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1970 12 3 l’Unità – Smentito su Pinelli il questore riesce però a evitare il confronto. Anche un medico contraddice i poliziotti. di Pierluigi Gandini

10 novembre 2015

1970 12 3 Unità p5 - Smentito su Pinelli il questore copy

Anche un medico contraddice i poliziotti

Smentito su Pinelli il questore riesce però a evitare il confronto

Il dottore che ricevette il corpo dell’anarchico al pronto soccorso anticipa ancora l’ora della morte – Nonostante da più parti la versione di Guida sia contrastata il tribunale rinuncia a interrogarlo – Respinti pure gli altri testi della difesa tra i quali il compagno Malagugini

di Pierluigi Gandini

 

Milano, 2 – Al processo Calabresi-«Lotta Continua», è avvenuto stamane un fatto di eccezionale gravità. Il tribunale ha praticamente ribadito ciò che già avevano implicitamente affermato la procura della Repubblica e l’Ufficio Istruzione milanesi e cioè che la polizia può far tutto quello che vuole e che i cittadini hanno solo il diritto di protestare (entro, s’intende, ben precisi e ristretti limiti). L’ex questore Guida infatti non verrà sentito e ciò proprio nel momento in cui risulta che o mentì spudoratamente lui o mentirono spudoratamente i suoi subordinati. Ma lasciamo parlare i fatti. Dalla apertura dell’udienza alle 9,30 fino alle 11,20 il tribunale delibera in camera di consiglio sull’ammissione dei testimoni richiesti dalla difesa di Lotta Continua e cioè appunto l’ex questore, il compagno deputato Alberto Malagugini, gli anarchici Braschi e Faccioli imputati degli attentati dinamitardi del 25 aprile.

Ed ecco il risultato; il Guida non può essere citato come testimone qui perché già imputato in un procedimento «connesso» e cioè quello intentato contro di lui dai Pinelli per diffamazione e violazione del segreto d’ufficio, quanto al compagno Malagugini egli è testimone in quel processo e potrebbe in ipotesi essere imputato a sua volta per aver «istigato o determinato» l’allora questore a violare il segreto d’ufficio (questa assurda quanto minacciosa ipotesi è ripresa pari pari dagli argomenti della parte civile), infine Braschi e Faccioli non possono essere al tempo stesso imputati del processo degli attentati e testimoni qui.

Tiriamo le somme. Guida non può essere testimone perché già imputato, però per tale imputazione il PM dottor Caizzi ha già chiesto il proscioglimento con formula piena in quanto l’ex questore, dichiarando alla stampa che l’anarchico era responsabile della strage di piazza Fontana, non avrebbe avuto volontà diffamatoria! E così il gioco è fatto. Il massimo responsabile sia del fermo illegale di Pinelli, sia della sua fine comunque avvenuta, sia dell’infamia gettata sulla sua memoria, esce intanto da la comune. Questi sono i diritti dei questori. Nessun diritto invece per i Pinelli, non le garanzie di legge quando l’anarchico fu fermato, non la partecipazione dei familiari all’istruttoria sulla sua morte, non la possibilità di ricorrere contro l’archiviazione, non la condanna del Guida per diffamazione e quindi la riabilitazione ufficiale del loro congiunto non infine il processo pubblico che oggi si celebra solo perché altri cittadini, gli autori di Lotta Continua, accusando il Calabresi di assassinio hanno costretto quest’ultimo a sporgere querela. I Pinelli dunque hanno solo il diritto di piangere e di tacere.

Si comprende a questo punto la sdegnosa protesta dei difensori «Constatiamo con profonda amarezza che il ripetuto impegno del tribunale ad accertare la verità sulla morte del Pinelli ha dei limiti».

E subito dopo ecco l’unico teste della giornata sbugiardare proprio il Guida e i suoi gregari, il medico dr. Nazzareno Fiorenzano che di guardia al «Fatebenefratelli» prese le prime e purtroppo inutili cure all’anarchico agonizzante. Dopo aver riferito in proposito egli afferma testualmente quanto segue: I carabinieri e poliziotti che avevano accompagnato il Pinelli all’ospedale e successivamente il questore Guida in persona, rifiutarono di fornirgli le generalità del ferito sostenendo che non le avevano. Alle domande del medico su come fosse avvenuto il ferimento, risposero che nel corso di un interrogatorio all’anarchico era stata contestata una precisa imputazione (evidentemente la falsa confessione del Valpreda – NdR), che allora egli aveva esclamato «E’ la fine del movimento!» e si era gettato dalla finestra. Il Guida inoltre raccomandò al medico di salvare il ferito, in quanto questi era «importante» per le indagini sulla strage di piazza Fontana.

Ora per rendersi conto della gravità di questa dichiarazione, occorre ricordare che fino ad ora, Calabresi, Allegra e tutti i poliziotti testimoni oculari, hanno sostenuto che il «suicidio» avvenne non durante, ma alla fine dell’interrogatorio e che la famosa contestazione «Valpreda ha confessato» con la risposta del Pinelli «E’ la fine dell’anarchia!» erano avvenute ben quattro ore prima della caduta. Non basta. Il segretario di Allegra, appuntato Antonio Quartirolo, aveva affermato di essersi recato all’ospedale e di essere rimasto nella stanza di PS fino alla morte di Pinelli, «per fornire le generalità del ferito». Ebbene il medico come abbiamo visto ha decisamente smentito.

Ora siccome il dottor Florenzano, non ha ragione di mentire è chiaro che i poliziotti hanno deposto il falso. Ma il PM dott. Guicciardi non batte ciglio, non chiede neppure un confronto e il presidente consigliere Biotti, che ha già ammonito il teste ad attenersi ai fatti (unico monito rivolto fino ad ora) sembra quasi seccato e chiede al dottor Fiorenzano «Ma chi precisamente le disse le cose che ci ha riferito?» e il teste «Il dottor Guida che conoscevo di vista e che mi fece chiamare e gli accompagnatori giunti prima di lui usarono quasi le stesse parole».

Non basta ancora. Arriva in aula un documento della procura della Repubblica, il quale conferma che la convalida del fermo (mai segnalato) del Pinelli fu chiesta dalla questura alla stessa procura il 14 dicembre e cioè due giorni dopo che l’anarchico era stato prelevato e un giorno e mezzo prima che morisse, e quindi che il fermo era illegale. Fu quindi fatto un rapporto alla procura generale di cui la procura della Repubblica non conosce l’esito. E la procura generale benché da dieci giorni ormai sollecitata dal tribunale a far conoscere tale esito non ha ancora risposto. Così come non ha risposto il ministero degli Interni su quella inchiesta amministrativa sulla morte di Pinelli che non interrogò nessuno degli agenti testimoni oculari.

E l’udienza si chiude con l’esibizione da parte dei difensori di Lotta Continua di un parere dei professori Benedetto Terracini di Torino e Enrico Turolla di Milano sull’accertamento medico legale compiuto sul cadavere del Pinelli nel corso dell’inchiesta del PM dott. Caizzi conclusasi con l’archiviazione. I professori affermano che quell’accertamento è del tutto insufficiente per stabilire le cause della morte.

