scrivevano a Monica, che davano una mano finanziariamente, sono sorti comitati pro-Giorgi, vari compagni e gruppi (quasi tutti anarchici, comunque libertari) hanno promosso iniziative di solidarietà, di controinformazione, di lotta. Fra i numerosi giuristi, giornalisti, politici con fama di “garantisti” che furono contattati, tra mille silenzi e falsi assensi qualcuno ha dato segni di interessamento. E nelle ultime settimane prima del processo, come auspicavamo sul numero di marzo (quello con la copertina “Monica libera!”), la mobilitazione si è andata intensificando. Tutto ciò, ne siamo fermamente convinti, ha pesato sulla sentenza – non certo direttamente. Come ha pesato sul fatto che, per esempio, “Lotta Continua” abbia seguito il processo con un inviato, dando conto quotidianamente, con dettagliati resoconti, dell’andamento del processo.

Questa nostra attività, in piena sintonia con il comportamento dignitoso e le lucide posizioni espresse da Monica, ha dimostrato che è possibile vincere, anche sul piano giudiziario, battaglie di questa portata. Di fronte alle incertezze, ai dubbi, alle disillusioni che in questa nostra epoca sono ben più frequenti delle “vittorie”, è questo un dato positivo che ha una sua grande importanza. Qualcuno, certo, non mancherà di osservare che sentenze come questa di Firenze vengono “riciclate” dal potere per ridarsi nuova credibilità, per convogliare su di sé nuova fiducia. Certo, anche questo è in parte vero. Ma sarebbe tragicamente infantile limitarsi a cogliere questo aspetto, senza comprendere che il crollo di questa montatura politico-giudiziaria segna innanzitutto uno smacco per le istituzioni, un pesante calo di credibilità. Ne esce per contro rafforzata quella di chi è riuscito a far affermare, anche sul terreno giudiziario, quella verità che abbiamo sempre continuato a sostenere, anche quando tutti – forti della sentenza di primo grado – ci davano contro.

E, al di là della stessa battaglia giudiziaria, c’è la coscienza di aver dato un contributo positivo, costruttivo alla nostra immagine come movimento. I pochi o tanti che si sono in qualche modo interessati al caso Giorgi hanno ricevuto un messaggio positivo, di lotta cosciente, tenace ma al contempo umana, che niente ha a che vedere con i metodi e le finalità di quel terrorismo cui il potere voleva assimilare Monica per poterla così stroncare. Anche in questo caso, colpendo Monica, con il suo passato di attiva, generosa, conosciuta militante anarchica, si è cercato di colpire più a fondo, più in là.

Non sono più questi i tempi della campagna Valpreda, né è pensabile un accostamento tra quella e questa per Monica. Se però qualcosa le può accomunare, al di là della sofferta scarcerazione del compagno/a, è proprio un dato di fatto segnalato prima: l’averla cioè iniziata in pochi, pochissimi, riuscendo poi – allora a macchia d’olio, oggi fra mille difficoltà – a farne in varia misura un caso di pubblico dominio, un boomerang contro il potere per metterne a nudo bassezze e ingiustizie.

Da questa nostra battaglia vinta traiamo un nuovo stimolo per le altre battaglie che ci aspettano, nuova speranza di poterle vincere, nel solco dell’impegno umano, costante, militante che è il segno del nostro agire sociale.

La sentenza

Al termine del processo di Livorno, Monica era stata condannata a 12 anni e 6 mesi, dei quali 2 anni condonati, per reati associativi nonché per il tentato rapimento dell’armatore Neri (con i tre tentati omicidi connessi, per i tre agenti feriti durante il tentato rapimento). Ora Monica è stata assolta, per insufficienza di prove, dall’intero affaire Neri, nonché – come già a Livorno – per il ferimento a Pisa del dott. Mammoli (il medico che lasciò morire in carcere l’anarchico Serantini) e per un furto d’auto a Massa. È stata invece condannata a 2 anni per banda armata, pare (ma lo si saprà con chiarezza solo quando verranno pubblicate le motivazioni della sentenza) in relazione alla sua attività nel collettivo “Niente più sbarre” (che pubblicava l’omonimo bollettino) e alla sua corrispondenza con numerosi carcerati. La difesa di Monica ha annunciato subito di voler interporre appello, affinché la Cassazione cancelli anche questi residui della montatura contro Monica. Sia le attività del collettivo “Niente più sbarre” sia l’intensa corrispondenza tenuta per anni da Monica con decine di carcerati, infatti, si sono svolte alla luce del sole: le stesse lettere di Monica acquisite agli atti del processo sono tutte “regolari”, con tanto di visto (quando questo era applicato dalle autorità carcerarie). Questa sentenza della Corte d’Appello di Firenze, dunque, che pure salutiamo con gioia perché segna il crollo di una montatura e la scarcerazione di una compagna, non ha saputo andare fino in fondo nell’opera di riparazione all’ingiustizia sancita a Livorno. La condanna a due anni per Monica, oltre che posticcia “giustificazione” per i due anni di vita rubatile, suona insulto alla libertà di parola, di scritto e in genere di espressione.

Anche a gran parte degli altri imputati le pene sono state sostanzialmente ridotte.

Com’era prevedibile, il p.m. Guttadauro interporrà appello perché l’ingiustizia trionfi. È il suo mestiere.

CRONACA DEL PROCESSO

Il processo inizia regolarmente lunedì 19 aprile, in un’aula della Corte d’Assise che una volta era una chiesa. Ci sono tutti: i poliziotti all’esterno con il mitra, che perquisiscono con il piccolissimo metal-detector (utilissimo per svelare la presenza di chiavi, monete e gettoni telefonici), quelli dentro sparsi tra il pubblico (chi in divisa, chi in borghese), e poi oltre la transenna – alcune imputate a piede libero, qualche giornalista, gli avvocati, la Corte (quasi tutti i giudici popolari sono donne), gli onnipresenti carabinieri e infine, nella gabbia, loro, gli imputati. Una forte emozione provoca l’arrivo in gabbia di Salvatore Cirincione: è sorretto dagli infermieri che lo adagiano in un angolo della gabbia. Il volto sconvolto ed il sacchetto del catetere testimoniano, ben più delle tre istanze finora presentate dalla difesa e sempre respinte, dell’urgente necessità di un suo ricovero ospedaliero: da mesi ha perso l’uso dei reni, in seguito alle percosse subite, ed è semiparalizzato al lato sinistro. E’ un imputato “minore”, condannato a pochi anni per soli reati associativi: la sua salute, comunque vada il processo per lui, è già stata compromessa. Tra gli imputati a piede libero manca in aula solo l’avvocato anarchico Gabriele Fuga, ma la sua posizione viene subito stralciata per un vizio di forma (la convocazione al processo gli è stata inviata ad un recapito inesatto) e Fuga esce così definitavamente da questo processo: sarà processato in futuro, separatamente.

La prima udienza – presenti un’ottantina tra i parenti e compagni, quasi tutti venuti da fuori – si apre con la relazione del giudice a latere Fusaro, cui spetta il compito di presentare una specie di riassunto del processo di primo grado e dei motivi d’appello presentati dalla difesa e dall’accusa. Già da questa sintetica carrellata, la figura di Enrico Paghera – intorno alle cui “rivelazioni” ruota tutto il processo – esce distrutta, la sua credibilità praticamente nulla: qualcuno del pubblico che entra in ritardo e non sa come funzionano i processi, crede che stia parlando un’avvocato della difesa. E invece sono solo i fatti, nudi e crudi, a deporre a favore di Monica.

La sera, nella sala socialista “L’incontro”, poco distante dall’aula del processo, la vicenda di Monica è al centro di un dibattito promosso dal Comitato di solidarietà con Monica Giorgi, di Livorno. Intervengono l’avvocato Nino Filastò, il giornalista Pio Baldelli (protagonista dieci anni fa di un clamoroso processo intentatogli da Calabresi per quanto “Lotta Continua” aveva scritto in merito ala sua responsabilità nell’assassinio di Pinelli) ed il deputato socialista Giacomo Mancini: introduce la discussione un redattore di “A”. Nonostante il dibattito sia stato organizzato all’ultimo momento ed i manifesti di convocazione subito strappati o coperti, almeno 250 persone affollano “L’incontro”. A metà dibattito Barbara Giorgi, una delle due attivissime sorelle di Monica, è colta da malore e ricoverata d’urgenza in ospedale: la lotta stressante contro le ingiustizie comporta anche questi costi.

