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7 febbraio 1970 Testimonianza dell’avvocato Luigi Mariani su suoi rapporti con Pietro Valpreda (sua venuta a Milano per “testimoniare”)

10 aprile 2013

Processo Verbale di esame di testimonio senza giuramento

Avanti il dott.: Giudice Istruttore Ernesto Cudillo e con l’intervento del P.M. dott. Vittorio Occorsio

E’ comparso il Dr. Procuratore Luigi Mariani

ADR. Verso la fine del novembre primi di dicembre del 1969 venni incaricato dall’Avv. Luca Boneschi, nel cui studio collaboro, anzi preciso l’Avv. Boneschi mi chiese se volevo occuparmi della difesa penale di un certo Valpreda, imputato di stampa clandestina ed offesa al Pontefice. Io aderii; dopo qualche giorno il Valpreda da Roma telefonò allo studio ed io gli feci presente che l’avrei assistito nel suddetto procedimento se mi avesse conferito regolare mandato mediante lettera raccomandata da inviare al Dr. Amati. Ancora successivamente ebbi un colloquio con i familiari del Valpreda e precisamente con la sorella; io risposi che per il momento nulla sapevo anche perché al consiglio dell’ordine non era ancora pervenuta notizia della mia nomina. Il sei dicembre scorso mi telefonò nuovamente la sorella del Valpreda facendomi presente che era pervenuta alla zia un avviso di comparizione per il giorno 9 dicembre e aggiunse che era difficile rintracciare il fratello a Roma prima di lunedì in quanto il recapito telefonico era presso una certa palestra “LABICI” che frequentava non nei giorni festivi. Dissi alla sorella che il lunedì, anzi il martedì successivo mi sarei recato io dal Cons. Amati a fargli presente la situazione e la invitai nello stesso tempo a lasciarmi in portineria l’avviso di convocazione cosa che fu fatta. Mi resi conto che si trattava di una citazione come testimone. La cosa mi lasciò un po’ stupito perché sapevo che la posizione era quella di imputato ma non di testimone; ne parlai con l’Avv. Boneschi e anche questi non seppe darmi una risposta. Il nove dicembre io e l’Avv. Boneschi ci recammo insieme dal Cons. Amati, avvertimmo il Dr. Amati che il Valpreda si trovava a Roma e non era stato possibile tempestivamente informarlo e quindi sarebbe stata necessaria una nuova convocazione. Il Cons. Istruttore ci fece presente che anche senza la formalità di una nuova convocazione, il Valpreda si sarebbe potuto presentare al più presto possibile ed egli lo avrebbe ugualmente sentito. Verso le ore 12 dello stesso giorno (9 dicembre) ebbi a ricevere in studio una telefonata del Valpreda da Roma, il quale aveva saputo penso da un familiare la notizia della convocazione per lo stesso 9 dicembre. Io lo informai del mio colloquio con il Cons. Amati in modo dettagliato facendogli presente che il Dr. Amati non avrebbe rinnovato l’avviso di convocazione, ma che lo attendeva a Milano per sentirlo come testimone al più presto possibile. Il Valpreda mi rispose: Avvocato in settimana sarò sicuramente a Milano nel suo studio, al più tardi al sabato.

Il venerdì 12 dicembre verso mezzogiorno il Valpreda si presentò allo studio ed in quella occasione lo conobbi per la prima volta.

Il Valpreda indossava: un maglione girocollo di color beige, un giubbotto di pelle o finta pelle color marrone con chiusura lampo trasversale, un cappotto tipo militare, anzi più che un cappotto un tre quarti tipo militare con cappuccio di colore verde scuro, verde oliva, inoltre indossava dei pantaloni scuri.

A proposito di vestiario faccio presente che; qualche tempo dopo l’arresto del Valpreda mi fu recapitato nello studio un pacco contenente cibo (dolciumi ed altro) e capi di vestiario (tra cui se ben ricordo lo stesso paia di pantaloni che indossava il 12 dicembre quando venne al mio studio). Io consegnai il pacco e L.30.000 (trentamila) al Carcere di Regina Coeli secondo quanto mi era stato richiesto dai familiari. In quella occasione venni accompagnato dall’Avv. Boneschi e dall’Avv. Fenghi. Prima di andare al carcere avevamo avuto un colloquio informativo con l’Avv. Calvi.

