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9 gennaio 1970 AARR – inviata Enrico ROVELLI (Anna Bolena) in Francia e Belgio per trovare Ivo Della Savia

8 agosto 2013

9 gennaio 1970 AARR –  La Questura di Milano invia Enrico ROVELLI (Anna Bolena) in Francia e Belgio per rintracciare Ivo Della Savia. Secondo la velina avrebbe anche raccolto informazioni…sull’esplosivo (sic!)

 

9 gennaio 1970 AARR -  Enrico ROVELLI (Anna Bolena) COMP

(NOTA: le foto sono usate solamente a fine di illustrazione. Per accedere al testo integrale del documento – in formato PDF – bisogna CLICCARE al testo – LINK – sotto la foto.) 

9 gennaio 1970 AARR – invia Enrico ROVELLI (Anna Bolena) in Francia e Belgio per trovare Ivo Della Savia

Cucchiarelli su antifascismo anarchici e ….gerarchia militare di Enrico Di Cola

8 aprile 2013

Le tesi contenute nel libro Il segreto di piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, come abbiamo avuto modo di dire e dimostrare più volte in passato, sono basate essenzialmente su confidenze di terroristi e assassini fascisti (vedi il caso di Vinciguerra o del fantomatico mister X), di squallidi personaggi dei servizi segreti (quelli delle stragi e dei depistaggi oltre che pidduisti) come l’esimio Russomanno dell’Ufficio Affari Riservati, e sulle tesi esposte dai vari fascisti (travestiti da ex, post, e così via ingannando) che all’interno delle varie Commissioni stragi hanno cercato in tutti i modi di mescolare le carte per impedire l’accertamento della verità che portava a casa loro.

Dopo aver letto più volte il libro di Cucchiarelli (forse per una forma di masochismo senile) mi sono arrovellato il cervello per capire se l’autore si sia solamente fatto abbindolare dai sui nuovi amici in camicia nera o se invece si sia – più semplicemente – convertito a tale mentalità. Il suo lavoro di “ricostruzione storica” mi sembra troppo ricco di falsi, di manipolazioni, di “luoghi comuni” di destra, perchè si possa attribuire tutto ciò al solo  dilettantismo dell’autore.

Il primo errore e disinformazione è quello di sostenere che il Sessantotto avesse infranto le barriere ideologiche che resistevano dal dopoguerra, che si fossero aperti degli spazi per combattere assieme tra rossi e neri e che, addirittura, l’unità delle forze antisistema potesse venire prima della pregiudiziale antifascista. Noi anarchici ritenevamo, allora come oggi, che l’antifascismo sia una pregiudiziale insormontabile e che i fascisti non debbano trovare spazi in cui insinuarsi. Il fascismo è l’antitesi della libertà e come tale anche l’antitesi dell’anarchia e quindi nostro nemico giurato. Sia a livello politico-culturale che come spazio fisico, per intenderci.

Solamente i fascisti, (dopo che nel ‘68 li respingemmo nelle loro fogne) oggi che si fanno forza di essere arrivati nuovamente al potere per vie legali, continuano a sforzarsi per accreditare una loro presunta – se vi è stata è stata brevissima, super minoritaria rispetto al movimento, e sempre mascherata sotto altre vesti – partecipazione nel movimento del ’68.

All’epoca, quando in un corteo scorgevamo facce di fascisti noti, li allontanavamo immediatamente e spesso e volentieri lo facevamo con la forza. Noi anarchici eravamo, siamo e resteremo sempre orgogliosamente antifascisti.

Il secondo errore e disinformazione è consequenziale al primo. Fatto passare come vero il primo assunto, Cucchiarelli può sferrare il secondo attacco contro di noi tentando di far credere che il nostro circolo fosse una sorta di ibrido non solo teorico (“neoanarchici”… ma de che, e a chi?!)  ma anche a livello pratico di attività, e che il numero dei fascisti infiltrati o addirittura palesi al nostro interno fosse alto (praticamente metà e metà!). Abbiamo già smentito tali becere insinuazioni e mostrato come siano frutto della fantasia malata di Cucchiarelli (e dei suoi suggeritori)  e che sarebbe bastato leggere gli atti giudiziari – cosa che lui sostiene di aver fatto – per non incorrere in simili castronerie. Ma questo dimostra proprio come non vi sia buonafede nel suo mescolare nel torbido.