 

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1969 12 16 Paese Sera – Scherzava con tutti, come un bambino. L’anarchico suicida era un tipo calmo, sempre allegro: adorava le due figliolette. di Giancesare Flesca

21 ottobre 2015

1969 12 16 Paese Sera - Scherzava con tutti 

L’anarchico suicida era un tipo calmo, sempre allegro: adorava le due figliolette

Scherzava con tutti, come un bambino

La moglie colta da choc: è una donna stimata e coraggiosa, che lavora alla «Cattolica» – Non ha detto nulla alla vecchia madre di Giuseppe Pinelli – I compagni di lavoro dell’anarchico sono tutti del parere che egli non c’entri con la strage nella Banca dell’Agricoltura – Aveva una sola passione, il giuoco delle carte: leggeva molto (autori anarchici), ma non era mai stato considerato un «attivista» La sua fedina penale è pulitissima, ma la PS lo considerava «sovversivo pericoloso»

di Giancesare Flesca

 

Milano, 16. – Si fa presto a dire «è lui» ora che il Pinelli Giuseppe, anarchico della Ghisolfa, è lungo disteso all’obitorio di via Gorino. Si fa presto a immaginarlo mentre entra, la barbetta rasa intorno al mento, l’aria cupa e assorta del terrorista, nella grande sala di piazza Fontana, deporre il suo carico mortale, fuggire e tornare come se nulla fosse ai suoi panni quotidiani, l’uniforme grigia da ferroviere. Ma ci vogliamo giurare, dott. Guida? Vogliamo davvero metterci la mano sul fuoco? Perché il capo della Mobile, Allegra, è partito stamattina per Roma in aereo con un personaggio «misterioso?».

E sono bastate queste frasi, affrettate e approssimative, per far gridare ai giornali di oggi: «Ci siamo». L’attentatore, il criminale dinamitardo è lui, Giuseppe Pinelli, anni 41, anarchico «individualista», assiduo frequentatore di ambienti «sovversivi» internazionali, lettore accanito di Bakunin e di Malatesta, padre di famiglia senza scrupoli e senza pietà verso le sue due bimbe. Il rimorso, la convinzione di essere finito, spacciato, è arrivato in extremis, quando ormai era in trappola. Nell’intervallo fra la firma di un verbale (una confessione? una discolpa? la polizia non ce lo ha fatto vedere né sembra intenzionata a farlo) e un nuovo interrogatorio, non appena un sottufficiale di PS ha fatto un nome, quel nome che lui temeva, avrebbe spiccato un balzo dalla finestra e si sarebbe ucciso. Requiem per un mostro, dunque, ora si può respirare tranquilli, torniamo pure al cinema, ai supermarket, nelle banche, il cervello o comunque uno degli anelli più importanti della sciagurata organizzazione criminale è bello che andato, il suo suicidio equivale a una confessione. «Ma è davvero questo il significato da dare al tragico balzo del Pinelli?» ha chiesto stamane un giornalista francese al dott. Zagari dell’ufficio politico della questura. «E’ fuori dei dati di fatto, io non rispondo»: è stata la risposta del funzionario.

Consideriamolo pure riserbo di subalterno, ma certamente questa affermazione è una marcia indietro notevole rispetto alle dichiarazioni di ieri notte del questore Giuda. Le ragioni? Gli indizi, ancora sono meno che nulla: e poi c’è la personalità del Pinelli, la personalità che noi abbiamo ricostruito stamane in un lungo giro per la sua Milano, quella dove viveva. Un viaggio che gli investigatori, certamente, avranno fatto – o avrebbero dovuto fare – prima di noi.

Pinelli fu fra i primi fermati
la notte di venerdì. Non era un
pregiudicato, la sua fedina penale è bianca come un lenzuolo (e non a caso in questura 
nessuno riesce a tirar fuori la
 sua foto), il suo passato limpido come l’acqua. Colpe ne aveva, questo sì agli occhi dei
«ghisa»: era o non era il responsabile, il cassiere del circo
lo anarchico del Ponte sulla
 Ghisolfa? Professava o non professava in pubblico le sue idee
«sovversive»? Non dimentichiamo che qui a Milano, il giorno 
in cui i fascisti scatenarono la
 caccia allo studente, la questura 
uscì con un comunicato in cui
 si diceva che «i cittadini si erano difesi dai sovversivi». Non
 dimentichiamo che fin dal primo
 momento le indagini per l’attentato di piazza Fontana erano 
state indirizzate verso gli ambienti anarchici: le categoriche 
affermazioni della prima sera 
del dott. Calabrese, poi smentite dal questore, lo confermano.
 «Sovversivo» anche lui, dunque,
 il Pinelli Giuseppe, già ascoltato 
(per la prima volta in vita sua,
 lui che avrebbe avuto contatti con l’anarchismo internazionale fin dalla adolescenza) dai poliziotti in occasione dell’attentato alla Fiera di Milano il 25 aprile. Sovversivo con tanto di etichetta, con una fedina politica, se non penale, chiaramente macchiata da tanta colpa.

Cerchiamo dunque le tracce di questo pericoloso personaggio alla stazione di Ponte Garibaldi (una stazione secondaria) dove sudava la vita a centomila lire il mese, capo manovratore, in squadra con altri due operai, turni rotanti di otto ore per squadra, 46 ore per settimana. «Era una persona umanissima – dice Aldo Cervini, capo tecnico come lui – bisognava vederlo sul lavoro, aiutava i bambini delle colonie che transitavano da qui andando verso il mare o verso i monti, portava da bere alle bestie che sostano sui carri bestiame per notti intere. Non ci pensava nessuno, a quei poveri animali; lui sì. Guardi, io lo conoscevo bene; sono stato anche in villeggiatura con lui, a Senigallia. Adorava le sue figlie; bisognava vedere cosa faceva per loro. No, scriva pure che per me non è stato lui: aveva un animo troppo nobile e troppo buono».

Parole di un collega, per quello che valgono. Magari – dirà il poliziotto – erano della stessa pasta, tutti eguali questi ferrovieri con una tradizione anarchica-rivoluzionaria alle spalle. Sentiamo allora il primo capostazione dottor Longo, il dirigente da cui Pinelli dipendeva direttamente: «Era un lavoratore, una persona seria, scrupolosa e attenta sul lavoro. In dieci anni che lo conoscevo io, non mi ha mai piantato una grana, non si è mai fatto sorprendere in fallo. Sono ancora sotto choc per quanto è avvenuto. Scioperi? – Scioperi, sì, come tutti gli altri. Quando il sindacato decide, qui, si fermano tutti. Ma a me non risulta assolutamente che fosse un propagandista  politico».

A questo punto si potrà anche tirar fuori la vecchia storia dell’anarchico, del rivoluzionario in abito anonimo; oppure quella, ancora più vecchia, della doppia personalità del criminale. Andiamo perciò a vedere la vita del Pinelli sul luogo del lavoro politico, dove teneva le sue riunioni con i compagni di fede. Il circolo anarchico «Ponte della Ghisolfa» è in piazzale Lugano n. 31: un palazzo a sei piani di fronte a un vialone su cui si affacciano alcune grosse industrie (la Face, la Montecatini e la SIS). Il circolo è chiuso, serrato automaticamente fin dalle prime ore di stamane (ma nei giorni scorsi ha funzionato regolarmente). Per raggiungerlo bisogna attraversare un sottoscala buio e polveroso, da una parte la botteguccia di un falegname calabrese, dall’altra il centro “sovversivo”. – «Non c’è nulla – dice Pasquale Giambocino, l’artigiano della porta a fianco -. Vengono qui la sera tardi, parlano, discutono, qualche volta alzano anche la voce. Ma sembrano brava gente, non li credo capaci di un delitto simile». Andando via, un’occhiata attraverso una fessura mostra una sala imbiancata a calce, seggiole ammucchiate in disordine, pareti sovrastate da manifesti dove è scritto: «Gioventù è anarchia».

Fuori dal portone, un capannello di gente. C’è anche Aurelio Comini, gestore di una latteria a pochi passi da qui. «Il barbetta? – Eh, se lo conosco! Veniva in latteria, beveva un caffè, più spesso un cioccolato; qualche volta si fermava a giocare a carte con me oppure con altri ferrovieri. Non lo vedo proprio con una bomba in mano». «Era come un bambino – gli fa eco il gommista del portone a fianco, che ha affittato il seminterrato al circolo anarchico. – Scherzava sempre, era allegro con tutti».