Nel mio studio il 12 dicembre il Valpreda mi informò che il 19 novembre era stato fermato per qualche ora dalla Questura di Roma in occasione dello sciopero generale e che per una rissa sempre la sera dello stesso giorno era stato tratto in arresto.

Il Valpreda mi chiarì che in realtà lui era stato costretto a difendersi da una aggressione e che alcune guardie presenti erano intervenute con ritardo arrestando soltanto lui e i suoi amici. Il Valpreda mi diceva che le guardie erano intervenute solo successivamente quando gli aggressori si erano allontanati.

Il Valpreda mi chiese se c’era pericolo di essere arrestato per la causa di Milano in relazione sia ad una precedente condanna per rapina sia in relazione alla suddetta rissa; io lo rassicurai dicendogli che per quei reati di stampa non correva rischio di essere arrestato. Ci accordammo per recarci l’indomani mattina alle ore 10 dal Giudice Amati e prendemmo appuntamento nello studio. Uscimmo assieme dallo studio alle ore 13,10 circa, ci trattenemmo ancora un po’ a parlare e ci recammo a prelevare le nostre rispettive macchine posteggiate in Via Freguglia. Ci salutammo verso le ore 13,20 – 13,25.

Debbo precisare che nel corso del colloquio il Valpreda batteva i denti ed io gli chiesi cosa avesse e lui mi rispose debbo avere la febbre e sono molto stanco del viaggio fatto in macchina di notte.

Ho rivisto sabato alle ore 10 il Valpreda presso lo studio. Parlammo dell’attentato ed il Valpreda mi disse che secondo lui si trattava di un’azione dei fascisti compiuta da un killer e manifestò la sua indignazione per l’accaduto. Manifestò le sue preoccupazioni in quanto mi disse che temeva di essere fermato anche lui di dover suo malgrado tornare nuovamente in carcere da cui era uscito da pochi giorni. Gli consigliai che in ogni caso era meglio presentarsi perché fuggendo si complicavano le cose perché avrebbe potuto far pensare a qualche cosa che in realtà non esisteva. Dopo questo mio consiglio che il Valpreda accettò, andammo al Tribunale e ci recammo dal Giudice Amati. Il Consigliere non era in Ufficio: ci fermammo in anticamera e parlammo con un addetto all’anticamera del Consigliere; gli feci presente che Pietro Valpreda era venuto, anzi si era presentato accompagnato dal sottoscritto per essere sentito. La predetta persona su mia richiesta e sotto mia dettatura scrisse un appunto da consegnare al Dr. Amati, nel quale tra l’altro si precisava che Pietro Valpreda sarebbe ritornato il lunedì successivo alle ore 9 (nove).

Ciò è avvenuto tra le ore 10 e le ore 11. Subito dopo ci siamo salutati sulle scalinate interne del palazzo di giustizia rimanendo d’accordo che ci saremmo visti in istudio alle ore 9 del successivo lunedì. Il Valpreda ritornò su i suoi passi e mi chiese consiglio su come doveva comportarsi con il magistrato romano che curava l’istruttoria per la rissa in quanto era sua intenzione restare a Milano. Gli consigliai di scrivere due righe al magistrato manifestandogli tale sua intenzione e di dargli il recapito a Milano. Non ho avuto altri contatti con il Valpreda sino al lunedì successivo alle ore 9 quando si presentò al mio studio. Il Valpreda mi manifestò nuovamente delle sue preoccupazioni circa l’opportunità di presentarsi al palazzo di giustizia temendo di essere arrestato anche perché aveva saputo che parecchie persone tra cui alcuni suoi amici erano stati fermati.

