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1970 02 24 Corriere – Si vaglia la posizione di Mander. L’editore Ventura per tre ore nell’ufficio del PM

12 novembre 2015

1970 02 24 Corriere - Si vaglia la posizione di Mander

L’inchiesta per le bombe di Milano e Roma

Si vaglia la posizione di Mander

Sono stati interrogati la madre e un fratello – Entrambi hanno confermato che la miccia trovata in casa doveva servire per gli scoppi di Capodanno – Valpreda ha rivisto i familiari – L’editore Ventura per tre ore nell’ufficio del PM 

di R.Ma.

 

Roma 23 febbraio, notte.

Pietro Valpreda, il presunto esecutore materiale della strage di piazza Fontana, ha rivisto oggi i suoi familiari: i genitori e la zia Rachele Torri. Il colloquio era stato autorizzato ieri dal giudice istruttore Cudillo, il quale, nei giorni scorsi, aveva revocato l’isolamento dell’imputato. Durante l’incontro, Valpreda avrebbe ribadito la sua innocenza per la strage di Milano e comunque la sua estraneità agli attentati dinamitardi. L’istruttoria, intanto, continua a ritmo serrato. I due inquirenti hanno cominciato stamane ad interrogare una serie di testimoni per le posizioni degli altri imputati. Oggi, in particolare, è stata esaminata la posizione di Roberto Mander,

Sono stati interrogati la madre e uno dei fratelli di Mander. Il segreto istruttorio non consente di rivelare cosa i testimoni abbiano riferito al magistrato. Si ha tuttavia motivo di ritenere che uno degli argomenti principali sia stato il ritrovamento dello spezzone di due metri di miccia sequestrata nell’abitazione dello studente durante una delle tante perquisizioni che seguirono gli attentati. Il ritrovamento della miccia fu uno degli elementi sui quali la pubblica accusa motivò addirittura l’ordine di cattura, sottolineando che quel tipo di miccia poteva essere stato presumibilmente usato negli attentati di Roma. Si era ancora nella prima fase delle indagini e gli esperti non avevano escluso la possibilità dell’innesco a miccia. Il congegno a tempo fu scoperto dopo ed allora ci si rese conto che quello spezzone di miccia non aveva riferimento diretto con gli attentati. Roberto Mander ne spiegò l’esistenza dicendo che l’aveva in casa dal Natale precedente e se ne era servito per gli scoppi di fine d’anno. I suoi familiari hanno confermato ciò.

E’ stata interrogata anche una simpatizzante del XXII Marzo, Carla Ci., studentessa di filosofia, una delle invitate alla conferenza che il «Cobra» tenne il pomeriggio degli attentati, nel locali del circolo anarchico. Da questa testimone i giudici han voluto sapere notizie sui presenti, sulla durata del discorso, sul dibattito che seguì.

Nel pomeriggio invece, a palazzo di giustizia di piazza Cavour, il pubblico ministero Vittorio Occorsio, ha convocato nel suo studio Giovanni Ventura, l’editore di Treviso chiamato in causa dal professor Guido Lorenzon ed indicato come uno dei finanziatori degli attentati dinamitardi. Ventura si è trattenuto nell’ufficio del magistrato inquirente dalle 17 alle 20 ed è stato interrogato come denunciante e non come indiziato di reato. Ventura cioè è stato sentito in veste di accusatore del Lorenzon, già denunciato per calunnia, sia davanti all’autorità giudiziaria di Roma che davanti a quella di Treviso.

Vestito di scuro, cappotto e cappello nero, alto, aspetto giovanile, una borsa carica di documenti, l’editore ha confermato punto per punto la denuncia contro Lorenzon, ed ha fornito al magistrato tutta una serie di elementi obiettivi sui quali l’autorità giudiziaria dovrà indagare per valutare la fondatezza della presunta calunnia. L’avvio di questo procedimento penale è tuttavia subordinato all’altro già aperto contro Ventura quale indiziato di reato per le accuse rivoltegli dal Lorenzon. I fatti sono troppo noti per essere ancora rievocati. Ventura ha conversato a lungo col magistrato, gli ha consegnato tra l’altro la tesi di laurea del Lorenzon («La maledizione di Celine») ed ha chiesto che alla sua denuncia fossero allegate le dichiarazioni dei due testimoni i quali scagionano completamente l’editore da ogni accusa, riportando tra l’altro confidenze dello stesso Lorenzon, il quale successivamente riaffermò la convinzione dell’assoluta estraneità del Ventura ai fatti dinamitardi.

Ventura ha dato spiegazione anche del viaggio a Roma che, per assoluta coincidenza cadde proprio il 12 dicembre. L’editore venne a Roma perché uno dei suoi fratelli che studia nella capitale si era ammalato. Anche tale circostanza sarà controllata. Durante il suo lungo interrogatorio di stasera, Ventura ha riferito al dottor Occorsio nuovi particolari: tra l’altro, ha ricordato che il Lorenzon, oltre ad aver insinuato il dubbio che egli fosse il finanziatore degli attentati, parlò di un progetto di attentare alla vita di Nixon durante la sua ultima visita in Italia.

E’ lo stesso Ventura ché ci ha riferito ciò al termine del suo interrogatorio stasera: «Secondo Lorenzon avrei pensato di servirmi di uno di questi aeroplanini radiocomandati in vendita in tutti i negozi di giocattoli. Sul piccolo velivolo avrei caricato una certa quantità di esplosivo e poi, nascosto da qualche parte avrei indirizzato l’aeroplanino contro l’elicottero di Nixon… non sono favole, queste cose, purtroppo son scritte negli atti del processo».

Prima di essere interrogato, l’editore Ventura aveva presentato alla procura della Repubblica una querela per diffamazione contro il professor Lorenzon e il giornale l’Unità.

 

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1971 03 21 l’Unità – Valpreda in Assise ma per un volantino. E’ accusato di vilipendio alla magistratura

10 novembre 2015

1971 03 21 l’Unità - Valpreda in Assise ma per un volantino

E’ accusato di vilipendio alla magistratura

Valpreda in Assise ma per un volantino

Il principale imputato per la strage di Milano scortato da 10 carabinieri. Accusati con lui altri cinque giovani – La causa viene subito sospesa

 

Valpreda in corte d’Assise per qualche minuto e non per le bombe. L’udienza, la prima del processo contro il principale accusato della strage di Milano e altri cinque anarchici per vilipendio della magistratura, è durata pochissimo perché la corte era impegnata nell’esame di un altro caso. Se ne riparlerà il 30 aprile.