Una personalità, dunque, abbastanza lineare. Un uomo qualunque, una vita qualunque. Una casa come le altre, un orribile quartiere di cemento senza verde alla periferia di Milano (palazzine IACP), via Preneste 2, ai confini con S. Siro. Nell’atrio del fabbricato, un grande quadro di vetro col nome degli inquilini: ci sono i Brambilla, i Motta, i Rossi: nomi milanesi come tanti. Sotto l’etichetta Scala A, al secondo piano, c’è il nome dei Pinelli. La sorte ha voluto che proprio sotto di lui, al piano rialzato, abitasse un Sacco. Sarà anche questo, per gli inquirenti, un «indizio importante»? – Qualche ora fa un cronista impietoso ha dovuto bussare alla porta dell’appartamento del secondo piano. La moglie del Pinelli credeva fosse il marito: l’aveva visto ieri mattina in questura, gli era sembrato sereno, tranquillo: le aveva chiesto notizie delle bambine e della mamma. Gli agenti erano venuti in casa a inquisire, ma non avevano trovato nulla di compromettente, tutto normale, tutto a posto. Qualche copia di “Umanità Nuova”, qualche volantino anarchico, nulla di più. Quando ha saputo della morte di Giuseppe, la donna si è lasciata andare per un momento, poi ha ritrovato il coraggio (è una donna che lavora dieci ore al giorno, copia a macchina le tesi di laurea degli studenti della Cattolica), ha tranquillizzato la vecchia madre del marito, ha rimesso a dormire le bimbe, 5 e 7 anni. Poi, per sfuggire alla curiosità e al pellegrinaggio di fotografi e giornalisti, la Licia Pinelli è andata via. «E’ una donna meravigliosa – dice la sua vicina di casa – signora Farinetti, moglie di un pensionato. Lavora tutto il giorno e in più manda avanti la casa. Sembravano persone tanto normali, tanto a modo. Si volevano bene, mai una lite, mai un urlo».

Questo il quadro, la prima ricostruzione della fisionomia umana di Giuseppe Pinelli, un uomo che, se avesse messo la bomba, sarebbe da considerare un mostro. «Ma – si dice – era un anarchico individualista, capace quindi di qualsiasi nefandezza per il trionfo della sua causa». Innanzitutto: che cosa vuol dire anarchico «individualista»? La divisione tra individualisti e collettivisti nel movimento anarchico, risale al primo dopoguerra: se ne trova traccia soprattutto negli Stari Uniti, dove alcuni gruppi di emigrati detti appunto «individualisti» contestavano l’insegnamento del collettivista Malatesta. Furono anarchici individualisti, fuorviati da agenti provocatori, quelli che, nel ’21, misero la famosa bomba al cinema Diana. Ma volevano colpire il questore Gasti, fu solo per un tragico errore che la bomba uccise numerosissimi spettatori. L’attentato di venerdì, invece, era chiaramente destinato a provocare una strage. Anarchici individualisti anche, a quanto pare, l’architetto Giovanni Corradini e la moglie Eliane Vinci Leone, arrestati insieme con altre cinque persone per l’attentato alla Fiera di Milano dell’aprile scorso e rilasciati in questi giorni perché, a loro carico, non è stata trovata alcuna prova.

Ma se ripercorriamo all’indietro la storia di questi gruppetti anarchici, particolarmente numerosi a Milano (il Pinelli frequentava due circoli, quello della Ghisolfa e quello di via Scaldasole: in quest’ultimo fu fermato la sera di venerdì scorso) ci accorgeremo che la loro tematica, il loro impegno di lotta, non va certo in direzione degli attentati e delle bombe, anzi, da qualche tempo a questa parte, i movimenti anarchici, specie quelli giovanili, hanno centrato la loro azione sul tema della lotta anti-autoritaria e dei diritti civili: vaste campagne antimilitariste (che sono valse arresti per vilipendio a non finire), propaganda in favore dell’obiezione di coscienza, partecipazione attiva e responsabile – molto spesso più responsabile di quella dei gruppetti maoisti od operaisti – agli scioperi sindacali. Il 25 maggio ’68, in un incontro fra studenti anarchici avvenuto qui a Milano, proprio al circolo del ponte della Ghisolfa, fu definita una base d’intesa su una piattaforma di lotta antiautoritaria, e si escluse allora nella maniera più categorica – risulta dai documenti – ogni metodo di azione diretta o violenta. Ogni volta che la questura ha arrestato qualcuno di loro, gli anarchici – individualisti o malatestiani che fossero – hanno risposto con lunghi scioperi della fame (l’ultimo, davanti al Palazzo di Giustizia, si è concluso qualche giorno fa) non certo con le bombe. Per tutta la catena di attentati avvenuta negli ultimi tempi a Milano, mai una volta si sono raggiunte prove convincenti di responsabilità nei confronti degli anarchici. Quando la questura li ha incolpati, la magistratura li ha sistematicamente prosciolti.

 

 

1971 06 19 l’Unità p5 – Altro rinvio per la perizia su Pinelli. Si deciderà ad ottobre – Posizione del Consiglio superiore della magistratura sul caso Biotti

18 ottobre 2015

1971 06 19 Unità p5 - Altro rinvio per la perizia su Pinelli

Mentre lo scandalo si allarga

Altro rinvio per la perizia su Pinelli

Si deciderà ad ottobre – Posizione del Consiglio superiore della magistratura sul caso Biotti

 

Milano, 18 – Come previsto, la decisione relativa alla perizia sui resti di Pinelli, che avrebbe dovuto essere presa oggi, è stata rinviata al 6 ottobre prossimo. E’ noto che, dopo l’ordinanza del tribunale presieduto dal consigliere Biotti che disponeva l’accertamento, il patrono di Calabresi, avvocato Lener, aveva sollevato incidente di esecuzione per contestarlo; e tale incidente avrebbe dovuto essere discusso dallo stesso tribunale in camera di Consiglio, appunto nel pomeriggio di oggi.

Se non che nel frattempo lo stesso Lener ha chiesto ed ottenuto dalla corte di Appello la sostituzione del presidente Biotti, questi da parte sua è ricorso in Cassazione; e così, rimanendo aperto il procedimento di ricusazione, il problema della perizia non ha potuto essere risolto.

Nel palazzo di Giustizia intanto, dopo la giustificata protesta dei due magistrati Martino e Bruti Liberati coinvolti nello scandalo senza possibilità di difendersi, e il ricorso al Consiglio superiore degli altri due magistrati, Caizzi e Amati, responsabili dell’archiviazione del caso Pinelli, e per questo attaccati da un gruppo di uomini di cultura, si moltiplicano i commenti e le reazioni.

Tra queste ultime occorre segnalare le raccolte di firme promosse apparentemente da singoli avvocati a favore di Biotti come del Caizzi e dell’Amati. Diciamo subito che queste iniziative rischiano di essere interpretate come una forma di servilismo clientelare.

Intanto il consiglio superiore della magistratura ha reso noto che in relazione alla deliberazione adottata nella seduta di ieri 17 giugno di inizio di procedura di trasferimento di ufficio del dott. Carlo Biotti e di sospensione della procedura di promozione dello stesso a consigliere di cassazione, accogliendo la richiesta già da tempo formulata dal consigliere Adolfo Berie d’Argentine, sta compiendo approfondite indagini per accertare quale fondamento abbia quanto si è detto e scritto sul conto del medesimo consigliere Beria con riferimento al processo Calabresi-Baldelli.