Io lo consigliai nuovamente a presentarsi. Il Valpreda in questa occasione era in compagnia di una donna anziana che seppi trattarsi della nonna Olimpia. Noi tre in compagnia dell’Avv. Boneschi che doveva trattare delle cause civili andammo in Tribunale. Qui arrivati presentai il Valpreda all’addetto all’anticamera del Consigliere e mi allontanai dovendo sbrigare alcune pratiche; la nonna invece si sedette nel corridoio in attesa del nipote. Tornai un paio di volte a vedere se il Valpreda era uscito, ma la nonna dal corridoio mi faceva un segno negativo. Tornai una terza volta circa alle ore 11 e la nonna mi corse incontro e mi disse che il nipote appena uscito nel corridoio dopo di essere stato sentito dal Dr. Amati, era stato preso da due persone per le ascelle e condotto verso i piani superiori del palazzo di giustizia. Scesi immediatamente in un bar telefonai allo Avv. Boneschi informandolo dell’accaduto. L’Avv. Boneschi mi raggiunse dallo studio e cercammo a lungo dove era stato portato il Valpreda. Facemmo le ricerche presso tutti gli uffici del palazzo di giustizia e non riuscimmo a sapere nulla. Nel pomeriggio verso le ore 17 telefonai all’Ufficio Politico della Questura di Milano e mi fu risposto da un funzionario che nessuna persona rispondente al nome di Pietro Valpreda era stata da loro fermata. Il giorno successivo, nella mattinata, presentai un esposto alla Procura della Repubblica perché mettesse in luce il suddetto episodio. Solo dalla stampa appresi dell’avvenuto arresto del Valpreda. Preciso che nel pomeriggio del lunedì 15 dicembre ebbi a ricevere una telefonata da parte della zia del Valpreda la quale mi raccomandò di seguire la vicenda del nipote e che tutta la famiglia si raccomandava a me per assistenza. Il giorno 16 o 17 ricevetti una telefonata dalla zia la quale mi disse che nel corso della perquisizione domiciliare avvenuta in Via Orsini uno dei sott’ufficiali o agenti gli aveva detto che avrebbe potuto vedere il nipote in Questura. Io accompagnai la signora Torri all’Ufficio politico ma non trovammo nessun funzionario e nessuno ci diede notizie sul conto del Valpreda.

L.C.S.

(il documento originale) 7 febbraio 1970 Cudillo – Luigi Mariani (avv Pietro e testimone)

A Rivista Anarchica n. 9 1972 – Parla l’ultimo latitante Intervista con Enrico Di Cola

27 novembre 2009

A Rivista Anarchica n. 9 1972

Parla l’ultimo latitante


a cura della Crocenera anarchica

Intervista con Enrico Di Cola – “I carabinieri mi minacciarono di morte: volevano che accusassi Valpreda”

Amsterdam, 26 novembre. In piazza Spui, sotto il “Lieverdje”, luogo famoso per gli happenings dei Provos, incontro l’unico anarchico latitante coimputato di Valpreda per la strage di stato.
A prima vista non riconosco il giovane biondo che si avvicina, ha una corta barba e l’aspetto timido, un po’ smarrito, non assomiglia affatto alla fotografia di Enrico Di Cola che i giornali del dicembre ’69 gettarono in pasto ad un pubblico assetato di colpevoli e di vendetta. Mi stringe la mano sorridendo, ci scambiamo qualche frase di circostanza e fatti pochi passi entriamo in un self-service. Il locale è pieno di gente e caldo: fuori ci sono cinque gradi sotto zero.
Dilettante di queste situazioni, mi guardo attorno, incapace di credere che dietro a noi, camuffato da cameriere o da divoratore di wurster, non si acquatti Zicari, il noto intervistatore dei più inafferrabili contumaci. Pare incredibile, eppure il giornalista poliziotto del Corriere della Sera, dopo Della Savia e Di Luia, non è riuscito a completare con Di Cola la sua collezione. Sollecitato dalle mie domande Enrico racconta la sua vicenda.

Il settimanale anarchico Umanità Nova nel suo numero del 27 novembre pubblica una tua lettera in cui accusi Fabri, Catello e Vasco marescialli dei carabinieri, di averti minacciato di morte il 13 dicembre del ’69. Che cosa è successo esattamente quel giorno nella caserma dei CC?
La sera del 12 dicembre quando dopo la perquisizione a casa, vengo portato nella caserma dei CC, vengo interrogato in modo molto “cordiale” almeno per quanto è possibile, poi vengo trasferito in attesa di essere rilasciato, almeno così mi si dice. Verso le otto di mattina vengo portato nella sezione criminali, squadra omicidi, qui le cose prendono una piega non certo piacevole, però altamente significativa. Vengo interrogato tutto il giorno e non mi viene permesso di bere, cominciano ad usarmi violenze morali (ricatti) e fisiche. In casa erano stati rinvenuti dei bossoli vuoti della guerra 15-18 e loro volevano che dicessi che erano stati sparati da me e Valpreda quando andavamo in baracca.

