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Lotta Continua 24 novembre 1970 Rapporto sullo squadrismo – quarta puntata. chi sono, chi li comanda, chi li paga

2 ottobre 2012

Abbiamo accennato, nell’introduzione alla precedente puntata del rapporto, agli scopi che esso si prefigge. La recrudescenza dell’attivismo squadristico e degli attentati provocatori degli ultimi giorni confermano l’utilità di un lavoro che, oltre ad inquadrare questi episodi nel contesto della strategia padronale e ad indagarne i meccanismi più o meno nascosti, metta in grado i compagni d’identificare con nome, cognome e indirizzo, gli sgherri fascisti, i loro mandanti ed i loro protettori nell’apparato statale.

E’ però indispensabile, per dare sempre maggiore attualità e precisione all’inchiesta popolare, che i militanti e i proletari che agiscono nelle varie situazioni di lotta comunichino al giornale tutte le informationi in loro possesso sull’argomento. Le prossime due puntate saranno dedicate al terrorismo fascista ed allo squadrismo davanti alle fabbriche.

E’ soltanto di pochi mesi fa la notizia, taciuta dall’Unità e minimizzata dalla stampa borghese, della presenza, fra i membri della Direzione Nazionale del PCI, di due agenti della C.I.A., tali Stendardi e Ottaviano, i quali ricoprivano il delicato incarico di responsabili dei rapporti con i partiti comunisti «fratelli». Sembra che nell’ambito del Comitato Centrale la scoperta, opera dei servizi segreti sovietici (K.B.G.), abbia dato luogo ad una vivace discussione tra stalinisti e conciliari: i primi, capeggiati da Pietro Secchia, avrebbero proposto di spedirli nell’URSS per un viaggio-premio di sola andata, i secondi, Alessandro Natta in testa, di limitarsi ad un’espulsione incruenta e discreta; questa tesi ha, ovviamente, prevalso.

Ci sembra opportuno far riferimento all’episodio in un momento, come quello attuale, in cui i revisionisti – sempre più compromessi agli occhi della classe operaia e quindi sempre meno disposti al confronto politico con l’avanguardia rivoluzionaria – imbastiscono una grossolana speculazione sui tentativi di infiltrazione all’interno della sinistra extra-parlamentare, spacciando per convergenze ideologiche fra «opposti estremismi» il chiaro intento di provocazione e delazione che, in coincidenza con l’esplosione delle lotte di massa studentesche, ha spinto i fascisti ad un’operazione di mimetismo che utilizzasse, anziché le tute da paracadutista, i pensieri di Mao e le citazioni di Marcuse. La presenza di agenti della C.I.A. nella Direzione Nazionale del PCI non significa che esistano convergenze tra Nixon e Berlinguer tanto più che, com’è noto, il secondo, a differenza del presidente americano, è un accanito sostenitore della coesistenza pacifica.

Nella puntata precedente abbiamo esaminato alcuni esempi d’infiltrazione «singola»; ad eccezione di Mario Merlino i fascisti hanno ottenuto in questo settore risultati decisamente mediocri, dal punto di vista della carriera politica senz’altro inferiori a quelli raggiunti da Stendardi e Ottaviano. Il fenomeno della strategia della tensione, presenta caratteristiche più interessanti; se non altro perché rivela con maggiore evidenza quale uso tattico i padroni abbiano tentato di fare dei fascisti nel quadro del disegno politico culminato con la strage di stato.

