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1970 04 23 Messaggero – Attentato dinamitardo. Depositati i verbali relativi alle perquisizioni compiute nelle abitazioni di tre imputati.

2 novembre 2015

1970 04 23 Messaggero - attentato dinamitardo

Attentato dinamitardo

 

Il giudice istruttore Ernesto Cudillo, che dirige l’inchiesta giudiziaria sugli attentati compiuti a Milano e Roma nel dicembre dello scorso anno, ha depositato in cancelleria i verbali relativi alle perquisizioni compiute nelle abitazioni di tre imputati: Enrico Di Cola, Mario Merlino e Roberto Garbameli.

Gli accertamenti domiciliari, furono compiuti il 9 aprile scorso e solamente in casa di Enrico Di Cola, il quale è latitante fin dai primi giorni dell’inchiesta, fu compiuto un sequestro. Si tratta di un quaderno dalla copertina verde sulla quale è scritto «Quaderno di musica di Enrico Di Cola ». Su uno dei primi fogli è scritto «Le basi NATO in Italia… De Lorenzo». Poi, su otto fogli, sono state trascritte alcune poesie.

Prima che nella abitazione di Enrico Di Cola, gli investigatori -il commissario di pubblica sicurezza Umberto Improta, un sottufficiale e due agenti – si recarono in casa di Mario Merlino, il quale, come è noto, è in carcere perché accusato di concorso in strage e altri reati. Nell’appartamento di via Liberiana 9, gli agenti furono ricevuti dal padre del giovane anarchico, Aldo Merlino. Nel corso delle ricerche non fu trovato nulla di sospetto.

Dall’abitazione di Merlino gli inquirenti passarono in via Pescara, nell’abitazione del Di Cola, dove alla perquisizione fu presente la zia del giovane, Anna Maria Tumino.

Nella casa di Roberto Gargamelli, che è figlio di un funzionario della Banca Nazionale del Lavoro, in cui fu compiuto uno degli attentati, gli investigatori si recarono l’11 aprile, ma anche qui non trovarono nulla di compromettente.

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1969 12 20 Messaggero – Roma Il pubblico ministero Vittorio Occorsio ha emesso nel pomeriggio di ieri altri cinque ordini di cattura di Fabrizio Menghini

28 ottobre 2015

1969 12 20 Messaggero - Roma di Fabrizio Menghini

Il pubblico ministero Vittorio Occorsio ha emesso nel pomeriggio di ieri altri cinque ordini di cattura 

di Fabrizio Menghini

 

Il pubblico ministero Vittorio Occorsio ha emesso nel pomeriggio di ieri altri cinque ordini di cattura nei confronti di altrettanti complici di Pietro Valpreda, ritenuti responsabili di strage continuata, di associazione per delinquere, pubblica intimidazione col mezzo di materie esplodenti, di violazione della legge sulle armi e gli esplosivi. L’accusa è uguale per tutti, dal momento che il piano criminoso fu ideato, preparato e attuato con la partecipazione di un ben individuato nucleo del gruppo anarchico «XXII Marzo», con sede in via del Governo Vecchio. Le persone colpite dal provvedimento del magistrato, sono: Emilio Borghese, di 18 anni, studente dell’Istituto tecnico di via dei Colli Portuensi: il padre è il noto magistrato di Cassazione Sofo Borghese; Mario Merlino, di 25 anni, quarto anno della Facoltà di lettere; è uno dei fondatori del gruppo anarchico «XXII Marzo»; Emilio Bagnoli, 24 anni, studente del terzo anno alla Facoltà di architettura: la madre, vedova di un ingegnere del Genio Civile, è nipote di un senatore del Regno; fu arrestato lunedì nella sua abitazione e gli agenti trovarono nella sua stanza solo un Vangelo, una storia dell’America e «Topolino»;. Roberto Gargamelli, 19 anni, studente, figlio di un cassiere della Banca Nazionale del Lavoro, Tiberio Gargamelli: il padre lavora alla cassa assegni e vaglia dell’Istituto di credito in via San Basilio, dove esplose uno degli ordigni; infine Roberto Mander, 17 anni, minorenne rinchiuso al «Gabelli», figlio del compositore di musica.

Gli ordini di cattura sono stati smessi quasi allo scadere del fermo di polizia che era stato peraltro autorizzato dallo stesso magistrato istruttore e successivamente prorogato quando i sospetti a carico di ciascun indiziato avevano acquistato maggiore consistenza. Quanto agli altri fermati, accertata la loro estraneità alle delittuose imprese, il dottor Occorsio ha disposto l’immediato rilascio.

Ora, dunque, il bilancio della situazione è questo: considerato che i fermati erano, in tutto, quattordici, e che di questi il Valpreda e gli altri cinque anarchici sono stati colpiti dall’ordine di cattura, sarebbero otto le persone indiziate rimesse in libertà. Naturalmente questi calcoli non sono definitivi, perché anche a Milano, dove le indagini sono in pieno sviluppo, ci sono dei fermati (alcuni anarchici del gruppo «Bakunin», i quali erano in stretti rapporti con i loro colleghi romani.

Inchiesta formale

L’inchiesta giudiziaria, che sarà a breve scadenza devoluta al giudice istruttore, seguirà cioè il rito «formale», rimarrebbe affidata a Roma, nonostante la netta presa di posizione del procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Milano, che l’altro ieri rivendicava al suo ufficio la competenza territoriale ad occuparsi della strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana. Parliamo al condizionale, perché ancora non è arrivata la risposta alla «informativa» con cui il magistrato romano ha reso edotto il suo collega del capoluogo lombardo che procede anche per i fatti di Milano (cioè per la strage e per la deposizione di una seconda bomba da dieci chili nei locali della Banca Commerciale di via Caserotte 1).

A questo punto sarà opportuno precisare che la strage è continuata in quanto per la norma penale, che la punisce con l’ergastolo, è indifferente se viene cagionata la morte di più persone o di una sola persona. Anche se l’attentato causa solo feriti, o nessun ferito, ma si ritiene che poteva causarli, l’accusa di strage rimane. Per tale motivo, rispondono di strage anche gli attentatori della Banca Nazionale del Lavoro di Roma, dove, per fortuna, si sono avuti soltanto dei feriti. Per i due attentati al Milite Ignoto, invece, essendo apparso evidente che mancava negli attentatori il fine di uccidere, è scattato l’articolo 420 che punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni «chiunque, al solo fine di incutere pubblico timore o di suscitare tumulto o pubblico disordine, fa scoppiare bombe, mortaretti o altre macchine o materie esplodenti».