“… ci serve qualcuno per la strage…”
Poi cercarono di comprarmi, esasperati si lasciarono sfuggire alcune frasi “… insomma lo vuoi capire che non ce l’abbiamo con te, ma ci serve qualcuno per la strage…” e ancora “… noi ti diamo un verbale in cui è scritto che hai visto partire Valpreda da Roma con una scatola da scarpe piena di esplosivo, per andare a fare la strage…”.
Tra l’altro sapevano che Pietro era partito, che era stato accompagnato da Borghese per un pezzo di strada, il 13 dicembre queste cose non si sapevano ancora e Borghese non era ancora stato fermato. Si ritorna quindi alle minacce “… ricordati che ti possiamo uccidere come e quando vogliamo, tanto poi nessuno saprà mai cosa è veramente successo… possiamo sempre dire che è stato un incidente, che noi ti avevamo rilasciato… chi vuoi che non ci creda?
Perché ti sei reso latitante? Contro di te non ci fu, se ben ricordo, nessun mandato di cattura fino al gennaio ’70.
La sera in cui fui rilasciato i poliziotti mi diedero un avvertimento “… adesso ti lasciamo, ma possiamo sempre riprenderti e dopo che avrai assaporato un po’ di libertà sarà ancora più duro andare dentro…”.
Il 16 dicembre Pino Pinelli veniva assassinato nella questura di Milano, la sera stessa apprendo l’arresto di Valpreda; a questo punto non mi restava che un’unica possibilità: rendermi irreperibile.
I CC di Roma sono stati più intelligenti dei loro colleghi milanesi, mentre questi ultimi sono stati costretti ad uccidere l’anarchico Pinelli, che aveva capito chi realmente aveva compiuto la strage e chi erano i complici, i CC di Roma, che del Di Cola l’unica cosa che si sapeva allora era che ero un “anarco-fascista” del “22 marzo” (è loro e di tutti i giornali, sinistra compresa, tale definizione). Ero quindi un teste poco credibile, hanno preferito darmi la possibilità, anzi, mi hanno suggerito e costretto a fuggire. Sarei stato un testimone scomodo in meno, un altro da aggiungere con Ardau e Della Savia all’elenco dei morti vivi di stato e dei morti ufficiali e non della strage di stato. Il 17 dicembre la polizia mi cercava a casa.

