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1971 03 22 Unità – Processo a 6 anarchici per discutibili indizi. Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

10 giugno 2015

1971 03 22 Unità Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

 

Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

Sono accusati di essere responsabili di attentati in mezza Italia – Una istruttoria che è connessa a quella sulla strage di piazza Fontana e sul caso Pinelli

 

MILANO, 21 marzo – Il processo contro gli anarchici accusati degli attentati del 25 aprile ’69 a Milano, e diversi altri commessi in diverse città, avrà inizio domani alla seconda sezione della Corte di assise, sempre che lo sciopero degli avvocati non porti a un rinvio. Nella gabbia saranno sei giovani: Paolo Braschi, Angelo Pietro Della Savia, Paolo Faccioli, Tito Pulsinelli, Giuseppe Norscia,Clara Mazzanti; a piede libero, l’editore Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega, che probabilmente non compariranno.

Le accuse contro i primi sei sono gravissime: associazione a delinquere, furto e detenzione di esplosivi, fabbricazione di ordigni, strage (dodici episodi), esplosioni a scopo terroristico (sei episodi), lesioni volontarie aggravate ai danni di due persone. L’evidente sproporzione fra il numero delle vittime e le accuse di strage, derivano dal fatto che per il nostro codice, quel reato è «di pericolo» e si concreta quindi nel momento stesso in cui viene deposto l’ordigno che possa determinare una strage, indipendentemente dalle conseguenze concrete.

Gli attentati furono commessi a Milano, Genova, Torino, Livorno, Pisa e Padova fra l’aprile ’68 e l’aprile ’69. Ai Feltrinelli infine si addebita di ave testimoniato il falso, fornendo un alibi al Della Savia e al Faccioli.

Impossibile qui riassumere la ricostruzione dei fatti e la motivazione delle accuse che occupano ben 97 pagine fittamente dattiloscritte della sentenza istruttoria. Per il giudice, comunque, le prove sono fornite principalmente dalle contraddizioni e dalle reciproche chiamate di correo degli imputati; dalle accuse di una «supertestimone», Rosemma Zublena, già amica del Braschi; dalla qualità degli esplosivi e dai particolari di fabbricazione degli ordigni che sarebbero gli stessi nei vari attentati; dall’identità delle scritture nei volantini lasciati sui luoghi delle esplosioni e nella corrispondenza degli imputati; infine dall’amicizia e affinità ideologica tra questi ultimi. Il che fa prevedere un processo largamente indiziario.

Ma occorre soprattutto ricordare che l’istruttoria, quanto mai discussa, costituì, per così dire, la premessa alle successive istruttorie sugli attentati del dicembre ’69 e sul caso Pinelli. Fra i personaggi infatti, troviamo lo stesso magistrato istruttore, dottor Antonio Amati che, appena avuta notizia dell’eccidio di piazza Fontana, telefonò alla polizia per indirizzarla sulla traccia degli anarchici; Pietro Valpreda, il cui nome emerse appunto dall’istruttoria sugli attentati del 25 aprile, e che venne quindi arrestato proprio sull’uscio del giudice Amati, quale maggiore indiziato della strage di Milano; i commissari Calabresi e Allegra, protagonisti di tutte le indagini; Nino Sottosanti detto «il fascista», dapprima testimone a favore di Pulsinelli, poi coinvolto negli accertamenti su piazza Fontana, ed ora testimone (dovrà essere sentito martedì prossimo) al processo Calabresi- Lotta continua, sulla morte di Pinelli; infine gli stessi anarchici oggi imputati, e che sono stati ugualmente richiesti come testimoni dai difensori di Lotta continua.

Come si vede, è un fittissimo quanto oscuro intreccio che potrebbe avere una radice comune; tanto più se si pensa che dagli arresti degli anarchici prese il via la campagna reazionaria contro l’autunno sindacale, culminata poi nella morte dell’agente Annarumma (tuttora avvolta nel mistero perchè il preannunciato deposito della richiesta di archiviazione non ha avuto luogo) e nella strage di piazza Fontana (per la quale si attende ancora il processo a Valpreda).

Il dibattimento, che inizierà domani, sarà quindi utile se consentirà all’opinione pubblica di cominciare a veder chiaro in quegli episodi che tanto servirono alla famigerata tesi degli «opposti estremismi»; oltre che naturalmente per stabilire le vere responsabilità degli imputati, in galera ormai da due anni. Certo non sarà facile, anche perché – vedi caso – il presidente della seconda sezione della Corte di assise, dottor Paolo Curatolo e il giudice a latere dottor Roberto Danzi, sono gli stessi che lo scorso anno condannarono il giornalista Piergiorgio Bellocchio. (Già, perché la prima sezione della Corte di assise, da quando assolse un antimilitarista, non riceve più processi politici; una protesta dei suoi giudici contro la polizia che aveva preteso di conoscere i loro nomi, cognomi e indirizzi, è stata lasciata cadere dal Consiglio superiore della magistratura; e l’antimilitarista è stato condannato in appello).

Pubblico ministero sarà il dottor Antonino Scopelliti, lo stesso che ignorò le torture dei carabinieri di Bergamo, e che ora dovrebbe condurre anche la grossa istruttoria sull’inquinamento delle acque (come potrà fare tutto, è un altro mistero della procura milanese).

 

 

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1971 03 30 Unità – «Calabresi mi picchiava durante l’interrogatorio». La deposizione di un anarchico al processo di Milano

9 giugno 2015

1971 03 30 Unità Calabresi mi picchiava durante l'interrogatorio

 

La deposizione di un anarchico al processo di Milano

«Calabresi mi picchiava durante l’interrogatorio»

L’episodio sarebbe avvenuto nei locali della questura. Il calderone dell’istruttoria – Una strana «supertestimone» – La figura di Giuseppe Pinelli

 

Milano, 29. – Al processo degli anarchici, l’interrogatorio degli imputati (rientrati al completo in aula), comincia a sollevare il coperchio di quel calderone che fu l’istruttoria; un calderone in cui finirono i più disparati ingredienti: incoscienza giovanile e infantilismo politico, «giri » pseudo-artistici e pseudo-intellettuali, vendette di donna, e infine, sotto varie forme, la provocazione. Il fatto più impressionante è che già dall’udienza di stamane, emergono nomi noti e comuni ad altre vicende: il commissario Calabresi e il brigadiere Panessa dell’ufficio politico della questura, l’anarchico Pinelli, che legherà il primo alla sua morte, il ballerino Valpreda, principale imputato della strage di piazza Fontana, e persino il presidente Saragat e il ministro Restivo, tirato in ballo dalla «supertestimone» Rosemma Zublema.

