Posts Tagged ‘Pio Baldelli’

1970 06 7 Paese Sera – Il magistrato rifiuta di intervenire sull’accusa: “Calabresi è un assassino”. La Procura della Repubblica non ha voluto denunciare il settimanale «Lotta Continua» affermando che era «in gioco solamente l’onorabilità del dott. Calabresi»

31 ottobre 2015

1970 06 7 Paese Sera - Il magistrato rifiuta di intervenire sull'accusa Calabresi assassino

Dopo un esposto della squadra politica della questura milanese

II magistrato rifiuta di intervenire sull’accusa: “Calabresi è un assassino,,

La Procura della Repubblica non ha voluto denunciare il settimanale «Lotta Continua» affermando che era «in gioco solamente l’onorabilità del dott. Calabresi» Il commissario in seguito ha querelato il direttore responsabile del settimanale

di M. Sass.

 

Clamoroso: la magistratura milanese si è rifiutata di denunciare e di prendere provvedimenti contro il settimanale milanese «Lotta Continua» che aveva scritto nei suoi due ultimi numeri degli articoli a nove colonne dal titolo «Calabresi sei tu l’accusato» e «Calabresi è un assassino». In questo modo la magistratura milanese dimostra chiaramente di non credere alla «innocenza» del commissario aggiunto Luigi Calabresi, nel cui ufficio l’anarchico Giuseppe Pinelli subì un interrogatorio e poi precipitò nel vuoto.

L’interesse della Procura milanese è stato attirato sui due clamorosi articoli da un esposto della squadra politica della questura, reparto a cui appartiene il commissario Calabresi, nel quale si chiedeva l’incriminazione del direttore responsabile del periodico. La Procura della Repubblica ha esaminato il breve esposto ma lo ha archiviato immediatamente affermando che il testo degli articoli in questione e che gratificavano, come abbiamo già detto, il commissario Calabresi della qualifica di «assassino», mettevano unicamente in causa l’onorabilità del predetto dott. Calabresi.

E’ estremamente importante e qualificante questa decisione: Calabresi, all’interno della magistratura milanese, sembra trovarsi isolato. Vogliamo sperare che questo isolamento venga ulteriormente accentuato dalla decisione del giudice istruttore dott. Amati che sta esaminando il fascicolo dell’inchiesta sulla morte di Pinelli, di respingere l’archiviazione del «caso» richiesta senza alcuna motivazione e logica dal Sostituto Procuratore della Repubblica dott. Caizzi, tenendo per di più presente che il PM non ha affatto sostenuto la tesi del suicidio dell’anarchico ma ha affermato che la sua morte è «stato un fatto accidentale» (!).

Calabresi, in seguito alla decisione della Magistratura si è trovato, dunque costretto a presentare una denuncia «in proprio» contro «Lotta Continua» nella persona del suo direttore responsabile Pio Baldelli.

Il procedimento è stato affidato al sostituto procuratore dott. Guicciardi, che subito dopo le elezioni emetterà i mandati di comparizione e fisserà il processo per la metà di luglio.

La difesa di Baldelli, direttore responsabile di «Lotta Continua», ha intenzione di utilizzare il processo originato dalla querela di Calabresi per tentare di fare luce su tutta la vicenda che ha portato alla mostruosa morte di Pinelli. Ma oggi dobbiamo riprendere anche un altro discorso che avevamo iniziato nei giorni scorsi e che riguardava le denunce che colpiscono, per fatti diversissimi, molti dei testimoni a difesa nei due procedimenti Pinelli-Valpreda. Il fatto nuovo di ieri, che ci costringe a ritornare su questo argomento è l’incriminazione di quattro testimoni dell’inchiesta su Pinelli, tra cui l’Ardau e Valitutti.

Gli anarchici sono stati mandati sotto processo in seguito ad una manifestazione che si svolse a Milano il 25 aprile, intitolata «Processo allo Stato», e che riguardava in particolare la morte di Pinelli. Le imputazioni sono: di aver diffuso notizie false e tendenziose e manifestazione non autorizzata.

Annunci

1971 04 30 Unità – Calabresi ricusa il tribunale: non vuole la perizia su Pinelli. di p.l.g.

7 giugno 2015

1971 04 30 Unità Calabresi ricusa il tribunale non vuole la perizia su Pinelli

 

Colpo di scena al processo di Milano

Calabresi ricusa il tribunale: non vuole la perizia su Pinelli

Il commissario aveva querelato il settimanale «Lotta continua» che l’aveva accusato di aver ucciso l’anarchico – Adesso l’avvocato difensore del poliziotto sembra contestare la decisione dei giudici di effettuare una nuova indagine in merito a quell’oscuro episodio

 

 

Dalla nostra redazione. 29.