Due anni di latitanza
Come sono stati questi due anni? Gli chiedo a bruciapelo. Fa una faccia scura, come se la domanda non gli piacesse.
Difficili, dice. Ho dovuto dimenticare il mio nome, chi ero e da dove venivo. Ho passato tanto tempo nell’isolamento più totale: non volevo che si corressero rischi né per me né per i compagni che mi aiutavano. Poi ho cominciato ad abituarmi a non essere io. Sono riuscito per qualche periodo anche a fare una vita quasi normale, anche con qualche ragazza.”.
Una volta sono persino riuscito, in Abruzzo, a fare il bagno in una spiaggia riservata ai poliziotti! Mi ci sono trovato involontariamente, dapprima spaventato, poi divertito, portato dal mio ospite di turno ignaro della mia vera identità. In questi due anni ho girato quasi tutta l’Italia, non fermandomi mai a lungo in un posto per ridurre il rischio per me e per i miei ospiti spesso all’oscuro della mia natura di “pericoloso terrorista del 22 marzo”!
Hai mai pensato di costituirti?
Sì, diverse volte, soprattutto nei primi tempi, ma vedevo che il processo era sempre più lontano e sapevo che in carcere non sarei servito a niente. Intanto le “morti” dei testimoni si susseguivano, Pinelli non era stato che il primo. Preferii restare latitante, anche i pochi compagni con cui ero in contatto erano d’accordo.
Quanto rischi se ti arrestano?
Tra una cosa e l’altra cinque anni di galera al netto di detrazioni e condoni. Ma è chiaro che se mi prendessero, aumenterebbero i capi di imputazione. Poi c’è il servizio militare, la renitenza. È stato un motivo in più per non costituirmi: non ho alcuna intenzione di fare il servizio militare, né in Italia né altrove.
E il 22 marzo? E Merlino?
Per spiegare che cosa era e che cosa accadeva al 22 marzo, posso fare una panoramica su quello che successe nel periodo di attività (di inattività sarebbe più giusto) del gruppo, cioè dal 25 settembre al 12 dicembre ’69. Il 25 settembre io, Valpreda ed altri compagni iniziammo uno sciopero della fame a favore dei compagni allora detenuti per gli attentati del 25 aprile ’69. Una mattina verso l’alba fui svegliato da alcuni rumori vicino a me (dormivamo anche sulle scale del palazzo di giustizia di Roma) aprii gli occhi e vidi un carabiniere (graduato) che stava frugando tra i manifesti e le nostre cose, prendendo appunti. Appena si rese conto di essere visto, senza una parola si girò e corse sulla pantera che lo aspettava a motore acceso, partendo immediatamente. La cosa mi sorprese anche perché i cartelloni erano visibili a tutti, ed erano anche fotografati e pubblicati sui giornali; non diedi molto peso alla cosa, ritenendo trattarsi di un controllo per la nostra manifestazione.

Il poliziotto distribuiva catene e manganelli
Alcuni giorni dopo giunse voce che stavano venendo dei fascisti per attaccarci (ma era una falsa voce) e il solerte Andrea Politi o Salvatore Ippolito o 007, come si preferisce chiamarlo, ci disse che lui aveva la macchina piena di sbarre di ferro e catene, anzi ci propose di armarci e di andargli incontro, cosa che però rifiutammo. Finito lo sciopero della fame assieme a Valpreda, Bagnoli e Borth (la compagna uccisa con Casile ed Aricò in un “incidente” stradale) ci recammo a Reggio Calabria, per il processo farsa che si doveva tenere contro Casile, Aricò ed altri. A Nocera Inferiore, ci diede un passaggio un tizio che noi pensammo matto, costui prima ci fece proposte per far prostituire la Borth, è poi si disse disposto ad accompagnarci fino a Reggio dato che non aveva niente da fare; noi accettammo.
Saliti in macchina si offerse di pagarci il caffè, si diresse verso la stazione, l’unico locale aperto a quell’ora. Arrivati sullo spiazzo della stazione, vedendo parcheggiata una macchina della polizia, premette l’acceleratore e cominciò a scappare, con il logico risultato di farsi rincorrere dalla polizia, che ci sbarrò la strada costringendoci a fermare. Quel tipo disse alla P.S. di non avere documenti, né patente con sé, che la macchina era di un suo cugino che gliela aveva prestata, ma senza che questi lo sapesse. Poi cominciò a tirar fuori tessere di partiti di destra e di sinistra intestate a lui, santini e e madonne varie. Noi mettemmo subito in chiaro che non lo conoscevamo, ma ci controllarono i documenti e chiesero via radio informazioni sul nostro conto, col risultato che grazie all’art. 41 ci perquisirono “… alla ricerca di armi o esplosivi” come ci dissero. Poi fummo accompagnati alla stazione e obbligati a prendere il treno. Mentre stavamo salendo vedemmo che il tizio del passaggio, adesso chiacchierava beatamente con i carabinieri, poi, dopo averli salutati, risalì in macchina e se ne andò. Alla prima fermata scendemmo perché non avevamo i soldi per il viaggio in treno fino a Reggio, qui ci dividemmo in due gruppi.