Più o meno in coincidenza col viaggio in Grecia del marzo ’68 esce una rivista (5.000 copie di tiratura, veste tipografica lussuosa) che dovrebbe fornire una giustificazione culturale e ideologica all’infiltrazione; ha per titolo CREATIVITÀ, una copertina rosso-nera, e, sul frontespizio interno, un brano tratto dalla «Carta della Sorbona»: «Nessuno si meravigli del caos delle idee, nessuno ne sorrida, nessuno ne tragga motivo di burla o di gioia. Questo caos è lo stato di emergenza delle idee nuove» . E, nella fattispecie, del riemergere di vecchi rottami. Direttore responsabile ne è infatti Romolo Giuliana, ex repubblichino di Salò, funzionario del Ministero Turismo e Spettacolo, dirigente nazionale della F.N.C.R.S.I. (Federazione Nazionale Combattenti e Reduci della Repubblica Sociale Italiana), intimo di quei Ripanti e Fantauzzi che, nel 1964, addestrarono per conto del S.I.F.A.R. le bande fasciste in Sila. Tra i suoi finanziatori c’è il generale dei bersaglieri Oswaldo Roncolini, collaboratore «militare» di Almirante, azionista della Pepsi-Cola e fra i promotori di un «Movimento per la Difesa della Civiltà Cristiana» molto attivo fra gli alti gradi dell’esercito. Dal terzo numero in poi la direzione passa ad un altro neofita della contestazione: Giacomo De Sario, ex segretario negli anni ’50 della Federazione Giovanile Socialista, dalla quale si dimise per fondare l’organizzazione fascista C.N.R. (Costituente Nazionale Rivoluzionaria), restando però in cordiali rapporti con alcuni ex «compagni» attualmente militanti nelle file del P.S.U.

I veri animatori della rivista sono però i fratelli Attilio e Cataldo Strippoli, figli del presidente del Banco di S. Spirito, ex federali romani della Avanguardia Nazionale e dirigenti nazionali del M.S.I., arrestati nel ’65 per detenzione di esplosivi ed armi da guerra e rilasciati dopo un paio di mesi. Nell’estate del ’68 il secondo si è trasferito a Rimini dove, in località Viserbella, ha aperto un albergo – i Vichinghi – meta di frequenti pellegrinaggi fascisti; il primo ha dato vita al «Gruppo Primavera», sedicente anarchico, costituito mettendo assieme una decina di studenti missini, che ha una vita brevissima: dopo aver tentato inutilmente di stabilire contatti con i trotzkisti di Iniziativa Operaia si scioglie e i suoi aderenti tornano a militare nella Giovane Italia.

Anche Stefano Delle Chiaie viene assalito, nello stesso periodo, da pruriti libertari. Riunisce nella sede del Kingatus, un gruppo goliardico dedito alla «caccia alla matricola», una dozzina di attivisti di Avanguardia Nazionale scelti tra i più giovani e meno noti e fonda il «Gruppo anarchico romano XXII marzo» che, in un volantino diffuso nelle scuole e nell’Università, afferma di rifarsi «alle teorie di Conh-Bendit ed alla prassi degli arrabbiati di Nanterre». Ne fanno parte:

Pennisi Aldo – via del Quadraro 27

Paulon Luciano – viale Spartaco 18

Maulonrico Pietro (detto Gregorio) . viale T. Labieno 85

Rossignoli Claudio – Piazza dei Consoli 62

Guarino Elio . via del Quadraro 27

Granoni Renato – via del Quadraro 58

Nota Giovanni – viale Cartagine 90

Sestili Alfredo via Tuscolana 1022

De Amicis Antonio (detto Augusto) Quadraro 29

Aragona Lucio – via del Quadraro 9

La leadership del gruppo viene affidata dal Delle Chiaie ed uno dei suoi fedelissimi: il neo-barbuto Mario Merlino. L’esordio in piazza avviene qualche giorno dopo, nel corso di una manifestazione di protesta indetta dal movimento studentesco romano davanti all’ambasciata francese. A dare una mano a Merlino che sventola una grande bandiera nera con la scritta XXII Marzo, e agli altri dieci avanguardisti nazionali intervengono noti esponenti fascisti come Serafino Di Luia, Loris Facchinetti e tale Buffa, detto «lupo di Monteverde», legionario ed istruttore di «Europa Civiltà» l’organizzazione paramilitare fascista che conta fra i suoi finanziatori l’editore Edilio Rusconi recentemente nominato cavaliere da Saragat per aver svolto compiti di «grande elettore» per conto del PSU, ed un tale dott. Sciubba presidente del MACEM (Movimento Autonomo Ceto Medio) ed esponente della Massoneria di Palazzo Giustiniani. Quel giorno, mentre gli studenti si disperdono sotto le violente cariche della polizia, il XXII Marzo celebra il battesimo del fuoco incendiando con bottiglie molotov due auto parcheggiate a diverse centinaia di metri dal teatro degli scontri. Il quotidiane «Il Tempo», che conta tra i suoi redattori alcuni fra i maggiori teorici dell’infiltrazione fascista, quali Pino Rauti e Gino Ragno, protesterà indignato contro «la cieca violenza con cui i maoisti hanno infierito sulle auto di ignari e incolpevoli cittadini».