 

 

1971 03 22 Unità – Processo a 6 anarchici per discutibili indizi. Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

10 giugno 2015

1971 03 22 Unità Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

 

Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

Sono accusati di essere responsabili di attentati in mezza Italia – Una istruttoria che è connessa a quella sulla strage di piazza Fontana e sul caso Pinelli

 

MILANO, 21 marzo – Il processo contro gli anarchici accusati degli attentati del 25 aprile ’69 a Milano, e diversi altri commessi in diverse città, avrà inizio domani alla seconda sezione della Corte di assise, sempre che lo sciopero degli avvocati non porti a un rinvio. Nella gabbia saranno sei giovani: Paolo Braschi, Angelo Pietro Della Savia, Paolo Faccioli, Tito Pulsinelli, Giuseppe Norscia,Clara Mazzanti; a piede libero, l’editore Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega, che probabilmente non compariranno.

Le accuse contro i primi sei sono gravissime: associazione a delinquere, furto e detenzione di esplosivi, fabbricazione di ordigni, strage (dodici episodi), esplosioni a scopo terroristico (sei episodi), lesioni volontarie aggravate ai danni di due persone. L’evidente sproporzione fra il numero delle vittime e le accuse di strage, derivano dal fatto che per il nostro codice, quel reato è «di pericolo» e si concreta quindi nel momento stesso in cui viene deposto l’ordigno che possa determinare una strage, indipendentemente dalle conseguenze concrete.

Gli attentati furono commessi a Milano, Genova, Torino, Livorno, Pisa e Padova fra l’aprile ’68 e l’aprile ’69. Ai Feltrinelli infine si addebita di ave testimoniato il falso, fornendo un alibi al Della Savia e al Faccioli.

Impossibile qui riassumere la ricostruzione dei fatti e la motivazione delle accuse che occupano ben 97 pagine fittamente dattiloscritte della sentenza istruttoria. Per il giudice, comunque, le prove sono fornite principalmente dalle contraddizioni e dalle reciproche chiamate di correo degli imputati; dalle accuse di una «supertestimone», Rosemma Zublena, già amica del Braschi; dalla qualità degli esplosivi e dai particolari di fabbricazione degli ordigni che sarebbero gli stessi nei vari attentati; dall’identità delle scritture nei volantini lasciati sui luoghi delle esplosioni e nella corrispondenza degli imputati; infine dall’amicizia e affinità ideologica tra questi ultimi. Il che fa prevedere un processo largamente indiziario.

Ma occorre soprattutto ricordare che l’istruttoria, quanto mai discussa, costituì, per così dire, la premessa alle successive istruttorie sugli attentati del dicembre ’69 e sul caso Pinelli. Fra i personaggi infatti, troviamo lo stesso magistrato istruttore, dottor Antonio Amati che, appena avuta notizia dell’eccidio di piazza Fontana, telefonò alla polizia per indirizzarla sulla traccia degli anarchici; Pietro Valpreda, il cui nome emerse appunto dall’istruttoria sugli attentati del 25 aprile, e che venne quindi arrestato proprio sull’uscio del giudice Amati, quale maggiore indiziato della strage di Milano; i commissari Calabresi e Allegra, protagonisti di tutte le indagini; Nino Sottosanti detto «il fascista», dapprima testimone a favore di Pulsinelli, poi coinvolto negli accertamenti su piazza Fontana, ed ora testimone (dovrà essere sentito martedì prossimo) al processo Calabresi- Lotta continua, sulla morte di Pinelli; infine gli stessi anarchici oggi imputati, e che sono stati ugualmente richiesti come testimoni dai difensori di Lotta continua.

Come si vede, è un fittissimo quanto oscuro intreccio che potrebbe avere una radice comune; tanto più se si pensa che dagli arresti degli anarchici prese il via la campagna reazionaria contro l’autunno sindacale, culminata poi nella morte dell’agente Annarumma (tuttora avvolta nel mistero perchè il preannunciato deposito della richiesta di archiviazione non ha avuto luogo) e nella strage di piazza Fontana (per la quale si attende ancora il processo a Valpreda).

Il dibattimento, che inizierà domani, sarà quindi utile se consentirà all’opinione pubblica di cominciare a veder chiaro in quegli episodi che tanto servirono alla famigerata tesi degli «opposti estremismi»; oltre che naturalmente per stabilire le vere responsabilità degli imputati, in galera ormai da due anni. Certo non sarà facile, anche perché – vedi caso – il presidente della seconda sezione della Corte di assise, dottor Paolo Curatolo e il giudice a latere dottor Roberto Danzi, sono gli stessi che lo scorso anno condannarono il giornalista Piergiorgio Bellocchio. (Già, perché la prima sezione della Corte di assise, da quando assolse un antimilitarista, non riceve più processi politici; una protesta dei suoi giudici contro la polizia che aveva preteso di conoscere i loro nomi, cognomi e indirizzi, è stata lasciata cadere dal Consiglio superiore della magistratura; e l’antimilitarista è stato condannato in appello).

Pubblico ministero sarà il dottor Antonino Scopelliti, lo stesso che ignorò le torture dei carabinieri di Bergamo, e che ora dovrebbe condurre anche la grossa istruttoria sull’inquinamento delle acque (come potrà fare tutto, è un altro mistero della procura milanese).

 

 

1971 03 30 Unità – «Calabresi mi picchiava durante l’interrogatorio». La deposizione di un anarchico al processo di Milano

9 giugno 2015

1971 03 30 Unità Calabresi mi picchiava durante l'interrogatorio

 

La deposizione di un anarchico al processo di Milano

«Calabresi mi picchiava durante l’interrogatorio»

L’episodio sarebbe avvenuto nei locali della questura. Il calderone dell’istruttoria – Una strana «supertestimone» – La figura di Giuseppe Pinelli

 

Milano, 29. – Al processo degli anarchici, l’interrogatorio degli imputati (rientrati al completo in aula), comincia a sollevare il coperchio di quel calderone che fu l’istruttoria; un calderone in cui finirono i più disparati ingredienti: incoscienza giovanile e infantilismo politico, «giri » pseudo-artistici e pseudo-intellettuali, vendette di donna, e infine, sotto varie forme, la provocazione. Il fatto più impressionante è che già dall’udienza di stamane, emergono nomi noti e comuni ad altre vicende: il commissario Calabresi e il brigadiere Panessa dell’ufficio politico della questura, l’anarchico Pinelli, che legherà il primo alla sua morte, il ballerino Valpreda, principale imputato della strage di piazza Fontana, e persino il presidente Saragat e il ministro Restivo, tirato in ballo dalla «supertestimone» Rosemma Zublema.

Ma ascoltiamo Paolo Braschi, un ragazzo livornese, che dimostra molto meno dei suoi ventisei anni ed ha alle spalle una famiglia povera e solo la quinta elementare. Deve rispondere di associazione a delinquere, furto di esplosivi da una cava di Grone (Bergamo) nel novembre ‘68, fabbricazione di ordigni esplosivi, quattro episodi di tentata strage.

Il Braschi, che già aveva ritrattato in istruttoria, nega tutto, ammettendo solo di aver trovato casualmente nei pressi di Livorno dell’esplosivo, che nascose per evitare guai, e che fu rinvenuto dalla polizia. Se la sua difesa non sembra troppo convincente su alcune circostanze, appare invece sincera su certe singolari vicende dell’istruttoria.

Conobbe dunque la «fatale» Zublema nella casa milanese dei coimputati Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti; e la donna mostrò subito uno spiccato interesse nei suoi confronti. Lui non se la sentiva di corrispondere («bastava guardarla per capire che non potevo avere una relazione con lei!»). Ma per compassione, e per evitare scene, la vide varie volte.