ci controllavano ad ogni passo
A qualche chilometro da Reggio mi accorsi che sull’altra carreggiata, nascosta dietro un cartellone pubblicitario, c’era la stessa macchina di polizia di Nocera Inferiore. Ma le sorprese non finiscono qui, perché la mattina, quando ci recammo al tribunale assieme ad altri compagni venuti da diverse parti d’Italia, mi si avvicinò un uomo (che Casile mi disse essere della squadra politica di Reggio) e indicando Valpreda e Bagnoli mi disse: “voi tre siete i tre anarchici venuti da Roma, vero?). Poi senza attendere la mia risposta si allontanò. Finito il processo coll’assoluzione dei compagni andammo a Carrara ed Empoli, dove conobbi Pino Pinelli, poi tornammo a Roma. Qui la notte del 1 novembre, ricevetti una telefonata di un tizio qualificatosi “compagno” che voleva sapere dove ci riunivamo la mattina dopo; io gli diedi un indirizzo falso (più per istinto che per altro), questi continuò a parlare, scoprendosi mi chiese perché la notte prima non ero rincasato, mentre quella sera ero tornato a casa presto e perché avevo fatto provocare una scissione in seno al gruppo. Naturalmente non risposi e riattaccai. La mattina mi recai in Via del Boschetto dove c’era l’appuntamento, vidi una macchina civetta della questura ferma vicino al negozio di Pietro, all’angolo della strada c’era un altro tipo che leggeva “indifferente” un giornale ingiallito vecchio di tre mesi.
Mentre raccontavo la telefonata ricevuta, arrivarono altri compagni, che ci dissero che c’erano auto civetta anche davanti al “Bakunin” e a via del Governo Vecchio, benché fosse ancora inabitabile. Appena arrivò Valpreda, altre due o tre macchine si fermarono davanti alla porta del negozio impedendoci d’uscire, e senza mandato di perquisizione ispezionarono la sede, “invitandoci” poi a salire in macchina ed andare in questura. Qui dopo essere stati schedati per l’ennesima volta, fummo “ricevuti” dal dott. Improta, che ci disse che sapeva che volevamo creare incidenti (in realtà non sapevamo ancora se partecipare o meno alla manifestazione) e ci disse che saremmo stati rilasciati una volta finiti tutti i cortei.

l’aggressione a Trastevere
Dopo essere stati rilasciati, io Valpreda e Gargamelli ci recammo a Trastevere, dove avevamo un appuntamento, ma qui venimmo aggrediti e picchiati da oltre una ventina di fascistelli. Io ricevetti un calcio alle palle e svenni. Gargamelli si era ripiegato per proteggersi meglio dalle botte che gli arrivavano da tutte le direzioni, mentre Valpreda, in disparte, stava cercando di far ragionare il caporione di quei fascisti. Quando intervenirono due agenti in borghese, Valpreda e Gargamelli mi sollevarono e mi portarono a una vicina fontanella. Ma quei bravi ragazzi invece di fermare qualcuno degli aggressori, si dirigono da noi, e ci arrestano? Mentre ci portano alla vicina stazione di polizia ci dicono che hanno visto tutto, anzi già da giorni sapevano che doveva succedere qualcosa. Ci proposero di dire che eravamo immischiati in un giro della droga, così “ci avrebbero rilasciato”!? Naturalmente rifiutammo; così finimmo a Regina Coeli. Una settimana dopo, quando ci rimisero in libertà provvisoria, venimmo a sapere che Fascetti era stato fermato dai C.C. come sospetto per un attentato ad una caserma dell’arma. La notte andammo a dormire in baracca a Pratorotondo, ma appena entrati in casa sentimmo avvicinarsi una macchina. Spegniamo la luce e rimaniamo fermi. La macchina si ferma davanti alla baracca, ne scendono due tipi che, dopo aver bussato a lungo, cercano di entrare forzando la finestra ma poi rinunciano, tornano in macchina ed aspettano lì. Qualche ora dopo gli dà il cambio un’altra macchina. La mattina uscendo non vedemmo nessuno. La sera incontrammo Fascetti che era stato rilasciato. Egli ci disse che l’avevano minacciato e poi tentato di comprare, e che gli avevano contestato addirittura parole dette in pizzeria. Frattanto tutti i compagni ricevevano telefonate, in ore in cui erano assenti, e veniva chiesto a che ora sarebbero rincasati, se sapevano dove si trovavano e così via. La sera prima della manifestazione dei metalmeccanici un agente in borghese si presentò a casa mia alcuni minuti dopo che io ero arrivato. Avevo avvertito mio fratello di dire che non ero in casa a persone che lui non conosceva, almeno di vista, come miei amici e compagni. Questi se ne andò senza lasciar detto chi era, e appena mio fratello chiuse la porta di casa, io corsi alla finestra per cercare di vedere chi fosse, ma l’altezza (abitavo al 5° piano) e l’oscurità, non mi permisero di vederlo in faccia; però dal portone uscirono due persone e non una: l’altra aspettava sotto la tromba delle scale.
La descrizione del mio “amico” è questa: statura media, biondino, capelli corti ben curati, glabro, giacca e cravatta. Due o tre giorni dopo Valpreda abbandonava definitivamente la baracca perché anche quella notte la polizia era stata a cercarlo ma lui era riuscito a nascondersi. La descrizione di uno di quelli che lo cercavano è identica a quella del tizio presentatosi a casa mia. Questo era l’ambiente in cui si muoveva il 22 Marzo.