Per concludere il discorso sulla competenza, occorre attendere la decisione del P.M. di Milano: se anche lui dovesse attribuirsi la competenza a istruire il processo, allora sorgerebbe un «conflitto di competenza attiva» che la Cassazione dovrà risolvere.

I problemi della competenza, ma soprattutto quelli relativi ai nuovi ordini di cattura emessi ieri sera, erano stati discussi, in mattinata, nel corso di una riunione nell’ufficio del procuratore capo della Repubblica Augusto De Andreis, con l’intervento del procuratore aggiunto Alberto Antonucci del sostituto Vittorio Occorsio. Al termine della riunione, il dottor Occorsio, avvicinato dai giornalisti, ha dato questo annuncio: «Alcuni degli ultimi fermati saranno immediatamente rilasciati. Per quanto riguarda gli altri non posso fare anticipazioni. Posso solo dire che nelle prossime ore saranno emessi altri ordini di cattura». Successivamente il magistrato inquirente ha ricevuto nel proprio ufficio il prof. Guido Calvi, difensore di fiducia dell’anarchico Pietro Valpreda, ritenuto l’esecutore materiale della strage di Milano, il quale ha chiesto un permesso di colloquio con il suo patrocinato. Il permesso è stato negato, nella considerazione che l’imputato non era stato ancora interrogato dopo la contestazione formale dell’accusa, notificatagli l’altra sera al carcere di Regina Coeli dal capitano dei Carabinieri Antonio Varisco, latore, per incarico del magistrato, dell’ordine di cattura. Il difensore, allora, ha raccomandato al magistrato ogni cautela, in quanto l’anarchico Valpreda è affetto dal morbo di Bürger o «tromboangioite obliterante», da una malattia, cioè, che provoca dolori atroci. Si tratta di un male caratterizzato da una infiammazione delle tuniche delle arterie, che si estende progressivamente a diversi livelli del sistema vascolare. La causa dell’affezione, che colpisce prevalentemente le persone in giovane età – la si può considerare una malattia caratteristica dei giovani – è ancora, come si è detto, sconosciuta. Vari elementi portano a pensare a cause di origine infettiva: si parla addirittura di un’infezione dovuta ai funghi (i miceti) che si annidano fra le dita dei piedi. Infezione che poi risalirebbe lungo i vasi linfatici per andarsi a localizzare nelle pareti arteriose.

Pietro Valpreda, al quale sono già state amputate due dita del piede destro, era ed è un accanito fumatore. E’ questo uno degli elementi-chiave del morbo della malattia di Bürger che è stata anche detta «artrite da nicotina». Il tabagismo, infatti, favorisce l’insorgenza della malattia, che colpisce per prime le arterie delle gambe ostruendole progressivamente con la formazione di coaguli. La nicotina, con la sua azione vasocostrittrice, viene considerata come il principale elemento causale del morbo, il quid che fa scattare tutta una serie di meccanismi di spasmi arteriosi, la chiusura delle piccole arterie delle dita e poi, in un secondo tempo, la compromissione di tratti arteriosi più importanti.

Condizioni psichiche

Se il paziente, alle prime avvisaglie (formicolii, intorpidimento, deambulazione difficoltosa nelle crisi del male con claudicazione intermittente) smette immediatamente di fumare, ha delle speranze di salvare il piede e la gamba. Altrimenti, se insiste nel suo vizio, la malattia si accende con sempre maggior violenza assumendo un carattere così maligno, da provocare cancrena, e quindi amputazioni sempre più estese.

Il prof. Calvi dopo aver illustrato tutto ciò al magistrato, ha sollecitato un accertamento sanitario per controllare le condizioni psichiche dell’imputato il quale, in passato, sarebbe stato curato con sostanze medicamentose a base di morfina. Calvi ha poi detto al dott. Occorsio di aver associato, nella difesa di Pietro Valpreda. il collega prof. Giuseppe Sotgiu che ha accettato. Incontrato dai giornalisti a Palazzo Giustizia, il prof. Sotgiu, nel confermare di aver accettato il mandato difensivo, ha detto: «Tanto più grave è il delitto, più scrupolosa e serena deve essere la raccolta e la valutazione delle prove, e tanto più alta e nobile appare la funzione del difensore, garantire per tutti gli imputati dalla Costituzione e dalla civiltà giuridica del nostro Paese.

«E’ mio intendimento contribuire e collaborare, quale difensore, e nel solco della gloriosa tradizione dell’avvocatura penale italiana, a un’opera di giustizia e ad impedire deformazioni e debordamenti probatori e processuali, che potrebbero determinare un tragico errore giudiziario».

Sotgiu e Calvi, nella giornata
di oggi, avranno copia dell’ordine
di cattura emesso contro Valpreda, ma fin da ieri hanno avuto
conferma dei reati contestati: concorso «con altri» in strage continuata; associazione per delinquere; pubblica intimidazione col
mezzo di materie esplodenti; violazione della legge del 1967 sulle
armi; recidiva specifica infraquin
quennale.

Nella tarda serata, si sono conosciuti i nominativi di alcuni fermati che, riconosciuti estranei ai fatti, sono stati rimessi in libertà. Fra i rilasciati sono il ragioniere Umberto Macoratti e Antonio Serventi. In particolare, è stato accertato che il Serventi, nel pomeriggio del 12 dicembre, quando furono compiuti gli attentati, stava tenendo una conferenza nel circolo «XXII Marzo» in via del Governo Vecchio.

La pena prevista per i reati contestati al Valpreda. come per quelli contestati agli altri cinque presunti correi è la stessa: l’ergastolo. Ne erano tutti consapevoli quando ieri, a Regina Coeli, al carcere dei minorenni di Porta Portese e a Rebibbia il capitano dei carabinieri Antonio Varisco ha notificato gli ordini di cattura.

Il dott. Sturniolo. direttore dell’Istituto per i minorenni di Porta Portese, ha preso ogni precauzione quando Varisco è giunto al carcere con l’ordine di cattura. Ha chiamato Mander nel suo ufficio, ha conversato per un poco con lui su problemi filosofici e sociali, senza però parlare dei motivi dell’arresto. Roberto Mander ha dimostrato una notevole preparazione culturale per la sua età ed ha accettato un contraddittorio su alcune teorie filosofiche con il dott. Sturniolo.

