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Lotta Continua 24 marzo 1970 Contro le “autorevoli” calunnie La Crocenera anarchica (comitato vittime politiche) dichiara quanto segue

24 settembre 2012

«La Crocenera anarchica (comitato vittime politiche), in accordo con i compagni del gruppo Ponte della Ghisolfa (gruppo di cui faceva parte Giuseppe Pinelli), dichiara quanto segue:

Voci diffuse in ambienti prossimi alla Questura lasciano intendere che, in concomitanza con la chiusura dell’inchiesta giudiziaria sulla morte del compagno Pinelli, si intenda porre in atto una manovra per diffamarne la memoria e giustificare la tesi del suicidio.

Tali voci, già messe in circolazione nei giorni immediatamente seguenti la morte di Pinelli ed ora rimesse in giro arricchite di nuovi fantasiosi particolari, vorrebbero implicare il compagno Pinelli in un trasporto di esplosivo destinato alla Grecia. Tale esplosivo sarebbe stato poi in qualche modo (magari anche all’insaputa dello stesso Pinelli) deviato e utilizzato per gli attentati di Milano e Roma.

Noi neghiamo nel modo più reciso che tale traffico di esplosivo sia mai avvenuto tramite i gruppi anarchici di Milano e ancor più recisamente che in tale traffico potesse in alcun modo essere implicato il compagno Pinelli. Affermiamo questo con la massima certezza, in quanto militanti anarchici ed in quanto compagni di gruppo di Pinelli. Dichiariamo che, disposti a dare la nostra solidarietà alla Resistenza greca, non abbiamo a tutt’oggi mai avuto richieste specifiche di aiuto degli antifascisti ellenici né come individui né come gruppi».

 

Comitato di difesa e di lotta contro la repressione

«I parenti di Pietro Valpreda, le cui deposizioni nel processo per gli attentati del 12 dicembre contrastano l’accusa fin dai primissimi giorni, sono stati incriminati per falsa testimonianza.

Gli imputati di falsa testimonianza, secondo alcuni, possono riacquistare la qualità di testimoni nel processo a Valpreda soltanto dopo una sentenza di assoluzione per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste.

Fino ad allora e anche nel caso in cui essi venissero assolti per insufficienza di prove, l’accusa avrebbe ottenuto il risultato di privare il processo contro Valpreda di una serie di testimonianze importanti, tutte quelle che per un verso o per l’altro non rientrano nel quadro semplicistico di un Valpreda organizzatore ed esecutore squilibrato degli attentati.

Quand’anche così non fosse, i testimoni si porterebbero comunque addosso la veste di imputati assunta proprio per la testimonianza che hanno resa, e la conservazione della capacità di testimoniare servirebbe essenzialmente a consentire loro la ritrattazione».

Martedì 24 in piazza Mercanti, processo pubblico contro gli assassini di Pinelli e i diffamatori di Valpreda.

Umanità Nova 13 dicembre 2009 Giuseppe Pinelli: militante anarchico di Franco Schirone

9 novembre 2011

“Pino” Pinelli nel 1944 ha 16 anni quando partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta nel battaglione “Franco” e, a stretto contatto con un gruppo di partigiani anarchici di quella formazione, apprende le prime idee libertarie (1). Nato nel popolare quartiere di Porta Ticinese, dopo le scuole elementari fa il garzone e il magazziniere, ma non tralascia la passione che lo accompagnerà per tutta la sua vita: la lettura e lo studio.

Nel biennio 1954-55 viene assunto in ferrovia; frequenta un corso serale di Esperanto per poter comunicare con gli anarchici di tutto il mondo, incontra Licia Rognini che frequenta lo stesso corso, si sposano ed avranno due figlie. Negli anni cinquanta e sessanta, dopo aver impiantato una bacheca pubblica in Piazza Selinunte, nel quartiere popolare di San Siro, Pinelli (che abita nelle vicinanze) si dedica alla propaganda del pensiero libertario attraverso l’esposizione settimanale di “Umanità Nova”.

Nella prima metà degli anni sessanta si costituisce un gruppo di giovani anarchici (“Gioventù Libertaria”) a cui aderisce il trentacinquenne Pinelli. E’ il più vecchio tra i giovani e, allo stesso tempo, il più giovane tra i pochi, vecchi anarchici che continua a frequentare: con questi ultimi nel 1965 apre una sede in uno scantinato di Viale Murillo 1, il “Sacco e Vanzetti”, che diviene subito luogo di incontri e dibattiti. Qui viene organizzato alla fine del 1965 il primo incontro cittadino sul tema dell’antimilitarismo con due obiettori di coscienza, un anarchico (Della Savia) e un cattolico (Viola), che spiegano e rivendicano pubblicamente le loro motivazioni al rifiuto di indossare la divisa militare.

Quella dell’antimilitarismo è una tematica che inizia ad avere nuova linfa in Italia negli anni 1966/67, sull’onda della contestazione globale che vede i giovani di tutto il mondo scendere nelle piazze contro la guerra nel Vietnam, e in generale contro tutte le guerre. Nel nostro paese i primi sintomi di un risveglio giovanile si avvertono con i “capelloni”, i Beat ed i Provos. Pinelli entra in contatto con il nuovo movimento, si trova benissimo tra questi novelli contestatori che pensano anche di fondare un giornale di strada per spiegare alla pubblica opinione le loro idee sulla società, sulla libertà, sulla necessità del pacifismo e della nonviolenza. Nasce così “Mondo Beat” e l’idea viene pianificata proprio a casa di Giuseppe Pinelli dove si riuniscono i primi tre redattori del giornale e sarà lo stesso Pinelli a ciclostilare il primo numero (numero zero) di “Mondo Beat” nella sede del “Sacco e Vanzetti”, ormai divenuto punto d’incontro per i contestatori impegnati nel milanese.

Con “Gioventù Libertaria” sperimenta un circolo “Wilhelm Reich” e organizza la “Conferenza Europea della Gioventù Anarchica” nei giorni di natale del 1966, un incontro a cui partecipano diversi gruppi giovanili italiani ed europei, oltre ai Provos olandesi di cui tutta la stampa scrive per le loro azioni “provo-catorie” messe in atto ad Amsterdam. Subito dopo anche a Milano si formano alcuni gruppi Provo e vengono redatti quattro numeri di un bollettino. Sempre Pinelli è tra i promotori di un camping internazionale a Colico (luglio 1967); si attiva coi suoi giovani compagni nel tentativo di far uscire un periodico anarchico dal titolo “Il nemico dello Stato” di cui esce un solo numero ciclostilato (aprile 1967).

Dopo lo sfratto alla sede del “Sacco e Vanzetti”, Pinelli ne trova un’altra, uno scantinato in Piazzale Lugano, nel quartiere operaio della Bovisa, e qui, il Primo Maggio del 1968, viene fondato il circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”. L’apertura del circolo coincide col “Maggio Francese” e il vento della nuova e più radicale contestazione arriva anche in Italia. Fioriscono numerosi gruppi anarchici in ogni città, nei quartieri, nelle fabbriche e nelle scuole. A Milano Giuseppe Pinelli inizia una nuova attività libertaria su numerosi fronti: organizza un servizio libreria, tiene aperta la sede, organizza cicli di conferenze su diversi temi. Come ferroviere ha la possibilità di viaggiare gratis e questo gli permette di tenere contatti diretti con gli anarchici del centro-nord, senza differenze di appartenenza specifica, pur presente nel variegato mondo libertario. Si impegna in campo sindacale sia con i CUB (Comitati Unitari di Base) che stanno sorgendo in diverse importanti fabbriche di Milano, che con l’USI (Unione Sindacale Italiana), aprendo una delle due sezioni di Milano presso il circolo di Piazzale Lugano (l’altra sezione USI è organizzata da giovani anarchici presso la Casa dello studente e del lavoratore in Piazza Fontana, così ribattezzata dopo l’occupazione dell’Hotel Commercio. La costituzione di una sezione Usi-Bovisa ha lo scopo di stimolare e appoggiare criticamente le forme di azione diretta che i lavoratori stanno riscoprendo nella radicalizzazione delle lotte. Grazie all’attività di Pinelli, e sull’onda delle lotte radicali degli operai, nell’autunno 1969 il Cub-Tramvieri tiene le proprie riunioni nella sede dell’Usi-Bovisa.

La crescita tumultuosa dell’anarchismo milanese vede Pinelli di buon mattino davanti alle fabbriche e alle scuole a volantinare, affiggere manifesti serigrafati (collaborando sia alla stesura che alla serigrafia dei manifesti), diffondere la stampa anarchica e i documenti prodotti dai compagni. C’è, però, bisogno di altri spazi collettivi ed è così che si adopera a cercare un’altra sede per i gruppi in crescita, contribuendo all’apertura del circolo anarchico di Via Scaldasole nel vecchio quartiere Ticinese.

Nel 1969 inizia la stagione della strategia della tensione e lo Stato, attraverso la questura e il suo ufficio politico, tenta di addebitare agli anarchici le bombe del 25 Aprile a Milano arrestando sette anarchici: inizia in questo modo la campagna di criminalizzazione che si rinnova in agosto dello stesso anno con gli attentati sui treni e addebitati sempre agli anarchici. Ora l’impegno è quello di organizzare gli aiuti, la solidarietà concreta ai numerosi anarchici incarcerati. Viene creata la Crocenera Anarchica, inizialmente con lo scopo di diffondere informazione sulla repressione antianarchica nel mondo e organizzare l’aiuto alle vittime libertarie del fascismo spagnolo: vengono diffuse notizie sull’attività rivoluzionaria in Spagna e che superano la censura fascista, vengono raccolti fondi per aiutare gli incarcerati dalla dittatura franchista, vengono inviati pacchi di medicinali, aiuti in denaro e si sostengono spese per gli avvocati.

L’evoluzione della situazione italiana obbliga la Crocenera Anarchica ad intervenire in favore delle vittime della repressione in Italia, organizzando la difesa legale e politica per gli arrestati dal 25 aprile in poi e facendo controinformazione sulla manovra di provocazione/repressione: manovra puntualmente documentata e denunciata sui quattro numeri dell’omonimo bollettino usciti tra aprile e dicembre 1969. E’ sempre Pinelli tra i promotori degli aiuti e dell’assistenza medico-legale agli anarchici arrestati, è lui che chiede un obolo nelle manifestazioni della sinistra extraparlamentare e a tutti quelli con cui entra in contatto. Dà inizio alla raccolta di firme di protesta a sostegno degli scioperi della fame intrapresi dagli anarchici sulle scalinate del Palazzo di Giustizia di Milano e poi davanti alla vicina sede della Cgil, è il promotore di ogni interpellanza parlamentare partita da Milano in difesa del movimento anarchico e delle libertà democratiche di tutti, indistintamente, i cittadini.

Diventa l’anarchico più conosciuto dalla Questura di Milano: è lui che chiede le autorizzazioni per le diverse iniziative o che viene convocato in Questura dal commissario Luigi Calabresi, lo stesso che nel pomeriggio del 12 dicembre, subito dopo la strage di Piazza Fontana, si presenterà al circolo di Via Scaldasole per invitare Pinelli a recarsi in Questura: senza problemi Pinelli prende il suo motorino e segue l’auto della polizia. L’ultimo viaggio prima di morire!

Giuseppe Pinelli, oltre ad essere un anarchico, è un nonviolento. “…L’anarchismo non è violenza, la rigettiamo, ma non vogliamo subirla. L’anarchismo è ragionamento e responsabilità…”, scrive in una lettera ad un giovane compagno detenuto. E questo concetto della nonviolenza, che fa parte della personalità di Pinelli, lo testimonia anche un obiettore di coscienza cattolico, suo amico. Pinelli conosceva bene i movimenti e i gruppi che si ispiravano alla nonviolenza, il suo ideale era che diventasse strumento di azione politica e l’obiezione di coscienza uno stile di vita, un impegno sociale permanente.

Pinelli era comunicativo, dotato di un’inesauribile carica umana, cercava contatti con tutti, fuori e dentro il movimento, autodidatta cercava nella lettura la conoscenza e il sapere; “lui, ateo, aiutava i cristiani a credere” e lo possono testimoniare molti cattolici che l’hanno conosciuto; era interessato a quei nuovi movimenti di base che in quel periodo si sono moltiplicati nel paese e hanno contestato la gerarchia ecclesiastica, come era interessato alle innovative tesi di don Lorenzo Milani. Dava un aiuto a tutti e si fidava di tutti con una grande dose di ingenuità. Per i suoi legami giovanili con un vecchio anarchico (Rossini) cresce col mito dell’anarchia rigeneratrice, della giustizia, della libertà. Aveva un religioso rispetto per le idee degli altri ed era anche un moralista: non voleva sentir parlare di droghe e si inquietava se qualcuno faceva del sesso l’unico misuratore della realtà. Non si esibiva, non aveva barbe, collari o patacche addosso. Vestiva sempre un po’ trasandato, non certo per moda. Ha scritto di lui Pier Carlo Masini: “Aveva la pelle scura, la pelle scura dei ferrovieri che assorbono nei pori il pulviscolo di carbone. Era un semplice lavoratore del braccio con alcune idee nel cervello”(2).  Amante della cultura, dei libri, delle conferenze, dei dibattiti, dei gruppi di studio, e allo stesso tempo era assente, in lui, ogni forma di fanatismo.

Ha intrattenuto rapporti politici e di amicizia con anarchici di diverse tendenze, con gruppi consiliari o con chi (specie nel 68/69) non si riconosceva minimamente (dal punto di vista politico) col raggruppamento in cui lui militava. Ricercava un legame tra il vecchio e il nuovo movimento ed è indicativo che, contemporaneamente alla militanza nel gruppo “Ponte della Ghisolfa”, abbia aderito formalmente con una lettera di adesione ai Gruppi di Iniziativa Anarchica (GIA)(3). Allo stesso tempo, in un comunicato apparso su “Umanità Nova” ed a firma di Giuseppe Pinelli come riferimento per i contatti, dà vita ad una costituenda Federazione Anarchica Milanese.

Ha scritto di lui Adriano Sofri: “Pino Pinelli era quel che si dice un uomo normale”. E subito ha aggiunto: “Ammesso, naturalmente, che si possa applicare un aggettivo così impegnativo a un anarchico. Era dunque anarchico, e normale”(4).

Franco Schirone

1 In un documento inedito sulla storia delle “Brigate Bruzzi-Malatesta“, Germinal Concordia cita due volte Giuseppe Pinelli per aver condiviso la cella con lui ed altri due compagni nel carcere di S. Vittore a Milano durante la detenzione prima dell’insurrezione contro il nazifascismo, non sappiamo, però, se si tratta di un caso di omonimia (G. Concordia, Brigate Bruzzi-Malatesta, archivio Cavalli, Biblioteca A. Kulisciof, Milano; copia del documento presso l’Archivio Proletario Internazionale, Milano. Le citazioni su G. Pinelli alle pagg. 45-46).