Il commissario Luigi Calabresi ha ricusato il tribunale che giudicava il processo fra lui e il giornale Lotta continua. Del nuovo clamoroso episodio, si è avuta conferma ufficiale oggi nell’aula della I. sezione del tribunale

Come si ricorderà, il funzionario aveva querelato per diffamazione il periodico che l’aveva accusato di essere uno dei responsabili della morte di Giuseppe Pinelli. Dopo una lunga serie di udienze, il tribunale ordinò una perizia medico-legale sulle modalità della morte dell’anarchico, sospendendo quindi il dibattimento e disponendo l’invio degli atti al giudice istruttore.

Il Calabresi ricorse immediatamente contro l’ordinanza dei giudici, sollevando un primo «incidente di esecuzione» che però fu respinto dal tribunale. Ma il Calabresi tornò alla carica sollevando un secondo incidente che avrebbe dovuto essere discusso appunto oggi. Senonchè. nel frattempo, il legale del funzionario, avvocato Lener, ha presentato istanza di ricusazione del presidente della I. sezione del tribunale, dottor Carlo Biotti. Così oggi, invece di quest’ultimo l’udienza è stata presieduta dal dottor Mario Usai, il quale ha disposto che la discussione avvenisse in camera di consiglio e cioè praticamente in segreto presenti solo gli avvocati delle due parti. Dopodiché il dottor Usai ha dato conferma ufficiale della richiesta di ricusazione e ha rinviato l’udienza al 26 maggio prossimo.

Gli avvocati Gentili e Bianca Guidetti Serra, difensori del professor Pio Baldelli, già direttore responsabile di Lotta continua, hanno immediatamente depositato in cancelleria una istanza in cui esprimono il loro «enorme stupore» per la richiesta del Calabresi; sottolineano che questa è stata presentata solo dopo che il tribunale aveva ordinato la perizia medico-legale, utile non solo all’imputato ma, in generale, all’accertamento della verità.

La ricusazione è un mezzo eccezionale che viene raramente usato (a Milano si ricorda il bancarottiere Felice Riva a che tentò inutilmente di ricusare il presidente Luigi Bianchi D’Espinosa). L’art. 64 del codice di procedura penale prevede tutta una serie di motivi per cui il giudice può essere ricusato, motivi quasi tutti inerenti ad interessi o contrasti personali che possono esistere fra il giudice stesso e i suoi parenti da un lato, e una delle due parti dall’altro.

La notizia ha suscitato grande scalpore negli ambienti del palazzo anche per i buoni rapporti che da anni correvano tra l’avvocato Lener e il presidente Biotti.

Ma queste sono solo questioni di forma, la sostanza è un’altra. Il patrono del Calabresi si era ferocemente opposto alla perizia richiesta con insistenza dai difensori di lotta continua, invocando due motivi principali: l’accertamento non sarebbe servito a nulla; il processo sarebbe stato rinviato di due o tre mesi. Ora ci si domanda: se la perizia davvero non serviva a nulla, perchè allora rifiutarla con tanta ostinazione? Calabresi teme forse qualcosa? Secondariamente, prima a causa degli «incidenti di esecuzione» e adesso della ricusazione, il processo subirà un ritardo ben più lungo. E allora, Calabresi non ha più fretta di restaurare il suo onore? O per caso le contraddizioni emerse appunto dal processo contro il prof. Baldelli e lo sfaldamento dell’accusa in atto in questi giorni al processo contro gli anarchici (accusa alla quale il funzionario aveva  dato notevole contributo) hanno indotto o stesso funzionario a ricorrere a mezzi estremi? L’opinione pubblica attende al più presto una risposta

 

Umanità Nova 22 aprile 2012 Lettera aperta a Dario Fo e Franca Rame di Enrico Di Cola

23 aprile 2012

Caro Dario cara Franca

qualche giorno fa, spulciando tra gli atti dei processi per la strage di stato di piazza Fontana, mi ero imbattuto in un telespresso inviato dall’Ambasciata d’Italia a Stoccolma – del 28 agosto 1972 – in cui si annunciava che si era tenuta la preannunciata conferenza stampa a cura dell’Amnesty International Comittee che aveva visto la partecipazione dell’avvocato Calvi, di Dario Fo, della sorella di Valpreda e dell’anarchico Di Cola. Leggendo quelle righe il pensiero mi è tornato a quei giorni, alle nostre chiacchierate, all’affetto che ho provato per te e per la tua generosità nel venire sino a quel lontano paese per sostenere la mia richiesta di asilo politico e aiutarmi a far conoscere agli svedesi l’obbrobrio in cui il potere statale ci aveva precipitato accusandoci, assolutamente estranei, di essere gli ideatori ed esecutori di quella tragica corona di bombe che provocò lutto e sgomento in quel maledetto venerdì 12 dicembre 1969. Avevo pensato di scrivervi per mandarvi il documento e rinnovare la mia gratitudine e il mio affetto per voi.

