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Lotta Continua 1 ottobre 1970 La Strage di Stato Controinchiesta

27 settembre 2012

I loro nomi: Saragat, presidente della repubblica; Rumor, presidente del consiglio; Restivo, ministro degli interni; Vicari, capo della polizia; Pesenti, industriale; Ferri, segretario del PSU; Guida, questore di milano; Occorsio, pubblico ministero

 

Bombe a volontà

Le bombe del 12 dicembre scoppiano in un paese dove, a partire dal 3 gennaio 1969, ci sono stati 145 attentati: dodici al mese, uno ogni tre giorni, e la stima forse è per difetto.

Novantasei di questi attentati sono di riconosciuta marca fascista, o per il loro obiettivo (sezioni del PCI e del PSIUP, monumenti partigiani, gruppi extraparlamentari di sinistra, movimento studentesco, sinagoghe, ecc.) o perchè gli autori sono stati identificati. Gli altri sono di origine ufficialmente incerta (come la serie degli attentati ai treni dell’8-9 agosto), oppure vengono addebitati a gruppi della sinistra estrema o agli anarchici (come le bombe del 25 aprile alla Fiera campionaria e alla stazione centrale di Milano). In realtà ci vuole poco a scoprire che la lunga mano che li promuove è sempre la stessa, appartiene alla destra economica e politica, nazionale e internazionale.

Il Mago Merlino

Dopo gli attentati del 12 dicembre le indagini della polizia si indirizzano verso il circolo anarchico 22 Marzo. Tra gli arrestati c’è anche un fascista, Mario Merlino, infiltratosi come provocatore negli ambienti dell’estrema sinistra. La sua storia è esemplare.

Gli anni dal 1962 al 1968 vedono Mario Merlino militare attivamente nei gruppi di estrema destra : Avanguardia Nazionale, Giovane Italia e Ordine Nuovo. Passa ogni anno l’estate in Germania, di preferenza a Monaco e Francoforte. Tra il ’65 e il ’66 vi rimane sei mesi; al suo ritorno racconterà di aver frequentato un campo clandestino di addestramento organizzato dai neo nazisti tedeschi di «Nazione Europea».

Mario Merlino compare per la prima volta mescolato alle forze di sinistra durante la battaglia di Valle Giulia che si combatte tra studenti e polizia ai primi di febbraio 1968, davanti alla facoltà di Architettura. Merlino, è presente tra le fila di un gruppetto di picchiatori fascisti di Avanguardia Nazionale.

Tuttavia questa fase sta per chiudersi: il viaggio in Grecia che i giovani fascisti italiani compiono nell’aprile 1968 segna una svolta definitiva. Il viaggio è promosso dall’ESESI, la lega degli studenti greci fascisti in Italia, ed è organizzato dal giornalista Pino Rauti del Tempo di Roma e da Stefano Delle Chiaie i quali scelgono fra i militanti di Nuova Caravella, Ordine Nuovo e dell’ex Avanguardia Nazionale una quarantina di giovani che si sono particolarmente distinti nell’attività a favore del regime dei colonnelli.

Da quel momento, tornato a Roma, Mario Merlino cambia pelle. La cambia fisicamente, perchè comincia a vestire in modo dimesso e si fa crescere i capelli, poi anche barba e baffi. E la cambia politicamente: non sono passati quindici giorni dal rientro da Atene che ha già fondato il gruppo XXII Marzo, (Il 22 Marzo sarà fondato invece solo circa un mese prima degli attentati di Roma e Milano).

Gli inquirenti, mentre sono stati molto scrupolosi nel porre a Merlino domande su episodi e circostanze che riguardano soprattutto gli altri cinque inquisiti (Valpreda, Mander, Bagnoli, Borghese e Gargamelli), lo sono stati molto meno nel chiedere sia ai cinque che a lui delle testimonianze sulla sua persona e sulla sua attività. Sino dal primo momento, quando la sera di venerdì 12 dicembre viene fermato e interrogato dalla polizia, Merlino svolge la parte del delatore, parla e parla, e sarà sopratutto grazie alle sue «confessioni» che si arriverà a incastrare gli altri ragazzi del circolo 22 Marzo.

Non si chiede per esempio a Merlino dove sia stato la sera dell’11 dicembre. Eppure da diverse fonti si può dedurre che sia stato o da Pio D’Auria, fascista e indicato come sosia di Valpreda, o da Stefano Delle Chiaie, capo dello squadrismo romano.

Una spia che spia poco

Nel circolo 22 Marzo c’era anche una spia della polizia. La spia si chiama Salvatore Ippolito, calabrese, sedicente studente, in realtà agente scelto di P.S., con residenza a Genova ma da tempo domiciliato a Roma presso una pensione. Si introduce tra gli anarchici del Bakunin nell’aprile 1969. Nel mese di settembre Salvatore Ippolito, che si fa chiamare Andrea il genovese, ha lasciato la pensione ma continua a, frequentare assiduamente il 22 Marzo fino al 14 dicembre. Questo può essere provato da diverse testimonianze dirette e indirette e smentisce recisamente sia l’una che l’altra delle giustificazioni che si è preteso di dare al fatto che la spia del 22 Marzo nulla seppe e nulla riferì delle bombe che stavano per scoppiare.

«Andrea» infatti era sempre insieme a Valpreda e ai suoi compagni e ancora nel pomeriggio dell’11 dicembre si trovava nella sede del 22 Marzo, in via del Governo Vecchio, quando a Macoratti – recatovisi dopo le 17,30 per vedere Valpreda – Bagnoli disse che il Pietro era appena andato via, in partenza per Milano.

Sia Merlino, provocatore fascista, che Salvatore Ippolito, spia della polizia sanno dunque del viaggio di Valpreda a Milano e sono in grado di utilizzare la circostanza.

 Un dinamitardo in libertà

La notte degli attentati del 12 dicembre Giancarlo Cartocci viene fermato a Roma dai carabinieri e messo in una stanza dove vi sono altre persone fermate con lui. Ecco la testimonianza di una di esse: «Sono stato prelevato in casa dai carabinieri, all’alba, e condotto al nucleo investigativo di San Lorenzo in Lucina. Nella stanza trovai altre tre persone che attendevano di essere interrogate. Due erano compagni D. e A. , e uno un fascista, un tale Cartocci che conoscevo come uno dei nazi-maoisti della facoltà di Legge. Appena entrai mi chiese notizie di Mario Merlino e io gli risposi che non ne sapevo nulla. Mi misi a parlare con gli altri compagni e lui si sdraiò su una panca. Dopo un po’ entrarono quattro capelloni tedeschi con gli zaini, accompagnati da alcuni carabinieri. Un capellone ci si avvicinò e ci squadra, poi va accanto al Cartocci, che stava sdraiato con gli occhi chiusi e comincia a guardarlo. Quindi fa un cenno a un carabiniere, come di assenso. Il carabiniere si avvicina a Cartocci, lo scuote e lo fa alzare in piedi. Il tedesco lo guarda ancora, gli gira intorno, poi ripete il cenno di assenso. Poi escono tutti, capelloni e carabinieri ». Quei «capelloni» sono gli stessi che, come scrissero alcuni quotidiani all’indomani degli attentati, avevano visto fuggire un giovane dal luogo della seconda esplosione dell’Altare della Patria. Giancarlo Cartocci fu rilasciato quasi subito.