Dopo il felice esordio, il gruppo va alla ricerca di un crisma d’ufficialità politica; particolarmente interessante, in questo senso, è quanto dichiarato a verbale il 25 luglio 1970, davanti al giudice Cudillo, da uno dei suoi fondatori:

«Quando, ai primi di settembre del ’68, partii per incarico di Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino per il congresso anarchico di Massa Carrara, ci venne consegnata la somma di lire 20.000 a testa per le spese da Guido Paglia (N.d.r. – corrispondente del quotidiano « Il Roma» di Napoli, figlio di un generale di corpo d’armata). Ci siamo recati a Carrara io, Maulonrico, Paulon Luciano, De Amicis Augusto e Pennisi Aldo. Il nostro compito, secondo quanto impartito dal Delle Chiaie e dal Merlino, era quello di raccogliere informazioni sugli argomenti e i discorsi del congresso e di prendere contatti con i partecipanti; ci saremmo dovuti infatti spacciare come anarchici aderenti al gruppo XXII Marzo di Roma. A Carrara non ci è stato possibile entrare nella sala della conferenza perché era necessario un biglietto d’invito rilasciato dalla Federazione Anarchica di Roma. Il Maulonrico tentò allora di avvicinare un anarchico di una certa età, romano, che apparentemente sembrava persona influente. Questi si era quasi convinto di farlo entrare quando notò che portava al collo una catenina con la croce e allora s’insospettì che si trattasse veramente di un anarchico e gli diede una spinta per allontanarlo, così forte che il Maulonrico cadde a terra (…)».

Vista la scortesia dell’anarchico in questione (N.d.r. un ex partigiano che durante la Resistenza aveva come incarico particolare quello di «fiutare» le spie dell’O.V.R.A.), il progettato inserimento del XXII Marzo nella grande famiglia libertaria subisce una seria battuta d’arresto. Il Delle Chiaie mette temporaneamente in libertà i suoi giovani adepti in attesa di momenti migliori: il gruppo, apparso come una meteora nel sottobosco politico della capitale, lascia come scia alcune gigantesche firme a calce le quali, stranamente, sopravviveranno alle varie «ripuliture» eseguite a cura dell’ufficio politico della questura e campeggeranno sui muri esterni dell’Università fino ai primi mesi del ’70.

Mario Merlino inizia, da un gruppo di sinistra all’altro, le peregrinazioni che si concluderanno il 12 dicembre 1969 con la sua, forse definitiva, infiltrazione nel comitato di base del carcere di Regina Coeli; altri ne seguono l’esempio. Sempre nel già citato verbale si legge infatti: « (…) Debbo precisare che nel periodo in cui ho frequentato il gruppo Marxista-Leninista di Piazza Vittorio 55 sono riuscito ad avere le chiavi della sede per poche ore. Infatti il Delle Chiaie tempo prima mi aveva incaricato di cercare di farmi consegnare le chiavi di cui avrebbe fatto un duplicato. Le chiavi mi erano state consegnate verso le ore 13 e le avrei dovute riconsegnare alle 15. Telefonai al Delle Chiaie che mi fissò un appuntamento al portone della casa della madre e mi fece accompagnare dal Palotto Roberto (N.d.r. – dipendente del Ministero delle Poste, arrestato e condannato per gli attentati sifaritici del ’64, autore materiale degli attentati agli automezzi della caserma di P.S. di via Guido Reni a Roma, nell’inverno del ’68; ne fu attribuita dalla stampa la responsabilità agli anarchii e l’ufficio politico della questura di Roma inoltrò un rapporto alla magistratura definendoli «opera di ignoti») presso una coltelleria nella stessa via ave si trova il cinema Brancaccio … (.. )» .