Il terzo errore è in parte alimentato dal primo e dal secondo e in parte dovuto alla più crassa ignoranza dello scrittore su cosa sia l’anarchia e gli anarchici. Tutto l’assunto che ci vedrebbe responsabili delle bombe di Roma e Milano, poggia su un modus operandi che è totalmente estraneo agli anarchici.

Secondo Cucchiarelli, Valpreda e noi a Roma come dei bravi soldatini (sembra di leggere lo scritto di un questurino o di un fascista)  saremmo andati a ritirare delle bombe fatte da persone a noi sconosciute e – senza farci domande o discutere sul come e perché – le avremmo  piazzate dove ci veniva ordinato. Valpreda addirittura avrebbe eseguito l’ordine più idiota di quelli possibili:  prendere un taxi… per farsi riconoscere!

Ma il questurino o il fascista suggeritore di tale assurde tesi davvero non lo sa che gli anarchici non sono usi ubbidire, che non hanno gerarchie al loro interno, che si fidano solo di loro stessi, e che non prendono le caramelle, pardon le bombe, dagli sconosciuti??

Cucchiarelli riesce addirittura a superare i suoi maestri complottardi che volevano gli anarchici colpevoli ad ogni costo: i vari Calabresi, Improta, Cudillo e Occorsio…!

Il mistero inesistente del numero 7 stampigliato sulla borsa contenente la bomba inesplosa alla Banca Commerciale

4 aprile 2012

Uno dei “punti di forza” dei vaneggiamenti di Cucchiarelli sulla teorizzazione del numero delle bombe – che lui vede doppie – del 12 dicembre sarebbe la presenza di un 7 stampigliato sulla borsa contenente la bomba inesplosa alla Banca Commerciale che il nostro “storico” ritiene si trattasse di un modo degli attentatori di numerare le loro bombe (si sa, gli anarchici oltre che stupidi non sanno contare e per evitare errori devono numerare le loro bombe).

Questa affascinante teoria viene però smentita e smantellata in modo netto da un appunto degli Affari Riservati, scaturita dal colloquio avuto con il sig. Weckmann della ditta tedesca che fabbricava le borse, e inviata per informazione al dott. Russomanno (una delle fonti del visionario Cucchiarelli)  in data 15 gennaio 1970. In questo documento, che si trova agli atti, al punto 6 si legge : “Il numero 7 stampigliato sulla fodera all’interno delle borse corrisponde al gruppo di operai che hanno finito e controllato la borsa stessa, ed ha la funzione di far identificare costoro in caso di reclami per qualsiasi imperfezione”

Capiamo che leggere quasi 800mila pagine di atti processuali sia una grossa fatica, ma per uno “studioso” come Cucchiarelli che ha impiegato 10 anni per scrivere il suo ignobile libro sarebbe dovuto essere un gioco da ragazzi trovare questo documento….a meno che non lo abbia  voluto ignorare appositamente per costruire la sua teoria antianarchica

(clicca il link qui sotto per andare al documento originale)

15 gennaio 1970 Appunto Affari Riservati su numero 7 nella borsa alla Banca Commerciale

Umanità Nova n42 dicembre 2010 Roma. La Garbatella non vuole Cucchiarelli di Anarchiche e anarchici della Garbatella

21 novembre 2011

Paolo Cucchiarelli è un pennivendolo che, in cerca di notorietà, ha pensato di riproporre un tema caro ai servizi segreti italiani: che siano stati gli anarchici a mettere le bombe a Piazza Fontana.

Oltre ad essere stragisti, gli anarchici sarebbero anche coglioni, visto che, pur volendo fare solo un attentato dimostrativo, si sarebbero fatti utilizzare dai fascisti che hanno fatto un attentato vero.

Gli elementi che Cucchiarelli ha, per fare queste gravissime accuse, sono la testimonianza di Silvano Russomanno, ex vicecapo dell’Ufficio Affari Riservati del Servizio Segreto, sostenitore fin dall’inizio della “pista anarchica” per la strage di stato e la testimonianza di un ex fascista, da lui chiamato “Mister X”, ignoto al resto del mondo, che gli avrebbe confessato la cosa.

Trattandosi di testimonianze di un ben noto depistatore e di un anonimo, non supportati da alcuna prova, smentiti da tutti gli elementi venuti fuori in 40 anni di indagini (nessuno ha mai parlato della possibilità di una doppia bomba), contrari ad ogni logica, anche depistatoria, ne viene fuori una vicenda che è fantastorica.