Nel marzo di quest’anno un giornalista di un quotidiano di sinistra romano riceve da una persona la notizia che due giorni prima si era tenuta in città una riunione riservatissima tra i rappresentanti di diverse organizzazioni neofasciste. I delegati, giunti da Torino, Pavia, Messina, Bari, Napoli e altre città italiane, avevano discusso il piano per una serie di attentati da compiersi in diverse zone nei mesi di aprile e maggio, prima delle elezioni amministrative e regionali. Il giornalista non dà molto peso alla notizia sospettando una provocazione e si limita a segnare su un taccuino i nomi delle uniche due persone che il suo confidente era stato capace di segnalargli. Dopo una settimana cominciano gli attentati: a Torino, Pavia, Nervi, in Valtellina e a Roma, in un laboratorio militare. I due nomi segnati sul taccuino del giornalista sono quelli di Giancarlo Cartocci, via dei Campani 14, Roma, e di Pino Tosca, via Cumiana, Torino.

 Antonino Allegra, chiacchierone

Tra i sosia di Valpreda si fa anche il nome di Antonio Sottosanti, ex legionario, conosciuto come Nino il fascista. Cornelio Rolandi, il taxista principale accusatore dell’Anarchico, nel vedere una foto di Sottosanti, afferma che si tratta di Valpreda ritoccato. Sottosanti va a Milano il 2 novembre perchè deve essere interrogato dal giudice Antonio Amati sull’alibi che egli ha fornito a Tito Pulsinelli. L’unica cosa che sembra interessarlo è riuscire a mettersi in contatto con Giuseppe Pinelli, che ha conosciuto nei mesi precedenti perchè riceveva da lui i fondi del soccorso Crocenera da inviare a Tito Pulsinelli e agli anarchici che erano in carcere.

Versa mezzogiorno del 12 dicembre va a casa di Giuseppe Pinelli, pranza con lui e riceve un assegno di 15.000 lire per Pulsinelli, assegno che costituirà il suo alibi per il pomeriggio della strage. Alle 14 e 30 i due vanno al bar di via Morgantini a bere un caffè e poi alla fermata del tram dove alle 15.05 (versione Sottosanti) si lasciano. Mentre Pinelli torna al bar Sottosanti si reca alla Banca del Monte di via Pisanello a incassare l’assegno, quindi prende un altro tram per la piazza delle Ferrovie Nord e lì l’autobus per Pero, dove vivono i genitori di Pulsinelli e dove lui arriva verso le 16,20 (teoricamente avrebbe avuto tutto il tempo di collocare l’ordigno alla banca di Piazza Fontana). Riparte per Piazza Armerina la sera di domenica 14 dicembre.

Sottosanti viene interrogato solo il 13 gennaio, quando il capo dell’Ufficio politico milanese lo va a cercare in Sicilia. Il giudice istruttore Ernesto Cudillo lo convoca in seguito per due volte a Roma. Il giorno della sua seconda convocazione un giornale radio del pomeriggio trasmette la notizia che egli è stato arrestato come uno dei responsabili della strage di Milano.

La notizia però scompare dalle successive trasmissioni. In quello stesso periodo il commissario Allegra riesce a far circolare tra giornalisti e avvocati la voce secondo cui Nino Sottosanti deve essere collegato a Giuseppe Pinelli (anzi: è stato Pinelli che ha dato la valigetta al tritolo a Sottosanti, quel venerdì a mezzogiorno in casa sua … Poi Sono usciti assieme, Pinelli è andato al bar e Sottosanti in Piazza Fontana. Ecco quindi perchè Pinelli si è ucciso …)

I finanziatori della strage

La centrale dei finanziamenti USA al neofascismo italiano è la Continental Illinois Bank di Cicecero, Illinois, che concentra enormi capitali provenienti in massima parte dall’industria bellica americana. La Continental (come anche la Gulf and Western che amministra il capitale della mafia americana Cosa Nostra) fornisce la copertura finanziaria alla italiana Banca Privata Finanziaria, della quale si serve Michele Sindona per la gigantesca operazione di trasferimento di medie industrie italiane sotto il controllo del capitale americano, che è iniziata verso il 1968. La Continental, inoltre, è una delle maggiori consociate dell’industriale Carlo Pesenti e dell’Istituto per le Opere di Religione, la centrale della finanza vaticana il cui nuovo responsabile è monsignor Paul Marcinkus, originario di Cicero.

Presidente della Continental Illinois Bank è David Kennedy, consigliere al Tesoro dell’amministrazione Nixon. Tramite l’italo-americano Philip Guarino, nostalgico per la parte italiana, è repubblicano e grande elettore di Richard Nixon per l’altra metà americana, David Kennedy è entrato in contatto con l’onorevole Luigi Turchi. Il deputato del MSI ha partecipato alla campagna elettorale di Nixon facendo capo al quartier generale del partito repubblicano a Washington da dove ha organizzato comizi, dibattiti e conferenze radiofoniche per la comunità italiana negli Stati Uniti. Durante un ricevimento, in cui Turchi era tra gli ospiti d’onore, il capo dell’esecutivo della campagna elettorale, Michael III, nipote di Eisenhower, ha espresso ai giornalisti presenti l’apprezzamento di Nixon per il contributo offertogli dal parlamentare italiano e «la fiducia che il contatto si protragga anche nel futuro» (comunicato ANSA). Tornato in Italia Luigi Turchi ha pubblicato a piena pagina sul suo giornale La Piazza una foto del nuovo presidente americano con dedica personale.

Altri soldi americani arrivano ai fascisti italiani dalla CIA che si serve per questo del «canale greco». Il primo ministro Papadopulos ha affidato la gestione di questi fondi al capo del KYP, colonnello Michele Rufogalis, (agente – come il ministro del Coordinamento Makarèzos – dei servizi segreti americani da almeno otto anni), il quale a sua volta ne cura la distribuzione sulla base delle indicazioni fornitegli dall’incaricato della «questione italiana», l’agente del KYP Costantino Plevris.

La fonte dei finanziamenti in Europa è la Banque de Paris et des Pays Bas, la stessa usata dai monopoli agricoli e minerari belgi, francesi e olandesi per le colossali operazioni di finanziamento dell’OAS in Algeria e delle truppe mercenarie in Congo.

Restano poi i finanziamenti nazionali. Il quadro è estremamente composito e riflette le contraddizioni e gli squilibri del processo di ristrutturazione neocapitalistica in atto in Italia. A Genova pagano armatori e petrolieri, a Rimini grossi albergatori, a Ravenna gli industriali zuccherieri, a Roma, Napoli, Palermo gli impresari edili, a Bari e Reggio Calabria gli agrari, eccetera. In sostanza a foraggiare i fascisti sono i settori della media e piccola industria e quelli del capitale parassitario. La Confindustria in quanto tale, poichè al suo interno esistono contrasti di tendenza tra «presidenzialisti» e «riformisti», ha preferito continuare a investire i propri soldi nei partiti di governo e dell’opposizione «costituzionale» di destra, oltre che nel SID al quale versa ogni anno dai 70 agli 80 miliardi.

I rapporti dei fascisti con il Vaticano invece si sono fatti più cauti e discreti che nel passato. Uno dei tramiti più noti è il principe Filippo Orsini, ex assistente al soglio pontificio, molto legato a Junio Valerio Borghese e a Giulio Caradonna. Tra le varie entrature, Filippo Orsini ha quella molto consistente con il cardinale Samorè, ex presidente della pontificia commissione latino-americana, che è uno dei fiduciari della Misereor, una ricchissima società finanziaria tedesca che sostiene le iniziative anticomuniste in tutta Europa.

Tra le fonti dei finanziamenti minori c’è l’Associazione per l’Amicizia Italo-Tedesca con sede a Roma (via del Colosseo 2 a), il cui direttore, Gino Ragno, è stato presidente della Giovane Italia, membro di Ordine Nuovo e fondatore del gruppo clandestino dei Figli del Sole. Ragno, che è anche collaboratore del quotidiano Il Tempo ha contatti con industriali, militari (soprattutto ufficiali dei paracadutisti), e uomini politici della Germania Federale.

