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1971 04 23 Unità – Un anarchico confessò attentati mai commessi. Incredibile deposizione del poliziotto Calabresi. di Pierluigi Gandini

9 giugno 2015

1971 04 23 Unità Un anarchico confessò attentati mai commessi

Incredibile deposizione del poliziotto Calabresi

«Un anarchico confessò attentati mai commessi»

Non sono attendibili i verbali della questura di Milano – Errori e dimenticanze – Uno strano sopralluogo a Parabiago – Confidenze di Valpreda

 

Milano, 22 – In Italia gli imputati, e in particolare i politici, o confessano tutto, anche quel che non hanno commesso, o si buttano dalla finestra. Tesi incredibile? Eppure essa è sostenuta da un esperto in materia, il commissario dottor Luigi Calabresi, indiscussa «vedette» delle due ultime udienze del processo degli anarchici.

Eccolo con la sua aitante figura, salire sul pretorio e rispondere alle domande dei giudici e avvocati. Sissignore, interrogò a diverse riprese gli imputati Braschi, Faccioli, Pulsinelli e la supertestimone Zublena. Maltrattamenti ai primi? Assolutamente no. Il Faccioli ne uscì con un labbro spaccato? Nemmeno per sogno, era l’imputato che si toccava continuamente una piccola pustola sopra la bocca. E il nostro commissario si preoccupò persino di procurargli dei libri in galera…»

A questo punto, il Faccioli, un ragazzino biondo, esplode «Ma se quando ti ho detto che gli altri detenuti di San Vittore volevano farmi la festa, mi hai riso in faccia!».

Interviene il P.M. dottor Scopelliti: « E’ vero che Braschi disse di aver confidato al Valpreda di essere stato lui l’autore dell’esplosivo e di due attentati?».

Calabresi: «Certo. Il 12 dicembre ’69 (e cioè lo stesso giorno della strage di piazza Fontana – n.d.r.), perquisendo la casa di Giuseppe Pinelli, trovammo le copie di due lettere indirizzate da quest’ultimo a due anarchici in cui comunicava che si sarebbe recato a Roma per sondare il Valpreda sull’episodio…»

L’avvocato Barchi, uno dei difensori del Faccioli, incalza: «E’ vero che la notte dal 29 al 30 aprile ’69, portaste il mio assistito fuori Milano per riconoscere una località?».

Calabresi: «Sì. Il Faccioli ci aveva detto una cosa che non sapevamo, e cioè che il Della Savia aveva un domicilio a Parabiago».

Il Della Savia dalla gabbia: «Ma se eravate già venuti a cercare mio fratello!».

Il commissario prosegue: «Così io e due sottufficiali accompagnammo il Faccioli in macchina a Parabiago. Ad un certo momento, lui chiese di scendere per orientarsi meglio, ma non riuscì a ritrovare la casa».

Barchi: «L’imputato dice invece che l’avete fatto scendere e correre sulla strada, minacciando di investirlo… Comunque, per ritrovare una casa, non era meglio andare di giorno?».

Calabresi: « C’era urgenza…».

Barchi: «Ma se l’avete trattenuto fino alla sera del 30! Comunque perchè di questo sopralluogo non vi è traccia negli atti?».

La risposta è incredibile: «Perchè diede esito negativo».

Barchi: «E lei disse che il Faccioli si era lasciato andare a confessioni ed accuse evidentemente false? Come mai di queste non vi è traccia nel verbale?».

Calabresi: «Beh, non ricordo esattamente quel che disse l’imputato. Il fatto è che ad un certo momento volle addossarsi episodi che per circostanze di tempo e di luogo, non poteva aver commesso. Così queste dichiarazioni non vennero messe a verbale».

Salta su l’avvocato Spazzali: «E, scusi, questo in base a quale norma del codice? Il verbalizzante ha l’obbligo di scrivere tutto!».

Calabresi: « Cosi facendo, la lettura diverrebbe difficile. Se un imputato dice di aver fatto saltare il duomo….».

Barchi: «Ma qui non si trattava di affermazioni cervellotiche bensì di precisi riferimenti ad attentati. Di che attentati parlò il Faccioli? Se non debbo concludere che il verbale è monco… ».

Calabresi: «Beh. non ricordo. Comunque ebbi l’impressione che il Faccioli, esagerando, volesse rendere incredibile tutta la sua confessione. Ma alla fine firmò il verbale così com’è».

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1971 04 28 Unità – Senza un perché le accuse agli anarchici. Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

7 giugno 2015

1971 04 28 Unità Senza un perché le accuse agli anarchici

Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

Senza un perché le accuse agli anarchici

Le indagini presero subito un preciso orientamento ma senza nessuna prova – Il riconoscimento di una guardia notturna che vide e non vide – Confronto in aula – Fuoco di fila di domande

 

Milano. 27 -Dopo le clamorose rivelazioni che ieri hanno ridotto a mal partito la supertestimone Rosemma Zublena e con lei l’intera accusa, l’udienza di oggi al processo degli anarchici è stata praticamente interlocutoria. Eppure il testimone di turno, commissario Luigi Calabresi, era di primo piano, e le spiegazioni a lui richieste, di grande importanza. Si trattava infatti di sapere come e perchè l’ufficio politico della questura, all’indomani degli attentati del 25 aprile 1969 a Milano, partì in quarta contro gli anarchici.

Purtroppo, la tattica di uno dei patroni del Della Savia, avvocato Giuseppe Dominuco, di porre una serie di domande tanto generiche e confuse da non poter neppure essere verbalizzate dal cancelliere Papa, ha impedito l’interrogatorio di recare tutti i suoi frutti.

Primo testimone sul pretorio, la guardia notturna Adriano Fasano.

Ed ecco nuovamente sulla pedana il commissario Calabresi in un distintissimo soprabito blu. L’avvocato Dominuco interroga: «Lei svolse indagini sui precedenti della Zublena?».

CALABRESI – No. (Eppure, a prescindere anche dalla personalità isterica della donna, si tratta pur sempre di una amante piantata e quindi di una teste da prendersi con le molle).

DOMINUCO – Quando sentì la Zublena, era già a conoscenza dei fatti su cui la interrogava?

CALABRESI – Alcuni fatti sì, altri no…ad esempio non sapevamo dei rapporti tra la donna e il Braschi…

DOMINUCO – In base a quali precisi elementi, la polizia decise di perquisire il domicilio dei coniugi Corradini e di fermare il Della Savia, il Braschi e il Faccioli?

CALABRESI – Quando io tornai da fuori Milano, le indagini erano già avviate in un certo senso…non sapevo che i giovani erano già sospettati prima…

Interviene lo avvocato Di Giovanni: «Ma il suo diretto superiore, commissario Allegra, ci ha detto che i fermi degli imputati, all’indomani del 25 aprile, furono la conclusione di una indagine già avviata sulla base di manifestini “anarchici” rinvenuti sui luoghi degli attentati… ora sui luoghi degli attentati del 25 aprile, furono ritrovati manifestini “anarchici”?».

CALABRESI – No..

DI GIOVANNI – E a quali altri elementi avevate contro gli imputati?