Il problema è che queste fantasticherie calunniano, ancora una volta, i nostri compagni, vittime di Piazza Fontana, al pari dei morti e dei feriti nell’attentato. Si seguita a insultare Pino Pinelli, che sarebbe stato al corrente degli attentati (e questo non lo pensava neanche Calabresi, che l’ha ammazzato), si insulta Pietro Valpreda, che deve essere colpevole per forza, e si calunniano tutti gli anarchici che si sono fatti anni di galera con una falsa accusa per una strage fatta dai fascisti con la complicità dei servizi segreti (cioè proprio quelle persone che Cucchiarelli chiama a testimoniare contro gli anarchici).

Cucchiarelli non svela nessun “segreto” è la riproposizione della teoria degli “opposti estremismi” modificata per l’attualità: hanno fatto bene ad arrestare gli anarchici (tanto erano colpevoli), Pinelli è morto per colpa sua (tanto era connivente con gli stragisti), lo stato non ha nessuna colpa (anzi i servizi hanno subito indicato subito la pista giusta).

Cucchiarelli è stato denunciato per calunnia dai compagni citati nel suo libro. Aldilà di quanto potrà decidere la giustizia borghese (noi ai tribunali non ci crediamo), non abbiamo comunque intenzione di continuare a farci calunniare da questo propagandista fascista!!!

Abbiamo saputo di una presentazione del libro scritto da questo pennivendolo nel nostro quartiere. Non è casuale l’incontro tra un pennivendolo alla ricerca di notorietà come propalatore di calunnie comode allo stato e ai servizi segreti con un fascista che rivendica una strage e un dirigente dei servizi che rivendica un depistaggio. Questa gentaglia nei nostri quartieri non ha spazio. Invitiamo tutti i compagni a mobilitarsi contro la presentazione del libro di Cucchiarelli venerdì 10 dicembre

Anarchiche e anarchici della Garbatella

Umanità Nova n22 6 luglio 1997 Strage di Stato e dintorni: Quando Anna Bolena cantava in questura di Luciano Lanza

2 ottobre 2011

Così Enrico Rovelli è diventato confidente del commissario Luigi Calabresi. E di Federico Umberto D’Amato. Il capo dell’ufficio affari riservati del Viminale

Nome in codice: Anna Bolena. Dietro questo schermo si nasconde una delle storie più intricate dell’intricata vicenda legata alla strage di piazza Fontana. Ecco i fatti.

Sono scoppiate da pochi mesi del bombe del 25 aprile 1969 a Milano (ufficio cambi della stazione Centrale e padiglione Fiat alla Fiera campionaria), quando vengono arrestati a Riccione due anarchici milanesi: Tito Pulsinelli ed Enrico Rovelli. È il 22 agosto. Per Pulsinelli inizia un lungo periodo di detenzione che si concluderà il 28 maggio 1971. È accusato di aver partecipato a quei due attentati assieme con Paolo Braschi, Paolo Faccioli e Angelo Piero Della Savia. Un’accusa che si rivelerà completamente inconsistente al processo e che li vedrà tutti assolti proprio nel 1971.

Diversa è la sorte di Rovelli. Esce subito dal carcere. Il commissario Luigi Calabresi con minacce e promesse di favori lo convince a diventare un suo informatore. Rovelli inizia la sua nuova carriera al servizio del commissario dell’ufficio politico della questura milanese.

Pur non facendo parte di alcun gruppo milanese, Rovelli è un frequentatore del Circolo Ponte della Ghisolfa. Un frequentatore saltuario: va al Ponte della Ghisolfa soprattutto quando ci sono conferenze o incontri pubblici. È in quelle occasioni che cerca di procurarsi informazioni e confidenze dai compagni milanesi. Tutte queste notizie vengono poi trasmesse a Calabresi o all’uomo di fiducia di Calabresi, il brigadiere Vito Panessa.

Dalle prime indiscrezioni raccolte, risulta che l’interesse di Calabresi è concentrato su Giuseppe Pinelli, il membro più anziano del gruppo Bandiera nera. Ma la curiosità su Pinelli non è un’esclusiva di Calabresi. C’è un personaggio più in alto del commissario che vuole sapere che cosa fa, con chi si vede l’anarchico milanese. Chi è? Silvano Russomanno, responsabile nel capoluogo lombardo dell’ufficio affari riservati del ministero dell’interno. Cioè l’ufficio che è di fatto guidato da Federico Umberto D’Amato (nel 1069 il direttore formalmente è ancora Elvio Catenacci). Calabresi, interfaccia dell’ufficio affari riservati nella questura milanese, non tiene solo per sé il confidente Rovelli, ma lo cede in “condominio” a Russomanno. Questo ruolo di Calabresi serve anche a spiegare il prestigio di cui godeva il commissario in questura e che in pratica lo faceva contare di più del suo diretto superiore: Antonino Allegra, capo dell’ufficio politico.