La stessa sorte subì l’altro «gruppo anarchico XII marzo», quello fondato a Reggio Calabria, subito dopo il ritorno dal viaggio in Grecia, da Aldo Pardo e Giuseppe Schirinzi, i due fascisti di Ordine Nuovo che il 9 dicembre 1969, giorno precedente a quello in cui Junio Valerio Borghese doveva tenere un comizio in città, fecero un falso attentato anarchico alla locale questura ferendo gravemente il piantone di servizio. I due furono arrestati otto giorni dopo e incriminati per concorso in strage. (Nel luglio scorso uno dei difensori degli anarchici imputati per la strage di Milano ha chiesto formalmente al giudice istruttore Cudillo di appurare cosa avesse fatto lo Schirinzi tra il 9 e il 17 dicembre 1969 e, dato che fu arrestato a Roma, a quale indirizzo fosse stato rintracciato dai carabinieri. La richiesta è ovviamente caduta nel nulla) .

Resiste invece, per alcuni mesi, il sedicente Movimento Studentesco Democratico che ha nella facoltà di Legge di Roma il punto di forza; i suoi slogans tipici sono «Hitler e Mao uniti nella lotta» e «Viva la dittatura fascista del proletariato». Costituitosi nell’estate del ’68, vi confluiscono i superstiti dei vari gruppi squadristici che agivano nell’Università prima della grave sconfitta militare subita dai lanzichenecchi di Almirante e Caradonna durante la fallimentare «spedizione punitiva» tentata nel febbraio precedente.

Ci sono i fascisti della ex «Primula Goliardica», capeggiati da Enzo Maria Dantini, in passato attivo organizzatore di campi d’addestramento paramilitare in Sardegna; alle sue spalle si muovono con discrezione personaggi come Vitangeli, membro di Nuova Repubblica e direttore del quotidiano finanziario «Il Fiorino», Simeoni, animatore dell’agenzia giornalistica di estrema destra «O.P.» e amico di Nino Sottostanti, il fascista infiltrato tra gli anarchici milanesi, Antonio De Martini. Quest’ultimo è un ufficiale della N.A.T.O., ricchissimo, legato a Randolfo Pacciardi; risiede a Roma per lunghi periodi, alloggiando all’Hotel Marconi di via Giovanni Amendola. Durante le indagini sugli attentati fascisti ai distributori di benzina, nell’inverno del ’68, il magistrato ordinò una perquisizione nella sua stanza: vi furono rinvenute pistole da guerra e munizioni che, a suo dire, gli erano state fornite dal capitano Lucio Monego dell’Accademia Militare di Modena; nonostante la detenzione abusiva di armi da fuoco, la polizia non sporse denunzia.

Altri «nazi-maoisti» di rilievo sono Serafino Di Luia, ex braccio destro di Delle Chiaie, Ugo Gaudenzi, poi infiltratosi nel gruppo marxista-leninista «Stella Rossa», Oreste Grani, poi infiltratosi nell’«Unione dei Comunisti», Sandro Pisano e Giancarlo Cartocci di Ordine Nuovo, sui quali torneremo più diffusamente in seguito dato il ruolo da essi sostenuto nell’ambito della strage di stato. Il Movimento Studentesco Democratico, trasformatosi successivamente in Movimento Operaio Studentesco d’Avanguardia e infine in Lotta di Popolo, pullulava inoltre di numerosi confidenti del S.I.D.: tra i più noti Stefano Serpieri (in Grecia con Mario Merlino), Franco Pisano («schedò» gli studenti di Architettura che parteciparono ad un viaggio a Cuba), Franco Gelli. Attivo militante di Ordine Nuovo fino al ’66 il Gelli (il suo numero telefonico compare nel taccuino di Merlino), nell’ottobre di quell’anno, si iscrive al PSI-PSDI unificati distinguendosi nella campagna precongressuale della F.G.S.I. come attivo sostenitore della linea saragattiana. Ciò non gli impedisce di distinguersi, nella fase calda delle lotte studentesche, come propugnatore di arditi progetti, rimasti peraltro allo stato embrionale dato lo scarso seguito incontrato, riguardanti furti d’armi ed assalti a caserme. Attualmente egli risulta iscritto al PSU e impiegato in un ente parastatale con un lauto stipendio.

(4 – continua )

A rivista anarchica n9 Gennaio 1972 Ambrosini, Stuani, Restivo, Longo a cura della Crocenera Anarchica

18 ottobre 2011

– Buona sera, le portiamo i saluti di Achille Stuani.

– Grazie, grazie, dica all’onorevole che lo ringrazio tanto, come sta?

– Entrerà in ospedale lunedì.