Il p.m. per Monica: sedici anni e mezzo

Martedì mattina riprende il processo con la requisitoria del pubblico ministero Guttadauro. A sentir lui, Paghera è una rispettabilissima persona, spinta da nobili ideali a collaborare con la giustizia perchè il bene trionfi. Monica, invece, è colpevole di tutto, anche di ciò per cui fu assolta in primo grado: morale, invece di 12 anni e mezzo, bisogna dargliene 16 e mezzo. E anche agli altri imputati, già che ci siamo, si aumentino un pò a tutti le pene.

Mentre, all’indomani, iniziano gli interventi dei numerosi difensori degli imputati, Adriano Sofri (che quotidianamente segue il processo per “Lotta Continua“) raccoglie a Roma una testimonianza del deputato radicale Mimmo Pinto, in merito a dichiarazioni fattegli lo scorso anno da Daniela Pari, la fidanzata di Vincenzo Oliva: in poche parole, la Pari avrebbe rivelato a Pinto che all’Oliva era stato chiesto di confermare quanto dichiarato da Paghera, in cambio di notevoli riduzioni della pena. Una prova in più della macchinazione che sta dietro all’istruttoria e al processo: la Corte acquisisce agli atti. Oliva, comunque, già al processo di Livorno si era talmente contraddetto da venir buttato fuori dall’aula dal presidente, per scomparire così definitavamente dal processo (anche se, in verità, il p.m. Guttadauro ha cercato disperatamente di recuperarlo, criticando perfino la decisione del presidente che a Livorno lo aveva espulso in malo modo).

Giovedì 22 la presenza del pubblico in aula, già drasticamente calata dopo la prima udienza, si è ormai ridotta a poche unità: un fatto negativo sul quale non si può sorvolare. Gli avvocati, intanto, proseguono le loro arringhe.

Le dodici menzogne di Paghera

Venerdì 23, un fatto positivo. Finalmente la Corte concede la libertà provvisoria a Cirincione, che si fa ricoverare e può forse sperare di recuperare parzialmente la salute così gravemente compromessa. Ci sono voluti mesi, ma alla fine…

Sempre venerdì inizia la sua arringa l’avv. Filastò: a sera non ha ancora terminato. Riprende lunedì mattina e parla ancora per tre ore: tutte le cosiddette “prove” contro Monica vengono analizzate minuziosamente e smontate. Di Paghera vengono messe in luce le 12 principali menzogne. E’ un’arringa appassionata e lucida, al termine della quale Filastò ha un collasso e viene ricoverato in ospedale. Nell’udienza pomeridiana di lunedì 26, il p.m. Guttadauro replica ai difensori e conferma la sua fiducia nell’attendibilità di Paghera e di Oliva: si indigna al solo sospetto che polizia e magistratura possano aver “macchinato” contro Monica. Poliziotti, magistrati e loro collaboratori (pentiti o simili) hanno sempre ragione, chi lo mette in dubbio offende le istituzioni. Il p.m. si scaglia contro Monica, ma nella foga accusatoria sbaglia qualche data, si contraddice, è vistosamente impreciso. E il giudice a latere non manca di farglielo notare.

Fine di un incubo

Mercoledì 28, l’ultima udienza. Al mattino le ultime repliche degli avvocati: Filastò (ripresosi dopo il malore di lunedì), Menzione e Mori. “Giustizia e libertà per Monica” chiede in conclusione Menzione “quella stessa giustizia e quella stessa libertà per cui lei si è sempre tanto impegnata”. Alle 11 la Corte si ritira, l’aula viene chiusa e il pubblico (una trentina tra parenti, amici, compagni) si ritrova sul marciapiede lì davanti, nel bar, per un’attesa estenuante. “Se stanno dentro tanto, è un buon segno” “Ma va là, vuol dire che la vogliono stangare” “Certo, dopo l’attentato delle B.R. ieri a Napoli…” “Secondo te quanto le danno?”. Per otto ore, mentre la tensione e la stanchezza crescono, è un continuo alternarsi di voci, previsioni, discorsi fatti così tanto per non pensare al peggio. Poi alle 7 e mezzo di sera, l’aula viene riaperta e il pubblico riammesso, dopo i consueti controlli. Gli imputati sono già in gabbia, Monica fa avanti e indietro, gira in tutti i sensi, la tensione le sprizza dai pori. Si aspetta l’entrata della Corte da un attimo all’altro, ma passa quasi un’ora prima che arrivi. Le prime parole del presidente fanno intendere a qualcuno che forse…”Non accetterò in quest’aula manifestazioni di gioia o di rabbia per quanto dirò” premette. Poi incomincia a parlare e, come spesso durante questo processo, si sente poco e si capisce meno. Ma quando comincia a elencare tutte le imputazioni, rispetto a cui Monica è assolta, non c’è chi non capisca. Tra il pubblico c’è chi salta, chi piange, chi ride, chi applaude, è la fine di un incubo. Nella gabbia, Monica salta, urla, saluta: si arrampica su e giù come una scimmia, salta come un grillo impazzito. Un quarto d’ora dopo si è già al reparto chirurgia dell’ospedale Santa Maria Nuova: Barbara (ancora ricoverata dopo il collasso avuto il giorno iniziale del processo) salta anche lei dalla gioia. E anche in corsia, per qualche minuto, è un putiferio di abbracci, baci, pacche sulla spalla. Manca solo Monica: deve farsi ancora due giorni di carcere.

***

per Monica

Nell’approssimarsi del processo, varie iniziative sono state prese in solidarietà con Monica. La nostra rivista e “L’Internazionale” hanno seguito regolarmente, mese dopo mese, l’evolversi del caso Giorgi, ma anche altri giornali anarchici hanno dato spazio a notizie e scritti di Monica.

I compagni ticinesi, oltre ad inserire nel loro mensile “Azione Diretta” un volantone su Monica (ripreso dal dossier “Rivolglio la mia libertà“) , hanno effettuato venerdi pomeriggio 16 aprile un’occupazione simbolica del Consolato Generale d’Italia a Lugano. Mentre alcuni compagni distribuivano in strada volantini sul caso, altri sono entrati nel Consolato, hanno convocato i giornalisti e hanno consegnato un documento alle autorità consolari, denunciando l’ingiusta detenzione di Monica ed il silenzio che già si preannunciava intorno al processo d’appello. Fuori del Consolato è stato affisso uno striscione “Monica Giorgi libera”.

A Brescia, in vista del processo, è stata convocata una conferenza-stampa nella sede del Centro Sociale Libertario ed è stata effettuata una trasmissione dai microfoni di Radio Popolare. A Reggio Emilia sono stati effettuati volantinaggi, è stata allestita una mostra, sono stati promossi due dibattiti sul caso di Monica, uno nella nuova sede del gruppo, l’altro alla Casa dello Studente. Volantinaggi e trasmissione radio anche ad opera del Comitato pro-Monica veneto, con sede a Venezia-Marghera. Massiccia affissione di manifesti e di adesivi (questi ultimi, soprattutto sulle vetture della metropolitana), trasmissione a Radio Popolare, scritte sui muri e altre iniziative a Milano. Telegrammi di protesta a Pertini sono stati inviati da anziani militanti anarchici di lingua italiana, da decenni residenti in Nord America (alcuni di loro sono stati tra i protagonisti, sessant’anni fa, della campagna per Sacco e Vanzetti). A Oria, un paese in provincia di Brindisi, decine di firme sono state raccolte su di una copia del manifesto “Rivoglio la mia libertà” (affisso nel centro del paese), per poi essere inviate a Monica

A rivista anarchica n100 Aprile 1982 Tortura. Torquemada in Italia di Paolo Finzi

29 ottobre 2011

Su questa faccenda delle torture avete scritto un sacco di puttanate. Ogni poliziotto che sa fare il suo mestiere se ne accorge subito. Prendi l’acqua e il sale. Sì, è vero, in qualche caso l’abbiamo usata. Ma mica come si è raccontato. Quella storia dei litri buttati giù a forza… di solito basta il primo bicchiere. E per farlo bere ti bastano due dita dietro la testa. Poi non devi fare più niente. L’interrogato ha bisogno di bere. Gli lasci il bottiglione e te ne vai a prendere un caffè. Quando torni, l’acqua e sale se l’è finita di bere lui, da solo. Gliene lasci ancora. Butta fuori tutto, da sopra e da sotto; ma non può smettere di bere. Basta che tu torni dopo un po’, con una bella bottiglia di acqua fresca e pulita, magari con le goccioline che scendono lungo il vetro.