Elemento nuovo. L’ufficio affari riservati, vale a dire la centrale della strategia della tensione e dei depistaggi, manifesta un particolare interesse per Pinelli. Una così insistente curiosità solleva anche un importante interrogativo. L’anarchico milanese è stato prescelto come capro espiatorio per i prossimi attentati che, sotto la regia del Viminale e del Sid, devono compiere i nazisti del gruppo di Franco Freda, Giovanni Ventura e quello di Delfo Zorzi? A questa domanda non è ancora possibile dare una risposta certa. Però l’ipotesi che Pinelli dovesse rivestire un ruolo di primo piano nella montatura contro gli anarchici per la strage di piazza Fontana non appare infondata.

Così accanto a quello che sarà l’accusato principale per quella strage, Pietro Valpreda, emerge anche una possibile manovra nei confronti di Pinelli. Una manovra che si chiude con un evento drammatico: il volo di Pinelli dalla finestra del quarto piano della questura nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969. Un volo che avviene dopo che il fermo di polizia è scaduto da circa 24 ore. Cioè è illegale.

Ed è proprio nei giorni che vanno dall’esplosione alla Banca nazionale dell’agricoltura fino alla morte di Pinelli che emerge con maggiore evidenza il ruolo di Rovelli. In quel breve lasso di tempo entra ed esce più volte dalla questura milanese. Dopo ogni convocazione si presenta al Ponte della Ghisolfa con aria apparentemente sempre più preoccupata. “Non capisco che cosa vogliano da me i poliziotti”, dice Rovelli con insistenza agli anarchici del Ponte. Che però cominciano a insospettirsi. Quasi tutti sono stati fermati, però salvo alcuni trattenuti al carcere di san Vittore, gli altri sono stati rilasciati e mai più fermati. Perché Rovelli, che risulta elemento marginale nell’anarchismo milanese, ha un trattamento così particolare? Questa è la domanda che sorge spontanea in quei giorni non certo tranquilli. Sospetti che si rafforzano quando Rovelli ottiene con facilità la licenza per un locale da ballo, la Carta vetrata a Bollate (nell’hinterland milanese). Sospetti che verranno definitivamente confermati quando si potranno leggere i verbali di interrogatorio di Rovelli con il giudice Antonio Lombardi che indaga sull’attentato alla questura milanese del 17 marzo 1973. Lo stesso Rovelli ammette, infatti, di essere un informatore del commissario Calabresi. Così per far conoscere al maggior numero possibile di persone il ruolo di Rovelli (gli anarchici dei gruppi milanesi sono già da tempo informati) nell’estate del 1975 questo settimanale pubblica un comunicato su Rovelli con la sua foto: Attenti a costui , è l’esplicito titolo della nota su “Umanità Nova”.

La carriera del confidente Rovelli, a quel punto, è finita anche presso i meno informati. Ma non termina certo la sua carriera di impresario. Dopo la Carta vetrata, Rovelli diventa gestore di un locale molto più famoso: il Rolling Stones nel centro di Milano. Attività a cui affianca, oggi in modo esclusivo, quella di organizzatore di concerti rock: da Claudio Baglioni a Vasco Rossi, passando per tutti i nomi più famosi della musica leggera italiana.

Rovelli è infatti uno dei pochi manager musicali che riesce a ottenere i luoghi più ambiti per tenere concerti. Se un cantante vuole una piazza importante o uno stadio deve rivolgersi a Rovelli. Lui può avere i permessi dalle questure delle varie città italiane. Permessi che quasi sempre vengono negati ad altri impresari.

È la ricompensa per i servizi che Enrico Rovelli ha reso a D’Amato, poliziotto di vasta cultura, che per lui aveva scelto il nome di una moglie di Enrico VII. Anna Bolena, appunto.

Luciano Lanza

(Della vicenda, tornata alla ribalta alcune settimane fa, Umanità Nova si è occupata nel numero 17/1997 con l’articolo di prima pagina “Attenti a costui” di M. V.