 

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A rivista anarchica n35 Febbraio 1975 Cronache sovversive a cura della Redazione

23 ottobre 2011

Sindacato sbirri

Noi anarchici siamo proprio incontentabili. Siamo sempre i primi a sottolineare quanto il nostro Paese sia culturalmente arretrato rispetto alla grande maggioranza degli altri paesi europei e poi, quando almeno in un campo si affianca ai più moderni e “progressisti”, ecco che continuiamo a lamentarci. Sarà, ma in effetti il fatto che gli sbirri della P.S. stiano per costituire un loro sindacato (come già accade appunto in tanti altri Stati) non ci trova proprio entusiasti. Con la sindacalizzazione della sbirraglia è lo stesso concetto sindacale che tocca il fondo, dimostrandosi in tutto e per tutto slegato da qualsiasi ideale di emancipazione sociale.

Francamente, noi anarchici non ci guadagneremo ne ci perderemo niente. Ed altrettanto le altre forze rivoluzionarie. A meno che non si consideri più simpatico esser picchiato, bastonato, magari defenestrato da uno sbirro con tanto di tessera unitaria CGIL-CISL-UIL piuttosto che, come ora, da uno sbirro… autonomo. Ma noi non sappiamo cogliere simili sfumature!

Una considerazione si impone all’attenzione di tutti ed è il fatto che, con questo ulteriore passo… indietro (sulla via dell’emancipazione proletaria), il sindacato si dimostra sempre più una struttura corporativa al servizio di un razionale funzionamento del sistema. In questo caso, comunque, i bonzi sindacali possono stare tranquilli: sappiamo che lasciamo più che volentieri a loro il controllo sindacale sugli sbirri. La nostra propaganda rivoluzionaria è sì diretta a tutti gli uomini e le donne, ma soprattutto (da sempre) agli sfruttati. Certo non agli sbirri, alle spie.

Pedrini

Belgrado Pedrini, l’anarchico di Carrara in carcere fin dai tempi della Resistenza (vedi A 33, pag.18), è stato “graziato” dal presidente della repubblica ed è quindi stato dimesso dal carcere di Parma in cui aveva quasi terminato di scontare le pene cui era stato condannato. Non è però stato rimesso in libertà, bensì immediatamente trasferito alla casa di lavoro di Castelfranco Emilia dove dovrebbe scontare altri tre anni. Mirabile risultato di una “grazia” presidenziale!

In nome della legge

Tempo di processi. Il giorno 20 si celebrerà (forse) il primo processo contro il nostro primo direttore responsabile, Marcello Baraghini (radicale). In effetti il processo doveva svolgersi il 12 dicembre scorso, ma è stato rinviato perché Pio D’Auria (il noto fascista che ci ha querelato perché abbiamo avuto… l’impudenza di scrivere che lui con la strage di piazza Fontana qualcosa a che fare ce l’ha) non si è presentato; anzi Pio D’Auria, proprio lui che ha sporto querela contro di noi, aveva dato alla magistratura un indirizzo presso il quale non è stato possibile reperirlo. Mentre noi, i querelati, eravamo presenti in aula in un centinaio a sostenere Baraghini e a testimoniare la nostra decisione a smascherare la trama tricolore. Il 20 febbraio, al Palazzo di Giustizia (sic!) di Milano, saremo di nuovo là ad aspettare che Pio D’Auria, uscito dalla sua fogna, venga in aula a recitare la parte dell’offeso.

Il 27 gennaio, è iniziato a Catanzaro e dopo poche battute è stato sospeso, il processo contro i presunti responsabili della strage di piazza Fontana: secondo il desiderio di chi sta in alto (ma la cui onestà e dignità è sempre più in basso) dovrebbero sedere allo stesso banco degli imputati i neo-nazisti Freda e Ventura con Valpreda e gli altri giovani del gruppo “22 marzo”. Anarchici e nazisti uniti nel processo: quale miglior trionfo per la teoria tricolore degli opposto estremismi! A più di cinque anni dalla strage di stato, però, l’innocenza di Valpreda e dei suoi compagni è fuori discussione per chiunque, di qualsiasi idea, abbia un minimo di buona fede. E già fin d’ora i giovani del “22 marzo” hanno dichiarato che mai e poi mai accetteranno di essere giudicati insieme con i neo-nazisti Freda e Ventura. Dal momento che ormai risulta lampante che vari funzionari del S.I.D. (cioè del servizio segreto statale) sono implicati nelle trame tricolori, perché non viene chiamato al banco degli imputati anche il senatore Saragat, che nel ’69 era la massima autorità dello Stato? Così, almeno, la squallida e infame buffonata del processone “anarco-fascista” sarebbe completa.

Se continua così

Lotta Continua, uno dei più noti movimenti extra-parlamentari, ha tenuto tra il 7 e l’11 gennaio il suo primo congresso nazionale. Preceduto da congressi provinciali non privi di contestazioni tipicamente pratiche (ad esempio discussioni sulle deleghe dei congressisti, sul diritto delle minoranze ad essere rappresentate al tavolo della presidenza…) l’assise nazionale ha sancito il perfezionamento formale di quella trasformazione in partito del movimento in atto da tempo (a occhio e croce dal primo convegno nazionale). In partito leninista, naturalmente. Cioè, fra le altre cose, “centralista democratico”. In omaggio al centralismo democratico non troviamo traccia sul quotidiano di Lotta Continua delle forti opposizioni in seno al neonato partitino in merito a temi non marginali: la posizione ufficiale (cioè dei dirigenti nazionali) di Lotta Continua sui rapporti con la cosiddetta “autonomia operaia” (dai mille significati), sul compromesso storico, sulla lotta armata, sui decreti delegati, ecc. Opposizioni che pare abbia portato all’uscita da Lotta Continua di alcune sezioni importanti (ma non ne troviamo traccia sul quotidiano). Un’opposizione che ha segnato le ultime fallimentari resistenze interne verso un progressivo spostamento a destra (sia in termini organizzativi che tattico-strategici) di un gruppo che presentava all’inizio tanti spazi (o meglio ambiguità) libertarieggianti da catturare la simpatia o addirittura la collaborazione e la militanza di alcuni elementi ai margini del movimento anarchico.

Anche Lotta Continua (come più in genere tutta la sinistra extra-parlamentare) è andata “maturando” la sua ribellione di tipo edipico verso papà P.C.I.. Non senza logica (e secondo quanto avevamo facilmente previsto fin dall’inizio, i “figli ribelli” dopo aver inutilmente privilegiato l’aggettivo (ribelli) vanno ora privilegiando il sostantivo (figli) scoprendo a poco a poco tutta l’importanza del legame di parentela che li lega al potentissimo rappresentante ufficiale del socialismo autoritario.

Se continua così la sua lotta leninista contro quel po’ di genuino, di spontaneo, di quasi (o pseudo) libertario che forse ha ancora in sé, Lotta Continua potrà presto fondersi con il neonato partito-fronda (che raccoglie cioè in modo istituzionale e funzionale al P.C.I. ciò che tende a sfuggire alla sua sinistra): il P.D.U.P.-Manifesto.

Il guaio di questi marxisti-leninisti è che starebbero benissimo nel P.C.I. come corrente di sinistra, se il P.C.I. (ed il “centralismo democratico” che essi stessi condividono) consentisse correnti al suo interno.

A rivista anarchica n9 Gennaio 1972 Ambrosini, Stuani, Restivo, Longo a cura della Crocenera Anarchica

18 ottobre 2011

– Buona sera, le portiamo i saluti di Achille Stuani.