Che le cose, però, non stiano esattamente così, come le descrive su La Repubblica (18 marzo) un anonimo investigatore di polizia (che – viene precisato – ha partecipato in prima persona alle fasi più delicate e calde dell’inchiesta Dozier), ci sono innumerevoli testimonianze a dimostrarlo. Innanzitutto, le denunce – spesso uscite per vie traverse – delle vittime di questi episodi di vera e propria tortura. Che non si tratti di sicuro di singoli episodi isolati, lo conferma, da Londra, anche David Braham, responsabile dell'”unità di ricerca” per l’Italia di Amnesty International, l’organizzazione internazionale che da anni si batte contro la tortura e la pena di morte. Abbiamo già raccolto una massa di indizi impressionante – ha dichiarato Braham – Riceviamo segnalazioni di casi di tortura da tre mesi, e con particolare intensità ne abbiamo avute nelle ultime settimane. Tenendo presenti la tradizionale lentezza di Amnesty International e la sua disponibilità a muoversi solo sulla base di una rigorosa e verificata documentazione, si ha un’autorevole conferma che la tortura in Italia c’è. Che non si tratti solo dell’iniziativa “scomposta” di qualche poliziotto particolarmente incarognito, ma di un preciso “stile” operativo sollecitato e comunque avallato “dall’alto”, lo dimostrano – oltre al numero stesso degli episodi denunciati – le precise dichiarazioni rilasciate da alcuni funzionari ed agenti di polizia iscritti al SIULP: dichiarazioni, queste, che hanno suscitato l’indignata reazione dei difensori ad oltranza della repressione, ma che – guarda caso – coincidono sostanzialmente con i racconti delle vittime della tortura. Come nel caso di Alberta Biliato, imputata nel caso Dozier. Un poliziotto, presente nel commissariato di P.S. a Mestre, ha raccontato infatti (sul numero citato de La Repubblica) che, affacciatosi in una stanza riservata, si era sentito gridare “E tu che cazzo vuoi?” ed era stato spinto via. Ma qualcosa ho visto. Al centro della stanza c’era una ragazza con la testa incappucciata da qualcosa di bianco, forse un asciugamano: da sotto spuntavano dei capelli biondi. Uno dei tre che stava dentro, tutta gente arrivata da fuori, era accanto alla ragazza e la faceva girare su se stessa. L’ha anche colpita al capo (…). Chi fosse quella ragazza lo si è potuto capire appena Alberta Biliato è riuscita a far pervenire alla stampa il resoconto del suo arresto. (…) Dalla questura di Treviso venni subito portata al commissariato di P.S. a Mestre in via Ca’ Rossa (…) I poliziotti di Treviso se ne andarono quasi subito ed entrarono quelli del posto che, dall’accento che avevano, presumo fossero romani o meridionali (…) Mi rimisero la benda ed anche un cappuccio di lana in testa che lasciava fuori solo la bocca. Mi fecero rimanere ancora a lungo in piedi e ad un tratto mi fecero girare vorticosamente con le loro mani altrimenti sarei andata a sbattere la testa contro qualche cosa (…) Un poliziotto che in seguito sentii chiamare maresciallo, mi diede una scarica di schiaffi prima su una guancia e poi sull’altra. Quindi mi bendarono e cominciarono ancora con l’acqua e sale. Ml fecero bere con un bicchiere a forza non so quanta acqua in varie riprese. Io ogni volta vomitavo. Visto che non riuscivo a trattenerla, mi fecero stendere su di una tavola e bere ancora, immobilizzandomi poi con un bastone sulla bocca aperta per darmi modo di respirare ma impedendomi così di vomitare (…) Alcuni mi tenevano le braccia, altri mi tolsero gli stivali e cominciarono a bastonarmi sotto le piante dei piedi. Smisero per un po’ e poi lo rifecero (…) Mi denudarono completamente e uno seduto dietro di me fece l’atto di infilarmi un bastone nell’ano e nella vagina, me lo appoggiò spingendo solo un po’. Mi picchiarono quindi sulle anche e sulle gambe con un bastone (…) Tutta la notte la passai bendata e in piedi, a volte con le braccia alzate, a volte inginocchiata. Quando fu mattina (così mi dissero), sempre il maresciallo mi alzò la maglietta e minacciò con l’accendino di bruciarmi i capezzoli e le mani. Quindi mi tirò fortemente sempre i capezzoli, e me li stritolò in tutte le maniere e a lungo, tanto che i giorni successivi mi si screpolarono tutti (…) Mi portarono quindi al piano superiore nell’archivio. Erano in parecchi, mi colpirono al capo minacciandomi di appendermi nuda ed ammanettata ad un gancio del soffitto fino a quando non avessi parlato (…) Io mi reggevo malamente sulle gambe, ero di nuovo bendata. Poi il maresciallo (lo riconobbi dalla voce) mi sbottonò i calzoni (indossavo una tuta) e mi introdusse per varie volte una mano nella vagina. Tornarono anche gli altri. Uno mi si sedette davanti ed anche lui mi infilò una mano nei pantaloni tirandomi fortemente i peli del pube. Mi disse che se non avessi parlato me li avrebbe strappati uno a uno (…).

Non saremo certo noi anarchici a stupirci del fatto che polizia e carabinieri utilizzino sistematicamente la tortura. Un simile stupore lo lasciamo a tutti coloro che (ingenui? imbecilli?) continuano a illudersi che vi possano essere poteri “buoni”. Né è da oggi che nell’Italia democratica e antifascista simili metodi vengono usati, anche se non in tale misura e con tale sistematicità. Conosciamo troppo bene la storia, per averla vissuta – come movimento anarchico – sulla nostra pellaccia, per poter cadere nell’errore di sottovalutare il cinismo del potere e dei suoi cani da guardia. Se è certamente vero che la lotta armata, qual è stata condotta in questi anni, ha sortito l’effetto di rendere più efficiente l’apparato repressivo statale (restringendo, al contempo, l’area di simpatia e di impegno di chi vi si oppone), non si deve dimenticare che il potere si è sempre servito dei mezzi giudicati più efficaci (e sbrigativi) per combattere i suoi oppositori. Senza tornare tanto indietro, ricordiamo che Pinelli fu assassinato nella questura di Milano (pare, dopo un pestaggio con colpi di karatè) quando ancora di lotta armata non si parlava nemmeno. E che, negli stessi locali, l’anno successivo l’anarchico Braschi veniva fatto sedere sulla finestra e invitato a “fare come Pinelli”, se proprio non voleva “confessare” quel che i poliziotti volevano. In questo contesto, la nostra denuncia della tortura sistematica ha ben poco a che spartire con quella (peraltro assai timida) portata avanti dai comunisti e da altre forze d’opposizione. Dopo aver promosso e fatto propria la strumentalizzazione ossessiva e martellante del lottarmatismo ai fini del progetto di “solidarietà nazionale, il P.C.I., ora che vuole accentuare il suo carattere di “lotta”, non perde occasione per mettere in difficoltà il governo. Anche la denuncia delle torture serve strumentalmente a questo scopo: una denuncia limitata alle “presunte deviazioni”, al comportamento di questo o quel funzionario, meglio ancora se piduista come uno dei torturatori di Mestre. La nostra, invece, è una denuncia dell’intero sistema repressivo, di cui la tortura sistematica è uno degli aspetti più sconvolgenti, ma resta pur sempre parte di una questione ben più vasta. Non si può accettare che mentre si denunciano gli aspetti più bestiali della repressione, si finisca con l’accettare come “cose normali” i pestaggi nelle carceri, i braccetti speciali, le detenzioni preventive che durano anni (quelli del 7 aprile compiono in questi giorni i 3 anni di “preventivo”), i falsi pentimenti, la cultura della delazione, ecc. ecc..

E, d’altra parte, quale credibilità può avere la “campagna” contro la tortura portata avanti dalle B.R. e da quanto rimane del fronte lottarmatista? Dopo aver predicato per anni l’uso illimitato della violenza, dopo aver eretto la ferocia delle gambizzazioni a sistema di lotta, dopo aver spinto in tutti i modi verso la logica della guerra, a che cosa possono oggi appellarsi? Al senso di umanità su cui hanno sempre sputato? A un’opinione pubblica che hanno sempre disprezzato? Non è forse questo un risultato (prevedibile) dell'”innalzamento del livello di scontro”?

***

Questa dichiarazione, con le firme di una trentina di compagni/e che l’hanno sottoscritta, è stata distribuita a Venezia e dintorni sotto forma di volantino.

Di fronte ad un clima di tensione, di intimidazione, di terrorismo, di provocazione, che non accenna a diminuire.

Alla tracotante prevaricazione del potere che sempre più calpesta ignobilmente anche i più elementari diritti del vivere civile.

Agli arresti che ricordano i tanto biasimati metodi della repressione latino-americana e quindi al sequestro di persone per giorni e giorni senza che nessuno, avvocati o familiari, sappia dove si trovino.

Ai pestaggi indiscriminati di gente fermata e per qualsiasi motivo portata in questura e torture con l’appoggio di squadre speciali.