Invece, leggendo sull’Espresso l’intervista che Roberto Di Caro ha fatto a te e Franca, in cui sostieni che tu avevi saputo che Calabresi non si trovava nella stanza da cui “precipitò” Pinelli, sono rimasto talmente sorpreso e addolorato che ho deciso di scrivervi pubblicamente, ma di tutt’altro, visto che nessuno sembra avere il coraggio di farlo.

Caro Dario, devo dirti che mi hai sorpreso perché non immaginavo che tu fossi una persona che potesse avere comportamenti sleali e, permettimi, anche disonesti. Sleale perché – se quanto dici fosse vero – hai taciuto un elemento importantissimo per la ricostruzione degli ultimi attimi di vita del nostro caro compagno Pino Pinelli. Disoneste perché, in questo caso, pur sapendo questa “verità”, quella della supposta estraneità di Calabresi, hai continuato a rappresentarlo come assassino e dunque saresti complice del linciaggio morale di un innocente. Sempre se quanto scritto risultasse fedele a ciò che hai detto e se la tesi che sostieni fosse vera. Cosa tutta da dimostrare (non so se c’è ancora qualche avvocato in vita che possa confermare o confutare quanto sostieni) .

Come ben sai le parole hanno un peso e allora mi permetto di esaminare le tue (quelle virgolettate pubblicate dall’Espresso) e cercare di confutarle. Sostieni “…Che il commissario Calabresi non fosse nella stanza quando Pinelli precipitò dalla finestra del quarto piano della Questura, Franca e io lo abbiamo saputo durante il processo Calabresi-Lotta Continua, ce lo hanno assicurato gli avvocati del giornale. Sono andato in crisi, per questo. Era già uscita la prima versione di “Morte accidentale di un anarchico….”. Bene. Anzi male, perché a questo punto ti chiedo di avere il coraggio delle tue parole e di raccontate tutto di questo episodio, voglio i nomi degli avvocati che ti hanno raccontato questo e, soprattutto, vorrei che raccontassi anche a noi da dove nasceva e in base a quali dati di fatto, questo convincimento, anzi certezza (ci hanno “assicurato”), di questi avvocati. Perché, vedi, hai dimenticato di dire che vi è la testimonianza, confermata anche al processo di cui sopra, del compagno Pasquale Valitutti che smentisce Calabresi (che ha detto che era andato nella stanza di Allegra) e che la difesa del commissario non ha neanche ritenuto di dover controinterrogare. Testimonianza che dal primo giorno ad oggi non è mai mutata di una virgola. Testimonianza che è suffragata addirittura dalle parole di Allegra che indicano in Calabresi l’autore dell’interrogatorio “tranquillo”, sì, tanto tranquillo da finire nell’assassinio di Pino!  Vuoi forse farci credere che avvocati di L.C. avrebbero chiamato sul banco dei testimoni, perche il compagno Valitutti non era lì per caso ma in veste di testimone, una persona pur sapendo che mentiva? Ci vuoi forse dire che Valitutti mente? Visto che hai detto queste parole ora non puoi vigliaccamente tirarti indietro e non dire tutto fino in fondo. Io, noi anarchici, non abbiamo paura della verità, anzi la andiamo cercando testardamente da 43 anni.

Il tuo genio e la tua fantasia sono a tutti ben note, quello che non riesco bene a capire è al servizio di chi oggi le metti, quando nella tua veste di autore e sceneggiatore arrivi a dare un giudizio sbalorditivo – pur premettendo di non aver conosciuto Calabresi e Pinelli – perché ritieni veritieri, nel film di Giordana, i dialoghi tra questi due. Dici che “…li sento veri, rappresentati nella loro dimensione umana. I dialoghi di cui c’è documentazione sono corretti, lo so perché ho studiato per anni le carte, quelli ricostruiti funzionano perché sono credibili

Finchè parli di dialoghi “credibili” in una finzione scenica passi pure, è il tuo campo. Ma Pinelli e Calabresi erano persone reali, non personaggi di fantasia di uno sceneggiato. Quei dialoghi, quel tipo di rapporto umano tra un persecutore ed un perseguitato, tra un commissario ed un anarchico, non esistono e non potevano esistere. Non so quali “carte” tu abbia letto (quelle del copione? Quelle scritte da Cucchiarelli?), ma di una cosa sono certo: che le poche parole di Pinelli sono quelle che si trovano nell’interrogatorio del 15 dicembre 1969 (ma un interrogatorio può essere considerato un… “dialogo”!) mentre il resto del “dialogo” è solo frutto delle rappresentazioni difensive (e offensive) del commissario finestra, alias Calabresi. E’ vero che il tuo mestiere è la comicità, ma in questo caso di cosa stai parlando, non hai paura di sprofondare nel ridicolo?