– Grazie, grazie, dica all’onorevole che lo ringrazio tanto, come sta?

– Entrerà in ospedale lunedì.

-Gli faccia tanti auguri, gli dica che ho bisogno di parlargli, è sempre stato così buono, così vicino all’avvocato.

– Ecco, signora, volevamo chiederle a nome di Stuani alcune cose proprio sull’avvocato, sulla sua fine così strana…

– Sono ancora stroncata, cosa volete mai, lo dica, lo dica all’onorevole, lui lo sa, pensi che l’avvocato doveva uscire quel giorno stesso, era così felice, sapesse, stava bene, finalmente fuori, me lo aveva ripetuto proprio una mezz’ora prima di cader giù, prima che lo buttassero…

– Ma allora, anche lei…

– Non so, non so, ho tanta confusione in testa, io devo parlare all’onorevole, anzi gli dica che devo assolutamente vederlo, lui può aiutarmi a capire.

– Glielo diremo, signora. Ma lei lo ha visto quel biglietto?

– No, non ho visto niente ma di biglietti ce n’erano tanti, Vittorio ne lasciava sempre in giro, per me è anche così, perché scriveva sempre, lasciava sempre delle frasi, dei pensieri.

– I giornali hanno parlato di una frase precisa.

– No, prima il “Messaggero” poi “Il Tempo” hanno riferito diverse parole; ma dica all’onorevole che gliene devo parlare, verrò presto a Milano!

Sono questi i brani più importanti di una conversazione telefonica fatta la sera del 3 novembre con la signora Teresa, la donna che viveva con l’avvocato Vittorio Ambrosini. La telefonata si concludeva coi ringraziamenti della signora Teresa per l’interessamento e l’insistenza del suo viaggio e della necessità di incontrare l’on. Stuani.

All’indomani di questa telefonata, la signora Teresa, circa alle nove del mattino, richiama il compagno con cui aveva avuto la conversazione telefonica la sera prima. Dice di essersi consultata col suo avvocato il quale le ha consigliato di rifiutare qualsiasi contatto, di non partire, dichiara anche “non ho niente da dire, Vittorio si è suicidato e, in ogni caso, ormai è morto. Che importanza può ormai avere per me sapere come è morto? Lasciatemi in pace. Io non so niente di politica“. Mentre si svolge la telefonata, la signora si interrompe spesso e si capisce chiaramente che parla su suggerimento, anche se non si può stabilire se la voce che “suggerisce” è maschile o femminile. La signora parla anche di un “bellissimo testamento” lasciato dall’avvocato, che lei renderà noto. Alle insistenze dei compagni per sapere qualcosa sui biglietti, la signora risponde “I biglietti li ha tutti il procuratore della repubblica, mi ha detto che in uno c’è scritto “affido la mia anima a Dio” non so altro. Penso che lui non si rassegnasse più ad essere un comprimario della scena politica e che non potendo più recitare il ruolo del protagonista, abbia voluto morire. Ma io non so niente, di politica non ne ho mai voluto sapere, lo sa Stuani. No, non verrò a Milano e non mandate nessuno da me, assolutamente“. Durante la conversazione della sera precedente la signora Teresa si era lasciata sfuggire un nome “il ragazzo che stava sempre con Vittorio, Santo, è mio parente, sì, è sempre qui, anche adesso, è qui con me“. Santo Capone è il fascista di Ordine Nuovo che doveva controllare Ambrosini, ora controlla, notte e giorno, la signora Teresa. Evidentemente è stato lui, non l’avvocato della signora, a consigliarle di non parlare con “estranei”. L’avvocato della signora, successivamente interpellato, ha infatti negato di aver “consigliato” la signora, è un amico di Ambrosini, è di sinistra.

Vittorio Ambrosini, fratello dell’ex presidente della Corte Costituzionale, Gaspare, cade dal settimo piano della clinica Gemelli in Roma mercoledì 20 ottobre. Era ricoverato al nono piano dove la signora Teresa lo aveva lasciato, tranquillo, sereno, più sollevato del solito e felice di essere dimesso di lì a poco, verso le ore 13. Ambrosini volerà dalla finestra subito dopo l’uscita della signora Teresa (la polizia fisserà l’orario di caduta alle 15,30). La notizia della sua morte viene comunicato ufficialmente tre giorni dopo. Ci sono anche versioni contrastanti sul biglietto (o biglietti) lasciati da Ambrosini, che dovrebbe confermare la tesi del suicidio. La signora Teresa e Stuani confermano l’abitudine di Ambrosini di scrivere biglietti su tutti gli argomenti e di lasciarli in giro un po’ dappertutto: ci vuol poco a scegliere quello giusto… Ma vediamo ora come entra Ambrosini nella vicenda della strage del 12 dicembre 1969. Il 10 dicembre 1969 Ambrosini partecipa ad una riunione nella sede di via degli Scipioni a Roma di Ordine Nuovo. Alla riunione partecipano 18 dissidenti del M.S.I. (i partecipanti al viaggio premio in Grecia, un anno prima), il deputato missino Caradonna e Pio D’Auria (1). Sarebbe interessante sentire dalla viva voce di Ambrosini come Caradonna consegnò a D’Auria tre pacchi di biglietti da 10.000 più un assegno mentre gli confermava che doveva andare a “Milano a buttare tutto per aria”, D’Auria prese il treno per Milano delle 23,40. Il 13 dicembre, il giorno dopo la strage, Ambrosini ricollega i fatti alla riunione del 10 e scrive subito a Restivo (con cui aveva intimi rapporti fin dall’infanzia, era stato infatti padrino di cresima dell’attuale Ministro degli Interni). Il giorno successivo Ambrosini inizia la sua peregrinazione da un ospedale all’altro. In clinica Ambrosini prega il suo vecchio amico Stuani di recapitare, per conto suo, tre lettere. Lo stesso giorno, Stuani, consegna la prima al segretario di Restivo (alle 11,30) la seconda a Caradonna (alle 14,30) e la terza all’Ufficio Controllo del PCI in via delle Botteghe Oscure (alle 17,30). Le tre lettere fanno un chiaro riferimento agli attentati del 12 dicembre. Nella lettera indirizzata a Restivo citiamo i fatti salienti. “… il tuo segretario particolare mi ha consigliato di farti avere un promemoria riservato, in base al quale si possono mettere in chiaro due punti che io ho trattato in lettera mia del 13 dicembre e in altra di oggi. Per quanto i due affari siano collegati (incontri e scontri fra “piazza nera” e “piazza rossa” e i fatti del 12 dicembre), più importante è il secondo argomento, relativo agli elementi dai quali sono scaturiti i fatti del 12 dicembre: ho avuto occasione di stare, già molto prima della primavera di quest’anno a contatto con gli elementi dai quali è nato il circolo XXII Marzo (2): in un mio tentativo di distoglierli da una tattica dalla quale potevano scaturire (come scaturirono) i fatti del 12 dicembre, ebbi un incontro con il dottor Provenza della questura di Roma. Sempre per guadagnarli alla tattica legalitaria, ho avuto da tempo rapporti con i dirigenti di Ordine Nuovo e modo di seguire il convegno che esso ha tenuto l’estate scorsa”.

Dunque nientedimeno che il PCI ed il Ministro degli Interni sono a conoscenza delle dichiarazioni di Ambrosini, oltre a Stuani, fin dal 15 gennaio eppure né Longo né Restivo ritengono doveroso riferire i fatti ai magistrati inquirenti o renderlo noto all’opinione pubblica (quella era proprio l’epoca, si badi bene, in cui si stava scatenando in tutta la sua falsità e bassezza la campagna denigratoria contro Valpreda e gli anarchici).