-Gli faccia tanti auguri, gli dica che ho bisogno di parlargli, è sempre stato così buono, così vicino all’avvocato.

– Ecco, signora, volevamo chiederle a nome di Stuani alcune cose proprio sull’avvocato, sulla sua fine così strana…

– Sono ancora stroncata, cosa volete mai, lo dica, lo dica all’onorevole, lui lo sa, pensi che l’avvocato doveva uscire quel giorno stesso, era così felice, sapesse, stava bene, finalmente fuori, me lo aveva ripetuto proprio una mezz’ora prima di cader giù, prima che lo buttassero…

– Ma allora, anche lei…

– Non so, non so, ho tanta confusione in testa, io devo parlare all’onorevole, anzi gli dica che devo assolutamente vederlo, lui può aiutarmi a capire.

– Glielo diremo, signora. Ma lei lo ha visto quel biglietto?

– No, non ho visto niente ma di biglietti ce n’erano tanti, Vittorio ne lasciava sempre in giro, per me è anche così, perché scriveva sempre, lasciava sempre delle frasi, dei pensieri.

– I giornali hanno parlato di una frase precisa.

– No, prima il “Messaggero” poi “Il Tempo” hanno riferito diverse parole; ma dica all’onorevole che gliene devo parlare, verrò presto a Milano!

Sono questi i brani più importanti di una conversazione telefonica fatta la sera del 3 novembre con la signora Teresa, la donna che viveva con l’avvocato Vittorio Ambrosini. La telefonata si concludeva coi ringraziamenti della signora Teresa per l’interessamento e l’insistenza del suo viaggio e della necessità di incontrare l’on. Stuani.

All’indomani di questa telefonata, la signora Teresa, circa alle nove del mattino, richiama il compagno con cui aveva avuto la conversazione telefonica la sera prima. Dice di essersi consultata col suo avvocato il quale le ha consigliato di rifiutare qualsiasi contatto, di non partire, dichiara anche “non ho niente da dire, Vittorio si è suicidato e, in ogni caso, ormai è morto. Che importanza può ormai avere per me sapere come è morto? Lasciatemi in pace. Io non so niente di politica“. Mentre si svolge la telefonata, la signora si interrompe spesso e si capisce chiaramente che parla su suggerimento, anche se non si può stabilire se la voce che “suggerisce” è maschile o femminile. La signora parla anche di un “bellissimo testamento” lasciato dall’avvocato, che lei renderà noto. Alle insistenze dei compagni per sapere qualcosa sui biglietti, la signora risponde “I biglietti li ha tutti il procuratore della repubblica, mi ha detto che in uno c’è scritto “affido la mia anima a Dio” non so altro. Penso che lui non si rassegnasse più ad essere un comprimario della scena politica e che non potendo più recitare il ruolo del protagonista, abbia voluto morire. Ma io non so niente, di politica non ne ho mai voluto sapere, lo sa Stuani. No, non verrò a Milano e non mandate nessuno da me, assolutamente“. Durante la conversazione della sera precedente la signora Teresa si era lasciata sfuggire un nome “il ragazzo che stava sempre con Vittorio, Santo, è mio parente, sì, è sempre qui, anche adesso, è qui con me“. Santo Capone è il fascista di Ordine Nuovo che doveva controllare Ambrosini, ora controlla, notte e giorno, la signora Teresa. Evidentemente è stato lui, non l’avvocato della signora, a consigliarle di non parlare con “estranei”. L’avvocato della signora, successivamente interpellato, ha infatti negato di aver “consigliato” la signora, è un amico di Ambrosini, è di sinistra.

