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A Rivista Anarchica N11 Marzo 1972 Giustizia di stato di E. M.

17 settembre 2011

Sin dalle prime battute il processo Valpreda ha rivelato la trama di responsabilità – Una prima clamorosa conferma è venuta dal riconoscimento di incompetenza di Roma.

Con il suo comportamento sereno, calmo e responsabile, il giudice Falco tentava di accreditare la tesi secondo la quale a Roma si doveva svolgere un processo che doveva finalmente far luce sulla strage di Piazza Fontana o, quanto meno, sulla responsabilità di Pietro Valpreda e degli altri aderenti al circolo 22 Marzo, “in ordine” agli attentati del 12 dicembre.

Tutto il peso della credibilità che si voleva dare al processo poggiava però sulle sue sole spalle, in quanto gli altri personaggi coinvolti nella vicenda già si erano tolti i panni della farsa.

A cominciare dalla Procura di Roma che si è vista accusare di rapina di atti di procedimento istruttorio nei confronti della Procura di Milano, con argomentazioni difficilmente confutabili (tra le quali la lettera di Ugo Paolillo, in cui il magistrato democratico, che a Milano stava conducendo correttamente le indagini, conferma che gli fu letteralmente impedito di procedere ad un confronto fra Rolandi e Rachele Torri, zia di Valpreda… P.S. e C.C. gli comunicarono che Rolandi “era irreperibile” mentre lo stesso, a casa sua, rilasciava interviste a tutti i giornalisti).

Occorsio ha capito subito che l’accusato è lui e lo ha dimostrato scaricando le sue responsabilità sul collega Cudillo.

Gli avvocati più decisi e più lucidi della difesa hanno, a loro volta, individuato direttamente in Occorsio il principale imputato e nella sua istruttoria il vero “delitto”.

E così il ruolo di Falco, il “consulente politico” chiamato a difendere entrambi, non è sfuggito a nessuno.

Da parte sua, Valpreda ha dimostrato di sapere che la sua sorte non può essere legata alla clamorosa ed assoluta inconsistenza degli indizi a suo carico, bensì alla dimostrazione e alla verifica degli indizi, ben più consistenti, a carico di Occorsio.

La bizzarra situazione dipendeva dal fatto che tutti coloro che, come Falco, conoscevano gli atti dell’istruttoria, erano giunti alla stessa conclusione; con le bombe, né Valpreda né il 22 Marzo hanno nulla a che fare.

Non a caso solo “Lo Specchio“, il “Secolo d’Italia” e simili sostengono ancora, con poca convinzione, la colpevolezza di Valpreda. Non a caso il “Corriere della Sera” da mesi riporta notizie “asettiche” sul caso e non azzarda giudizi.

Allora dobbiamo subito spazzare via l’idea che in questo processo si stia giudicando Valpreda. Come gli attentati del dicembre ’69 facevano parte di un preciso disegno politico, così l’istruttoria che ne è seguita ed il processo che è in atto non sono che la continuazione dello stesso disegno. Questo processo deve essere inteso come parte integrante e conclusiva della strategia del terrorismo che nel ’69 è servita per fermare le lotte dell’autunno.

L’istruttoria di Occorsio

L’asse centrale del processo è l’istruttoria di Occorsio, costruita pezzo per pezzo per essere funzionale alla trama politica da cui è scaturita.

Ad Occorsio, coinvolto fino all’inverosimile nella vicenda della strage, lo stato ha affidato la gestione giuridica dell’accusa a Valpreda; a Falco, l’uomo del momento, sacerdote della forma e della regolarità della legge, il compito di circoscrivere gli attacchi della difesa affinché non entrino nel terreno pericoloso delle “Istituzioni” e dei contenuti politici.

Costretto a scoprire le carte Occorsio ha rivelato la sua singolare povertà di spirito ricorrendo alle più squallide e scontate delle ipotesi:

a) “Merlino è un elemento provocatore che si è inserito nel gruppo allo scopo di istigare gli aderenti al 22 Marzo a compiere gli attentati”.

b) “Questa corte è chiamata a giudicare questi imputati non perché si qualificano anarchici ma soltanto per quello che noi addebitiamo a loro di aver fatto. Noi non crediamo affatto che questi imputati possano confondersi con il movimento anarchico tradizionale… non lo abbiamo mai detto e non lo diremo mai”.

C’è tutto, gli opposti estremisti, gli anarco-fascisti, la salvezza del movimento anarchico “tradizionale” (?), ecc.

Con questa miserabile ipotesi Occorsio ha cercato, come sempre ha fatto di isolare Valpreda dagli anarchici, dalla politica, da tutto. Ma cosa crede Occorsio, di essere lui a sindacare se Valpreda è o non è anarchico? Crede che gli anarchici siano proprio disposti a buttare a mare Valpreda come i suoi “superiori” forse faranno con lui ora che ha dimostrato di non essere stato tecnicamente capace di mantenere il processo entro i binari che erano stati pazientemente preparati da altri? Valpreda non “si confonde” con il movimento anarchico. Valpreda è anarchico da almeno 10 anni. Sappiamo già a cosa Occorsio si attaccherà per dimostrare che Valpreda non è anarchico, ma sapremo rispondergli al momento opportuno.