 

Luciano Lanza è autore del recente libro “Bombe e segreti – Piazza Fontana 1969”, Eleuthera ed., recensito da Salvo Vaccaro sul n.20/1997 di UN. – NdR)

19 giugno 2009 Un’occasione persa. “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli di Francesco “baro” Barilli e Saverio Ferrari

30 novembre 2009

http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=2992&Class_ID=1003#top

19 giugno 2009

Un’occasione persa

“Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli

Francesco “baro” Barilli e Saverio Ferrari – Osservatorio democratico

piazza fontana

Il segreto di Piazza Fontana, scritto da Paolo Cucchiarelli e uscito per l’editore Ponte alle Grazie (pag. 704, € 19,80), è un lavoro interessante e inquietante nella prima parte, sconcertante e irritante nella seconda. Fonde elementi di inchiesta a voli pindarici dell’autore – che si fanno via via più fantasiosi, depotenziandone il contenuto – e appare viziato alla base da un difetto: il cadere in ricostruzioni azzardate, con concessioni alla più sfrenata dietrologia. Un limite che rende il libro non una sorta di verità definitiva sulla “madre di tutte le stragi”, come è stato pubblicizzato, ma un contributo che rischia di mettere in ombra persino la parte di verità già accertata.

Le due bombe nella banca, quelle “scomparse” e “l’ingenuità” degli anarchici

Quel giorno, alla Banca nazionale dell’agricoltura, sarebbero state portate due bombe. Una di matrice anarchica; dotata di timer e trasportata nella banca da Pietro Valpreda, era destinata a un attentato dimostrativo, dovendo esplodere quando gli uffici erano già chiusi e privi di persone. La seconda, più potente, sarebbe stata portata dai fascisti; dotata di accenditore a strappo e di una miccia, fu fatta esplodere prima di quella anarchica, innescando forzatamente pure questa. Fu l’ordigno a miccia a causare la strage, e la strategia era finalizzata ad addossare l’attentato alla sinistra. Più precisamente, i fascisti non intendevano fermare il proprio depistaggio a poche schegge dell’ambiente anarchico, ma volevano arrivare fino all’editore Giangiacomo Feltrinelli. In questa ottica Valpreda, pur restando sostanzialmente innocente, torna ad essere figura assai discutibile: ingenuo burattino dei fascisti, stragista involontario, testa calda che si accompagnava a frequentazioni dubbie, mentitore per necessità. Un conto è però ricordare Valpreda come un ingenuo (anche commentatori più benevoli con l’anarchico lo ricordano così), ben altra cosa è descriverlo come una marionetta teleguidata che segue indicazioni altrui senza porsi domande o dubbi: il suo comportamento, nella ricostruzione di Cucchiarelli, rasenta più l’imbecillità che l’ingenuità. Si pensi solo che avrebbe ritirato la bomba, da collocare alla banca, nella sede degli studenti greci simpatizzanti col regime dei colonnelli… Gli attentati certi del 12 dicembre ’69 furono 5. A Milano, oltre che in Piazza Fontana, un ordigno venne ritrovato inesploso alla Banca commerciale italiana di Piazza della Scala. Fu fatto frettolosamente brillare, con la conseguente compromissione di materiali che potevano rivelarsi utili nelle indagini. Altre tre bombe furono collocate a Roma. Una esplose nei sotterranei della Banca nazionale del lavoro. Le altre due scoppiarono in successione presso l’Altare della Patria. Secondo Cucchiarelli quel giorno a Milano sarebbero falliti altri due attentati. Questa voce fu riportata già da alcuni quotidiani nei giorni successivi il 18 dicembre 69: i giornali riferirono di una conferenza stampa tenuta il giorno precedente dagli anarchici del circolo del Ponte della Ghisolfa. Secondo tale fonte, la sera del 12 dicembre sarebbero stati ritrovati altri due ordigni inesplosi, uno in una caserma militare e uno in un grande magazzino; la Questura milanese smentì la circostanza. Ne “Il segreto di Piazza Fontana” si ipotizza che anche questi due ordigni fossero di matrice anarchica, e che pure questi dovessero essere manomessi o raddoppiati dai fascisti, per rendere più pesante il bilancio stragista. E qui si torna alla “stupidità” degli anarchici, che doveva essere, se si vuol credere al libro, una loro caratteristica endemica: secondo l’autore è Giovanni Ventura a portare l’11 dicembre due bombe ai coniugi Corradini, e sempre secondo Cucchiarelli si tratta proprio dei due ordigni “scomparsi”. Va sottolineato che i Corradini erano attivisti anarchici tornati in libertà solo il 7 dicembre, dopo mesi di carcere per gli attentati del 25 aprile, un’accusa per cui buona parte del loro gruppo era ancora detenuta. In questo contesto appare inverosimile che due persone da poco scarcerate si espongano con leggerezza a una simile operazione: per i Corradini si andrebbe oltre l’imbecillità.