La vicenda di Ambrosini viene alla luce nel giugno del ’70 ad opera degli autori della “Strage di Stato”. Solo dopo la pubblicazione della “Strage di Stato”, in luglio, Cudillo si decide a sentire Ambrosini il quale, nel frattempo, aveva ricevuto “pressioni” da famigliari ed amici, smentisce in parte alcune circostanze ma riconosce l’autenticità delle lettere. Inoltre i familiari e gli “amici” di Ambrosini tentarono più volte, per “salvarlo”, di farlo ricoverare in manicomio, in modo che venisse liquidato come matto e non per “suicidio”, come è accaduto per Udo Lemke, il teste “matto” che aveva riconosciuto alcuni fascisti vicino all’Altare della Patria il 12 dicembre, gli stessi che giorni prima gli avevano proposto di “mettere bombe”.

Achille Stuani, ex-partigiano, medaglia d’oro, 74 anni, militante da giovane nel PCI, perseguitato e messo al confino durante il fascismo, ex deputato PCI è ora consigliere PSIUP nel comune di Caravaggio. In una intervista per un servizio che doveva essere pubblicato su Giorni – Vie Nuove qualche numero fa e che inspiegabilmente non è “passato”, Stuani così parla della morte di Ambrosini: “Un suicidio inspiegabile, doveva uscire il giorno dopo, me lo aveva detto felice, trasmettendomi i suoi saluti, la compagna, signora Teresa, proprio la domenica precedente, durante una telefonata, come facevo da sempre tutte le settimane”. A proposito del biglietto lasciato da Ambrosini ha “molti, moltissimi dubbi” ed è comunque in grado, se lo vedesse, di garantire dell’autenticità. Stuani era in contatto con Ambrosini anche prima delle bombe. Nell’estate del ’69 Ambrosini aveva insistito affinché Stuani si recasse a Roma, non si conoscono i motivi di questa insistenza. Dal testo di una cartolina di Ambrosini, in data 14 agosto 1969, indirizzata a Stuani, emerge che sapeva già che era in atto un disegno criminoso, la provocazione finale che i fascisti e i loro manovratori preparavano con un’escalation precisa, da molto tempo. Ambrosini, probabilmente, parlò in giro di queste sue preoccupazioni, cercò di bloccare il capo della manovra. E così fu “bruciato”, anzi “bruciatissimo” sin da allora – commenta Stuani -. Mi fece capire che voleva scoprire tutta la rete di complicità, i movimenti e le azioni decise in alto. Credeva, appunto, di riuscire a controllare tutto. È sempre stato così, anche durante il fascismo quando inseguiva il sogno velleitario di un incontro fra fascisti e socialisti”. Negli anni Trenta, si diede da fare per mettere in contatto, tramite l’allora ministro degli Interni Bocchini e il socialista Caldara (ex Sindaco di Milano) Mussolini e alcuni esponenti di varie coloriture politiche di sinistra. Il tentativo ovviamente fallì. Era un agente dell’OVRA (spionaggio fascista), ma, secondo Stuani, “lui non si era iscritto, anzi, non lo sapeva nemmeno, fu iscritto durante il confino, non si sa da chi e per quali ragioni. Addirittura non fu mai iscritto al Partito fascista. Era la pecora nera della famiglia, tant’è vero che per le sue trovate fu mandato al confino e praticamente ripudiato. “Una lettera scritta dal fratello Gaspare gli rimprovera alla vita disordinata e la cronica mancanza di quattrini, ciò che mal si concilia con il fatto dell’iscrizione all’OVRA che, è noto, pagava profumatamente i suoi “iscritti”. Ambrosini venne quindi iscritto a sua insaputa e mai pagato perché in pratica nessuno gli fece mai compiere azioni di spionaggio. Aderì alla Repubblica Sociale, ma dopo la guerra cercò di entrare nel PCI. Venne respinto perché risultava una gente dell’OVRA. Tornò quindi agli amici di destra. Stuani racconta: “Alcuni, i duri soprattutto, annusarono i vantaggi che poteva offrire l’appoggio di Ambrosini alla destra, soprattutto la copertura: era diventato un buon avvocato, patrocinava in Cassazione, fratello del presidente DC della Corte Costituzionale, e niente di meno, padrino di cresima di Restivo, amicissimo della famiglia Restivo. Ambrosini era in contatto con l’on. Giulio Caradonna ed aveva costanti rapporti anche epistolari. Ambrosini cercava di controllare Caradonna ma in realtà Caradonna aveva già da tempo fatto i suoi calcoli: Ambrosini si era scoperto spesso, negli ultimi tempi, opponendosi con energia a certi progetti”.

“Quando portai la lettera a Restivo, il 15 gennaio – continua Stuani – mi ricevette il suo segretario particolare, dr. Francisci; sembrò seccato, mi disse di fare un esposto al magistrato per conto di Ambrosini. Comunque ebbi la netta sensazione che già sapesse cosa conteneva anche questa lettera”.

Relativamente al ricovero in clinica di Ambrosini, Stuani dice: “Mentre era in coma e poi per tutto il periodo della convalescenza, c’era sempre la signora Teresa insieme ad un ragazzo, un napoletano, che prima del ricovero di Ambrosini, gli faceva da autista e lavorava nel suo studio. So che era un fascista di Ordine Nuovo”.

Prima del ricovero di Ambrosini, nello studio legale di Piazza S. Pantaleo 3, lavorava anche uno di Avanguardia Nazionale, Sandro Pisano che era addetto al compito di controllare gli studenti di sinistra e i movimenti di personalità considerate di sinistra. Pisano è amico del fascista romano Stefano Delle Chiaie, latitante, vive a Milano in via Giovannino De Grassi presso Franco Moiana (anche questo noto fascista), dove Zicari lo ha recentemente intervistato per il “Corriere della Sera“. Sandro Pisano per anni ha avuto il compito di controllare Ambrosini. Pisano e Delle Chiaie sanno come è morto Ambrosini.

Un altro episodio significativo avviene il 25 agosto 1971, all’ospedale di Treviglio-Caravaggio ove è ricoverato Stuani. Stuani allora non aveva dato eccessivo peso alla cosa, ma dopo che è stato suicidato Ambrosini, il fatto assume per lui un chiaro monito.

È il quarto giorno di degenza, alle tre del mattino. Stuani così lo racconta: “Non era mai successo che l’infermiere venisse a farmi punture alle tre di notte, senza, poi, il preavviso del medico o della suora. Invece quella notte mi sveglia un infermiere, mai visto, che mi disse sbrigativo di prepararmi per la puntura. Aveva già la siringa pronta, così al buio, in quella strana ora. Svegliato, all’improvviso, non riuscii a reagire in modo da far accorrere tutti, ma risposi energicamente e svegliai gli altri tre che erano nella stanza, rifiutando la puntura. Dopo aver insistito ancora, quel tipo se ne andò. All’indomani, volli subito che i miei venissero a prendermi. I medici e la suora non mi dissero niente, eppure non avevo terminato la degenza, non mi fecero nemmeno firmare un foglio, niente, perché?”.

Stuani è poi entrato all’ospedale di Rho ai primi di novembre per un’operazione alla cistifellea, ma ha preferito essere dimesso senza entrare in sala operatoria. Non sappiamo dargli torto!

Per concludere, due sono gli aspetti fondamentali che emergono dalla vicenda. Stuani è ora un teste estremamente “scomodo” e non ci è difficile dire che la sua vita è in pericolo. Sull’episodio dell’iniezione notturna qualcuno potrebbe obiettare che in ospedale succede anche di peggio, ma è notorio che chi abbandona un luogo di cura senza aver terminato la cura, lo fa sotto la sua responsabilità. A Stuani non solo non furono chieste spiegazioni del perché lasciasse la clinica in fretta e furia, ma nessuno si prese la briga di fargli firmare una qualsiasi dichiarazione che togliesse la responsabilità dei medici curanti. È stato solo un avvertimento?