2 P. C. Masini (ed altri), Pinelli. La diciassettesima vittima, BFS, 2006.

3 La lettera di adesione di Pinelli ai GIA è conservata presso l’Archivio Berneri-Chessa di Reggio Emilia.

4 A. Sofri, La notte che Pinelli, Sellerio, 2009.

Libertaria anno 11 n 3 2009 – La strage e il suo doppio di Enrico Maltini

30 aprile 2011

Due attentatori in Piazza Fontana: l’anarchico Pietro Valpreda e il neonazista Claudio Orsi. Su due taxi diversi. Due le bombe alla Banca nazionale dell’Agricoltura. Due  ferrovieri anarchici: Giuseppe Pinelli e l’infiltrato Mauro Meli, infiltrato così bene che al Ponte della Ghisolfa nessuno l’ha mai visto. Ecco un nuovo libro su Piazza Fontana.

Nel libro Il segreto di piazza Fontana (Ponte alle Grazie 2009), Paolo Cucchiarelli ripercorre la trama criminale ormai passata alla storia come “strategia della tensione, che ebbe il suo culmine nella strage di piazza Fontana il 12 Dicembre del 1969. Vi si narra, con ampia documentazione, di servizi segreti ufficiali e “deviati” (?), nazionali e  stranieri, di settori dei Carabinieri e della Polizia, di fascisti di Ordine Nuovo, di Avanguardia Nazionale, della Rosa dei venti, di Nuova Repubblica, l’Anello, la Gladio, l’Aginter press di Guerin Serac, Stay behind, il Ministero dell’Interno e il famigerato Ufficio Affari Riservati, pezzi di magistratura, generali e colonnelli veri e presunti, agenti greci, la CIA, il Mossad, la NATO…più una pletora di faccendieri e spioni di ogni risma. Vi si narra delle macchinazioni per provocare tensione e paura con attentati e stragi da attribuire alla sinistra e vi si narra poi della frenetica attività di depistaggio, disinformazione, corruzione di testimoni, occultamento di prove vere e fabbricazione di prove false, seguite al sostanziale fallimento dell’operazione, che nella ridda di inchieste e procedimenti giudiziari innescati dalla madre di tutte le stragi doveva concludersi con la sostanziale impunità di tutti i responsabili.

La documentazione, che proviene da  atti processuali, interviste, notizie dalla stampa di allora, inchieste già pubblicate, nonché da altre “fonti” identificate e non, appare molto ricca e trova ampio spazio nelle 700 pagine del volume.

All’interno di questa estesa ricostruzione l’autore inserisce la sua versione sulla dinamica materiale degli attentati, sia di quelli ai treni dell’agosto ’69 che di quelli del 12 Dicembre a Milano e Roma, ed è qui che si perde.

Il rigore dell’interpretazione lascia sempre più spazio a supposizioni e congetture, situazioni e perfino caratteri di personaggi vengono largamente immaginati. Gli indizi divengono prove e vengono fatti convergere nel giustificare l’ipotesi. La dimostrazione diventa un teorema e come spesso accade, il ricercatore si fa prendere la mano dalla tesi che vuole dimostrare e ne rimane intrappolato. Purtroppo la versione di Cucchiarelli non viene proposta come ipotesi ma come affermazione, il sottotitolo del libro enuncia infatti: “ Finalmente la verità sulla strage: le doppie bombe e le bombe nascoste….”.

La nuova versione consiste nell’immaginare che gli anarchici, veri o plagiati che fossero, organizzavano attentati ma, mentre deponevano i loro ordigni dimostrativi, venivano affiancati a loro insaputa da provocatori e sicari che piazzavano la bomba mortale. Così troviamo le doppie borse, le doppie bombe, i doppi attentatori, i doppi taxi con relativi doppi Valpreda, doppi sosia e così via. Secondo l’autore il nuovo sosia di Valpreda sarebbe Claudio Orsi. Per inciso: Pietro Valpreda era un uomo di età media, statura media, corporatura media, capelli mediamente arruffati, un po’ stempiato, nessun segno particolare, accento tipico da milanese medio: su cento milanesi di età analoga, quanti potevano essere suoi sosia? Una buona percentuale.

Nel libro gli anarchici sono quasi tutti inquinati da infiltrati e provocatori, mentre i pochi buoni e ingenui,  rappresentati ovviamente da Giuseppe Pinelli, cercano di impedire gli attentati orditi dai compagni cattivi e però cadono in trappole a base di traffici di esplosivo. Ad essere preda di giochi occulti non sono solo gli anarchici, ma ben più ampi settori della sinistra ribelle: in effetti veniamo a sapere che già gli scontri di Valle Giulia a Roma nel marzo 1968 furono in realtà guidati dai neonazisti, che Giangiacomo Feltrinelli (come anche i coniugi Corradini) era teleguidato da Giovanni Ventura, che lo stesso Ventura è stato il vero ispiratore del libro “La Strage di Stato”  del 1970 e così via.

Cucchiarelli, non si capisce su quali basi, è convinto che gli ambienti anarchici e di sinistra fossero allora un coacervo di infiltrati, provocatori, fascisti travestiti e soprattutto “nazimaoisti”. La categoria dei nazimaoisti pervade li testo in modo quasi ossessivo, basti una frase per tutte a pag. 318: “…E poi a Milano c’era la commistione con i maoisti e nazimaoisti che inquinava i gruppi anarchici e marxisti-leninisti”. Chissà dove ha visto tutto questo?

E’ evidente che il 22 Marzo di Valpreda e di Mario Merlino costituisce per l’autore un modello più o meno generalizzabile a tutta l’allora sinistra extraparlamentare. Il 22 Marzo non era certo un esempio di rigore politico, era un gruppo appena nato, senza alcun ruolo nel movimento, raffazzonato da Valpreda con un ex fascista (per altro dichiarato) un poliziotto in incognito, un gruppetto di ragazzi di poco più o nemmeno venti anni. Un gruppo così sgangherato da essere inaffidabile anche come oggetto di provocazione, come dimostrerà il fallimento storico di tutta l’operazione Piazza Fontana.

Nella ricerca dei colpevoli materiali Cucchiarelli parte così con il piede sbagliato e nel suo percorso verso una improbabile verità, inciampa più volte. Innumerevoli sono le frasi, le affermazioni e le illazioni gratuite in varie parti del testo, tanto che per ribatterle tutte ci vorrebbe un altro libro.

Solo su alcuni di questi inciampi vorremmo qui fare chiarezza, per amore di verità storica ma anche perché riguardano direttamente l’ambito libertario di allora.

I così detti “nazimaoisti” non hanno mai fatto parte della storia reale di quel periodo, e tanto meno dei circoli anarchici. Sono  comparsi in rari casi, anni prima, con qualche affissione di manifesti. In quei pochi casi tutti sapevano di che si trattava e non avevano alcuna credibilità. Nazimaoisti, finti cinesi e analoghi erano allora un po’ più diffusi in veneto e in parte in toscana  ma anche stando a quanto scrive Cucchiarelli, agivano per lo più in proprio e con scarsi risultati quanto ad infiltrazioni riuscite. C’è, è vero, il caso di Gianfranco Bertoli, che nel 1973 compirà la strage alla Questura milanese, che frequentò anarchici e fascisti, mise una bomba forse fascista ma si comportò poi come un ottocentesco e folle anarchico individualista, si fece l’ ergastolo, non parlò mai e finì nella droga. Fu un personaggio per certi versi tragico, rimasto in realtà un mistero, come anche riconosce lo stesso Cucchiarelli.

All’albergo Commercio di Milano, occupato, i nazimaoisti non c’erano e se c’erano nessuno gli dava retta. A Milano l’unica mela marcia di rilievo che frequentò il Ponte della Ghisolfa è stato Enrico Rovelli, non un infiltrato ma un anarchico poi passato per interesse al soldo della polizia e dell’Ufficio Affari Riservati.

A Milano tanti sapevano che Nino Sottosanti, (non si è mai dichiarato nazimaoista),  era un ex fascista che dormiva nella sede di Nuova Repubblica e che era un tipo da cui stare alla larga. Frequentava saltuariamente il Ponte in pubbliche occasioni, era amico di Pulsinelli a cui fornì un alibi. Quanto al suo ruolo come sosia, pare per lo meno incauto prendere come sosia una persona conosciuta da tutti nell’ambiente in cui deve operare e conosciuto benissimo da colui che deve “sostituire”.

A pag. 47– la conferenza stampa del 17 Dicembre, dopo la strage, fu organizzata dal Ponte della Ghisolfa, il circolo principale, come era ovvio (chi scrive era presente). Non ci fu alcuna latitanza degli amici di Pinelli nè ci furono “stridori” o “abissi sui modi di fare politica con i compagni di Scaldatole” anche perché il Circolo Scaldatole era gestito dagli anarchici del Ponte della Ghisolfa, che lo lasceranno nel 1972 alla gestione di altri gruppi anarchici. Gli amici di Pinelli erano tutti presenti alla conferenza (chi scrive, Amedeo Bertolo, Luciano Lanza, Ivan Guarneri, Vincenzo Nardella, Umberto del Grande, Gianni Bertolo e altri ancora). Joe Fallisi, il testimone pure presente cui fa riferimento Cucchiarelli, è evidentemente stato tradito dalla memoria. Peraltro la “vecchia dirigenza” di cui parla Cucchiarelli aveva in media 25 anni! Solo Pinelli ne aveva 41. Di quella conferenza stampa non si dice invece che fu fatta, in quel difficile momento, una scelta coraggiosa e politicamente ineccepibile: con grande sorpresa dei giornalisti, gli anarchici non presero le distanze da Valpreda, nonostante i non buoni rapporti, e denunciarono come mandante della strage non i “fascisti”, come concordava la stampa di sinistra, ma lo Stato. Il giorno dopo il “Corriere della sera” titolava: “Farneticante conferenza stampa al Ponte della Ghisolfa”.

A pag. 138 Cucchiarelli ci illustra il “triangolo del depistaggio”:  “Il segreto della strage ha resistito per tanti anni godendo del silenzio di tutti i soggetti interessati: Stato, fascisti e anarchici. Questi ultimi dovevano scagionare Valpreda e rivendicare l’innocenza di Pino Pinelli. Si erano fatti tirare dentro e ora la situazione non lasciava alcuno scampo politico: difficilmente sarebbe stata dimostrabile nelle aule dei tribunali la loro buona fede di non voler causare morti. Da un punto di vista giuridico la partecipazione degli anarchici alla vicenda sarebbe stata quanto meno un concorso in strage”. Fuori i nomi Cucchiarelli, perché qui si fa l’accusa di concorso in strage. Ma di nomi Cucchiarelli non ne può fare e così lancia accuse tanto infamanti quanto generiche.

A pag. 183 leggiamo che, come “…rivela una fonte qualificata di destra che, naturalmente, non vuole essere citata…”, Valpreda prese l’inspiegabile taxi perché: “Qualcuno gli aveva semplicemente detto che doveva prendere il taxi. Gli diedero 50.000 lire e il ballerino non si pose di certo il perché” (nella versione dell’autore Valpreda doveva prendere un taxi per essere notato dal taxista). Qui la questione si fa grave: primo non si può citare fonti qualificate che però restano anonime; secondo, questo è uno degli innumerevoli passaggi nei quali Valpreda  (solitamente chiamato “il ballerino”) viene descritto come un poveretto, un esaltato zimbello di chiunque, un ignorante pronto a tutto per 50.000 lire. Come molti altri, conoscevo bene Valpreda, in quel periodo era certamente fuori dalle righe ed il suo carattere era certamente un po’ sbruffone (e per questo fu scelto come vittima sacrificale), ma non era nè ignorante nè stupido, era certamente acuto e sveglio, aveva una biblioteca ben fornita e una discreta cultura, come sappiamo pubblicò poi diversi libri. Non dimentichiamo che il “ballerino”, con tutto quello che di lui si può criticare, si è trovato da un giorno all’altro imprigionato sotto una accusa atroce, trattato come un animale dalla stampa  (…”il volto della belva umana”, su La Notte), tenuto quaranta giorni in isolamento e interrogato centinaia di volte, sottoposto a una pressione fisica e psicologica che possiamo solo immaginare, minacciato di infamia e di ergastolo.  Ma il “ballerino” ha retto, si è fatto tre anni di carcere, non si è piegato a ricatti, non ha accusato nessuno nè rinnegato le sue idee, non risulta dagli atti che mai sia sceso a compromessi.

A pag. 228 L’autore avrebbe potuto precisare che la campagna di stampa di Lotta Continua contro Calabresi, intrapresa con il consenso degli anarchici, non fu un fatto gratuito. La campagna aveva lo scopo di indurre il commissario ad una querela contro il giornale. Il giudice Caizzi aveva fatto sapere che l’indagine sulla morte di Pinelli era in via di archiviazione e solo una querela da parte di un pubblico ufficiale, querela che prevedeva facoltà di prova, avrebbe permesso di riaprire il processo. Gli attacchi del giornale divennero così feroci perché Calabresi tardava a querelare (come anche riportato nel libro, secondo la moglie Gemma la procura si rifiutò di denunciare d’ufficio il giornale e il Ministero a costrinse Calabresi ad una denuncia in proprio.

A pag. 245– Cucchiarelli insiste a lungo con ardite congetture sul misterioso caso di Paolo Erda, citato da Pinelli nel suo interrogatorio ma mai rintracciato nè sentito da nessuno e nemmeno dallo stesso autore, che ne ha cercato a lungo notizie, fino a segnalare che in “Ivan e Paolo Erda è contenuto anagrammato il nome di Valpreda…”.  Erda era solo il soprannome di un certo Paolo che aveva tutt’altro cognome, tutto qui, lo conosciamo benissimo.