Il giovane ha detto anche di non condividere le idee della propria famiglia, né sul piano politico né su quello sociale; non ha manifestato particolari esigenze, sul piano pratico. Ha chiesto soltanto al direttore di poter leggere e tra i libri della biblioteca del «Gabelli » ha scelto due volumi di Shakespeare e i «Corsi e ricorsi storici» del Vico. Quando gli è stato poi notificato l’ordine di cattura non ha battuto ciglio. Ha chiesto soltanto se il documento era stato consegnato anche ai suoi difensori, avvocati Nicola Lombardi e Giuliano Vassalli (psiuppino, il primo; deputato socialista per il PSI, il secondo). Roberto Mander è stato informato che il padre, il noto direttore d’orchestra Francesco Mander, rientrerà a Roma il 24 dicembre da Amsterdam, dove il giorno prima terrà l’ultimo concerto di una «tournée» fatta nei Paesi Bassi.

L’altro minorenne incriminato per la strage, Emilio Borghese, figlio del magistrato, quando gli hanno letto e notificato l’ordine di cattura era in condizioni di estrema prostrazione. Sia lui, sia Mander sono rinchiusi in cella di isolamento e sono guardati a vista ventiquattrore su ventiquattro.

 

1972 03 18 Umanità Nova – La nostra posizione sulla candidatura Valpreda

13 maggio 2015

1972 03 18 Umanità Nova – La nostra posizione sulla candidatura Valpreda

 

Compagni del Movimento anarchico italiano (F A I, GAF, GIA (1), Crocenera, Comitato Nazionale pro vittime politiche, Comitato Politico-giuridico di difesa) incontratisi a Bologna l’11 corrente per una delle periodiche riunioni precedentemente programmate, hanno, tra l’altro, discusso della eventuale candidatura di Pietro Valpreda nelle prossime elezioni politiche.

In merito dichiarano all’unanimità, coerentemente con la teoria e la prassi rivoluzionaria anarchica, che rifiutano qualsiasi delega di potere e una qualsiasi partecipazione – fosse anche opportunistica e strumentale – al meccanismo parlamentare e che pertanto non voterebbero per Pietro Valpreda né per altri e non appoggerebbero in nessun modo la di lui candidatura.

Sottolineano, a parte le considerazioni generali suesposte, che nella fattispecie anche una candidatura protesta di Valpreda sarebbe inaccettabile perchè si tratterebbe di una chiara manovra strumentale da parte del «Manifesto», che ritarderebbe a tempo indefinito il processo per la «Strage di Stato» (facendo il gioco dello Stato stesso e sconcertando l’opinione pubblica) e ritarderebbe la conseguente scarcerazione degli altri compagni.

Denunciano la manovra del «Manifesto» che è tanto più deplorevole in quanto si cerca di fare leva sulla comprensibile ansia di vita e di libertà di un uomo malato e innocente detenuto da oltre due anni.

Ribadiscono comunque il loro fermo proposito di continuare fino in fondo la loro lotta per dimostrare l’innocenza dei compagni, smascherare i veri esecutori, i veri mandanti ed i loro complici, perchè Roberto Gargamelli, Emilio Borghese e Pietro Valpreda siano liberati.

Bologna 11 marzo ore 12,30

(1) F A I : Federazione Anarchica Italiana; G A F : Gruppi Anarchici Federati; GIA: Gruppi di Iniziativa Anarchica.

1972 03 4 Umanità Nova – Processo politico processo allo Stato

12 maggio 2015

1972 03 4 Umanità Nova - Processo politico processo allo Stato

 

Le prime tre udienze del processo per la strage di Stato, pur avendo affrontato solo questioni procedurali, hanno dato vita ad episodi di estrema e drammatica tensione nei momenti in cui la difesa ha formulato gravi e precise accuse nei confronti del P.M., definito dallo avv. Spazzali «il primo consulente politico» autore della incredibile istruttoria.

L’accusatore Occorsio è ora sotto accusa e, se la straordinaria vicenda giudiziaria non avrà un epilogo imprevedibile, ci resterà tutto il tempo del processo. Ciò sarà inevitabile, visto che da ogni foglio della voluminosa inchiesta emergeranno altre violazioni, omissioni, distorsioni della verità, come logica conseguenza di una istruttoria che, invece di prendere le mosse dai fatti delittuosi per ricercare e colpire i responsabili è partita dalla preordinata volontà di addossare la colpa al gruppo prescelto.

Il fatto di aver esattamente individuato in questa precisa volontà politica la causa dei limiti e degli errori che hanno falsato fin dall’inizio tutta l’inchiesta, ha imposto ad alcuni avvocati della difesa, come primo obiettivo, quello di rifiutare come arbitraria, illegittima, frutto di un atto di «usurpazione», la inchiesta in tutta la sua struttura, fin dal primo atto, fin dalla «approvazione illegittima del processo da parte della magistratura romana».

Non ci dilunghiamo, almeno in questa sede, sulle motivazioni con le quali i compagni avvocati hanno con fermezza, linearità ed estremo rigore giuridico, sostenuto e dimostrato che l’inchiesta è inficiata da originali vizi di procedura e da pregiudiziali inquinamenti di natura politica che costituiscono motivi di nullità assoluta. Vogliamo invece cercare di chiarire i termini di una polemica che, sia noi che gli avvocati compagni, non avremmo in ogni caso potuto o voluto evitare perché effettivamente – come da qualche parte è stato fatto notare con inutile rammarico – essa nasce da una profonda divergenza di vedute (e di valutazioni politiche e giuridico-politiche) tra chi come noi, vuole far emergere dal processo l’innocenza degli attuali imputati smascherando lo Stato e per esso tutti i suoi organismi di potere in cui sono annidati e seguitano a prosperare i veri mandanti della strategia del terrore, e chi crede che sia «politicamente » più facile (certamente meno «urtante», meno «offensivo» per il potere costituito) e «giuridicamente» meno gravoso, puntare sulla assoluzione degli imputati per assoluta mancanza di prove e di indizi.

Certo, anche chi ha scelto questa seconda strada non nega la «sostanza» eminentemente politica di questo processo né può tacere sugli arbitri, i soprusi, le vessazioni, i raggiri, le volute deficienze, i morti, i falsi, i ricatti, le prevaricazioni che hanno caratterizzato tutta la sporca vicenda.

L’«Avanti» di domenica ammetteva: «esistono problemi di forma violati dai giudici che hanno condotto la fase istruttoria, se si trattasse di un processo normale la istruttoria verrebbe annullata e si ricomincerebbe da capo».