Il presidente, dottor Curatolo, lo interrompe: «Ma per quale ragione la Zublema dovrebbe accusarla falsamente?».

Braschi: «E chi la capisce! Io non sono né uno psicologo né uno psicanalista. E’ una donna molto contraddittoria come risulta dalle lettere che produrranno i miei avvocati: da un lato afferma di volermi bene e di credere alla mia innocenza; dall’altro sembra odiarmi e mi lancia accuse non solo false ma ripugnanti…».

Il presidente insiste: «E come spiega le accuse di suo fratello Carlo, del Della Savia davanti al giudice svizzero quando fu arrestato in quel paese, infine le sue stesse ammissioni, circostanziate almeno su alcuni episodi?».

Braschi: «Il Della Savia spiegherà lui quel che ha detto. Mio fratello ha ritrattato. Per quanto mi riguarda, occorre tener presente l’atmosfera di violenza in cui fui precipitato fin dal primo momento. Mi arrestarono a Livorno; subito mi portarono a Pisa, dove volevano attribuirmi gli attentati commessi in quella città e sapere l’indirizzo del coimputato Pulsinelli; alla mattina ero a Milano dopo una notte di interrogatori. A San Vittore a appena terminata la rivolta del 1969 e le guardie si sfogavano sui detenuti. Durante gli interrogatori, Panessa mi teneva fermo e Calabresi picchiava, minacciava di gettare in galera mia madre, di mettermi della droga in tasca».

Presidente e PM contestano: «Ma perché non parlò di questi maltrattamenti ai due PM e al giudice istruttore, davanti ai quali pure ritrattò almeno parzialmente le ammissioni?».

Braschi: «Perché non distinguevo fra magistrati e poliziotti. Infatti fra il primo e il secondo interrogatorio del PM. Calabresi venne in carcere e mi avvertì che se avessi parlato dei maltrattamenti, mi avrebbe imputato anche di calunnia. Inoltre mi sconsigliò dallo scegliere avvocati politici. Poi ci si mise anche la Zublema, che, ottenuto un permesso di colloquio in carcere, tentò di convincermi ad accusare gli altri imputati, dicendo che lei in Vaticano e nei ministeri era di casa, che avrebbe parlato con Saragat e con Restivo, infine che avrebbe testimoniato anche il falso per salvarmi poiché ormai c’era di mezzo il Sifar; ma dovevo prendere avvocati indipendenti lasciando i miei e diffidando anche di Pinelli, che si occupava di me. Il bello è che la Zublema si mostrava al corrente di circostanze che persino il mio difensore ignorava».

 

1971 04 9 Unità – Valpreda: «mi trovo in cella da 16 mesi per una provocazione» di p.l.g.

9 giugno 2015

1971 04 9 Unità Valpreda Mi trovo in cella da 16 mesi per una provocazione

 

Il processo di Milano agli anarchici

Valpreda: «mi trovo in cella da 16 mesi per una provocazione »

La polizia gli aveva chiesto di accusare il Braschi – Gli imputati gridano: Valpreda è innocente, le bombe sono dei padroni – Il negoziante che aveva venduto nitrato di potassio non riconosce gli accusati – Il fratello del giovane imputato Paolo Braschi ritratta le accuse

Milano, 8. – Pietro Valpreda è venuto al processo degli anarchici; sarebbe più esatto dire che è tornato poiché il suo nome e la sua figura emersero proprio nel corso degli accertamenti sugli attentati del ’68 e del ’69. Attribuiti agli imputati. Alle 9,25, con un leggero forse precauzionale anticipo sulla abituale apertura dell’udienza, Valpreda entra in aula seguito da un codazzo di carabinieri. Piccolo, basette lunghe, capelli fluenti sulle spalle, calzoni e giubbetto blu, l’anarchico pare esasperato. Infatti, ancor prima di sedersi sulla sedia dei testimoni, esclamava: «Vorrei proprio sapere perché da quando son giunto a Milano, mi tengono in cella di isolamento!».

Il presidente dott. Curatolo, risponde: «Non ne so nulla…forse perché il suo processo a Roma è ancora in istruttoria..».

Ma prima di riferire l’interrogatorio, sarà forse bene ricordare i precedenti. Dunque, l’imputato Paolo Braschi, dopo lo arresto, firmò un verbale in cui dichiarava d’aver confidato al Valpreda di essere l’autore di alcuni attentati. Così il ballerino venne fermato e subito negò (ma negli ambienti anarchici la sua deposizione suscitò equivoci e diffidenze che, a quanto sembra, furono condivise anche dal Pinelli). Valpreda quindi fu rilasciato; ma successivamente il consigliere istruttore dott. Amati, lo incriminò insieme con Leonardo Claps e Ajello d’Errico per vilipendio al pontefice in relazione ad un volantino. Il 15 dicembre ’69 e cioè tre giorni dopo la strage di piazza Fontana, egli si presentò, per questa accusa, dal dott. Amati; all’uscita dello studio del magistrato, fu tratto in arresto quale sospetto autore della strage. Questi i precedenti che confermano ancora una volta gli oscuri legami esistenti fra gli attentati del 1968-1969, l’eccidio di piazza Fontana e il caso Pinelli.

Ed ecco le risposte di Valpreda. «Conobbi il Braschi al convegno anarchico di Massa Carrara del ’68 e lo rividi qualche volta al circolo del Ponte della Ghisolfa e in Brera («imputati e testi non dicono mai: a Brera» – n.d.r.)… Non mi fece alcuna confidenza; voglio anzi specificare che non mi parlò mai degli attentati al palazzo di giustizia di Livorno e all’ufficio annona di Genova… Quanto al Pietro Della Savia, lo conosco fin da ragazzo perché una volta venne col fratello Ivo al teatro Smeraldo dove io lavoravo… Poi, dopo anni che non lo vedevo lo incontrai qualche volta a Milano. … Ivo lo rividi nel maggio-giugno ’69 a Roma, in casa di un compagno… Faccioli non lo conosco… il Pulsinelli lo vidi qualche volta alle riunioni della gioventù libertaria al circolo del Ponte della Ghisolfa… Mai conosciuto il Norscia, la Mazzanti, l’editore Feltrinelli e la moglie di questi, Sibilla Melega… Tornando alle confidenze del Braschi, vorrei spiegare a questa giuria democratica come avvengono gli interrogatori di polizia: c’è il tecnico, seduto, che fa le domande cortesi; poi ci sono il duro e l’insinuante… ».

Il P.M. Scopelliti, interrompe: «Questo non c’entra».

E Valpreda: « C’entra si, perché a me non contestarono un regolare verbale del Braschi cui avrei potuto rispondere; mi dissero solo che bastava che io lo accusassi… Questa è una provocazione ed è per questa che da 16 mesi io sono in cella innocente! Se nessuno le ha dette queste cose, chi le ha inventate? Maria bambina?».

Il presidente, tentando di calmarlo: «Lei qui è sentito come testimone… ».

E l’anarchico: «Già, ma non sono trattato come testimone…».

I carabinieri fanno cerchio e Valpreda si avvia verso l’uscita: Della Savia. Faccioli, Braschi e Pulsinelli scattano in piedi nella gabbia, e scandiscono: «Valpreda è innocente! Le bombe sono dei padroni!».

Seguono testimoni piuttosto imbarazzanti per gli imputati, Marrio Gessaghi, negoziante in via Lanzone 7, riconobbe in una foto del Della Savia il «capellone» che era venuto a diverse riprese ad acquistare mezzo chilo o tre etti di nitrato di potassio, l’ultima volta probabilmente nell’aprile ’69. Il negoziante vide una volta anche il Faccioli. Adesso non è in grado di riconoscere gli imputati perché si sono tagliati i capelli.