merlino
Per quanto riguarda Merlino era ed è un fascista, così come Andrea è un poliziotto. Noi siamo anarchici, anche se all’epoca dei fatti molti di noi erano giovanissimi e certe nostre immaturità ed ingenuità hanno consentito di costruire su di noi la montatura della strage attraverso le informazioni fornite dalle spie di fascisti, servizi segreti e polizia che si erano infiltrate fra di noi.
Mi associo quindi ai compagni coimputati detenuti: Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese, nello scindere nettamente la futura impostazione del processo rispetto alla posizione che dovrà assumere il fascista-spia Merlino da quella nostra di anarchici.
Sai bene che quello che rischi non è solo qualche anno di galera, ma qualcosa di molto peggio. Che cosa intendi fare ora?

lontano dalle finestre
Cerco di tenermi ben lontano da finestre e ben coperto, con una buona dose di aspirine varie per evitare malattie ai bronchi e ai polmoni; non dimentico neanche di stare solo in case che hanno cucine elettriche e non a gas, ed evito accuratamente di viaggiare in automobile per paura di incidenti stradali. Per adesso sto ancora bene ma non si sa mai quali possano essere le eventuali nuove varianti di morte di stato. Approfitto dell’occasione per salutare i compagni detenuti (non Merlino naturalmente) e invitandoli a stare bene in salute per quello che gli è possibile; sarebbe troppo comodo ai veri autori della strage se anche loro sparissero o arrivassero al processo come delle larve umane. La nostra è una lotta che si può condurre anche fra quattro luride pareti, e sul banco degli imputati bisogna mettere lo stato, non noi.