CALABRESI – Chiedetelo al dottor Allegra…

DI GIOVANNI – Ma lei personalmente non indagò su un certo Aniello D’Errico?

CALABRESI – Sì. Il D’Errico si riconobbe autore, insieme con tale Klaps e col Valpreda di una pubblicazione «Terra e Libertà» in cui alcuni attentati venivano attribuiti agli anarchici… Il D’Errico ci rivelò anche nomi, fatti e confidenze ricevute a Brera…

DI GIOVANNI – Dunque lei sapeva che le indagini erano indirizzate verso gli anarchici! Lei stesso lo ha riconosciuto in altra sede!

CALABRESI – Non ricordo …Si senta il dottor Allegra…

DI GIOVANNI – In quella occasione fu fermato anche il Valpreda?

CALABRESI – No, fu solo accompagnato in questura ed interrogato…

DI GIOVANNI – Nel corso del processo da lei intentato al giornale «Lotta Continua» e tuttora in corso, il dottor Allegra disse di aver ricevuto una confidenza che indicava come responsabile dell’attentato alla stazione centrale milanese del 25 aprile, l’anarchico Pinelli, al quale infatti lo stesso dottor Allegra aveva contestato la circostanza poco prima del noto volo dalla finestra. Può dirci chi era lo informatore?

CALABRESI – No, a una persona conosciuta soltanto dal dottor Allegra…

1973 03 24 Umanità Nova – Per Della Savia calpestate le leggi

20 Mag 2015

1973 03 24 Umanità Nova - Per Della Savia calpestate le leggi

 

Ivo Della Savia, obiettore imputato nel processo per la strage di Stato per presunta detenzione e trasporto di esplosivi, latitante per non adempiere agli obblighi militari, ora corre il rischio di venire estradato dalla Germania, dove aveva regolare domicilio e lavoro, in base ad accuse false ed immotivate e violando completamente quelle che sono le leggi e le procedure italiane e tedesche.

Infatti le leggi che regolano le estradizioni risalgono al 1942, ad un accordo del 12 giugno tra il III Reich di Hitler ed il fascismo italiano, che sancisce che non vi possa essere estradizione nel caso che l’atto criminoso per cui viene richiesta sia di natura politica o preparatorio ad un atto politico; per di più deve essere ben specificato il motivo, ed uno solo, per cui si pretende l’estradizione e la nazione richiedente non deve interferire nelle decisioni della nazione alla quale la richiesta è rivolta.

L’avvocato tedesco di Della Savia, va  di Francoforte, in una conferenza al palazzo di giustizia di Roma, ha fatto notare le numerose irregolarità e violazioni che hanno finora caratterizzato la richiesta avanzata dalle autorità italiane.: innanzitutto, sorvolando sul fatto che Della Savia è ricercato in Italia per l’obiezione (fatto considerato politico sia in Germania che in Italia) e questo annullerebbe la richiesta di estradizione (a meno di garantire un salvacondotto, cosa illegale in Italia e quindi impossibile).

Si legge nella domanda di estradizione (che sta a dimostrare lo straordinario interesse che le autorità italiane hanno per poter avere Della Savia nelle proprie mani) che si vuole il Della Savia in Italia per «una serie di reati (??) e detenzione e trasporto di esplosivo…». Se non fosse già ridicola di per sé, ci sarebbe da commuoversi per lo sfoggio di astuzia che i nostri fanno per non dire assolutamente niente: «…una serie di reati…».

Per l’accusa di «…detenzione e trasporto di esplosivo…» è ancora tutto da dimostrare e, nel caso ipotetico che fosse reale – e qui sta la finezza delle nostre autorità -, l’esplosivo sarebbe servito, sempre secondo la ridicola versione che accusa gli anarchici della strage di Stato, a confezionare le bombe di Milano e Roma.

In questo modo, dando per scontata la versione poliziesca e statale della strage, a Della Savia non resterebbe che dichiarare di aver trasportato l’esplosivo per ricadere nella seconda parte del trattato in cui si nega l’estradizione per atti preparatorii ad un atto politico e quindi restare in Germania.

L’avvocato Di Giovanni ha fatto notare come questo metodo di pressione sia stato usato proprio sul fratello di Ivo, Angelo Piero Della Savia, che con la promessa di poter restare in Svizzera, dove si era rifugiato, dichiarò di aver compiuto numerosi attentati (naturalmente inventati di sana pianta): una volta firmata la dichiarazione venne immediatamente portato in Italia e ci vollero mesi per poter dimostrare che la dichiarazione era falsa.

Per aver prova di questo, basta leggere la richiesta di estradizione dove si pregano le autorità tedesche di essere «sollecite» perché Ivo deve essere «interrogato come testimone in alcuni processi molto importanti».

Per poter poi vedere la natura realmente politica della richiesta basta far notare alcune «coincidenze»: come nell’istruttoria Occorsio, Ivo sia considerato ottimo amico di Valpreda e responsabile con lui di un fantomatico deposito sulla Via Tiburtina, risultato inesistente; come in Germania Ivo sia stato visitato da un avvocato della parte civile nel processo per la strage, l’avvocato Ascari, per ottenere delle dichiarazioni da usare contro Valpreda e compagni; come la richiesta di estradizione sia stata presentata la vigilia stessa della scarcerazione di Valpreda, mentre da molto tempo tutti conoscevano il posto dove Ivo si trovava (prova ne è la visita di Ascari); il fatto che subito dopo la cattura del fratello Angelo Piero, su tutti i giornali sia apparsa la notizia dell’arresto del «noto anarchico Ivo Della Savia», amico di Pietro Valpreda, imputato per il deposito sulla Tiburtina (?); il fatto infine che sia stata contemporaneamente fissata la prima udienza dell’appello per le bombe del 25 aprile per il 2 luglio di quest’anno.

Le possibilità di riuscire a far rimanere Ivo in Germania sono perciò molto ridotte, data la vastità degli interessi e delle connivenze che spingono per l’estradizione: tuttavia il lavoro dei compagni in Germania ha permesso la concessione, in via del tutto straordinaria, di una specie di riunione tra tutte le parti in causa, con presentazione di testimoni e di documenti (si pensa di far intervenire anche il redattore dell’Observer Leslie Finer, che presentò il famoso «rapporto P.», che dimostrava l’esistenza di un piano eversivo di destra in cui erano complici vari servizi segreti di vari stati e importanti personaggi politici; l’ex ministro Pannelotis Cannellopulos ed altri) prima di decidere in merito.

P.S.

All’ultimo momento apprendiamo che la magistratura tedesca, dietro oscure pressioni da parte di non individuati «centri di potere» italiani, calpestando precise norme procedurali e particolari accordi con la difesa, ha approfittato del viaggio a Roma dell’avv. Demski per decidere, a porte chiuse e senza il suo intervento, di sottostare alla illegittima pretesa delle autorità italiane. Solo la minaccia di uno scandalo ha fatto rientrare, per ora, la infame ed arbitraria decisione, che è rimandata ad altra riunione della corte alla quale sarà ammessa la difesa.