Non ci troviamo però di fronte ad un processo normale ma ad una mostruosa montatura basata su una criminale «volontà politica» e sulle «violazioni» messe in atto dai giudici che hanno condotto l’istruttoria, proprio come giustamente ha rilevato l’«Avanti». Ed è per questo che sarebbe stato giuridicamente scorretto e politicamente idiota non sollevare con fermezza ed energia la eccezione di nullità della istruttoria per essere essa stessa sottratta, con un atto assolutamente arbitrarlo, di usurpazione, illegale, al giudice di Milano. Dimenticare o, peggio, per calcoli opportunistici, lasciar passare sotto silenzio la «rapina» che ha reso possibile una parvenza di legittimazione della montatura poliziesca, sarebbe stato un errore che avrebbe potuto compromettere le sorti del processo.

Chi ha opposto a questa corretta e doverosa eccezione di nullità la volontà dei due maggiori imputati, Valpreda e Gargamelli, di fare subito il processo evitando ogni pericolo di rinvio od il pretesto che anche la parte civile avrebbe sostenuto la stessa eccezione, se lo ha fatto in buona fede ha dimostrato, per lo meno, di aver commesso un grossolano errore di interpretazione mettendo sullo stesso piano l’eccezione di nullità assoluta avanzata dalla difesa con la specifica eccezione di incompetenza territoriale chiesta dalla parte civile che, se accolta, comporterebbe un puro e semplice rinvio del processo e non l’annullamento al clamoroso attacco sferrato dalla difesa non si è considerato che i motivi addotti dalla parte civile per sostenere l’eccezione di incompetenza territoriale sono gli stessi ai quali a suo tempo si richiamarono gli avvocati Boneschi, Janni e Fenghi per opporsi alla arbitraria decisione di trasportare a Roma l’inchiesta. Ebbene è proprio dalla constatazione che, malgrado quella precisa, motivata e giusta opposizione, Occorsio «ha ordinato, portato avanti e voluto mantenere a tutti i costi il processo» che sorge l’eccezione di nullità sollevata dalla difesa.

Che l’eccezione sia fondata e sorretta da argomenti giuridicamente validi non vi è alcun dubbio. Perfino la stampa di destra ha dovuto riconoscerlo; «Il Corriere della Sera» è stato costretto ad affermare: « La questione è stata sollevata con grande abilità e fermezza di argomentazioni dall’avvocato Spazzali» e più avanti lo stesso giornale osserva: «Occorre dare atto al difensore della veridicità di queste sue affermazioni».

La fregola polemica però non si è limitata ad insinuazioni cervellotiche e malevole sulla «gestione» del processo da parte di un settore della difesa ma si è spinta fino a criticare la leale posizione assunta dal compagno avv. La Torre che, avendo precedentemente avvertito il suo assistito, ha con fermezza e coerenza sostenuto l’eccezione di «incompetenza territoriale con conseguente nullità della sentenza istruttoria». Egli ha esordito dicendo: «Sarei ipocrita, io che sostengo che tutta l’istruttoria di questo processo è sbagliata, se mi astenessi dal denunciare il primo atto di essa, cioè la scelta della competenza per territorio con la quale si sono sottratti, trafugati al loro giudice naturale, Valpreda e gli altri».

Ebbene gli ipocriti, gente che si reputa onesta e coerente solo perchè si allinea alla volontà del gregge, perché agisce nella maniera in cui gli altri vogliono che agisca, sono in gran numero, dentro e fuori il palazzaccio di piazzale Clodio ed uno di costoro, neanche il più vile, visto che almeno ha il buon gusto di firmarsi, Paolo Bugialli, ha scritto: «C’è stato uno dei difensori, l’avvocato Placido La Torre, che ha perfino detto di sostenere quella tesi contro il parere del suo difeso, e i casi sono due: o non è vero, e allora non doveva dirlo, o è vero, e allora non doveva farlo».

E’ chiaro e comprovato che è vero, così come è altrettanto chiaro, per chi come noi non può conformarsi a comportamenti ipocriti, che doveva farlo, per coerenza con le proprie convinzioni, per rispetto di se stesso e della linea difensiva che ritiene giusta. Ma non si può pretendere che i polemici da strapazzo o prezzolati un tanto a rigo possano comprendere queste cose.

Quello che invece riteniamo di poter pretendere, soprattutto da chi ammette che il processo Valpreda è un processo politico, voluto e imbastito solo per una sporca «ragion di Stato», è la comprensione ed il rispetto per la nostra assoluta sfiducia nella «giustizia» dei codici, fascisti o no che siano.

Se non rinunciamo a difenderci attaccando per ora con tutte le armi tecnico – giuridiche e politiche che il sistema ci consente non è perché ci attendiamo che in tribunale sia fatta in qualche modo giustizia, dal momento che riteniamo arbitraria ogni limitazione della libertà e liberticida ogni sentenza, ma perchè pensiamo che sia un nostro preciso dovere politico combattere in tutti i modi contro lo Stato sino al suo totale abbattimento.

E lo Stato, soprattutto in certi momenti, si combatte anche mettendolo sotto accusa per i suoi crimini.

Paolo Gambescia, intelligentemente riassumendo sull’«Unità» la cronaca delle prime tre udienze del processo – che hanno fatto registrare altri due precisi attacchi al castello di cartaccia dell’accusa, altre due ben centrate eccezioni di nullità – ha scritto: «Il gioco delle parti non è stato rispettato: l’accusa si difende e la difesa accusa». Bene, per noi questo rovesciamento delle parti è il solo gioco che politicamente possiamo permetterci in un tribunale ed il solo che, se non altro, può consentirci di rifiutare con il dovuto disprezzo ogni sporco compromesso.

1972 01 15 Umanità Nova – Sarà rinviato il processo per la strage? Si riaprono le polemiche sull’aula. Intanto Valpreda muore lentamente. di Comitato Politico-Giuridico di Difesa

7 maggio 2015

1972 01 15 Umanità Nova - Sarà rinviato il processo per la strage? Si riaprono le polemiche sull’aula.

 

Le notizie che riceviamo dal carcere ed il tono delle ultime lettere di Gargamelli e Valpreda ci inducono a preoccuparci seriamente, oltre che delle loro considerazioni fisiche, anche e soprattutto del loro equilibrio psichico.

Valpreda, non lo dimentichi nessuno, è entrato a Regina Coeli in buone condizioni di salute e sanissimo di mente. Ora, se non si provvederà con urgenza per un suo ricovero in una clinica specializzata, non arriverà al processo o sarà ridotto, per quella data, in un rottame umano.

Noi denunciamo il lento ma sicuro assassinio che si sta compiendo scientemente dal momento che non si è disposto affinchè Valpreda avesse tutte le cure del caso e fosse sottoposto, con le debite garanzie, agli interventi chirurgici suggeriti da eminenti medici.

Intervenga con tutta l’energia e tutta l’urgenza necessaria chi ha il dovere di intervenire, chi è convinto o mostra di essere convinto, di poter strappare un po’ di giustizia all’ingiustizia istituzionalizzata dello Stato.