Il secondo aspetto (più importante del primo) è quello delle lettere che Stuani, per conto di Ambrosini, ha consegnato a Restivo, Caradonna e alla commissione di controllo del PCI (con ogni probabilità a Longo) il 15 gennaio 1970. Caradonna avrà fatto di tutto per non divulgare la voce. Restivo non aveva certamente interesse a fare ricerche che smontavano la montatura poliziesca contro gli anarchici, in prima persona, e quindi contro gli sfruttati, anche perché era (ed è oggi ancor di più) coinvolto fino al collo. E Longo o, per citare il termine che avrebbe dovuto comparire su “Giorni-Vie Nuove”, “l’importante esponente di un partito della sinistra”? Da che parte s’è portato il PCI? Cos’ha barattato in cambio di Valpreda? Soprattutto perché ora tace, ora, dopo che Cudillo ha chiesto formalmente a Restivo le lettere di Ambrosini?

(1) Pio D’Auria era stato presentato da Merlino al 22 Marzo come un “ex-camerata in crisi che guarda con simpatia all’anarchia”. È uno dei tanti sosia di Valpreda.

(2) Il XXII Marzo (cifre romane) era un circolo di fascisti fondato nella primavera del 1969. L’altro il 22 Marzo (cifre arabe) era quello di Valpreda e compagni, fondato nell’ottobre ’69.

17 marzo 1972 Perché gli anarchici? Controprocesso Valpreda (dal settimanale ABC)

14 agosto 2011

Incompetenza per ragioni di Stato

di C.C.

C’erano due modi di rinviare il processo Valpreda a Milano: dichiarando nulla la sentenza istruttoria, oppure dichiarando la corte di Roma incompetente per un vizio di forma che non provocasse automaticamente l’annullamento dell’istruttoria. Non bisognava essere degli indovini per immaginare che il tribunale avrebbe scelto la seconda via. Nel primo caso oltre a buttare a mare Occorsio si sarebbe dovuto liberare Valpreda e gli altri coimputati. Così invece, rubricando come strage anche la bomba inesplosa alla Banca Commerciale milanese si sacrifica Occorsio ma gli imputati restano in galera (per legge ci possono stare ancora due anni) e il processo viene rinviato. Per quanto? Ufficialmente ciò dipende dalla buona volontà della giustizia, dalla sua (presunta) ansia che la verità venga alla luce, e al più presto. Ma noi sappiamo che, invece, ciò dipende dal potere politico: soprattutto in questo caso dato che siamo di fronte al più tipico dei processi politici.

E allora, se osserviamo la situazione da questa visuale, noi possiamo immaginare, senza difficoltà, quello che si cercherà di fare nel prossimo futuro. Si tenterà di procrastinare al massimo l’iscrizione a ruolo del processo al tribunale di Milano; Occorsio ricorrerà contro la sentenza della corte di Roma, non tanto per difendere la sua indifendibile istruttoria, quanto per far perdere altro tempo, conoscendo la lentezza della Cassazione che verrà chiamata a decidere sul ricorso; poi, quando inizierà finalmente il nuovo processo, ci sarà chi solleverà il problema della legittima suspicione; accolta la legittima suspicione, ci rivedremo nel ’74 a L’Aquila, o in qualche altro tribunale di provincia, con i sopravissuti se ci saranno e magari in una Italia molto diversa da quella attuale: ordinata e rispettosa come la sgualdrina di Sartre. Nel frattempo, o meglio, nel futuro immediato, le elezioni si svolgeranno come le vuole Andreotti: con i fascisti in galera a Treviso e gli anarchici a Roma, o a Milano. Insomma gli opposti estremismi messi ko e le opposizioni per bene (MSI e PCI) convenientemente intimorite. Questo è quanto si cercherà di fare. Ma non è detto che il piano riesca.

Anzitutto sarà molto difficile addormentare la opinione pubblica, cui erano bastate otto udienze per raggiungere la chiarezza e trarre le debite conclusioni. Quale che sia il motivo formale del trasferimento a Milano del processo, tutti hanno compreso che tale rinvio è comunque la prova della debolezza dell’istruttoria e del gioco poco pulito che essa sottintende. In secondo luogo non bisogna dimenticare quanto sta accadendo a Treviso. Se Roma tace, se il giudice Falco si è dichiarato incompetente per ragione di Stato, a Treviso il giudice Stiz continua a lavorare.

Tutto dipende da lui, ormai. Se riuscirà a dimostrare la colpevolezza di Ventura e soci e soprattutto se riuscirà a dichiararla apertamente riaffermando la sua indipendenza dal potere politico, allora il processo Valpreda, cacciato dalla porta, rientrerà inevitabilmente dalla finestra

Controprocesso Valpreda

Perché gli anarchici?

L’onorevole Stuani legge alla nostra tavola rotonda i documenti sul complotto fascista che sono stati respinti dalla Corte di Assise di Roma. Gli avvocati del gruppo «milanese» spiegano la loro linea difensiva

PARTECIPANTI

MICHELE ZUCCALA’ senatore, vice-presidente della commissione Giustizia al Senato

CLAUDIO CATTANEO movimento studentesco

ACHILLE STUANI ex-deputato comunista, amico di Vittorio Ambrosini

MICHELE PEPE avvocato

GIOVANNI CAPPELLI avvocato

FRANCESCO PISCOPO avvocato (difensore dell’imputato Emilio Bagnoli)

Dalla redazione milanese

 «ABC» – Senatore Zuccalà, ci dica il suo punto di vista sul processo Valpreda. Ci chiarisca come è nato, come si è formato e qual è il sistema che ha consentito che «certe» cose succedessero.

ZUCCALA’ – Solo risalendo a monte si spiega tutto quello che succede a valle. Qualsiasi tipo di processo – gravissimo come quello di strage o meno grave come quello di chi ruba un chilo di arance – ha sempre la stessa impostazione strutturale. Nasce cioè in assenza della difesa e continua con le «sacralità», per esempio la credibilità maggiore (rispetto alle altre) del pubblico ministero, del maresciallo dei carabinieri, del verbalizzante, ecc. In queste «sacralità» non interferisce nessuno, perché la difesa è assente. Per approdare alla verità bisogna demitizzare, smascherare tutto questo. Questo è il vecchio processo che consente a tutti gli autoritarismi di scegliere una via e di fare incamminare il processo su un certo binario. Cioè l’apparato, scelta questa via, la consolida attraverso tutte le connivenze che convergono: polizia, magistratura, verbalizzanti, ecc. Il processo Valpreda è tipica espressione di questo procedimento: si è scelta una via, tutte le «sacralità» convergono su quella via e si arriva al dibattimento su quell’unico binario. Bisogna assolutamente divellere quel binario – la difesa lo sta facendo egregiamente – per la ricerca della verità.

CAPPELLI – Non sono troppo d’accordo su questa impostazione che il processo Valpreda è uguale agli altri, come a quello di chi ruba le arance. E’ uguale solo dal punto di vista degli effetti sostanziali: in entrambi i processi, chi ci rimette è chi sta dalla parte dei poveracci. E’ sostanzialmente diverso in questo: nel processo Valpreda gli stessi oppressori hanno trovato nella forma un loro limite e l’hanno scavalcato senza nessun problema. In più, in questo caso specifico, c’era un sistema, «il sistema», che doveva difendersi dalla sua imputazione principale aver messo lui le bombe. E per difendersi, ha violato le sue stesse norme.

