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Carancini e Cucchiarelli provocatori e bugiardi. di Enrico Di Cola e Roberto Gargamelli

28 marzo 2014
Si fa disinformazione, inoculando false informazioni, screditando informazioni che possono essere dibattute o conflittuali, proponendo false conclusioni, oppure, proponendo visioni plausibili basate su informazioni singolarmente vere ma la cui unione rende assolutamente falso l’assunto.

Probabilmente il nome di Andrea Carancini ai più non dirà niente, e anche a noi non diceva nulla fino a non molto tempo fa. Abbiamo cercato di sapere qualcosina di più su questo signore ma non siamo riusciti trovare quasi nulla. Tranne un breve accenno (vedi http://www.fascinazione.info/2010/10/carancini-e-lanima-cattolica-del.html), ma francamente possiamo dire che quello che traspare dal suo blog è più che sufficiente per poterlo etichettare come negazionista e revisionista storico. Anche lui, come il famigerato Archivio Guerra Politica, sembra avere predilezione nel pubblicare le menzogne del terrorista fascista e assassino Vinciguerra contro gli anarchici ed in special modo contro Pietro Valpreda.

Se abbiamo deciso di buttare un po’ del nostro tempo dietro a questo personaggio ciò è dovuto al fatto che abbiamo trovato sul suo blog un articolo del 13 agosto 2013 sulla strage di Piazza Fontana e sul Circolo 22 marzo (http://andreacarancini.blogspot.co.uk/2013/08/da-ambrogio-fusella-mario-merlino.html). Articolo che merita attenzione ed una adeguata risposta.

L’articolo di Carancini inizia con un sensazionale “ scoop”: egli ci rivela che un suo amico, un “noto giornalista d’inchiesta”, gli ha inviato le foto – fino ad allora inedite su internet, dice – dei locali del “famigerato Circolo 22 Marzo, quello dei finti anarchici Merlino e Valpreda” dicendogli che era un regalo e che poteva anche pubblicarle sul suo sito. Suggerimento al quale il Carancini ha immediatamente dato seguito pubblicando su Scribd queste sensazionali foto (http://www.scribd.com/doc/124329752/Le-foto-inedite-del-Circolo-22-marzo-Valpreda-fascisti).

L’argomento e le foto, gli hanno fatto, guarda il caso, tornare alla mente che tempo prima aveva ricevuto un articolo di Vinciguerra che riguardava proprio quel circolo, e quindi decide di pubblicare anche questo scritto.(http://andreacarancini.blogspot.it/2013/02/vincenzo-vinciguerra-una-diversione.html)

Guardando con più attenzione le foto, racconta di essere stato colpito in particolare da un disegno: è un lampo di genio, può anche lui fare uno scoop come i suoi amichetti di merende.

Sorge spontanea una domanda: perchè mai un “noto” giornalista d’inchiesta avrebbe regalato a Carancini delle foto ancora inedite in internet? Un giornalista che regala, getta via, uno scoop ancora non ci era capitato! Purtroppo Carancini non dice esplicitamente il nome di questo magnanimo “donatore sano” di scoop, anche se più avanti nel suo scritto, parlando proprio del disegno che lo aveva colpito, ci racconta che il giornalista d’inchiesta Paolo Cucchiarelli gli avrebbe rivelato che tale disegno era opera, nientepopodimeno che di “Anna Bolena, il famigerato informatore/provocatore dell’epoca”.

A questo punto non è difficile immaginare chi sia stato a fargli quel ghiotto “regalo” fotografico.

Ormai siamo abituati a questo tipo di attacchi: quando si scrivono infamie su di noi, quando uno scritto imbastisce ignobili menzogne su di noi e sulla nostra storia, si può essere certi che dietro – per un verso o per l’altro – troviamo il nome di Paolo Cucchiarelli.

Come è noto noi siamo per la libera circolazione e diffusione di tutti i documenti, i materiali, che mettiamo in rete. Proprio perchè vogliamo verità e chiarezza stiamo facendo questo lavoro sul nostro blog, per consentire a tutti – non solo ai così detti esperti – di conoscere gli atti originali del nostro processo e di formarsi un’opinione in base agli atti e non per aver letto elucubrazioni dei vari “esperti” che scrivono sulla base delle loro supposizioni complottiste e sporche fantasie invece di attenersi a quanto gli atti processuali, verificati e certi, dicono e dimostrano senza ombra di dubbio. E naturalmente ci sono anche le nostre testimonianze dirette, di chi quella esperienza ha vissuto sulla sua propria pelle, e non per sentito dire!