Falco non è meglio di Occorsio. Falco è una muraglia contro la verità e lo ha dimostrato rifiutando in blocco il dossier che accusa i fascisti e contiene elementi importantissimi sulla strage, che la Magistratura di Milano ha inviato alla Corte d’Assise di Roma perché fosse allegato agli atti del processo. Dal canto suo Occorsio ha detto che se quei documenti venissero accolti, lui non li leggerebbe! C’è materiale più che sufficiente per una incriminazione per sottrazione di indizi e inadempienza professionale.

È in questa logica che il processo si era iniziato ed era solo in questa logica che, nell’aula Magna di Piazzale Clodio, tutta forma e tradizione, moquette ed ermellini, si tentava di dar credito al mito miserabile di una giustizia che ha sulla coscienza la violenza brutale del carcere, i quaranta giorni di isolamento, gli interrogatori bestiali di Valpreda, le minacce ed i ricatti ai testi “scomodi”, i falsi ed i morti dell’istruttoria, la repressione anti-operaia del ’69, l’anno delle bombe, e di oggi.

La “giustizia” ed i suoi uomini…, si arrogano il diritto di giudicare i loro stessi misfatti. Questa giustizia ha già comminato ad anarchici innocenti oltre venti anni di carcere preventivo, dal ’69 ad oggi, per proteggere i veri responsabili del terrorismo e per sfamare l'”ingorda borghesia” con anarchici “colpevoli”. Noi diciamo che questa giustizia non ha credito, né tanto meno diritti.

I mandanti…

CIA? Colonnelli greci? Fascisti nostrani? Può darsi, ma non sono i veri mandanti; sono consulenti e specialisti.

I social-fascisti del PSDI, i moderati, i benpensanti, gli schiavi dell’ordine stabilito sono i mandanti di Occorsio, di Cudillo, di Amati e della strage.

Se da una parte dobbiamo smascherare gli individui che a livello “professionale” organizzano il crimine politico, dall’altra non dobbiamo dimenticare l’incredibile numero di elettori, sostenitori, collaboratori, borghesi, grandi borghesi, piccoli borghesi, Dio, Patria e Famiglia, e chi più ne ha più ne metta, che a questa gente affida al mantenimento dei loro interessi di piccoli e grandi privilegiati che si nascondono dietro una “onesta vita” di padroni, timorati del sistema.

Costoro saranno sempre pronti, quando le cose si mettessero male, a considerare Occorsio e compari come una spiacevole eccezione, la strage come risultato di una disfunzione politica, Pinelli come la vittima di un increscioso incidente imputabile al massimo a qualche poliziotto.

La difesa

Quando il processo di Roma ebbe inizio, non si pose il problema se il processo dovesse essere “tecnico” o “politico” anche se era evidente che il modo di procedere dei difensori era legato al loro giudizio politico complessivo.

In realtà si è sempre trattato di scegliere se accettare o rifiutare i presupposti stessi del processo, se stare o non stare al “gioco” della giustizia. Se considerare l’istruttoria e le sue conclusioni come un errore giudiziario che, in quanto tale, non intacca la fiducia nella giustizia e nel suo funzionamento, o rifiutare ogni credibilità a questa giustizia affrontando il processo come un processo politico dove la posta in gioco non è solo l’assoluzione dei compagni e dove l’assoluzione dei compagni coincide con la condanna dei magistrati inquirenti ed è inscindibile da questa, perché Occorsio, Amati, Cudillo, i loro simili e le stragi, non sono eccezioni, disfunzioni ed incidenti in uno “stato di diritto”, ma sono “lo stato di diritto”, ne fanno parte integrante e continuativa, sono la struttura portante che, sotto la maschera delle pretese “garanzie costituzionali”, regge il privilegio, la disuguaglianza e lo sfruttamento.

Ed è chiaro che noi siamo soltanto su questa linea, quella che in aula è stata portata avanti dagli avvocati Spazzali, Piscopo, La Torre, Di Giovanni, Ventre.

Non possiamo invece condividere il continuo atteggiamento “legalitario” di fiducia che sembrano nutrire altri difensori come Lombardi e Sotgiu (avvocati di Valpreda) ed in generale gli avvocati così detti “parlamentari” nei confronti dell’imparzialità della legge e della giustizia.

Non possiamo condividere questa cieca fiducia che a un altro difensore “parlamentare”, Calvi, fece dire che la sentenza di Occorsio era una “sentenza onesta”, e se non bastassero i nostri motivi politici di fondo, ad essi viene oggi ad aggiungersi la deliberazione della corte di Assise di Roma che ha deciso il trasferimento del dibattimento alle Assise di Milano. Con tale deliberazione i giudici della corte di Assise di Roma, hanno smascherato, per superiori motivi politici e quindi soltanto in parte, la trama pazientemente preparata dalla stessa magistratura così come dalla grossa stampa fascista e borghese, dalla polizia così come dalla classe politica.

Il mattone rovente

Dopo nove ore di seduta in camera di consiglio per deliberare sulle eccezioni avanzate dalla difesa, la corte di Assise di Roma si è tolta di mano il mattone troppo scottante che Cudillo e Occorsio avevano preparato, e lo ha passato alla corte di Assise di Milano.

