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1972 03 4 Umanità Nova – Ventura implicato sempre più nella strage

19 maggio 2015

1972 03 4 Umanità Nova - Ventura implicato sempre più nella strage

 

 

Nella udienza del processo di Bologna, conclusosi con l’assoluzione di Fini, non si è arrivati a quei risultati che si speravano anche perchè la corte ha fatto di tutto per non permettere che si approfondisse il discorso sulle responsabilità di Ventura e Di Luia per gli attentati del 12 dicembre ’69. In ogni modo è stato Serafino Di Luia a definire nella sua deposizione il Delle Chiaie «ideologo della strategia della tensione».

Il nome di Di Luia è tornato alla ribalta nella cronaca del febbraio 1970 quando la polizia lo cercava ed arrivò all’abbaino di via Tamagno 43 a Milano che era abitato anche da Nino Sottosanti e Giorgio Chiesa. Sono proprio questi i nomi che Fappani, spia del SID, indica come autori degli attentati sui treni ed è proprio una strana coincidenza ritrovarli tutti e tre nello stesso appartamento a Milano.

Di Luia con Delle Chiaie è il fondatore del movimento «lotta di popolo», ultima espressione del neofascismo italiano che si nasconde dietro una terminologia falsamente rivoluzionaria. Grottesche sono state le argomentazioni di Bizzicari, ex consigliere del MSI e difensore di Di Luia per dimostrare che «lotta di popolo» non è un movimento di destra. Interessante è stata pure la deposizione di Zicari che sostenne di aver intervistato Di Luia in Spagna, quando invece sappiamo che tale intervista si fece a Milano, ma a parte questo Serafino Di Luia dichiarò che durante l’occupazione dello ex albergo Commercio in piazza Fontana un gruppo di agrari milanesi propose a «lotta di popolo» di farlo saltare.

L’ultima udienza è stata tutta occupata dalle deposizioni di Ventura che ha parlato per ore per dimostrare che non è più un fascista ma si è visto in difficoltà quando il P.M. gli ha chiesto dove fosse il 12 dicembre ’69 e si è rifiutato di rispondere. Piero Gamacchio, l’attuale direttore delle edizioni RAI e nel ’69 amministratore della Lerici e socio di Ventura nella Litopress, ha negato di aver trascorso il pomeriggio del 12 dicembre con Ventura negli Uffici della Lerici, avendolo trascorso invece fuori Roma. Ecco allora che Ventura trova una nuova conferma al suo alibi nella persona di Nino Massari, personaggio anche questo ambiguo. Massari ha più volte garantito Ventura presso case editrici di sinistra, riuscendo a fargli affidare la distribuzione per il Veneto di riviste come IdeologieChe fare e le edizioni de Il comunista. In questo modo e grazie anche alle conferenze organizzate nella sua libreria di Treviso da Franzin con esponenti marxisti, Ventura si è creato una copertura a sinistra. Franzin e Quaranta sono gli autori di un comunicato stampa di fine dicembre che difendeva Ventura dalle accuse allora mossegli da Lorenzon, riprodotto nel libro «Gli attentati e lo scioglimento del parlamento» edito da Ventura, libro che è un abile ricalco di analisi marxiste-leniniste sul regime di repubblica presidenziale. Di Massari sappiamo che nell’autunno del ’69, mostrandosi simpatizzante anarchico, entrò in contatto con alcuni compagni di Roma, tra cui Mander, ma nel processo di Bologna ha negato tutto questo presentandosi soltanto con una copertura di vago democraticismo.

Il comportamento di Massari può essere dettato da motivi opportunistici che ci sfuggono ma che indubbiamente non giovano a smascherare le complicate trame che legano Ventura ai vari attentati succedutisi in Italia nel 1969 e culminati con la strage di Milano, tutti ideati ed attuati in base ad un preciso piano terroristico.

Ventura era a Roma il 12 dicembre ’69 ed a più riprese ha rifiutato di fornire un alibi convincente e, quando lo ha fatto, è stato smentito. Massari asserisce di averlo incontrato non prima delle ore 17,15; avrebbe avuto, quindi, tutto il tempo per partecipare in qualche modo, sia pure come elemento direttivo, agli attentati. Di ciò se ne ebbe clamorosa conferma quando – appena due giorni dopo e quando ancora i particolari dell’esplosione non erano stati resi pubblici – il Ventura spiegò a Lorenzon: «E’ stato molto difficile collocare la bomba alla banca del Lavoro, il muro era liscio e si è dovuto sistemarla su dei tubi in alto».