Riguardo le cosiddette “foto inedite in internet”, possiamo affermare senza tema di essere smentiti che tali foto non erano affatto inedite, ma che erano state pubblicate nel nostro blog fin dal 17 gennaio 2012 (quindi quasi un anno prima di Carancini!) e più volte rilanciate anche nelle nostre pagine di FB oltre che in quelle di tanti altri compagni che ci seguono. Quindi possiamo tranquillamente affermare che Carancini su questo punto ha scritto una notizia falsa. Così come è falso e parto di pura fantasia (malata) quello che gli avrebbe detto il suo amico Cucchiarelli: ossia che il nome all’autore dell’opera sarebbe “Anna Bolena” cioè Enrico Rovelli, la spia dell’Ufficio Affari Riservati. Il disegno si trovava nella sede del circolo 22 marzo di Roma e non certo a Milano dove vive(va) Rovelli, il quale non ha mai messo piede della sede del 22 marzo! Ma come si sà per certa gente se i fatti non tornano…tanto peggio per i fatti!

D’altronde la disinformazione e la menzogna funzionano così: si dicono cose false tanto si è certi che nessuno si prende la briga di smentirle e poi, comunque vada, le smentite non hanno mai la stessa forza e circolazione per farle tornare nella spazzatura da dove provengono e il tarlo del dubbio, gettato nella rete, rimane.

Dobbiamo riconoscere che Carancini è sicuramente un vero genio perchè vede cose (chi sarà il suo spacciatore?) che le persone normali non vedono, e neppure riescono ad immaginare. La sua musa ispiratrice è stata questa foto.

 GV10

“L’emblematico “murales” del Circolo 22 marzo”

Lasciamo quindi parlare il nostro genio:

“Riguardo alle foto inedite, una su tutte mi colpisce: l’ultima, quella col disegno sul muro di quello strano personaggio sul cui cappello è stampata la lettera A (anarchia) e che reca in mano una bomba. Quello accompagnato da un fumetto con il seguente messaggio: “NO ALLA CULTURA”. Un particolare, soprattutto, non cessa di intrigarmi: il fatto che il detto personaggio indossi, oltre al poncho, anche una gorgiera [1], il tipico colletto pieghettato indossato dagli aristocratici del ‘500-‘600. Che c’entra la gorgiera con un bombarolo (presuntamente) anarchico? Ne riparleremo tra breve.”.

Per non tenervi troppo sulle spine quale sia il finale di tali alte riflessioni, salto alcuni paragrafi e torno alla citazione del racconto:

Torniamo ora all’enigmatico disegno di cui parlavamo all’inizio: Paolo Cucchiarelli mi dice essere opera di “Anna Bolena”, un famigerato informatore/provocatore dell’epoca.” [….]

La sua caratteristica [quella del disegno. Ndr] è quella di essere composto di elementi eterogenei solo all’apparenza, ma che in realtà costituiscono una sorta di ideogramma del perfetto provocatore: il poncho, la gorgiera e il cappello.

Il poncho, indumento tradizionale dell’America latina, è da sempre emblema dei colonizzati e degli sfruttati del medesimo continente (e, per estensione, dei poveri di tutto il mondo): in questo caso costituisce l’apparenza di “sinistra” del provocatore.

La gorgiera invece sta a significare: a parole stiamo con gli sfruttati, ma nei fatti lavoriamo per mantenere (e per estendere) i privilegi dei dominanti.

Certo, è curioso che i neofascisti dell’epoca abbiano pensato proprio alla Spagna coloniale, come simbolo del potere (anche se è noto che la Spagna di Franco fu un punto di riferimento per tutti costoro): non escludo che “Anna Bolena” si sia ispirato proprio allo sceneggiato di Bolchi, che in quegli anni ebbe un enorme successo!