Ma qui c’è un’altra considerazione importante: nel testo si fa a lungo riferimento alle false dichiarazioni e/o alle ritrattazioni di Valpreda, della zia Rachele Torri, della madre Ele Lovati e dello stesso Pinelli a proposito del suo alibi, per sottintendere che vi erano verità scomode da nascondere (ovvero le bombe dimostrative messe dagli anarchici).   L’autore dovrebbe però sapere che il vecchio detto “…non c’ero e se c’ero dormivo…” non è solo una battuta ma è il comportamento di chiunque non ami particolarmente polizia, carabinieri e altri inquisitori e si trovi di fronte a un interrogatorio. Si dice il meno possibile, non si fanno nomi di amici e compagni e si resta nel vago. Se poi le cose si complicano si può sempre ricordare…e questo vale anche per una vecchia zia, che non vede per quale ragione dovrebbe dire che il nipote è dai nonni invece che dire semplicemente “non lo so”. A quei tempi circolava il “Manuale di autodifesa del militante” a cura degli avvocati contro la repressione che dava dettagliate indicazioni in questo senso. Per questa stessa ragione Pinelli non cita Sottosanti, non cita Ester Bartoli (che con il misterioso Erda sarebbe testimone  del suo passaggio al Ponte), cita il famoso “Erda” sapendo che è un soprannome e fa solo il nome di Ivan Guarneri, compagno già ben noto alla questura. Ma è proprio sulla base del “buco” dell’alibi di Pinelli che Cucchiarelli fonda in gran parte l’ipotesi fantasiosa, secondo cui Pinelli “.. poteva avere a che fare con le altre bombe…”. Per inciso, Pino Pinelli non avrebbe mai preso iniziative di un qualche peso senza consultare alcuni dei compagni che godevano della sua massima fiducia.

p.274. Si descrive una cena a casa di Pinelli “presenti Nino Sottosanti, la Zublema, Armando Buzzola, e l’arabo Miloud,“ quest’ultimo definito sbrigativamente “uomo di collegamento con i palestinesi”. Questo Miloud, berbero e non arabo, militante nella lotta di liberazione algerina, non ha mai avuto a che fare con i Palestinesi, da dove viene questa notizia? A questa e a un’altra cena, sempre a casa di Pinelli, avrebbe partecipato anche  “un anarchico sconosciuto” che in base a chissà quale congettura Cucchiarelli identifica nel Gianfranco Bertoli che sarà l’ambiguo autore della strage del ’73 alla questura di Milano. Peccato che quando la Zublema frequentava gli anarchici, di Gianfranco Bertoli nessuno aveva ancora sentito parlare.

a pag. 290 incontriamo Mauro Meli, altro presunto anarchico, ferroviere, sedicente provocatore infiltrato a suo dire nel circolo Ponte della Ghisolfa. Costui non è mai stato visto (c’è la fotografia nel libro), ne conosciuto da alcuno. Se è stato al Ponte la sua attività provocatoria si è fatta notare ben poco. Viene da chiedersi perché, su queste ed altre notizie, Cucchiarelli non ha chiesto conferme a testimoni che pur conosce bene? Forse perché degli anarchici c’è poco da fidarsi, come confessa in un altro passaggio del libro.?

a p. 345 la nota 11 ci informa sugli “….editori librai apparentemente di sinistra: oltre a Ventura  troveremo Nino Massari a Roma e Umberto del Grande a Milano. Quest’ultimo conosceva molto bene Pinelli ma era anche in contatto con uomini di Ordine Nuovo e con Carlo Fumagalli, capo del MAR”

Umberto del Grande (è morto  pochi anni fa) non era un editore nè un libraio, apparteneva al  Ponte della Ghisolfa da anni ed era un componente della Crocenera anarchica. L’unica sua veste di editore è stata di assumersi, nel 1971, la titolarità dell’editrice che pubblicava A rivista anarchica in attesa che venisse formalizzata una società cooperativa. Non ha mai avuto a che fare con uomini di Ordine Nuovo. Era anche appassionato di viaggi nel Sahara, per questo aveva acquistato una vecchia Land Rover da un meccanico di Segrate che trattava fuoristrada. Quando il Prefetto Libero Mazza rese pubblico il censimento dei gruppi “sovversivi” di Milano, citò del Grande come responsabile della crocenera. Il rapporto Mazza fu letto anche dal meccanico, che era Fumagalli, e che si rivelò come tale a del Grande. E il rapporto cliente–meccanico si chiuse.

a pag. 347 si afferma che la stesura del libro “La strage di Stato” fu pilotata da Ventura. Nella relativa nota 12 a p. 667 si precisa che “si ha motivo di credere” questo perché  Mario Quaranta, (socio editoriale di Giovanni Ventura, e personaggio squalificato quanto il suo sodale Franzin) lo avrebbe raccontato al giudice Gerardo D’Ambrosio in un non meglio identificato interrogatorio. La testimonianza di uno come Quaranta non dovrebbe essere presa in considerazione con tanta leggerezza.

a p. 365 si afferma per certo che Valpreda sarebbe andato al congresso anarchico di Carrara nel 1968 insieme a un codazzo di fascisti del “XII Marzo” (in numeri romani, un gruppo fascista di Roma), di cui elenca i nomi: Pietro “Gregorio” Maulorico, Lucio Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili e “il già convertito” anarchico Mario Merlino. Il gruppo sarebbe andato al congresso su ordine di Stefano Delle Chiaie. Cucchiarelli trae questa notizia da una deposizione di Alfredo Sestili, il quale però non cita Valpreda, ed equivoca poi sul nome del gruppo, insinuando che si trattasse del 22 Marzo. A Carrara c’erano centinaia di persone e dunque poteva esserci chiunque. L’affermazione dell’autore non sta in piedi, ma è coerente con la sua idea di gruppi anarco-fascisti-nazisti-maoisti-marxisti-leninisti cui tanto spesso ricorre per spiegare improbabili certezze.

a p. 399 c’è un’altra affermazione grave, grave perché diffamatoria: vi si dice che Enrico Di Cola, un giovane componente del 22 Marzo romano, sarebbe colui che avrebbe indirizzato le indagini contro Valpreda e che per questo sarebbe stato compensato dalla polizia con un salvacondotto per espatriare in Svezia. Di Cola, espatriò effettivamente in Svezia dove chiese ed ottenne asilo politico, ma lo fece clandestinamente, con non poche difficoltà, aiutato dai compagni e con un documento falso.

Poche righe più in basso Roberto Mander ed Emilio Borghese vengono classificati, con Merlino, … “ i più compromessi con la provocazione”. Come e su quali basi Cucchiarelli si permette di dare del provocatore a questo e a quello (Erda, Del Grande, Di Cola, Mander, Borghese…) senza alcuna prova non è dato sapere. E’ sempre l’ossessione degli anarco-fascisti-nazisti eccetera, di cui è permeato l’intero romanzo.

A pag. 621 “Sulla tomba di Pino Pinelli c’è proprio una poesia di quell’antologia che, un Natale, il commissario Calabresi regalò all’anarchico”, il libro è Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, ma le cose non andarono così: Calabresi regalò a Pinelli  “Mille milioni di Uomini” di Enrico Emanuelli, e Pinelli per sdebitarsi ricambiò con l’antologia di Lee Master. E’ solo una svista, ma ci piace ricordare che la poesia che i cavatori di Carrara incisero sulla tomba di Pinelli non era tratta dal libro che il gli regalò il commissario, ma da quello che lui regalò a Calabresi.

Infine, in diversi passaggi del libro si ha l’impressione che l’autore riporti racconti ascoltati a voce da qualcuno, solo così si spiegano i ripetuti errori sui nomi: Otello Manghi invece di Otello Menchi, Octavio Alberala invece di Octavio Alberola…

Queste sono solo alcune delle imprecisioni e delle “fantasie” del libro di Cucchiarelli.

Enrico Maltini

Osservatorio democratico 10 febbraio 2010 – Cucchiarelli replica attraverso Facebook alla nostra nota – Gli rispondiamo punto per punto Saverio Ferrari

11 febbraio 2010

Osservatorio democratico 10 febbraio 2010

http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=3021&Class_ID=1003

Cucchiarelli replica attraverso Facebook alla nostra nota che smentisce l’esistenza di “un altro ferroviere anarchico” sostenuta nel suo libro “Il segreto di piazza Fontana”

Gli rispondiamo punto per punto

Saverio Ferrari – Osservatorio democratico

LA REPLICA DI PAOLO CUCCHIARELLI

Saverio Ferrari è perentorio: non intende tornare su un testo “liquidato” a suo tempo senza affrontare nemmeno una delle tante novità e tacendo sul suo sito, come già fatto su “Liberazione” a suo tempo, su aspetti documentali incontestabili che hanno portato alla riapertura delle indagini a Milano sulla strage e al forte interessamento al libro della Procura di Brescia.

A lui basta il giudizio politico. I fatti sono un accidente con sui il nostro non vuole sporcarsi. Tace anche, come tanti a sinistra, sul capitolo riguardante le ragioni, le modalità e le responsabilità della morte di Pino Pinelli.

Ora Farrari affronta molto limitatamente e in maniera ipocrita questo tema sul suo sito e mi costringe ad una replica che non essendomi stata permessa a suo tempo su “Liberazione” non avrei voluto più fare.

Insieme a Barilli (ancora arrabbiato questo perché stava lavorando ad un importante libro e la mia inchiesta gli scompaginava il “disegno” del suo lavoro di ricostruzione storica) Ferrari mi ha solo insultato senza confrontarsi mai con le 560 note del libro. Eppure nel pomeriggio del 28 maggio 2009, dopo la presentazione alla stampa, ho incontrato a casa sua a Milano, Licia Pinelli, che non ha avuto nulla da ridire sulla ricostruzione che gli ho dettagliatamente illustrato visto che anche lei -per chi voglia avere la compiacenza di leggere almeno questo capitolo-ha più volte parlato di infiltrati tra gli anarchici, come ha fatto l’avvocato Spazzali intervenendo alla presentazione del volume a Milano. Se c’erano infiltrati avevano un obiettivo, la manipolazione, ed uno scopo :”l’operazione”.

Il nostro Ferrari, con cui mi piacerebbe un pubblico confronto quando, dove e in qualunque luogo lui voglia, è abituato ad altro che a leggere le testimonianze dell’epoca e, rispettandole, dargli voce. Il nostro prima demolisce un libro che ha apportato tante novità , anche documentali, e poi corre dal magistrato a rivelargli che Cucchiarelli ha ragione perché lui, che faceva contro informazione a Milano nel 1969, era uno dei pochi a sapere che in vicolo Margherita, oggi passeggiata Malagodi, c’era all’ultimo piano una base dei fascisti greci, la stessa indicata nel libro come decisiva nella preparazione della bomba da affidare all’ignaro Valpreda. Ma questo non si può raccontare pubblicamente:meglio attaccare senza confrontarsi. Meglio i sentimenti che i riferimenti, le testimonianze e una vera e propria indagine che dimostra perché Pinelli è stato ucciso.

Un animo che vola solo alto, più incline alle certezze assolute quello di Ferrari che assomiglia, in questo, a quello di Susanna Tamaro.

Per entrare nei fatti:

1) ho anche io segnalato l’incongruenza su Meli ma anche il fatto che agli atti c’è un data di nascita sbagliata sulle foto della polizia, tanto da far pensare ad una “copertura” per sottrarlo ad ogni ipotesi di coinvolgimento visto che aveva agito con il compiacente aiuto dello Stato

2) Anche io pongo il tema in tono problematico (p.293) e scrivo: “Una inchiesta non approda a conclusioni comprovate ma scandaglia piste che non sono state seguite, suggerisce nuove ipotesi, verità diverse da quelle codificate. Verificarlo tocca a chi ha questo potere”. Quindi il tono di chi vuole dimostrare che ho scritto il falso è inutile perché si prende dal libro solo quello che è utile a discreditare l’inchiesta.

3)“Mauro-mi ha detto in diverse telefonate la signora Meli-l’ho conosciuto nel 1971, lavorava già in ferrovia. Rispetto alla domanda ulteriore se nel 1969 già ci lavorava scrivo, riportando la sua risposta: la signora “non credeva” che nel 1969 l’ex marito, che lei segue perché ammalato, lavorasse già alle ferrovie.”Si preparava a farlo”. Oppure – molto più credibilmente-si spacciava per un ferroviere visto che lo zio, come ha segnalato la signora, era il capo dipartimento di Milano. Meli, dice la signora, aveva casa vicino a Milano (p.291). “Ventura dormiva a casa sua tanto che aveva lì il suo pigiama. Aveva casa vicino a Milano. E’ stato anche ospite diverse volte di Giancarlo Rognoni”. Ci sono poi altri passaggi che danno la prova dell’importante ruolo giocato da Meli che la moglie, involontariamente, indica come compartecipe all’assassinio del portiere Muraro. Io stesso dico che dopo la prima indicazione a caldo, durante il primo colloquio, la signora è apparsa contraddittoria, titubante ma la prima affermazione (quando non aveva parlato della cosa con il marito) non lascia dubbi anche perché si deve collegare ai verbali che riporto: “Meli faceva il ferroviere e si era infiltrato nel Ponte della Ghisolfa come provocatore”. E’ ciò “intorno al periodo della strage di Piazza Fontana” (p.291). C’è’ una foto a comprovarlo.

Ferrari però si fida di più delle carte della polizia (la stessa che copriva l’azione dei provocatori fascisti ) ed è tutto contento di aver preso in castagna e “liquidato” una volta per tutte il perturbatore Cucchiarelli. Se “ Susanna Ferrari” piace così e si diverte con così poco, continui pure ma è bene che si sappia che quello che scrive Ferrari è solo una difesa politica ipocrita, parziale e fuorviante rispetto alla complessità del libro.

Paolo Cucchiarelli

LA NOSTRA RISPOSTA

Punto primo: la Procura della Repubblica di Milano non ha, al momento, deciso l’apertura di alcuna nuova indagine su piazza Fontana. È stata solo depositata una richiesta in tal senso da parte dell’avvocato di parte civile Federico Sinicato, basata su diversi elementi, che ho per altro riassunto in un articolo pubblicato su Il Manifesto l’11 dicembre 2009 (“L’armadio delle scope”), reperibile anche sul sito dell’Osservatorio.

Il fascicolo in cui stanno confluendo i nuovi indizi non è stato trasmesso, per decisione dei vertici della Procura di Milano, ad alcun giudice per le indagini preliminari. Riporto a tale proposito le amare conclusioni del giudice Guido Salvini espresse in un’intervista a Luciana Lanza, pubblicata in appendice alla riedizione di “Bombe e segreti” (eléuthera 2009). È una puntuale fotografia, tuttora valida della situazione: “E’ singolare poi che il fascicolo che contiene il racconto di Casalini, l’unico che ha avuto il coraggio di riconoscere le proprie responsabilità, sia stato aperto e subito chiuso a modello 45. Per i profani del diritto spiego cosa vuol dire modello 45. In quei fascicoli si mettono gli atti che si ritiene non costituiscano notizia di reato, compresi gli esposti dei matti, con la comodità per il pubblico ministero di chiudere il fascicolo (come difatti è avvenuto) con una archiviazione interna. In questo modo non bisogna trasmettere il fascicolo a un gip, cioè a un giudice terzo che potrebbe anche ritenere necessario qualche approfondimento o qualche indagine”.

Punto secondo: la signora Pinelli non ha mai letto “Il segreto di piazza Fontana”. Lo ha da tempo precisato la figlia Claudia Pinelli in una e mail inviata diversi mesi fa a Francesco Barilli, in cui, per altro, la stessa ha colto l’occasione per esprimere un suo giudizio, tutt’altro che lusinghiero, sul libro in questione. Ci vediamo costretti a pubblicarla (1) per mettere fine a quanto falsamente propalato da Paolo Cucchiarelli. Mi permetto di aggiungere che coinvolgere Licia Pinelli per far credere che abbia manifestato accordo su quanto scritto (e che cioè suo marito era a conoscenza che gli anarchici milanesi erano coinvolti nelle bombe del 12 dicembre), è semplicemente un atto ancor prima grottesco che inqualificabile.

Punto terzo: il sottoscritto nel 1969 aveva diciott’anni, non faceva politica e non militava in alcun partito o gruppo organizzato. Al tempo non aveva ancora partecipato a una sola manifestazione o corteo. Tanto meno poteva impegnarsi in qualsivoglia attività di controinformazione. Né poteva sapere, come non ha mai saputo (nemmeno sa ora), se in vicolo Margherita a Milano esisteva o meno “una base dei fascisti greci”. Anche per questo non ha mai potuto “correre” da alcun magistrato e “rivelargli che Cucchiarelli ha ragione”. Trattasi di cialtronata allo stato puro.

Punto quarto: su Meli basta quanto scritto. In questo fascicolo, recuperato più di dieci anni fa da Aldo Giannuli nell’archivio della questura milanese, la data di assunzione (23 agosto 1972) di Mauro Meli alle Ferrovie dello Stato, Compartimento di Milano, viene riportata in più di un appunto informativo. Probabilmente Cucchiarelli ci spiegherà nel prossimo libro che sono tutte carte artefatte, manipolate nella previsione del loro ritrovamento circa trent’anni dopo. Della serie: Dan Brown è un pirla!