Per passare dalla finzione alla realtà riporto alcune righe scritte dagli avvocati Marcello Gentili e Bianca Guidetti Serra (difensori di Pio Baldelli, direttore responsabile di “Lotta Continua”, nel processo contro di lui intentato da Calabresi) scritte nella loro memoria difensiva del 1975 al giudice istruttore D’Ambrosio (quello che ha indagato sulla morte di Pinelli senza prendersi il disturbo di sentire l’unico testimone – Valitutti – che non fosse incriminato per la morte dell’anarchico nonchè geniale inventore dell’unico caso al mondo di “malore attivo”, per giustificare il volo dalla finestra della Questura di Pinelli) che meglio di tante parole dimostrano il clima di quegli anni, le manovre per addomesticare i processi e quali fossero le vere relazioni tra i due: “…Più in particolare, non si è indagato sulle minacce fatte a Pinelli alcuni mesi e perfino pochi giorni prima della strage, attraverso i testi già uditi nel dibattimento del processo contro Baldelli e gli altri più volte indicati, e richiesti dallo stesso Procuratore Generale il 10 gennaio 1973. Si è giunti all’assurdo di ascoltare due volte come teste Ivan Guarneri: colui che aveva riferito della minaccia a Giuseppe Pinelli di “incastrarlo per bene, una volta per sempre”, rivoltagli pochi giorni prima del 12 dicembre dal dirigente dell’ufficio politico, quasi che questi fosse a conoscenza di quanto stava avvenendo. Sentendolo non su questo punto, ma sull’alibi di Pinelli. E così si sono disattese le nostre istanze, da quella del 2 novembre 1971 all’ultima del 6 dicembre 1974. (…).

E nella memoria difensiva dell’avvocato Carlo Smuraglia (rappresentante la vedova Pinelli) possiamo leggere: “…. Ma il fatto è che una serie di considerazioni del P. G. si distruggono da sole e non hanno bisogno di confutazione. Ci limiteremo a rilevare come nella requisitoria si segua pedissequamente l’impostazione difensiva del principale difensore degli imputati e, talvolta, lo stesso contenuto dei rapporti giudiziari redatti dal Dott. Allegra. E già questo è rivelatore di una presa di posizione apodittica, prima ancora che ancorata a dati obiettivi ed a sicure emergenze processuali.

Né ci soffermeremo sul fatto che per il P. G. le deposizioni di alcuni testi sono sospette solo perché si tratta di anarchici, mentre si dà pieno credito a coloro il cui interesse nel processo – per essere indiziati o imputati – è più che evidente, tanto che perfino le loro contraddizioni vengono addotte a prova di spontaneità!

La presa di posizione di partenza del P. G. è tale che egli ammette che ci sono imprecisioni, discordanze, contraddizioni, che il rapporto iniziale fu superficiale e leggero (da notare che c’era di mezzo un morto e in quali circostanze!), che ci furono errori ed illegalità per quanto riguarda il fermo di Pinelli, ma da tutto questo che cosa deriva? Neppure l’ombra del sospetto, neppure un indizio, nulla, anzi la prova della buona fede dei prevenuti.

Su queste basi, non c’è contraddittorio, non può esservi confronto e dibattito di idee. C’è solo una tesi cui si vuol credere a tutti i costi e che da tutti viene avallata, perfino dagli argomenti decisamente contrari.

Ci sono obiezioni di illustri consulenti di parte? Non se ne tiene conto, perché si tratta di persone rose dal tarlo della politica o dedite alle esercitazioni accademiche.

Si parla di minacce al Pinelli? E che rilievo possono avere, se si tratta solo di – più o meno amichevoli – “esortazioni”?

Pinelli fu fermato illegalmente? Ma che diamine, c’erano elementi fortemente indizianti e perfino una notizia confidenziale che lo dava per implicato in traffici di esplosivi.

Le norme sul fermo non furono applicate rigorosamente? Ma anche questo si spiega con l’eccezionalità della situazione, con l’avallo dei superiori e nientemeno – col consenso delle persone fermate, tutte pronte a collaborare nelle indagini.

Fu fatta un’irregolare e illegittima contestazione al Pinelli? Sciocchezze, piccoli trucchi di mestiere inammissibili per un Magistrato, ma spiegabili e pensabili per un funzionario di pubblica sicurezza. (…).

Dopo aver letto quanto sopra riportato, ti chiedo se davvero credi ancora che siano “corretti” i dialoghi tra Pinelli e Calabresi che Giordana ci propone nel suo film?

Caro Dario e cara Franca, voglio credere che quell’intervista sia il canovaccio di una vostra farsa e che presto ci direte che avete scherzato. Nel frattempo abbiate il pudore di tacere su cose che non sapete e di chiedere scusa ai vostri spettatori, di allora e di oggi, (a noi anarchici non servono, siamo abituati a sentire favole su di noi) per quello che avete detto. Abbiate il buon senso di non farvi portavoce delle parole assolutorie e bipartisan di presidenziale memoria e non prestarvi al gioco di chi vuole riscrivere la storia.

Giù le mani da Pino Pinelli!

Ieri come oggi la verità è una sola, quella scritta in mille muri e gridata in mille manifestazione: Calabresi assassino, Pinelli assassinato, la strage è di stato!