Pietro Valpreda, che è comparso in aula scortato da dieci carabinieri. Paolo De Medio, Fernando Visonà, Leonardo Claps, Giorgio Spanò e Giovanni Ferraro sono sotto accusa per un volantino diffuso a Roma nel settembre del 69, nel quale si protestava per l’arresto ordinato dalla magistratura milanese di alcuni anarchici. Questi erano accusati di attentati alla stazione di Milano e alla Fiera. Nel manifestino era scritto tra l’altro: «Gli anarchici denunciano all’opinione pubblica il comportamento della magistratura nel confronti del cinque compagni arrestati accusati ingiustamente. Gli anarchici dichiarano che questa repressione non viene a caso, ma tende a colpire tutti militanti rivoluzionari per coprire le spalle alla reazione politica militare ed economica. Alcuni compagni anarchici iniziano lo sciopero della fame per indurre la magistratura ad assumere una posizione legale circa la scarcerazione e l’immediato processo ai compagni.»

Per questo manifestino Valpreda e i suoi compagni sono già stati processati in pretura: l’accusa era di averlo diffuso senza l’autorizzazione. La sentenza fu di assoluzione per insufficienza di prove. Il pretore però non entrò nel merito del volantino che era al di fuori della sua competenza. Successivamente è stato aperto un nuovo procedimento conclusosi con il rinvio a giudizio per vilipendio alla magistratura.

Ieri mattina ad attendere l’arrivo di Valpreda c’era un folto gruppo di giovani anarchici. I carabinieri e la polizia avevano predisposto un eccezionale servizio d’ordine: decine di camionette erano state collocate tutte intorno a palazzo di Giustizia.

Nel processo in pretura c’erano stati degli incidenti, ma questa volta la brevissima udienza si è svolta nella massima calma.

1970 05 4 Conclusa la protesta dei giovani anarchici. Sono scesi dalle mura di Porta San Giovanni

3 novembre 2015

1970 05 4 Conclusa la protesta degli anarchici

Sono scesi dalle mura di Porta San Giovanni

Conclusa la protesta dei giovani anarchici

Sono stati denunciati a piede libero per manifestazione non autorizzata

 

Dopo quarantotto ore il gruppo degli anarchici milanesi è sceso dalle torri delle mura di Porta San Giovanni dove avevano dato luogo ad una manifestazione di protesta per la versione ufficiale data dalle autorità sulla morte di Giuseppe Pinelli e per l’arresto di Pietro Valpreda. Erano in undici, mentre altri due si sono limitati a rimanere ai piedi delle mura distribuendo ai passanti dei volantini. Sono stati tutti denunciati a piede libero per manifestazione non autorizzata. Inoltre uno è stato accusato di calunnia nei confronti di un agente di pubblica sicurezza dal quale diceva di essere stato percosso.

Gli undici anarchici che per due giorni sono rimasti sulle torri sono quasi tutti studenti universitari. Uno solo è un operaio, due minorenni (il padre di uno di loro aveva presentato denuncia di scomparsa alla polizia milanese). Nel gruppo c’era anche Leonardo Clax, 21 anni, che subito dopo l’attentato alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, venne fermato dalla polizia e subito dopo rilasciato.

I manifestanti sono scesi dalle mura poco prima delle tredici di ieri mattina. Hanno lanciato di sotto numerosi volantini e poi, uno alla volta, hanno raggiunto il piazzale dove c’erano ad attenderli diversi agenti di polizia. Non hanno opposto alcuna resistenza. Mentre una cinquantina di giovani appartenenti al «movimento studentesco» protestavano per l’azione degli agenti, gli anarchici sono entrati nelle vetture e accompagnati al commissariato di zona. Dopo gli interrogatori sonò stati rilasciati e denunciati per manifestazione non autorizzata.

Nel gruppetto c’erano, come abbiamo detto, anche due ragazzi di quindici anni. Uno di loro era ricercato dalla polizia perché il padre aveva presentato denuncia di scomparsa presso la questura di Milano. Gli anarchici avevano inscenato la manifestazione di protesta sulle mura di Porta San Giovanni il 1. Maggio.

Raggiunta la vetta delle torri avevano steso lungo le mura dei grandi striscioni ed avevano cominciato a lanciare di sotto dei volantini in cui, tra l’altro, sì diceva: «Pinelli è stato suicidato, chi è colpevole della sua morte?» oppure «Valpreda è in carcere innocente: chi sono i colpevoli della strage di Milano?».

1970 06 7 Paese Sera – Valpreda e Merlino non vogliono rispondere alle domande del giudice. Gli interrogatori degli imputati della strage dopo le rivelazioni di «Andrea 007»

31 ottobre 2015

1970 06 7 Paese Sera - Valpreda e Merlino non vogliono rispondere

Gli interrogatori degli imputati della strage dopo le rivelazioni di «Andrea 007»

Valpreda e Merlino non vogliono rispondere alle domande del giudice

Hanno chiesto di parlare prima con i loro avvocati – Gli altri imputati confermano i loro alibi e la loro versione dei fatti – Documento degli avvocati difensori

 

Il giudice istruttore Ernesto Cudillo ha contestato a Pietro Valpreda e agli altri cinque maggiori imputati per gli attentati dinamitardi di Roma e Milano del 12 dicembre scorso le dichiarazioni fatte circa 15 giorni fa da «Andrea Politi», lo 007 del Viminale.

Quando il giudice si è recato da Valpreda e Merlino, i due imputati hanno rifiutato di rispondere ad ogni domanda del magistrato chiedendo di poter parlare prima con i loro avvocati, cosa che la legge concede loro. Pare che ormai i due maggiori imputati abbiano perso ogni fiducia nell’operato del giudice istruttore.

Più lungo ed approfondito degli altri è stato l’interrogatorio di Roberto Mander. L’unico minorenne del processo, per dimostrare che non aveva piazzato la bomba all’altare della Patria, aveva sostenuto che mentre avveniva la deflagrazione stava uscendo dal circolo di via del Governo Vecchio e molti testimoni avevano confermato questo suo alibi.

Di fronte alle contestazioni che il magistrato gli ha fatto sulla base delle dichiarazioni di Andrea 007 ha ribadito quanto aveva dichiarato: «Fra i due tempi in cui la conferenza fu divisa mi allontanai per non più di tre minuti per andare in un bar e ritornai per ascoltare ancora «il cobra»: stavo uscendo, sempre con altri giovani anarchici, quando udii (l’udirono anche gli altri) lo scoppio all’Altare della Patria, a proposito del quale qualcuno disse: «Deve essere uno dei botti che fanno a Piazza Savona».