Conclusione: il problema di Cucchiarelli è proprio l’opposto di quanto dichiara circa “i fatti”. Le sue tesi, infatti, non sono mai supportate da alcun fatto. Neanche nelle 560 note compare mai uno straccio di riscontro di quanto affermato, vedasi Giovanni Ventura che porta borse e bombe ai coniugi Corradini prima della strage di piazza Fontana, di Valpreda che si fa consegnare una bomba innescata nell’abbaino dei fascisti greci (!), e si potrebbe continuare. Ogni conclusione è arbitraria, esattamente come quella dell’”altro ferroviere anarchico”, al punto che si potrebbe tranquillamente sostenere per ciascun episodio ritenuto “centrale” per la ricostruzione di “un’altra verità”, almeno cinque finali diversi. Alla faccia dei “giudizi politici”! Il libro di Cucchiarelli non è, in definitiva, un libro complesso, ma solo basato sul nulla.

Un confronto pubblico con Paolo Cucchiarelli l’accetterei a una sola condizione: che vi partecipasse anche “Mister X”, la fonte anonima da cui provengono tutte le “soffiate” (sottolineo tutte), che sorreggono le tesi espresse nel libro. In sua assenza non capisco di che si dovrebbe discutere.

Saverio Ferrari

Milano, 10 febbraio 2010

(1) “Non ci crederai ma il libro l’ho letto in quanto Cucchiarelli l’ha portato a mia madre, che si è rifiutata di leggerlo e me lo ha passato. Sono completamente d’accordo con il vostro articolo, se fosse stato un libro di fantapolitica e non sbandierato come il libro sulla verità su piazza Fontana, forse non sarebbe stato così irritante, pieno di ricostruzioni e conclusioni azzardate e personali che nessuno gli ha chiesto. Sono contenta che siate riusciti, ancora una volta, a dare forma anche al mio pensiero e in una maniera così articolata come io non sarei stata capace. Un abbraccio. Claudia”.

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009 – Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo di Luciano Lanza

2 dicembre 2009

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009

strage di Stato.1 

Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo
di Luciano Lanza

Scontro di poteri su piazza Fontana. Il presidente della repubblica rende omaggio all’anarchico «volato» dal quarto piano della questura. Però subito parte una campagna-stampa per santificare nuovamente Calabresi e rinnovare le accuse contro Pietro Valpreda. Si distingue Paolo Cucchiarelli, un giornalista di sinistra, collaboratore dell’Unità, che scrive un librone per spiegare che Valpreda aveva effettivamente messo una bomba, che Pinelli era tutt’altro che innocente e che insomma gli anarchici… Le stesse tesi sostenute in Commissione Stragi da Alleanza Nazionale. E non solo da loro.

«Rispetto ed omaggio dunque per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine. Qui non si riapre o si rimette in questione un processo, la cui conclusione porta il nome di un magistrato di indiscutibile scrupolo e indipendenza: qui si compie un gesto politico e istituzionale, si rompe il silenzio su una ferita, non separabile da quella dei 17 che persero la vita a Piazza Fontana, e su un nome, su un uomo, di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendolo alla rimozione e all’oblio. Grazie signora Pinelli, grazie per aver accettato, lei e le sue figlie, di essere oggi con noi», così ha detto Giorgio Napoletano, presidente della repubblica il 9 maggio. Dopo quarant’anni colui che rappresenta la massima istituzione dice che fu vittima due volte (qui scatterebbe subito la domanda: vittima di chi? di cosa?) e poi che si vuole rompere il silenzio su Pinelli con un gesto politico e istituzionale.
Infine c’è stata la stretta di mano fra Licia Pinelli e Gemma Capra, la vedova di Luigi Calabresi. E in questo molti, anche tra gli anarchici, hanno visto un modo per chiudere la partita su Pinelli e la strage di stato. Per arrivare a quella «memoria condivisa» che da alcuni anni esponenti della destra e della sinistra propongono come chiusura di una «pagina dolorosa».
Come da tempo vado ripetendo (scusate se lo ripeto) qui non c’è nessuna memoria da condividere, ma ci sono condanne (sul piano storico e politico, quello giudiziario lo lascio ad altri) da fare: chi sono i responsabili delle bombe a Milano e a Roma del 12 dicembre, come è realmente morto Giuseppe Pinelli? Chi nelle istituzioni dello stato e nei servizi segreti, nella polizia e nei carabinieri ha aiutato e coperto gli attentatori?
L’iter giudiziario (lo sappiamo tutti) si è concluso con un nulla di fatto: le bombe non le ha messe nessuno e Pinelli è morto per un «malore attivo», caso unico nella storia della medicina mondiale. Un nulla di fatto che comunque ha visto i neonazisti Giovanni Ventura e Franco Freda condannati a 15 anni per le bombe del 25 aprile e del 9 agosto 1969 e per associazione sovversiva. Mentre la Corte d’appello di Milano nel 2004 riconosce che i due sono anche responsabili delle bombe del 12 dicembre, ma non possono essere condannati perché già definitivamente assolti per quel reato.
Scrive la Corte d’appello: «L’assoluzione di Freda e Ventura è un errore frutto di una conoscenza dei fatti superata dagli elementi raccolti in questo processo». Sentenza poi confermata dalla Cassazione nel 2005. 

Quel dicembre 1973

Torniamo a Napolitano. Allora come valutare le parole del presidente? Mi torna alla mente quanto c’è scritto nell’editoriale apparso su questa rivista sul numero di gennaio del 1973. Si intitola «Una vittoria nostra». Ecco alcuni passaggi: «Valpreda, Gargamelli, Borghese sono liberi. (…) Il governo s’è mosso sotto la pressione di “autorevoli” settori di opinione pubblica “democratica”. Sarebbe stolido trionfalismo ritenere d’averlo smosso noi, gli anarchici, i rivoluzionari. Eppure siamo convinti, senza vanagloria, che si tratti di una vittoria nostra, non dei “democratici”. In primo luogo perché noi abbiamo smosso questa opinione pubblica democratica dal suo abituale torpore, noi l’abbiamo costretta a scandalizzarsi, a indignarsi. In secondo luogo perché, nonostante tutto, le strutture repressive dello stato “democratico” escono malconce dalla faccenda, nell’immagine pubblica, anziché ridipinte a nuovo.
Vittoria nostra, ripetiamo, e non accettiamo il disfattistico pessimismo di chi, nella scarcerazione, vede solo una manovra astuta del potere. C’è anche questa, certo (…) ma la scarcerazione di Valpreda, Gargamelli e Borghese resta sostanzialmente una sconfitta per lo stato e una vittoria per noi. Non vogliamo sopravvalutarne l’importanza né sottovalutare lo strapotere del sistema. (…) Però è un episodio che segna un risultato positivo per noi e negativo per il potere (e con i tempi che corrono non è cosa da poco). Se fossimo riusciti, cinquant’anni fa, a salvare la vita di Sacco e Vanzetti ci saremmo forse ipercriticamente lamentati che era tutta una manovra dello stato americano per riacquistare credibilità?».

Questo maggio 2009

Quell’editoriale vecchio di 36 anni è per molti versi attuale (anche se, è ovvio, la situazione è molto diversa) perché evidenzia molto bene come avvengono certe dinamiche sociali e politiche. E che tipo di lettura darne: senza ipercriticismi e senza entusiasmi. Ma mettendo gli avvenimenti in una prospettiva obbiettiva. E questa affermazione di Napolitano rappresenta un passo avanti che dovrebbe in parte spiazzare le montature create prima, subito dopo le bombe. E poi nel corso degli anni.
Ma va sottolineato anche che dopo il discorso del presidente della repubblica è partita una campagna televisiva e giornalista per far risaltare la «specchiata figura» del commissario Calabresi. E poiché le tre televisioni pubbliche e le tre maggiori tv private sono controllate dal presidente del consiglio e dalla maggioranza di centrodestra non sfugge a nessuno (se non a chi non vuole vedere) che su questo caso c’è un conflitto tra poteri dello stato. Senza dimenticare la carta stampata. C’è pure chi sostiene che sia tutto un gioco delle parti: il presidente fa un passo per dare il via a chi di passi ne farà almeno il doppio in direzione opposta. Ma francamente dopo quarant’anni mi sono persuaso, sulla base di tante storie venute a galla, che certe congetture stanno più nella testa degli ipercritici che non nelle intenzioni degli attori. Insomma, non fateli più furbi e strateghi di quanto effettivamente siano. Ne hanno combinate di orrende, ma erano sempre funzionari di questo stato… sempre un po’ borbonico…
Nonostante siano passati quarant’anni, quei fatti sono ancora elemento di contrasto e di scontro. Perché quelle bombe e quel volo dal quarto piano della questura di Milano hanno scritto un percorso della storia di questo paese. Quei morti, quei feriti, quel «malore attivo» sono, oltre che drammatici, un analizzatore sociale (come direbbe il mio indiretto maestro René Lourau). Vale a dire che la lettura disincantata, non faziosa, di quegli avvenimenti mette a nudo la criminalità di chi deteneva il potere. È una «verità scomoda», dà fastidio. Da qui la necessità di riscrivere quella «storia scomoda».

La “ricostruzione” di Cucchiarelli

L’ultimo autore di questa riscrittura? Sicuramente Paolo Cucchiarelli con il suo libro Il segreto di Piazza Fontana. Un libro che affianca indagini condotte con un discreto rigore a illazioni, invenzioni più consone a un romanzo noir che a una ricerca storica. In sintesi: la strage di piazza Fontana l’hanno orchestrata i neonazisti Franco Freda e Giovanni Ventura più altri, con il supporto dei servizi segreti deviati manovrando anarchici come Pietro Valpreda. Perché Valpreda è andato veramente, sostiene senza prove Cucchiarelli, alla Banca nazionale dell’agricoltura, per deporre una bomba munita di timer. Ha effettivamente preso il taxi di Cornelio Rolandi per risparmiarsi un tragitto di un centinaio di metri e doverne fare il doppio per andare da dove avrebbe fatto fermare il taxi per andare alla banca e ritornare al taxi. Ma c’è di più: dove lo mettiamo il sosia di Valpreda, Claudio Orsi? Lui ha l’altra bomba, ma con innesco a miccia, anche lui prende un taxi per andare alla banca e la depone vicino a quella di Valpreda. Da qui il doppio botto. Ma Cucchiarelli non è George Simenon e scrive cose che non stanno in piedi.
E Giuseppe Pinelli? Il suo alibi era falso perché quel pomeriggio aveva un grandissimo problema: evitare che scoppiassero altre due bombe a Milano. Qui siamo al paranormale: Cucchiarelli sa anche che cosa pensa Pinelli. E poi sa anche che quel pomeriggio non è andato al Circolo Ponte della Ghisolfa dove ha incontrato due compagni anarchici, Ivan Guarnieri e Paolo Erda, anche perché quest’ultimo, per Cucchiarelli, non esiste. È un’invenzione sciocca del povero Pinelli che si arrabatta cercando di costruire un alibi inconsistente. Ma Cucchiarelli scrive di cose che non conosce, quindi scrive sciocchezze.

Valpreda e Pinelli colpevoli? Già sentita

Non basta. Sotto sotto, ma poi neanche tanto, si sente riecheggiare nelle tesi di Cucchiarelli quanto hanno già scritto due ex deputati di Alleanza nazionale, membri della Commissione stragi, Alfredo Mantica e Vincenzo Fragalà, estensore delle loro tesi è Pier Angelo Maurizio oggi giornalista de Il Giornale e anche autore di Piazza Fontana. Tutto quello che non ci hanno detto.
La relazione si intitola La storia di Piazza Fontana, storia dei depistaggi: così si è nascosta la verità. E cosa c’è scritto in quella relazione del settembre 2000? «L’ombra del dubbio è rimasta sull’innocenza di Valpreda non per una decisione politica, per una sorta di difesa corporativa della magistratura, data la lunga carcerazione preventiva inflittagli, come si potrebbe insinuare. L’ombra del dubbio è rimasta sulla base di una valutazione squisitamente tecnica». E poi, dando per verità le dichiarazione di un pentito delle Brigate rosse, Michele Galati, scrivono: «Pinelli si era realmente suicidato perché si rese conto di essere rimasto involontariamente coinvolto nel traffico di esplosivo utilizzato per la strage e che lui riteneva fosse destinato a un’azione in Grecia. La bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura era stata messa materialmente da Valpreda. L’esplosione avrebbe dovuto aver luogo quando gli sportelli fossero stati chiusi e la banca deserta. Negli attentati del 12 dicembre ’69 erano coinvolti buona parte degli anarchici del circolo Ponte della Ghisolfa. Gli attentati rientravano in un progetto di destabilizzazione in cui aveva un ruolo di primo piano Stefano Delle Chiaie che si serviva di Mario Merlino per orientare l’attività degli anarchici».
Bene, con la ricorrenza dei quarant’anni da quella strage si dovrebbe ripartire da capo? No, però c’è nuovamente un lavoro di controinformazione da fare. Perché dopo tanti anni parte una nuova riscrittura della storia. Ma non bisogna permetterlo.

Luciano Lanza

1969-2009 DOPO 40 ANNI NON DIMENTICHIAMO PIAZZA FONTANA STRAGE DI STATO PINELLI ASSASSINATO VALPREDA INNOCENTE

30 novembre 2009

Pino Pinelli

Pino Pinelli

1969-2009 DOPO 40 ANNI NON DIMENTICHIAMO

LA VERITÀ DELLA MEMORIA STORICA

PIAZZA FONTANA STRAGE DI STATO

PINELLI ASSASSINATO VALPREDA INNOCENTE

SABATO 12 DICEMBRE ALLE 21

AL LEONCAVALLO SPA

PARTECIPANO

FRANCESCO BARILLI E MATTEO FENOGLIO

AUTORI DEL LIBRO A FUMETTI

“PIAZZA FONTANA”

ED BECCO GIALLO

PIERO SCARAMUCCI COAUTORE DEL LIBRO

“UNA STORIA QUASI SOLTANTO MIA”

ED FELTRINELLI

ROBERTO GARGAMELLI

AMICO E COMPAGNO DI VALPREDA

MAURO DECORTES

CIRCOLO ANARCHICO PONTE DELLA GHISOLFA

SAVERIO FERRARI

OSSERVATORIO DEMOCRATICO

SULLE NUOVE DESTRE

INTERVENTI E FILMATI DI

DARIO FO, LUCARELLI, PAOLO ROSSI, MONI OVADIA

LELLA COSTA, LICIA PINELLI, LELLO VALITUTTI, SABINA GUZZANTI, ASCANIO CELESTINI, VALERIA FERRARIO, PATRIZIO ESPOSITO

PROIEZIONE DELLA INEDITA E RECENTISSIMA INTERVISTA

AL GENERALE MALETTI DIRIGENTE DEI SERVIZI SEGRETI

ALL’EPOCA DI PIAZZA FONTANA

REALIZZATA A.SCERESINI, M.E. SCANDAGLIATO, N.PALMA

PRODOTTO DA MIRCINEMATOGRAFICA FRANCESCO VIRGA E GIANFILIPPO PEDOTE

A CURA DEL CIRCOLO ANARCHICO

PONTE DELLA GHISOLFA

1969/2009 A QUARANT’ANNI DALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

DALL’INGIUSTA INCARCERAZIONE DI VALPREDA, RICORDANDO PINELLI

NEL GIORNO DEL SUO ASSASSINIO.