L’aula alibi

Se non ci fossero dei compagni innocenti che da 25 mesi sono in carcere in attesa di un assurdo processo, ci lasceremmo prendere la mano da accenti ironici fino ad abbandonarci al più sfrenato umorismo.

La situazione dei compagni in carcere ci impone invece la massima serietà.

Dopo lungaggini di ogni genere si era deciso, contro il comune buon senso e contro il parere di tutta la stampa, di celebrare il processo nell’aula angusta del palazzaccio ed il presidente del tribunale dispose personalmente perché fosse convenientemente, adattata con modifiche costosissime (25 milioni). Oggi, a lavori ultimati, è lo stesso presidente del tribunale dottor Falco che, in coro con la stampa, informa la Procura della «inagibilità» dell’aula.

Sembra che i lavori siano serviti, più che altro, per rendere più pericolosa quella specie di fossa scelta per consentire, in pratica, un processo a porte chiuse, senza pubblico…indiscreto. Infatti sono state murate le sue porte laterali e ridotta ad uno stretto e tortuoso budello quella centrale e si sono ricavati a stento 18 posticini per i duecento e più giornalisti previsti. Si otterrà, in queste condizioni, il «nulla osta» alla agibilità dai pompieri? E qualora, in spregio a tutte le norme di sicurezza, si ottenesse, in base a quale dettato procedurale si costringeranno gli avvocati ad accatastarsi uno sulle spalle dell’altro ed i giornalisti ad estrarre a sorte i pochissimi e scomodissimi posti a loro disposizione?

Il pubblico non è contemplato e su questo niente da eccepire perché evidentemente in tanta e così varia congerie di rebus e quiz si è giocato sul fatto che ufficialmente il dibattimento è …pubblico. Ce ne staremmo quindi quieti se in tutto questo non ravvisassimo il pericolo che, premeditatamente o no, si decida all’ultimo momento di rinviare il processo, nel quale caso la aula sarebbe un alibi perfetto per un epilogo perfetto, con qualche funerale a spese della amministrazione carceraria.

15 dicembre 1969 Questura Roma – elenco fermati 22 marzo e Bakunin

28 novembre 2013

15 dicembre 1969 Questura Roma – elenco fermati 22 marzo e Bakunin (fermo Valpreda e Gargamelli)

 

15 dicembre 1969 Questura Roma – elenco fermati 22 marzo e Bakunin

Uno scivolone passi, ma due… iniziano a diventare sospetti. di Enrico Di Cola

11 ottobre 2013

Recentemente mi ero permesso di criticare un blog – che peraltro segnalo come interessante  per alcuni suoi contenuti – per la loro scelta di pubblicare, in maniera totalmente acritica, un articolo del terrorista, fascista e assassino Vincenzo Vinciguerra. (per chi è interessato a questa polemica lo può leggere sul sito:  http://ioso.info/2013/09/21/le-ignobili-menzogne-che-vinciguerra-ha-scritto-su-di-noi-e-valpreda-di-enrico-di-cola-22-marzo/ )

Ora sono costretto a tornare a parlare di questo blog  (IoSo.info), per via di un loro commento sull’archiviazione dell’ultimo procedimento su piazza Fontana. (http://ioso.info/2013/09/30/opposizione-alla-richiesta-di-archiviazione-dellultimo-procedimento-su-piazza-fontana/)  I motivi di questa mia critica sono molteplici.

Non è questione di mero dettaglio, la scelta da loro operata di pubblicare SOLAMENTE il documento di opposizione alla archiviazione della nuova inchiesta sulla strage di piazza Fontana,  redatto dall’ avv. Sinicato, ex difensore di parte civile nonchè attuale difensore delle menzogne del giornalista Paolo Cucchiarelli.

Dato che  questo blog viene gestito da giornalisti, mi sarei aspettato che avessero seguito almeno l’ABC del giornalismo e mantenuto un minimo di buona prassi  che vuole che prima si diano le notizie e poi si facciano i commenti.

In questo caso si è invece preferito dare spazio, e credito, ad una unica fonte. Si è quindi scelto di dare una informazione faziosa e di parte.

Non si è data una notizia, ma solo parte di questa. È evidente che se si  censurano (non pubblicandoli) alcuni documenti,  si esercita un filtro informativo – si nega l’opportunità per i lettori di farsi un’opinione propria e di capire su quali basi si fondino le eventuali critiche o le cose che sostiene l’autore.

Questo modo di agire “tradisce” anche la “ragione sociale” del loro stesso blog, dove affermano che “… i nostri archivi saranno messi a disposizione di chiunque voglia consultarli, in modo libero e senza filtri.”

Riportando una sola voce, omettendo- censurando quella contraria si fa una scelta.  Scelta la ritengo molto grave perchè può portare a pensare che si sia voluto scientemente manipolare la notizia.

Il sospetto di aver voluto “manipolare” l’informazione viene addirittura rafforzato nel loro commento di accompagno laddove si scrive che “Oggi sono stati archiviati gli ultimi filoni d’inchiesta sulla strage di piazza Fontana. Ecco il documento di opposizione redatto dalle parti civili, con tanto di nomi e cognomi: peccato che nessuno li andrà mai a cercare…”

Scrivendo queste parole si è infatti portati a credere che gli autori della nota condividano in toto le tesi del Cucchiarelli e del suo avvocato. E questo pone, almeno per me, anche un problema di relazione con alcune persone che gestiscono il sito e quindi attenderò un loro chiarimento pubblico sulla questione per decidere se continuare a mantenere dei rapporti con loro o meno.

Va chiarito che quello che non hanno pubblicato non è un documento qualsiasi o di poco interesse, ma si tratta addirittura della sentenza di archiviazione scritta DOPO la “opposizione” presentata da Sinicato. Si tratta di un importante atto giudiziario, non dimentichiamolo, perchè almeno pone la parola fine ad alcune invenzioni, speculazioni e assurde teorie complottistiche contro gli anarchici del gruppo 22 marzo ed in particolare Valpreda. Il documento di “opposizione” dell’avvocato Sinicato – che ha avvalorato acriticamente tutte le bugie, invenzioni e provocazioni del “giornalista” Paolo Cucchiarelli viene qui posto sotto il microscopio e ne esce fuori letteralmente frantumato e ridicolizzato dal GI D’Arcangelo che con estrema attenzione ha provato a seguire il filo logico (sic!) delle elecubrazioni del “giornalista” per arrivare a negarne ogni sia pur minimo valore “indiziario”. Le due bombe – per intenderci – non sono mai esistite, così come vengono a crollare le presunte testimonianze dei vari Russomanno di turno.