Mander ha descritto con molti dettagli al giudice gli spostamenti fatti quel pomeriggio e ha ricordato anche come erano disposte all’interno del Circolo «XXII Marzo» le persone che ascoltarono la conferenza sulle religioni di Serventi. Fra l’altro ha detto: «Andrea» era dietro di me, seduto su una brandina. Alla ripresa dell’interrogatorio Mander ha chiesto al giudice istruttore di essere messo a confronto con «Andrea Politi». Il dr. Cudillo si è riservato di prendere una decisione.

Ancora poco si sa su quanto hanno dichiarato al giudice gli altri imputati quando si sono sentiti contestare le rivelazioni dell’agente della questura che si era insinuato nel loro gruppo fingendo di essere un contestatario.

Sempre a proposito di questo testimone, hanno fatto una dichiarazione gli avvocati Giuliano Vassalli e Nicola Lombardi, difensori di Mander. Eccone il testo: «Abbiamo esaminato le notizie e siamo rimasti stupefatti tanto da decidere una immediata nostra risposta difensiva: infatti, se le vicende processuali rimanessero, come dovrebbero, segrete nell’istruttoria, nessun danno ne verrebbe agli imputati, né la opinione pubblica sarebbe dirottata verso opinioni spesso così contrastanti con la verità. Ma quando avviene, come in questo processo, che noi stessi difensori siamo costretti ad apprendere le notizie solo indirettamente, non possiamo né dobbiamo, proprio nell’interesse dei nostri assistiti, rimanere inerti. Per vari motivi abbiamo deciso di presentare al giudice istruttore una istanza, che tende a sottolineare l’assurdo atteggiamento di alcuni inquirenti della polizia che a loro criterio orientano le indagini del magistrato, rivelandogli, e neppure spontaneamente, ed a distanza di mesi, circostanze o testimonianze (vere o false, per ora non interessa) che conosciute immediatamente avrebbero risparmiato al magistrato ed agli imputati inutili e lunghe attese. Ma oltre che essere assurdo quello che avviene è anche palesemente illecito perché il segreto di polizia sui confidenti (sul quale ha deciso una recente sentenza della Corte costituzionale) non si riferisce a i pubblici ufficiali (ed il «Politi» è un pubblico ufficiale) ed essi quando non assolvono ai doveri di ufficio di riferire al magistrato compiono una gravissima violazione di legge.

 

1970 05 9 Paese Sera – Contro Valpreda testimoni-spie? Clamorose affermazioni dell’anarchico Della Savia. di G.M.

29 ottobre 2015

1970 05 9 Paese Sera - Contro Valpreda testimoni spia di G.M.

Clamorose affermazioni dell’anarchico Della Savia

Contro Valpreda testimoni-spie?

In una lettera da Bruxelles, l’amico del ballerino sostiene nell’agosto dello scorso anno la polizia aveva fatto a lui e a Valpreda allettanti «proposte» di collaborazione – Ermanna River: «conosceva bene» gli agenti della squadra politica? – I vetrini colorati ne furono sequestrati a dozzine già prima del 12 dicembre.

di G. M.

 

Milano, 9. – Si rifà vivo Della Savia, l’anarchico che, secondo la polizia, avrebbe fornito gli esplosivi per gli attentati del 25 aprile alla Fiera e alla stazione di Milano. Ha inviato, in questi giorni, una lunga lettera ad suoi compagni milanesi, fornendo tutta una serie di «precisazioni» su circostanze che toccano da vicino l’inchiesta Valpreda. La lettera è indirizzata da Bruxelles, la città dove Ivo Della Savia si rifugiato fin dall’ottobre scorso.

Nella prima parte si parla, abbastanza diffusamente della ballerina di avanspettacolo Ermanna River, la «testimone dell’ultima ora» che sostiene di aver visto, a Roma, Pietro Valpreda, due giorni dopo gli attentati del 12 dicembre. «Per quello che concerne i testi romani – dice la lettera – vi informo che la sola persona che io conosca assai bene per averla frequentata a lungo è Ermanna River, una ragazza che mi era stata presentata da Valpreda e con la quale siamo usciti qualche volta insieme, e generalmente la sera per mangiare in qualche vecchia trattoria non troppo cara a Trastevere».

E si afferma più sotto: «Ermanna River è anche una vecchia conoscenza della polizia; ebbero occasione di conoscersi durante tutto il tempo che seguì gli attentati ai treni, periodo nel quale io e Valpreda eravamo sottoposti a tutta una serie di vessazioni e proposte di denaro e di favori se avessimo collaborato con i flics. Per quello poi che concerne Valpreda – dice ancora la lettera – cominciarono con delle proposte, un contratto alla televisione per 3 anni, una macchina, del denaro, ecc. ecc. Inutile dirvi che noi non ne sapevamo niente, che non avevamo niente da dire che potesse aiutarli.

Dopo un periodo di bienveillance passarono alle minacce, arrivavano improvvisamente nel negozietto o alla mattina nella pensione ove alloggiava Valpreda, minacciarono Valpreda per la sua vecchia storia della rapina, gli resero la vita impossibile, fecero sì che la proprietaria della pensione sbattesse fuori Valpreda, gli fecero un mucchio di angherie tanto che ci rivolgemmo al compagno Aldo Rossi, per far intervenire un avvocato se avessero ancora continuato…».

E conclude la lettera di Ivo Della Savia: «La polizia, andò anche da lei, da Ermanna, e che cosa le chiese? E perché non se l’è ricordato durante questo tempo? E perché dopo la visita della polizia cominciò a frequentare Valpreda e il nostro negozietto?». Nella lettera si parla anche degli ormai famosi vetrini che servivano per costruire le lampade Tiffany. E’, questo, un altro dei capitoli oscuri di tutta quanta l’inchiesta. Come si sa, infatti, la notizia del «vetrino blu con tonalità verdi», che sarebbe stato trovato nella borsa contenente la bomba della Commerciale, cominciò a circolare sui giornali il 12 marzo scorso, tre mesi dopo gli attentati. Perché non se ne parlò prima? Come mai una prova come questa è sgusciata fuori, del tutto inaspettatamente, con tanto ritardo?