Da notare anche il cappello, che assomiglia proprio al tipico cappello a punta del mago: ecco, tra i corsi e i ricorsi della storia, proprio la magia e l’esoterismo potrebbero essere visti come l’elemento – il valore aggiunto – che differenzia i moderni agenti provocatori dal manzoniano Fusella. È ben noto infatti, seppur solo agli addetti ai lavori, l’importanza dell’esoterismo nella formazione dei neofascisti atlantici “di servizio” (come li ha definiti Vinciguerra).

Quanto al messaggio “NO ALLA CULTURA”, è chiaro che uno degli strumenti per mantenere (e estendere) i privilegi dei dominanti è proprio quello di impedire la crescita culturale complessiva della nazione, che renderebbe evidenti (e insopportabili) a tutti i detti privilegi.

Questo è, purtroppo, il lascito più persistente dei vecchi arnesi della strategia della tensione, come si vede dalla politica dei tagli alla cultura dei governi degli ultimi decenni, anche dei più recenti.

Scusate se abbiamo riportato quasi tutto l’articolo, ma lo meritava davvero! Riuscire a vedere, a “leggere”, tanti particolari e significati in quel disegno non è certo cosa da tutti.

Abbiamo già detto che “Anna Bolena” non ha nulla a che fare con il disegno e abbiamo deciso di fare anche noi uno scoop, rivelando il nome del vero autore di quel disegno sul muro del 22 marzo: fu eseguito materialmente dal nostro compagno Emilio Bagnoli, ispirato da alcuni disegni già da anni circolanti in volantini e stampe anarchiche. Anche due emeriti cretini come Cucchiarelli e Carancini avrebbero potuto fare una semplice ricerca in internet per sapere la storia di quel personaggio raffigurato.

Ad esempio andando a http://anarchicipistoiesi.noblogs.org…leggiamo questa storia:

Anarchik, figura auto-ironica, nata a Milano (e Torino) alla metà degli anni Sessanta ha avuto un notevole successo d’immagine, negli ambienti libertari, dapprima come fumetto e poi come personaggio di volantini, T-shirt…soprattutto in Italia e negli anni Settanta ma anche in altri Paesi e sporadicamente fino ai nostri giorni. Questa è la sua veridica storia, scritta dal suo primo autore, responsabile del personaggio fino ai primi anni Settanta, sostituito poi da autori anonimi più o meno fedeli nell’immagine e nello spirito.

Anarchik è forse il primo tentativo di dare alla propaganda anarchica un tono meno paludato e serioso di quello tradizionale, almeno dal dopoguerra in poi. Sua madre quindi è certa, l’anarchia. Il disegnatore è Roberto Ambrosoli, anarchik nasce all’epoca del depliant “Chi sono gli anarchici”, prodotto nel 1966 dal gruppo Gioventù Libertaria di Milano. Qui, a corredo dello scritto, compare un tizio già dotato di quegli elementi che poi caratterizzeranno il personaggio, cappellaccio a falda larga e ampio mantello, il tutto rigorosamente nero, come nera è la mise (non chiaramente definita) che sta sotto.

Lo stile del disegno è di evidente derivazione fumettistica, sintetico ed essenziale nel tratto, molto contrastato, un po’ “americano” ma ancora tendenzialmente “naturalistico”, nel drappeggio del mantello, nei pantaloni spiegazzati, nelle scarpe deformate da piedi fuori misura. L’approccio è comunque caricaturale, e ironizza sullo stereotipo anarchico della vulgata reazionaria: sotto il cappellaccio il tizio esibisce un nasone e una barba mal curata (altri elementi destinati a rimanere, in seguito) e guarda il lettore con un sorrisetto complice, estraendo dal mantello parzialmente aperto il gadget tipico dell’anarchicità banalizzata, la bomba. Una bomba “classica” e dunque antiquata, sferica, anch’essa nera, con tanto di miccia già pericolosamente accesa e relativo filo di fumo.Dopo l’esordio su Il Nemico dello Stato, Anarchik, vive nel 1968 e nel 1969 una vita precaria su volantini e opuscoletti (ma anche su manifesti seriografati), per approdare poi, nel 1971, sulle pagine di A-Rivista anarchica, dove rimane più a lungo, con una presenza all’inizio relativamente stabile e la funzione, nelle intenzioni del disegnatore, di fare del semplice “umorismo libertario”. L’impostazione del fumetto si fa leggermente più complessa, evolvendo dalla singola striscia al modello a nove vignette (tre file di tre) e grazie alla maggiore disponibilità di spazio le storie diventeranno meno verbali e più dinamiche. Vi compare, a volte, un tipico “antagonista-vittima”, il prete, grasso e un po’ patetico (niente a che vedere con gli omoni grotteschi e bestiali de L’Asino), che fugge con la tonaca alzata di fronte alla minaccia della bomba di Anarchik.