 

 

1972 04 1 Umanità Nova – Reticenze, insulti, menzogne e calunnie del Manifesto

17 Mag 2015

1972 04 1 Umanità Nova - Reticenze insulti menzogne e calunnie del Manifesto

 

Avevamo deciso di non concedere altro spazio alle ridicole capriole elettorali del Manifesto perché:

1 ) non avendo avuto nessuna risposta dal neo partito parlamentare alle nostre corrette argomentazioni, potevamo ritenerci soddisfatti;

2) considerata la gravità del momento repressivo ritenevamo di dover accantonare ad altro momento ogni polemica;

3) i problemi elettorali «interni» di ogni partito e di ogni candidato, Manifesto e Valpreda compresi, non ci interessano minimamente dal momento che precise e motivate scelte tattiche ci impongono un ben diverso terreno di lotta.

Ma il Manifesto, evidentemente, visto fallire il progetto idiota di trasformare il Movimento anarchico in suo galoppino elettorale, ha più di un dente avvelenato e tenta disperatamente di mordere a sinistra, nella speranza, se non altro, di arrestare l’emorragia che l’avventata iniziativa elettorale gli ha aperta nel seno, tra i suoi stessi militanti e simpatizzanti.

E’ veramente indecente e politicamente squalificante la campagna di menzogne, di rivoltanti insinuazioni, di insulti e di calunnie che contro di noi stanno imbastendo i «politicanti» del Manifesto. Una intera pagina del loro quotidiano in data 25 marzo è dedicata ai problemi della candidatura Valpreda, una pagina in cui di serio vi sono – a parte certe loro firme che, come quella del sedicente anarchico «Marco Libero», puzzano di immaginazione – cinque lettere di cui due di approvazione e tre di biasimo. Il resto, per ben due colonne, è uno sfogo che, per quanto ci riguarda, avvilisce il Manifesto fino a deprimerlo al rango della maldicenza e della bassa calunnia.

Neanche il loro candidato Pietro Valpreda si salva da tanta furia perché «la classe», si sa, è tutto per questi arraffatori di schede e Valpreda, è notorio, «è così diverso da una figura proletaria, o perfino da quella tradizionale dell’intellettuale impegnato o compagno di strada» che nelle liste del nuovo partito della «classe operaia» il «ballerino», il «lavoratore dello spettacolo» (questa è la sua povera qualifica sindacale, ma non basta per farne un proletario) è il solo a non avere nessuna qualifica. Insegnanti, studenti, avvocati, docenti universitari, imprenditori, commercianti, impiegati, dottori, artigiani, agricoltori, contadini e persino un «deputato», tutti hanno nelle liste di «alternativa di classe» la loro qualifica, Valpreda no, perché l’attribuirgliene una qualsiasi poteva fargli attribuire l’immeritato titolo di «proletario».

Ma vediamo l’accusa infame che questi illustri idioti ci rivolgono e come essa è, nella loro subdola prosa, infarcita di insinuazioni vili e calunnie: «…Ci aspettavamo, come no, l’attacco della destra… Ma il peggio non è venuto di lì. E’ venuto dagli amici, non dai nemici di Valpreda. I suoi compagni anarchici, che non hanno esitato a definirlo come un poveruomo smanioso – il mascalzone! – di libertà. Sospettoso – lo sciagurato – verso istituzioni che gli anarchici italiani considerano sacre e utilizzabili, come i tribunali e le procedure, invece che verso le camere, che gli anarchici considerano orrende e inutilizzabili». Orbene, a parte quella ignobile affermazione secondo la quale non avremmo esitato a definire Valpreda un «pover’uomo» (smanioso di libertà si ma questo non è insulto per nessun detenuto), il capolavoro, nel corsivo infame riportato, sono quei due incisi, tra lineette: «il mascalzone» «lo sciagurato» che, in cotal distorto fraseggiare, par proprio di sentirli urlare a denti stretti da una turba di anarchici imbestialiti.

Non rifuggiamo, certo, dall’uso di un frasario simile, ma in questo caso ad ognuno ciò che merita, per cui sciagurati e mascalzoni sono quelli del «gruppo dirigente» del Manifesto che seguitano a romperci i coglioni con il tentativo di insultarci attribuendoci una assurda ed inconcepibile, per noi, «fiducia nelle istituzioni giudiziarie».

Gli anarchici hanno sempre ed ovunque, anche, se non soprattutto, sotto regimi e governi marxisti, subito ingiustizie, processi, galera, torture, assassini! ma tutto questo non per loro «scelta» ma per criminale scelta dei detentori del potere, dei nemici della classe operaia, della rivoluzione, siano essi pervenuti al potere sotto etichetta fascista, democratica o marxista. E’ storia vecchia, di ieri e di oggi e siamo certi che non vedremo mai un tipo di marxismo, tra i tanti, che conquistando lo sporco potere non si dedichi, come primo obiettivo, a perseguitare, ad annientare gli anarchici.

La nostra sfiducia nelle istituzioni, in tutte le istituzioni autoritarie, è motivata ed assoluta e non possiamo consentire a gente, che per volgari speculazioni si appresta ad utilizzare il parlamento come stupidi schiavi dei padroni, calunniose insinuazioni su questa nostra chiara posizione rivoluzionaria.

Pertanto, la smettano i turlupinatori del Manifesto e pensino piuttosto ad escogitare altri argomenti se vogliono tentare di convincere i loro stessi aderenti a votare. Non è un mistero e potremmo fornire le prove che molti loro militanti e persino interi «centri del Manifesto» si apprestano a non votare o votare per altri partiti riformisti. Questo sì è un loro problema e non vi accenneremmo se non ci avessero più che importunati con i loro meschini insulti.

Se poi sul tema del nostro rifiuto di renderci complici delle istituzioni quelli del Manifesto volessero accettare un pubblico dibattito, ce lo facciano sapere, siamo sempre disposti a chiarirgli le idee una volta per tutte.

1972 03 25 Umanità Nova – I falsi storici del Manifesto

13 Mag 2015

1972 03 25 Umanità Nova - I falsi storici del Manifesto

 

Il Manifesto del 15 marzo, a proposito della candidatura Valpreda e del giusto rifiuto del Movimento anarchico di farsi complice di questa speculazione politica e di questa ulteriore perdita di tempo, oltre che blaterare di insensibilità «di chi è fuori per chi è dentro» ed accusarci di aver dimenticato le «nostre migliori tradizioni» e di avere una «stravagante fiducia nelle istituzioni giudiziarie», ci rivolge una accusa assai più grave, da un punto di vista politico: quella di non votare per una «questione di principio».

Sul fatto della «insensibilità» c’è ben poco da dire; se Pietro Valpreda ha deciso di presentarsi alle elezioni, è padronissimo di farlo; ma nessuno può pretendere che il movimento anarchico rinunci alla sua battaglia politica in nome delle scelte personali di un compagno. Sarebbe un suicidio sia per il nostro movimento, sia per il compagno stesso, a cui verrebbe a mancare l’appoggio più serio che fino ad oggi ha avuto.

Quello che ci sembra scorretto comunque non è questo discorso; non in modo particolare, almeno. E’ invece scorrettissima l’accusa di non votare per questioni di principio. Manca evidentemente ai signori del Manifesto una idea chiara e precisa di che cosa siano in effetti le elezioni, e del significato politico che ha il nostro astensionismo.