Ma non sono i soli interrogativi. Il «vetrino prova» è stato infatti consegnato al Giudice Istruttore il 7 febbraio, dopo che la polizia lo aveva già fatto analizzare, di sua iniziativa, e senza che ne sapesse niente nessuno, al Centro di Polizia Criminale dell’EUR. Soltanto successivamente la «prova» passò in mano al magistrato. Perché dunque non si informò nessuno del ritrovamento? E perché quella perizia «segreta», compiuta per di più da periti che non erano stati nominati dal giudice? Che la polizia fosse a conoscenza dei procedimenti usati da Valpreda per costruire le sue lampade Tiffany è un fatto certo. Di quei famosi vetrini i poliziotti ne hanno sequestrati anche nella casa della zia dell’anarchico, durante la perquisizione compiuta verso la fine del gennaio scorso. Ma altri vetrini erano stati inoltre «acquisiti» in precedenza, durante i sequestri effettuati, a Livorno, in casa di Paolo Braschi, uno degli anarchici arrestati per gli attentati del 25 aprile. Non solo, ma anche nell’abitazione di Paolo Faccioli, altro anarchico arrestato per i botti alla Fiera, vennero trovati questi vetrini. Lo stesso Ivo Della Savia, lo conferma nella sua lettera: quando venne interrogato, a Milano per l’esplosione del 25 aprile, vide, sulla scrivania del funzionario, una scatola contenente alcuni vetrini colorati, quelli probabilmente trovati nella casa del Faccioli, il quale aveva appunto avuto dal Della Savia quel materiale per costruire lampade e medaglioni. Dunque, di questi oggetti colorati la polizia ne era particolarmente «provvista», come dimostrano diverse circostanze. Doveva tornare facile, quindi, quasi immediata, l’associazione del nome di Valpreda, costruttore di lampade Tiffany, col vetro trovato nella borsa della Commerciale. Non rappresentava quasi una «firma» posta sotto gli attentati? Perchè una prova del genere si è aspettato tanto a rivelarla?

1969 12 17 Messaggero – Il drammatico confronto di Paolo Matricardi

23 ottobre 2015

1969 12 17 Messaggero - Il drammatico confronto di Paolo Matricardi

Il drammatico confronto

di Paolo Matricardi

 

Il destino di Pietro Valpreda si è deciso in venti minuti. Tanto, infatti, è durato ieri il drammatico confronto tra il ballerino accusato come uno dei principali responsabili della strage di Milano e Cornelio Rolandi, il tassista milanese che lo accompagnò alla Banca Nazionale dell’Agricoltura poco prima dello scoppio della bomba.

Sono stati venti minuti di ansia e di tensione, decisivi, appesantiti dall’aria di mistero e dall’imponente schieramento di sicurezza predisposto dalle autorità per prevenire qualsiasi incidente. Al Palazzo di Giustizia, all’interno dello ufficio del sostituto procuratore della Repubblica che dirige l’indagine, dottor Vittorio Occorsio, il Valpreda è stato introdotto per primo dal capitano dei Carabinieri Antonio Varisco. Lo attendevano quattro persone che avevano la sua stessa statura e che fisicamente gli assomigliavano. L’indiziato è stato messo loro accanto e, successivamente è stato fatto entrare il tassista. Cornelio Rolandi ha osservato a lungo le cinque persone di fronte a lui, allineate lungo il muro. Poi, senza alcuna esitazione, ha indicato il ballerino al magistrato. A questo punto, la scena si è fatta intensamente drammatica. Pietro Valpreda, a stento trattenuto da alcuni carabinieri, ha tentato di scagliarsi contro il suo accusatore ed ha ripetutamente protestato la sua innocenza, mentre il tassista, dal canto suo, continuava ad additarlo ai funzionari, indicandolo come la persona che aveva usufruito del suo automezzo nel tragico venerdì milanese.

Terminato il confronto, tutti sono stati fatti uscire dall’ufficio del magistrato, tranne l’indiziato, che vi è rimasto ancora a lungo per essere interrogato. L’avvocato Pietro Calvi, difensore del Valpreda, è apparso visibilmente emozionato ed ha subito con stanchezza l’assedio dei giornalisti presenti.

«Non chiedetemi nulla – ha detto il legale. – Il fatto è così grave che non posso rilasciare alcuna dichiarazione senza rivelare il segreto istruttorio. Posso solo dire che c’è stata una ricognizione in mezzo ad altre quattro persone. Io finora ho fatto il mio dovere e tutto ciò che la legge mi consentiva. Ora mi riservo di accettare definitivamente l’incarico di difendere Pietro Valpreda, che è già stato mio cliente qualche tempo fa, non appena avrò esaminato le prove raccolte dal magistrato e non appena avrò parlato con lui».

A questo punto è stato chiesto all’avvocato Calvi perché il ballerino, arrestato a Milano, sia stato accompagnato a Roma insieme con il tassista. «Questo è per me ancora un mistero – ha risposto. – So che Valpreda era stato a Milano perché doveva essere interrogato in merito a un procedimento in corso a suo carico. So che risiede abitualmente a Roma e che saltuariamente si sposta nella città lombarda, dove ha la madre ed alcuni parenti».

Ancora più enigmatico è stato Cornelio Rolandi alla sua uscita dall’ufficio del procuratore Occorsio. Accompagnato dal tenente colonnello dei Carabinieri Salvano e dal comandante del reparto investigativo Brunelli, ha resistito senza scomporsi al fuoco di fila dei flashes dei fotografi ed alle domande dei giornalisti. Il tassista non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione e non ha voluto neppure dire il suo nome. Sempre seguito dai suoi accompagnatori, è salito su un’automobile e si è dileguato nel traffico intenso del Lungotevere.

Ultimo ad uscire è stato Pietro Valpreda. Erano esattamente le 23,10. Vestito di un cappotto marrone, una vistosa sciarpa al collo, si difendeva dai lampi dei fotografi coprendosi il volto con i polsi ammanettati. Fatto salire su un’auto dei Carabinieri, è stato accompagnato a Regina Coeli.

Prima di entrare nel carcere l’ex ballerino ha pronunciato quella che gli è forse sembrata una frase storica: «Mi sono illuso fino all’ultimo! – ha detto in tono tragico. – Pinelli si è ucciso, io vado in carcere! L’anarchia è definitivamente finita!». Oggi sarà nuovamente interrogato.