Enrico Di Cola

Sottoscrivo e mi associo quale persona implicata nei fatti: Roberto Gargamelli

Umanità Nova 22 febbraio 2009 La notte che Pinelli di Luciano Lanza

8 novembre 2011

Quarant’anni sono tanti. Eppure quel 12 dicembre 1969 pesa ancora. E altrettanto pesa quella notte del 15 dicembre nella questura di Milano. Una strage con 17 morti alla Banca nazionale dell’agricoltura e il volo da una finestra del quarto piano di Giuseppe Pinelli sono una fase cruciale nella storia di questo paese, l’Italia. E ha ragione Adriano Sofri che inizia il suo ultimo libro scrivendo: «Forse l’Italia non sarà mai un paese normale. Forse è il paese in cui tutto diventa normale».

Sì, purtroppo, tutto diventa normale e quella strage e quella morte sono due dei tanti misteri: nessuno ha messo la bomba nella banca, nessuno ha causato la morte dell’anarchico Pinelli.

Questo libro, La notte che Pinelli (Sellerio, Palermo, 2009), assume quarant’anni dopo quei fatti una valenza importante perché nella meticolosa, puntigliosa, metodica ricostruzione dei fatti si trasforma in un atto d’accusa che non lascia vie d’uscita a poliziotti (Antonino Allegra, Luigi Calabresi, Vito Panessa, Pietro Mucilli, Carlo Mainardi, Giuseppe Caracuta), carabinieri (Savino Lograno), questori (Marcello Guida), giudici (Giovanni Caizzi, Antonio Amati, Gerardo D’Ambrosio), uomini dei servizi segreti (Federico Umberto D’Amato, Elvio Catenacci).

Sia chiaro, Sofri non fa accuse generiche: mette a confronto le numerose contraddizioni in cui cadono tutti questi personaggi e quindi ne fa emergere i falsi clamorosi che però vengono ignorati o volutamente sottovalutati.

Un libro puntiglioso e per questo importante. I poliziotti che erano in quel quarto piano della questura di Milano subito dopo la caduta di Pinelli dicono cose che poi vengono modificate e poi ancora modificate. Ma nessuno ne tiene conto… nessuno di quelli che dovrebbero ricercare, per dovere istituzionale, la verità dei fatti.

Dal processo che vede Pio Baldelli, direttore responsabile di Lotta continua, querelato da Calabresi, fino alla sentenza del 1975 di D’Ambrosio assistiamo a «ipocrisie statali». Ipocrisie statali chiuse definitivamente con D’Ambrosio (oggi senatore del Partito democratico, allora vicino al Partito comunista) che sostiene: l’anarchico è caduto per un «malore attivo». Una sentenza, ricordiamo l’anno, tipica da «compromesso storico»: Pci e Dc si stavano avvicinando e non bisognava mettere in difficoltà i notabili democristiani. Una sentenza che ignora o minimizza (e Sofri ricostruisce con precisione quegli avvenimenti) una girandola di versioni che farebbe pensare a una commedia satirica degli equivoci, se non fosse per la drammaticità dei fatti.

Eppure è questa la verità processuale, la verità dello stato italiano.

«Quanto a un malore, dovrebbe essere così attivo da far compiere al corpo colpito non solo una “improvvisa alterazione del centro di equilibrio”, ma anche il gesto di spalancare l’anta socchiusa. Non è solo attivo, questo malore, è attivissimo», commenta Sofri sulla ricostruzione di D’Ambrosio sul volo di Pinelli.

Quarant’anni sono tanti. La gente dimentica. I falsi di chi è stato e sta al potere diventano delle «quasiverità». Perché siamo di fronte a cose che «gridano vendetta»: perfino quelli riconosciuti colpevoli della strage di piazza Fontana (Giovanni Ventura e Franco Freda) non possono essere condannati perché definitivamente assolti da altri tribunali.

Ma qui si apre un discorso per uscire dalla logica corrente: non ci si deve fermare alla verità processuale, dopo quarant’anni servirebbe a qualcuno e a qualcosa che due neonazisti invecchiati vadano in carcere? Servirebbe a qualcosa che un ricchissimo emigrante in Giappone venga riportato in Italia? No, non è nelle sentenze di colpevolezza dei tribunali dello stato che si ottiene la vera giustizia: è nelle sentenze fra la gente, nelle sentenze (a questo punto) storiche che si deve puntare, cioè una giustizia a misura umana. Cioè estranea alla dimensione statuale. Perché lo stato è colpevole della «strage di stato» e non si condannerà mai. E questo libro è un tassello importante per confermare questa verità.

A rivista anarchica n51 Novembre 1976 Pinelli e la giustizia di stato a cura della Redazione

24 ottobre 2011

Venerdì 22 ottobre il processo a Pio Baldelli (ex direttore responsabile di Lotta Continua, querelato dal fu-commissario Calabresi per diffamazione e diffusione di notizie false e tendenziose) si è concluso con una condanna a un anno, tre mesi e quindici giorni. Non ci si poteva aspettare altro dalla “giustizia di stato”.