Non ci sembra il caso di spiegare nuovamente in che tipo di società viviamo, e dove si trovino oggi le leve del potere reale da abbattere; del resto lo troviamo ottimamente espresso tra le righe del discorso del signor Berlinguer al XIII Congresso del PCI.

E’ il caso di dire che il parlamento è assolutamente svuotato di ogni potere reale, sia politico, sia legislativo, sia economico?

Il parlamento è una scatola vuota di qualsiasi contenuto; ripiena solo di servitori obbedienti del capitale; di persone che, una volta entrate lì dentro, non possono che essere oggettivamente niente altro che servitori obbedienti.

La lotta parlamentare non ci interessa, né ci interessa il parlamento come obiettivo da colpire perchè non è lì che noi troviamo il nostro nemico di classe; tutt’al più ci troviamo i suoi «prestanome», i suoi servi.

Il movimento anarchico ha scadenze ed obiettivi ben più seri e importanti di queste elezioni-burletta: e tra questi c’è la liberazione più rapida possibile di tutti i compagni; c’è la costruzione di un forte movimento rivoluzionario organizzato, e non facile preda della pazzia avventuristica e masochistica di qualche dirigente da strapazzo; c’è l’autoeducazione a gestire direttamente la società (autogestione: mai sentita nominare, vero?).

Partecipare a queste elezioni non solo significherebbe non aver capito che cosa è la società e che cosa è il potere oggi (non quando Marx e Engels scrivevano II Manifesto – quello serio, intendo) ma significherebbe soprattutto commettere un grave errore rincorrendo un falso obiettivo; con varie e prevedibilmente gravi conseguenze, anche e soprattutto per i compagni incarcerati.

In fondo il parlamento – facendo nostra una similitudine escogitata dal Manifesto per altre porcherie – non è che una mela marcia; non siamo vermi e quindi non ci interessa entrarvi; ai signori del Manifesto interessa molto ritornarci. Buon appetito. Ma non è onesto che per soddisfare questo loro volgare bisogno… edonistico, pretendano che altri scendano al loro livello, si prestino a meschine strumentalizzazioni, tradiscano con loro e per loro conto, i veri interessi della classe operaia, della rivoluzione.

Se vogliono contrapporre alla nostra lineare posizione di lotta le loro idee, le loro contraddittorie e rancide ipotesi di lotta extraparlamentare in seno al parlamento, liberi di farlo, noi siamo sempre disposti al dibattito.

Non possiamo invece consentire, senza denunciarne la tendenziosità, che quelli del Manifesto pretendano di darci lezioni di coerenza politica distorcendo e falsando, ad uso e consumo degli sprovveduti, episodi ed avvenimenti storici che, a sentir loro, dimostrerebbero come l’attuale movimento anarchico, rifiutando l’adesione elettoralistica a Valpreda, venga meno alle «sue più belle tradizioni».

Intanto gli storici da strapazzo del Manifesto non hanno risposto (e come avrebbero potuto?) alle nostre argomentazioni sulla sfacciata pretesa di voler far apparire come «candidatura protesta» quella di Valpreda quando la abolizione del «collegio uninominale», la rinuncia a presentare liste composte di sole «vittime politiche» per la inclusione del suo nome in liste politicamente impegnate e qualificate, la colloca in un preciso settore parlamentare con un ben determinato ruolo politico. Né hanno potuto spendere una sola parola sulla nostra smentita alla loro ridicola affermazione sulla possibilità di affrettare, con la elezione di Valpreda, l’iter giudiziario, perché effettivamente, come abbiamo detto, la partecipazione di Valpreda alla truffa elettorale consentirà alla magistratura di ritardare la scarcerazione di Gargamelli e Borghese.

Ma torniamo alle «più pure tradizioni» che noi avremmo dimenticato e tradito e che il Manifesto ha persino la faccia tosta di ricordare. Esse riguarderebbero non i casi di Masetti, Malatesta ed altri che rifiutarono energicamente ogni candidatura protesta, ma il caso del comunardo Cipriani e quello della CNT spagnola che nel febbraio 1936 «votò in massa nelle elezioni e nessun rivoluzionario ha mai sostenuto che questa scelta fosse un errore e poco dopo, come se non bastasse, quattro ministri del governo spagnolo repubblicano erano anarchici».

Bene, per Cipriani è il caso di dire che all’epoca in cui repubblicani e socialisti presentarono ben 12 volte la sua candidatura protesta, il comunardo, pur non essendo anarchico, ma repubblicano prima e socialista poi, era così fiero del suo antiparlamentarismo che non usufruì mai dell’immunità parlamentare per uscire di galera e rifiutò sempre di firmare la domanda di grazia.

Queste cose il Manifesto, tutto preso dall’impegno di suffragare in qualche modo la sua manovra elettorale, non sente certo l’obbligo di ricordarle. Per la stessa ragione confonde la CNT spagnola con la Federazione Anarchica Iberica, una decisione «tattica» di un organismo di massa come il sindacato rivoluzionario spagnolo, con «i principi» che non erano chiamati in causa allora come non lo sono oggi e la più controversa, criticata e condannata esperienza del movimento spagnolo. Non sapere o fingere di non sapere e peggio affermare il falso dicendo il contrario della verità storica, negando che quella esperienza fu considerata un errore e che tuttora sono in corso analisi storiche ed accese critiche su quegli avvenimenti tragici e su quelle decisioni, è stupida mistificazione.

Per quanto concerne poi la critica per una nostra presunta «fiducia nelle istituzioni giudiziarie», il Manifesto, per poter con tanta sicumera sporcarsi nel fango della calunnia e della denigrazione, dimentica che il processo ai compagni innocenti, detenuti per la strage di Stato, come qualsiasi processo, non è, come le elezioni o la candidatura Valpreda, una «scelta»; non presuppone una libertà decisionale, né per i compagni imputati né per noi ma è una imposizione del potere, uno strumento che, contro la loro e la nostra volontà, è messo in moto dallo Stato e contro il quale, con assoluta e dichiarata sfiducia nelle istituzioni, ci si può solo battere politicamente e pubblicamente attaccando e smantellando il castello dell’accusa.

Certo, date le barriere che l’artificioso ingranaggio procedurale contrappone alla difesa, non sempre è possibile rovesciare, con una difesa di attacco, la montatura dell’accusa, ma non siamo noi né gli imputati a scegliere questo barbaro strumento di prepotenza che sopravvive contro e malgrado le esigenze di vera giustizia popolare perché è parte integrante ed inscindibile della mostruosa macchina del potere di cui il parlamento è uno degli ingranaggi più astrusi e liberticidi.

Chi «ha fiducia nelle istituzioni giudiziarie», come i «magistrati democratici» del «Manifesto» o amici del Manifesto – e non noi – si fa giudice.

Chi ha fiducia nel parlamento – come i candidati del Manifesto – e non noi – si fa deputato.