Tale periodo spensierato termina presto. Il maggio ’68, la strage di Stato e tutto ciò che ne segue, impongono un atteggiamento più consapevole e il nostro si dedica, sempre a modo suo, a commentare o sottolineare aspetti considerati importanti di quanto va accadendo. Si sveglia da un incubo in cui alcuni leader rivoluzionari svelano le proprie intenzioni autoritarie (allusione a certe componenti marx-leniniste delle lotte studentesche e operaie), oppure si presenta alla polizia munito di certificato medico, per giustificare con motivi di salute l’esigenza di essere interrogato a finestre chiuse (allusione al volo di Pinelli dalla finestra della Questura milanese).

E’ la fase certamente più intensa della vita pubblica di Anarchik, durante il quale l’accresciuto impegno politico determina la scomparsa della bomba, dimenticata in giro, o nascosta nell’attesa di tempi migliori, come preferite. In un momento segnato dalla ricorrente presenza di altre bombe, non anarchiche e assolutamente non umanitarie, l’uso di un simile strumento per scopi ludici appare inopportuno.”

Nel nostro blog abbiamo anche pubblicato l’opuscolo “Chi sono gli anarchici” di cui si parla nel pezzo, essendo parte del materiale sequestrato a casa di alcuni nostri compagni, la cui copertina qui vi riproponiamo:

 Chi sono gli anarchici

Carancini sembra ignorare anche che i contadini italiani usassero indossare un ampio tabarro con il cappello di feltro. Anche qui una semplice ricerca avrebbe aiutato il nostro eroe a non sparare cazzate sul presunto… poncho latinoamericano! :

http://it.wikipedia.org/wiki/Tabarro_(abbigliamento)

Nel campo dell’abbigliamento, la parola tabarro indica un mantello a ruota da uomo che ha lontanissime origini. Realizzato in panno, grosso e pesante, di colore scuro, solitamente nero, ha un solo punto di allacciatura sotto il mento e viene tenuto chiuso buttando un’estremità sopra la spalla opposta in modo da avvolgerlo intorno al corpo. Vi erano due modelli: quello classico lungo fino al polpaccio, e quello, usato per andare a cavallo e poi in bicicletta, più corto.

In Italia, durante il fascismo, viene considerato un elemento d’ispirazione anarchica, e soprattutto in città è praticamente proibito portarlo. Sopravvive fino agli anni cinquanta del XX secolo, usato in ambiente rurale e montanaro, viene descritto anche nelle opere di Giovannino Guareschi e nei film dell’epoca.

Credo che anche il lettore più distratto guardando il disegno possa intuire che la famosa gorgiera di cui farnetica Carancini non è altro che una banale… barba. E ci vuole una bella fantasia o tanto vino per trovare una somiglianza tra il cappello indossato da Anarchik con “il tipico cappello a punta del mago”!!

Ultimo appunto. Il “No alla cultura” per noi ragazzi del ’68 aveva solamente un significato ben preciso, quello di dire No alla cultura dei Padroni! Siamo convinti che la conoscenza, la cultura generale siano – ieri come oggi – delle armi necessarie per la liberazione dall’oppressione dell’uomo sull’uomo. Così come siamo altrettanto convinti che ci sia una una cultura di Classe, cultura usata dai potenti per perpetuare il loro dominio. E ci permettiamo anche di dubitare – in base agli scritti di questi signori – che la cultura abbia trovato spazio nel cervello dei vari Cucchiarelli, Carancini o Vinciguerra.