15 DICEMBRE ORE 21

TEATRO DELLA COOPERATIVA VIA HERMADA 8

ORGANIZZATO DAL CIRCOLO ANARCHICO

PONTE DELLA GHISOLFA IN COLLABORAZIONE CON

TEATRO DELLA COOPERATIVA, PARTECIPAZIONE DELLA

FAI – MILANO E DEL C.S. TORCHIERA

INTERVENTI TEATRALI DI

PAOLO ROSSI E RENATO SARTI

CON LUCA BONESCHI, GIGI MARIANI

( AVVOCATI DI VALPREDA )

MAURO DECORTES ( CIRCOLO ANARCHICO PONTE DELLA GHISOLFA )

SAVERIO FERRARI ( OSSERVATORIO DEMOCRATICO SULLE NUOVE DESTRE )

LELLO VALITUTTI ( ULTIMO A VEDERE PINELLI )

19 giugno 2009 Un’occasione persa. “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli di Francesco “baro” Barilli e Saverio Ferrari

30 novembre 2009

http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=2992&Class_ID=1003#top

19 giugno 2009

Un’occasione persa

“Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli

Francesco “baro” Barilli e Saverio Ferrari – Osservatorio democratico

piazza fontana

Il segreto di Piazza Fontana, scritto da Paolo Cucchiarelli e uscito per l’editore Ponte alle Grazie (pag. 704, € 19,80), è un lavoro interessante e inquietante nella prima parte, sconcertante e irritante nella seconda. Fonde elementi di inchiesta a voli pindarici dell’autore – che si fanno via via più fantasiosi, depotenziandone il contenuto – e appare viziato alla base da un difetto: il cadere in ricostruzioni azzardate, con concessioni alla più sfrenata dietrologia. Un limite che rende il libro non una sorta di verità definitiva sulla “madre di tutte le stragi”, come è stato pubblicizzato, ma un contributo che rischia di mettere in ombra persino la parte di verità già accertata.

Le due bombe nella banca, quelle “scomparse” e “l’ingenuità” degli anarchici

Quel giorno, alla Banca nazionale dell’agricoltura, sarebbero state portate due bombe. Una di matrice anarchica; dotata di timer e trasportata nella banca da Pietro Valpreda, era destinata a un attentato dimostrativo, dovendo esplodere quando gli uffici erano già chiusi e privi di persone. La seconda, più potente, sarebbe stata portata dai fascisti; dotata di accenditore a strappo e di una miccia, fu fatta esplodere prima di quella anarchica, innescando forzatamente pure questa. Fu l’ordigno a miccia a causare la strage, e la strategia era finalizzata ad addossare l’attentato alla sinistra. Più precisamente, i fascisti non intendevano fermare il proprio depistaggio a poche schegge dell’ambiente anarchico, ma volevano arrivare fino all’editore Giangiacomo Feltrinelli. In questa ottica Valpreda, pur restando sostanzialmente innocente, torna ad essere figura assai discutibile: ingenuo burattino dei fascisti, stragista involontario, testa calda che si accompagnava a frequentazioni dubbie, mentitore per necessità. Un conto è però ricordare Valpreda come un ingenuo (anche commentatori più benevoli con l’anarchico lo ricordano così), ben altra cosa è descriverlo come una marionetta teleguidata che segue indicazioni altrui senza porsi domande o dubbi: il suo comportamento, nella ricostruzione di Cucchiarelli, rasenta più l’imbecillità che l’ingenuità. Si pensi solo che avrebbe ritirato la bomba, da collocare alla banca, nella sede degli studenti greci simpatizzanti col regime dei colonnelli… Gli attentati certi del 12 dicembre ’69 furono 5. A Milano, oltre che in Piazza Fontana, un ordigno venne ritrovato inesploso alla Banca commerciale italiana di Piazza della Scala. Fu fatto frettolosamente brillare, con la conseguente compromissione di materiali che potevano rivelarsi utili nelle indagini. Altre tre bombe furono collocate a Roma. Una esplose nei sotterranei della Banca nazionale del lavoro. Le altre due scoppiarono in successione presso l’Altare della Patria. Secondo Cucchiarelli quel giorno a Milano sarebbero falliti altri due attentati. Questa voce fu riportata già da alcuni quotidiani nei giorni successivi il 18 dicembre 69: i giornali riferirono di una conferenza stampa tenuta il giorno precedente dagli anarchici del circolo del Ponte della Ghisolfa. Secondo tale fonte, la sera del 12 dicembre sarebbero stati ritrovati altri due ordigni inesplosi, uno in una caserma militare e uno in un grande magazzino; la Questura milanese smentì la circostanza. Ne “Il segreto di Piazza Fontana” si ipotizza che anche questi due ordigni fossero di matrice anarchica, e che pure questi dovessero essere manomessi o raddoppiati dai fascisti, per rendere più pesante il bilancio stragista. E qui si torna alla “stupidità” degli anarchici, che doveva essere, se si vuol credere al libro, una loro caratteristica endemica: secondo l’autore è Giovanni Ventura a portare l’11 dicembre due bombe ai coniugi Corradini, e sempre secondo Cucchiarelli si tratta proprio dei due ordigni “scomparsi”. Va sottolineato che i Corradini erano attivisti anarchici tornati in libertà solo il 7 dicembre, dopo mesi di carcere per gli attentati del 25 aprile, un’accusa per cui buona parte del loro gruppo era ancora detenuta. In questo contesto appare inverosimile che due persone da poco scarcerate si espongano con leggerezza a una simile operazione: per i Corradini si andrebbe oltre l’imbecillità.

Il ruolo di Pinelli e la sua morte

Pure il ferroviere anarchico dal libro esce innocente, ma non privo di macchie. Quel giorno Pinelli avrebbe intuito la trappola fascista in cui stavano per cadere i suoi compagni e si sarebbe adoperato per evitare che le altre due bombe scoppiassero a Milano. Per questo avrebbe fornito un alibi falso a chi lo interrogava, facendo insorgere sospetti sul suo conto; nella concitazione dell’interrogatorio, sarebbe nata una colluttazione, sfociata nella mortale caduta dal quarto piano della Questura milanese. Nel caso Pinelli, la ricostruzione della dinamica della caduta appare valida, anche se non viene aggiunto nulla di nuovo al panorama, che già contemplava la colluttazione e la morte “incidentale” tra le ipotesi. Da sottolineare – anche se a livello di pura aneddotica – che se gli altri anarchici sono rappresentati come sciocche marionette, secondo Cucchiarelli Pinelli avrebbe mandato messaggi cifrati su Valpreda addirittura utilizzando l’enigmistica (pag. 246)! Ci sfugge, in un simile ambiente, chi avrebbe potuto coglierli: certo non i suoi compagni.

Quando la dietrologia inganna

Come già accennato, Cucchiarelli ha sicuramente svolto un grande lavoro di documentazione, e – almeno per quanto riguarda la prima parte del libro – si può supporre che le intenzioni fossero sincere. In un video sul web (C6.tv) ha dichiarato “Gli anarchici sono rimasti vittime di una trappola, predisposta nel tempo (durante tutto il 69, con l’aiuto e la copertura dello stato e dei servizi segreti) affinchè fossero il capro espiatorio, coloro che dovevano pagare per questa trappola”. Affermazione nella sostanza condivisibile, ma non c’era bisogno di un lavoro così imponente per formularla. Il lavoro giudiziario su Piazza Fontana è stato già notevole: certo, incompleto sul piano degli esiti penali e per questo deludente, ma molte cose sono state appurate, specie nell’ultima istruttoria, conclusa in Cassazione il 3 maggio 2005. In Veneto fu costituito, nell’alveo di Ordine Nuovo, un gruppo eversivo che aveva cervelli e manovalanza principalmente nelle cellule di Padova e Mestre. E’ in questo ambito che vengono realizzati gli attentati del ’69, da quelli incruenti della primavera-estate fino a quello tragico del 12 dicembre. Per quanto riguarda responsabilità personali nessuno è stato condannato, ma su Franco Freda e Giovanni Ventura, principali esponenti padovani del gruppo, tutti e tre i gradi di giudizio hanno espresso una valutazione – citando un commento del Giudice Salvini scritto il 15 maggio 2005 per il periodico dell’ANPI – di “colpevolezza storica, anche se non traducibile in una sentenza di condanna”, essendo i due soggetti già stati assolti in un altro processo e per il noto principio giuridico secondo cui nessuno può essere processato due volte per lo stesso reato, se nel frattempo è stata già emessa una sentenza definitiva di assoluzione.

In questo quadro fa eccezione Carlo Digilio, e sul particolare correggiamo un errore – formale ma di un certo rilievo – di Cucchiarelli. Ne Il segreto di Piazza Fontana l’autore annovera pure Digilio fra gli assolti (per prescrizione). In realtà l’artificiere di fiducia di Ordine Nuovo nel Veneto fu condannato in primo grado: si riconobbe che aveva svolto, come confessato, una consulenza tecnica sull’esplosivo poi usato nella strage. Appello e Cassazione non hanno smentito quella sentenza, a cui l’interessato non oppose ricorso. La prescrizione, in questo caso, non inficia la condanna, che è passata in giudicato rendendo Digilio tecnicamente l’unico colpevole processualmente accertato per la strage.

I finti scoop

In un’inchiesta complessa come quella su Piazza Fontana (intricata di suo, inquinata dai noti depistaggi, ormai appesantita da anni che la rendono ancora più difficoltosa) è normale affidarsi, oltre che ai fatti, a ragionamenti logico deduttivi o a intuizioni. L’importante è non farsi accecare dalla voglia di giungere a un risultato, spacciando le ultime per fatti acclarati. Purtroppo è proprio in questo tranello che cade Il segreto di Piazza Fontana. Tutta la spiegazione sulla doppia bomba alla Banca dell’agricoltura resta una teoria non sorretta da elementi solidi. Peraltro, c’è un dato storico che a Cucchiarelli sembra sfuggire: che i fascisti abbiano ideato una strategia complessa per addossare la strage agli anarchici è cosa ormai condivisa da tutti, e così pure che questa sia risultata efficace per lungo tempo. Perché i fascisti avrebbero dovuto renderla ancora più intricata di quanto già non sia apparsa negli anni? Come ha ricordato Sofri nel suo ultimo libro (La notte che Pinelli), le indagini si orientarono verso gli anarchici, e su Valpreda in particolare, ben prima del “riconoscimento” di quest’ultimo, avvenuto la mattina del 16 dicembre: addirittura dal tardo pomeriggio del 12 dicembre, quando Pinelli viene invitato in Questura. Pinelli segue da via Scaldasole col proprio motorino il Commissario Calabresi che, con la propria vettura, carica con sé Sergio Ardau, un altro anarchico. E’ lo stesso Ardau a ricordare che Calabresi e Panessa (funzionario di polizia che avrà un ruolo chiave nella successiva caduta del ferroviere anarchico) gli parlarono già durante il viaggio, accennando già in quel momento alla matrice anarchica dell’attentato e alle responsabilità di Valpreda. I fascisti, insomma, potevano seminare su un terreno già pronto al raccolto, senza complicarsi la vita fra doppie bombe, ordigni scomparsi, manovalanza inconsapevole (Valpreda) e consapevole (il vero attentatore); tutti elementi che, aggiungendosi a una tela già fitta, rischiavano di indebolirla invece di consolidarla. Da notare anche che neIl segreto di Piazza Fontana si affronta pure un’altra ipotesi che per anni ha affascinato storici e magistrati: quella del “sosia di Valpreda”, ossia del neofascista che sarebbe stato prescelto per compiere l’attentato proprio per la sua somiglianza con l’anarchico.

Cucchiarelli in proposito arriva a una conclusione bizzarra: essendo due le bombe da depositare nella Banca, ci fu sì Valpreda, ma pure il suo sosia, entrambi arrivati sul posto con due distinti taxi. Anche in questo caso si tratta non solo di un particolare poco spiegabile (se si aveva la certezza di far compiere l’attentato a Valpreda e di incastrarlo con un riconoscimento, perché anche l’altro attentatore doveva essere un sosia dell’anarchico?), ma pure di un appesantimento organizzativo che poteva mettere a repentaglio l’operazione. Peraltro, la coltre di silenzi e depistaggi gravante su Piazza Fontana in questi quarant’anni si è parzialmente disgregata anche nell’ambiente neofascista e ordinovista, e pure questo è un elemento non tenuto in debita considerazione da Cucchiarelli. Specie nell’inchiesta Salvini, iniziata alla fine degli anni 80 e sfociata nel processo concluso nel 2005, molti “camerati” hanno parlato, alcuni dando un contributo alla ricostruzione dell’eversione nera e stragista. Digilio, Siciliano, Bonazzi, Vinciguerra e altri hanno aperto il proprio album dei ricordi, alcuni vagamente, altri in modo preciso e circostanziato. Pure sull’intenzione di far ritrovare in una villa di Giangiacomo Feltrinelli timer analoghi a quelli usati il 12 dicembre Cucchiarelli non svela niente di nuovo: nell’ultima istruttoria ne hanno parlato Giusva Fioravanti, Bonazzi, Calore e persino Giannettini (l’agente Zeta del Sid, pesantemente implicato nelle indagini fin dagli anni 70). Dunque, perché mai in questo mare di rivelazioni (molte delle quali fatte da persone ormai non perseguibili penalmente, quindi contrassegnate da minori margini di ambiguità) non è emerso nulla sulla pista della doppia bomba? Se nell’immediato si trattava di particolari da sottrarre accuratamente alle indagini, i motivi di un’uguale riservatezza in rivelazioni di trent’anni successive non paiono spiegabili.

Considerazioni a parte sono invece dovute a un altro particolare che Cucchiarelli evidenzia nel libro: il ritrovamento di un pezzo di miccia, menzionato nella fase iniziale delle indagini e poi inspiegabilmente uscito di scena, che fa pensare a un ordigno il cui innesco fosse di tipologia diverso da quello ormai consolidato nella storia di Piazza Fontana (ossia: un innesco a miccia in luogo del famoso timer). Questo particolare è forse il più rilevante fra quelli apparsi nella prima e più interessante parte del volume, nonché difficile da controdedurre. Resta però un elemento solitario, da solo insufficiente per avallare ricostruzioni alternative a quella che la Magistratura ha già puntualmente descritto, pur senza arrivare a responsabilità personali. Un elemento che invece Cucchiarelli utilizza davvero come una miccia, per accendere il motore che lo porterà su un percorso che, da qui in poi, si fa arbitrario.

I timer: ricostruzione interessante, conclusioni discutibili

Cucchiarelli fa una lunga dissertazione sui timer (da 60 e 120 minuti) comprati dal gruppo di Freda e Ventura per Piazza Fontana e in generale per l’operazione del 12 dicembre. In particolare si sofferma sull’intercambiabilità e sulla modificabilità dei “dischi orari”. Il suo intento è dimostrare che un timer da 120 minuti potesse essere trasformato in uno da 60, ingannando così un potenziale “attentatore in buona fede”, il quale si sarebbe convinto di posare un ordigno la cui esplosione era stata programmata due ore dopo l’innesco, mentre in realtà il tempo concesso alla detonazione era dimezzato.