Ma ascoltiamo Paolo Braschi, un ragazzo livornese, che dimostra molto meno dei suoi ventisei anni ed ha alle spalle una famiglia povera e solo la quinta elementare. Deve rispondere di associazione a delinquere, furto di esplosivi da una cava di Grone (Bergamo) nel novembre ‘68, fabbricazione di ordigni esplosivi, quattro episodi di tentata strage.

Il Braschi, che già aveva ritrattato in istruttoria, nega tutto, ammettendo solo di aver trovato casualmente nei pressi di Livorno dell’esplosivo, che nascose per evitare guai, e che fu rinvenuto dalla polizia. Se la sua difesa non sembra troppo convincente su alcune circostanze, appare invece sincera su certe singolari vicende dell’istruttoria.

Conobbe dunque la «fatale» Zublema nella casa milanese dei coimputati Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti; e la donna mostrò subito uno spiccato interesse nei suoi confronti. Lui non se la sentiva di corrispondere («bastava guardarla per capire che non potevo avere una relazione con lei!»). Ma per compassione, e per evitare scene, la vide varie volte.

Il presidente, dottor Curatolo, lo interrompe: «Ma per quale ragione la Zublema dovrebbe accusarla falsamente?».

Braschi: «E chi la capisce! Io non sono né uno psicologo né uno psicanalista. E’ una donna molto contraddittoria come risulta dalle lettere che produrranno i miei avvocati: da un lato afferma di volermi bene e di credere alla mia innocenza; dall’altro sembra odiarmi e mi lancia accuse non solo false ma ripugnanti…».

Il presidente insiste: «E come spiega le accuse di suo fratello Carlo, del Della Savia davanti al giudice svizzero quando fu arrestato in quel paese, infine le sue stesse ammissioni, circostanziate almeno su alcuni episodi?».

Braschi: «Il Della Savia spiegherà lui quel che ha detto. Mio fratello ha ritrattato. Per quanto mi riguarda, occorre tener presente l’atmosfera di violenza in cui fui precipitato fin dal primo momento. Mi arrestarono a Livorno; subito mi portarono a Pisa, dove volevano attribuirmi gli attentati commessi in quella città e sapere l’indirizzo del coimputato Pulsinelli; alla mattina ero a Milano dopo una notte di interrogatori. A San Vittore a appena terminata la rivolta del 1969 e le guardie si sfogavano sui detenuti. Durante gli interrogatori, Panessa mi teneva fermo e Calabresi picchiava, minacciava di gettare in galera mia madre, di mettermi della droga in tasca».

Presidente e PM contestano: «Ma perché non parlò di questi maltrattamenti ai due PM e al giudice istruttore, davanti ai quali pure ritrattò almeno parzialmente le ammissioni?».

Braschi: «Perché non distinguevo fra magistrati e poliziotti. Infatti fra il primo e il secondo interrogatorio del PM. Calabresi venne in carcere e mi avvertì che se avessi parlato dei maltrattamenti, mi avrebbe imputato anche di calunnia. Inoltre mi sconsigliò dallo scegliere avvocati politici. Poi ci si mise anche la Zublema, che, ottenuto un permesso di colloquio in carcere, tentò di convincermi ad accusare gli altri imputati, dicendo che lei in Vaticano e nei ministeri era di casa, che avrebbe parlato con Saragat e con Restivo, infine che avrebbe testimoniato anche il falso per salvarmi poiché ormai c’era di mezzo il Sifar; ma dovevo prendere avvocati indipendenti lasciando i miei e diffidando anche di Pinelli, che si occupava di me. Il bello è che la Zublema si mostrava al corrente di circostanze che persino il mio difensore ignorava».

 

1971 04 2 Unità – Mai nessun confronto con la supertestimone di p.l.g

9 giugno 2015

1971 04 2 Unità Mai nessun confronto con la supertestimone

 

Incredibile al processo degli anarchici

Mai nessun confronto con la supertestimone

 

Milano, 1 – Giunto appena all’interrogatorio degli imputati, il processo contro gli anarchici e già divenuto uno scandalo. Non lo diciamo noi, lo proclamano i fatti. Dunque una donna, Rosemma Zublena, del cui equilibrio si può dubitare ma di cui è certo il rancore contro l’amico che l’ha respinta, accusa quest’ultimo e altre persone di una serie di gravissimi reati fra i quali la strage che comporta addirittura l’ergastolo. Ora non diciamo il codice ma il più elementare senso di giustizia vorrebbe che, a prescindere da ogni altro accertamento, questa «supertestimone» venga posta a confronto con gli accusati. Ebbene il confronto non è mai avvenuto nel corso dell’istruttoria condotta dal consigliere Antonio Amati (lo stesso che ieri ha negato la scarcerazione ai due autori di un manifesto antimilitarista); ed avrà luogo solo nel prossimi giorni in udienza.

Non basta. Già ora si può dire che contro tre almeno dei sei imputati non esistono prove ma solo tenui indizi, ciononostante sono rimasti in galera per due anni Se si aggiunge che due di questi imputati seppero di essere stati denunciati solo molto tempo dopo l’arresto e che altri, come i coniugi Corradini, furono assolti in istruttoria dopo mesi di detenzione, si comincia ad avere una idea della personalità del magistrate istruttore sia del sistema che gli ha permesso di agire a quel modo. Diciamolo chiaro, qui siamo al di sotto del livello di una giustizia anche solo democratico-borghese.

All’apertura dell’udienza, la Corte esaurisce 1’interrogatorio del Faccioli il quale dichiara di non avere mai conosciuto i coimputati Norscia, Mazzanti e Pulsinelli (e come si giustifica allora l’accusa di associazione a delinquere?).

Il Faccioli precisa inoltre che il commissario Pagnozzi tentò di attribuirgli anche un attentato avvenuto a Mantova nel maggio del ’69 e per il quale l’altro ieri sono stati arrestati quattro fascisti.

Ed ecco giungere sul pretorio prima Giuseppe Norscia, 35 anni, poi la sua donna Clara Mazzanti, 24 anni, che non erano anarchici ma iscritti al nostro partito. Devono rispondere di associazione a delinquere, detenzione e fabbricazione di un ordigno esplosivo e dello scoppio dello stesso al deposito di dischi della RCA in piazza Biancamano 2, avvenuto il 1. febbraio ’69 . Viene interrogata la Mazzanti

PRESIDENTE – «Ci parli della Zublena e del Braschi.. »

MAZZANTI: «Effettivamente si conobbero in casa nostra… Lui sembrava scocciato e lei innamorata, tanto che minacciava di ammazzarsi… »

1971 04 8 Unità – Anarchici: la superteste non ricorda di p.l.g.