Tale decisione che a prima vista può esser interpretata solo come una vittoria della difesa dei compagni arrestati, sancisce in verità la sconfitta di Occorsio e la dipendenza della magistratura dal potere politico. Infatti, dopo lo scardinamento di tutta la fase istruttoria effettuato dalla difesa “politica”, istruttoria rappresentata in aula da Vittorio Occorsio, ci si attendeva ben altro dalla corte, ci si attendeva cioè che tutta l’istruttoria venisse dichiarata non valida e che alla ricusazione formale di Occorsio facesse seguito la ricusazione di tutta la montatura dell’accusa che, firmata da Vittorio Occorsio, ha portato i compagni anarchici sul banco degli imputati.

Ma purtroppo, nove ore prima che “l’imparziale” Orlando Falco facesse conoscere la sentenza della corte, negli ambienti del Viminale si conosceva già quale sarebbe stata la sentenza che tale corte avrebbe emesso, ed è allora nell’ambiente nel quale tale voce circolava con nove ore di anticipo, che ancora una volta va ricercata ed inquadrata la tanto sbandierata apoliticità di certa magistratura italiana.

Al Viminale, crollato miserabilmente il mito Occorsio sotto gli attacchi della difesa “politica”, non restava che sbarazzarsi della vicinanza di un procedimento che dava fastidio al carrozzone elettorale che sta per mettersi in moto. Non si poteva permettere che i comizi politici venissero turbati dalle accuse anarchiche, da questi anarchici che oltre a non mettere le bombe, accusano addirittura lo stato di essere il mandante e l’esecutore della strage di piazza Fontana. L’unica via di uscita che si presentava era buttare a mare un uomo che dopo aver pazientemente costruita un’accusa servendosi soltanto di falsi, aveva chiaramente dimostrato, sin dalle prime battute del processo, di non essere tecnicamente capace di sostenere tale accusa il giorno che si trovò di fronte non più delle donne, ma un’opinione pubblica nazionale ed internazionale.

Ufficializzate con la sua delibera le voci che circolavano con nove ore di anticipo all’interno del Viminale, la corte di Assise di Roma aveva adempiuto al proprio compito.

Il Viminale non poteva permettere, e la corte di Assise di Roma non poteva ufficializzare che, a due mesi dalle elezioni gli anarchici venissero dichiarati implicitamente innocenti e lo stato colpevole di falso continuato messo in atto per coprire i reali responsabili della strage di piazza Fontana, perché è a questo risultato politico che avrebbe condotto la ricusazione di tutta l’istruttoria sulla strage.

Al Viminale si è scelta la strada che può permettere, in qualche modo, di portare a termine senza eccessivi batticuori la presente campagna elettorale.

Ai compagni accusati si è lasciato il diritto di godere dei vantaggi che le patrie galere offrono ai loro ospiti. Restano invece a piede libero Amati, Occorsio, Cudillo, Calabresi, Guida, Restivo, Saragat.

 di E. M.

***

 Processo popolare

I riformisti considerano il “caso Valpreda” un caso individuale, o tuttalpiù un caso della sinistra rivoluzionaria, spina fastidiosa nel fianco della sinistra parlamentare. Nulla pertanto essi faranno per rovesciare sulla borghesia la responsabilità della strage di Stato.

Per la sinistra rivoluzionaria, invece, il caso Valpreda è il caso della classe operaia e del movimento popolare, perché è anche attraverso di esso che la borghesia si è proposta di bloccare la ribellione degli sfruttati.

Spetta pertanto alle forze rivoluzionarie promuovere una forte mobilitazione per mettere sotto accusa lo stato e le sue istituzioni, la classe degli oppressori e i loro servi e per portare sul banco degli imputati dinnanzi alla classe operaia, al movimento popolare, i veri e unici responsabili della strage e del clima di terrore che l’ha preceduta e seguita.

Per questo si sta organizzando un processo popolare che costituisca un primo passo verso l’acquisizione del diritto al giudizio da parte dei proletari.

Il raggiungimento dell’autonomia proletaria passa anche attraverso l’autonomia del giudizio, premessa indispensabile per l’acquisizione della coscienza rivoluzionaria.

Gli obiettivi fondamentali del processo popolare sono:

a) difendere Valpreda trasformando il “caso” individuale o di gruppo nel “caso politico” della classe operaia;

b) dimostrare che Valpreda è innocente e che la borghesia italiana porta la responsabilità politica della strage di Stato;

c) stabilire il grado delle responsabilità complessive più che determinare con esattezza gli esecutori materiali della strage;

d) denunciare la pesante responsabilità dei vertici della sinistra ufficiale che ha chiuso gli occhi davanti al “caso” e lo ha barattato come ha barattato lo spirito di rivolta della classe operaia con un disegno di potere in alleanza con la grande borghesia italiana;

e) chiarire sino in fondo che a Roma non si decide solo la sorte di Pietro Valpreda. Con la sua condanna la classe dominante si propone di porre un suggello alla gestione politica che essa ha fatto della strage e intensificare la stretta repressiva contro il movimento popolare;

f) denunciare il legame esistente con le altre provocazioni che le classi dominanti hanno sviluppato a livello internazionale.