Le istanze dei difensori, avv. Gentili e Guidetti Serra, con cui si chiedeva di riesaminare le modalità della morte di Giuseppe Pinelli non sono state accolte dai giudici che ancora una volta hanno voluto seppellire Pinelli con la tesi del suicidio o del “malore attivo”. La vera giustizia, quella popolare ha ormai marchiato come “delitto di stato” l’assassinio di Giuseppe Pinelli e a nulla valgono le reticenze e i bizantinismi della casta dei sacerdoti della giustizia.

Sempre in questi giorni la “giustizia” (questa volta impersonificata nel Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano) si sta attivamente interessando di cinque avvocati: Giugliano Spazzali, Francesco Piscopo, Luigi Zezza, Alberto Medina e Anna Perosino. Un provvedimento disciplinare è stato iniziato contro i cinque avvocati rei di usare la loro competenza giuridica per difendere operai e rivoluzionari. Ricordiamo che Spazzali e Piscopo hanno fatto parte del collegio di difesa di Valpreda e compagni, e che il primo è attualmente difensore di Giovanni Marini.

L’esempio della Germania di liquidare gli avvocati rivoluzionari sta prendendo piede anche in Italia, mobilitarsi per contrastare questa manovra è un dovere per tutti i rivoluzionari.

A rivista anarchica n 313 dicembre 2005 gennaio 2006 Pinelli Piazza Fontana Assassinio? No: malore attivo degli avvocati Marcello Gentili, Bianca Guidetti Serra e Carlo Smuraglia

29 settembre 2011

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/313/51.htm

Né suicidio né omicidio. Così sentenziò, nel 1975, il giudice istruttore D’Ambrosio, coniando una nuova fattispecie: il malore attivo.

 Né suicidio, né omicidio. Pinelli morì per malore.

Questo, in sostanza, il succo della sentenza con cui il giudice D’Ambrosio scrisse la parola “fine” alle indagini della magistratura sul caso Pinelli. Era il 1975, erano passati quasi 6 anni da quella notte del 15 dicembre ’69.

“Un malore per il compromesso storico” titolavamo su “A” 43 (dicembre ’75/gennaio ’76) il redazionale di commento a quella sentenza. Una sentenza importante, perché sancì la “verità di Stato” sulla morte del nostro compagno.

Qualche mese prima, mentre ancora D’Ambrosio stava valutando se archiviare il caso (come appunto poi decise) oppure se procedere contro i presunti responsabili della morte di Pinelli, sul suo tavolo erano arrivate due memorie, siglate rispettivamente dagli avvocati Marcello Gentili e Bianca Guidetti Serra (difensori di Pio Baldelli, direttore responsabile di “Lotta Continua”, nel processo contro di lui intentato da Calabresi in seguito alla campagna di stampa portata avanti da quel giornale contro di lui, indicato appunto come principale responsabile dell’assassinio di Pinelli) e dall’avvocato Carlo Smuraglia (rappresentante la vedova Pinelli, costituitasi parte civile contro gli assassini di suo marito). In queste due memorie si confutavano le “prove” dei sostenitori della tesi del suicidio di Pinelli e dell’innocenza dei rappresentanti delle forze dell’ordine presenti nella stanza dalla cui finestra l’anarchico “volò”.

Un lavoro meticoloso, una ricostruzione il più possibile precisa, un costrutto logico più che convincente. Ma del tutto inutile. Lo stato non poteva condannare i suoi fedeli servitori, non poteva incolpare se stesso. Come previsto, li assolse in istruttoria, autoassolvendosi.

Aspetti sconcertanti

Il primo fondamentale aspetto sconcertante, per paradossale che possa sembrare dopo anni di apparente istruttoria di cui veniva data qualche esteriore notizia all’opinione pubblica comprensibilmente ansiosa di conoscere come muore a Milano nell’ufficio politico della Questura un cittadino onesto e scagionato da tutti, è che non è stata fatta tanto l’istruttoria sulla morte di Giuseppe Pinelli quanto una tenace e quasi univoca indagine sulle sue eventuali responsabilità.

Questo, a parte la colossale perizia sui poveri resti ormai scarsamente significativi e alcuni esperimenti grossolanamente riproducenti i fatti: esperimenti certo importanti e del resto richiesti dalla difesa della parte civile, ma per loro natura irreparabilmente insufficienti.

Non è stata fatta, perché si è ignorata l’esigenza fondamentale di porre sotto inchiesta il comportamento del dirigente e dei componenti dell’ufficio politico della Questura di Milano, interrogando in modo analitico e rigoroso prima di tutto i protagonisti e poi i testimoni, che nell’istruttoria originale e nel dibattimento del processo a carico di Baldelli avevano cominciato a indicare delle vie di indagini (…).