9 giugno 2015

1971 04 8 Unità Anarchici La superteste non ricorda

Il processo di Milano

Anarchici: la superteste non ricorda

Rosemma Zublena dovrebbe essere l’asso nella manica dell’accusa – Le sue tesi sono apparse poco probabili – Lettere a macchina ed esplosivo

 

Milano, 7 – Al processo degli anarchici, è arrivata la «supertestimone» Rosemma Zublena, carica di accuse; ma la Zublena è stata preceduta e, per così dire presentata, da altri due noti personaggi: il dottor Allegra, dirigente dell’ufficio politico della questura e Antonino Sottosanti, detto «il fascista». Il dottor Allegra spiega che fu seguita la pista degli anarchici, poiché il testo dei volantini rinvenuti sui luoghi degli esplosivi, sottoposti ad anarchici di provata fede (o a confidenti?), venne riconosciuto come indiscutibilmente anarchico; infine afferma che la Zublena, scoperta nel corso degli accertamenti col Braschi, fu solo invitata a collaborare.

Il Sottosanti, per parte sua, viene a ripetere l’alibi già fornito in istruttoria all’imputato Tito Pulsinelli. Appena seppe dai giornali dell’arresto di quest’ultimo, ricordò che il 31 marzo ’69, giorno dell’attentato al palazzo di giustizia di Roma, avevano passato insieme la serata a Milano in piazza del Duomo, e poi in una pizzeria. La data gli era rimasta impressa, perche avevano discusso proprio se il 1° aprile. giorno successive fosse l’anniversario della fine della guerra di Spagna, o invece dell’arrivo in quel paese della legione tedesca Condor. Quanto alla Zublena, lui, Sottosanti, la conobbe nel settembre successivo in casa Pinelli, dove la donna stava preparando un pacco per il Braschi. E qui sarà bene ricordare che all’epoca, il nostro Nino, per avere fornito l’alibi al Pulsinelli, ricevette dalla famiglia di quest’ultimo un rimborso spese; dopodiché, si recò dal Pinelli, il quale si occupava dei soccorsi ai detenuti, e ricevette altre 15 mila lire, e ciò proprio nel pomeriggio del 12 dicembre, poche ore prima della strage di piazza Fontana.

Il Pulsinelli, interrogato adesso sull’incontro serale col Sottosanti dichiara di non ricordare. E allora sorge il sospetto: quell’alibi era vero od era solo un pretesto per intrufolarsi negli ambienti degli anarchici?

Alta, massiccia, vestita di nero, un foulard avana che le copre quasi interamente il volto, Rosemma Zublena, 47 anni. professoressa di francese. La sua tesi in sostanza è questa. Dopo l’arresto degli imputati, la polizia la invitò a collaborare dicendole che i giovani avevano già confessato molte cose. Così lei, per salvare 1’amato Paolo Braschi e i suoi compagni, raccontò l’episodio cui aveva assistito di persona, e le confidenze sugli altri episodi, che aveva ricevuto dall’amico.

Ma lasciamo la parola a questa sconcertante testimone.

«E’ vero, il Norscia e la Mazzanti mi accolsero in casa senza chiedermi un soldo, ma siccome erano in condizioni disastrose, versavo loro dodicimila lire al mese. Sì, ebbi con lui rapporti intimi… Dopo un po’ di giorni, il Norscia e la Mazzanti, mi chiesero se conoscevo cave della val d’Aosta, dove si potesse trovare dell’esplosivo… Non ci feci caso, così come non ascoltai la Mazzanti, che una sera si mise a parlarmi di anarchia… La sera del l° febbraio 1969 (attentato al deposito milanese di dischi della RCA – n.d.r.), vidi che i due maneggiavano un cilindro arrugginito; pensai si fossero innamorati di un pezzo antico… Ma la Mazzanti si mise a scherzare: “Attenta che se scoppia, saltiamo tutti!”. Io scappai in cucina a fare il caffè (sic), poi la Mazzanti mi chiese: “Puoi battermi dei volantini?”. Il Norscia mi scrisse il testo in bella calligrafia, mi parvero i soliti slogans, mi recai all’ufficio delle poste per batterli… Ma c’era gente e, temendo che qualcuno potesse leggere il testo, lo copiai con scrittura incomprensibile e distrussi l’originale… Conservai però la mia copia (più tardi consegnata alla polizia, ndr) perchè volevo vederci chiaro… Al ritorno, il Norscia. mi disse di spedirne due all’editore Feltrinelli e ad una fondazione olandese e ritirò gli altri… Poi mise il cilindro in un giornale e uscì …Dopo circa un’ora tornò e propose a me e alla Mazzanti di andare a festeggiare in un bar l’attentato riuscito …».

Ma passiamo alle confidenze che la Zublena afferma di aver ricevuto dal Braschi la mattina del 28 gennaio 1969 a Milano e poi le notti dal 6 al 7 marzo e dal 16 al 17 aprile 1969, in un albergo di Pisa. Si noti che in proposito l’imputato sostiene d’essere stato all’epoca già stufo della matura amica e di avere accettato gli appuntamenti solo perché lei minacciava di uccidersi. Secondo la donna invece, il Braschi, nell’intimità, si autoaccusò e accusò il Pulsinelli, il Della Savia perfino di un attentato in Svizzera, il Faccioli (i due ultimi avrebbero addirittura preannunciato gli attentati del 25 aprile).

Al termine dell’udienza un giovane anarchico è stato arrestato a causa di un lieve incidente avvenuto tra una cinquantina di anarchici e forze di polizia. Il fatto è accaduto quando gli anarchici hanno tentato di entrare, ma sono stati bloccati da agenti di polizia e carabinieri. Alcuni giovani allora hanno lanciato sassi contro la polizia: uno di loro, Daniele V. di 17 anni, è stato fermato e condotto in questura, dove è stato arrestato per resistenza alla forza pubblica.

 

 

 

 

1971 04 23 Unità – Un anarchico confessò attentati mai commessi. Incredibile deposizione del poliziotto Calabresi. di Pierluigi Gandini

9 giugno 2015

1971 04 23 Unità Un anarchico confessò attentati mai commessi

Incredibile deposizione del poliziotto Calabresi

«Un anarchico confessò attentati mai commessi»

Non sono attendibili i verbali della questura di Milano – Errori e dimenticanze – Uno strano sopralluogo a Parabiago – Confidenze di Valpreda

 

Milano, 22 – In Italia gli imputati, e in particolare i politici, o confessano tutto, anche quel che non hanno commesso, o si buttano dalla finestra. Tesi incredibile? Eppure essa è sostenuta da un esperto in materia, il commissario dottor Luigi Calabresi, indiscussa «vedette» delle due ultime udienze del processo degli anarchici.