1970 04 9 l’Unità – Ecco quello che devi riconoscere. Dal verbale del tassista una carta preziosa per la difesa di Pietro Valpreda

15 ottobre 2015

1970 04 9 Unità p7 - Ecco quello che devi riconoscere

Dal verbale del tassista una carta preziosa per la difesa di Pietro Valpreda

«Ecco quello che devi riconoscere…»

Parola per parola il confronto – Depositati anche altri atti giudiziari – Il ballerino faccia a faccia con l’ex comandante del suo plotone e con due testi che affermano di averlo visto all’Ambra Jovinelli il 13 e il 14 – «Non mi sono mosso da Milano» – Una nuova ombra sulle indagini

 

Rolandi al giudice: «Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere la persona che io dovevo riconoscere». Ecco come si è svolto il confronto tra il tassista di Corsico e Pietro Valpreda! Una cosa scandalosa, incredibile, tale da far saltare in aria il castello costruito dall’accusa, e che rende ancor più inquietanti tutti gli interrogativi avanzati sul «come» sono state condotte le indagini. Un verbale che avrebbe dovuto indurre la magistratura ad aprire una inchiesta per accertare chi ha detto al tassista che Valpreda «doveva» essere la persona che lui «doveva» riconoscere.

Invece questo «processo verbale di ricognizione di persona» è rimasto per quasi quattro mesi tra le carte segrete degli inquirenti. Quale valore può avere, adesso, il riconoscimento? Non soltanto al tassista è stata mostrata «una sola foto», ma – per sua ammissione – gli è stato detto che «doveva» riconoscerlo; senza contare il «buffetto del questore» e l’assicurazione: «Bravo Rolandi, hai finito di fare il tassista». Insomma si può davvero dire che la difesa del ballerino si trova ora con una carta formidabile in mano, costituita proprio da uno dei primi atti giudiziari compiuti dal PM Occorsio.

Il verbale, depositato insieme ad altri confronti (mancano ancora però gli interrogatori dei vari testi), consta di due scarne paginette. Cornelio Rolandi pronuncia il giuramento di rito, «in piedi e a capo scoperto», e quindi come vuole la prassi il magistrato gli chiede se gli è mai stata indicata la persona da riconoscere o se ha veduto immagini ritratte in fotografia. Infatti le norme di legge considerano l’eventuale «visione» fotografica della persona da riconoscere come un elemento che può inficiare il riconoscimento stesso.

La risposta di Rolandi, comunque, è sbalorditiva: «L’uomo di cui ho parlato è alto 1 metro e 70, età circa 40 anni, corporatura regolare, capelli scuri, occhi scuri, senza baffi e senza barba. Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere la persona che io dovevo riconoscere. Mi sono state mostrate anche altre fotografie di altre persone. Non sono mai stato chiamato allo stesso esperimento».

Quindi, dietro una precisa domanda dell’avvocato difensore Calvi, che assiste insieme al PM Occorsio al confronto, il tassista nega di ave letto i giornali del pomeriggio (infatti in alcuni di questi già si dava per avvenuto il confronto e il riconoscimento di Valpreda da parte del Rolandi).

A parte un errore, forse di trascrizione (infatti non furono i carabinieri, bensì i poliziotti a mostrare la foto di Valpreda al tassista) nella sincera risposta di Rolandi si intravede una scena aberrante quel dovevo del tassista non hanno davvero bisogno di altri commenti.

Comunque, terminata la breve premessa, il Rolandi esce dalla stanza mentre vengono introdotti insieme a Valpreda quattro agenti (Vincenzo Graziano, Marcello Pucci, Antonio Serrao e Giuseppe Rizzello) della questura romana. E ci sarebbe qui da aprire una breve parentesi per illustrare il diverso abbigliamento degli agenti con quello di Valpreda, ma basta ricordare le parole di Rolandi, il quale sosteneva che erano vestiti in modo completamente differente. Appena i cinque si sono schierati torna nella stanza il tassista e dichiara che: «la persona che occupa il secondo posto da sinistra è la stessa che usò il taxi il giorno 12 dicembre tra le ore 16 e le 16,15. Invitato a dichiarare se vede qualche differenza tra la persona che gli è mostrata e quella che utilizzò il taxi (Rolandi, ndr), dichiara che è diverso l’abbigliamento. Si dà atto che la persona riconosciuta si rivolge al teste invitando a guardarlo meglio». E con questa autodifesa di Valpreda si conclude il confronto.

Gli altri tre confronti depositati sono, ovviamente di minore interesse. Il primo, del 28 dicembre, è tra Valpreda e Michele Cicero, ufficiale dell’esercito alle cui dipendenze era sotto le armi il ballerino. Il PM, dopo aver ricordato a Valpreda che Cicero afferma che nel ‘55 il ballerino ha seguito il corso di addestramento teorico-pratico al 114 reggimento di Gorizia III battaglione, chiede a Valpreda se insiste a negare di aver conosciuto esplosivi e in particolare tritolo.

Valpreda: «Ricordo, lei era l’ufficiale che si era appena sposato e che stava a Gorizia».

Cicero: «Siamo usciti diverse volte insieme. Io ero comandante del plotone pionieri e quando si andava fuori si faceva addestramento; si parlava degli esplosivi, l’uso che se ne deve fare e per dimostrare la teoria si eseguivano dei brillamenti».

Valpreda: «Tenente, sono passati 18 anni, io ricordo che abbiamo fatto un pattugliamento e io stavo davanti alla pattuglia con la bussola. Non mi ricordo di aver fatto brillare qualcosa».

Cicero: « Non hai mai visto una saponetta di tritolo? Ricordati che sei venuto al poligono con me».

Valpreda: «Non è che sto mentendo; forse su all’armeria al secondo o terzo piano ho visto il tritolo. Ma non l’ho mai usato».

E i due restano sulle rispettive posizioni. L’ufficiale a dire che Valpreda ha frequentato i corsi e partecipato ad esperimenti pratici; il ballerino a ripetere di non aver mai usato tritolo. Anche gli altri due confronti si concludono con un nulla di fatto. Riguardano entrambi l’alibi del giorno dopo, vale a dire il 13 e 14 dicembre. Il primo è tra Valpreda e Armando Gaggegi, il quale esordisce dicendo di aver visto il ballerino la sera del 13 o del 14 seduto a un tavolino del bar-Jovinelli.

Valpreda ribatte sostenendo che l’episodio è avvenuto il 3 o 4 dicembre: dice che aveva alla sinistra un «travestito» e alla destra Angiolino Fascetti; aggiunge che il «travestito» faceva parte della compagnia di Gigi Rafles, che si era sciolta da pochi giorni, e che dopo avergli fatto vedere delle fotografie vestito da donna gli disse che sarebbe partito per Milano. Il ballerino conclude dicendo che forse quella stessa sera vide Gigi Rafles e Toni Ruth, altro personaggio del mondo dello spettacolo.