La riflessione sulla manomissione dei dischi-tempo è interessante, ma crea alcuni buchi logici nella stessa ricostruzione di Cucchiarelli, di cui l’autore sembra non accorgersi o liquida con superficialità. Se la bomba “anarchica” era destinata a esplodere per induzione, cioè grazie a quella posata accanto dai fascisti e con l’innesco a miccia, perché si doveva modificare il timer? A quel punto sarebbe andato benissimo il temporizzatore da due ore, il risultato sarebbe stato analogo. Anzi, tutto sommato sarebbe stata una metodologia persino più sicura: si sarebbero evitate operazioni ridondanti (la modifica del timer) scongiurando pure l’ipotesi – seppure remota – che l’attentatore potesse accorgersi della manomissione.

Inoltre, l’ipotesi di alterazione dell’orario di scoppio sembra accordarsi, più che con la teoria cara a Cucchiarelli del doppio attentatore, con quella del gesto singolo. Si tenga conto che anche nell’ambiente ordinovista molti attentati, almeno fino al dicembre 69, erano puramente dimostrativi. In questo contesto, la sostituzione del timer poteva essere funzionale a vincere eventuali resistenze – etiche o semplicemente pragmatiche – di un singolo esecutore materiale, pedina parzialmente inconsapevole di una regia superiore, che avrebbe portato la bomba nella banca convinto di non causare una strage.

Questa ipotesi spiegherebbe pure le voci, circolate per molto tempo anche nell’estrema destra, della “strage per errore”: pur essendosi rivelata una convinzione errata (e probabilmente da certuni fatta circolare ad arte) non è escluso che nell’ambiente ci fosse chi aveva validi motivi per essersela formata. Questa soluzione manterrebbe la strage nel solo alveo fascista, e sarebbe pure coerente col quadro organizzativo generale ordinovista, laddove, è bene ricordarlo, era presente una compartimentazione piuttosto rigida, in cui non sempre la “bassa manovalanza” era pienamente consapevole delle decisioni assunte ai livelli superiori.

Cucchiarelli pare accorgersi dell’incongruenza, ma la liquida con poche parole: “con i timer contraffatti con le manopole da 120 minuti ci si era assicurati che il disastro avvenisse, anche se fosse esplosa solo la bomba anarchica”. Un po’ poco per supportare la teoria.

Anche nel caso dei timer la ricostruzione de “Il segreto di Piazza Fontana” risente di due limiti. In primo luogo, si allunga la filiera organizzativa dell’attentato, andando a supporre una ricchezza di elementi che – seppure concatenati razionalmente – rendono la strategia dei fascisti troppo machiavellica, quando una più lineare sarebbe stata non solo ugualmente funzionale, ma soprattutto maggiormente priva di rischi d’intoppo: raddoppiando gli ordigni si aumentano il personale necessario e i margini di incertezza (basta il ritardo o l’anticipo di pochi minuti nell’entrare nella banca, e tutto diventa più difficile da gestire), in definitiva si aumenta la possibilità di venire scoperti. In secondo luogo, Cucchiarelli denota un limite che permea pure il resto del lavoro: nel seguire una propria deduzione non tiene conto del fatto che le intuizioni spesso portano a strade alternative. L’autore, invece, in questo come in altri casi ne segue una sola, quasi che – affascinato da un solo percorso – abbia trascurato ogni alternativa che lo possa portare a conclusioni diverse. Ad esempio, tutta la vicenda delle due bombe scomparse potrebbe avere ben altra spiegazione: il loro ritrovamento potrebbe essere stato impedito per lo stesso motivo per cui fu fatta brillare la bomba alla Commerciale Italiana, ossia per evitare che si risalisse in breve tempo alla matrice fascista degli attentati.

Le fonti e la loro attendibilità

Lo ribadiamo: dopo un inizio interessante, è nella seconda parte del libro che Cucchiarelli perde il senso della misura. A un certo punto sembra abbandonare l’approccio investigativo (inizialmente seguito meticolosamente, pur se con conclusioni discutibili) per scegliere quello fantapolitico. Ma nel cambio di registro narrativo lo scrittore fa di peggio, avvicinandosi non alla fantapolitica lucida e metaforica di Orwell, ma a quella molto meno nobile di Dan Brown. Lo schema è lo stesso: un segreto inconfessabile a conoscenza di pochi all’origine di una battaglia nascosta tra uomini e apparati. Alcuni vengono assassinati per il segreto che hanno scoperto. Cucchiarelli decodifica segni e messaggi indecifrabili, raccoglie verità da personaggi ancora nell’ombra.

Ma chi sono le fonti rivelatrici delle nuove “verità” di Cucchiarelli? Innanzitutto, Silvano Russomanno, ex dirigente del Sisde, ossia un funzionario di quei servizi segreti che operavano anche infiltrando neofascisti negli ambienti di sinistra, in particolare in quelli anarchici. E poi c’è Mister X, nella descrizione di Cucchiarelli “un fascista operativo, uno che sapeva e che agiva”. In altre parole, un pezzo grosso della destra extraparlamentare dell’epoca, che protetto dall’anonimato conduce il libro alle “scoperte” più eclatanti. E’ Mister X a confermare l’esistenza delle bombe anarchiche e della miccia, a rivelare il particolare del doppio taxi e del doppio attentato, a ricostruire il percorso delle borse… E’ dunque un personaggio anonimo a tracciare trama ed essenza del libro: lasciamo al lettore ogni valutazione circa la necessità di altri riscontri oggettivi o circa l’attendibilità che possa attribuirsi a tale fonte.

Su Il segreto di Piazza Fontana l’impressione complessiva è che Cucchiarelli si sia fatto prendere la mano dalle sue ricerche, in una specie di bulimia investigativa che gli fa vedere segreti dove segreti non esistono, che gli fa scambiare la dietrologia, solo perché ben documentata, il mezzo più opportuno per risolvere non solo Piazza Fontana, ma pure il caso Pinelli, l’uccisione di Mauro Rostagno (secondo l’autore ucciso da Lotta Continua, conclusione in contrasto con evidenze giudiziarie emerse di recente), la morte di Feltrinelli e l’omicidio Calabresi (ad avviso di Cucchiarelli assassinato, per aver scoperto “il segreto”, da Lotta Continua in combutta con i servizi segreti).

Decisamente troppo per un libro che denuncia il proprio limite fin dalla copertina, dove si afferma “finalmente la verità sulla strage”, con un’enfasi che del volume sottolinea, più che la natura, i limiti di una scarsa umiltà. “Il segreto di Piazza Fontana” è, se non un depistaggio, un’occasione mancata. O forse un’operazione politica utile a ingenerare confusione e mettere in ombra importanti acquisizioni giudiziarie, tra cui l’innocenza degli anarchici, approfittando di un clima revisionista e cialtronesco che oggi rende possibile far rientrare dalla finestra veleni e sospetti già da tempo usciti dalla porta principale della storia.

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009 – Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo di Luciano Lanza

28 novembre 2009

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009

strage di Stato.1

Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo

di Luciano Lanza

Scontro di poteri su piazza Fontana. Il presidente della repubblica rende omaggio all’anarchico «volato» dal quarto piano della questura. Però subito parte una campagna-stampa per santificare nuovamente Calabresi e rinnovare le accuse contro Pietro Valpreda. Si distingue Paolo Cucchiarelli, un giornalista di sinistra, collaboratore dell’Unità, che scrive un librone per spiegare che Valpreda aveva effettivamente messo una bomba, che Pinelli era tutt’altro che innocente e che insomma gli anarchici… Le stesse tesi sostenute in Commissione Stragi da Alleanza Nazionale. E non solo da loro.

«Rispetto ed omaggio dunque per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine. Qui non si riapre o si rimette in questione un processo, la cui conclusione porta il nome di un magistrato di indiscutibile scrupolo e indipendenza: qui si compie un gesto politico e istituzionale, si rompe il silenzio su una ferita, non separabile da quella dei 17 che persero la vita a Piazza Fontana, e su un nome, su un uomo, di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendolo alla rimozione e all’oblio. Grazie signora Pinelli, grazie per aver accettato, lei e le sue figlie, di essere oggi con noi», così ha detto Giorgio Napoletano, presidente della repubblica il 9 maggio. Dopo quarant’anni colui che rappresenta la massima istituzione dice che fu vittima due volte (qui scatterebbe subito la domanda: vittima di chi? di cosa?) e poi che si vuole rompere il silenzio su Pinelli con un gesto politico e istituzionale.

Infine c’è stata la stretta di mano fra Licia Pinelli e Gemma Capra, la vedova di Luigi Calabresi. E in questo molti, anche tra gli anarchici, hanno visto un modo per chiudere la partita su Pinelli e la strage di stato. Per arrivare a quella «memoria condivisa» che da alcuni anni esponenti della destra e della sinistra propongono come chiusura di una «pagina dolorosa».

Come da tempo vado ripetendo (scusate se lo ripeto) qui non c’è nessuna memoria da condividere, ma ci sono condanne (sul piano storico e politico, quello giudiziario lo lascio ad altri) da fare: chi sono i responsabili delle bombe a Milano e a Roma del 12 dicembre, come è realmente morto Giuseppe Pinelli? Chi nelle istituzioni dello stato e nei servizi segreti, nella polizia e nei carabinieri ha aiutato e coperto gli attentatori?

L’iter giudiziario (lo sappiamo tutti) si è concluso con un nulla di fatto: le bombe non le ha messe nessuno e Pinelli è morto per un «malore attivo», caso unico nella storia della medicina mondiale. Un nulla di fatto che comunque ha visto i neonazisti Giovanni Ventura e Franco Freda condannati a 15 anni per le bombe del 25 aprile e del 9 agosto 1969 e per associazione sovversiva. Mentre la Corte d’appello di Milano nel 2004 riconosce che i due sono anche responsabili delle bombe del 12 dicembre, ma non possono essere condannati perché già definitivamente assolti per quel reato.

Scrive la Corte d’appello: «L’assoluzione di Freda e Ventura è un errore frutto di una conoscenza dei fatti superata dagli elementi raccolti in questo processo». Sentenza poi confermata dalla Cassazione nel 2005.

Quel dicembre 1973

Torniamo a Napolitano. Allora come valutare le parole del presidente? Mi torna alla mente quanto c’è scritto nell’editoriale apparso su questa rivista sul numero di gennaio del 1973. Si intitola «Una vittoria nostra». Ecco alcuni passaggi: «Valpreda, Gargamelli, Borghese sono liberi. (…) Il governo s’è mosso sotto la pressione di “autorevoli” settori di opinione pubblica “democratica”. Sarebbe stolido trionfalismo ritenere d’averlo smosso noi, gli anarchici, i rivoluzionari. Eppure siamo convinti, senza vanagloria, che si tratti di una vittoria nostra, non dei “democratici”. In primo luogo perché noi abbiamo smosso questa opinione pubblica democratica dal suo abituale torpore, noi l’abbiamo costretta a scandalizzarsi, a indignarsi. In secondo luogo perché, nonostante tutto, le strutture repressive dello stato “democratico” escono malconce dalla faccenda, nell’immagine pubblica, anziché ridipinte a nuovo.

Vittoria nostra, ripetiamo, e non accettiamo il disfattistico pessimismo di chi, nella scarcerazione, vede solo una manovra astuta del potere. C’è anche questa, certo (…) ma la scarcerazione di Valpreda, Gargamelli e Borghese resta sostanzialmente una sconfitta per lo stato e una vittoria per noi. Non vogliamo sopravvalutarne l’importanza né sottovalutare lo strapotere del sistema. (…) Però è un episodio che segna un risultato positivo per noi e negativo per il potere (e con i tempi che corrono non è cosa da poco). Se fossimo riusciti, cinquant’anni fa, a salvare la vita di Sacco e Vanzetti ci saremmo forse ipercriticamente lamentati che era tutta una manovra dello stato americano per riacquistare credibilità?».

Questo maggio 2009

Quell’editoriale vecchio di 36 anni è per molti versi attuale (anche se, è ovvio, la situazione è molto diversa) perché evidenzia molto bene come avvengono certe dinamiche sociali e politiche. E che tipo di lettura darne: senza ipercriticismi e senza entusiasmi. Ma mettendo gli avvenimenti in una prospettiva obbiettiva. E questa affermazione di Napolitano rappresenta un passo avanti che dovrebbe in parte spiazzare le montature create prima, subito dopo le bombe. E poi nel corso degli anni.

Ma va sottolineato anche che dopo il discorso del presidente della repubblica è partita una campagna televisiva e giornalista per far risaltare la «specchiata figura» del commissario Calabresi. E poiché le tre televisioni pubbliche e le tre maggiori tv private sono controllate dal presidente del consiglio e dalla maggioranza di centrodestra non sfugge a nessuno (se non a chi non vuole vedere) che su questo caso c’è un conflitto tra poteri dello stato. Senza dimenticare la carta stampata. C’è pure chi sostiene che sia tutto un gioco delle parti: il presidente fa un passo per dare il via a chi di passi ne farà almeno il doppio in direzione opposta. Ma francamente dopo quarant’anni mi sono persuaso, sulla base di tante storie venute a galla, che certe congetture stanno più nella testa degli ipercritici che non nelle intenzioni degli attori. Insomma, non fateli più furbi e strateghi di quanto effettivamente siano. Ne hanno combinate di orrende, ma erano sempre funzionari di questo stato… sempre un po’ borbonico…

Nonostante siano passati quarant’anni, quei fatti sono ancora elemento di contrasto e di scontro. Perché quelle bombe e quel volo dal quarto piano della questura di Milano hanno scritto un percorso della storia di questo paese. Quei morti, quei feriti, quel «malore attivo» sono, oltre che drammatici, un analizzatore sociale (come direbbe il mio indiretto maestro René Lourau). Vale a dire che la lettura disincantata, non faziosa, di quegli avvenimenti mette a nudo la criminalità di chi deteneva il potere. È una «verità scomoda», dà fastidio. Da qui la necessità di riscrivere quella «storia scomoda».

La “ricostruzione” di Cucchiarelli

L’ultimo autore di questa riscrittura? Sicuramente Paolo Cucchiarelli con il suo libro Il segreto di Piazza Fontana. Un libro che affianca indagini condotte con un discreto rigore a illazioni, invenzioni più consone a un romanzo noir che a una ricerca storica. In sintesi: la strage di piazza Fontana l’hanno orchestrata i neonazisti Franco Freda e Giovanni Ventura più altri, con il supporto dei servizi segreti deviati manovrando anarchici come Pietro Valpreda. Perché Valpreda è andato veramente, sostiene senza prove Cucchiarelli, alla Banca nazionale dell’agricoltura, per deporre una bomba munita di timer. Ha effettivamente preso il taxi di Cornelio Rolandi per risparmiarsi un tragitto di un centinaio di metri e doverne fare il doppio per andare da dove avrebbe fatto fermare il taxi per andare alla banca e ritornare al taxi. Ma c’è di più: dove lo mettiamo il sosia di Valpreda, Claudio Orsi? Lui ha l’altra bomba, ma con innesco a miccia, anche lui prende un taxi per andare alla banca e la depone vicino a quella di Valpreda. Da qui il doppio botto. Ma Cucchiarelli non è George Simenon e scrive cose che non stanno in piedi.