La riunione del dieci

STUANI – Stiamo discutendo del sistema e le conseguenze che ne derivano sono, direi, naturali al sistema stesso. Nel caso specifico, a complicare le cose e a portare certe valutazioni su un piano diverso esistono dei documenti, venuti fuori dopo che l’inchiesta era chiusa. Occorsio e Cudillo erano partiti verso un certo indirizzo, ma hanno visto questi documenti e non possono non tenerne conto, anche se io li ho mostrati solo alla morte di Ambrosini, come lui stesso mi aveva chiesto di fare. L’avvocato Ambrosini, mio amico di vecchia data, mi chiamò a Roma il 15 gennaio ’70, mi disse che il 10 dicembre 1969 aveva partecipato a una riunione (non mi disse il luogo) durante la quale si parlò di «andare a Milano a buttare tutto all’aria». Uno dei partecipanti mise sul tavolo tre pacchi di banconote da diecimila lire e, ma questo mi rimane un po’ confuso, un assegno in bianco. Alla riunione era presente il deputato missino Caradonna. Ambrosini mi chiese di consegnare una lettera al suo amico Restivo, ministro degli Interni.

La lettera a Restivo

Io mi recai dal ministro, ma non mi ricevette e lasciai la lettera al suo segretario. Ambrosini aveva già scritto a Restivo il 13 dicembre, ne faceva riferimento nella lettera che portai io. Oltre alla lettera per Restivo, Ambrosini mi dette altre due missive, indirizzate una a Caradonna e l’altra al Partito comunista italiano, precisamente all’on. Longo. Della lettera indirizzata a Restivo. io avevo una copia e la mostrai al dottor Cudillo quando mi interrogò. Allora Ambrosini era ancora vivo e Cudillo mi disse che il mio amico aveva detto che io avevo capito male, che insomma mi ero sbagliato. Quando invece l’avvocato Ambrosini morì, Cudillo disse chiaramente che Ambrosini non mi aveva mai detto niente, che praticamente io avevo inventato tutto. Ma io avevo tutti i documenti, che dovevo aprire solo in caso di morte di Ambrosini. E qui le cose cambiarono, perché io aprii il dossier. A questo punto entra in scena il dottor Sinagra, che aveva aperto un’inchiesta sulla ricostituzione del partito fascista.

«ABC» – L’apertura dell’inchiesta suscitò molte proteste da parte dei fascisti e il procuratore generale della Repubblica di Milano, Bianchi D’Espinosa, avocò a sé l’inchiesta. Poi però l’indagine fu sdoppiata: quella riguardante la ricostituzione del partito fascista fu affidata al dottor Bonelli; quella riguardante atti specifici fu affidata al dottor Corbetta. Quindi il dossier Ambrosini è in mano al dottor Corbetta, che l’ha inviato a Roma ma se lo è visto tornare al mittente.

STUANI – Esatto. A Roma di me e di Ambrosini non vogliono sentir parlare, perché sarebbe la débacle di tutto il loro lavoro. Ma questi documenti e queste lettere esistono e non so fino a quando potranno non tenerne conto.

Per il momento però ai padroni del vapore fa comodo non prenderne visione, non allegarli al processo Valpreda. Loro hanno interesse che questa faccenda vada avanti così, perché non vogliono la verità.

La zappa sui piedi

Pensate che quando al giudice istruttore ho detto che Ambrosini faceva continui riferimenti a un certo D’Auria, Cudillo mi rispose che non poteva verbalizzare questo particolare, perché io non ero in grado di dirgli se D’Auria fosse il nome di battesimo o il cognome. Io questo D’Auria non so chi sia. E’ forse il sosia di Valpreda?

«ABC» – Sì e no; o meglio, è il secondo sosia di Valpreda. Quello principale, di primo rilievo, è Sottosanti. D’Auria era quello di ricambio, pronto a entrare in scena se l’affare Sottosanti non funzionava. D’Auria infatti, quel pomeriggio del 12 dicembre, era da un callista di via Albricci, al quale disse ripetutamente che era affetto dal morbo di Burger.

PISCOPO – Sappiamo bene chi è D’Auria. Fu Merlino a portarlo al «22 Marzo». Per il giorno della strage, ha un alibi di ferro: era a letto malato, e lo testimonia il medico che lo visitò. Però non bisogna dimenticare che D’Auria era amico di Delle Chiaie e aveva aderito all’Avanguardia Nazionale fondata appunto da Delle Chiaie. Il discorso è sempre lo stesso: tutto era stato premeditato a puntino, anche se poi qualcosa non ha funzionato. Praticamente la borghesia. con i suoi errori, si è data la zappa sui piedi.

CATTANEO – Il processo Valpreda, si è detto, è l’attacco che la borghesia portava avanti e continua a portare avanti con la tesi degli opposti estremismi. Si è detto anche che per Valpreda, il quale rappresenta qualcosa che va al di là della sua persona, tutti i democratici devono allearsi e devono fare le loro scelte per arginare la svolta reazionaria. Importantissimo è capire l’innocenza di Valpreda e la colpevolezza della borghesia: questa è la verità. La tesi della borghesia – combattere gli opposti estremismi – è solo falsità.

«ABC» – Diamo un nome alla borghesia, o per lo meno facciamo in modo di arrivare a capire chi è.

ZUCCALA’ – La diagnosi, nei punti focali, può essere giusta, ma ci sono dei punti da chiarire. Che la soluzione possa essere la pressione delle masse per ottenere un risultato positivo del processo Valpreda non è il solo risultato che bisogna ottenere. La mobilitazione delle masse è importante, ma si deve accompagnare a un processo riformatore del sistema. Mandare il processo a Milano scardinerebbe tutta l’impostazione del processo, al punto che non vogliono quegli atti che Corbetta ha spedito.

PISCOPO – Tutto è stato organizzato in modo che, a pagare, fossero gli anarchici. Non a caso la polizia di Milano. Nel suo rapporto del 22 gennaio 1970, parla di «unico disegno criminoso». riferendosi alle bombe del 25 aprile ’69 alla Fiera, alle bombe dell’8-9 agosto ’69 sui treni, alle bombe del l2 dicembre ’69 a Milano e a Roma. Gli anarchici però sono stati assolti per le bombe del 25 aprile e per quelle sui treni.

Perché il potassio

In questo momento, con i vari Corbetta e Stiz, tanto per fare due nomi, tornano attuali anche gli attentati alla Fiera e ai treni. Vediamo di ricapitolare le cose. Il 13 aprile ’69 Faccioli e Della Savia a Milano comprano del potassio. Questo fatto viene contestato da Allegra nel rapporto del 9 maggio, riguardante il processo delle bombe alla Fiera. Siccome il 13 aprile comprano potassio, secondo Allegra le bombe del 25 aprile sono costruite a base di potassio. Il 24 aprile Faccioli e Della Savia vanno a Milano e il giorno dopo, il 25, scoppiano le bombe. La polizia prende subito gli anarchici e contesta loro le prove che ha, cioè che il 13 aprile hanno comprato potassio, che il 24 aprile sono andati a Milano, che il 25 aprile erano a Milano dove scoppiavano le bombe che sono a base di potassio e che in tasca Faccioli ha il famoso schema (parola definitiva delle bombe che la polizia gli ha messo in tasca). Questo trova riscontro nel famoso rapporto greco, che dice che non era stato possibile «agire» prima perché Faccioli e Della Savia non erano arrivati a Milano prima del 24. E la stessa cosa avviene per Braschi, che il 2 gennaio si muove da Livorno per venire a Milano e la notte del 2 gennaio c’è l’attentato a Camp Derby. La notte dell’8-9 agosto Pinelli va a Roma e ci sono gli attentati ai treni. Parliamo di Ivo Della Savia, a questo punto. Della Savia è quello che chiama Pinelli a Roma, è quello che accuserà il fratello delle più varie cose; ma una delle cose che non viene fuori è che lo accusa anche delle bombe del 25 aprile. La realtà è che Della Savia è nelle mani della polizia ed è quello che si porta dietro Andrea, l’agente di pubblica sicurezza che doveva spiare gli anarchici. Andrea (Ippolito) entra al «22 Marzo» attraverso Della Savia. Ora, Ivo Della Savia è fuori, latitante.  Il fratello invece lo prendono subito. Un terzo fratello muore addirittura, misteriosamente. E’ chiaro il piano: l’obiettivo sono gli anarchici e ogni cosa viene organizzata secondo i loro spostamenti. Se uno va a Roma, bomba a Roma. Se uno viaggia in treno, bomba sul treno.