Vittorio Ambrosini, fratello dell’ex presidente della Corte Costituzionale, Gaspare, cade dal settimo piano della clinica Gemelli in Roma mercoledì 20 ottobre. Era ricoverato al nono piano dove la signora Teresa lo aveva lasciato, tranquillo, sereno, più sollevato del solito e felice di essere dimesso di lì a poco, verso le ore 13. Ambrosini volerà dalla finestra subito dopo l’uscita della signora Teresa (la polizia fisserà l’orario di caduta alle 15,30). La notizia della sua morte viene comunicato ufficialmente tre giorni dopo. Ci sono anche versioni contrastanti sul biglietto (o biglietti) lasciati da Ambrosini, che dovrebbe confermare la tesi del suicidio. La signora Teresa e Stuani confermano l’abitudine di Ambrosini di scrivere biglietti su tutti gli argomenti e di lasciarli in giro un po’ dappertutto: ci vuol poco a scegliere quello giusto… Ma vediamo ora come entra Ambrosini nella vicenda della strage del 12 dicembre 1969. Il 10 dicembre 1969 Ambrosini partecipa ad una riunione nella sede di via degli Scipioni a Roma di Ordine Nuovo. Alla riunione partecipano 18 dissidenti del M.S.I. (i partecipanti al viaggio premio in Grecia, un anno prima), il deputato missino Caradonna e Pio D’Auria (1). Sarebbe interessante sentire dalla viva voce di Ambrosini come Caradonna consegnò a D’Auria tre pacchi di biglietti da 10.000 più un assegno mentre gli confermava che doveva andare a “Milano a buttare tutto per aria”, D’Auria prese il treno per Milano delle 23,40. Il 13 dicembre, il giorno dopo la strage, Ambrosini ricollega i fatti alla riunione del 10 e scrive subito a Restivo (con cui aveva intimi rapporti fin dall’infanzia, era stato infatti padrino di cresima dell’attuale Ministro degli Interni). Il giorno successivo Ambrosini inizia la sua peregrinazione da un ospedale all’altro. In clinica Ambrosini prega il suo vecchio amico Stuani di recapitare, per conto suo, tre lettere. Lo stesso giorno, Stuani, consegna la prima al segretario di Restivo (alle 11,30) la seconda a Caradonna (alle 14,30) e la terza all’Ufficio Controllo del PCI in via delle Botteghe Oscure (alle 17,30). Le tre lettere fanno un chiaro riferimento agli attentati del 12 dicembre. Nella lettera indirizzata a Restivo citiamo i fatti salienti. “… il tuo segretario particolare mi ha consigliato di farti avere un promemoria riservato, in base al quale si possono mettere in chiaro due punti che io ho trattato in lettera mia del 13 dicembre e in altra di oggi. Per quanto i due affari siano collegati (incontri e scontri fra “piazza nera” e “piazza rossa” e i fatti del 12 dicembre), più importante è il secondo argomento, relativo agli elementi dai quali sono scaturiti i fatti del 12 dicembre: ho avuto occasione di stare, già molto prima della primavera di quest’anno a contatto con gli elementi dai quali è nato il circolo XXII Marzo (2): in un mio tentativo di distoglierli da una tattica dalla quale potevano scaturire (come scaturirono) i fatti del 12 dicembre, ebbi un incontro con il dottor Provenza della questura di Roma. Sempre per guadagnarli alla tattica legalitaria, ho avuto da tempo rapporti con i dirigenti di Ordine Nuovo e modo di seguire il convegno che esso ha tenuto l’estate scorsa”.

Dunque nientedimeno che il PCI ed il Ministro degli Interni sono a conoscenza delle dichiarazioni di Ambrosini, oltre a Stuani, fin dal 15 gennaio eppure né Longo né Restivo ritengono doveroso riferire i fatti ai magistrati inquirenti o renderlo noto all’opinione pubblica (quella era proprio l’epoca, si badi bene, in cui si stava scatenando in tutta la sua falsità e bassezza la campagna denigratoria contro Valpreda e gli anarchici).

La vicenda di Ambrosini viene alla luce nel giugno del ’70 ad opera degli autori della “Strage di Stato”. Solo dopo la pubblicazione della “Strage di Stato”, in luglio, Cudillo si decide a sentire Ambrosini il quale, nel frattempo, aveva ricevuto “pressioni” da famigliari ed amici, smentisce in parte alcune circostanze ma riconosce l’autenticità delle lettere. Inoltre i familiari e gli “amici” di Ambrosini tentarono più volte, per “salvarlo”, di farlo ricoverare in manicomio, in modo che venisse liquidato come matto e non per “suicidio”, come è accaduto per Udo Lemke, il teste “matto” che aveva riconosciuto alcuni fascisti vicino all’Altare della Patria il 12 dicembre, gli stessi che giorni prima gli avevano proposto di “mettere bombe”.