Ma su Ventura gravano ben più precisi e seri indizi tutti convergenti nel collocare questo astuto e prezioso elemento del nazifascismo nostrano a quella centrale terroristica alla quale, prima o poi, dovranno essere attribuite le responsabilità degli attentati.

Certamente il gruppo di Ventura non era che una delle cellule in cui, per sua stessa ammissione, si articolava l’organizzazione terroristica, ma indagando con un minimo di impegno è possibile risalire a certe canaglie come Valerio Borghese ed i colonnelli greci, nonché ad elementi come Pozzan, a sua volta legato al misterioso affare Juliano, uno degli scandali più clamorosi di questi tempi legati agli attentati fascisti.

Nel processo per la strage di Stato in corso a Roma, si riesca o meno ad ottenere l’acquisizione degli atti riguardanti il procedimento in corso contro Ventura, questo personaggio occuperà diverse udienze e dovrà emergere tutta intera la responsabilità degli inquirenti nell’aver trascurato una pista che avrebbe sicuramente portato l’inchiesta su un altro binario.

Per il momento dobbiamo registrare l’ultimo vergognoso tentativo di accreditare autorevolmente «l’estraneità di Ventura da movimenti fascisti» da parte dei suoi avvocati di sinistra (Capraro del PSI e Ghidoni del PRI) che hanno fatto pervenire un lungo telegramma a tutti gli avvocati del processo per la strage con il quale suggeriscono di chiedere il rinvio del processo a dopo la chiusura dell’istruttoria a carico del loro cliente e ciò per consentire l’acquisizione di tutti gli atti relativi al caso Ventura.

Una manovra assurda e provocatoria resa possibile dalle incredibili omissioni dell’inchiesta sulla strage. Anche di questo dovrà rispondere il giudice Occorsio.

 

Lotta Continua 24 novembre 1970 Rapporto sullo squadrismo – quarta puntata. chi sono, chi li comanda, chi li paga

2 ottobre 2012

Abbiamo accennato, nell’introduzione alla precedente puntata del rapporto, agli scopi che esso si prefigge. La recrudescenza dell’attivismo squadristico e degli attentati provocatori degli ultimi giorni confermano l’utilità di un lavoro che, oltre ad inquadrare questi episodi nel contesto della strategia padronale e ad indagarne i meccanismi più o meno nascosti, metta in grado i compagni d’identificare con nome, cognome e indirizzo, gli sgherri fascisti, i loro mandanti ed i loro protettori nell’apparato statale.

E’ però indispensabile, per dare sempre maggiore attualità e precisione all’inchiesta popolare, che i militanti e i proletari che agiscono nelle varie situazioni di lotta comunichino al giornale tutte le informationi in loro possesso sull’argomento. Le prossime due puntate saranno dedicate al terrorismo fascista ed allo squadrismo davanti alle fabbriche.

E’ soltanto di pochi mesi fa la notizia, taciuta dall’Unità e minimizzata dalla stampa borghese, della presenza, fra i membri della Direzione Nazionale del PCI, di due agenti della C.I.A., tali Stendardi e Ottaviano, i quali ricoprivano il delicato incarico di responsabili dei rapporti con i partiti comunisti «fratelli». Sembra che nell’ambito del Comitato Centrale la scoperta, opera dei servizi segreti sovietici (K.B.G.), abbia dato luogo ad una vivace discussione tra stalinisti e conciliari: i primi, capeggiati da Pietro Secchia, avrebbero proposto di spedirli nell’URSS per un viaggio-premio di sola andata, i secondi, Alessandro Natta in testa, di limitarsi ad un’espulsione incruenta e discreta; questa tesi ha, ovviamente, prevalso.

Ci sembra opportuno far riferimento all’episodio in un momento, come quello attuale, in cui i revisionisti – sempre più compromessi agli occhi della classe operaia e quindi sempre meno disposti al confronto politico con l’avanguardia rivoluzionaria – imbastiscono una grossolana speculazione sui tentativi di infiltrazione all’interno della sinistra extra-parlamentare, spacciando per convergenze ideologiche fra «opposti estremismi» il chiaro intento di provocazione e delazione che, in coincidenza con l’esplosione delle lotte di massa studentesche, ha spinto i fascisti ad un’operazione di mimetismo che utilizzasse, anziché le tute da paracadutista, i pensieri di Mao e le citazioni di Marcuse. La presenza di agenti della C.I.A. nella Direzione Nazionale del PCI non significa che esistano convergenze tra Nixon e Berlinguer tanto più che, com’è noto, il secondo, a differenza del presidente americano, è un accanito sostenitore della coesistenza pacifica.