Eccolo con la sua aitante figura, salire sul pretorio e rispondere alle domande dei giudici e avvocati. Sissignore, interrogò a diverse riprese gli imputati Braschi, Faccioli, Pulsinelli e la supertestimone Zublena. Maltrattamenti ai primi? Assolutamente no. Il Faccioli ne uscì con un labbro spaccato? Nemmeno per sogno, era l’imputato che si toccava continuamente una piccola pustola sopra la bocca. E il nostro commissario si preoccupò persino di procurargli dei libri in galera…»

A questo punto, il Faccioli, un ragazzino biondo, esplode «Ma se quando ti ho detto che gli altri detenuti di San Vittore volevano farmi la festa, mi hai riso in faccia!».

Interviene il P.M. dottor Scopelliti: « E’ vero che Braschi disse di aver confidato al Valpreda di essere stato lui l’autore dell’esplosivo e di due attentati?».

Calabresi: «Certo. Il 12 dicembre ’69 (e cioè lo stesso giorno della strage di piazza Fontana – n.d.r.), perquisendo la casa di Giuseppe Pinelli, trovammo le copie di due lettere indirizzate da quest’ultimo a due anarchici in cui comunicava che si sarebbe recato a Roma per sondare il Valpreda sull’episodio…»

L’avvocato Barchi, uno dei difensori del Faccioli, incalza: «E’ vero che la notte dal 29 al 30 aprile ’69, portaste il mio assistito fuori Milano per riconoscere una località?».

Calabresi: «Sì. Il Faccioli ci aveva detto una cosa che non sapevamo, e cioè che il Della Savia aveva un domicilio a Parabiago».

Il Della Savia dalla gabbia: «Ma se eravate già venuti a cercare mio fratello!».

Il commissario prosegue: «Così io e due sottufficiali accompagnammo il Faccioli in macchina a Parabiago. Ad un certo momento, lui chiese di scendere per orientarsi meglio, ma non riuscì a ritrovare la casa».

Barchi: «L’imputato dice invece che l’avete fatto scendere e correre sulla strada, minacciando di investirlo… Comunque, per ritrovare una casa, non era meglio andare di giorno?».

Calabresi: « C’era urgenza…».

Barchi: «Ma se l’avete trattenuto fino alla sera del 30! Comunque perchè di questo sopralluogo non vi è traccia negli atti?».

La risposta è incredibile: «Perchè diede esito negativo».

Barchi: «E lei disse che il Faccioli si era lasciato andare a confessioni ed accuse evidentemente false? Come mai di queste non vi è traccia nel verbale?».

Calabresi: «Beh, non ricordo esattamente quel che disse l’imputato. Il fatto è che ad un certo momento volle addossarsi episodi che per circostanze di tempo e di luogo, non poteva aver commesso. Così queste dichiarazioni non vennero messe a verbale».

Salta su l’avvocato Spazzali: «E, scusi, questo in base a quale norma del codice? Il verbalizzante ha l’obbligo di scrivere tutto!».

Calabresi: « Cosi facendo, la lettura diverrebbe difficile. Se un imputato dice di aver fatto saltare il duomo….».

Barchi: «Ma qui non si trattava di affermazioni cervellotiche bensì di precisi riferimenti ad attentati. Di che attentati parlò il Faccioli? Se non debbo concludere che il verbale è monco… ».

Calabresi: «Beh. non ricordo. Comunque ebbi l’impressione che il Faccioli, esagerando, volesse rendere incredibile tutta la sua confessione. Ma alla fine firmò il verbale così com’è».

1971 04 29 Unità – La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito. di Pierluigi Gandini

7 giugno 2015

1971 04 29 Unità La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

Continua la deposizione della teste contestata al processo degli anarchici

La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

La lettera accusatoria della donna – In difficoltà gli stessi magistrati che sinora non hanno sollevato dubbi sulla teste – In contraddizione anche il vice dirigente dell’ufficio politico della questura

 

Dalla nostra redazione. 28.

Al processo degli anarchici, la accusa sta subendo una debacle che investe anche quei magistrati che hanno accettato e avallato il delirio persecutorio di un personaggio come Rosemma Zublena. Proprio quei magistrati infatti vennero definiti dalla supertestimone «i peggiori di Milano, fascisti, responsabili di abusi per cui occorreva deferirli al consiglio superiore della magistratura!».

Gia l’inizio dell’udienza è significativo. La Zublena si è appena seduta di fronte alla corte che l’avv. Piscopo si alza: «Al fine di valutare l’attendilità della teste, chiedo che vengano citati don Guido Stucchi e il prof. Giuseppe Chillemi; il primo perchè riferisca come la Zublena, quand’era insegnante alla scuola di Cavenago, avesse accusato i suoi alunni di compiere atti immorali fra di loro: il secondo perchè dica se è vero che, avendo respinto le profferte della testimone, fu dalla stessa denunciato, con una lettera anonima al preside, come corruttore di alcuni allievi…».

La corte si riserva. Ma Piscopo insiste: «La testimone dichiarò alla polizia che probabilmente il Della Savia e il Braschi avevano rapporti omosessuali? Quali elementi aveva per lanciare tale accusa?».

ZUBLENA – Avevo notato fra i due una grande amicizia e così pensavo che ci fosse della simpatia… Fu solo un giudizio…

PISCOPO – Prego signor presidente di leggere il verbale reso dalla teste a Calabresi…

Il presidente inizia la lettura: «Il Della Savia preferiva i maschi e aveva soggiogato il Braschi a tal punto da renderlo totalmente succubo…».

A questo punto il magistrato si interrompe: «Avvocato. ritiene indispensabile leggere anche il seguito? Va bene, allora continui lei…».

E Piscopo salvando il pudore del presidente, conduce a termine la lettura: da un semplice disturbo del Braschi, la Zublena trasse deduzioni talmente oscene da non poter essere qui ripetute.

L’avvocato prosegue: «In una lettera al giudice Amati, lei accusò l’imputato Norscia di essere un confidente della polizia ed altri cinque anarchici di aver “cantato”?».

ZUBLENA – Fu il Pinelli a dirmi che i ragazzi erano in galera perché qualcuno aveva «cantato»; mi fece i nomi di due di Roma e di un certo Moi, che perciò erano stati rilasciati. Scandalizzata, riferii la cosa al commissario Allegra che si mostro molto sorpreso…

Si leva l’avv. Spazzali, agitando una lettera: «Vuol spiegarci il significato di questa cordiale missiva da lei inviata al dottor Calabresi?».