7 maggio 1969 il Questore Parlato chiede il fermo di Enrico Rovelli

3 maggio 2013

 

 

7 maggio 1969 il Questore Parlato chiede il fermo di  Enrico Rovelli COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7 maggio 1969 il Questore Parlato chiede il fermo di Enrico Rovelli

 

Lotta Continua 24 marzo 1970 Gli attentati del SID (ex SIFAR)

24 settembre 2012

Giorni fa alcuni compagni della Statale di Milano in una conferenza stampa hanno fatto delle rivelazioni sull’attività di provocazione e di spionaggio svolta all’interno del movimento studentesco, per conto del SID, dal fascista Gian Luigi Fappanni (e da lui stesso confessata).

È opportuno chiarire e definire fino in fondo il quadro complessivo (anche se limitato) in cui si inserisce il personaggio Fappani e cercare di individuarne i collegamenti con la travagliata vicenda delle indagini per la strage di Milano.

Due sono gli elementi caratteristici (e coincidenti con quelli di altri personaggi simili) presenti nella biografia di Fappanni: innanzitutto l’aver militato nella legione straniera (come Chiesa e Sottosanti, guarda caso) dall’ottobre ’67 al 19-2-68 nel I reggimento fanteria a Obain, Marsiglia, Nizza e l’essere stato attivista dell’organizzazione di estrema destra Nuova Repubblica dalla sua fondazione (come Chiesa e Sottosanti d’altronde). Con queste garanzie e referenze è scontato e facile il passaggio da una attività terroristica compiuta a livello artigianale con mandanti provinciali e con ridotte disponibilità politiche ed economiche, a un livello più raffinato e accorto in cui i mandanti e i protettori non sono i nostalgici e macabri ex repubblichini (non solo loro certamente) ma esponenti dei settori più arretrati (e tuttavia ancora gestori di una parte di potere) del sistema sociale: la polizia, l’esercito, alcuni partiti, una parte della confindustria: E questi settori trovano confluenze e creano alleanze in una strategia di ricatto, di provocazione e di terrorismo che il SID (Servizio di Informazione della Difesa) unifica tecnicamente, sintetizza politicamente e collega a livello internazionale con altre forze politiche e con altri servizi segreti (la CIA in primo luogo). Di questa organizzazione Fappanni diventa un elemento, per «ricatto morale». «Il primo lavoro svolto da me a favore del SID fu una lista con gli estremi dei dirigenti Movimento Studentesco. Settimanalmente consegnavo una relazione scritta ad agenti del SID divisa in tre punti. 1) Relazione politica; 2) situazione attivisti; 3) situazione organizzativa. Con la relazione ho consegnato vario materiale di propaganda, fornendo l’indirizzo dei vari collaboratori e le indicazioni necessarie ad individuarli … Confermo che gli appartenenti al SID sono ancora gli agenti SIFAR. La repressione viene organizzata senza autorizzazione ufficiale dei ministeri, e a ciò ho avuto l’incarico di vendere bombe lacrimogene e fumogene al movimento studentesco, allo scopo di dare al SID il motivo di repressione».