1972 03 25 Umanità Nova – Scoperte altre prove contro i fascisti ma Occorsio difende l’assurda istruttoria

13 Mag 2015

1072 03 25 Umanità Nova - Scoperte altre prove contro i fascisti ma Occorsio difende l'assurda istruttoria

 

Nel momento in cui, con l’assassinio di Feltrinelli, coloro che da anni accarezzavano il sogno di poterlo incastrare al loro posto come ideatore, mandante e finanziatore di tutte le azioni dinamitarde effettuate dal 1969 ad oggi (e costoro – non ci stancheremo di ripeterlo – sono agli ordini delle centrali eversive internazionali KYP e CIA che hanno in Italia migliaia di agenti specializzati), la controinformazione trovava altre prove per inchiodare i fascisti come esecutori della strage di Stato.

Questa volta si tratta addirittura di colui che, nel momento di assoluto e grave silenzio che seguì l’esplosione di piazza Fontana fu visto da un industriale bergamasco e dalla sua moglie fuggire dalla banca della Agricoltura e sfrecciar via dalla piazza a bordo di una veloce «Giulietta» rossa. L’uomo della «Giulietta» rossa è da identificarsi nel fascista N.C., la cui presenza sul luogo della strage è certa e potrà essere confermata da diversi testimoni, oltre il succitato industriale e sua moglie. Di questo N.C. esistono vistose tracce negli atti dell’inchiesta sulla strage.

Precisi riferimenti sui suoi andirivieni tra le varie città italiane in concomitanza con gli attentati e sui suoi collegamenti con ben noti fascisti, sono stati ovviamente, pubblicati su «La Strage di Stato». Ma Occorsio e Cudillo, nella loro mastodontica e defatigante inchiesta, sorvolano elegantemente tutte le tracce del genere (anche se a tutti era chiaro fin da allora che ognuna di esse avrebbe potuto condurre ad una delle tante «cellule nere» che operavano agli ordini della centrale terroristica) per correre dietro alle amene ed idiote chiacchiere del poliziotto provocatore Salvatore Ippolito.

Quanto diciamo sull’uomo della «Giulietta» rossa è stato pubblicamente rivelato sabato scorso a Milano nel corso di una assemblea popolare svoltasi nella facoltà di Scienze ed ha destato enorme impressione. Ma la stampa, completamente frastornata dagli ultimi sconvolgenti avvenimenti culminati con lo assassinio di Feltrinelli, ha relegato la notizia in poche righe. Eppure si tratta di una delle tante «bombe» che erano destinate ad esplodere clamorosamente, giorno dopo giorno, nel corso del processo per la strage ed a far crollare l’equivoco castello dell’accusa. Se la difesa non avesse avuto armi sufficienti per ridicolizzare e stritolare l’istruttoria, il processo contro gli anarchici si sarebbe svolto da tempo e si sarebbe risolto con la condanna degli imputati innocenti. Nessuno ha smentito la notizia delle vergognose ed inammissibili pressioni di Andreotti sul procuratore De Andreis perché il processo venisse sospeso, notizia divulgata ben tre giorni prima della incredibile sentenza del tribunale presieduto da Falco con la quale, pur riconoscendo l’illegittimità della decisione di Occorsio e Cudillo di avocare a se stessi l’istruttoria strappandola al giudice di Milano, si è ritenuto di non poter sconfessare apertamente tutto il loro operato dichiarando nulla, come sarebbe stato logico e giusto, la sentenza istruttoria scaturita dall’inchiesta a senso unico condotta da due giudici «incompetenti».

Se gli strafalcioni, i cavilli procedurali ed i conflitti di competenza hanno caratterizzato il lunghissimo ed interminabile iter di questa sporca vicenda, a tal punto ingrovigliata che è lecito ogni dubbio sulla possibilità che il sistema riesca in qualche modo a risolverla, non poteva mancare, così come non è mancato per il caso Pinelli, un risvolto giudiziario che portasse in altra sede il dibattito sull’istruttoria

Nel caso Pinelli l’opportunità di mettere le mani nello scandalo fu imprudentemente offerta da quel Calabresi ormai a tutti noto con l’appellativo di assassinio. Calabresi denunciò Baldelli e Lotta Continua ed il processo si è rivelato un boomerang contro di lui ed i suoi accoliti.

Ora è la volta dell’istruttoria sulla strage ed è proprio uno dei suoi artefici, il giudice Occorsio, che, non riuscendo più a rimanere insensibile di fronte al dilagare delle accuse, con una denuncia a Camilla Cederna porta in tribunale un dibattito che, se non sarà «strozzato» da limiti ed opposizioni curialesche, potrà aprire grosse brecce e far saltare tutta la montatura dell’accusa a Valpreda e compagni.

Occorsio annunciando la sua decisione di denunciare la Cederna e L’Espresso ha ammesso che dovranno sedere sul banco degli imputati per aver rispettivamente scritto e pubblicato le stesse valutazioni sul suo operato che in precedenza erano state chiaramente ed energicamente espresse in tribunale dagli avvocati della difesa, ai quali aveva dovuto consentire, senza poter reagire, di dire tutto quello che dissero in virtù di un loro diritto sancito da un certo articolo del codice. Interessante, edificante, democratico!

Quando in aula Occorsio annunciò che avrebbe denunciato Valpreda perché lo aveva offeso rivolgendogli con linguaggio popolare giudizi simili a quelli espressi dagli avvocati, dicemmo che in questi casi la «giustizia» è una questione di «casta». Ora Occorsio, con questa brillante iniziativa ci spiega che è una questione di «ruolo», per cui esiste nel codice…fascista un preciso articolo di legge che discrimina i cittadini in barba all’assurda costituzione che sancisce la loro uguaglianza di fronte alla legge.

Ma che cosa ha scritto la Cederna per riuscire a scuotere il placido dott. Occorsio e strappargli una denuncia? Leggiamolo: «La accusa è stata messa con le spalle al muro, come schiacciata da 26 mesi di illegittimità, macchinazioni, falsificazioni, convinzioni ostinatamente preconcette, e lo accusatore, cioè il secondo grande personaggio del dramma, non ha saputo rispondere». Tutto qui, certo meno di quanto è stato detto contro l’operato dei giudici romani da ogni giornale non fascista. Dobbiamo quindi pensare che l’iniziativa di Occorsio si inquadri, forse involontariamente ma con sospetta puntualità e precisione, nella manovra che, con l’assassinio di Feltrinelli e con le continue e pressanti minacce al giudice Stiz, tendente ad accantonare e cancellare tutte le prove che inchiodano i fascisti e la CIA agli attentati ed alla strage per riaccreditare la balorda e insostenibile tesi di Valpreda pazzo dinamitardo?

Si, possiamo pensarlo ed abbiamo il dovere di dirlo; da una strage di Stato c’è da aspettarsi di tutto, c’è persino da supporre, con la convinzione che i fatti confermeranno ancora una volta le nostre previsioni, che Feltrinelli non sarà l’ultima vittima di questa tragica catena di delitti.