Gaggegi però conferma la sua dichiarazione. Ricorda che la compagnia di Rafles si è sciolta il 27 novembre e che lo stesso Rafles è subito ripartito per Genova.

Dice di non aver visto insieme a Valpreda il «travestito», bensì un altro giovane (che potrebbe benissimo essere Fascetti). C’è ancora un breve scambio di battute: Valpreda sostiene che Gaggegi si sbaglia in buona fede e che lo ha visto il 3 4 dicembre, l’altro si dice sicuro di averlo notato il 13-14. Il verbale si chiude con una affermazione del ballerino: «Non è vero, mi trovavo a Milano».

Anche l’ultimo confronto calca lo stesso cliché. Stavolta è Enrico Natali a dire di aver visto Valpreda sul marciapiede antistante l’Ambra Jovinelli, alle 23.15 circa del 13 o del 14. Il ballerino ancora una volta, dice che lo episodio e avvenuto alla fine di novembre o ai primi di dicembre e ricorda al Natali che lui stesso gli chiese il significato della «A» che portava al collo e, inoltre, se aveva partecipato allo sciopero della fame al Palazzo di Giustizia.

Natali ammette che l’episodio può essere avvenuto, e comunque per dare credito alla sua testimonianza tira in ballo la Ermanna River. Dice infatti che Valpreda è stato due volte allo Jovinelli per incontrare Ermanna, e nella seconda occasione si era rivolto alla cassieraa Letizia Bollanti per sapere l’ora dell’uscita: la cassiera però, visto che il Natali li guardava, fece allontanare Valpreda perché è vietato al personale parlare con estranei. Fu in questa occasione – dice sempre Natali – che parlai con Valpreda: me lo ricordo perchè dopo due giorni la River si ammalò. La risposta di Valpreda, comunque, non cambia: tutto è avvenuto alla fine di novembre o ai primi del mese successivo, 13 e 14 era a Milano.

Insomma da questi ultimi atti non viene fuori nulla che non fosse già ben noto. La grossa sorpresa è, come si vede, nel confronto tra Rolandi e il ballerino. Una nuova ombra che pesa sull’indagine: e non si possono non ricordare tutte quelle domande che abbiamo avanzato fin dai primi giorni e che continueremo a porre fino a quando non ci sarà una risposta. A che punto è l’inchiesta? quali sono le prove? chi sono i mandanti? chi era la spia della PS allo interno del «22 marzo»? perché la polizia non vuole che sia interrogata? gli elementi raccolti dal controspionaggio sono stati consegnati o no al magistrato? ci sono dei «motivi politici» che si frappongono al raggiungimento della verità?

1971 03 22 Unità – Processo a 6 anarchici per discutibili indizi. Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

10 giugno 2015

1971 03 22 Unità Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

 

Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

Sono accusati di essere responsabili di attentati in mezza Italia – Una istruttoria che è connessa a quella sulla strage di piazza Fontana e sul caso Pinelli

 

MILANO, 21 marzo – Il processo contro gli anarchici accusati degli attentati del 25 aprile ’69 a Milano, e diversi altri commessi in diverse città, avrà inizio domani alla seconda sezione della Corte di assise, sempre che lo sciopero degli avvocati non porti a un rinvio. Nella gabbia saranno sei giovani: Paolo Braschi, Angelo Pietro Della Savia, Paolo Faccioli, Tito Pulsinelli, Giuseppe Norscia,Clara Mazzanti; a piede libero, l’editore Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega, che probabilmente non compariranno.

Le accuse contro i primi sei sono gravissime: associazione a delinquere, furto e detenzione di esplosivi, fabbricazione di ordigni, strage (dodici episodi), esplosioni a scopo terroristico (sei episodi), lesioni volontarie aggravate ai danni di due persone. L’evidente sproporzione fra il numero delle vittime e le accuse di strage, derivano dal fatto che per il nostro codice, quel reato è «di pericolo» e si concreta quindi nel momento stesso in cui viene deposto l’ordigno che possa determinare una strage, indipendentemente dalle conseguenze concrete.

Gli attentati furono commessi a Milano, Genova, Torino, Livorno, Pisa e Padova fra l’aprile ’68 e l’aprile ’69. Ai Feltrinelli infine si addebita di ave testimoniato il falso, fornendo un alibi al Della Savia e al Faccioli.

Impossibile qui riassumere la ricostruzione dei fatti e la motivazione delle accuse che occupano ben 97 pagine fittamente dattiloscritte della sentenza istruttoria. Per il giudice, comunque, le prove sono fornite principalmente dalle contraddizioni e dalle reciproche chiamate di correo degli imputati; dalle accuse di una «supertestimone», Rosemma Zublena, già amica del Braschi; dalla qualità degli esplosivi e dai particolari di fabbricazione degli ordigni che sarebbero gli stessi nei vari attentati; dall’identità delle scritture nei volantini lasciati sui luoghi delle esplosioni e nella corrispondenza degli imputati; infine dall’amicizia e affinità ideologica tra questi ultimi. Il che fa prevedere un processo largamente indiziario.

Ma occorre soprattutto ricordare che l’istruttoria, quanto mai discussa, costituì, per così dire, la premessa alle successive istruttorie sugli attentati del dicembre ’69 e sul caso Pinelli. Fra i personaggi infatti, troviamo lo stesso magistrato istruttore, dottor Antonio Amati che, appena avuta notizia dell’eccidio di piazza Fontana, telefonò alla polizia per indirizzarla sulla traccia degli anarchici; Pietro Valpreda, il cui nome emerse appunto dall’istruttoria sugli attentati del 25 aprile, e che venne quindi arrestato proprio sull’uscio del giudice Amati, quale maggiore indiziato della strage di Milano; i commissari Calabresi e Allegra, protagonisti di tutte le indagini; Nino Sottosanti detto «il fascista», dapprima testimone a favore di Pulsinelli, poi coinvolto negli accertamenti su piazza Fontana, ed ora testimone (dovrà essere sentito martedì prossimo) al processo Calabresi- Lotta continua, sulla morte di Pinelli; infine gli stessi anarchici oggi imputati, e che sono stati ugualmente richiesti come testimoni dai difensori di Lotta continua.