DUNQUE, IL PROCESSO POPOLARE NON SARÀ UN PROCESSO ALTERNATIVO A QUELLO FORMALE: ESSO SARÀ TUTTO QUELLO CHE IL PROCESSO FORMALE NON POTRÀ ESSERE.

Del tribunale popolare faranno parte due giurie: una, internazionale, formata da persone note per il loro impegno di rivoluzionari e militanti democratici, l’altra, popolare, della quale faranno parte operai, abitanti di quartieri, ecc.

Esse avranno a disposizione gli atti del processo “formale” Valpreda e dei processi ad esso connessi (25 aprile, fascisti di Treviso, M.A.R., processo Pinelli, ecc.) per unificare in un quadro omogeneo tutti quei procedimenti che la magistratura ha tentato, non a caso, di dividere.

In più il processo popolare avrà a disposizione il materiale che i gruppi di contro-informazione hanno raccolto in questi anni.

In stretto collegamento con il processo formale, il processo popolare si articolerà in numerose udienze, tenute in diverse città e in luoghi adatti ad accogliere la più larga partecipazione popolare.

Ogni militante che partecipa al processo popolare è parte attiva, e in causa, in quanto il quadro politico che emerge dal processo offrirà gli elementi per collocare la sua esperienza specifica di fabbrica, di scuola, di quartiere nella generale azione repressiva che lo stato ha scatenato, con la strage, contro i proletari.

Di conseguenza, affinché questa iniziativa si realizzi in forma incisiva sulla realtà, è necessario un impegno militante di tutti i compagni rivoluzionari di partecipazione e di intervento nel processo popolare.

 La strage di stato: uno scandalo internazionale

a cura della Redazione

I fumetti del noto cartoonist Wolinski che riproduciamo in questa pagina sono tratti da “Charlie Hebdo“, supplemento settimanale di “HARA-KIRI”, con una tiratura di centomila copie. La “strage di stato” è dunque oggetto di satira politica anche all’estero. Lo scandalo ha passato le frontiere. La stampa internazionale, in effetti, ha dato molto spazio alle prime (ed ultime) battute del processo Valpreda, attribuendogli un’importanza che supera ampiamente quella generalmente attribuita alle vicende locali.

Dunque, benchè le porcherie poliziesco-giudiziarie non siano certamente una specialità esclusiva italiana, tutta la faccenda delle bombe del ’69, dell’istruttoria di Occorsio, dell’assassinio di Pinelli, della strage dei testimoni, ecc., è di tale brutalità, grossolanità, stupidità da suscitare l’indignazione a livello internazionale.

Indignazione e fumetti a parte, il movimento anarchico, per quanto è nelle sue possibilità, si sta dimostrando all’altezza del suo tradizionale internazionalismo, intensificando il suo impegno in vista della scadenza processuale.

In Svezia, accanto ai gruppi anarchici s’è mossa la S.A.C., il sindacato di tendenza libertaria, che ha inviato a tutti i lavoratori italiani il documento “La strage di stato voluta dai padroni“. Il 23 febbraio, per l’inizio del processo Valpreda, s’è svolta a Stoccolma una manifestazione che si è conclusa con un sit-in davanti all’ambasciata italiana.

In Francia le organizzazione anarchiche hanno promosso dibattiti e volantinaggi in tutti i principali centri. è stato doppiato il filmato Pinelli, che è già stato proiettato in decine di località.

In Inghilterra è stato stampato e diffuso in migliaia di copie un opuscolo sulle bombe del 12 dicembre. A Londra, alle due manifestazione sinora organizzate hanno partecipato migliaia di giovani.

In Germania, oltre a contro-informare l’opinione pubblica tedesca, si sta organizzando una campagna di controinformazione tra gli emigranti italiani.

Con la sospensione del processo lo scandalo continua…

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Umanità Nova 19 giugno 1971 Uno sporco affare Placido La Torre

31 agosto 2011

Non è possibile capire Il significato e la portata della ricusazione del presidente Biotti (questo ennesimo «affare» che sconfina dai limiti del piccolo mondo giudiziario per straripare in quello più vasto e più esposto di tutta la vita politica italiana), se si dimentica a quale «momento processuale» era arrivata la causa per diffamazione, sconsideratamente intentata dal commissario Calabresi contro il responsabile di «Lotta Continua», che lo aveva ripetutamente indicato come l’assassino del compagno Pinelli.

Il Tribunale di Milano, nel corso di un dibattimento che aveva visto — e fatto vedere — come i vari pezzi di un fatiscente edificio costruito da un giudice istruttore per dimostrare un «suicidio», al quale già nessuno era disposto a credere, andavano mano a mano scollandosi, aveva accolto un’istanza della difesa del prof. Baldelli, diretta alla esumazione della salma del compagno Pinelli per nuovi esami di natura medico-legale sui suoi poveri resti e per taluni accertamenti sui suoi vestiti indossati al momento della precipitazione dal quarto piano dei locali della questura.

L’ordinanza di nuova perizia, se è vero che da questo momento scatta il meccanismo della ricusazione, aveva turbato i sonni del dott. Calabresi e aveva spinto il di lui legale ad adoperare gli strumenti processuali per ottenere l’insabbiamento di una causa che minacciava di concludersi in maniera disastrosa per il querelante, il quale agli occhi di tutti appariva ormai come il vero imputato del processo.