Ed ecco, ultimo testimone della giornata, il fratello dell’imputato Paolo Braschi, Carlo, di 24 anni. Questi, fermato a suo tempo come indiziato, rese alla polizia una gravissima deposizione: il Paolo, tornato a Livorno per le vacanze natalizie del ’68, gli aveva confidato la sua intenzione di mettere una bomba al locale palazzo di giustizia; poi sotto i suoi occhi, aveva confezionato l’ordigno; infine la mattina seguente, gli aveva confermato l’avvenuta esplosione. Non basta. Il Paolo gli aveva detto di aver rubato lo esplosivo in una cava del bergamasco; poi da altri amici, lo stesso Carlo aveva appreso che parte dell’esplosivo era stata nascosta nei dintorni di Livorno, dove fu trovata. Successivamente, davanti al giudice istruttore, il Carlo Braschi ritrattò in blocco. Adesso conferma la ritrattazione: le accuse gli erano state suggerite dalla polizia, approfittando del suo stato di prostrazione.

Il dibattimento è rinviato al 20 aprile prossimo.

1971 04 21 Unità – Anarchici: accusato di falso il verbale della questura. di Pierlulgi Gandini

7 giugno 2015

1971 04 21 Unità anarchici accusato di falso il verbale della questura

E’ ripreso il processo dinanzi al tribunale di Milano

Anarchici: accusato di falso il vcrbale della questura

L’istanza è stata presentata ai giudici dall’imputato Paolo Faccioli – La deposizione dei poliziotti – La misteriosa vicenda di un foglietto «dinamitardo» – Il maresciallo Panessa fa il duro

 

 

Milano,20 – Il processo contro gli anarchici accusati degli attentati del 68 e del 69, è ripreso stamane e la corte ha affrontato uno dei tanti misteri della vicenda. Esiste agli atti un verbale di perquisizione dal quale risulta che nel domicilio pisano dell’imputato Paolo Faccioli, venne sequestrato dalla polizia un foglietto recante lo schema e le istruzioni relativi per ordigni esplosivi.

Il Faccioli, nell’interrogatorio reso all’inizio del processo, aveva sostenuto invece che tale foglietto gli era stato trovato in tasca all’ufficio politico della questura di Milano, senza che lui riuscisse a spiegarsene la provenienza.

Così sull’episodio si ascoltano il brigadiere Erminio Angeletti e il maresciallo Salvatore Fillinceri, della questura livornese, che effettuarono la perquisizione nelle abitazioni del Faccioli a Pisa e dell’altro imputato Paolo Braschi a Livorno, e che infine accompagnarono entrambi a Milano.

Altro teste in proposito il maresciallo Vito Panessa dell’ufficio politico milanese, gia noto per essere stato uno di coloro che interrogavano Pinelli.

I poliziotti i negano di aver trovato il foglietto a Pisa e sostengono che questo fu rinvenuto a Milano appunto nella tasca del Faccioli. Il Panessa da parte sua conferma. Ad un certo momento durante gli interrogatori a Milano, il Faccioli chiese di andare al gabinetto. Prima di acconsentire alla richiesta, i poliziotti ambrosiani chiesero al colleghi livornesi se avessero già perquisito il giovane; la risposta fu che ci si era limitati ad un controllo sommario per vedere se il fermato portasse armi. Il Faccioli fu perciò nuovamente perquisito e saltò fuori il famoso foglietto.

I difensori contestano: «E allora come mai esso figura nel verbale di perquisizione e sequestro a Pisa?».

E Panessa: «Dev’essere stato uno sbaglio. Sa, nell’amore per il lavoro!».

Per completare il pasticcio, l’originale rimase a Milano e una fotocopia fu inviata a Livorno. Disguido o qualcosa di peggio. Comunque, al cancelliere viene consegnata una dichiarazione dal Faccioli, il quale impugna per falsità il verbale di perquisizione e di sequestro, perchè il foglietto, come abbiamo visto, non fu rinvenuto a Pisa ma a Milano, non nell’abitazione ma nella tasca dello stesso Faccioli, non il 28 aprile 1969 ma il giorno successivo. La corte si riserva.

Al Panessa poi si chiedono particolari sugli interrogatori milanesi del Braschi e del Faccioli. E l’impeccabile poliziotto: «Furono trattati secondo la coscienza e la legge». Il Braschi dalla gabbia: «Si, a furia di botte».

E il Panessa, duro: «La verità è che, dopo qualche reticenza, il Braschi si mostrò molto loquace, soprattutto per quanto riguardava il Faccioli. Adesso, è inutile che tenti di rifarsi una verginità politica!».

I difensori incalzano: «E’ vero che gli fu spaccato un labbro? Comunque è vero che fu visitato da sua madre?»

Panessa: «Si, la madre venne ma, vedendo che dormiva sotto una coperta, non volle svegliarlo».

Questa volta è il Faccioli ad esplodere: «Digli un po’ perché ero sotto la coperta e com’era la mia faccia?».

E’ la volta del dirigente dell’ufficio politico di Livorno dott. Enrico Benevento. «Io non mi trovavo in quella città all’epoca in cui fu commesso l’attentato contro il palazzo di giustizia. Mi avvertirono che si sospettava del Braschi, il quale faceva parte della gioventù libertaria, estrema sinistra degli anarchici. Rompendo gli indugi, effettuammo una perquisizione in casa del giovane e trovammo un percussore a molla, dello stesso tipo di quelli usati dai terroristi alto-atesini. Certo, lui disse che probabilmente apparteneva al Faccioli».

Il Braschi scatta: «Non è vero io in un primo verbale negai tutto. E il secondo, dove si dice che accusai il Faccioli, non reca neppure la mia firma».

L’udienza si conclude con una nuova grana. La consulente della difesa Faccioli incaricata di partecipare alla nuova perizia grafica ordinata dalla corte sui volantini attribuiti all’imputato, afferma di essere stata esclusa dall’accertamento dagli stessi periti. Così domani si sentiranno questi ultimi.

1971 04 29 Unità – La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito. di Pierluigi Gandini

7 giugno 2015

1971 04 29 Unità La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

Continua la deposizione della teste contestata al processo degli anarchici

La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

La lettera accusatoria della donna – In difficoltà gli stessi magistrati che sinora non hanno sollevato dubbi sulla teste – In contraddizione anche il vice dirigente dell’ufficio politico della questura

 

Dalla nostra redazione. 28.

Al processo degli anarchici, la accusa sta subendo una debacle che investe anche quei magistrati che hanno accettato e avallato il delirio persecutorio di un personaggio come Rosemma Zublena. Proprio quei magistrati infatti vennero definiti dalla supertestimone «i peggiori di Milano, fascisti, responsabili di abusi per cui occorreva deferirli al consiglio superiore della magistratura!».

Gia l’inizio dell’udienza è significativo. La Zublena si è appena seduta di fronte alla corte che l’avv. Piscopo si alza: «Al fine di valutare l’attendilità della teste, chiedo che vengano citati don Guido Stucchi e il prof. Giuseppe Chillemi; il primo perchè riferisca come la Zublena, quand’era insegnante alla scuola di Cavenago, avesse accusato i suoi alunni di compiere atti immorali fra di loro: il secondo perchè dica se è vero che, avendo respinto le profferte della testimone, fu dalla stessa denunciato, con una lettera anonima al preside, come corruttore di alcuni allievi…».

La corte si riserva. Ma Piscopo insiste: «La testimone dichiarò alla polizia che probabilmente il Della Savia e il Braschi avevano rapporti omosessuali? Quali elementi aveva per lanciare tale accusa?».