E Giuseppe Pinelli? Il suo alibi era falso perché quel pomeriggio aveva un grandissimo problema: evitare che scoppiassero altre due bombe a Milano. Qui siamo al paranormale: Cucchiarelli sa anche che cosa pensa Pinelli. E poi sa anche che quel pomeriggio non è andato al Circolo Ponte della Ghisolfa dove ha incontrato due compagni anarchici, Ivan Guarnieri e Paolo Erda, anche perché quest’ultimo, per Cucchiarelli, non esiste. È un’invenzione sciocca del povero Pinelli che si arrabatta cercando di costruire un alibi inconsistente. Ma Cucchiarelli scrive di cose che non conosce, quindi scrive sciocchezze.

Valpreda e Pinelli colpevoli? Già sentita

Non basta. Sotto sotto, ma poi neanche tanto, si sente riecheggiare nelle tesi di Cucchiarelli quanto hanno già scritto due ex deputati di Alleanza nazionale, membri della Commissione stragi, Alfredo Mantica e Vincenzo Fragalà, estensore delle loro tesi è Pier Angelo Maurizio oggi giornalista de Il Giornale e anche autore di Piazza Fontana. Tutto quello che non ci hanno detto.

La relazione si intitola La storia di Piazza Fontana, storia dei depistaggi: così si è nascosta la verità. E cosa c’è scritto in quella relazione del settembre 2000? «L’ombra del dubbio è rimasta sull’innocenza di Valpreda non per una decisione politica, per una sorta di difesa corporativa della magistratura, data la lunga carcerazione preventiva inflittagli, come si potrebbe insinuare. L’ombra del dubbio è rimasta sulla base di una valutazione squisitamente tecnica». E poi, dando per verità le dichiarazione di un pentito delle Brigate rosse, Michele Galati, scrivono: «Pinelli si era realmente suicidato perché si rese conto di essere rimasto involontariamente coinvolto nel traffico di esplosivo utilizzato per la strage e che lui riteneva fosse destinato a un’azione in Grecia. La bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura era stata messa materialmente da Valpreda. L’esplosione avrebbe dovuto aver luogo quando gli sportelli fossero stati chiusi e la banca deserta. Negli attentati del 12 dicembre ’69 erano coinvolti buona parte degli anarchici del circolo Ponte della Ghisolfa. Gli attentati rientravano in un progetto di destabilizzazione in cui aveva un ruolo di primo piano Stefano Delle Chiaie che si serviva di Mario Merlino per orientare l’attività degli anarchici».

Bene, con la ricorrenza dei quarant’anni da quella strage si dovrebbe ripartire da capo? No, però c’è nuovamente un lavoro di controinformazione da fare. Perché dopo tanti anni parte una nuova riscrittura della storia. Ma non bisogna permetterlo.

Luciano Lanza

A Rivista Anarchica n. 9 1972 – Parla l’ultimo latitante Intervista con Enrico Di Cola

27 novembre 2009

A Rivista Anarchica n. 9 1972

Parla l’ultimo latitante


a cura della Crocenera anarchica

Intervista con Enrico Di Cola – “I carabinieri mi minacciarono di morte: volevano che accusassi Valpreda”

Amsterdam, 26 novembre. In piazza Spui, sotto il “Lieverdje”, luogo famoso per gli happenings dei Provos, incontro l’unico anarchico latitante coimputato di Valpreda per la strage di stato.
A prima vista non riconosco il giovane biondo che si avvicina, ha una corta barba e l’aspetto timido, un po’ smarrito, non assomiglia affatto alla fotografia di Enrico Di Cola che i giornali del dicembre ’69 gettarono in pasto ad un pubblico assetato di colpevoli e di vendetta. Mi stringe la mano sorridendo, ci scambiamo qualche frase di circostanza e fatti pochi passi entriamo in un self-service. Il locale è pieno di gente e caldo: fuori ci sono cinque gradi sotto zero.
Dilettante di queste situazioni, mi guardo attorno, incapace di credere che dietro a noi, camuffato da cameriere o da divoratore di wurster, non si acquatti Zicari, il noto intervistatore dei più inafferrabili contumaci. Pare incredibile, eppure il giornalista poliziotto del Corriere della Sera, dopo Della Savia e Di Luia, non è riuscito a completare con Di Cola la sua collezione. Sollecitato dalle mie domande Enrico racconta la sua vicenda.

Il settimanale anarchico Umanità Nova nel suo numero del 27 novembre pubblica una tua lettera in cui accusi Fabri, Catello e Vasco marescialli dei carabinieri, di averti minacciato di morte il 13 dicembre del ’69. Che cosa è successo esattamente quel giorno nella caserma dei CC?
La sera del 12 dicembre quando dopo la perquisizione a casa, vengo portato nella caserma dei CC, vengo interrogato in modo molto “cordiale” almeno per quanto è possibile, poi vengo trasferito in attesa di essere rilasciato, almeno così mi si dice. Verso le otto di mattina vengo portato nella sezione criminali, squadra omicidi, qui le cose prendono una piega non certo piacevole, però altamente significativa. Vengo interrogato tutto il giorno e non mi viene permesso di bere, cominciano ad usarmi violenze morali (ricatti) e fisiche. In casa erano stati rinvenuti dei bossoli vuoti della guerra 15-18 e loro volevano che dicessi che erano stati sparati da me e Valpreda quando andavamo in baracca.

“… ci serve qualcuno per la strage…”
Poi cercarono di comprarmi, esasperati si lasciarono sfuggire alcune frasi “… insomma lo vuoi capire che non ce l’abbiamo con te, ma ci serve qualcuno per la strage…” e ancora “… noi ti diamo un verbale in cui è scritto che hai visto partire Valpreda da Roma con una scatola da scarpe piena di esplosivo, per andare a fare la strage…”.
Tra l’altro sapevano che Pietro era partito, che era stato accompagnato da Borghese per un pezzo di strada, il 13 dicembre queste cose non si sapevano ancora e Borghese non era ancora stato fermato. Si ritorna quindi alle minacce “… ricordati che ti possiamo uccidere come e quando vogliamo, tanto poi nessuno saprà mai cosa è veramente successo… possiamo sempre dire che è stato un incidente, che noi ti avevamo rilasciato… chi vuoi che non ci creda?
Perché ti sei reso latitante? Contro di te non ci fu, se ben ricordo, nessun mandato di cattura fino al gennaio ’70.
La sera in cui fui rilasciato i poliziotti mi diedero un avvertimento “… adesso ti lasciamo, ma possiamo sempre riprenderti e dopo che avrai assaporato un po’ di libertà sarà ancora più duro andare dentro…”.
Il 16 dicembre Pino Pinelli veniva assassinato nella questura di Milano, la sera stessa apprendo l’arresto di Valpreda; a questo punto non mi restava che un’unica possibilità: rendermi irreperibile.
I CC di Roma sono stati più intelligenti dei loro colleghi milanesi, mentre questi ultimi sono stati costretti ad uccidere l’anarchico Pinelli, che aveva capito chi realmente aveva compiuto la strage e chi erano i complici, i CC di Roma, che del Di Cola l’unica cosa che si sapeva allora era che ero un “anarco-fascista” del “22 marzo” (è loro e di tutti i giornali, sinistra compresa, tale definizione). Ero quindi un teste poco credibile, hanno preferito darmi la possibilità, anzi, mi hanno suggerito e costretto a fuggire. Sarei stato un testimone scomodo in meno, un altro da aggiungere con Ardau e Della Savia all’elenco dei morti vivi di stato e dei morti ufficiali e non della strage di stato. Il 17 dicembre la polizia mi cercava a casa.

Due anni di latitanza
Come sono stati questi due anni? Gli chiedo a bruciapelo. Fa una faccia scura, come se la domanda non gli piacesse.
Difficili, dice. Ho dovuto dimenticare il mio nome, chi ero e da dove venivo. Ho passato tanto tempo nell’isolamento più totale: non volevo che si corressero rischi né per me né per i compagni che mi aiutavano. Poi ho cominciato ad abituarmi a non essere io. Sono riuscito per qualche periodo anche a fare una vita quasi normale, anche con qualche ragazza.”.
Una volta sono persino riuscito, in Abruzzo, a fare il bagno in una spiaggia riservata ai poliziotti! Mi ci sono trovato involontariamente, dapprima spaventato, poi divertito, portato dal mio ospite di turno ignaro della mia vera identità. In questi due anni ho girato quasi tutta l’Italia, non fermandomi mai a lungo in un posto per ridurre il rischio per me e per i miei ospiti spesso all’oscuro della mia natura di “pericoloso terrorista del 22 marzo”!
Hai mai pensato di costituirti?
Sì, diverse volte, soprattutto nei primi tempi, ma vedevo che il processo era sempre più lontano e sapevo che in carcere non sarei servito a niente. Intanto le “morti” dei testimoni si susseguivano, Pinelli non era stato che il primo. Preferii restare latitante, anche i pochi compagni con cui ero in contatto erano d’accordo.
Quanto rischi se ti arrestano?
Tra una cosa e l’altra cinque anni di galera al netto di detrazioni e condoni. Ma è chiaro che se mi prendessero, aumenterebbero i capi di imputazione. Poi c’è il servizio militare, la renitenza. È stato un motivo in più per non costituirmi: non ho alcuna intenzione di fare il servizio militare, né in Italia né altrove.
E il 22 marzo? E Merlino?
Per spiegare che cosa era e che cosa accadeva al 22 marzo, posso fare una panoramica su quello che successe nel periodo di attività (di inattività sarebbe più giusto) del gruppo, cioè dal 25 settembre al 12 dicembre ’69. Il 25 settembre io, Valpreda ed altri compagni iniziammo uno sciopero della fame a favore dei compagni allora detenuti per gli attentati del 25 aprile ’69. Una mattina verso l’alba fui svegliato da alcuni rumori vicino a me (dormivamo anche sulle scale del palazzo di giustizia di Roma) aprii gli occhi e vidi un carabiniere (graduato) che stava frugando tra i manifesti e le nostre cose, prendendo appunti. Appena si rese conto di essere visto, senza una parola si girò e corse sulla pantera che lo aspettava a motore acceso, partendo immediatamente. La cosa mi sorprese anche perché i cartelloni erano visibili a tutti, ed erano anche fotografati e pubblicati sui giornali; non diedi molto peso alla cosa, ritenendo trattarsi di un controllo per la nostra manifestazione.

Il poliziotto distribuiva catene e manganelli
Alcuni giorni dopo giunse voce che stavano venendo dei fascisti per attaccarci (ma era una falsa voce) e il solerte Andrea Politi o Salvatore Ippolito o 007, come si preferisce chiamarlo, ci disse che lui aveva la macchina piena di sbarre di ferro e catene, anzi ci propose di armarci e di andargli incontro, cosa che però rifiutammo. Finito lo sciopero della fame assieme a Valpreda, Bagnoli e Borth (la compagna uccisa con Casile ed Aricò in un “incidente” stradale) ci recammo a Reggio Calabria, per il processo farsa che si doveva tenere contro Casile, Aricò ed altri. A Nocera Inferiore, ci diede un passaggio un tizio che noi pensammo matto, costui prima ci fece proposte per far prostituire la Borth, è poi si disse disposto ad accompagnarci fino a Reggio dato che non aveva niente da fare; noi accettammo.
Saliti in macchina si offerse di pagarci il caffè, si diresse verso la stazione, l’unico locale aperto a quell’ora. Arrivati sullo spiazzo della stazione, vedendo parcheggiata una macchina della polizia, premette l’acceleratore e cominciò a scappare, con il logico risultato di farsi rincorrere dalla polizia, che ci sbarrò la strada costringendoci a fermare. Quel tipo disse alla P.S. di non avere documenti, né patente con sé, che la macchina era di un suo cugino che gliela aveva prestata, ma senza che questi lo sapesse. Poi cominciò a tirar fuori tessere di partiti di destra e di sinistra intestate a lui, santini e e madonne varie. Noi mettemmo subito in chiaro che non lo conoscevamo, ma ci controllarono i documenti e chiesero via radio informazioni sul nostro conto, col risultato che grazie all’art. 41 ci perquisirono “… alla ricerca di armi o esplosivi” come ci dissero. Poi fummo accompagnati alla stazione e obbligati a prendere il treno. Mentre stavamo salendo vedemmo che il tizio del passaggio, adesso chiacchierava beatamente con i carabinieri, poi, dopo averli salutati, risalì in macchina e se ne andò. Alla prima fermata scendemmo perché non avevamo i soldi per il viaggio in treno fino a Reggio, qui ci dividemmo in due gruppi.

ci controllavano ad ogni passo
A qualche chilometro da Reggio mi accorsi che sull’altra carreggiata, nascosta dietro un cartellone pubblicitario, c’era la stessa macchina di polizia di Nocera Inferiore. Ma le sorprese non finiscono qui, perché la mattina, quando ci recammo al tribunale assieme ad altri compagni venuti da diverse parti d’Italia, mi si avvicinò un uomo (che Casile mi disse essere della squadra politica di Reggio) e indicando Valpreda e Bagnoli mi disse: “voi tre siete i tre anarchici venuti da Roma, vero?). Poi senza attendere la mia risposta si allontanò. Finito il processo coll’assoluzione dei compagni andammo a Carrara ed Empoli, dove conobbi Pino Pinelli, poi tornammo a Roma. Qui la notte del 1 novembre, ricevetti una telefonata di un tizio qualificatosi “compagno” che voleva sapere dove ci riunivamo la mattina dopo; io gli diedi un indirizzo falso (più per istinto che per altro), questi continuò a parlare, scoprendosi mi chiese perché la notte prima non ero rincasato, mentre quella sera ero tornato a casa presto e perché avevo fatto provocare una scissione in seno al gruppo. Naturalmente non risposi e riattaccai. La mattina mi recai in Via del Boschetto dove c’era l’appuntamento, vidi una macchina civetta della questura ferma vicino al negozio di Pietro, all’angolo della strada c’era un altro tipo che leggeva “indifferente” un giornale ingiallito vecchio di tre mesi.
Mentre raccontavo la telefonata ricevuta, arrivarono altri compagni, che ci dissero che c’erano auto civetta anche davanti al “Bakunin” e a via del Governo Vecchio, benché fosse ancora inabitabile. Appena arrivò Valpreda, altre due o tre macchine si fermarono davanti alla porta del negozio impedendoci d’uscire, e senza mandato di perquisizione ispezionarono la sede, “invitandoci” poi a salire in macchina ed andare in questura. Qui dopo essere stati schedati per l’ennesima volta, fummo “ricevuti” dal dott. Improta, che ci disse che sapeva che volevamo creare incidenti (in realtà non sapevamo ancora se partecipare o meno alla manifestazione) e ci disse che saremmo stati rilasciati una volta finiti tutti i cortei.