ZUCCALA’ – La polizia fino a che punto è complice o consapevole?

PISCOPO – La prova è evidente: il 15 dicembre ’69 Allegra contesta a Pinelli gli attentati sui treni chiedendogli: «Chi è I’unico ferroviere anarchico?». Pinelli dice: «Sono io». Allegra risponde: «Allora tu sei l’attentatore e te lo dimostrerò». Non è una battuta, ma una precisa contestazione perché risulta dai verbali e dal rapporto. Non solo, ma agli atti del 25 aprile esiste tutto un rapporto in cui Pinelli viene accusato di essere l’autore degli attentati sui treni e si dice anche che il suo telefono è sotto controllo e che lui è stato regolarmente seguito. Ma quello che rivela la complicità della polizia è il fatto che il 20 agosto Calabresi si reca in carcere e contesta gli stessi reati (attentati sui treni) a Pulsinelli. Interrogato, Calabresi prima nega, ma di fronte all’evidenza dei fatti deve ammettere che lui contesta a Pulsinelli gli attentati sui treni. C’è qualcosa di più: Pulsinelli sa di essere seguito dalla polizia e non è arrestato

L’uso del potere

ZUCCALA’ – Ricercato dalla polizia.

PISCOPO – Questa è una supposizione, ma probabilmente, per l’attentato sui treni, si arresta Pulsinelli perché uno ci vuole subito, anche se poi si accorgono che il predestinato era Pinelli. La prova della perfetta connivenza è questa: al processo del 25 aprile viene chiesto a Calabresi come faceva il 15 dicembre il dottor Allegra a contestare a Pinelli di essere l’autore dell’attentato sui treni. Cioè gli chiediamo: «Ci dica subito se c’è un informatore del dottor Allegra, e in tal caso se può o non può rispondere». Calabresi ci risponde che non si tratta di un informatore del dottor Allegra, ma di un amico. Tiriamone le conseguenze: questo amico del dottor Allegra due cose ha potuto fare; o ha messo sulla falsa pista il dottor Allegra, oppure, al solito, era tutto preordinato, male, ma così.

CAPPELLI – Hanno il potere in mano e lo usano, scopertamente, fino in fondo.

PISCOPO – E quando lo scontro diventa più duro, in novembre e dicembre, ricorrono agli estremi strumenti.

«ABC» – Per ritornare a Valpreda, l’eccezione di incompetenza territoriale è stata dunque una scelta politica, non solo tecnica.

PISCOPO – Bisogna chiarire che l’eccezione di incompetenza, così come l’ha formulata Spazzali e così come è stata messa a verbale, è strettamente legata, a nostro avviso, alla nullità della sentenza istruttoria.

 *****

Protagonisti in toga

UGO PAOLILLO

 

Anche se non è presente alle udienze, indubbiamente il sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Ugo Paolillo, è uno dei protagonisti in toga del processo Valpreda.

Paolillo era il vero e unico titolare dell’istruttoria che gli fu rapita. Tra gli atti processuali esistono appunti di Paolillo che ha confermato per iscritto al presidente Falco che la polizia milanese gli celò – a suo tempo – il fermo di Valpreda e la testimonianza del tassista Rolandi.

Insomma Ugo Paolillo era un sostituto rigoroso e non disposto ad accettare tutto quello che la polizia gli porgeva sul classico piatto d’argento.

Oggi la complessa vicenda nella quale, suo malgrado, è restato coinvolto lo fa entrare come protagonista nel processo.

Cucchiarelli: Anche le foto parlano …di tarocco! a cura degli ex del 22 marzo

13 aprile 2011

Osservate questa foto tratta dal libro della controinformazione La Strage di Stato (pag 153 edizione  del  1970) e leggetene attentamente la didascalia.

da Strage di Stato pag 153

Roma, 28 novembre 1968: Pio D'Auria (il primo a sinistra) e Mario Merlino (in basso) alla manifestazione dei metalmeccanici

Ora guardiamo la seguente foto pubblicata a pag. 205 del libro di Paolo Cucchiarelli, “Il segreto di Piazza Fontana”.

Cucchiarelli pag 205

Foto 33. Pio D'Auria (a sinistra) con Mario Merlino (in basso con gli occhiali scuri), Nestore Crocesi (in alto a destra, con gli occhiali scuri) e altri camerati

Notato nulla? Si tratta della stessa foto, ma quella pubblicata da Cucchiarelli è stata leggermente ritagliata, e fin qui nulla di strano, ma, cosa ben più importante e grave, è stato cambiato il testo della didascalia.

Quindi la manifestazione dei metalmeccanici – vedi il testo sotto la foto originale – diviene (altrimenti come si potrebbe giustificare la presenza di tanti fasci?) un raduno di destra con una sfilza di amici di Merlino presenti.  E vi è pure uno scoop di mister Sherlock Cucchiarelli: l’identificazione di un terzo fascista, Nestore Crocesi, assieme a Merlino. Complimenti allora.

Peccato però per il nostro “Sherlocco l’investigatore sciocco”, che seduto a terra accanto a Merlino vi sia l’anarchico Emilio Bagnoli che – con la sua presenza -,  ci conferma l’occasione in cui è stata fatta la foto – quella della manifestazione dei metalmeccanici – seppure l’anno in cui fu scattata la foto sia sbagliato: si tratta del 1969 e non il 1968 come erroneamente riportato da Strage di Stato.  Anche noi nel nostro piccolo possiamo fare uno scoop: la foto fu scattata da un compagno del 22 marzo, Mino, che si trovava lì assieme ad altri compagni del circolo (non c’era stata una adesione del gruppo, ma solo individuale) .

Ma vi è qualcosa d’altro, nella disinvoltura di Cucchiarelli di manipolare i fatti o cambiare a proprio piacimento la realtà, che vogliamo porre alla vostra attenzione.

Se confrontiamo la foto (pag 195 foto a sinistra) di Nestore Crocesi, riportata da Cucchiarelli,

Nestore Crocesi

Nestore Crocesi

con quella del ragazzo (in alto a destra, con gli occhiali scuri) nelle foto più sopra riportate

giovane studente

appare evidente non solo la poca somiglianza  – ovale del viso, capelli, pettinatura, collo, naso… –  ma anche la differenza di età tra le due persone (le due foto sono state scattate nello stesso anno).  Si trattava infatti di un gruppo di studenti medi che aveva aderito alla manifestazione.

Rimane solo da capire se Cucchiarelli abbia voluto manipolare la foto per suo estro, o su suggerimento di qualche suo amico fascista e… “fonte sicura” .

Comunque bisogna ammettere che con Cucchiarelli non mancano mai i colpi di scena, è come partecipare ad  un gigantesco  “trova l’errore” della settimana enigmistica. Alla prossima allora.