Come si vede, è un fittissimo quanto oscuro intreccio che potrebbe avere una radice comune; tanto più se si pensa che dagli arresti degli anarchici prese il via la campagna reazionaria contro l’autunno sindacale, culminata poi nella morte dell’agente Annarumma (tuttora avvolta nel mistero perchè il preannunciato deposito della richiesta di archiviazione non ha avuto luogo) e nella strage di piazza Fontana (per la quale si attende ancora il processo a Valpreda).

Il dibattimento, che inizierà domani, sarà quindi utile se consentirà all’opinione pubblica di cominciare a veder chiaro in quegli episodi che tanto servirono alla famigerata tesi degli «opposti estremismi»; oltre che naturalmente per stabilire le vere responsabilità degli imputati, in galera ormai da due anni. Certo non sarà facile, anche perché – vedi caso – il presidente della seconda sezione della Corte di assise, dottor Paolo Curatolo e il giudice a latere dottor Roberto Danzi, sono gli stessi che lo scorso anno condannarono il giornalista Piergiorgio Bellocchio. (Già, perché la prima sezione della Corte di assise, da quando assolse un antimilitarista, non riceve più processi politici; una protesta dei suoi giudici contro la polizia che aveva preteso di conoscere i loro nomi, cognomi e indirizzi, è stata lasciata cadere dal Consiglio superiore della magistratura; e l’antimilitarista è stato condannato in appello).

Pubblico ministero sarà il dottor Antonino Scopelliti, lo stesso che ignorò le torture dei carabinieri di Bergamo, e che ora dovrebbe condurre anche la grossa istruttoria sull’inquinamento delle acque (come potrà fare tutto, è un altro mistero della procura milanese).

 

 

1971 03 30 Unità – «Calabresi mi picchiava durante l’interrogatorio». La deposizione di un anarchico al processo di Milano

9 giugno 2015

1971 03 30 Unità Calabresi mi picchiava durante l'interrogatorio

 

La deposizione di un anarchico al processo di Milano

«Calabresi mi picchiava durante l’interrogatorio»

L’episodio sarebbe avvenuto nei locali della questura. Il calderone dell’istruttoria – Una strana «supertestimone» – La figura di Giuseppe Pinelli

 

Milano, 29. – Al processo degli anarchici, l’interrogatorio degli imputati (rientrati al completo in aula), comincia a sollevare il coperchio di quel calderone che fu l’istruttoria; un calderone in cui finirono i più disparati ingredienti: incoscienza giovanile e infantilismo politico, «giri » pseudo-artistici e pseudo-intellettuali, vendette di donna, e infine, sotto varie forme, la provocazione. Il fatto più impressionante è che già dall’udienza di stamane, emergono nomi noti e comuni ad altre vicende: il commissario Calabresi e il brigadiere Panessa dell’ufficio politico della questura, l’anarchico Pinelli, che legherà il primo alla sua morte, il ballerino Valpreda, principale imputato della strage di piazza Fontana, e persino il presidente Saragat e il ministro Restivo, tirato in ballo dalla «supertestimone» Rosemma Zublema.

Ma ascoltiamo Paolo Braschi, un ragazzo livornese, che dimostra molto meno dei suoi ventisei anni ed ha alle spalle una famiglia povera e solo la quinta elementare. Deve rispondere di associazione a delinquere, furto di esplosivi da una cava di Grone (Bergamo) nel novembre ‘68, fabbricazione di ordigni esplosivi, quattro episodi di tentata strage.

Il Braschi, che già aveva ritrattato in istruttoria, nega tutto, ammettendo solo di aver trovato casualmente nei pressi di Livorno dell’esplosivo, che nascose per evitare guai, e che fu rinvenuto dalla polizia. Se la sua difesa non sembra troppo convincente su alcune circostanze, appare invece sincera su certe singolari vicende dell’istruttoria.

Conobbe dunque la «fatale» Zublema nella casa milanese dei coimputati Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti; e la donna mostrò subito uno spiccato interesse nei suoi confronti. Lui non se la sentiva di corrispondere («bastava guardarla per capire che non potevo avere una relazione con lei!»). Ma per compassione, e per evitare scene, la vide varie volte.

Il presidente, dottor Curatolo, lo interrompe: «Ma per quale ragione la Zublema dovrebbe accusarla falsamente?».

Braschi: «E chi la capisce! Io non sono né uno psicologo né uno psicanalista. E’ una donna molto contraddittoria come risulta dalle lettere che produrranno i miei avvocati: da un lato afferma di volermi bene e di credere alla mia innocenza; dall’altro sembra odiarmi e mi lancia accuse non solo false ma ripugnanti…».

Il presidente insiste: «E come spiega le accuse di suo fratello Carlo, del Della Savia davanti al giudice svizzero quando fu arrestato in quel paese, infine le sue stesse ammissioni, circostanziate almeno su alcuni episodi?».

Braschi: «Il Della Savia spiegherà lui quel che ha detto. Mio fratello ha ritrattato. Per quanto mi riguarda, occorre tener presente l’atmosfera di violenza in cui fui precipitato fin dal primo momento. Mi arrestarono a Livorno; subito mi portarono a Pisa, dove volevano attribuirmi gli attentati commessi in quella città e sapere l’indirizzo del coimputato Pulsinelli; alla mattina ero a Milano dopo una notte di interrogatori. A San Vittore a appena terminata la rivolta del 1969 e le guardie si sfogavano sui detenuti. Durante gli interrogatori, Panessa mi teneva fermo e Calabresi picchiava, minacciava di gettare in galera mia madre, di mettermi della droga in tasca».

Presidente e PM contestano: «Ma perché non parlò di questi maltrattamenti ai due PM e al giudice istruttore, davanti ai quali pure ritrattò almeno parzialmente le ammissioni?».

Braschi: «Perché non distinguevo fra magistrati e poliziotti. Infatti fra il primo e il secondo interrogatorio del PM. Calabresi venne in carcere e mi avvertì che se avessi parlato dei maltrattamenti, mi avrebbe imputato anche di calunnia. Inoltre mi sconsigliò dallo scegliere avvocati politici. Poi ci si mise anche la Zublema, che, ottenuto un permesso di colloquio in carcere, tentò di convincermi ad accusare gli altri imputati, dicendo che lei in Vaticano e nei ministeri era di casa, che avrebbe parlato con Saragat e con Restivo, infine che avrebbe testimoniato anche il falso per salvarmi poiché ormai c’era di mezzo il Sifar; ma dovevo prendere avvocati indipendenti lasciando i miei e diffidando anche di Pinelli, che si occupava di me. Il bello è che la Zublema si mostrava al corrente di circostanze che persino il mio difensore ignorava».