ZUBLENA – Avevo notato fra i due una grande amicizia e così pensavo che ci fosse della simpatia… Fu solo un giudizio…

PISCOPO – Prego signor presidente di leggere il verbale reso dalla teste a Calabresi…

Il presidente inizia la lettura: «Il Della Savia preferiva i maschi e aveva soggiogato il Braschi a tal punto da renderlo totalmente succubo…».

A questo punto il magistrato si interrompe: «Avvocato. ritiene indispensabile leggere anche il seguito? Va bene, allora continui lei…».

E Piscopo salvando il pudore del presidente, conduce a termine la lettura: da un semplice disturbo del Braschi, la Zublena trasse deduzioni talmente oscene da non poter essere qui ripetute.

L’avvocato prosegue: «In una lettera al giudice Amati, lei accusò l’imputato Norscia di essere un confidente della polizia ed altri cinque anarchici di aver “cantato”?».

ZUBLENA – Fu il Pinelli a dirmi che i ragazzi erano in galera perché qualcuno aveva «cantato»; mi fece i nomi di due di Roma e di un certo Moi, che perciò erano stati rilasciati. Scandalizzata, riferii la cosa al commissario Allegra che si mostro molto sorpreso…

Si leva l’avv. Spazzali, agitando una lettera: «Vuol spiegarci il significato di questa cordiale missiva da lei inviata al dottor Calabresi?».

E la Zublena. più che mai sicura nel suo delirio: «Avevo chiesto al commissario Allegra di recarmi ad Amsterdam per cercare la copia del volantino che l’imputato Norscia aveva inviato appunto ad una società olandese ed all’editore Feltrinelli. Allegra non volle. Chissà. forse avrei scoperto qualcosa sull’organizzazione terroristica…».

Dal che è lecito dedurre che i poliziotti si erano resi perfettamente conto delle condizioni mentali della teste.

E’ la volta dell’avv. Di Giovanni: «Mi domando come il giudice Amati abbia rinviato a giudizio il Faccioli solo per aver scritto dei volantini da lasciare sui luoghi degli attentati. e non abbia invece incriminato la teste che pure, per sua stessa ammissione. ricopiò un manifestino pure destinato a “firmare” l’attentato alla casa discografica RCA… ».

La risposta della Zublena e impagabile: «Io non ero una anarchica!».

Intervienee l’avv.Dinelli : «E’ sua questa lettera, in cui afferma che, essendo il processo politico, gli ordini arrivavano da Roma e i magistrati incaricati (e cioè il procuratore capo della repubblica, De Peppo, il sostituto Petrosino, il giudice Amati e il presidente di questa corte) erano i peggiori di Milano, dei fascisti; che inoltre per porre termine agli abusi e alle irregolarità dell’istruttoria e strapparla dalle mani del dottor Amati, occorreva fare un esposto al consiglio superiore della magistratura? ».

E la Zublena imperterrita: «Certo, queste cose me le aveva dette il Pinelli e io le ripetei al dottor Amati »

Torna alla carica l’avv. Piscopo: «E’ vero che lei invitò il Braschi a licenziare il suo patrono perche di sinistra e ad assumere l’avv. Ungaro di Roma (attuale difensore del Valerio Borghese – N.d.R. ) e ciò per consiglio di un “volpone” della magistratura? Disse anche al Braschi che qualcuno di molto vicino a Saragat le aveva assicurato la scarcerazione?

ZUBLENA – Non posso dire chi fosse il «volpone» perchè occupa una carica nella magistratura. Quanto a Saragat. me l’ero inventato per invogliare il Braschi a dire la verità…

Il compagno Alessandro Curzi, allora direttore responsabile dell’«Unità», conferma poi che il nostro giornale ricevette il rapporto segreto dei colonnelli greci sugli attentati del 25 aprile, da fonti molto attendibili.

Ed ecco sulla pedana il vice-dirigente dell’ufficio politico, dottor Beniamino Zagari, che fa una magra figura. Infatti, dopo aver descritto l’ufficio politico come un padiglione di delizie, dove di percosse nemmeno si parla, e aver negato l’esistenza di uno schedario «politico» non riesce a spiegare come mai i suoi subordinati mostrassero foto degli imputati alla Zublena e ad altri testimoni.

1971 04 28 Unità – Senza un perché le accuse agli anarchici. Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

7 giugno 2015

1971 04 28 Unità Senza un perché le accuse agli anarchici

Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

Senza un perché le accuse agli anarchici

Le indagini presero subito un preciso orientamento ma senza nessuna prova – Il riconoscimento di una guardia notturna che vide e non vide – Confronto in aula – Fuoco di fila di domande

 

Milano. 27 -Dopo le clamorose rivelazioni che ieri hanno ridotto a mal partito la supertestimone Rosemma Zublena e con lei l’intera accusa, l’udienza di oggi al processo degli anarchici è stata praticamente interlocutoria. Eppure il testimone di turno, commissario Luigi Calabresi, era di primo piano, e le spiegazioni a lui richieste, di grande importanza. Si trattava infatti di sapere come e perchè l’ufficio politico della questura, all’indomani degli attentati del 25 aprile 1969 a Milano, partì in quarta contro gli anarchici.

Purtroppo, la tattica di uno dei patroni del Della Savia, avvocato Giuseppe Dominuco, di porre una serie di domande tanto generiche e confuse da non poter neppure essere verbalizzate dal cancelliere Papa, ha impedito l’interrogatorio di recare tutti i suoi frutti.

Primo testimone sul pretorio, la guardia notturna Adriano Fasano.

Ed ecco nuovamente sulla pedana il commissario Calabresi in un distintissimo soprabito blu. L’avvocato Dominuco interroga: «Lei svolse indagini sui precedenti della Zublena?».

CALABRESI – No. (Eppure, a prescindere anche dalla personalità isterica della donna, si tratta pur sempre di una amante piantata e quindi di una teste da prendersi con le molle).

DOMINUCO – Quando sentì la Zublena, era già a conoscenza dei fatti su cui la interrogava?

CALABRESI – Alcuni fatti sì, altri no…ad esempio non sapevamo dei rapporti tra la donna e il Braschi…

DOMINUCO – In base a quali precisi elementi, la polizia decise di perquisire il domicilio dei coniugi Corradini e di fermare il Della Savia, il Braschi e il Faccioli?

CALABRESI – Quando io tornai da fuori Milano, le indagini erano già avviate in un certo senso…non sapevo che i giovani erano già sospettati prima…

Interviene lo avvocato Di Giovanni: «Ma il suo diretto superiore, commissario Allegra, ci ha detto che i fermi degli imputati, all’indomani del 25 aprile, furono la conclusione di una indagine già avviata sulla base di manifestini “anarchici” rinvenuti sui luoghi degli attentati… ora sui luoghi degli attentati del 25 aprile, furono ritrovati manifestini “anarchici”?».

CALABRESI – No..

DI GIOVANNI – E a quali altri elementi avevate contro gli imputati?

CALABRESI – Chiedetelo al dottor Allegra…

DI GIOVANNI – Ma lei personalmente non indagò su un certo Aniello D’Errico?

CALABRESI – Sì. Il D’Errico si riconobbe autore, insieme con tale Klaps e col Valpreda di una pubblicazione «Terra e Libertà» in cui alcuni attentati venivano attribuiti agli anarchici… Il D’Errico ci rivelò anche nomi, fatti e confidenze ricevute a Brera…

DI GIOVANNI – Dunque lei sapeva che le indagini erano indirizzate verso gli anarchici! Lei stesso lo ha riconosciuto in altra sede!