 

1972 03 18 Umanità Nova – La nostra posizione sulla candidatura Valpreda

13 Mag 2015

1972 03 18 Umanità Nova – La nostra posizione sulla candidatura Valpreda

 

Compagni del Movimento anarchico italiano (F A I, GAF, GIA (1), Crocenera, Comitato Nazionale pro vittime politiche, Comitato Politico-giuridico di difesa) incontratisi a Bologna l’11 corrente per una delle periodiche riunioni precedentemente programmate, hanno, tra l’altro, discusso della eventuale candidatura di Pietro Valpreda nelle prossime elezioni politiche.

In merito dichiarano all’unanimità, coerentemente con la teoria e la prassi rivoluzionaria anarchica, che rifiutano qualsiasi delega di potere e una qualsiasi partecipazione – fosse anche opportunistica e strumentale – al meccanismo parlamentare e che pertanto non voterebbero per Pietro Valpreda né per altri e non appoggerebbero in nessun modo la di lui candidatura.

Sottolineano, a parte le considerazioni generali suesposte, che nella fattispecie anche una candidatura protesta di Valpreda sarebbe inaccettabile perchè si tratterebbe di una chiara manovra strumentale da parte del «Manifesto», che ritarderebbe a tempo indefinito il processo per la «Strage di Stato» (facendo il gioco dello Stato stesso e sconcertando l’opinione pubblica) e ritarderebbe la conseguente scarcerazione degli altri compagni.

Denunciano la manovra del «Manifesto» che è tanto più deplorevole in quanto si cerca di fare leva sulla comprensibile ansia di vita e di libertà di un uomo malato e innocente detenuto da oltre due anni.

Ribadiscono comunque il loro fermo proposito di continuare fino in fondo la loro lotta per dimostrare l’innocenza dei compagni, smascherare i veri esecutori, i veri mandanti ed i loro complici, perchè Roberto Gargamelli, Emilio Borghese e Pietro Valpreda siano liberati.

Bologna 11 marzo ore 12,30

(1) F A I : Federazione Anarchica Italiana; G A F : Gruppi Anarchici Federati; GIA: Gruppi di Iniziativa Anarchica.

1972 03 18 Umanità Nova – Le menzogne di Cicero

13 Mag 2015

1972 03 18 Umanità Nova - Le menzogne di Cicero

 

Ad Azzano Decimo, a pochi chilometri da Pordenone, incontro il geometra Sante Valvassori, età quarant’anni, stessa classe di Pietro Valpreda.

«Figurarsi se mi ricordo di Piero, eravamo sempre assieme». E’ Valvassori che parla, e ricorda non il Piero Valpreda anarchico, ma il Valpreda di vent’anni prima, quello che in grigioverde «serviva la patria». Continua: «non ne sono proprio sicuro, sa, sono passati tanti anni, ma io ho fatto il C.A.R. a Cuneo, e mi sembra che fu proprio a Cuneo che conobbi Valpreda.

In ogni caso a Palmanova, dove venimmo trasferiti dopo Cuneo, diventammo amici». Gli chiedo «eravate voi due soltanto – mi spiego – facevate gruppo a due o vi erano anche altri che consideravate comuni amici e che frequentavate?». «No, non eravamo soltanto Piero ed io, eravamo in tre, il terzo si chiamava, – ci pensa un poco -, si chiamava Bonadio, proprio Bonadio, e non abita qui ad Azzano ma a San Donà di Piave. Eravamo i tre amici ».

Il nostro più che un colloquio, è un recitare preciso di dati, io accenno una domanda e Valvassori risponde superando molte volte i termini asfittici nella quale la mia domanda era stata posta.

«Quando scoppiarono le bombe, riconobbi subito Piero vedendone la fotografia sui giornali, e sa com’è, lessi anch’io quello che Cicero aveva dichiarato al giudice Cudillo , l’ho letto anch’io come l’hanno letto tutti quanti gli altri, ma non diedi importanza alla cosa. Ma come si faceva a credere a quello che diceva Cicero?

Quale giudice poteva essere così cretino da credere sul serio che durante il servizio militare di leva si impari a fare il dinamitardo? Per trovare un giudice del genere bisognava crearlo di sana pianta, e cacciargli poi in testa palle e obbligarlo a ripetere che tutte quelle palle sono sacrosante verità. Io ero convinto che nessun giudice avrebbe potuto prendere sul serio le panzane di quel Cicero, e così mi dimenticai della cosa. Si, lo so, ho fatto male, ma del resto Cudillo non l’ho fatto io.

La verità è che il servizio militare Piero l’ha fatto lavorando nell’ufficio del capitano Enrico Buono assieme al maresciallo Mallardi. Altro che buttare bombe.

Io ero nello stesso plotone del Piero, informatore come Piero, e l’unica cosa che ci hanno insegnato è stato leggere le carte topografiche. Tutta li la nostra specializzazione militare, e se vuole aggiungere qualche altra cosa di molto importante, allora bisogna nominare anche le marcie e consumare le suole dell’esercito.

Il tenente Cicero? Le dico la verità, il suo nome l’ho letto sui giornali, ma io non me lo ricordo. Come si fa a ricordarsi tutti gli ufficiali che c’erano? Ogni tanto qualcuno ci metteva in fila e ci faceva fare la sua personale marcettina.

Le bombe? Lei intende la nostra preparazione dinamitarda sotto gli auspici dello esercito italiano?

Una volta, ma non ci giuro nemmeno di esserci stato presente, un sergente ci mise in mano un candelotto di dinamite, uno. L’unica cosa che mi sembra di ricordare, è che lo guardammo accendere la miccia, e mentre la miccia già bruciava, passò il candelotto in mano a qualcuno di noi, e cosa vuole che quello facesse, che lo portasse al tribunale di Roma? Buttò il candelotto dove il sergente aveva detto in precedenza di buttarlo.

Un candelotto unico, per tutti quei venti o trenta uomini che eravamo. SE questo vuol dire imparare a fare il dinamitardo allora l’Italia è piena di pericolosissimi dinamitardi. No, non mi ricordo se Valpreda fosse presente, ma anche se lo fosse stato, cosa sarebbe cambiato? E poi non lo chieda a me, la domanda vada a fargliela al giudice che dopo aver messo a verbale tutte le palle di Cicero, non si è sognato di interrogare uno solo dei componenti il famoso plotone «bombardieri» dell’esercito italiano.

Come ha fatto Valpreda a diventare donatore di sangue? Non lo è mai diventato, perché nessuno nell’esercito diventa donatore di sangue di professione. Un finanziere rimase ferito ad un braccio ed ebbe una emorragia, e Piero si offrì come donatore. Ricevette una licenza premio e non solo, ma arrivato a Milano si fece prolungare la licenza di cinque giorni. Quando ritornò, i carabinieri si presentarono in caserma ad arrestarlo. Valpreda se ne andò, ed io ereditai il suo lavoro in ufficio, si, ereditai proprio il suo lavoro in ufficio, per questo motivo, se non bastassero gli altri, so esattamente che cosa Valpreda ha fatto durante il servizio militare.

Lavorava in ufficio. Le bombe se le è sognate Cicero, ma ho idea che anche a lui lo abbiano obbligato a sognarle certe cose.

Lavorava in ufficio, agli ordini del capitano Enrico Buono e del maresciallo Mallardi».