Nella puntata precedente abbiamo esaminato alcuni esempi d’infiltrazione «singola»; ad eccezione di Mario Merlino i fascisti hanno ottenuto in questo settore risultati decisamente mediocri, dal punto di vista della carriera politica senz’altro inferiori a quelli raggiunti da Stendardi e Ottaviano. Il fenomeno della strategia della tensione, presenta caratteristiche più interessanti; se non altro perché rivela con maggiore evidenza quale uso tattico i padroni abbiano tentato di fare dei fascisti nel quadro del disegno politico culminato con la strage di stato.

Più o meno in coincidenza col viaggio in Grecia del marzo ’68 esce una rivista (5.000 copie di tiratura, veste tipografica lussuosa) che dovrebbe fornire una giustificazione culturale e ideologica all’infiltrazione; ha per titolo CREATIVITÀ, una copertina rosso-nera, e, sul frontespizio interno, un brano tratto dalla «Carta della Sorbona»: «Nessuno si meravigli del caos delle idee, nessuno ne sorrida, nessuno ne tragga motivo di burla o di gioia. Questo caos è lo stato di emergenza delle idee nuove» . E, nella fattispecie, del riemergere di vecchi rottami. Direttore responsabile ne è infatti Romolo Giuliana, ex repubblichino di Salò, funzionario del Ministero Turismo e Spettacolo, dirigente nazionale della F.N.C.R.S.I. (Federazione Nazionale Combattenti e Reduci della Repubblica Sociale Italiana), intimo di quei Ripanti e Fantauzzi che, nel 1964, addestrarono per conto del S.I.F.A.R. le bande fasciste in Sila. Tra i suoi finanziatori c’è il generale dei bersaglieri Oswaldo Roncolini, collaboratore «militare» di Almirante, azionista della Pepsi-Cola e fra i promotori di un «Movimento per la Difesa della Civiltà Cristiana» molto attivo fra gli alti gradi dell’esercito. Dal terzo numero in poi la direzione passa ad un altro neofita della contestazione: Giacomo De Sario, ex segretario negli anni ’50 della Federazione Giovanile Socialista, dalla quale si dimise per fondare l’organizzazione fascista C.N.R. (Costituente Nazionale Rivoluzionaria), restando però in cordiali rapporti con alcuni ex «compagni» attualmente militanti nelle file del P.S.U.

I veri animatori della rivista sono però i fratelli Attilio e Cataldo Strippoli, figli del presidente del Banco di S. Spirito, ex federali romani della Avanguardia Nazionale e dirigenti nazionali del M.S.I., arrestati nel ’65 per detenzione di esplosivi ed armi da guerra e rilasciati dopo un paio di mesi. Nell’estate del ’68 il secondo si è trasferito a Rimini dove, in località Viserbella, ha aperto un albergo – i Vichinghi – meta di frequenti pellegrinaggi fascisti; il primo ha dato vita al «Gruppo Primavera», sedicente anarchico, costituito mettendo assieme una decina di studenti missini, che ha una vita brevissima: dopo aver tentato inutilmente di stabilire contatti con i trotzkisti di Iniziativa Operaia si scioglie e i suoi aderenti tornano a militare nella Giovane Italia.

Anche Stefano Delle Chiaie viene assalito, nello stesso periodo, da pruriti libertari. Riunisce nella sede del Kingatus, un gruppo goliardico dedito alla «caccia alla matricola», una dozzina di attivisti di Avanguardia Nazionale scelti tra i più giovani e meno noti e fonda il «Gruppo anarchico romano XXII marzo» che, in un volantino diffuso nelle scuole e nell’Università, afferma di rifarsi «alle teorie di Conh-Bendit ed alla prassi degli arrabbiati di Nanterre». Ne fanno parte:

Pennisi Aldo – via del Quadraro 27

Paulon Luciano – viale Spartaco 18

Maulonrico Pietro (detto Gregorio) . viale T. Labieno 85

Rossignoli Claudio – Piazza dei Consoli 62

Guarino Elio . via del Quadraro 27

Granoni Renato – via del Quadraro 58

Nota Giovanni – viale Cartagine 90

Sestili Alfredo via Tuscolana 1022

De Amicis Antonio (detto Augusto) Quadraro 29

Aragona Lucio – via del Quadraro 9

La leadership del gruppo viene affidata dal Delle Chiaie ed uno dei suoi fedelissimi: il neo-barbuto Mario Merlino. L’esordio in piazza avviene qualche giorno dopo, nel corso di una manifestazione di protesta indetta dal movimento studentesco romano davanti all’ambasciata francese. A dare una mano a Merlino che sventola una grande bandiera nera con la scritta XXII Marzo, e agli altri dieci avanguardisti nazionali intervengono noti esponenti fascisti come Serafino Di Luia, Loris Facchinetti e tale Buffa, detto «lupo di Monteverde», legionario ed istruttore di «Europa Civiltà» l’organizzazione paramilitare fascista che conta fra i suoi finanziatori l’editore Edilio Rusconi recentemente nominato cavaliere da Saragat per aver svolto compiti di «grande elettore» per conto del PSU, ed un tale dott. Sciubba presidente del MACEM (Movimento Autonomo Ceto Medio) ed esponente della Massoneria di Palazzo Giustiniani. Quel giorno, mentre gli studenti si disperdono sotto le violente cariche della polizia, il XXII Marzo celebra il battesimo del fuoco incendiando con bottiglie molotov due auto parcheggiate a diverse centinaia di metri dal teatro degli scontri. Il quotidiane «Il Tempo», che conta tra i suoi redattori alcuni fra i maggiori teorici dell’infiltrazione fascista, quali Pino Rauti e Gino Ragno, protesterà indignato contro «la cieca violenza con cui i maoisti hanno infierito sulle auto di ignari e incolpevoli cittadini».

Dopo il felice esordio, il gruppo va alla ricerca di un crisma d’ufficialità politica; particolarmente interessante, in questo senso, è quanto dichiarato a verbale il 25 luglio 1970, davanti al giudice Cudillo, da uno dei suoi fondatori:

«Quando, ai primi di settembre del ’68, partii per incarico di Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino per il congresso anarchico di Massa Carrara, ci venne consegnata la somma di lire 20.000 a testa per le spese da Guido Paglia (N.d.r. – corrispondente del quotidiano « Il Roma» di Napoli, figlio di un generale di corpo d’armata). Ci siamo recati a Carrara io, Maulonrico, Paulon Luciano, De Amicis Augusto e Pennisi Aldo. Il nostro compito, secondo quanto impartito dal Delle Chiaie e dal Merlino, era quello di raccogliere informazioni sugli argomenti e i discorsi del congresso e di prendere contatti con i partecipanti; ci saremmo dovuti infatti spacciare come anarchici aderenti al gruppo XXII Marzo di Roma. A Carrara non ci è stato possibile entrare nella sala della conferenza perché era necessario un biglietto d’invito rilasciato dalla Federazione Anarchica di Roma. Il Maulonrico tentò allora di avvicinare un anarchico di una certa età, romano, che apparentemente sembrava persona influente. Questi si era quasi convinto di farlo entrare quando notò che portava al collo una catenina con la croce e allora s’insospettì che si trattasse veramente di un anarchico e gli diede una spinta per allontanarlo, così forte che il Maulonrico cadde a terra (…)».

Vista la scortesia dell’anarchico in questione (N.d.r. un ex partigiano che durante la Resistenza aveva come incarico particolare quello di «fiutare» le spie dell’O.V.R.A.), il progettato inserimento del XXII Marzo nella grande famiglia libertaria subisce una seria battuta d’arresto. Il Delle Chiaie mette temporaneamente in libertà i suoi giovani adepti in attesa di momenti migliori: il gruppo, apparso come una meteora nel sottobosco politico della capitale, lascia come scia alcune gigantesche firme a calce le quali, stranamente, sopravviveranno alle varie «ripuliture» eseguite a cura dell’ufficio politico della questura e campeggeranno sui muri esterni dell’Università fino ai primi mesi del ’70.

Mario Merlino inizia, da un gruppo di sinistra all’altro, le peregrinazioni che si concluderanno il 12 dicembre 1969 con la sua, forse definitiva, infiltrazione nel comitato di base del carcere di Regina Coeli; altri ne seguono l’esempio. Sempre nel già citato verbale si legge infatti: « (…) Debbo precisare che nel periodo in cui ho frequentato il gruppo Marxista-Leninista di Piazza Vittorio 55 sono riuscito ad avere le chiavi della sede per poche ore. Infatti il Delle Chiaie tempo prima mi aveva incaricato di cercare di farmi consegnare le chiavi di cui avrebbe fatto un duplicato. Le chiavi mi erano state consegnate verso le ore 13 e le avrei dovute riconsegnare alle 15. Telefonai al Delle Chiaie che mi fissò un appuntamento al portone della casa della madre e mi fece accompagnare dal Palotto Roberto (N.d.r. – dipendente del Ministero delle Poste, arrestato e condannato per gli attentati sifaritici del ’64, autore materiale degli attentati agli automezzi della caserma di P.S. di via Guido Reni a Roma, nell’inverno del ’68; ne fu attribuita dalla stampa la responsabilità agli anarchii e l’ufficio politico della questura di Roma inoltrò un rapporto alla magistratura definendoli «opera di ignoti») presso una coltelleria nella stessa via ave si trova il cinema Brancaccio … (.. )» .