Occorreva non soltanto sbarazzarsi del presidente Biotti, ma soprattutto ottenere la revoca della ordinanza di perizia, di quella perizia, cioè, che, indipendentemente dal risultato, e per il solo fatto di essere stata disposta, non poteva che assumere, inequivocabilmente, il clamoroso significato, sanzionato da un atto processuale, (l’ordinanza di perizia, per l’appunto), che tutto quello che si era detto e propalato dalle fonti ufficiali, dalla «voce del sistema», a proposito del meccanismo della morte dell’anarchico, non appariva convincente. In altri termini, la tesi del «suicidio», tesi non soltanto del giudice istruttore dott. Amati, che sbrigativamente aveva ritenuto di dovere «archiviare» il caso; ma tesi utile e, ovviamente, necessaria allo Stato, veniva ad essere posta in dubbio e, guarda caso, (e sta tutta qui la pietra dello scandalo), proprio da un tribunale, cioè da un organo del sistema e dello Stato.

Il fatto, dunque, agli occhi dei cultori della ragion di Stato assumeva le proporzioni di un vero e proprio tradimento.

Cosicché il dott. Calabresi, tramite il suo legale, non ha fatto altro che cogliere il momento propizio per l’istanza di ricusazione, adducendo tutti quei motivi che da diversi mesi teneva accumulati e nascosti nel cassetto e che si era ben guardato da allegare nel giudizio «prima che fossero compiute le formalità di apertura del dibattimento », come vorrebbe il codice di procedura penale, o, almeno, nel momento in cui ne era venuto a conoscenza.

La manovra del commissario, tendente all’unico scopo di arrestare una istruttoria dibattimentale giunta a un punto che a lui appariva dissacrante, e a ricucire la verginità, ahimè per sempre perduta, alla cosiddetta tesi ufficiale del suicidio, si è mossa in triplice direzione e con tre atti diversi, di cui due di natura strettamente processuale e uno di natura amministrativa.

Si è, con un incidente di esecuzione, impugnata la «diabolica» ordinanza di perizia, chiedendosene la revoca. Si è presentata una istanza di ricusazione del presidente Biotti. Si è inviata una lettera-esposto al Consiglio superiore della magistratura per l’instaurazione di un procedimento disciplinare nei confronti dello stesso giudice.

Tutte e tre le azioni hanno raggiunto, o stanno per raggiungere il loro scopo.

Si sa – al momento in cui scrivo – che il presidente Biotti è stato ricusato (e, come al solito e con la solita scorrettezza, la stampa ha avuto la notizia prima dello stesso interessato, dott. Biotti, al quale per legge il provvedimento deve essere notificato); che il procedimento disciplinare contro di lui, con una tempestività inconsueta negli uffici del consiglio superiore della magistratura, è stato iniziato e si parla già, come misura precauzionale, in attesa di una decisione definitiva, di un trasferimento in altra sede.

Per quanto riguarda la revoca dell’ordinanza di perizia, ancora nessuna decisione è stata presa e bisogna attendere il 18 giugno per conoscere ciò che penserà in proposito il nuovo tribunale che dovrà riesaminare ex novo il processo Calabresi-Lotta Continua.

In proposito c’è, però, da osservare e subito -per conferma di quanto abbiamo detto più sopra circa la vera ragione di tutto l’affare, consistente in una volontà statale di non compromettere la «verità ufficiale del suicidio» – che la motivazione del provvedimento di ricusazione della Corte d’Appello di Milano, mentre ritiene validi tutti gli atti processuali assunti nel corso del dibattimento dal tribunale presieduto dal dott. Biotti, sospende il suo giudizio per quanto riguarda la validità dell’ordinanza di perizia, demandandolo al nuovo collegio giudicante, cadendo in tal modo, a nostro avviso, in un palese vizio di contraddizione, giacché non è dato comprendere come possano essere giudicati validi sotto il profilo dell’obiettività, della serenità e della correttezza morale del giudice, (l’unico profilo che poteva esaminare la corte d’appello), tutti gli atti, tranne uno, proprio quello che più interessa al commissario Calabresi.

Coerentemente la corte avrebbe dovuto considerare valida anche l’ordinanza di perizia, e ciò facendo non avrebbe pregiudicato «la serenità e l’obbiettività» del nuovo tribunale che sarà chiamato a rifare il processo, il quale, è bene sottolineare, anche se la corte che ha giudicato sulla ricusazione avesse, come era logico e naturale, ritenuto formalmente valida l’ordinanza di perizia, avrebbe potuto ugualmente riesaminarla, modificarla o anche cancellarla, potendo, come sta scritto nei codici, tutte le ordinanze essere in qualsiasi momento revocate.

Perchè, allora, la Corte non ha ritenuto di dichiarare valida anche la ordinanza di perizia, come ha fatto per tutti gli altri atti del dibattimento, e ha affermato che per tale dichiarazione era incompetente?

La risposta potrà essere ricavata dall’attento esame della motivazione del provvedimento di ricusazione, la quale contiene non una pura e semplice dichiarazione di incompetenza, come era giusto attendersi; ma tutto un preciso discorso, sia pure esposto in una prosa dal contenuto apparentemente oscuro, confuso e ambiguo, rivolto a coloro che hanno orecchi per intendere e intelletto per capire.