Per questa attività, durata all’incirca dal luglio al dicembre ’68, il Fappanni riceveva un compenso che andava dalle 30 alle 50 mila lire alla settimana e grazie ad esso aveva modo di allargare i suoi contatti e il suo campo di attività. Il terreno e l’oggetto del collegamento tra i mandanti politici l’estrema destra e i provocatori e le spie presenti nel movimento studentesco era costituito soprattutto, oltre che dalle informazioni, dal «materiale» che il Fappanni dice di essersi proposto di fornire. E non è questo certamente il «materiale» di autodifesa che, in qualche occasione, sarebbe potuto servire ai compagni in piazza, durante manifestazioni e scontri; e non si tratta nemmeno delle bombe lacrimogene e fumogene di cui il Fappanni ha già detto; si tratta questa volta della proposta di fornire bombe ad alto potenziale e di compiere attentati terroristici (tutte cose naturalmente rifiutate dai compagni). Su questo argomento il Fappanni mostra di saperla lunga, soprattutto per quanto riguarda gli attentati ai treni (agosto ’69); afferma che ad Allegra non conviene fare il suo nome (intervista al «Corriere») come implicato in questi attentati sui treni, e a sua volta indica quali diretti responsabili Giorgio Chiesa e Serafino Di Luia (fascisti e confidenti della polizia). Poi Fappanni ammette anche la sua diretta e personale responsabilità riguardo ad altri attentati minori, ma ne attribuisce sempre la proposta e l’organizzazione alla polizia. Fappanni fa anche i nomi di mandanti diretti che si alternano o si accordano di volta in volta nel proporgli azioni terroristiche e nel finanziarle;i mandanti politici non emergono da queste rivelazioni; rimangono in ombra, ma non è poi così difficile individuarne se non i nomi almeno la precisa collocazione ed estrazione; nomi minori comunque saltano fuori: un ufficiale del SID (tenente Rocco) è quello che «coordinava l’intervento» del Fappanni nel movimento studentesco; il dottor Giorgio (è il cognome), giovanissimo, e un altro «sui cinquant’anni con un inizio di calvizie» danno indicazioni, finanziano, e propongono infine al Fappanni di fare l’informatore in una sezione del PSIUP vicino all’Università Cattolica. Sono ancora il dottor Giorgio e il «calvo» che propongono al Fappanni un lavoro «più in grande» e che di questo lavoro gli forniscono le prime indicazioni, mostrandogli delle cartine. E deve essere sicuramente un lavoro di una certa importanza se sentono la necessità di rassicurarlo, «dicendomi – afferma Fappanni – che uno molto in alto mi avrebbe protetto». Si parlò di finanziamento, ma non se ne disse esplicitamente la fonte. Fu fatto però un nome: l’avvocato Pascarella (o Pascarelli) di Rimini. Ed è di ritorno da Rimini che alla fine della primavera ’69 Chiesa dice a Fappanni: «Quelli di Rimini pagano bene se buttiamo delle bombe nei posti giusti, se spaventiamo la gente e facciamo saltare il governo». «Le bombe dove?» «Mah, nei treni, negli aeroporti, nelle piazze; bisognerà vedere». E si parla di infiltrarsi nei gruppi anarchici e si passa alla preparazione pratica degli attentati costruendo scatole per bombe complete di congegno a tempo, ma non ancora di esplosivo. Siamo in piena estate e dopo pochi giorni la notte tra 1’8 e il 9 agosto ci saranno le esplosioni sui treni.

A rivista anarchica n47 Maggio 1976 La primavera delle Molotov di L.L.

23 ottobre 2011
Ogni giorno abbiamo notizia di uno o più attentati: incendi, lanci di bottiglie molotov, aggressioni ad industriali e a uomini politici, irruzioni e devastazioni di sedi politiche, ecc. Di fronte a questi fatti la stampa di regime, la radio e la televisione hanno dato fiato alle trombe e hanno rispolverato la tesi della “strategia della tensione”. Brigatisti, nappisti, “autonomi” e neo-fascisti vengono tutti racchiusi nella stessa definizione: provocatori.

La sinistra extraparlamentare (ma ormai il termine è superato e sarebbe più esatto definire aspirante-parlamentare) non si discosta da questa linea, anzi rincara la dose chiamando i propri aderenti alla “vigilanza rivoluzionaria” per isolare i “provocatori”.

La facilità con cui si definiscono provocatori questi atti è a dir poco sconcertante. È fuori di dubbio che agli attentati compiuti da militanti rivoluzionari si sono sovrapposti (sicuramente ad arte) quelli di elementi neo-fascisti. Ma questo non autorizza a fare di tutto e di tutti un solo fascio.

La necessità di distinguere tra attentato ed attentato è soprattutto un atto di chiarezza al quale, in quanto rivoluzionari coscienti, non possiamo sottrarci. La risposta dura e violenta ai soprusi padronali, alle angherie del potere rientra nella logica, nella pratica e soprattutto nelle tradizioni del movimento degli sfruttati. È giusto far sapere a padroni, dirigenti, burocrati, poliziotti, magistrati, che devono rispondere delle loro azioni non in un domani lontano, ma oggi e subito. Ciò non toglie che la risposta violenta deve essere sempre adeguata alla gravità del fatto che l’ha originata non solo per motivi etici che sono prioritari, ma anche perché gli sfruttato comprendano il significato del gesto esemplare, ne facciano propria la sua essenza, la sua carica di rivolta.