Ebbene, rispetto a tutti questi fatti, è stato accertato che Giuseppe Pinelli e in genere gli anarchici che avevano collegamenti politici con lui erano estranei. Per le bombe del 25 aprile, la cosa è ormai acquisita da tempo; per quelle sui treni dell’8 e 9 agosto l’estraneità di Pinelli è stata confermata anche dal rapporto della Pubblica Sicurezza presso le Ferrovie dello Stato di Milano; per la strage, la mancanza totale di qualunque elemento di sospetto, o di dubbio non può certo trovare qualche limite nella ormai svalutata accusa contro Valpreda, né nella artificiosa e forzata discussione sull’alibi di Pinelli né nelle ricerche dei primi mesi dell’istruttoria sulle quali si faranno alcune osservazioni. (…).

Più in particolare, non si è indagato sulle minacce fatte a Pinelli alcuni mesi e perfino pochi giorni prima della strage, attraverso i testi già uditi nel dibattimento del processo contro Baldelli e gli altri più volte indicati, e richiesti dallo stesso Procuratore Generale il 10 gennaio 1973. Si è giunti all’assurdo di ascoltare due volte come teste Ivan Guarneri: colui che aveva riferito della minaccia a Giuseppe Pinelli di “incastrarlo per bene, una volta per sempre”, rivoltagli pochi giorni prima del 12 dicembre dal dirigente dell’ufficio politico, quasi che questi fosse a conoscenza di quanto stava avvenendo. Sentendolo non su questo punto, ma sull’alibi di Pinelli. E così si sono disattese le nostre istanze, da quella del 2 novembre 1971 all’ultima del 6 dicembre 1974. (…).

Insomma, di fronte all’“errore” dell’incontrollata accusa agli anarchici e a Pinelli, i cittadini italiani avevano e hanno diritto di sapere se si è trattato di incompetenza, oppure di complicità con gli autori della strage, o almeno di vedere verificata da parte dell’autorità giudiziaria la prima delle due ipotesi.

Di fronte alla morte di una persona onesta in Questura alla fine di 3 giorni di interrogatori, avevano e hanno diritto di sapere se c’è stata imprudenza e spietata insensibilità resa più traumatizzante da qualche pesante espediente poliziesco: oppure se si è giunti alla conclusione di una lunga e pervicace persecuzione di lui e dei suoi compagni, che lo avrebbe portato a un gesto disperato; oppure se altro c’è stato e perfino un omicidio.

L’indagine, per quanto imposta dalla evidenza dei fatti, è stata oggettivamente elusa. Prima con la sentenza di proscioglimento dei dirigenti degli uffici politici di Milano e di Roma e dell’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno senza alcuna specifica indagine (e con qualche irrilevante rilievo critico, che ha portato all’applicazione dell’amnistia per una imputazione); poi, o meglio contestualmente, con l’eliminazione dal processo per la morte di Giuseppe Pinelli di ogni inchiesta sui funzionari dell’ufficio dal quale è precipitato, come se questo fosse avvenuto altrove. (…).

Ma l’aspetto più sconcertante dell’istruttoria è ancora un altro. Ed è che l’esame critico delle contraddittorie e inverosimili versioni dei funzionari di polizia non avviene mai, nonostante le richieste continue e sempre più allarmanti che noi difensori abbiamo reiterato. Soltanto nel terzo anno di istruttoria, prima di chiuderla definitivamente, gli indiziati vengono sentiti. Non viene fatta loro nessuna contestazione, e ci si limita ad acquisire la versione dei fatti già data. Ne sono prova i verbali di questi formali atti, così come quello della generica deposizione del questore Guida.

Quanto agli avvisi di reato, una posizione privilegiata ha poi assunto inspiegabilmente il dirigente dell’ufficio politico Allegra. Questi, pur denunziato come gli altri funzionari per lo stesso contesto di fatti, ha avuto comunicazione solo per il reato previsto dall’art. 606 c.p., amnistiabile e amnistiato, nonché scollegato dalle modalità specifiche con cui è stato trattato ed è morto Giuseppe Pinelli. (…).

La requisitoria del Procuratore Generale impone qualche osservazione specifica, a parte tutto quanto abbiamo scritto o scriveremo in questa memoria.

La prima osservazione è che questo atto, malgrado le sue dimensioni e la chiara strutturazione del discorso, esclude qualunque problema e ogni ricerca di verità su un caso così inquietante e complesso come la morte dell’anarchico.

Il Procuratore Generale che non solo difende gli imputati in un modo che meglio si attribuirebbe a un avvocato che ne tuteli gli interessi e la reputazione, ma scrive come se avesse personalmente assistito agli interrogatori del fermato e, non avendo dubbi sulle frasi pronunziate e sugli atteggiamenti tenuti dai funzionari di polizia, ne constatasse l’assoluta correttezza. Quando si leggono i giudizi positivi sulle frasi che gli indiziati hanno riferito di aver detto a Giuseppe Pinelli e sugli espedienti che hanno raccontato di aver usato, si ha la netta impressione che il Procuratore generale non si ponga neppure il problema che i fatti possano essere stati diversi o anche di poco peggiori. (…).