Così sta testualmente scritto nella motivazione del provvedimento di ricusazione adottato dalla corte d’appello di Milano: «Sarà invece di esclusiva competenza del Tribunale – chiamato a pronunciarsi in sede di incidente di esecuzione, anche questo proposto dall’avv. Lener in seguito al rinvio a nuovo ruolo del processo per compiere la nuova perizia – decidere se l’ordinanza debba essere mantenuta ferma nella sua interezza perché rispondente alla esatta ed obiettiva valutazione degli elementi già acquisiti o debba essere modificata nella sua sostanza o nelle modalità relative alla sua esecuzione. Risulta manifesto che ad esprimere tale decisione non possa essere chiamato quel magistrato che ha concorso ad emettere il provvedimento contro il quale si muovono le lagnanze dell’avv. Lener e che con il suo comportamento ha dato motivo quanto meno di sospettare che il giudizio espresso sulla necessità e sull’opportunità dell’indagine istruttoria disposta non sia stato effetto di un convincimento obbiettivo maturato a seguito della valutazione dei dati probatori già raccolti nel processo, bensì sia stato la risultante di un proposito predeterminato inteso ad acquisire elementi. che, almeno nelle intenzioni del ricusato, a tale finalità avrebbero offerto motivo per pervenire».

Dunque – e chi deve intendere, intenda! – la Corte di Milano ha sentito il bisogno, dopo di essersi dichiarata incompetente a decidere circa la validità dell’ordinanza di perizia, di precisare che sussistono fondati motivi per sospettare della necessità di nuove indagini istruttorie disposte dal collegio presieduto dal dott. Biotti e che, afferma, potettero essere «effetto non di un convincimento obbiettivo», ma piuttosto «risultante di un proposito predeterminato inteso ad acquisire elementi che, almeno nelle intenzioni del ricusato, a tale finalità avrebbero offerto motivo per pervenire»!

A parte l’ovvia considerazione che l’ordinanza di perizia «per stabilire in modo incontrovertibile e definitivo come è morto l’anarchico Pinelli», era stata disposta da un tribunale, che, come ognuno sa, è composto da tre membri e che, invece, il «ricusato» era uno solo di loro, e ciò bastava per doverla ritenere valida, a meno che non si voglia sostenere che gli altri due giudici erano succubi e « plagiati» dal dott. Biotti, a nessuno può sfuggire come il giudizio della corte d’appello di Milano, (che è sempre un organo superiore rispetto al tribunale che dovrà esaminare la validità della ordinanza), circa il sospetto della nuova perizia, non possa non essere inteso come un suggerimento, o, per lo meno, obbiettivamente rivelarsi tale, e rivolto ai giudici che dovranno decidere se revocare la ordinanza di perizia, se modificarla o confermarla nella sua integrità.

Tale parte di motivazione, sopratrascritta (la cui gravità, per il suo obbiettivo significato di preventiva ingerenza sul giudizio di altri giudici, è sfuggita a tutta la stampa, anche a quella parte di essa che si è sentita scandalizzata e allarmata per la ricusazione di Biotti e che ha aspramente criticato l’intenzione di volere impedire lo accertamento di una verità, «di cui tutti hanno ansia e sete»), è, riteniamo, quella che più è piaciuta a Calabresi e al di lui legale, perché con essa, appunto, dichiarandosi in sospetto la necessità della esumazione della salma di Pinelli, si opera il recupero, o il tentativo del recupero, della tesi ufficiale del «suicidio».

Tutto il resto – (la ritardata carriera del dott. Biotti, i conclamati patteggiamenti con l’avv. Lener, le minacce, le pressioni, i pensamenti e i ripensamenti di un vecchio giudice, le di lui frustrazioni, le epistole più o meno raccomandate o più o meno custodite in casseforti notarili, i desideri o le pressioni di alti personaggi di altissimi consessi) – costituisce, a parte la scarsa verosimiglianza di molti particolari raccontati dal ricusante e la contraddittorietà di essi, un insieme di piccole e grandi miserie che giovano solo a rendere più sporco tutto l’affare, un affare di Stato, che, cominciato nell’autunno del ’69, continua a gravare pesantemente e tenebrosamente sulla vita della società italiana. anche se di tanto in tanto e grazie alla tenacia di uomini e gruppi collocatisi fuori del sistema, squarci di verità appaiono all’orizzonte.

 

Umanità Nuova 29 Giugno 1997 – Strage di Stato e dintorni. Una testimonianza sul movimento anarchico a Roma all’epoca della Strage di Stato. Nostra intervista a Raniero Coari

28 novembre 2009
Umanità Nuova 29 Giugno 1997
Strage di Stato e dintorni
Una testimonianza sul movimento anarchico a Roma all’epoca della Strage di Stato. Nostra intervista a Raniero Coari
– Tu eri a Roma negli anni sessanta, facevi parte di un gruppo?