Achille Stuani, ex-partigiano, medaglia d’oro, 74 anni, militante da giovane nel PCI, perseguitato e messo al confino durante il fascismo, ex deputato PCI è ora consigliere PSIUP nel comune di Caravaggio. In una intervista per un servizio che doveva essere pubblicato su Giorni – Vie Nuove qualche numero fa e che inspiegabilmente non è “passato”, Stuani così parla della morte di Ambrosini: “Un suicidio inspiegabile, doveva uscire il giorno dopo, me lo aveva detto felice, trasmettendomi i suoi saluti, la compagna, signora Teresa, proprio la domenica precedente, durante una telefonata, come facevo da sempre tutte le settimane”. A proposito del biglietto lasciato da Ambrosini ha “molti, moltissimi dubbi” ed è comunque in grado, se lo vedesse, di garantire dell’autenticità. Stuani era in contatto con Ambrosini anche prima delle bombe. Nell’estate del ’69 Ambrosini aveva insistito affinché Stuani si recasse a Roma, non si conoscono i motivi di questa insistenza. Dal testo di una cartolina di Ambrosini, in data 14 agosto 1969, indirizzata a Stuani, emerge che sapeva già che era in atto un disegno criminoso, la provocazione finale che i fascisti e i loro manovratori preparavano con un’escalation precisa, da molto tempo. Ambrosini, probabilmente, parlò in giro di queste sue preoccupazioni, cercò di bloccare il capo della manovra. E così fu “bruciato”, anzi “bruciatissimo” sin da allora – commenta Stuani -. Mi fece capire che voleva scoprire tutta la rete di complicità, i movimenti e le azioni decise in alto. Credeva, appunto, di riuscire a controllare tutto. È sempre stato così, anche durante il fascismo quando inseguiva il sogno velleitario di un incontro fra fascisti e socialisti”. Negli anni Trenta, si diede da fare per mettere in contatto, tramite l’allora ministro degli Interni Bocchini e il socialista Caldara (ex Sindaco di Milano) Mussolini e alcuni esponenti di varie coloriture politiche di sinistra. Il tentativo ovviamente fallì. Era un agente dell’OVRA (spionaggio fascista), ma, secondo Stuani, “lui non si era iscritto, anzi, non lo sapeva nemmeno, fu iscritto durante il confino, non si sa da chi e per quali ragioni. Addirittura non fu mai iscritto al Partito fascista. Era la pecora nera della famiglia, tant’è vero che per le sue trovate fu mandato al confino e praticamente ripudiato. “Una lettera scritta dal fratello Gaspare gli rimprovera alla vita disordinata e la cronica mancanza di quattrini, ciò che mal si concilia con il fatto dell’iscrizione all’OVRA che, è noto, pagava profumatamente i suoi “iscritti”. Ambrosini venne quindi iscritto a sua insaputa e mai pagato perché in pratica nessuno gli fece mai compiere azioni di spionaggio. Aderì alla Repubblica Sociale, ma dopo la guerra cercò di entrare nel PCI. Venne respinto perché risultava una gente dell’OVRA. Tornò quindi agli amici di destra. Stuani racconta: “Alcuni, i duri soprattutto, annusarono i vantaggi che poteva offrire l’appoggio di Ambrosini alla destra, soprattutto la copertura: era diventato un buon avvocato, patrocinava in Cassazione, fratello del presidente DC della Corte Costituzionale, e niente di meno, padrino di cresima di Restivo, amicissimo della famiglia Restivo. Ambrosini era in contatto con l’on. Giulio Caradonna ed aveva costanti rapporti anche epistolari. Ambrosini cercava di controllare Caradonna ma in realtà Caradonna aveva già da tempo fatto i suoi calcoli: Ambrosini si era scoperto spesso, negli ultimi tempi, opponendosi con energia a certi progetti”.

“Quando portai la lettera a Restivo, il 15 gennaio – continua Stuani – mi ricevette il suo segretario particolare, dr. Francisci; sembrò seccato, mi disse di fare un esposto al magistrato per conto di Ambrosini. Comunque ebbi la netta sensazione che già sapesse cosa conteneva anche questa lettera”.