Tutto questo ci porta a considerare i limiti della lotta armata, praticata oggi in Italia da piccoli gruppi nel tentativo di “portare l’attacco al cuore dello stato”. Questa strategia è destinata alla sconfitta, quanto meno nel breve e nel medio periodo, perché la classe operaia a cui sono rivolti i messaggi delle azioni esemplari è nella sua stragrande maggioranza sorda a questo tipo di richiamo. Il prevalere quasi incontrastato della linea riformista delle centrali sindacali ha portato i suoi frutti. Così, di fronte ad una classe operaia avviata sulla strada della cogestione, ad una sinistra che di rivoluzionario ha solo il nome, ad una situazione sociale che restringe sempre più gli spazi rivoluzionari, è comprensibile che taluni fuggano da questa realtà così deludente con atti di risposta violenta. Comprensibile, certo, ma non per questo giustificabile.

La validità della strategia si valuta anche dal consenso che ottiene fra gli sfruttati. Questo non vuol certo dire che solo l’opportunità deve guidare le nostre azioni, pur essendo un elemento di cui si deve tener conto.

Purtroppo, checché se ne dica, la “teoria degli opposti estremismi” è passata, anche se con connotazioni diverse. Mentre alcuni anni fa il potere attaccava la sinistra rivoluzionaria in quanto tale, oggi la repressione viene condotta in nome della lotta ai “provocatori” che turbano la “democratica convivenza”. In ciò favorita dall’involuzione legalitaria della sinistra extraparlamentare “ufficiale”.

Si tratta di un salto qualitativo che non bisogna sottovalutare. Chiunque si muova al di fuori di una determinata logica è definito provocatore, soggettivo ed oggettivo secondo i casi, ma pur sempre provocatore. È una logica aberrante, non ci stancheremo mai di ripeterlo, che rischia di restringere ancor più ogni possibilità di azione anti-istituzionale.

Qui si apre un discorso difficile, certo controcorrente, che è necessario fare. La classe operaia, gli sfruttati, non hanno ragione quando difendono le fabbriche dei padroni dagli attacchi, anche sbagliati, dei “provocatori”. Non si tratta di una “prova di responsabilità” ma di interclassismo. Certo i responsabili sono i dirigenti sindacali, ma resta il fatto che gli operai hanno presidiato il luogo del loro sfruttamento senza nemmeno mettere in discussione i rapporti di produzione e di proprietà all’interno delle fabbriche.

Tutto questo non deve comunque scoraggiarci. Dobbiamo essere coscienti delle difficoltà che si frappongono alla realizzazione del progetto di emancipazione sociale e valutarle nella loro giusta dimensione per favorire e stimolare il rilancio delle lotte realmente autogestite dai lavoratori, dalle quali si svilupperà e prenderà vigore il processo rivoluzionario.

23 ottobre 1971 Umanità Nova – I compagni imputati precisano

28 marzo 2011

Comunicato-Stampa

I compagni imputati precisano

«L’Avanti» di oggi 14 ottobre, pubblica copia di una dichiarazione scritta di proprio pugno da Valpreda circa venti giorni or sono per annunciare uno sciopero della fame. Il testo di tale lettera fu vergato in più copie e fatto circolare nell’interno di Regina Coeli allo scopo di raccogliere l’adesione degli altri compagni e la solidarietà dei carcerati. Quando ormai Valpreda, dietro le pressioni dei difensori e dei compagni – che lo informarono dello sciopero della fame che sarebbe stato effettuato in sua vece date le sue gravi condizioni di salute – decise di non dar corso alla protesta, una delle copie fatte circolare all’interno del carcere veniva sottoscritta dal fascista Mario Merlino e rimessa alla stampa.

Valpreda, Gargamelli ed Emilio Borghese, venuti a conoscenza della stupida e provocatoria iniziativa di Merlino, ci hanno immediatamente fatto pervenire, tramite i loro avvocati la precisa e responsabile presa di posizione che trascriviamo qui di seguito integralmente:

«Cari compagni ed avvocati,

le notizie apparse sui giornali e le voci interessate fatte circolare sul nostro conto con una distorta interpretazione di episodi che ci riguardano, avevano creato in noi, innocentemente detenuti da quasi due anni nella inutile attesa della fissazione del processo, una situazione di incertezze che ormai è superata.