 

1971 04 9 Unità – Valpreda: «mi trovo in cella da 16 mesi per una provocazione» di p.l.g.

9 giugno 2015

1971 04 9 Unità Valpreda Mi trovo in cella da 16 mesi per una provocazione

 

Il processo di Milano agli anarchici

Valpreda: «mi trovo in cella da 16 mesi per una provocazione »

La polizia gli aveva chiesto di accusare il Braschi – Gli imputati gridano: Valpreda è innocente, le bombe sono dei padroni – Il negoziante che aveva venduto nitrato di potassio non riconosce gli accusati – Il fratello del giovane imputato Paolo Braschi ritratta le accuse

Milano, 8. – Pietro Valpreda è venuto al processo degli anarchici; sarebbe più esatto dire che è tornato poiché il suo nome e la sua figura emersero proprio nel corso degli accertamenti sugli attentati del ’68 e del ’69. Attribuiti agli imputati. Alle 9,25, con un leggero forse precauzionale anticipo sulla abituale apertura dell’udienza, Valpreda entra in aula seguito da un codazzo di carabinieri. Piccolo, basette lunghe, capelli fluenti sulle spalle, calzoni e giubbetto blu, l’anarchico pare esasperato. Infatti, ancor prima di sedersi sulla sedia dei testimoni, esclamava: «Vorrei proprio sapere perché da quando son giunto a Milano, mi tengono in cella di isolamento!».

Il presidente dott. Curatolo, risponde: «Non ne so nulla…forse perché il suo processo a Roma è ancora in istruttoria..».

Ma prima di riferire l’interrogatorio, sarà forse bene ricordare i precedenti. Dunque, l’imputato Paolo Braschi, dopo lo arresto, firmò un verbale in cui dichiarava d’aver confidato al Valpreda di essere l’autore di alcuni attentati. Così il ballerino venne fermato e subito negò (ma negli ambienti anarchici la sua deposizione suscitò equivoci e diffidenze che, a quanto sembra, furono condivise anche dal Pinelli). Valpreda quindi fu rilasciato; ma successivamente il consigliere istruttore dott. Amati, lo incriminò insieme con Leonardo Claps e Ajello d’Errico per vilipendio al pontefice in relazione ad un volantino. Il 15 dicembre ’69 e cioè tre giorni dopo la strage di piazza Fontana, egli si presentò, per questa accusa, dal dott. Amati; all’uscita dello studio del magistrato, fu tratto in arresto quale sospetto autore della strage. Questi i precedenti che confermano ancora una volta gli oscuri legami esistenti fra gli attentati del 1968-1969, l’eccidio di piazza Fontana e il caso Pinelli.

Ed ecco le risposte di Valpreda. «Conobbi il Braschi al convegno anarchico di Massa Carrara del ’68 e lo rividi qualche volta al circolo del Ponte della Ghisolfa e in Brera («imputati e testi non dicono mai: a Brera» – n.d.r.)… Non mi fece alcuna confidenza; voglio anzi specificare che non mi parlò mai degli attentati al palazzo di giustizia di Livorno e all’ufficio annona di Genova… Quanto al Pietro Della Savia, lo conosco fin da ragazzo perché una volta venne col fratello Ivo al teatro Smeraldo dove io lavoravo… Poi, dopo anni che non lo vedevo lo incontrai qualche volta a Milano. … Ivo lo rividi nel maggio-giugno ’69 a Roma, in casa di un compagno… Faccioli non lo conosco… il Pulsinelli lo vidi qualche volta alle riunioni della gioventù libertaria al circolo del Ponte della Ghisolfa… Mai conosciuto il Norscia, la Mazzanti, l’editore Feltrinelli e la moglie di questi, Sibilla Melega… Tornando alle confidenze del Braschi, vorrei spiegare a questa giuria democratica come avvengono gli interrogatori di polizia: c’è il tecnico, seduto, che fa le domande cortesi; poi ci sono il duro e l’insinuante… ».

Il P.M. Scopelliti, interrompe: «Questo non c’entra».

E Valpreda: « C’entra si, perché a me non contestarono un regolare verbale del Braschi cui avrei potuto rispondere; mi dissero solo che bastava che io lo accusassi… Questa è una provocazione ed è per questa che da 16 mesi io sono in cella innocente! Se nessuno le ha dette queste cose, chi le ha inventate? Maria bambina?».

Il presidente, tentando di calmarlo: «Lei qui è sentito come testimone… ».

E l’anarchico: «Già, ma non sono trattato come testimone…».

I carabinieri fanno cerchio e Valpreda si avvia verso l’uscita: Della Savia. Faccioli, Braschi e Pulsinelli scattano in piedi nella gabbia, e scandiscono: «Valpreda è innocente! Le bombe sono dei padroni!».

Seguono testimoni piuttosto imbarazzanti per gli imputati, Marrio Gessaghi, negoziante in via Lanzone 7, riconobbe in una foto del Della Savia il «capellone» che era venuto a diverse riprese ad acquistare mezzo chilo o tre etti di nitrato di potassio, l’ultima volta probabilmente nell’aprile ’69. Il negoziante vide una volta anche il Faccioli. Adesso non è in grado di riconoscere gli imputati perché si sono tagliati i capelli.

Ed ecco, ultimo testimone della giornata, il fratello dell’imputato Paolo Braschi, Carlo, di 24 anni. Questi, fermato a suo tempo come indiziato, rese alla polizia una gravissima deposizione: il Paolo, tornato a Livorno per le vacanze natalizie del ’68, gli aveva confidato la sua intenzione di mettere una bomba al locale palazzo di giustizia; poi sotto i suoi occhi, aveva confezionato l’ordigno; infine la mattina seguente, gli aveva confermato l’avvenuta esplosione. Non basta. Il Paolo gli aveva detto di aver rubato lo esplosivo in una cava del bergamasco; poi da altri amici, lo stesso Carlo aveva appreso che parte dell’esplosivo era stata nascosta nei dintorni di Livorno, dove fu trovata. Successivamente, davanti al giudice istruttore, il Carlo Braschi ritrattò in blocco. Adesso conferma la ritrattazione: le accuse gli erano state suggerite dalla polizia, approfittando del suo stato di prostrazione.

Il dibattimento è rinviato al 20 aprile prossimo.