12 dicembre 1969 – 12 dicembre 1971
12 dicembre 1969 – Scoppiano le bombe a Roma e Milano. 16 morti. Caccia all’anarchico e all’estremista. Violenta repressione antioperaia. Tredicimila denunce.
14 dicembre 1969 – L’avv. Ambrosini confida a Stuani e al ministro Restivo i suoi fondati e documentati sospetti su Ordine Nuovo.
15 dicembre 1969 – Entra in scena Rolandi: cattura del “mostro” Valpreda. Pinelli non sta al gioco e viene ammazzato.
25 dicembre 1969 – Armando Calzolari, fascista di O.N. rifiuta di collaborare. Calzolari viene ammazzato.
16 gennaio 1970 – Udo Lemke identifica in due missini siciliani gli autori di un attentato. Pochi giorni dopo Lemke “trovato in possesso di droga” e “ricoverato” sparisce. Di lui non si ha più traccia.
gennaio-aprile 1970 – Si accumulano gli indizi contro Valpreda: è anarchico, è riconosciuto da Rolandi, è esperto di esplosivi, nella borsa viene reperito un “vetrino” uguale a quelli da lui usati; ha il morbo di Burger e non può camminare, era a Roma al bar Jovinelli il giorno dopo la strage, l’infermiera non conferma il suo alibi, aveva un arsenale sulla via Casilina.
aprile 1970 – Rolandi depone a “futura memoria”. La deposizione è illegale mancando gli avvocati della difesa.
aprile-ottobre 1970 – Si appura che: Valpreda è anarchico, il riconoscimento di Rolandi è viziato, non è esperto in esplosivi, il vetrino è diverso da quelli da lui usati, corre come una lepre ed il morbo di Burger è in forma atipica e latente, i testi di Jovinelli si contraddicono l’un l’altro, l’infermiera è stata terrorizzata, l’arsenale sulla Casilina non esiste.
3 luglio 1970 – Caizzi archivia l’istruttoria sulla morte di Pinelli.
27 ottobre 1970 – Gli anarchici Casile e Aricò compiono un importante indagine di controinformazione. Mentre tornano a Roma, muoiono con altri due compagni, in uno strano incidente automobilistico. Uccisi prima di comunicare quanto hanno saputo.
12 dicembre 1970 – Primo anniversario della strage, Saltarelli ucciso a Milano dai carabinieri.
26 marzo 1971 – Il giudice Biotti chiede la riesumazione della salma di Pinelli.
9 aprile 1971 – L’editore fascista Giovanni Ventura con Freda e Trinco viene incriminato per le bombe sui treni dell’8 agosto ’69. Il portinaio coinvolto nella vicenda Juliano-Ventura precipita e muore nella tromba delle scale.
29 aprile 1971 – Il giudice Biotti viene ricusato dall’avvocato di Calabresi, Lener, e sospeso dalle sue funzioni. Si ferma il processo Baldelli.
29 giugno 1971 – Licia Pinelli denuncia Calabresi e gli altri per omicidio volontario.
16 luglio 1971 – Rolandi muore improvvisamente. Polmonite secca e cirrosi epatica.
26 agosto 1971 – Avviso di reato a Calabresi, Allegra ecc. per omicidio colposo.
22 settembre 1971 – Lener denuncia l’avvocato di Licia Pinelli, Smuraglia per plagio e calunnia.
5 ottobre 1971 – Avviso di reato per omicidio volontario contro calabresi e gli altri. Manca Allegra.
21 ottobre 1971 – Viene riesumata la salma di Pinelli.
24 ottobre 1971 – Ambrosini deve uscire il giorno dopo dalla clinica ma viene ammazzato e buttato dal 7° piano della clinica.
30 ottobre 1971 – Angelo Fascetti, testimone a favore di Valpreda, viene investito da una automobile e si sveglia in stato di choc non ricordando nulla.
novembre 1971 – Autopsia della salma di Pinelli. Si riscontra la frattura di una vertebra cervicale fino ad allora taciuta. La famosa “macchia ovalare” coincide con un’altra frattura vertebrale.
22 novembre 1971 – Il latitante Di Cola comunica in una lettera di aver ricevuto minacce di morte dalla polizia.
12 dicembre 1971 – Il Questore di Milano vieta la manifestazione degli anarchici e quelle della sinistra extra-parlamentare.
Una smentita che conferma
Le dichiarazioni di Enrico Di Cola sulle minacce ricevute sono state rese note il 22 novembre durante una conferenza stampa tenuta al circolo “Ponte della Ghisolfa” dall’OAM.
Il giorno seguente la Questura di Roma con un comunicato ufficioso, si è precipitata a precisare che non furono funzionari di P.S. ad interrogare Di Cola, ma Carabinieri. Questo scaricabarile non ci interessa molto. Lo stesso comunicato definisce assurde le accuse di Di Cola dal momento che di Valpreda, il 13 dicembre, non si parlava ancora in quanto solo il 15, in seguito alla testimonianza del tassista Rolandi, nacquero i sospetti su Valpreda e questi fu arrestato.
Invece è noto che:
– il 12 dicembre a Milano, Calabresi aveva già addossato la responsabilità al Valpreda, tanto è vero che su Valpreda vertevano gli interrogatori di quasi tutti gli anarchici fermati, fra cui quelli di Pinelli ed Ardau.
– oltre a Di Cola, altri anarchici romani, il 12 dicembre, furono interrogati sui movimenti di Valpreda.
– sabato mattina 13 dicembre, i funzionari di P.S. Mainardi e Cusano e il brigadiere dei C.C. Di Maiuta si erano già recati nella casa di Valpreda a Milano, senza però rintracciarlo.
Dal momento che tutto questo risulta agli atti del processo, quanto comunicato dalla questura è da considerarsi falso.