Di fronte all’uso di una stampa complice e sottomessa, che velatamente appoggia e garantisce questo stato di cose e che trova più comodo condannare ampiamente le ingiustizie e le atrocità degli altri paesi e nascondere gli abusi di casa propria, nonostante la televisione di regime – come nel Medio Evo, quando venivano pubblicamente eseguite le sentenze e le torture più raffinate – ci faccia vedere i volti tumefatti dei presunti terroristi che denunciano a milioni di sordi di essere stati “torturati”.

Di fronte a questa situazione generale che rischia di diventare parte integrante del nostro vivere sociale, che annulla con un sol colpo di spugna libertà e diritti che si credevano ampiamente acquisiti, un gruppo di militanti anarchici ha ritenuto doveroso denunciare pubblicamente tutto ciò, quando di pubblico c’è solo la parola arrogante del potere, firmando direttamente con nome e cognome questa lettera aperta:

Non siamo brigatisti, fiancheggiatori o loro simpatizzanti; fin dal suo primo sorgere abbiamo criticato e combattuto la strategia della lotta armata in Italia, autoritaria e leninista nella sua concezione, fanatica e perdente nella sua pratica.

Lo Stato, il Potere, da questo scontro, non poteva che rafforzarsi.

Il tempo ci ha dato ragione.

L’inasprimento della “guerra privata” brigate rosse/frange affini e Stato italiano ha portato non già all’acuirsi della lotta sociale, che sempre meno si è riconosciuta in questo scontro, ma alla generalizzazione delle leggi di guerra su scala sociale.

La destra più forcaiola italiana con i suoi deliranti messaggi di morte non poteva sperare di meglio.

L’informazione, abilmente manipolata dagli organi di regime, ha avuto buon gioco nello stimolare nella pubblica opinione uno stato di insicurezza generale, al quale non poteva che corrispondere una richiesta di ordine e di sicurezza e, di conseguenza, una maggiore identificazione dell’individuo medio con il potere, unico garante delle paure inconsce che le sottili maglie della psicologia sociale ha saputo risvegliare attraverso il fantasma del terrorismo.

La guerra privata dei brigatisti ha creato il pretesto e la possibilità – vecchio sogno da sempre accarezzato – di criminalizzare le lotte sociali; il dissenso diventa sinonimo di terrorismo; molti compagni vengono condannati senza l’ombra di una prova e solo in base alle dichiarazioni dei quanto mai provvidenziali “pentiti”.

Emblematico il caso di MONICA GIORGI, attiva militante anarchica livornese, condannata a 12 anni di galera per accuse legate al terrorismo, in base alle sole dichiarazioni del pentito di turno, definito equivoco dagli stessi magistrati istruttori.

NON CHIEDIAMO AL POTERE DI RISPETTARE DELLE LEGGI CHE ESSO STESSO CALPESTA DOPO ESSERSENE ERETTO A DIFENSORE: DENUNCIAMO E BASTA.

Ci appelliamo a quanti amano la propria libertà al pari di quella degli altri, perché sappiano che non esiste potere che garantisca qualsivoglia diritto, ma solo la propria forza e la volontà di essere comunque UOMINI E DONNE LIBERI!!!

A rivista anarchica n99 Marzo 1982 Libertà per Monica Giorgi. Perché questa campagna di Paolo Finzi

29 ottobre 2011

Dunque, il 19 aprile si aprirà a Firenze il processo d’appello contro Monica Giorgi e una dozzina di coimputati, a vario titolo ritenuti responsabili di associazione sovversiva, banda armata, ecc., nonché di alcuni episodi rivendicati o attribuiti ad “Azione Rivoluzionaria“. Al termine del processo di primo grado, svoltosi a Livorno tra l’11 maggio ed il 13 luglio 1981, fu proprio Monica a subire la condanna più dura: 12 anni (di cui 2 condonati) e 6 mesi di carcere, 3 anni di libertà vigilata, interdizione perpetua dai pubblici uffici, ecc..

Nonostante la pesantezza delle accuse formulate contro di lei in istruttoria, nonostante il clima politico-giudiziario generale non certo favorevole a sentenze basate “sull’accertamento dei fatti”, la condanna di Monica contraddisse le previsioni di tanti, compresi i giornalisti della stampa quotidiana locale (“Il Tirreno” e “La Nazione“) che, partiti in quarta contro Monica, si erano ritrovati al termine del processo su posizioni sostanzialmente innocentiste. Non staremo qui a ripercorrere le vicende processuali, di cui già abbiamo più volte trattato sulla rivista, sia in sede di cronaca del processo, sia nel commento alle motivazioni della sentenza, sia infine pubblicando scritti di Monica in proposito. Tantopiù che, nelle pagine che seguono, riportiamo la prima (e più significativa) parte dei motivi d’appello presentati dall’avvocato pisano Ezio Menzione, uno dei difensori di Monica a Livorno: scritti con rigore logico, ma anche con passione, questi motivi d’appello mostrano ancora una volta su quali basi inconsistenti sia stata costruita una condanna così pesante.

Ciò che qui ci preme ribadire è l’importanza che attribuiamo al caso di Monica e la necessità che, nella campagna in sua difesa, ci si impegni a fondo. Noi abbiamo ben presenti le estreme difficoltà con le quali una simile campagna oggi inevitabilmente si scontra: vi è un’inflazione di mini-campagne, mezze-mobilitazioni, ecc. in difesa di questo e di quello, perlopiù a base dei soliti slogan, rivendicanti “innocenze” che a volte vengono addirittura smentite dagli stessi imputati. Vi sono problemi di stanchezza di un’opinione pubblica frastornata, vi è il continuo tentativo del “partito armato” (in tutte le sue variopinte sfaccettature) di strumentalizzare quanto si muove sul terreno della lotta alla repressione, vi sono in definitiva quegli aspetti che vengono analizzati (e a cui rimandiamo) nel documento elaborato dal Circolo “Ponte della Ghisolfa” e dal collettivo Annares – che pubblichiamo su questo numero. Di tutto ciò siamo coscienti, e non da oggi.

È con questa consapevolezza che riteniamo il caso di Monica un caso al tempo stesso “diverso” e terribilmente normale. La sua normalità sta nell’essere uno dei tanti casi di ingiustizia sommaria, compiuta nell’ambito della lotta che le istituzioni stanno portando avanti contro le organizzazioni lottarmatiste: il solito caso, con i soliti “pentiti”, con i soliti innocenti buttati nel mucchio, con le solite prove che prove non sono, con i soliti testimoni che appena depongono a favore degli imputati vengano ritenuti inattendibili, con la solita ricostruzione della colpevolezza sulla base delle opinioni e degli scritti (che poi, nel caso di Monica, sono in gran parte scritti di altre persone da lei pubblicati), ecc. ecc.. In questo senso, il suo caso presenta, con particolare nitidezza, i tratti distintivi di quell’involuzione illiberale, di quell’imbarbarimento della “giustizia” che noi siamo impegnati a denunciare e contrastare, perché vi riconosciamo un aspetto non certo secondario del processo di “totalitarizzazione” della società. Un passo avanti, dunque, verso il 1984.

La diversità di questa vicenda, rispetto a molte analoghe, sta, tra l’altro, nel comportamento di Monica. Viviamo infatti in un’epoca di esasperazione e di violentismo non solo verbale, di eclissi della ragione e del senso umano; un’epoca in cui al lugubre fanatismo dei lottarmatisti fanno da contrappunto le squallide confessioni di chi è pronto a vendere anche la madre pur di sortir di galera; un’epoca in cui la possibilità stessa di ragionare e di far valere la forza della ragione è negata dal tiro incrociato del totalitarismo lottarmatista e dell’ondata reazionaria istituzionale. In questo contesto assume particolare significato il comportamento processuale e, in genere, l’atteggiamento di chi – come Monica e non molti altri – da una parte rivendica la sua militanza “sovversiva” svolta alla luce del sole, il suo impegno per i carcerati, il suo rifiuto delle istituzioni; e dall’altra ribadisce con forza la sua estraneità-avversione al progetto lottarmatista e ai suoi metodi. In presenza di questa chiara presa di posizione, che Monica ha lucidamente confermato nel suo scritto (“Quando i signori della guerra…“) pubblicato sullo scorso numero, è possibile condurre una battaglia che, comprendendole, vada al di là della solidarietà umana e della denuncia delle ingiustizie processuali. Una battaglia che metta a nudo i meccanismi perversi della “giustizia” e del potere, senza nulla concedere alla strategia dei “comunisti combattenti”. Battaglie come questa – scrivevamo qualche mese fa – debbono esser combattute con decisione, se non si vuole che il Potere, approfittando dell’assenza di qualsiasi opposizione, la faccia sempre più da padrone, in maniera sempre più cinica e sfacciata. A simili battaglie di giustizia possiamo e dobbiamo cercar di coinvolgere quanta più gente possibile, in un nuovo corale atto d’accusa contro quella “giustizia” di Stato che non a caso in Spoon River era simboleggiata da una baldracca.