Le ipotesi astratte di questa precipitazione si sono sempre limitate alle seguenti:

a – Ipotesi del malore e della precipitazione accidentale. Pinelli, sentendosi male durante l’interrogatorio, chiede e ottiene di recarsi alla finestra per prendere aria e quivi, colto da malore, è inopinatamente scivolato fuori dalla ringhiera cadendo nel cortile.

b – Ipotesi del suicidio. Pinelli, sconvolto per quello che ha udito, pur essendo estraneo alla strage, riesce a scavalcare la ringhiera e a lanciarsi nel cortile.

c – Ipotesi dell’omicidio preterintenzionale. Pinelli colpito violentemente nel vano della finestra, precipita in modo fortuito.

d – Ipotesi dell’omicidio a mezzo della defenestrazione per occultare precedenti lesioni o perché lo si ritiene in imminente pericolo di vita. È quanto avviene all’anarchico Frezzi precipitato durante un interrogatorio della polizia, in circostanze analoghe a quelle di Pinelli (si ricorda un precedente lontano, ma è pur vero che non si ha notizia di vicende analoghe e tanto meno alla Questura di Milano, dovute a suicidio).

e – Ipotesi dell’omicidio mediante defenestrazione. È questa l’ipotesi più tragica e suggestiva, che non farebbe che aggiungere un altro morto ai tanti possibili testi della strage, eliminati anche in modo analogo, talvolta con apparente precipitazione suicidiaria: Muraro e Ambrosini.

Scartata la prima ipotesi perché poco verosimile ed esclusa dai periti e dai consulenti tecnici, non resta che scegliere fra le altre.

Ebbene, contro il suicidio stanno il carattere di Pinelli, la sua passione politica, le sue convinzioni, il suo amore per la famiglia e la vita, il suo stato d’animo di quel giorno, la difficoltà fisica, in una stanza come quella e in presenza di tanti funzionari, di raggiungere e scavalcare la ringhiera e parte la sua estraneità a qualunque fatto delittuoso. Insomma, praticamente tutto quello che si conosce di Pinelli ed è stato accertato. (…).

Avv. Marcello Gentili

Avv. Bianca Guidetti Serra

Una menzogna allegra

(…). Ma il fatto è che una serie di considerazioni del P.G. si distruggono da sole e non hanno bisogno di confutazione. Ci limiteremo a rilevare come nella requisitoria si segua pedissequamente l’impostazione difensiva del principale difensore degli imputati e, talvolta, lo stesso contenuto dei rapporti giudiziari redatti dal Dott. Allegra. E già questo è rivelatore di una presa di posizione apodittica, prima ancora che ancorata a dati obiettivi ed a sicure emergenze processuali.

Né ci soffermeremo sul fatto che per il P.G. le deposizioni di alcuni testi sono sospette solo perché si tratta di anarchici, mentre si dà pieno credito a coloro il cui interesse nel processo – per essere indiziati o imputati – è più che evidente, tanto che perfino le loro contraddizioni vengono addotte a prova di spontaneità!

La presa di posizione di partenza del P.G. è tale che egli ammette che ci sono imprecisioni, discordanze, contraddizioni, che il rapporto iniziale fu superficiale e leggero (da notare che c’era di mezzo un morto e in quali circostanze!), che ci furono errori ed illegalità per quanto riguarda il fermo di Pinelli, ma da tutto questo che cosa deriva? Neppure l’ombra del sospetto, neppure un indizio, nulla, anzi la prova della buona fede dei prevenuti.

Su queste basi, non c’è contraddittorio, non può esservi confronto e dibattito di idee. C’è solo una tesi cui si vuol credere a tutti i costi e che da tutti viene avallata, perfino dagli argomenti decisamente contrari.

Ci sono obiezioni di illustri consulenti di parte? Non se ne tiene conto, perché si tratta di persone rose dal tarlo della politica o dedite alle esercitazioni accademiche.

Si parla di minacce al Pinelli? E che rilievo possono avere, se si tratta solo di – più o meno amichevoli – “esortazioni”?

Pinelli fu fermato illegalmente? Ma che diamine, c’erano elementi fortemente indizianti e perfino una notizia confidenziale che lo dava per implicato in traffici di esplosivi.

Le norme sul fermo non furono applicate rigorosamente? Ma anche questo si spiega con l’eccezionalità della situazione, con l’avallo dei superiori e nientemeno – col consenso delle persone fermate, tutte pronte a collaborare nelle indagini.

Fu fatta un’irregolare e illegittima contestazione al Pinelli? Sciocchezze, piccoli trucchi di mestiere inammissibili per un Magistrato, ma spiegabili e pensabili per un funzionario di pubblica sicurezza. (…).

Avv. Carlo Smuraglia