Siamo infatti d’accordo che il modo con il quale sarà processualmente trattata la posizione di Merlino, la decideremo insieme a voi al momento opportuno: ma sin da ora deve essere chiaro che la conoscenza degli atti processuali e la valutazione del suo comportamento precedente e successivo agli episodi del dicembre ’69, ci ha confermato il convincimento che la nostra azione di difesa non può essere comune a quella di Merlino come non è comune la nostra impostazione politica ed ideologica.

Noi siamo vittime di una chiara e ben organizzata macchinazione della destra economica e politica e subiamo, con la nostra lunga ed inumana detenzione, anche un danno fisico crescente, e questo proprio mentre le vere responsabilità politiche e materiali vanno sempre più emergendo e concretizzandosi come risulterà nel corso del processo, durante il quale ribadiremo la comune volontà di lottare oltre che per la nostra innocenza anche per la estraneità degli anarchici ai sanguinosi attentati».

Saluti fraterni.

 

firmato:

Valpreda Pietro

Gargamelli Roberto

Borghese Emilio

 

Commento n 2 Sulle “verità” del libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli – Ancora sulla presunta presenza di individui eterogenei di dubbia natura nel circolo 22 marzo

17 dicembre 2009

Commento n 2

Commenti e note in ordine sparso alla “verità” di Paolo Cucchiarelli

a cura di Enrico Di Cola

https://stragedistato.wordpress.com/

A pag. 28 Cucchiarelli scrive

Gli anarchici del Circolo «22 Marzo» (Roma)

Pietro Valpreda, una volta a Roma, fu allontanato a forza anche dal «Bakunin», principale circolo anarchico della capitale. Si riunì allora nel gruppo «22 Marzo» insieme a una decina di altri giovani. Tra i componenti, c’erano anche individui eterogenei di dubbia natura: il co-fondatore Mario Merlino, fascista ridipinto di rosso dopo un viaggio nella Grecia dei colonnelli, un finto anarchico (in effetti un poliziotto in incognito), un fascista che teneva conferenze sul dio Mitra. Tra gli aderenti, anche Stefano Serpieri, fascista informatore del SID, il servizio segreto militare italiano.

Nella nota 147 pag 663, leggiamo “Un bel libro scritto da Aldo Giannuli e Nicola Schiavulli, Storia di intrighi e di processi. Dalla strage di piazza Fontana al caso Sofri, Edizioni Associate, Roma, 1991, sostiene che tra gli uomini che “ronzavano attorno a Pinelli” c’era, oltre a Sottosanti, anche Stefano Serpieri, il fascista informatore del Servizio informazione difesa vicino al circolo “22 Marzo” in cui militava Valpreda.

Uno dei punti forti su cui si regge la tesi accusatoria di Cucchiarelli è che il 22 Marzo era un micro gruppo ibrido composto da fascisti e anarchici con qualche innesto dei servizi segreti e della questura.

E’ a tutti noto, che in effetti subimmo la doppia infiltrazione del poliziotto Salvatore Ippolito e del fascista Mario Merlino. In altra occasione magari torneremo sul punto delle infiltrazioni che in quegli anni colpirono tutta la sinistra, nessuno escluso (dal Pci ai gruppi M-L) e che non furono una prerogativa degli anarchici come si tenta ancor oggi di far credere.

Quel che qui mi preme sottolineare è che nel circolo 22 Marzo oltre ai due personaggi di cui sopra (Merlino-Ippolito), non vi erano altri “individui eterogenei di dubbia natura”.

Il “fascista che teneva conferenze sul dio Mitra”, cioe Antonio Serventi, NULLA aveva a che fare con il nostro circolo. Come è arcinoto e appurato, la conferenza del 12 dicembre doveva essere tenuta al circolo Bakunin, ma fu spostata – la sera precedente – al 22 Marzo in quanto all’ultimo momento il Bakunin non aveva concesso la sala. Serventi tenne quindi un’unica conferenza semplicemente perchè– essendo noi contrari ad ogni tipo di censura – acconsentimmo a che si tenesse nei nostri locali nonostante il tema non fosse certo di grande interesse per noi.

In quanto a Stefano Serpieri, fascista informatore del SID, il servizio segreto militare italiano, nessuno di noi lo ha mai visto o conosciuto (fortunatamente!) e quindi, dopo aver verificato anche con tutti gli ex compagni del 22 Marzo – affermo che Stefano Serpieri MAI ha aderito o MAI ha frequentato il nostro circolo.