E la Zublena. più che mai sicura nel suo delirio: «Avevo chiesto al commissario Allegra di recarmi ad Amsterdam per cercare la copia del volantino che l’imputato Norscia aveva inviato appunto ad una società olandese ed all’editore Feltrinelli. Allegra non volle. Chissà. forse avrei scoperto qualcosa sull’organizzazione terroristica…».

Dal che è lecito dedurre che i poliziotti si erano resi perfettamente conto delle condizioni mentali della teste.

E’ la volta dell’avv. Di Giovanni: «Mi domando come il giudice Amati abbia rinviato a giudizio il Faccioli solo per aver scritto dei volantini da lasciare sui luoghi degli attentati. e non abbia invece incriminato la teste che pure, per sua stessa ammissione. ricopiò un manifestino pure destinato a “firmare” l’attentato alla casa discografica RCA… ».

La risposta della Zublena e impagabile: «Io non ero una anarchica!».

Intervienee l’avv.Dinelli : «E’ sua questa lettera, in cui afferma che, essendo il processo politico, gli ordini arrivavano da Roma e i magistrati incaricati (e cioè il procuratore capo della repubblica, De Peppo, il sostituto Petrosino, il giudice Amati e il presidente di questa corte) erano i peggiori di Milano, dei fascisti; che inoltre per porre termine agli abusi e alle irregolarità dell’istruttoria e strapparla dalle mani del dottor Amati, occorreva fare un esposto al consiglio superiore della magistratura? ».

E la Zublena imperterrita: «Certo, queste cose me le aveva dette il Pinelli e io le ripetei al dottor Amati »

Torna alla carica l’avv. Piscopo: «E’ vero che lei invitò il Braschi a licenziare il suo patrono perche di sinistra e ad assumere l’avv. Ungaro di Roma (attuale difensore del Valerio Borghese – N.d.R. ) e ciò per consiglio di un “volpone” della magistratura? Disse anche al Braschi che qualcuno di molto vicino a Saragat le aveva assicurato la scarcerazione?

ZUBLENA – Non posso dire chi fosse il «volpone» perchè occupa una carica nella magistratura. Quanto a Saragat. me l’ero inventato per invogliare il Braschi a dire la verità…

Il compagno Alessandro Curzi, allora direttore responsabile dell’«Unità», conferma poi che il nostro giornale ricevette il rapporto segreto dei colonnelli greci sugli attentati del 25 aprile, da fonti molto attendibili.

Ed ecco sulla pedana il vice-dirigente dell’ufficio politico, dottor Beniamino Zagari, che fa una magra figura. Infatti, dopo aver descritto l’ufficio politico come un padiglione di delizie, dove di percosse nemmeno si parla, e aver negato l’esistenza di uno schedario «politico» non riesce a spiegare come mai i suoi subordinati mostrassero foto degli imputati alla Zublena e ad altri testimoni.

1971 04 28 Unità – Senza un perché le accuse agli anarchici. Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

7 giugno 2015

1971 04 28 Unità Senza un perché le accuse agli anarchici

Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

Senza un perché le accuse agli anarchici

Le indagini presero subito un preciso orientamento ma senza nessuna prova – Il riconoscimento di una guardia notturna che vide e non vide – Confronto in aula – Fuoco di fila di domande

 

Milano. 27 -Dopo le clamorose rivelazioni che ieri hanno ridotto a mal partito la supertestimone Rosemma Zublena e con lei l’intera accusa, l’udienza di oggi al processo degli anarchici è stata praticamente interlocutoria. Eppure il testimone di turno, commissario Luigi Calabresi, era di primo piano, e le spiegazioni a lui richieste, di grande importanza. Si trattava infatti di sapere come e perchè l’ufficio politico della questura, all’indomani degli attentati del 25 aprile 1969 a Milano, partì in quarta contro gli anarchici.

Purtroppo, la tattica di uno dei patroni del Della Savia, avvocato Giuseppe Dominuco, di porre una serie di domande tanto generiche e confuse da non poter neppure essere verbalizzate dal cancelliere Papa, ha impedito l’interrogatorio di recare tutti i suoi frutti.

Primo testimone sul pretorio, la guardia notturna Adriano Fasano.

Ed ecco nuovamente sulla pedana il commissario Calabresi in un distintissimo soprabito blu. L’avvocato Dominuco interroga: «Lei svolse indagini sui precedenti della Zublena?».

CALABRESI – No. (Eppure, a prescindere anche dalla personalità isterica della donna, si tratta pur sempre di una amante piantata e quindi di una teste da prendersi con le molle).

DOMINUCO – Quando sentì la Zublena, era già a conoscenza dei fatti su cui la interrogava?

CALABRESI – Alcuni fatti sì, altri no…ad esempio non sapevamo dei rapporti tra la donna e il Braschi…

DOMINUCO – In base a quali precisi elementi, la polizia decise di perquisire il domicilio dei coniugi Corradini e di fermare il Della Savia, il Braschi e il Faccioli?

CALABRESI – Quando io tornai da fuori Milano, le indagini erano già avviate in un certo senso…non sapevo che i giovani erano già sospettati prima…

Interviene lo avvocato Di Giovanni: «Ma il suo diretto superiore, commissario Allegra, ci ha detto che i fermi degli imputati, all’indomani del 25 aprile, furono la conclusione di una indagine già avviata sulla base di manifestini “anarchici” rinvenuti sui luoghi degli attentati… ora sui luoghi degli attentati del 25 aprile, furono ritrovati manifestini “anarchici”?».

CALABRESI – No..

DI GIOVANNI – E a quali altri elementi avevate contro gli imputati?

CALABRESI – Chiedetelo al dottor Allegra…

DI GIOVANNI – Ma lei personalmente non indagò su un certo Aniello D’Errico?

CALABRESI – Sì. Il D’Errico si riconobbe autore, insieme con tale Klaps e col Valpreda di una pubblicazione «Terra e Libertà» in cui alcuni attentati venivano attribuiti agli anarchici… Il D’Errico ci rivelò anche nomi, fatti e confidenze ricevute a Brera…

DI GIOVANNI – Dunque lei sapeva che le indagini erano indirizzate verso gli anarchici! Lei stesso lo ha riconosciuto in altra sede!

CALABRESI – Non ricordo …Si senta il dottor Allegra…

DI GIOVANNI – In quella occasione fu fermato anche il Valpreda?