 

 

 

1972 03 4 Umanità Nova – La reazione dell’uomo alle prevaricazioni legalitarie

12 Mag 2015

1972 03 4 Umanità Nova – La reazione dell’uomo alle prevaricazioni legalitarie

 

Udienza burrascosa e drammatica. Al centro della bufera il giudice, protervo, alto nel suo scanno, difeso da una selva di norme giuridiche, protetto da schiere di tutori armati, dal prestigio di una investitura autoritaria, intoccabile. Al centro del dramma un uomo, solo, braccato, scrutato giorno e notte da oltre due anni da una turba di guardiani malpagati ma ben prevenuti contro «la belva», vessato, angariato, vilipeso, frugato, inquisito in ogni intimità, in ogni pensiero, in nome della legge, con il pretesto di una «giustizia» assurda, incomprensibile, macchinosa, lenta.

Per il giudice la legge è la sua spada, la «giustizia la sua religione. Per l’uomo la legge è l’arma della casta che lo perseguita, la «giustizia» è il tranello in cui lo si vuol far inciampare, il baratro in cui lo si vuole eliminare.

Il giudice non corre alcun rischio, non risponde dei propri errori e, del resto, nessuno – neanche lui che non è, non deve essere umile – può rimproverargliene.

Tutti i rischi sono addossati all’uomo. A lui è richiesto di sopportare in silenzio ogni prevaricazione, ogni violenza, ogni imposizione. Con umiltà. Solo altri investiti, per diritto di casta di pari diritti, possono dire impunemente al giudice con linguaggio «tecnico», con tono professionale, con atteggiamento di «classe»: «tu hai rubato questo processo», «tu hai usurpato», «tu hai prevaricato», «tu hai falsato», «tu hai forzato la legge».

L’uomo queste cose le sente, le soffre da anni, è quel furto, quella usurpazione, quella prevaricazione che hanno fatto di lui un «mostro», un rottame, il nemico della umanità da linciare, stritolare giorno per giorno, lentamente, sadicamente, tra quattro stretti muri o in un letto di contenzione.

Finche un giorno l’uomo è tirato fuori dalla buia e afona tana, dalla cella. E’ portato tra la gente, vicino alla madre, alla zia, agli amici, ai compagni. E risente rumori dimenticati, suoni a lui un tempo cari e le voci. Tante voci che parlano, di lui, anche di lui, del suo dramma. Voci di gente del suo rango, della sua povera casta, del suo mondo di sfruttati che gridano il suo nome, affermano forte di credere nella sua innocenza.

Egli scruta i volti, ascolta, beve avido quel fiume di parole, ritrova il sorriso di un tempo, sente crescere la speranza. Sente ed assimila e rielabora nel suo modo di sentire e di esprimersi, le parole ed i concetti degli avvocati che gli sono amici e compagni, per cui chi usurpa è un «boia», chi prevarica «fa schifo», chi forza la legge e ne modifica il, corso è un «falsario».

Davanti a lui è il giudice, colui che è investito dalla legge del diritto di accusarlo e ha sentito che quel giudice è stato a sua volta giudicato, messo sotto accusa, affrontato e travolto da un fiume di parole roventi che egli ha tradotto nel suo linguaggio schietto, duro, proletario. E nel momento in cui il giudice osa pretendere dal suo uditorio un atteggiamento di «stile anglosassone», quelle parole urgono, esplodono spontanee dalle sue labbra e urla, deve urlare, lui non può parlare da un alto scanno in un microfono, urla: «Stile anglosassone?! Negli interrogatori dell’istruttoria non lo avete usato! Boia! Fate schifo! Avete falsato tutto… ».

Il pubblico, amici, compagni, applaudono. Proprio come hanno applaudito gli avvocati della difesa che avevano detto le stesse cose. Soltanto che per Pietro l’applauso è partito subito, quasi contemporaneamente alle sue parole, perchè tutti ne hanno afferrato immediatamente il significato. Per le parole degli avvocati non era la stessa cosa, bisognava riflettere, almeno un attimo per afferrarne in pieno il significato, per legarlo ai concetti semplici ma efficaci del mondo di chi lavora.

Ora l’uomo è finalmente sereno, disteso. Sorride felice, saluta. Anche lui si è sfogato, proprio come gli avvocati. Ne aveva, dopo oltre due anni, proprio bisogno. Anche lui ha detto al giudice quello che pensava del suo «fair play» ripetendogli, come ha potuto, le stesse parole, gli stessi argomenti, gli stessi giudizi che gli avevano espresso tanti avvocati.

Ma Pietro non sapeva che Occorsio, il giudice, certe cose può e qualche volta deve sentirsele dire da altri del suo rango sociale o che per lo meno ufficialmente appartengono al suo rango sociale, alla sua casta, alla sua classe. Ma non può, non deve tollerarle, senza sentirsi e dichiararsi oltraggiato, da chi, per una precisa scelta di classe, è tenuto ad essere sfruttato, è destinato ad essere imputato ed imputato in una ben determinata maniera: detenuto in una fetida cella e non in una splendida «Villa di Santa Susanna» (clinica per detenuti d’alto bordo).

Ora Pietro, dopo essere stato colpito dalla giustizia di classe, verrà colpito anche dalla cultura di classe. Da due a quattro anni per aver pronunciato parole oltraggiose verso un magistrato in udienza.

Questa è la giustizia. Sempre uguale per tutti gli uguali.

1972 03 4 Umanità Nova – Processo politico processo allo Stato

12 Mag 2015

1972 03 4 Umanità Nova - Processo politico processo allo Stato

 

Le prime tre udienze del processo per la strage di Stato, pur avendo affrontato solo questioni procedurali, hanno dato vita ad episodi di estrema e drammatica tensione nei momenti in cui la difesa ha formulato gravi e precise accuse nei confronti del P.M., definito dallo avv. Spazzali «il primo consulente politico» autore della incredibile istruttoria.

L’accusatore Occorsio è ora sotto accusa e, se la straordinaria vicenda giudiziaria non avrà un epilogo imprevedibile, ci resterà tutto il tempo del processo. Ciò sarà inevitabile, visto che da ogni foglio della voluminosa inchiesta emergeranno altre violazioni, omissioni, distorsioni della verità, come logica conseguenza di una istruttoria che, invece di prendere le mosse dai fatti delittuosi per ricercare e colpire i responsabili è partita dalla preordinata volontà di addossare la colpa al gruppo prescelto.

Il fatto di aver esattamente individuato in questa precisa volontà politica la causa dei limiti e degli errori che hanno falsato fin dall’inizio tutta l’inchiesta, ha imposto ad alcuni avvocati della difesa, come primo obiettivo, quello di rifiutare come arbitraria, illegittima, frutto di un atto di «usurpazione», la inchiesta in tutta la sua struttura, fin dal primo atto, fin dalla «approvazione illegittima del processo da parte della magistratura romana».