Sì, assieme ad altri giovani avevamo costituito un gruppo aderente alla Federazione anarchica giovanile . Avevamo anche l’incarico della C.di Relazioni della federazione giovanile ed eravamo inoltre impegnati a livello locale nel lavoro di propaganda e di azione politica, nelle manifestazioni che in una città come Roma erano frequenti. Riuscimmo pure a fondare un circolo anarchico assieme ai compagni della FAI di Roma: il “Bakunin” che ebbe una sua sede dagli inizi del 1969 fino all’assalto della polizia la notte della Strage di Stato.
Personalmente collaboravo con altri compagni anche al settimanale Umanità Nova che veniva stampato a Roma diretto da Mario Mantovani ed Umberto Marzocchi.
– Quale relazione esisteva tra il gruppo dei compagni calabresi periti nell’incidente sull’autosole nell’estate del 1970 di cui Umanità Nova ha dato testimonianza anche ultimamente e la Strage di Stato?
I compagni calabresi erano tenuti d’occhio dalla polizia politica. Il 20 aprile 1969 Angelo Casile ed Arico’ subiscono un’irruzione della polizia alla ricerca di armi ed esplosivi a Reggio Calabria, da notare la data così prossima al 25 aprile , Umanità Nova dopo aver riportato il fatto ritorna con un commento del compagno Placido la Torre la settimana successiva. Pochi giorni dopo la Strage di Stato Casile, Arico’ e la sua compagna Annalise vengono detenuti per una settimana a Regina Coeli e pesantemente interrogati, ma non risposero nemmeno alle domande, solo rivendicarono la completa estraneità del movimento anarchico alle bombe di qualsiasi tipo. Il resto della loro storia è noto.
– Qual’era il clima politico dell’epoca ?
Spesso sento evocare il ’68 e dintorni come un periodo di esaltanti manifestazioni, di occupazioni prolungate e tranquille e così via. Ma non fu tutto così facile e semplice dato che il potere spesso colpiva brutalmente ed indiscriminatamente senza parlare poi degli sgherri di Almirante sempre pronti specie a Roma e nel meridione ad intervenire. Nel 1969 la repressione incrudelì, basti ricordare che quell’anno si aprì con la notizia dei fatti della Bussola a Viareggio con il grave ferimento di Soriano Ceccanti ad opera delle forze di polizia, ferimento che porterà il ragazzo su una sedia a rotelle, e poi Avola e Battipaglia con i loro morti, a Roma continua la pesante opera repressiva nelle manifestazioni studentesche, i primi attentati sui treni, le bombe di Milano del 25 Aprile…. Si puo’ dire che da lì inizia la strategia della tensione, oltre all’attacco ed alla repressione diretta il potere inizia ad incolpare gli anarchici per dividere ed isolare la parte libertaria della sinistra che rischiava di influenzare tutto un movimento e di radicarsi nella società.
La sinistra ufficiale come al solito fa finta di non capire. Gli anarchici a Milano ed a Roma in special modo conducono una campagna per la liberazione dei compagni ingiustamente detenuti per le bombe del 25 Aprile, molti i giovani che effettuano dei digiuni di protesta davanti ai Palazzi di Giustizia. I coniugi Corradini verranno scarcerati dopo sette mesi, gli altri compagni dovranno attendere molto di più.
– Quali erano i gruppi anarchici operanti a Roma in quel periodo?
Oltre ai gruppi FAI e FAGI prima ricordati esisteva il Circolo Bakunin al quale facevano riferimento molti compagni e simpatizzanti, inoltre la presenza della redazione di Umanità Nova faceva sì che a Roma arrivassero di continuo militanti e compagni da tutte le parti. Marzocchi era spesso a Roma per il giornale, così pure Pino Pinelli, i compagni calabresi e tanti altri.
Il circolo Bakunin oltre all’attività normale di propaganda svolgeva azione di proselitismo e sostegno in alcune zone disagiate di Roma e gestiva la sede in un rione centrale. Dal circolo si staccarono alcuni compagni, tra cui Valpreda all’epoca a Roma, che formarono per brevissimo tempo il famoso 22 Marzo.
– Si è scritto di un gruppo anarco-fascista da parte della stampa di regime anche per la presenza di Mario Merlino…
La realtà è stata che alcuni compagni intesero svolgere un’attività politica autonoma non riconoscendosi nelle posizioni della FAI-FAGI e formarono un gruppo più movimentista rispetto al nostro e tutto si sarebbe in seguito chiarito se il potere non avesse predestinato il 22 Marzo a pedina principale del suo gioco. Difatti l’agente della squadra politica che si era avvicinato al Bakunin si sposto’ al gruppo di Valpreda mentre invece Merlino frequento’ per due o tre volte i nostri gruppi per poi sparire verso ottobre causa esami…
Merlino viene poi ripescato ed inserito quale militante del 22 Marzo solo per avallare la tesi degli opposti estremismi che anche la sinistra ufficiale spesso ebbe modo di ripetere stupidamente. Ricordo che alla morte dei compagni calabresi la stampa di sinistra parlo’, imbeccata dalle veline della polizia politica, di anarco-fascisti.
– Veniamo ora alla Strage di Piazza Fontana.