Nelle settimane che ci separano dal processo d’appello è necessario impegnarsi in questa direzione.

A rivista anarchica n95 Ottobre 1981 Repressione. Campagne SI Campagne NO di Paolo Finzi

28 ottobre 2011

Sacco e Vanzetti: bastano questi due nomi per testimoniare quale importanza possa esercitare una campagna in difesa di compagni ingiustamente sospettati, incriminati, condannati. Nel loro nome, contro la “giustizia” di Stato che li volle morti a tutti i costi, si sviluppò infatti in tutto il mondo una vasta mobilitazione, di cui gli anarchici furono gli iniziatori e gli animatori, non gli unici protagonisti: si mosse gran parte della sinistra americana ed europea, firmarono appelli illustri personalità della scienza e dell’arte, scesero in piazza milioni di persone nel corso di anni e anni. Non si trattò solo di una gigantesca mobilitazione in difesa di due innocenti, ma anche di un atto d’accusa collettivo contro la “giustizia” di Stato: il dramma di quei due anarchici era tragicamente legato ai perversi meccanismi del Potere, alla sua macchina giudiziaria prostituita, alla volontà del governo americano di dare una lezione agli anarchici, ai sovversivi, agli immigrati. La campagna per Sacco e Vanzetti divenne inevitabilmente una battaglia contro il Potere.

La sua tragica conclusione – l’assassinio dei due anarchici – non ne segnò in un certo senso la sconfitta: se si era rivelato impossibile salvar la vita di Sacco e Vanzetti, essi potevano a buon diritto gridare ai loro carnefici ed al mondo intero “la nostra agonia è il nostro trionfo”. Quanto ciò fosse vero, al di là di qualsiasi sospetto di retorica, sta a testimoniarlo il fatto che oltre mezzo secolo dopo la loro vicenda suona ancora atto d’accusa contro la “giustizia” di Stato ed è profondamente radicata nella coscienza popolare.

In tempi a noi più vicini, la campagna per la scarcerazione di Valpreda e degli altri anarchici accusati per la strage di piazza Fontana si presenta altrettanto ricca di insegnamenti. Lanciata dagli anarchici all’indomani dell’attentato e dell’assassinio di Pinelli, la parola d’ordine “Valpreda è innocente, la strage è di stato, Pinelli è stato assassinato” venne solo successivamente ripresa prima da Lotta Continua e da altri gruppi extra-parlamentari, quindi da strati sempre più vasti della sinistra e dell’opinione pubblica. Anche in questa campagna la “giustizia” di Stato è stata analizzata e smascherata con tutte le sue infamie, i suoi Guida, i suoi Cudillo, i suoi altolocati protettori, i suoi agenti segreti fascisti, le sue prove inconsistenti, i suoi riconoscimenti truccati: la campagna per Valpreda è stata al contempo battaglia contro lo Stato, una grande occasione per far aprire gli occhi a tanta gente sul suo funzionamento. Sull’onda della campagna contro la strage di Stato (già questa definizione, accettata ormai da tutti, dà il tono di quella battaglia), si riuscì a capovolgere presso ampi strati di opinione pubblica (soprattutto, ma non solo, di sinistra) lo stereotipo dell’anarchico bombarolo, sognatore ed assassino, accreditando un’immagine ben più vera, ben più positiva del nostro movimento, dei nostri militanti (la figura di Pinelli) e delle nostre idee. Ed inoltre – non lo si dimentichi – è solo grazie a questa mobilitazione che Valpreda è stato scarcerato, che la “verità” di Stato si è palesata per quello che era, che si è respinta come un boomerang la serrata campagna di calunnie contro gli anarchici e la sinistra extra-istituzionale in genere. Gli sviluppi successivi dell’affaire Strage di Stato (valga per tutti la sentenza di Catanzaro) hanno dimostrato che appena viene meno la mobilitazione della gente, il Potere torna alla normale amministrazione delle sue porcherie, alle solite coperture, ai soliti reticenti silenzi.

Questi di Sacco e Vanzetti e di Valpreda sono solo due esempi – seppur forse i principali nella storia dell’anarchismo di lingua italiana – di campagne politico/giudiziarie in difesa di compagni accusati, contro qualsiasi evidenza processuale, di reati che non hanno commesso, di cui si proclamano innocenti. Pur con la loro specificità, stanno entrambi a testimoniare quanto lo spirito di solidarietà umana, applicato a vittime di così evidenti ingiustizie, possa trasformarsi in rivolta contro queste stesse ingiustizie, contro chi le compie e chi le permette, in definitiva in presa di coscienza e in volontà di lotta. Le vicende umane dei compagni detenuti, le persecuzioni contro di loro, le loro lettere dal carcere, il loro comportamento processuale vengono così a travalicare la dimensione “singola” per assumere un valore collettivo, simbolico, in cui finiscono per riconoscersi tutti coloro che non sono disposti a lasciar passare qualsiasi infamia senza nemmeno tentare di reagire.

Oggi come oggi, campagne come queste sono francamente impensabili. Non certo perché il Potere sia migliorato. Non certo perché non vengano più commesse ingiustizie di ogni tipo in nome della giustizia, né perché non vi siano più in carcere persone palesemente innocenti, vittime di montature politico/giudiziarie. Anzi le spregiudicate misure a sostegno dei “pentiti” hanno aperto nuovi capitoli nella storia dell’infamia giudiziaria, mettendo ancor più a nudo – per chi lo voglia vedere – il vero volto della giustizia di Stato: quel volto tanto efficacemente descritto nel celebre brano di Spoon River che campeggia anche sulla tomba di Giuseppe Pinelli.

Se simili campagne sono oggi impensabili, le ragioni sono ben altre e vanno ricercate innanzitutto nel mutato clima generale, nella ventata di “cultura” statale che ha investito negli ultimi anni la nostra società. È questo un fenomeno di cui ci siamo occupati spesso su queste colonne, anche per mettere in luce le gravissime responsabilità che in questo processo reazionario spettano al lottarmatismo: non ci riferiamo solo alle B.R., ma anche a quelle organizzazioni e tendenze lottarmatiste che, pur pretendendo contrastarne l’egemonia (in qualche caso da un punto di vista antiautoritario), vi sono strategicamente succubi, perché succubi della mitologia lottarmatista.

Vi è un altro elemento che deve esser sottolineato ed è precisamente il discredito che oggi caratterizza, nel suo insieme, il movimento “rivoluzionario” rispetto a quell’opinione pubblica che pur si vorrebbe coinvolgere nelle campagne di denuncia, di controinformazione e di lotta. Troppe volte, in questi anni – e mi riferisco soprattutto alla cosidetta area dell’Autonomia – si sono lanciate campagne “innocentistiche” alle quali non credevano nemmeno i loro promotori, dal momento che si riferivano a persone e gruppi notoriamente responsabili dei fatti loro addebitati, quando non addirittura colti sul fatto e decisi nel rivendicarlo. Altre volte si è farneticato che “siamo tutti colpevoli”, magari parlando delle “scelte di una generazione”, cercando così di coinvolgere – almeno emotivamente – tanti militanti di sinistra nelle scelte e nelle azioni dei lottarmatisti. Sulla falsariga degli allucinanti proclami letti dai brigatisti in tribunale, si è parlato di “repressione alla sudamericana”, sempre indiscriminata, mentre la realtà era ed è ben diversa: forte della lezione del ’69 – quando la montatura anti-anarchica mostrò presto la corda – il Potere sta agendo, negli ultimi anni, con maggiore precisione, con attenta discriminazione, alternando retate intimidatorie e operazioni specifiche con obiettivo preciso. Si trattava di cogliere questa significativa differenza rispetto al passato, continuando a combattere tutte le battaglie “combattibili” ma evitando di coprirsi di ridicolo. Ci si è invece rifiutati strumentalmente di distinguere tra la doverosa solidarietà umana con le vittime della repressione ed il sostegno politico alle loro azioni – sostegno che può e deve esserci solo quando ci sia sostanziale coerenza tra chi promuove la campagna e chi rivendica il suo gesto.