Non ci dilunghiamo, almeno in questa sede, sulle motivazioni con le quali i compagni avvocati hanno con fermezza, linearità ed estremo rigore giuridico, sostenuto e dimostrato che l’inchiesta è inficiata da originali vizi di procedura e da pregiudiziali inquinamenti di natura politica che costituiscono motivi di nullità assoluta. Vogliamo invece cercare di chiarire i termini di una polemica che, sia noi che gli avvocati compagni, non avremmo in ogni caso potuto o voluto evitare perché effettivamente – come da qualche parte è stato fatto notare con inutile rammarico – essa nasce da una profonda divergenza di vedute (e di valutazioni politiche e giuridico-politiche) tra chi come noi, vuole far emergere dal processo l’innocenza degli attuali imputati smascherando lo Stato e per esso tutti i suoi organismi di potere in cui sono annidati e seguitano a prosperare i veri mandanti della strategia del terrore, e chi crede che sia «politicamente » più facile (certamente meno «urtante», meno «offensivo» per il potere costituito) e «giuridicamente» meno gravoso, puntare sulla assoluzione degli imputati per assoluta mancanza di prove e di indizi.

Certo, anche chi ha scelto questa seconda strada non nega la «sostanza» eminentemente politica di questo processo né può tacere sugli arbitri, i soprusi, le vessazioni, i raggiri, le volute deficienze, i morti, i falsi, i ricatti, le prevaricazioni che hanno caratterizzato tutta la sporca vicenda.

L’«Avanti» di domenica ammetteva: «esistono problemi di forma violati dai giudici che hanno condotto la fase istruttoria, se si trattasse di un processo normale la istruttoria verrebbe annullata e si ricomincerebbe da capo».

Non ci troviamo però di fronte ad un processo normale ma ad una mostruosa montatura basata su una criminale «volontà politica» e sulle «violazioni» messe in atto dai giudici che hanno condotto l’istruttoria, proprio come giustamente ha rilevato l’«Avanti». Ed è per questo che sarebbe stato giuridicamente scorretto e politicamente idiota non sollevare con fermezza ed energia la eccezione di nullità della istruttoria per essere essa stessa sottratta, con un atto assolutamente arbitrarlo, di usurpazione, illegale, al giudice di Milano. Dimenticare o, peggio, per calcoli opportunistici, lasciar passare sotto silenzio la «rapina» che ha reso possibile una parvenza di legittimazione della montatura poliziesca, sarebbe stato un errore che avrebbe potuto compromettere le sorti del processo.

Chi ha opposto a questa corretta e doverosa eccezione di nullità la volontà dei due maggiori imputati, Valpreda e Gargamelli, di fare subito il processo evitando ogni pericolo di rinvio od il pretesto che anche la parte civile avrebbe sostenuto la stessa eccezione, se lo ha fatto in buona fede ha dimostrato, per lo meno, di aver commesso un grossolano errore di interpretazione mettendo sullo stesso piano l’eccezione di nullità assoluta avanzata dalla difesa con la specifica eccezione di incompetenza territoriale chiesta dalla parte civile che, se accolta, comporterebbe un puro e semplice rinvio del processo e non l’annullamento al clamoroso attacco sferrato dalla difesa non si è considerato che i motivi addotti dalla parte civile per sostenere l’eccezione di incompetenza territoriale sono gli stessi ai quali a suo tempo si richiamarono gli avvocati Boneschi, Janni e Fenghi per opporsi alla arbitraria decisione di trasportare a Roma l’inchiesta. Ebbene è proprio dalla constatazione che, malgrado quella precisa, motivata e giusta opposizione, Occorsio «ha ordinato, portato avanti e voluto mantenere a tutti i costi il processo» che sorge l’eccezione di nullità sollevata dalla difesa.

Che l’eccezione sia fondata e sorretta da argomenti giuridicamente validi non vi è alcun dubbio. Perfino la stampa di destra ha dovuto riconoscerlo; «Il Corriere della Sera» è stato costretto ad affermare: « La questione è stata sollevata con grande abilità e fermezza di argomentazioni dall’avvocato Spazzali» e più avanti lo stesso giornale osserva: «Occorre dare atto al difensore della veridicità di queste sue affermazioni».

La fregola polemica però non si è limitata ad insinuazioni cervellotiche e malevole sulla «gestione» del processo da parte di un settore della difesa ma si è spinta fino a criticare la leale posizione assunta dal compagno avv. La Torre che, avendo precedentemente avvertito il suo assistito, ha con fermezza e coerenza sostenuto l’eccezione di «incompetenza territoriale con conseguente nullità della sentenza istruttoria». Egli ha esordito dicendo: «Sarei ipocrita, io che sostengo che tutta l’istruttoria di questo processo è sbagliata, se mi astenessi dal denunciare il primo atto di essa, cioè la scelta della competenza per territorio con la quale si sono sottratti, trafugati al loro giudice naturale, Valpreda e gli altri».

Ebbene gli ipocriti, gente che si reputa onesta e coerente solo perchè si allinea alla volontà del gregge, perché agisce nella maniera in cui gli altri vogliono che agisca, sono in gran numero, dentro e fuori il palazzaccio di piazzale Clodio ed uno di costoro, neanche il più vile, visto che almeno ha il buon gusto di firmarsi, Paolo Bugialli, ha scritto: «C’è stato uno dei difensori, l’avvocato Placido La Torre, che ha perfino detto di sostenere quella tesi contro il parere del suo difeso, e i casi sono due: o non è vero, e allora non doveva dirlo, o è vero, e allora non doveva farlo».

E’ chiaro e comprovato che è vero, così come è altrettanto chiaro, per chi come noi non può conformarsi a comportamenti ipocriti, che doveva farlo, per coerenza con le proprie convinzioni, per rispetto di se stesso e della linea difensiva che ritiene giusta. Ma non si può pretendere che i polemici da strapazzo o prezzolati un tanto a rigo possano comprendere queste cose.

Quello che invece riteniamo di poter pretendere, soprattutto da chi ammette che il processo Valpreda è un processo politico, voluto e imbastito solo per una sporca «ragion di Stato», è la comprensione ed il rispetto per la nostra assoluta sfiducia nella «giustizia» dei codici, fascisti o no che siano.

Se non rinunciamo a difenderci attaccando per ora con tutte le armi tecnico – giuridiche e politiche che il sistema ci consente non è perché ci attendiamo che in tribunale sia fatta in qualche modo giustizia, dal momento che riteniamo arbitraria ogni limitazione della libertà e liberticida ogni sentenza, ma perchè pensiamo che sia un nostro preciso dovere politico combattere in tutti i modi contro lo Stato sino al suo totale abbattimento.

E lo Stato, soprattutto in certi momenti, si combatte anche mettendolo sotto accusa per i suoi crimini.

Paolo Gambescia, intelligentemente riassumendo sull’«Unità» la cronaca delle prime tre udienze del processo – che hanno fatto registrare altri due precisi attacchi al castello di cartaccia dell’accusa, altre due ben centrate eccezioni di nullità – ha scritto: «Il gioco delle parti non è stato rispettato: l’accusa si difende e la difesa accusa». Bene, per noi questo rovesciamento delle parti è il solo gioco che politicamente possiamo permetterci in un tribunale ed il solo che, se non altro, può consentirci di rifiutare con il dovuto disprezzo ogni sporco compromesso.