Pubblicheremo, appena saremo pronti, tutto il materiale con le nostre annotazioni per andare oltre quello che è stato scritto dai magistrati (anche questi non esenti da errori) e dare la nostra versione dei fatti. Per il momento invitiamo a leggere, in particolare, la parte della sentenza relativa al “filone investigativo originato dal libro del giornalista Paolo Cucchiarelli” (al link: https://stragedistato.files.wordpress.com/2013/10/filone-investigativo-originato-dal-libro-del-giornalista-p-38-67.pdf  ) e l’articolo che io e Gargamelli abbiamo pubblicato sull’ultimo numero di Umanità Nova (http://www.umanitanova.org/n-30-anno-93/noi-non-archiviamo )

17 aprile 2011 Il segreto …di Paolo Cucchiarelli. Comunicato n 1 degli ex del circolo 22 marzo di Roma

20 maggio 2013

LA “STRATEGIA DELLA CONFUSIONE”

http://www.facebook.com/notes/laboratorio-lapsus/la-strategia-della-confusione/10150214108043782

[…]La nostra impressione è che su fatti così importanti e decisivi per la storia d’Italia regni una grande confusione, non del tutto casuale: un meccanismo comunicativo che tende a mettere sullo stesso piano terrorismi di destra e di sinistra, in realtà nati da contesti storici diversi.

Attraverso una miscela di confusione e rimozione, le nuove generazioni identificano fatti, personaggi, nomi e organizzazioni lontani tra loro, sotto la generica definizione di “terrorismo” o “anni di piombo”.

Questa “strategia della confusione” è determinata da diversi fattori: la mancanza di ricerca storica all’interno delle università su quegli anni; la conseguente assenza di questi argomenti dalle scuole medie e superiori; la vulgata, volutamente superficiale, diffusa dai mezzi di comunicazione di massa.

Tutto viene relegato per sempre nell’oscurità dei “misteri d’Italia”, fatti troppo torbidi per essere compresi e analizzati a pieno: la memoria nazionale si vorrebbe aggregata intorno alla condivisa condanna degli anni ’70, cancellando colpe e ruoli di singoli e istituzioni.

All’interno di questa prospettiva crediamo che il concetto di memoria condivisa non sia un efficace strumento per superare tale “confusione”. Non può esistere condivisione e pacificazione su quegli anni di aspro conflitto. Un Paese che voglia fare davvero i conti col proprio passato, potrà farlo solo attraverso un profonda ricostruzione e divulgazione di fatti e responsabilità, perché conoscere quelle storie nel profondo, significa capire le ragioni dell’oggi. Solo in questo modo potremo saldare il doloroso debito con le vittime di quegli anni, tenere viva la loro memoria e comprendere il nostro presente.”

Il testo di Laboratorio-Lapsus qui sopra riportato sembra scritto apposta per illustrare il lavoro che stiamo portando avanti. Ormai da due anni, da quando è stato dato alle stampe dal Ponte alle Grazie il libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, abbiamo iniziato ad analizzare e smantellare le manipolazioni e falsità di questo giornalista, presunto storico e novello inquisitore.

La prima cosa che balza agli occhi è che tutta la costruzione del suo libro revisionista è imperniata sui racconti fantasiosi di vari squallidi personaggi di estrema destra e dei servizi segreti. Cioè le stesse persone, gli stessi ambienti, che hanno costruito su noi anarchici la strage o che l’hanno coperta.

Se Cucchiarelli avesse scritto questo libro in buona fede, magari manipolato nelle sue convinzioni ma senza rendersene conto, allora ci saremmo aspettati che – come anche i giornalisti principianti sanno – almeno il principio base, deontologico di ogni giornalista, e cioè che una fonte, per essere valida, deve essere controllata e verificata, venisse applicato. Ma questo nel libro di Cucchiarelli non avviene mai, neppure quando una verifica sarebbe molto semplice da fare.

Il tentativo di riscrittura della storia messa in atto dal Cucchiarelli si basa essenzialmente sulla quantità di “documentazione” che butta alla rinfusa nel libro, per creare confusione e allo stesso tempo per dare l’impressione di aver svolto un grande lavoro di ricerca.

Interessante notare anche l’utilizzo disinvolto dei giornali dell’epoca – quelli delle primissime settimane dopo gli attentati, quelli del mostro Valpreda, degli anarco-fascisti bombaroli e assetati di sangue, – che il Cucchiarelli assume come fossero atti processuali, invece che indecenti falsità scritte da giornalisti imboccati dalle veline delle Questure. Oppure come, partendo da sue (?) ipotesi interpretative si assista, nel corso della lettura del libro, alla trasformazione di queste teorie in ..fatti accertarti!

Il libro, alla sua uscita, ha ricevuto delle pesanti stroncature da parte di importanti studiosi (primo per importanza sicuramente Aldo Giannuli) o da parte di chi si occupa da anni, e da sinistra, della materia (come Luciano Lanza, Saverio Ferrari…). Nonostante ciò, ed il chiaro contenuto revisionista del libro, abbiamo assistito in questi anni ad un fenomeno importante che ha visto oltre a organi di stampa apertamente “di parte”, anche molti siti web “neutrali” abbracciare acriticamente le tesi di riscrittura storica di Cucchiarelli espandendo così tali disinformazione di massa sui fatti di Piazza Fontana, con un mezzo particolarmente sensibile perché fruibile soprattutto dai giovani.

A questo tentativo di attacco alla verità storica – accertata oltretutto anche in sede giudiziaria – la sinistra e gli anarchici in particolare – cioè la parte più direttamente interessata – non hanno saputo dare, a nostro modesto parere, una risposta adeguata, immediata e articolata a livello nazionale.

Questo spazio aperto lasciato al diffamatore Cucchiarelli ha portato ad una serie di atti volti alla chiusura definitiva del capitolo “strage di Stato” (inteso come occultamento degli organizzatori ed esecutori) come momento saliente della strategia della tensione, che scaricava sulla teoria degli opposti estremismi i sanguinosi attentati programmati da uno Stato complice di precisi interessi tesi a mantenere e consolidare quella “democrazia” Occidentale voluta dagli Stati Uniti.