Dico sempre che chi come noi non ha vissuto quei giorni non potrà mai capire bene e fino in fondo quanto sia giusto parlare di Strage di Stato. Poco importa se a mettere l’esplosivo sia stato uno dei servizi segreti od un fascista prezzolato, tutta la preparazione tecnica, gli appostamenti, i pedinamenti, le campagne di stampa contro gli anarchici ed i sovversivi, la campagna per la morte accidentale del poliziotto Annarumma a Milano durante una manifestazione, l’azione combinata dei magistrati, il far scoppiare delle bombe minori a Roma su misura del 22 Marzo…infine l’aver concentrato solo sugli anarchici l’azione repressiva della notte e dei giorni successivi in tutta Italia non risparmiando nemmeno l’abitazione di Marzocchi a Savona, ci danno la misura di un’azione statale concertata al fine di eseguire e coprire mandanti ed esecutori della Strage.
Ritengo che lavorassero a questa idea geniale da parecchio tempo forze interne allo Stato probabilmente dietro suggerimento NATO o CIA, forze statali di funzionari vecchi come il questore Guida di Milano carceriere di antifascisti nel ventennio oppure nuovi come il commissario Calabresi giovane rampante dell’Ufficio politico…Così l’indagine venne spostata a Roma, mentre a Milano si insabbiava l’affare Pinelli.
Parlo di azione concertata di diverse forze burocratiche clerico-fasciste perchè dopo la Strage si scateno’ un’ondata repressiva anche contro i militanti operai più attivi con licenziamenti e condanne.
Inoltre il compagno Valpreda viene indicato volutamente ed indebitamente da parte di un giudice in un verbale della magistratura di Milano che indagava sulla bomba del 25 Aprile come latore di una confidenza al giudice stesso, una cosa banale ma che mette in allarme i compagni della Croce Nera di Milano che, attraverso Pinelli, informano i compagni responsabili di altri gruppi e quindi anche noi a Roma che cerchiamo di chiarire. Il potere riesce quindi a dividerci o comunque a mettere in atto un atteggiamento di diffidenza nei confronti della vittima predestinata. Di questo episodio rimane traccia anche nell’interessante ricostruzione a pochi giorni dai fatti che Mario Mantovani fa su Umanità Nova del 17 gennaio 1970 dove pure mette in risalto l’assassinio di Giuseppe Pinelli e l’inconsistenza delle prove a carico di Valpreda. L’azione di controinformazione parte e subito dopo, leggendo centinaia e centinaia di pagine di interrogatorio ci si renderà conto che non esiste la benchè minima prova a carico degli imputati. Valpreda e compagni diverranno quindi, soprattutto grazie all’azione ed alla propaganda dei militanti anarchici, le vittime del sistema statale, gli innocenti da scarcerare, dopo essere stati trattati da fascisti sanguinari, o da belve anarchiche a secondo dei gusti…
Per ultimo ricorderei anche che i vari super-testi, allora non esistevano i pentiti, alcuni dei quali semplici simpatizzanti, in realtà non testimoniarono su un benchè minimo indizio, figuriamoci poi la spia della questura…. A Roma l’attività di contro-informazione venne portata avanti soprattutto dal Collettivo politico-giuridico in cui erano presenti compagni della FAI. Devo qui ricordare purtroppo i miei genitori prematuramente scomparsi nell’aprile 1974: Aldo Rossi ed Anna Pietroni, instancabili animatori del Collettivo Politico Giuridico di Difesa, ed organizzatori dei gruppi romani della FAI. Il movimento anarchico, nelle sue varie componenti, fu capace di coordinare gli sforzi e le azioni in una efficace campagna di propaganda e di contro-informazione.
In che modo venivano letti gli avvenimenti che hai ricordato alla luce della strategia della tensione che poi è venuta fuori chiaramente negli anni settanta con le successive stragi ?
Da parte del movimento anarchico credo ci fu una prima lettura, grosso modo, classica. Non bisogna dimenticare che poco tempo prima in Grecia si era istallata la dittatura dei colonnelli e che in Italia il fascismo si giovo’ anche del massimalismo parolaio di parte della sinistra, di un anti-parlamentarismo bolscevico ed autoritario oltre che della violenza squadrista e che come anarchici temevamo il riproporsi di un attentato tipo “Diana” del 1920 magari fatto da fascisti a fini eversivi. Certamente nello Stato italiano erano presenti forze che venivano dallo stesso fascismo e che essendo bravi servitori dello Stato erano stati riassunti nell’immediato dopoguerra, specialmente nei servizi,e che erano ben collegate con i gruppi di destra.
Di fatto dopo la Strage di Piazza Fontana il temuto colpo di Stato delle destre non avverrà, molti, dando retta alla sinistra ufficiale, attenderanno come Drogo del “Deserto dei Tartari” il profilarsi della reazione all’orizzonte….Ma lentamente da slogan, la Strage di Stato, si rivela esattamente per quello che è, ossia una strategia che facendo leva sugli opposti estremismi tende a rafforzare lo Stato…democratico a colpi di bombe o di mitra BR poco importa . Dopo poco comunque appare chiaro, anche costatando la pervicace azione della magistratura nel voler tenere in galera i nostri compagni, che il potere statale è il mandante della Strage.
A distanza di così tanti anni mi dà quasi un senso di vertigine il riproporsi ora dell’affare Calabresi, dell’informatore “Anna Bolena” a Milano, fatto che forse potrebbe spiegare il movente dell’eliminazione di Pino Pinelli il quale avrebbe potuto capire qualcosa di troppo dietro le domande degli sbirri, l’incriminazione di fascisti come esecutori della Strage e così via.
Troppa grazia, nevvero?