CALABRESI – No, fu solo accompagnato in questura ed interrogato…

DI GIOVANNI – Nel corso del processo da lei intentato al giornale «Lotta Continua» e tuttora in corso, il dottor Allegra disse di aver ricevuto una confidenza che indicava come responsabile dell’attentato alla stazione centrale milanese del 25 aprile, l’anarchico Pinelli, al quale infatti lo stesso dottor Allegra aveva contestato la circostanza poco prima del noto volo dalla finestra. Può dirci chi era lo informatore?

CALABRESI – No, a una persona conosciuta soltanto dal dottor Allegra…

1971 04 30 Unità – Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

7 giugno 2015

1971 04 30 Unità Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

 

Movimentata seduta a Milano

Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

Ha deposto il vice dirigente dell’ufficio politico – Verbale addomesticato

 

 

Dalla nostra redazione . 29

Il primo testimone di oggi al processo degli anarchici è il vice-dirigente dell’ufficio politico milanese, dottor Beniamino Zagari. già sentito ieri. L’avv. Dinelli gli contesta la notizia apparsa su un quotidiano milanese all’indomani dell’attentato al deposito della casa discografica RCA. Nell’articolo, si afferma che l’esplosione fu provocata da un «cartoccio contenente dinamite e legato con un filo di ferro»; e che sul luogo vennero rinvenuti un foglietto e la copia fotostatica di una dispensa per studenti di chimica, riguardante materie esplosive. A seguito di ciò, la polizia fermò un giovane, vedi caso, della «Giovane Italia», che fu poi rilasciato. Ora la supertestimone Zublena, accusando gli imputati Norscia e Mazzanti dell’attentato, sostiene che l’ordigno era confezionato con un tubo metallico.

Lo Zagari se la cava dicendo che alle indagini parteciparono anche i carabinieri; per cui si decide di sentire questi ultimi.

Si alza l’avv. Piscopo: «In casa del Braschi. furono sequestrati dei vetrini per lampade?».

Zagari: «Non ricordo…».

In realtà, esiste un verbale di sequestro dei vetrini, firmato proprio dal testimone, ora com’è noto, nell’istruttoria sulla strage di Piazza Fontana, ad un certo momento, saltò fuori un vetrino, che avrebbe dovuto essere «la prova principe» (cosi venne definito) contro Valpreda.

Zagari se ne va e gli succedono i brigadieri Carlo Mainardi e Pietro Mucilli, entrambi inquisitori di Pinelli. Inutile dire che respingono ogni accusa di percosse agli imputati Braschi e Faccioli.

L’avv. Dinelli interroga il Mucilli sugli imputati Norscia e Mazzanti. Risulta così che i due vennero denunciati il 9 maggio 1969. dal commissario Allegra, furono arrestati il 19 novembre successivo e solo a San Vittore appresero di essere accusati dell’attentato alla RCA!

Interviene l’avv. Barchi: «L’imputato Faccioli si addossò anche degli attentati che non figurano nei verbali?».

Mucilli: «No signore».

Barchi: «Ma il commissario Calabresi ha sostenuto qui che il Faccioli si autoaccusò anche di attentati che non poteva aver commesso, e che quindi le dichiarazioni relative non vennero scritte a verbale…».

Mucilli: «Non so, io facevo il dattilografo e non pensavo a quel che scrivevo…».

Barchi: «Notò qualcosa sul viso del Faccioli?».

Mucilli: «Non ricordo…».

Barchi: «Strano, perché Faccioli afferma che gli avevano spaccato il labbro a pugni, mentre il commissario Calabresi sostiene che l’imputato aveva una pustola e continuava a grattarsela…».

E si arriva al famoso verbale secondo cui uno schema di congegno di accensione per ordigni, fu sequestrato nel domicilio del Faccioli a Pisa, il 28 aprile 1969, mentre è ormai pacifico che fu trovato in tasca all’imputato il 29 aprile e nella sede dell’ufficio politico milanese.

La spiegazione del Mucilli in proposito è un monumento: «Quando arrivò da noi, il Faccioli chiese di andare al gabinetto. Nel corridoio c’erano i miei colleghi di Livorno che lo avevano arrestato. Chiesi loro se l’avessero già perquisito, Mi risposero di no.

Li invitai a farlo. Tornarono appunto con il foglietto dello schema e mi dissero: «Che facciamo?». Risposi «Arrangiatevi, io devo mettere tutto a verbale…». Essi allora si accordarono con il Faccioli per far figurare che il foglio era stato sequestrato a Pisa il giorno prima a riparare così alla loro mancanza…»

Barchi: «Ma scusi, non era più semplice e più corretto stendere un nuovo verbale? Senza contare che i suoi colleghi livornesi hanno sostenuto esattamente il contrario.

A questo punto occorre ricordare che il verbale è un documento ufficiale «che fa fede pubblica» per dirla con i giuristi, tanto che molti magistrati hanno in esso cieca fiducia.

Anche il commissario Raffaele Valentini reca, involontariamente, un utile chiarimento. L’avvocato Dinelli gli chiede: «Interrogando l’imputata Mazzanti, lei le contestò delle lettere anonime?».

Valentini: «No.„».

Si alza la Mazzanti: «In realtà, il commissario mi lesse diversi brani di lettere anonime…».

Valentini: «Non ricordo..».

Ora, in questo processo la specialista indiscussa in fatto di lettere anonime è la Zublena, che però, stando alla polizia, fu convocata solo il 23 giugno 1969. La Mazzanti venne invece interrogata il 9 maggio dello stesso anno. Il che fa sorgere un legittimo sospetto: la Zublena era già in contatto con l’ufficio politico prima del 29 giugno?

E’ la volta del commissario Antonio Pagnozzi.

Il presidente gli chiede: «E’ vero che il Faccioli fu minacciato e percosso?».

Pagnozzi: «Per quanto consta a me, lo escludo nel modo più assoluto!».

L’avvocato Barchi perde la pazienza: «Ma insomma, che cosa significa questa formula “per quel che consta a me”, che ripetete tutti?».

Pagnozzi: «Voglio dire che alla mia presenza non avvenne nulla di simile…».

1971 04 1 Unità – Un anarchico: «Il brigadiere mi spaccò le labbra». Drammatica deposizione al processo di Milano. di p.l.g.

6 giugno 2015

1971 04 1 Unità - Drammatica deposizione al processo di Milano

Milano 31 – Grazie ad una udienza relativamente tranquilla, il dramma umano, giudiziario e politico che sta al fondo del processo contro gli anarchici, ha cominciato a prender forma.