Il movimento “rivoluzionario” si è comportato così in modo doppiamente suicida: da una parte si è limitato a fungere da cassa di risonanza delle tematiche e financo degli slogan delle organizzazioni lottarmatiste e dei gruppi loro sostenitori, dall’altra si è giocato quel patrimonio indispensabile per qualsiasi minoranza che è appunto la credibilità. E lo scotto lo stiamo pagando oggi, quando il Potere sta accentuando la sua repressione apparentemente “morbida” e lo può fare con ben maggiore tranquillità che in passato.

La situazione è tutt’altro che allegra. Certo è che il folle progetto lottarmatista va combattuto e battuto anche sui terreni – quali il carcerario e le campagne antirepressive – sui quali è riuscito a imporre in questi anni, anche grazie a tanti utili idioti, la sua egemonia. La situazione carceraria, per fare un esempio, è gravissima, esplosiva: la violenza provocata dall’istituzione totale, commistionata a quella sociale compressa tra quattro mura, ha trasformato le carceri in un’infamia ancor più allucinante che in passato – un’infamia che simboleggia l’attuale assurdo assetto sociale. Non si può accettare che le B.R. ed i loro accoliti si facciano “rappresentanti” di questo malcontento, di questa volontà di lotta e di trasformazione sociale. E se nel breve periodo non si può ragionevolmente pensare di sconfiggerle, bisogna comunque muoversi in questa direzione, perché Stato e lottarmatismo – non ci stancheremo mai di ripeterlo – si muovono su binari paralleli, funzionali l’uno all’altro e soprattutto entrambi funzionali alla cultura del dominio, della delega, del potere.

Sul doppio fronte della lotta contro il Potere istituzionale (lo Stato) e contro gli aspiranti “nuovi” padroni delle Brigate Rosse (che già oggi tendono a imporre, ovunque possono, il loro “potere rosso”), è necessario riprendere con decisione l’attività di controinformazione e di lotta, partendo proprio da quei casi di smaccata ingiustizia, di palese violazione della verità e delle stesse norme giudiziarie che il Potere si è dato. Partendo da queste vicende, da questi casi giudiziari, è necessario allargare il discorso alla repressione in generale, analizzando e smascherando il funzionamento delle istituzioni, in primis della giustizia.

Significativa è la vicenda giudiziaria della compagna Monica Giorgi, condannata lo scorso luglio ad oltre 10 anni di carcere, al termine di un processo allucinante (ne abbiamo riferito sugli scorsi numeri della rivista) e attualmente detenuta nella sezione speciale femminile del carcere di Messina. Si è trattato di un processo-farsa, nel corso del quale non solo non sono emerse prove a carico di Monica, ma sono addirittura crollati quei pochi indizi che l’accusa aveva costruito grazie alla collaborazione di due “pentiti”. Alla difesa è stato impedito, in alcune fondamentali fasi processuali, di svolgere il suo compito e, fra l’altro, di denunciare in aula alcune “oscurità” (quanto mai chiare!) dell’istruttoria. Insomma, sia per gli aspetti processuali sia per il comportamento di Monica (che ha ribadito la sua estraneità al lottarmatismo, rivendicando invece la sua passata militanza anarchica), questa vicenda permette di passare dalla doverosa solidarietà umana alla più generale denuncia della “giustizia”, senza alcun cedimento alla logica lottarmatista. Battaglie come questa debbono essere combattute con decisione, se non si vuole che il Potere, approfittando dell’assenza di qualsiasi opposizione, la faccia sempre più da padrone, in maniera sempre più cinica e sfacciata. A simili battaglie di giustizia possiamo e dobbiamo cercar di coinvolgere quanta più gente possibile, in un nuovo corale atto d’accusa contro quella “giustizia” di Stato che in Spoon River non a caso era simboleggiata da una baldracca.

A rivista anarchica n91 Aprile 1981 Avvocati nel mirino. Intervista a Francesco Piscopo di Paolo Finzi

28 ottobre 2011

Ciò che il potere vuole eliminare è la figura dell’avvocato difensore di fiducia, in qualche modo “schierato”, non disponibile a collaborare con l’accusa. Francesco Piscopo, marxista-leninista, da anni difensore di militanti di sinistra di ogni tipo, non ha incertezze. L’unico avvocato che ormai tollerano è quello “neutro”, d’ufficio. Tutto ciò è molto grave: attaccare la figura dell’avvocato significa attaccare uno strumento che riguarda in genere le classi subalterne. Chi, se non loro, finiscono in galera? Anche nell’ambito della malavita organizzata, sono i pesci piccoli, gli esecutori materiali quelli che vanno dentro: non certo i loro protettori politici.

Che l’analisi di Piscopo parta da fatti reali, è incontestabile. Negli ultimi tempi numerosi avvocati “schierati” sono stati colpiti da mandati di cattura: alcuni di loro sono in galera (Gabriele Fuga, Sergio Spazzali, Giancarlo Mattia, ecc.), altri vi sono stati rinchiusi per poi esser scagionati (Rocco Ventre, ecc.), altri ancora sono stati costretti a rifugiarsi nella latitanza (Luigi Zezza, Giovanni Cappelli). A decine si contano poi le comunicazioni giudiziarie ed in genere le intimidazioni di vario tipo che hanno colpito tutto il tessuto della difesa “schierata”. E un attacco gravissimo, che abbiamo denunciato come uno dei sintomi più indicativi delle tendenze evolutive del potere, della sua volontà di far piazza pulita dei suoi oppositori: ricordo – per inciso – che proprio su questo argomento erano incentrate le ultime due interviste con legali di sinistra che abbiamo pubblicato sulla rivista, precisamente con Gabriele Fuga (“A” n80) e con Luigi Zezza (“A” n85). Entrambi sono tra quelli criminalizzati: il nostro compagno Fuga, insieme con numerosi altri, sarà processato l’11 maggio prossimo presso il tribunale di Firenze.

È una situazione drammatica, che i pochi avvocati/compagni rimasti attivissimi, come Piscopo, vivono quotidianamente – anche per il crescente carico di impegni politico/professionali venuto a gravare sulle loro spalle. Unica recente eccezione in questo panorama fosco è forse l’assoluzione con formula piena degli avvocati Di Giovanni e Lombardi, arrestati in quanto redattori (con altri due) della rivista “Corrispondenza internazionale“, rea di aver pubblicato un lungo scritto dei militanti b.r. detenuti, dal titolo “L’ape e il comunista“. Che significato politico dai alla loro assoluzione?

Innanzitutto io dò un significato politico alla loro incriminazione e al loro arresto. Formalmente la loro questione è stata presentata in tribunale e all’opinione pubblica come nettamente diversa da quelle che vedono coinvolti altri avvocati: qui, apparentemente, siamo di fronte ad un processo alla libertà di stampa. In realtà, è stato un tentativo di raggiungere per altra strada il comune obiettivo di cancellare la figura dell’avvocato “schierato”.

Questo disegno del potere tendente ad azzerare gli spazi per la difesa politica si è già tradotto in una normativa specifica?

No. E qui sta la differenza, per esempio, con la situazione tedesca. Là hanno vietato all’avvocato di difendere più di un imputato, impedendogli anche di affrontare il tema dei processi politici e riducendolo così ad un difensore tecnico – quindi assolutamente inefficace in quel tipo di processi. In Italia una legge simile avrebbe suscitato resistenze e sarebbe stata abbastanza impopolare: qui da noi il potere utilizza un metodo più pratico, gli avvocati scomodi li mette dentro direttamente.

Vi è stata comunque un’evoluzione della repressione anche a livello legislativo.

Indubbiamente. L’aspetto più significativo è stata l’introduzione delle “leggi speciali”, che in realtà speciali non sono ed è errato continuare a definirle tali. Certo sono determinate da casi speciali, ma tendono ad essere “normali”: in altri termini, sono degli strumenti di cui lo Stato si dota per attaccare oggi alcune forme di conflitto, ma la tendenza è quella di utilizzarle in qualsiasi tipo di conflitto sociale. A Napoli, per esempio, sono stati recentemente spiccati dei mandati di cattura per “associazione sovversiva” contro i presunti organizzatori delle lotte dei disoccupati. Con queste leggi “speciali”, inoltre, anche il minimo di indipendenza riconosciuto alla magistratura è eliminato del tutto: oggi il tribunale è di fatto succube della polizia e dei carabinieri e la funzione della magistratura si limita all’erogazione della pena. Quando per esempio tutte queste leggi speciali aumentano a dismisura i termini della carcerazione preventiva, quando impediscono ai giudici di concedere la libertà provvisoria, in realtà impediscono al giudice di esercitare qualsiasi tipo di funzione minimamente indipendente dal potere esecutivo. Dal momento in cui uno finisce in galera, il giudice ha le mani legate…

C’è poi gente che in galera non ci finisce subito, ma resta “ospite” in qualche caserma dei CC per giorni o settimane.