La stessa sorte subì l’altro «gruppo anarchico XII marzo», quello fondato a Reggio Calabria, subito dopo il ritorno dal viaggio in Grecia, da Aldo Pardo e Giuseppe Schirinzi, i due fascisti di Ordine Nuovo che il 9 dicembre 1969, giorno precedente a quello in cui Junio Valerio Borghese doveva tenere un comizio in città, fecero un falso attentato anarchico alla locale questura ferendo gravemente il piantone di servizio. I due furono arrestati otto giorni dopo e incriminati per concorso in strage. (Nel luglio scorso uno dei difensori degli anarchici imputati per la strage di Milano ha chiesto formalmente al giudice istruttore Cudillo di appurare cosa avesse fatto lo Schirinzi tra il 9 e il 17 dicembre 1969 e, dato che fu arrestato a Roma, a quale indirizzo fosse stato rintracciato dai carabinieri. La richiesta è ovviamente caduta nel nulla) .

Resiste invece, per alcuni mesi, il sedicente Movimento Studentesco Democratico che ha nella facoltà di Legge di Roma il punto di forza; i suoi slogans tipici sono «Hitler e Mao uniti nella lotta» e «Viva la dittatura fascista del proletariato». Costituitosi nell’estate del ’68, vi confluiscono i superstiti dei vari gruppi squadristici che agivano nell’Università prima della grave sconfitta militare subita dai lanzichenecchi di Almirante e Caradonna durante la fallimentare «spedizione punitiva» tentata nel febbraio precedente.

Ci sono i fascisti della ex «Primula Goliardica», capeggiati da Enzo Maria Dantini, in passato attivo organizzatore di campi d’addestramento paramilitare in Sardegna; alle sue spalle si muovono con discrezione personaggi come Vitangeli, membro di Nuova Repubblica e direttore del quotidiano finanziario «Il Fiorino», Simeoni, animatore dell’agenzia giornalistica di estrema destra «O.P.» e amico di Nino Sottostanti, il fascista infiltrato tra gli anarchici milanesi, Antonio De Martini. Quest’ultimo è un ufficiale della N.A.T.O., ricchissimo, legato a Randolfo Pacciardi; risiede a Roma per lunghi periodi, alloggiando all’Hotel Marconi di via Giovanni Amendola. Durante le indagini sugli attentati fascisti ai distributori di benzina, nell’inverno del ’68, il magistrato ordinò una perquisizione nella sua stanza: vi furono rinvenute pistole da guerra e munizioni che, a suo dire, gli erano state fornite dal capitano Lucio Monego dell’Accademia Militare di Modena; nonostante la detenzione abusiva di armi da fuoco, la polizia non sporse denunzia.

Altri «nazi-maoisti» di rilievo sono Serafino Di Luia, ex braccio destro di Delle Chiaie, Ugo Gaudenzi, poi infiltratosi nel gruppo marxista-leninista «Stella Rossa», Oreste Grani, poi infiltratosi nell’«Unione dei Comunisti», Sandro Pisano e Giancarlo Cartocci di Ordine Nuovo, sui quali torneremo più diffusamente in seguito dato il ruolo da essi sostenuto nell’ambito della strage di stato. Il Movimento Studentesco Democratico, trasformatosi successivamente in Movimento Operaio Studentesco d’Avanguardia e infine in Lotta di Popolo, pullulava inoltre di numerosi confidenti del S.I.D.: tra i più noti Stefano Serpieri (in Grecia con Mario Merlino), Franco Pisano («schedò» gli studenti di Architettura che parteciparono ad un viaggio a Cuba), Franco Gelli. Attivo militante di Ordine Nuovo fino al ’66 il Gelli (il suo numero telefonico compare nel taccuino di Merlino), nell’ottobre di quell’anno, si iscrive al PSI-PSDI unificati distinguendosi nella campagna precongressuale della F.G.S.I. come attivo sostenitore della linea saragattiana. Ciò non gli impedisce di distinguersi, nella fase calda delle lotte studentesche, come propugnatore di arditi progetti, rimasti peraltro allo stato embrionale dato lo scarso seguito incontrato, riguardanti furti d’armi ed assalti a caserme. Attualmente egli risulta iscritto al PSU e impiegato in un ente parastatale con un lauto stipendio.

(4 – continua )