L’apertura dell’udienza vede di nuovo sul pretorio il Della Savia, che vuole ancora spiegarsi. «Quando ieri ho parlato di fascisti, non mi rivolgevo alle persone, ma all’istituto della giustizia che difende la proprietà privata dei mezzi di produzione… Non sono stato estradato, sono stato rapito dalla Svizzera (e proprio qualche settimana prima della strage di piazza Fontana) per accuse che non erano contestate nel primo mandato di cattura… Quella pazza della Zublena che io avevo visto una sola volta, è andata anche in Svizzera a cercare i miei presunti amici. Vorrei sapere chi la muove: il poliziotto Calabresi, il giudice istruttore Amati o altre persone? Dopo la rivolta del ‘70 a San Vittore, sono stato deportato a Porto Azzurro fra delinquenti comuni che non sono più uomini, ma bestie, capaci solo di andare su e giù… ».

Ed ecco accendersi una battaglia per la presenza in aula di tutti gli imputati: battaglia che vede la corte ritirarsi per ben tre volte in camera di consiglio. Qual è la sostanza? Come si ricorderà, dopo gli incidenti di ieri, il presidente aveva deciso di interrogare ogni singolo imputato, escludendo dall’aula gli altri. Gli avvocati giustamente sostengono che questo nuoce alla difesa; per evitare eventuali intemperanze basterà allontanare di volta in volta il responsabile. Dal punto di vista pratico, l’assenza degli imputati costringe poi, ad ogni nuovo interrogatorio, a rileggere il verbale di quel che hanno detto gli altri, con una perdita di tempo facilmente immaginabile. Ma la corte, su conforme parere del PM, respinge le istanze, affermando appunto che la rilettura del verbale garantisce il diritto alla difesa.

Ed ecco sulla pedana Paolo Faccioli, un biondino ventunenne con gli occhi azzurri, il viso ancora infantile, indurito dalle sofferenze. Pesano su di lui ben 12 accuse. Il presidente interroga: «Lei è già stato condannato dal Tribunale di Bolzano a 20 giorni di arresto e 15 mila lire di ammenda (pena poi cancellata dall’amnistia) per una bomba carta fatta esplodere nella cattedrale di quella città?».

Faccioli: «E’ vero e rivendico quel gesto proprio per dimostrare la mia estraneità agli altri attentati… Adesso, quando ci penso, sorrido perchè quello era un gesto dimostrativo, corrispondente all’immaturità delle lotte di massa in una zona arretrata… Non sono un pacifista, ma sono anche contrario alla violenza contro gli individui. L’unica violenza a cui credo, è quella delle masse proletarie per instaurare uno stato socialista liberiano… ».

E qui si arriva ad un primo mistero. In tasca al Faccioli, fu rinvenuto un foglio con lo schema di un ordigno uguale, secondo la polizia e il perito, a quelli usati per le esplosioni di Milano. Ma un foglio identico risulta sequestrato anche al coimputato Braschi. Ci furono dunque due fogli oppure uno solo che «trasmigrò» dal fascicolo Braschi a quello Faccioli? L’imputato che aveva all’inizio indicato il foglio come proveniente da un quaderno del Braschi e poi da un giovane torinese sconosciuto, ora sostiene che queste sono versioni false, la prima imposta dalla polizia, la secondo suggerita da altri detenuti.

E qui si apre il solito capitolo degli interrogatori polizieschi. «Mi lasciarono tre giorni senza mangiare e senza dormire, picchiandomi e minacciandomi: erano il commissario Zagari, i gorilla Mucilli e Panessa, il commissario Calabresi» (i tre ultimi sono gli stessi protagonisti dell’ultimo interrogatorio del Pinelli – n.d.r.).

PRESIDENTE – Ma perché non ne parlò ai pubblici ministeri e al giudice istruttore che l’interrogarono?

FACCIOLI – Era la prima volta che mi trovavo a contatto con quell’apparato mostruoso… Gli altri detenuti mi consigliavano… Creda pure, che a San Vittore, il mio aspetto efebico mi comprometteva… Pensi che un giorno il Calabresi e gli altri, col pretesto di farmi ritrovare la madre del Della Savia, mi portarono in macchina a Parabiaco, mi fecero scendere ordinandomi poi di correre davanti… Mi seguivano a fari spenti e dicevano: «Tanto siete quattro gatti, nessuno vi difenderà… Possiamo romperti le ossa e dire che è stato un incidente». Comunque ne parlai subito al mio difensore avvocato Barchi, che mi consigliò di riferire al giudice.

E l’avvocato Barchi: E’ vero».

Faccioli prosegue: «Il gorilla Panessa mi spaccò le labbra con un pugno; ma all’ingresso di San Vittore non fui sottoposto ad alcuna visita medica…».

A questo punto, il secondo patrono, avvocato. Ramaioli, ed altri avvocati chiedono ed ottengono l’acquisizione dei registri delle visite e delle cartelle cliniche a San Vittore. Dopodiché il Faccioli respinge tutte le altre imputazioni. «Ci vennero attribuiti gli attentati del 25 aprile che poi risultarono commessi dai fascisti greci… ».

Il presidente sobbalza: «E chi l’ha mai detto? Agli atti non figura niente di simile!».

Il pubblico ride e l’udienza viene rinviata a domani.

1971 04 27 l’Unità – Milano: il processo agli anarchici. La Zublena è mitomane. di Pierluigi Gandini

6 giugno 2015

Fu processata per calunnia dal tribunale di Biella – Il giudice la definì «persona affetta da una componente di tipo isterico» – Gravi interrogativi

 

1971 04 27 Unità La Zublena è mitomane

 

Dalla nostra redazione. 26.

Da stamane nell’aula della seconda sezione della Corte d’Assise di Milano, non c’è più il processo contro gli anarchici, c’è solo uno scandalo fra i maggiori della nostra storia giudiziaria. I difensori degli imputati hanno infatti provato che la supertestimone dell’accusa, Rosemma Zublena, fu imputata nel 1964, a Biella, di aver lanciato, attraverso lettere anonime, accuse false o non provate contro il prefetto e il questore di Vercelli, i carabinieri di Cavaglià e privati della zona. Non basta. Anche nel corso dell’istruttoria contro gli anarchici. la Zublena inviò una lettera anonima per chiedere l’arresto dei due imputati, lettera che, incredibilmente, venne allegati agli atti. Questa è la donna che il consigliere istruttore dottor Antonio Amati proclamò «buona, intelligente, dotata di una memoria formidabile, prima amante e poi madre affettuosa dell’imputato Braschi… ingiustamente linciata dalla stampa solo perchè le sue dichiarazioni non facevano comodo…». A questa e ad altre gravissime rivelazioni la Zublena ha reagito con un grido che spiega tutto: «Io non ho fatto che ripetere quel che già sapeva il commissario i Calabresi!».