Certo. Nella pratica avviene spesso che gli imputati (in particolare quelli che poi… si pentiranno) vengano trattenuti nella caserma dei CC, interrogati a lungo: quando poi andranno a deporre dal magistrato, non ci sarà alcuna possibilità di immediatezza. Non a caso molti “pentimenti” hanno origine in questa fase. È in questo momento, infatti, che l’imputato, pentito o meno, valuta la convenienza di parlare e in questo senso tutto è possibile. Quello che è grave, a mio avviso, è il tipo di inquinamento della verità politico-sociale che si determina attraverso questa forma di “pentimento”.

Sul ruolo svolto da quei giudici di “Magistratura democratica” che più sono legati al P.C.I. e sul significato politico del loro operato, Piscopo esprime concetti sostanzialmente identici a quelli espressi da Fuga e da Zezza nelle rispettive interviste (pubblicate su “A” 80 e 85).

Da quando è venuta fuori la strana teoria della classe operaia che si è fatta Stato, magistrati vicini al P.C.I. che questa teoria ha portato avanti hanno ritenuto di adottare, per quanto riguarda i processi, un modo di procedere di tipo staliniano, per cui si stabilisce qual è la linea politica corretta con riferimento alle forze di sinistra, dopodiché le linee giudicate “non corrette” non vengono contrastate e battute politicamente, ma criminalizzate. Nel momento in cui si avvicina al governo, o ritiene di poterci entrare, il P.C.I. decide che deve far piazza pulita alla sua sinistra. Piscopo cita il 7 aprile come indice di questo fenomeno e invita anche a riflettere su quanto è stato fatto in proposito. Per il movimento rivoluzionario – sostiene – è stata una sconfitta, perché a un intervento di tipo politico/giudiziario non si è risposto con un intervento politico altrettanto efficace. È prevalsa una linea puramente e semplicemente garantista e si è sbagliato laddove si è posto l’accento sull’innocentismo, non assumendosi invece la responsabilità politica dell’opera di trasformazione portata avanti da un intero movimento posto sotto accusa. Si è esagerato in questo senso, mentre era giusto difendere gli spazi di libertà conquistati, come giusto era e rimane il continuo richiamo al potere perché rispetti le sue leggi – spazi di libertà e leggi che sono anche il frutto delle lotte del movimento nel suo complesso. In concomitanza con il processo andava condotta una battaglia per rivendicare quanto di positivo era stato fatto in dieci anni, accanto ad aspetti negativi (che io individuo in particolare nella grave scelta della lotta armata fatta dalle “organizzazioni combattenti”).

Approfondiamo un attimo il discorso su innocenza, innocentismo, comportamento processuale, ecc..

Il problema è estremamente complesso. Io sono convinto che la strategia del processo politico sia naturalmente conseguente alle scelte di politica generale che l’imputato ha fatto a monte. Comprendo dunque il tipo di strategia che i brigatisti portano avanti, però ritengo che sia sbagliato non solo il loro modo di impostare il processo, ma l’analisi politica che loro fanno: i brigatisti volano infatti su tutte le contraddizioni del mondo e conseguentemente non tengono in conto quelle che il processo in sé presenta. Il processo, infatti, è un momento come tanti altri in cui ci si viene a scontrare con l’attuale assetto della società e come in ogni altro caso bisogna esser capaci di conoscere le contraddizioni, di usare i mezzi che si hanno a disposizione, di non subire il processo a tutti gli effetti. Ciò significa anche difendersi, non rivendicando aprioristicamente una propria generica responsabilità, o viceversa una propria generica innocenza, ma affrontare con realismo questo momento grave. L’avversario quando fa il processo ha bisogno di darsi una credibilità: affrontare fino in fondo il processo significa molto spesso anche dimostrare come non sia possibile per lui perseguire fino in fondo questo tipo di credibilità. L’avversario è così costretto a rivelarsi per quello che è, cioè un avversario che perseguita fino in fondo il suo avversario, colpevole di difendere interessi assolutamente contrastanti con quelli che il potere persegue. Il problema – ribadisce Piscopo – non è aprioristicamente vedere se siamo colpevoli o innocenti, ma affrontare fino in fondo il momento del processo. Se da una parte si deve esser coscienti che il processo è comunque predisposto in una logica che deve favorire la classe dirigente, dall’altra parte è anche vero che qualsiasi classe dirigente deve riconoscere tutta una serie di spazi che l’altro si è conquistato e non li può soffocare se non screditandosi. Da qui nuovamente la necessità di richiamare l’avversario all’osservanza delle sue leggi quando le viola, di contestare il soffocamento degli spazi di libertà. Io non sono del parere di coloro che si ritengono soddisfatti solo se dimostrano che il potere è sempre e comunque cattivo: tanto più cattivo è, tanto più ci si sente rivoluzionari.

Piscopo cita la grande campagna dei primi anni ’70 contro la “verità di Stato” sulla strage di piazza Fontana e giudica un successo l’esser riusciti a costringere l’avversario a riconoscere la natura statale di quella strage. Certo che poi il potere cercò di darsi, anche grazie a quella parziale ammissione, nuova credibilità, ma il solo fatto di averlo costretto a ripiegare fino al punto di far propria una parola d’ordine del movimento fu una vera e propria vittoria.

Anche secondo te, dunque, va sfatato quel mito secondo il quale chi rifiuta il processo è “più rivoluzionario” di chi lo accetta?

Certamente. Io rifiuto questa distinzione tra chi rifiuta il processo (e perciò stesso sarebbe rivoluzionario) e chi lo accetta (e dovrebbe esser considerato connivente con il potere). Per me, quando un qualsiasi elemento delle classi subalterne si trova ad essere giudicato ed è in grado, usando gli strumenti che il processo gli consente anche attraverso un corretto rapporto con i suoi difensori, di portare a quel livello la voce delle classi subalterne, ciò è un fatto positivo. Bisogna naturalmente aver chiaro che in qualsiasi processo, contro qualunque imputato, il potere non ha mai in testa di perseguire solo quell’imputato, bensì di lanciare un messaggio a chi in qualche modo non si riconosce nell’attuale stato di cose. Al contempo bisogna aver la capacità di sfruttare, una volta portati in giudizio, tutti i possibili strumenti perché venga fuori il reale scontro di interessi, non quello formale. Una delle ragioni per cui gli avvocati “schierati” vengono perseguiti è proprio questa: il potere ha bisogno che qualsiasi imputato, per qualsiasi ragione venga chiamato in giudizio, appaia sempre come individuo isolato dagli altri e come colui che ha commesso dei reati assolutamente comuni. La volontà del potere è quella di spoliticizzare il processo: d’altra parte la politicità del processo viene fuori non da una rivendicazione aprioristica di opposizione allo Stato, ma attraverso la capacità di farla emergere anche attraverso una battaglia che va condotta a livello processuale.

Piscopo osserva come uno dei modi più perfidi per stroncare i difensori politici sia quello di bollarli come “gli avvocati della lottarmata”, quando non addirittura – com’è il caso di Fuga, Spazzali, Zezza, ecc. – “lottarmatisti” essi stessi. Il fatto è che questi avvocati, per niente disposti a chiudere un occhio e magari tutti e due, si sono dimostrati troppe volte scomodi per il potere. Piscopo cita il “caso Torreggiani” e l’importanza del ruolo svolto appunto dagli avvocati nel denunciare le torture della polizia e nel portare avanti quella battaglia (battaglia ampiamente civile, sottolinea). E precisa che se lui ed altri hanno assunto la difesa dei “lottarmatisti” è perché si rendono conto che c’è la necessità di far fronte ad un attacco che non colpisce solo i diretti interessati, ma pone in essere una situazione (restrizione degli spazi, violazione delle norme ecc.) che finisce per colpire qualsiasi tipo di opposizione.

D’accordo, ma non c’è bisogno pur sempre di un minimo di interesse e di collaborazione da parte degli imputati?

Per la necessaria conseguenza del comportamento processuale dall’analisi politica di fondo (cui ho accennato prima), debbo risponderti in termini generali, a monte. Io credo che uno dei più grossi problemi che la sinistra ha in questo momento è quello di confrontarsi e dibattere politicamente tutte quelle tendenze che portano alla precipitazione dello scontro. La necessità è invece quella di ricostruire un’opposizione la più allargata possibile che rilanci lotte anticapitaliste e ricostruisca un movimento rivoluzionario non revisionista e non riformista, che è poi il modo reale per battere quelle scelte perdenti di cui ho parlato.