CALABRESI – Non ricordo …Si senta il dottor Allegra…

DI GIOVANNI – In quella occasione fu fermato anche il Valpreda?

CALABRESI – No, fu solo accompagnato in questura ed interrogato…

DI GIOVANNI – Nel corso del processo da lei intentato al giornale «Lotta Continua» e tuttora in corso, il dottor Allegra disse di aver ricevuto una confidenza che indicava come responsabile dell’attentato alla stazione centrale milanese del 25 aprile, l’anarchico Pinelli, al quale infatti lo stesso dottor Allegra aveva contestato la circostanza poco prima del noto volo dalla finestra. Può dirci chi era lo informatore?

CALABRESI – No, a una persona conosciuta soltanto dal dottor Allegra…

1972 03 25 Umanità Nova – Scoperte altre prove contro i fascisti ma Occorsio difende l’assurda istruttoria

13 maggio 2015

1072 03 25 Umanità Nova - Scoperte altre prove contro i fascisti ma Occorsio difende l'assurda istruttoria

 

Nel momento in cui, con l’assassinio di Feltrinelli, coloro che da anni accarezzavano il sogno di poterlo incastrare al loro posto come ideatore, mandante e finanziatore di tutte le azioni dinamitarde effettuate dal 1969 ad oggi (e costoro – non ci stancheremo di ripeterlo – sono agli ordini delle centrali eversive internazionali KYP e CIA che hanno in Italia migliaia di agenti specializzati), la controinformazione trovava altre prove per inchiodare i fascisti come esecutori della strage di Stato.

Questa volta si tratta addirittura di colui che, nel momento di assoluto e grave silenzio che seguì l’esplosione di piazza Fontana fu visto da un industriale bergamasco e dalla sua moglie fuggire dalla banca della Agricoltura e sfrecciar via dalla piazza a bordo di una veloce «Giulietta» rossa. L’uomo della «Giulietta» rossa è da identificarsi nel fascista N.C., la cui presenza sul luogo della strage è certa e potrà essere confermata da diversi testimoni, oltre il succitato industriale e sua moglie. Di questo N.C. esistono vistose tracce negli atti dell’inchiesta sulla strage.

Precisi riferimenti sui suoi andirivieni tra le varie città italiane in concomitanza con gli attentati e sui suoi collegamenti con ben noti fascisti, sono stati ovviamente, pubblicati su «La Strage di Stato». Ma Occorsio e Cudillo, nella loro mastodontica e defatigante inchiesta, sorvolano elegantemente tutte le tracce del genere (anche se a tutti era chiaro fin da allora che ognuna di esse avrebbe potuto condurre ad una delle tante «cellule nere» che operavano agli ordini della centrale terroristica) per correre dietro alle amene ed idiote chiacchiere del poliziotto provocatore Salvatore Ippolito.

Quanto diciamo sull’uomo della «Giulietta» rossa è stato pubblicamente rivelato sabato scorso a Milano nel corso di una assemblea popolare svoltasi nella facoltà di Scienze ed ha destato enorme impressione. Ma la stampa, completamente frastornata dagli ultimi sconvolgenti avvenimenti culminati con lo assassinio di Feltrinelli, ha relegato la notizia in poche righe. Eppure si tratta di una delle tante «bombe» che erano destinate ad esplodere clamorosamente, giorno dopo giorno, nel corso del processo per la strage ed a far crollare l’equivoco castello dell’accusa. Se la difesa non avesse avuto armi sufficienti per ridicolizzare e stritolare l’istruttoria, il processo contro gli anarchici si sarebbe svolto da tempo e si sarebbe risolto con la condanna degli imputati innocenti. Nessuno ha smentito la notizia delle vergognose ed inammissibili pressioni di Andreotti sul procuratore De Andreis perché il processo venisse sospeso, notizia divulgata ben tre giorni prima della incredibile sentenza del tribunale presieduto da Falco con la quale, pur riconoscendo l’illegittimità della decisione di Occorsio e Cudillo di avocare a se stessi l’istruttoria strappandola al giudice di Milano, si è ritenuto di non poter sconfessare apertamente tutto il loro operato dichiarando nulla, come sarebbe stato logico e giusto, la sentenza istruttoria scaturita dall’inchiesta a senso unico condotta da due giudici «incompetenti».

Se gli strafalcioni, i cavilli procedurali ed i conflitti di competenza hanno caratterizzato il lunghissimo ed interminabile iter di questa sporca vicenda, a tal punto ingrovigliata che è lecito ogni dubbio sulla possibilità che il sistema riesca in qualche modo a risolverla, non poteva mancare, così come non è mancato per il caso Pinelli, un risvolto giudiziario che portasse in altra sede il dibattito sull’istruttoria

Nel caso Pinelli l’opportunità di mettere le mani nello scandalo fu imprudentemente offerta da quel Calabresi ormai a tutti noto con l’appellativo di assassinio. Calabresi denunciò Baldelli e Lotta Continua ed il processo si è rivelato un boomerang contro di lui ed i suoi accoliti.

Ora è la volta dell’istruttoria sulla strage ed è proprio uno dei suoi artefici, il giudice Occorsio, che, non riuscendo più a rimanere insensibile di fronte al dilagare delle accuse, con una denuncia a Camilla Cederna porta in tribunale un dibattito che, se non sarà «strozzato» da limiti ed opposizioni curialesche, potrà aprire grosse brecce e far saltare tutta la montatura dell’accusa a Valpreda e compagni.

Occorsio annunciando la sua decisione di denunciare la Cederna e L’Espresso ha ammesso che dovranno sedere sul banco degli imputati per aver rispettivamente scritto e pubblicato le stesse valutazioni sul suo operato che in precedenza erano state chiaramente ed energicamente espresse in tribunale dagli avvocati della difesa, ai quali aveva dovuto consentire, senza poter reagire, di dire tutto quello che dissero in virtù di un loro diritto sancito da un certo articolo del codice. Interessante, edificante, democratico!

Quando in aula Occorsio annunciò che avrebbe denunciato Valpreda perché lo aveva offeso rivolgendogli con linguaggio popolare giudizi simili a quelli espressi dagli avvocati, dicemmo che in questi casi la «giustizia» è una questione di «casta». Ora Occorsio, con questa brillante iniziativa ci spiega che è una questione di «ruolo», per cui esiste nel codice…fascista un preciso articolo di legge che discrimina i cittadini in barba all’assurda costituzione che sancisce la loro uguaglianza di fronte alla legge.

Ma che cosa ha scritto la Cederna per riuscire a scuotere il placido dott. Occorsio e strappargli una denuncia? Leggiamolo: «La accusa è stata messa con le spalle al muro, come schiacciata da 26 mesi di illegittimità, macchinazioni, falsificazioni, convinzioni ostinatamente preconcette, e lo accusatore, cioè il secondo grande personaggio del dramma, non ha saputo rispondere». Tutto qui, certo meno di quanto è stato detto contro l’operato dei giudici romani da ogni giornale non fascista. Dobbiamo quindi pensare che l’iniziativa di Occorsio si inquadri, forse involontariamente ma con sospetta puntualità e precisione, nella manovra che, con l’assassinio di Feltrinelli e con le continue e pressanti minacce al giudice Stiz, tendente ad accantonare e cancellare tutte le prove che inchiodano i fascisti e la CIA agli attentati ed alla strage per riaccreditare la balorda e insostenibile tesi di Valpreda pazzo dinamitardo?

Si, possiamo pensarlo ed abbiamo il dovere di dirlo; da una strage di Stato c’è da aspettarsi di tutto, c’è persino da supporre, con la convinzione che i fatti confermeranno ancora una volta le nostre previsioni, che Feltrinelli non sarà l’ultima vittima di questa tragica catena di delitti.