In questo quadro si inseriscono fatti in apparenza umanamente comprensibili, quali i libri di Gemma Capra Calabresi ed ancor più di Mario Calabresi, l’incontro in Quirinale di parti tra loro incompatibili quali Licia Rognini Pinelli (vittima) e Gemma Calabresi (moglie del carnefice!), o decisamente inaccettabili come il libro di Cucchiarelli e il film-romanzo, in lavorazione, su Piazza Fontana del regista Marco Tullio Giordana basato sulle nuove “rivelazioni-verità” di quest’ultimo, o i reiterati tentativi da parte di storici compiacenti di sostenere la necessità di una memoria condivisa su quegli anni e del superamento del discrimine dell’antifascismo su cui poi i fascisti, con nuove casacche e travestimenti, cercano di infiltrarsi culturalmente e politicamente.

Da tempo i compagni dell’ex 22 marzo, il circolo a cui apparteneva PietroValpreda, sono impegnati singolarmente (con denunce, querele, diffide), unitariamente (con un proprio Blog e documenti https://stragedistato.wordpress.com/), e collettivamente, grazie all’assistenza dei compagni dei circoli Carlo Cafiero di Roma e Ponte della Ghisolfa di Milano, a denunciare e mettere in guardia su questa mostruosa manovra.

E’ chiaro che con le nostre sole forze non potremo vincere questa battaglia politica e culturale. Lanciamo quindi un appello a tutti i compagni, alle strutture di movimento, alle associazioni antifasciste, a tutti i sinceri democratici e agli uomini di cultura e intellettuali che non hanno mai abbandonato il sogno di una società più giusta e libera ad aiutarci in questa nostra battaglia di giustizia e verità.

Roma 17 aprile 2011

Primi firmatari:

Per gli ex del circolo 22 marzo di Roma:

Roberto Gargamelli

Emilio Bagnoli

Emilio Borghese

Enrico Di Cola

Cosimo Caramia

Marco Pacifici

Per i compagni di Milano:

Lello Valitutti

Paolo Braschi

15 maggio 1971 lettera movimento anarchico ai compagni imputati per la strage del 12 dicembre 1969

18 maggio 2013

Quello che segue è un documento particolarmente interessante per capire come le varie componenti del movimento anarchico si organizzarono e le condizioni che posero per assumere la difesa dei compagni del gruppo 22 marzo. Torneremo su questo tema in maniera più approfondita quando tratteremo la questione dei “diritti e garanzie” alla difesa nello svolgimento del processo di Catanzaro. (Consigliamo di rileggere sul blog l’articolo “5 settembre 1977 Lettera dell’avvocato Luca Boneschi a Valpreda di autocritica su conduzione processo di Catanzaro“)

15 maggio 1971 lettera movimento anarchico a compagni imputati per la strage del 12 dicembre 1969 COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

15 maggio 1971 lettera movimento anarchico a compagni imputati per la strage del 12 dicembre 1969

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Espresso 28 dicembre 1969 Dire anarchici non basta, a cura di Giuseppe Catalano, Paolo Mieli e Mario Scialoja

6 aprile 2013

Espresso 28 dicembre 1969 COMP      ROMA. La riunione era stata indetta per le tre ma era cominciata solo un’ora più tardi. C’erano stati molti ritardi; a qualcuno, come Roberto Mander, si era dovuto telefonare perche si sbrigasse. I ragazzi affluivano nella piccola stanza di via del Governo Vecchio alla spicciolata: Emilio Bagnoli, Roberto Gargamelli, Angelo Fascetti, Umberto Macoraratti, Emilio Borghese, “Giacometto “… Quando era cominciata la discussione, riunite intorno al tavolo rettangolare della sede del gruppo “22 marzo” c’erano una ventina di persone. C’èra anche Antonio Serventi, detto il “Cobra”, l’unica faccia anziana in mezzo a tante facce quasi adolescenti, e prima dì aprire i lavori qualcuno l’aveva presentato ai compagni. Era la prima volta che il “Cobra”   partecipava alle riunioni del gruppo; una conversione improvvisa, fulminea: fino ad allora aveva preferito tenere comizi improvvisati di filosofia zen o di estetica d’avanguardia tra le fontane di piazza Navona, cercando dì far dimenticare i tempi in cui dava l’assalto alle Botteghe Oscure con un pugno di ferro e manganello in compagnia di Stefano delle Chiaie e Franco Paladino detto, il “Bombardiere”. E’ anche con questi reclutamenti generosi che il gruppo cercava d’ingrossare le sue file e di darsi una struttura più robusta.

Quel pomeriggio di venerdì 12 dicembre non si erano affrontati temi di grande impegno. Si era parlato più che altro di riforme organizzative, della necessità di trovare un po’ di soldi per le spese più urgenti. La riunione era andata avanti stancamente fin verso le sette.  La maggior parte dei ragazzi si era avviata verso S.Maria in Trastevere dove, in un bar della piazza, il “22 marzo” da tempo aveva stabilito la sua base serale; tre o quattro si erano diretti invece verso lo studio dell’avvocato Nicola Lombardi. Roberto Gargamelli e “Giacometto” volevano stendere una denuncia, per una serie di fatti avvenuti il mese precedente. Il pomeriggio del 19 novembre, il giorno dello sciopero generale, mentre con Pietro Valpreda camminavano lungo una strada di Trastevere si erano imbattuti in un gruppo di giovani che sembrava li aspettassero al varco.

La radio ha appena annunciato la morte di Antonio Annarumma. I tre anarchici vengono prima insultati poi appoggiati contro un muro e picchiati scientificamente a sangue. Quando i picchiatori scompaiono, arrivano i poliziotti. Valpreda, Gargamelli, “Giacometto” finiscono in questura con una denuncia per rissa aggravata. Passeranno una settimana in carcere prima di ottenere la libertà provvisoria. E’ per questo che hanno preso contatto con un avvocato, perche dicono di essere stanchi di queste continue persecuzioni e ora si sono decisi: vogliono denunciare la polizia. La notizia della strage di Milano e delle bombe di Roma, Gargamelli e “Giacometto” la vengono a sapere proprio nello studio dell’avvocato Lombardi, mentre discutono con lui sull’opportunità o meno di questa iniziativa. Qualche ora più tardi, casa per casa, quella stessa polizia che cercano di mettere sotto accusa comincerà le retate e gli arresti.

Ma nella storta del “22 marzo”, così come l’abbiamo ricostruita in questi drammatici giorni attraverso le testimonianze di alcuni suoi appartenenti, questo attacco legale degli anarchici contro la questura, il giorno stesso in cui tutto il gruppo veniva collegato agli attentati di Milano e di Roma e tradotto in carcere, non rappresenta l’episodio più strano ne quello più paradossale. Lungo tutto il cammino del gruppo affiorano molti altri episodi del genere, vengono continuamente in luce strani contrasti, stranissimi equivoci, confusioni grossolane.