Mentre l’intervista volge al termine, entra nello studio di Piscopo un altro avvocato e riferisce che un compagno da lui difeso, arrestato per “terrorismo” e poi rilasciato, gli ha appena raccontato che al momento dell’arresto e per varie ore numerosi funzionari dell’ufficio politico della questura lo avevano tartassato di domande per sapere come mai avesse scelto proprio quell’avvocato difensore. Volevano fargli ammettere che anche l’avvocato prescelto faceva parte della medesima “banda armata”: “se no, perché hai nominato proprio lui?” – hanno continuato a chiedergli con logica questurinesca.

A rivista anarchica n85 Agosto Settembre 1980 I signori del massacro. La strage alla stazione di Bologna di Paolo Finzi

27 ottobre 2011

Orrore, sgomento, impotenza. E tanta rabbia. Alle prime notizie provenienti dalla stazione di Bologna nella tarda, afosa mattinata di quel maledetto sabato 2 agosto tutti abbiamo reagito con lo stesso ventaglio di sentimenti. Le urla, le prime ipotesi, lo strazio dei corpi, le immagini televisive, la morte, quella morte: morte orribile di gente normale, di povera gente.

Come sempre, avvoltoi cinici ed esperti, le autorità hanno dato il via alla loro retorica, cercando di tirar l’acqua al loro mulino, facendosi paladini ed interpreti del “dolore del Paese”. Ma le decine di bare assenti alla cerimonia funebre ufficiale, nonostante la regia del P.C.I. e la presenza di Pertini, hanno dato una prima ferma e dignitosa risposta alla retorica di Stato. Ancora una volta, inoltre, la solidarietà popolare è scattata senza attendere il permesso dei potenti, ai quali anzi – e la televisione a volte non ce l’ha fatta a nasconderlo – spesso i volontari che prestavano soccorso hanno ostentatamente voltato le spalle, in segno di disprezzo.

Chi sono i responsabili di quest’orrenda strage? Quale può essere la matrice ideologica? A queste domande tutti hanno cercato di dare risposta, sbizzarrendosi in congetture di ogni tipo. In mancanza, almeno finora, di elementi oggettivi sui quali fondare le proprie congetture, i più hanno cercato di analizzare a chi giova una strage come quella di Bologna: ma anche le risposte a questo quesito non possono essere univoche. La versione predominante è che simili attentati giovano ai nemici della democrazia, a chi punta sulla “destabilizzazione” delle istituzioni per tentare chissà quali avventure. Altri, soppesando però gli effetti provocati nel Paese dalla strage di Bologna, hanno messo in rilievo come le istituzioni, soprattutto grazie ai mass-media, sappiano comunque trarre vantaggio dalle ondate emozionali in parte spontanee in parte teleguidate che sempre seguono simili avvenimenti. Si sono poi fatti i nomi di Gheddafi e della C.I.A., dei servizi segreti cecoslovacchi e di Al Fatah. Le indagini, o meglio quanto ne trapela sui giornali, al momento in cui scrivo sembrano orientate principalmente sulla “pista nera”, con connessioni internazionali: il fascista italiano Affatigato ed il commissario delle squadre speciali francesi (ora sospeso) Durand, attivista neonazista, sono le due figure emblematiche di questa fase delle indagini. Ma la strage di Piazza Fontana, con tutte le sue vicende poliziesco-giudiziarie, è qui a ricordare con quale circospezione si debbano prendere le versioni ufficiali.

Sulla base degli elementi di cui si dispone oggi, si possono solo fissare alcuni punti fermi di carattere generale. Scartando la possibilità (in via ipotetica pur sempre ammissibile) che la strage sia stata opera di uno o più squilibrati che avrebbero agito da soli, non resta che l’ipotesi immediatamente fatta propria dalla gente fin dalle prime notizie dello scoppio: un attentato lucidamente pensato, studiato ed attuato da un gruppo, un partito, un’organizzazione, uno Stato. Ma quale? Quali forze sono oggi disposte a colpire così indiscriminatamente nel mucchio della povera gente per i propri fini, quali essi siano? Contrariamente a quanto alcuni pensano, sono molti: al primo posto, i nazi-fascisti. Tutta la loro storia, prima ancora che la loro mortifera ideologia, sta a testimoniare di quali massacri si siano resi responsabili: le stragi di Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Boves, ecc. non sono state archiviate dalla memoria delle nostre genti e resteranno a lungo testimonianza e marchio di bestialità non solo per coloro che allora ne furono responsabili, ma anche per chi oggi le rivendica e ne prosegue la pratica del massacro. Da Reader a Borghese, da Kappler ai vari gruppetti neo-nazisti corre un filo nero che dall’esaltazione razzista e dal disprezzo per le “vili plebi” arriva senza fatica al massacro. Si pensi agli attentati ai treni dell’agosto ’69, di cui furono incolpati degli anarchici, tenuti in carcere per due anni e poi scagionati; al fallito attentato contro il treno sindacale diretto alla manifestazione di Reggio Calabria; alla strage dell’Italicus: tutti attentati indiscriminati, nel mucchio della gente, terroristici nel pieno senso della parola. Ma non ci sono solo i nazi-fascisti a teorizzare ed a praticare il massacro: o meglio, a teorizzarlo forse oggi, almeno qui da noi, sono rimasti solo loro. A praticarlo, però, sono in buona compagnia.

Gli Stati, tutti gli Stati, non sono mai rifuggiti di fronte all’uso della violenza indiscriminata al di fuori dei propri confini e, spesso, anche all’interno. Da Hitler a Stalin, da Pol-Pot a Gheddafi, il terrorismo come strumento di governo vanta una sua tradizione che non può essere ignorata. Al di fuori dei propri confini, poi, gli Stati non sono mai andati per il sottile in quanto a rispetto della vita umana: con stragi fatte effettuare dai propri servizi segreti o da altri prezzolati in tempo di “pace”, per non parlare dei bombardamenti a tappeto, del napalm, ecc. in tempo di guerra dichiarata, il potere statale attraversa millenni di storia con i suoi massacri, con i genocidi, con il suo disprezzo della vita individuale come di quella di intere popolazioni. In base a quali considerazioni non dovremmo considerare terrorismo – vile, assassino e rivoltante come quello attuato il 2 agosto a Bologna – i giocattoli esplosivi lanciati oggi dall’aviazione sovietica nei villaggi dell’Afghanistan, come ieri l’uso dei gas defolianti e del napalm che hanno ridotto alla fame e alla morte i contadini vietnamiti? Forse perché il potere il suo terrorismo lo chiama “guerra”?

Allo stato attuale, non possiamo sapere se i massacratori della stazione di Bologna siano stati foraggiati da Gheddafi o da Breznev, da una multinazionale o da chissà quale altra organizzazione: ma è indubbio che solo tra chi ha già massacrato ed è sempre pronto a farlo può trovarsi il cervello della strage. Il ministero degli Interni la pensa diversamente, stando a quanto si legge su L’Espresso del 17 agosto: non che si tratti di una fonte attendibile, dal momento che il Viminale è stato una delle centrali della strategia della tensione, come è risultato da innumerevoli vicende politico-giudiziarie degli anni ’70. Azioni di questo tipo – si sostiene al Viminale – non fanno parte (eccezion fatta per qualche gruppo anarchico) dei metodi di lotta dell’ultra-sinistra. Due pagine dopo, il sociologo Luciano Pellicani offre una copertura “culturale” alle tesi del Viminale: ma la teorizzazione della necessità di ricorrere al terrore – scrive infatti – per far trionfare definitivamente il Bene sul Male non la si trova solo nei messaggi dei prophetae, dei giacobini, degli anarchici e dei nazisti; la si trova anche in certa letteratura marx-leninista, o anche negli stessi Marx ed Engels. Anche altrove siamo stati citati come possibili autori della strage di Bologna.

Ancora una volta ci si serve della potenza ed incisività dei mass-media, si sfrutta l’ignoranza del nostro patrimonio di pensiero e di lotte presso gran parte dell’opinione pubblica, si riscopre certa stupida oleografia che ci vorrebbe sognatori e violenti, ingenui e pronti a tutto, per insinuare un sospetto che ci fa rivoltare lo stomaco. Come undici anni fa, all’indomani della strage di Piazza Fontana (non a caso passata però alla storia come la strage di Stato!), i mass-media si sono messi a frugare tra le pieghe della storia dell’anarchismo internazionale alla ricerca di qualche atto o di qualche dichiarazione particolarmente violenta per fornire copertura alla montante campagna anti-anarchica.

Anche se non siamo al linciaggio di quei giorni del ’69, gli infami sospetti viscidamente insinuati contro il movimento anarchico richiedono ancora una volta una risposta chiara, che sappia indicare in quali ambiti si annidino i signori del massacro, della guerra, del nucleare, ecc., quelli che per i loro fini di potere sono pronti ad usare qualsiasi mezzo.