l’aggressione a Trastevere
Dopo essere stati rilasciati, io Valpreda e Gargamelli ci recammo a Trastevere, dove avevamo un appuntamento, ma qui venimmo aggrediti e picchiati da oltre una ventina di fascistelli. Io ricevetti un calcio alle palle e svenni. Gargamelli si era ripiegato per proteggersi meglio dalle botte che gli arrivavano da tutte le direzioni, mentre Valpreda, in disparte, stava cercando di far ragionare il caporione di quei fascisti. Quando intervenirono due agenti in borghese, Valpreda e Gargamelli mi sollevarono e mi portarono a una vicina fontanella. Ma quei bravi ragazzi invece di fermare qualcuno degli aggressori, si dirigono da noi, e ci arrestano? Mentre ci portano alla vicina stazione di polizia ci dicono che hanno visto tutto, anzi già da giorni sapevano che doveva succedere qualcosa. Ci proposero di dire che eravamo immischiati in un giro della droga, così “ci avrebbero rilasciato”!? Naturalmente rifiutammo; così finimmo a Regina Coeli. Una settimana dopo, quando ci rimisero in libertà provvisoria, venimmo a sapere che Fascetti era stato fermato dai C.C. come sospetto per un attentato ad una caserma dell’arma. La notte andammo a dormire in baracca a Pratorotondo, ma appena entrati in casa sentimmo avvicinarsi una macchina. Spegniamo la luce e rimaniamo fermi. La macchina si ferma davanti alla baracca, ne scendono due tipi che, dopo aver bussato a lungo, cercano di entrare forzando la finestra ma poi rinunciano, tornano in macchina ed aspettano lì. Qualche ora dopo gli dà il cambio un’altra macchina. La mattina uscendo non vedemmo nessuno. La sera incontrammo Fascetti che era stato rilasciato. Egli ci disse che l’avevano minacciato e poi tentato di comprare, e che gli avevano contestato addirittura parole dette in pizzeria. Frattanto tutti i compagni ricevevano telefonate, in ore in cui erano assenti, e veniva chiesto a che ora sarebbero rincasati, se sapevano dove si trovavano e così via. La sera prima della manifestazione dei metalmeccanici un agente in borghese si presentò a casa mia alcuni minuti dopo che io ero arrivato. Avevo avvertito mio fratello di dire che non ero in casa a persone che lui non conosceva, almeno di vista, come miei amici e compagni. Questi se ne andò senza lasciar detto chi era, e appena mio fratello chiuse la porta di casa, io corsi alla finestra per cercare di vedere chi fosse, ma l’altezza (abitavo al 5° piano) e l’oscurità, non mi permisero di vederlo in faccia; però dal portone uscirono due persone e non una: l’altra aspettava sotto la tromba delle scale.
La descrizione del mio “amico” è questa: statura media, biondino, capelli corti ben curati, glabro, giacca e cravatta. Due o tre giorni dopo Valpreda abbandonava definitivamente la baracca perché anche quella notte la polizia era stata a cercarlo ma lui era riuscito a nascondersi. La descrizione di uno di quelli che lo cercavano è identica a quella del tizio presentatosi a casa mia. Questo era l’ambiente in cui si muoveva il 22 Marzo.

merlino
Per quanto riguarda Merlino era ed è un fascista, così come Andrea è un poliziotto. Noi siamo anarchici, anche se all’epoca dei fatti molti di noi erano giovanissimi e certe nostre immaturità ed ingenuità hanno consentito di costruire su di noi la montatura della strage attraverso le informazioni fornite dalle spie di fascisti, servizi segreti e polizia che si erano infiltrate fra di noi.
Mi associo quindi ai compagni coimputati detenuti: Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese, nello scindere nettamente la futura impostazione del processo rispetto alla posizione che dovrà assumere il fascista-spia Merlino da quella nostra di anarchici.
Sai bene che quello che rischi non è solo qualche anno di galera, ma qualcosa di molto peggio. Che cosa intendi fare ora?

lontano dalle finestre
Cerco di tenermi ben lontano da finestre e ben coperto, con una buona dose di aspirine varie per evitare malattie ai bronchi e ai polmoni; non dimentico neanche di stare solo in case che hanno cucine elettriche e non a gas, ed evito accuratamente di viaggiare in automobile per paura di incidenti stradali. Per adesso sto ancora bene ma non si sa mai quali possano essere le eventuali nuove varianti di morte di stato. Approfitto dell’occasione per salutare i compagni detenuti (non Merlino naturalmente) e invitandoli a stare bene in salute per quello che gli è possibile; sarebbe troppo comodo ai veri autori della strage se anche loro sparissero o arrivassero al processo come delle larve umane. La nostra è una lotta che si può condurre anche fra quattro luride pareti, e sul banco degli imputati bisogna mettere lo stato, non noi.

12 dicembre 1969 – 12 dicembre 1971
12 dicembre 1969 – Scoppiano le bombe a Roma e Milano. 16 morti. Caccia all’anarchico e all’estremista. Violenta repressione antioperaia. Tredicimila denunce.
14 dicembre 1969 – L’avv. Ambrosini confida a Stuani e al ministro Restivo i suoi fondati e documentati sospetti su Ordine Nuovo.
15 dicembre 1969 – Entra in scena Rolandi: cattura del “mostro” Valpreda. Pinelli non sta al gioco e viene ammazzato.
25 dicembre 1969 – Armando Calzolari, fascista di O.N. rifiuta di collaborare. Calzolari viene ammazzato.
16 gennaio 1970 – Udo Lemke identifica in due missini siciliani gli autori di un attentato. Pochi giorni dopo Lemke “trovato in possesso di droga” e “ricoverato” sparisce. Di lui non si ha più traccia.
gennaio-aprile 1970 – Si accumulano gli indizi contro Valpreda: è anarchico, è riconosciuto da Rolandi, è esperto di esplosivi, nella borsa viene reperito un “vetrino” uguale a quelli da lui usati; ha il morbo di Burger e non può camminare, era a Roma al bar Jovinelli il giorno dopo la strage, l’infermiera non conferma il suo alibi, aveva un arsenale sulla via Casilina.
aprile 1970 – Rolandi depone a “futura memoria”. La deposizione è illegale mancando gli avvocati della difesa.
aprile-ottobre 1970 – Si appura che: Valpreda è anarchico, il riconoscimento di Rolandi è viziato, non è esperto in esplosivi, il vetrino è diverso da quelli da lui usati, corre come una lepre ed il morbo di Burger è in forma atipica e latente, i testi di Jovinelli si contraddicono l’un l’altro, l’infermiera è stata terrorizzata, l’arsenale sulla Casilina non esiste.
3 luglio 1970 – Caizzi archivia l’istruttoria sulla morte di Pinelli.
27 ottobre 1970 – Gli anarchici Casile e Aricò compiono un importante indagine di controinformazione. Mentre tornano a Roma, muoiono con altri due compagni, in uno strano incidente automobilistico. Uccisi prima di comunicare quanto hanno saputo.
12 dicembre 1970 – Primo anniversario della strage, Saltarelli ucciso a Milano dai carabinieri.
26 marzo 1971 – Il giudice Biotti chiede la riesumazione della salma di Pinelli.
9 aprile 1971 – L’editore fascista Giovanni Ventura con Freda e Trinco viene incriminato per le bombe sui treni dell’8 agosto ’69. Il portinaio coinvolto nella vicenda Juliano-Ventura precipita e muore nella tromba delle scale.
29 aprile 1971 – Il giudice Biotti viene ricusato dall’avvocato di Calabresi, Lener, e sospeso dalle sue funzioni. Si ferma il processo Baldelli.
29 giugno 1971 – Licia Pinelli denuncia Calabresi e gli altri per omicidio volontario.
16 luglio 1971 – Rolandi muore improvvisamente. Polmonite secca e cirrosi epatica.
26 agosto 1971 – Avviso di reato a Calabresi, Allegra ecc. per omicidio colposo.
22 settembre 1971 – Lener denuncia l’avvocato di Licia Pinelli, Smuraglia per plagio e calunnia.
5 ottobre 1971 – Avviso di reato per omicidio volontario contro calabresi e gli altri. Manca Allegra.
21 ottobre 1971 – Viene riesumata la salma di Pinelli.
24 ottobre 1971 – Ambrosini deve uscire il giorno dopo dalla clinica ma viene ammazzato e buttato dal 7° piano della clinica.
30 ottobre 1971 – Angelo Fascetti, testimone a favore di Valpreda, viene investito da una automobile e si sveglia in stato di choc non ricordando nulla.
novembre 1971 – Autopsia della salma di Pinelli. Si riscontra la frattura di una vertebra cervicale fino ad allora taciuta. La famosa “macchia ovalare” coincide con un’altra frattura vertebrale.
22 novembre 1971 – Il latitante Di Cola comunica in una lettera di aver ricevuto minacce di morte dalla polizia.
12 dicembre 1971 – Il Questore di Milano vieta la manifestazione degli anarchici e quelle della sinistra extra-parlamentare.
Una smentita che conferma
Le dichiarazioni di Enrico Di Cola sulle minacce ricevute sono state rese note il 22 novembre durante una conferenza stampa tenuta al circolo “Ponte della Ghisolfa” dall’OAM.
Il giorno seguente la Questura di Roma con un comunicato ufficioso, si è precipitata a precisare che non furono funzionari di P.S. ad interrogare Di Cola, ma Carabinieri. Questo scaricabarile non ci interessa molto. Lo stesso comunicato definisce assurde le accuse di Di Cola dal momento che di Valpreda, il 13 dicembre, non si parlava ancora in quanto solo il 15, in seguito alla testimonianza del tassista Rolandi, nacquero i sospetti su Valpreda e questi fu arrestato.
Invece è noto che:
– il 12 dicembre a Milano, Calabresi aveva già addossato la responsabilità al Valpreda, tanto è vero che su Valpreda vertevano gli interrogatori di quasi tutti gli anarchici fermati, fra cui quelli di Pinelli ed Ardau.
– oltre a Di Cola, altri anarchici romani, il 12 dicembre, furono interrogati sui movimenti di Valpreda.
– sabato mattina 13 dicembre, i funzionari di P.S. Mainardi e Cusano e il brigadiere dei C.C. Di Maiuta si erano già recati nella casa di Valpreda a Milano, senza però rintracciarlo.
Dal momento che tutto questo risulta agli atti del processo, quanto comunicato dalla questura è da considerarsi falso.

9 luglio 2009 Lettera aperta di Enrico Di Cola (letta il 9 luglio 2009 da Roberto Gargamelli al Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa Nell’anniversario della morte di Pietro Valpreda)

27 novembre 2009

Lettera aperta di Enrico Di Cola

(letta il 9 luglio 2009 da Roberto Gargamelli al Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa Nell’anniversario della morte di Pietro Valpreda)

Cari compagni,
Sono circa 37 anni – dalla liberazione dal carcere di Pietro e gli altri compagni ingiustamente accusati – che non rilascio dichiarazioni pubbliche.
La verità sulla Strage di Stato e sull’assassinio di Pino Pinelli erano ormai realtà acquisite tra la gente, tra i lavoratori, e Pietro, Robero, Emilio – ormai liberi – potevano difendersi e difendermi in modo adeguato e quindi ho ritenuto che la mia voce “da lontano” fosse ormai diventata inutile e superflua.
Poi il tempo è passato e – tranne alla vigilia dei 12 dicembre e del 16 dicembre (quando Pinelli fu assassinato) che sono seguiti – avevo quasi cancellato dalla memoria quei tragici giorni e avvenimenti che ci avevano sconvolto e travolto.
Avrei voluto continuare questo mio silenzio, ma la recente pubblicazione dell’ennesimo libro su Piazza Fontana, che – fin dal titolo – “Il Segreto di Piazza Fontana” lasciava sottendere nuove sconvolgenti rivelazioni, mi ha ridestato dal torpore.
Ho letto le prime recensioni del libello del sig. Paolo Cucchiarelli con un misto di stupore ed una rabbia sempre crescente: poi leggendo questo noir ho capito che il mio lungo silenzio doveva essere rotto, che è necessario dare delle risposte a questo signore e alle malevoli e allucinanti “interpretazioni” e “certezze” che trae dalla lettura di “verbali processuali”, da ignote “fonti di destra” e da depistatori professionali dei servizi segreti e pidduisti come Russomanno.
A distanza di quarant’anni dalla strage di Piazza Fontana e dall’omicidio di Pino Pinelli il visionario signor Paolo Cucchiarelli cerca la quadratura del cerchio della strategia della tensione e impacchetta anarchici e fascisti in un’unica bella confezione regalo: tutti bombaroli ed assassini. Valpreda mette la bomba a Piazza Fontana (ma non sapeva che era una trappola e sarebbe esplosa prima dell’orario di chiusura…grazie anche ad una SECONDA bomba fascista!!! Sic.) .. ma non è il solo, a Milano e Roma altri anarchici (ma siamo sicuri che eravamo veramente anarchici e non “neoanarchici” come veniamo misteriosamente etichettati ) piazzano le altre bombe (cioè membri del “22 marzo” a Roma e dello Scaldasole a Milano)
Neanche Pinelli si salva da questa furia di riscrittura della storia di questo ‘’romanziere’’: Pino sapeva di altre due bombe…(mai trovate o esistite!) e ha cercato di fermare gli attentatori. (quindi sarebbe un complice se conosce attentatori e luoghi! …ma questo prudentemente non lo scrive ma lo lascia solo intendere).
Come ben illustra il titolo di questo incontro: Piazza Fontana strage di stato, Valpreda innocente Pinelli assassinato. Vittime e carnefici non condividono la memoria, io credo che oggi sia necessario un grosso impegno di tutti noi, di tutta la sinistra (o quel che ne rimane) a far si che la nostra memoria collettiva e le figure dei nostri compagni che ci hanno lasciato non vengano stravolte ed insudiciate. Dobbiamo rialzare la testa così come facemmo dopo le bombe del 12 dicembre, per fronteggiare questa immonda campagna di criminalizzazione e riscrittura della storia.
Credo anche che tutti i compagni che allora furono coinvolti – non solo giudiziariamente ma anche emotivamente per essere stati vicini alle persone e circoli colpiti dalla repressione, debbano fare un passo in avanti rispetto al passato. Ora che siamo in condizione di farlo perchè fuori dalle galere, fuori dalle latitanze, fuori dalle persecuzioni e dalle paure di quei giorni, credo sia giunto il momento di prendere un impegno davanti a tutti i compagni – sia quelli presenti che i tanti ormai non ci sono piu’ – senza timori per i nostri errori, per le nostre stupidate: è giunto il momento che tutti assieme scriviamo chi eravamo e cosa realmente facevamo. Non è più accettabile e tollerabile che veline, verbali estorti, questurini, fascisti, voci diffuse ad arte, depistatori di ieri e di oggi possano attaccarci addosso etichette, vizi e colpe che non abbiamo mai avuto.
Solo in questo modo – io credo – potremo ricordare coloro che ci hanno lasciato e che non possono più difendersi.
Ciao Pietro, ciao Pino, ciao Aldo e Anna Rossi, ciao Angelo Casile, Giovanni Aricò, Annelise Borth, Luigi Lo Celso, Franco Scordo, ciao Giovanni Ferraro, ciao Amerigo
Mattozzi. E ciao anche ad Eduardo Di Giovanni e Marco Ligini che furono tra i pochi della sinistra che ci aiutarono in quei tragici frangenti.
Ciao a tutti ….noi non dimentichiamo!