Gli equivoci cominciano addirittura ancor prima del maggio dello scorso anno, che è la data ufficiale di nascita del gruppo. E si accentrano subito intorno la figura di Mario Merlino detto “il mago”, il suo fondatore. Nel maggio del 1968 infatti Mario Merlino si scopre una vocazione anarchica dopo un passato politico di colore ben diverso, divenuto ormai di dominio pubblico. Ma ci sono ancora dei particolari che vale la pena di mettere in rilievo. Politicamente i primi passi Merlino li muove nella “giovane Italia”, l’organizzazione neofascista per le scuole medie; ha sedici anni ma una carica di ambizione già ben precisa. Un anno dopo è emigrato nelle file dell'”avanguardia nazionale giovanile”, feudo di Stefano delle Chiaie e rifugio dell’ala irriducibile e più dura dello schieramento di estrema destra. Merlino è un ragazzo magrissimo, sottile, emaciato e quella banda di professionisti dello squadrismo non sembra il posto più adatto per lui. Ma ha letto qualche libro, ha un grado d’istruzione superiore alla media della gente che lo circonda e ne approfitta per far carriera. Quando l’ “avanguardia nazionale giovanile” si scioglie, nel 1965, ha già un manipolo di fedelissimi pronti a seguirlo dappertutto. Per il momento devono solo seguirlo alla “giovane Italia” dove Merlino torna per un breve interregno con compiti direttivi, sempre al fianco di delle Chiaie. Altri elementi del gruppo emigrano invece a sinistra, come Mario Paluzzi che sarà sospettato quest’anno per l’attentato ai benzinai o come Serafino di Luja che passerà al movimento studentesco. E’ il primo sintomo di una strana malattia che affliggerà da questo momento in poi certi settori dell’estrema destra: una sottile, inarrestabile emorragia che tenta di infiltrarsi tra le maglie della sinistra extraparlamentare. C’è però da sottolineare un fatto curioso: anche se prendono strade diverse, gli ex componenti di “avanguardia giovanile rivoluzionaria” continuano a vedersi tra di loro e a concertare insieme piani di battaglia in una pizzeria di piazza Tuscolo. E’ un fatto di cui spiegheremo tra poco l’importanza.

La disfunzione che affligge l’estrema destra diventa cronica con l’esplosione del movimento studentesco. Le vecchie strutture saltano letteralmente per aria, e quando i pezzi sparsi tornano a terra e si tirano le somme c’è tempo di accorgersi di molti cambiamenti. Mario Merlino, per esempio, ha fiutato l’occasione favorevole e ha deciso di giocare grosso: prende a prestito lo stendardo degli studenti di Nanterre, raccoglie i suoi dieci seguaci e fonda il “22 marzo”. Con una tradizione squadrista così fresca il camuffamento è talmente scoperto da sfiorare il ridicolo. L’unico affetto che il “mago” ottiene è quello di rischiare un completo fallimento. Per uscirne batte due strade: viaggia molto all’estero, tentando in questo modo di aumentare il suo prestigio e di raccogliere nuovi seguaci. Stranamente, però, per un anarchico, i suoi viaggi hanno come meta paesi quali la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista. Molti che lo conoscono bene dicono che Merlino batte anche una terza via. Ed è proprio qui che la ragnatela di contatti che il “mago” conserva con l’ambiente neofascista diventa significativa. Un paio di volte infatti Merlino viene sorpreso in furtivi colloqui con agenti in borghese, e certe sue convocazioni in questura appaiono troppo ingiustificate per non dare nell’occhio. Che la polizia recluti tra le file dell’estrema destra buona parte dei suoi informatori, non è una cosa nuova. Quando, agli inizi dello scorso aprile, Franco Papitto ed alcuni altri giovani del movimento nazi-maoista (nato anche questo dall’impatto della destra col movimento studentesco, e scioltosi di recente) escono dal carcere dopo essere stati sospettati a lungo per gli attentati contro i benzinai e per quelli al Palazzaccio, al ministero della pubblica istruzione e al senato, Mario Merlino sparisce prudentemente dalla circolazione. Almeno una ventina di persone lo accusano della “soffiata” all’ufficio politico di Buonaventura Provenza, e lo cercano per dargli una lezione.

E’ a questa terza strada che Merlino dovrebbe, secondo altre testimonianze, il fatto di restare a galla sulla scena politica giovanile romana. Le cose cambiano verso la fine dello scorso anno. E’ la metà di novembre e i quadri del “22 marzo” subiscono un inatteso rinfoltimento con l’arrivo di una decina di nuovi elementi provenienti da altri movimenti anarcoidi.

Poi ai primi dello scorso ottobre il terzo e ultimo battesimo. Lo prepara la crisi del circolo “Bakunin”, il gruppo anarchico nato nel maggio del ’68. Fino ad allora il “Bakunin” aveva pressochè monopolizzato a Roma il panorama anarchico, era l’unico ufficialmente riconosciuto dalla FAI, la federazione anarchica italiana. I gruppi anarchici sono organizzati come ordini monastici, la disciplina è rigida, la separazione fra i “simpatizzanti” ai primi approcci, con la vita di gruppo e i “militanti”, gli iscritti anziani e di provata fede è netta. Questi ultimi lasciano poco spazio ai più giovani: alcuni di loro soffocati da questa situazione decidono allora di uscire dal “Bakunin” e di emigrare nel “22 marzo”.

Malgrado questo inserimento il “22 marzo” dà ancora l’impressione di essere una banda eterogenea e improvvisata che per affittare lo scantinato di Via del Governo Vecchio ha bisogno delle 40 mila lire ricevute dal settimanale giovanile “Ciao 2001” in cambio di un’intervista. Il 22 novembre Angelo Fascetti viene fermato e si accorge che la polizia sa perfino ciò che si erano detti lui ed Emilio Bagnoli la sera prima al tavolo di una pizzeria. D’altra parte, non è che i componenti del “22 marzo” si sforzino di rendere le cose più segrete: ad accompagnare l’intervista rilasciata a “Ciao 2001” ci sono almeno quattro fotografie dove sono riconoscibili tutti loro.

«Un attentato come quello di Milano e di Roma? Ci vogliono almeno tre mesi per prepararlo» mi dice un altro ex fascista che conosce bene l’attività del gruppo. Un mese per il materiale e l’organizzazione del piano, almeno due per scegliere le persone giuste. Come hanno fatto a sfuggire per tutto questo periodo dalla sorveglianza a cui erano sottoposti? Ecco, nella storia del “22 marzo”, il paradosso maggiore di tutti.

A cura di Giuseppe Catalano, Paolo Mieli e Mario Scialoja