Il PM legge la lettera

Ma lasciamo parlare i protagonisti.

Il PM dottor Scopelliti si alza ed annuncia: «Ho ricevuto dalla teste Zublena una lettera personale con richiesta di tenerla segreta. Non posso aderire a tale richiesta e dò quindi pubblica lettura della lettera». In sostanza, la supertestimone invita il pubblico accusatore a valutare con benevolenza le lettere da lei scritte agli imputati (ed ora esibite dai difensori) tenendo conto che all’epoca era oggetto di una «spietata campagna giornalistica»; sollecita un colloquio con lo stesso magistrato al fine di «studiare varie sfumature utili alla sentenza contro il Braschi e Angelo Della Savia»: infine chiede l’acquisizione agli atti di un’intervista resa a Bruxelles dal fratello del Della Savia, Ivo, al giornalista del Corriere Giorgio Zicari. E la Zublena, già seduta sulla sedia dei testimoni, spiega a voce: «Anche Ivo accusa gli anarchici degli attentati di Roma. Questo per dimostrare che non fui solo io ad accusare…».

Subito dopo attaccano i difensori. Ecco l’avvocato Di Giovanni: «Lei scrisse alla Procura di Lucca, il 2 settembre del 1969, una lettera in cui accusava gli imputati Norcia e Mazzanti di essere delinquenti spietati, avvelenati, depravati nei sentimenti, ladri, truffatori bancarottieri eccetera?». Zublena: «Non ricordo…».

Di Giovanni: «Lo scritto è allegato agli atti ed è anonimo».

Perfino il presidente si stupisce: «Ma non poteva essere allegato!».

Di Giovanni: «Già. Ma esiste anche una deposizione della Zublena al giudice Amati in cui le stesse accuse sono ripetute perfino con gli stessi termini! Perciò chiedo nuovamente alla teste è suo lo scritto?».

Zublena, con voce sommessa: «L’ho già detto».

Parte l’avvocato Piscopo: «La teste ha precedenti penali?».

Zublena: «No…». Ma gli avvocati incalzano e allora si decide: «In verità ho collaborato con la magistratura e con un monsignore cattolico per eliminare una situazione amorale. Naturalmente mi hanno querelata ma sono stata assolta perchè avevo detto la verità».

Di Giovanni: «Non è vero ed esibisco la relativa sentenza: lei non fu querelata da privati ma denunciata d’ufficio dai carabinieri per avere scritto lettere anonime all’allora ministro Taviani e all’arcivescovo di Vercelli, accusando le autorità locali di essersi fatte corrompere da privati per consentire una attività di sfruttamento della prostituzione. Interrogata fu costretta ad ammettere di aver scritto le lettere e solo sulla base di voci raccolte da ballerine, prostitute, sfruttatori, sulle cui macchine si faceva trasportare a Milano. Il PM e il giudice istruttore l’assolsero ritenendola un’isterica e un’esaltata, rimasta vittima di una psicosi collettiva… ».

Passa all’attacco l’avvocato G. Spazzali: «La teste ci dica quando e come si accorse che gli imputati svolgevano un’attività terroristica… ».

La Zublena si imbroglia nelle date, da venir corretta dallo stesso presidente: poi, ridotta con le spalle al muro, ammette di avere saputo «in seguito» circostanze delle quali, in istruttoria, aveva detto di essere stata testimone oculare. Non basta. Sempre secondo lei, il Braschi sarebbe stato a Milano proprio il giorno in cui, stando al capo di accusa, commette un attentato a Livorno.

Spazzali incalza: «Lei disse al giudice Amati che il Sottosanti è un tipo poco credibile, che chiedeva denari alle donne e sul quale sarebbe stato opportuno indagare… Ora come poteva sapere tutto questo se l’aveva visto una sola volta in casa Pinelli?».

Zublena: «Fu un’impressione…In realtà lo rividi ad un bar e mi chiese dei soldi…».

Spazzali: «O invece il dirigente dell’ufficio politico dottor Allegra le diede altre informazioni?».

Zublena: «Nossignore…».

Spazzali: « Bene. Lei aveva anche detto che l’architetto Corradini era il cervello dell’organizzazione terroristica e che sua moglie era un’anarchica spinta anche se non esistevano prove… Alla corte invece ha detto di non conoscere neppure i Corradini… ».

Zublena: «Prima riferii voci che correvano in Brera, poi al giudice Amati dissi la verità e cioè che erano solo voci».

Interviene l’avvocato Piscopo: «E per quelle voci, i Corradini passarono sei mesi in galera!».

La fine di Pinelli

Spazzali: «Ma lei nei verbali dice che la Eliane Vincileoni era la moglie del Corradini e che entrambi vivevano in via del Carmine 4. Chi le diede tutte queste informazioni?».

La Zublena scivola: «Pinelli mi disse che il Della Savia ed il Braschi si rovinavano con i Corradini».

L’imputato Pulsinelli scatta nella gabbia: «Comodo tirare in ballo il Pinelli che è morto!».

E questa circostanza apre veramente un grave interrogativo sulla fine dell’anarchico. Alla fine, crivellata di contestazioni, la Zublena esplode: «Sono stufa di essere accusata dalla stampa come unica responsabile. Si interroghi chi aveva già arrestato questi ragazzi, io sono venuta solo dopo, ho riferito solo cose che Calabresi già sapeva!».

A questa frase, una esclamazione unanime si leva dagli avvocati e dal pubblico. Il presidente e il giudice a latere che finora si sono ben guardati dal diffidare la teste, reagiscono violentemente. Ma ormai l’udienza è finita.

Dopo quanto abbiamo riferito, l’opinione pubblica esige dalle autorità competenti (e cioè il questore, il procuratore capo e il procuratore generale della Repubblica, il presidente del Tribunale, il primo presidente della Corte di Appello, ed anche il Consiglio superiore della magistratura) una risposta alle seguenti domande: come mai la questura, che si recò perfino in Svizzera per indagare sugli imputati, non svolse alcun accertamento sulla Zublena a Viverone suo paese di nascita e a Biella?

L’incontro della Zublena con gli imputati fu davvero casuale? La donna aveva mantenuto rapporti con gli ambienti della polizia?

Come poterono il PM dottor Roberto Petrosimo e il consigliere istruttore dottor Antonio Amati accettare come testimone la donna?

E’ ammissibile infine che si sia scelta una sezione di assise dove corte e PM non diffidano i testimoni d’accusa, neppure quando dicono manifestamente il falso?

Sono domande gravi, alle quali deve essere data al più presto una risposta.