Relativamente al ricovero in clinica di Ambrosini, Stuani dice: “Mentre era in coma e poi per tutto il periodo della convalescenza, c’era sempre la signora Teresa insieme ad un ragazzo, un napoletano, che prima del ricovero di Ambrosini, gli faceva da autista e lavorava nel suo studio. So che era un fascista di Ordine Nuovo”.

Prima del ricovero di Ambrosini, nello studio legale di Piazza S. Pantaleo 3, lavorava anche uno di Avanguardia Nazionale, Sandro Pisano che era addetto al compito di controllare gli studenti di sinistra e i movimenti di personalità considerate di sinistra. Pisano è amico del fascista romano Stefano Delle Chiaie, latitante, vive a Milano in via Giovannino De Grassi presso Franco Moiana (anche questo noto fascista), dove Zicari lo ha recentemente intervistato per il “Corriere della Sera“. Sandro Pisano per anni ha avuto il compito di controllare Ambrosini. Pisano e Delle Chiaie sanno come è morto Ambrosini.

Un altro episodio significativo avviene il 25 agosto 1971, all’ospedale di Treviglio-Caravaggio ove è ricoverato Stuani. Stuani allora non aveva dato eccessivo peso alla cosa, ma dopo che è stato suicidato Ambrosini, il fatto assume per lui un chiaro monito.

È il quarto giorno di degenza, alle tre del mattino. Stuani così lo racconta: “Non era mai successo che l’infermiere venisse a farmi punture alle tre di notte, senza, poi, il preavviso del medico o della suora. Invece quella notte mi sveglia un infermiere, mai visto, che mi disse sbrigativo di prepararmi per la puntura. Aveva già la siringa pronta, così al buio, in quella strana ora. Svegliato, all’improvviso, non riuscii a reagire in modo da far accorrere tutti, ma risposi energicamente e svegliai gli altri tre che erano nella stanza, rifiutando la puntura. Dopo aver insistito ancora, quel tipo se ne andò. All’indomani, volli subito che i miei venissero a prendermi. I medici e la suora non mi dissero niente, eppure non avevo terminato la degenza, non mi fecero nemmeno firmare un foglio, niente, perché?”.

Stuani è poi entrato all’ospedale di Rho ai primi di novembre per un’operazione alla cistifellea, ma ha preferito essere dimesso senza entrare in sala operatoria. Non sappiamo dargli torto!

Per concludere, due sono gli aspetti fondamentali che emergono dalla vicenda. Stuani è ora un teste estremamente “scomodo” e non ci è difficile dire che la sua vita è in pericolo. Sull’episodio dell’iniezione notturna qualcuno potrebbe obiettare che in ospedale succede anche di peggio, ma è notorio che chi abbandona un luogo di cura senza aver terminato la cura, lo fa sotto la sua responsabilità. A Stuani non solo non furono chieste spiegazioni del perché lasciasse la clinica in fretta e furia, ma nessuno si prese la briga di fargli firmare una qualsiasi dichiarazione che togliesse la responsabilità dei medici curanti. È stato solo un avvertimento?

Il secondo aspetto (più importante del primo) è quello delle lettere che Stuani, per conto di Ambrosini, ha consegnato a Restivo, Caradonna e alla commissione di controllo del PCI (con ogni probabilità a Longo) il 15 gennaio 1970. Caradonna avrà fatto di tutto per non divulgare la voce. Restivo non aveva certamente interesse a fare ricerche che smontavano la montatura poliziesca contro gli anarchici, in prima persona, e quindi contro gli sfruttati, anche perché era (ed è oggi ancor di più) coinvolto fino al collo. E Longo o, per citare il termine che avrebbe dovuto comparire su “Giorni-Vie Nuove”, “l’importante esponente di un partito della sinistra”? Da che parte s’è portato il PCI? Cos’ha barattato in cambio di Valpreda? Soprattutto perché ora tace, ora, dopo che Cudillo ha chiesto formalmente a Restivo le lettere di Ambrosini?

(1) Pio D’Auria era stato presentato da Merlino al 22 Marzo come un “ex-camerata in crisi che guarda con simpatia all’anarchia”. È uno dei tanti sosia di Valpreda.

(2) Il XXII Marzo (cifre romane) era un circolo di fascisti fondato nella primavera del 1969. L’altro il 22 Marzo (cifre arabe) era quello di Valpreda e compagni, fondato nell’ottobre ’69.