Il ruolo di Pinelli e la sua morte

Pure il ferroviere anarchico dal libro esce innocente, ma non privo di macchie. Quel giorno Pinelli avrebbe intuito la trappola fascista in cui stavano per cadere i suoi compagni e si sarebbe adoperato per evitare che le altre due bombe scoppiassero a Milano. Per questo avrebbe fornito un alibi falso a chi lo interrogava, facendo insorgere sospetti sul suo conto; nella concitazione dell’interrogatorio, sarebbe nata una colluttazione, sfociata nella mortale caduta dal quarto piano della Questura milanese. Nel caso Pinelli, la ricostruzione della dinamica della caduta appare valida, anche se non viene aggiunto nulla di nuovo al panorama, che già contemplava la colluttazione e la morte “incidentale” tra le ipotesi. Da sottolineare – anche se a livello di pura aneddotica – che se gli altri anarchici sono rappresentati come sciocche marionette, secondo Cucchiarelli Pinelli avrebbe mandato messaggi cifrati su Valpreda addirittura utilizzando l’enigmistica (pag. 246)! Ci sfugge, in un simile ambiente, chi avrebbe potuto coglierli: certo non i suoi compagni.

Quando la dietrologia inganna

Come già accennato, Cucchiarelli ha sicuramente svolto un grande lavoro di documentazione, e – almeno per quanto riguarda la prima parte del libro – si può supporre che le intenzioni fossero sincere. In un video sul web (C6.tv) ha dichiarato “Gli anarchici sono rimasti vittime di una trappola, predisposta nel tempo (durante tutto il 69, con l’aiuto e la copertura dello stato e dei servizi segreti) affinchè fossero il capro espiatorio, coloro che dovevano pagare per questa trappola”. Affermazione nella sostanza condivisibile, ma non c’era bisogno di un lavoro così imponente per formularla. Il lavoro giudiziario su Piazza Fontana è stato già notevole: certo, incompleto sul piano degli esiti penali e per questo deludente, ma molte cose sono state appurate, specie nell’ultima istruttoria, conclusa in Cassazione il 3 maggio 2005. In Veneto fu costituito, nell’alveo di Ordine Nuovo, un gruppo eversivo che aveva cervelli e manovalanza principalmente nelle cellule di Padova e Mestre. E’ in questo ambito che vengono realizzati gli attentati del ’69, da quelli incruenti della primavera-estate fino a quello tragico del 12 dicembre. Per quanto riguarda responsabilità personali nessuno è stato condannato, ma su Franco Freda e Giovanni Ventura, principali esponenti padovani del gruppo, tutti e tre i gradi di giudizio hanno espresso una valutazione – citando un commento del Giudice Salvini scritto il 15 maggio 2005 per il periodico dell’ANPI – di “colpevolezza storica, anche se non traducibile in una sentenza di condanna”, essendo i due soggetti già stati assolti in un altro processo e per il noto principio giuridico secondo cui nessuno può essere processato due volte per lo stesso reato, se nel frattempo è stata già emessa una sentenza definitiva di assoluzione.

In questo quadro fa eccezione Carlo Digilio, e sul particolare correggiamo un errore – formale ma di un certo rilievo – di Cucchiarelli. Ne Il segreto di Piazza Fontana l’autore annovera pure Digilio fra gli assolti (per prescrizione). In realtà l’artificiere di fiducia di Ordine Nuovo nel Veneto fu condannato in primo grado: si riconobbe che aveva svolto, come confessato, una consulenza tecnica sull’esplosivo poi usato nella strage. Appello e Cassazione non hanno smentito quella sentenza, a cui l’interessato non oppose ricorso. La prescrizione, in questo caso, non inficia la condanna, che è passata in giudicato rendendo Digilio tecnicamente l’unico colpevole processualmente accertato per la strage.

I finti scoop

In un’inchiesta complessa come quella su Piazza Fontana (intricata di suo, inquinata dai noti depistaggi, ormai appesantita da anni che la rendono ancora più difficoltosa) è normale affidarsi, oltre che ai fatti, a ragionamenti logico deduttivi o a intuizioni. L’importante è non farsi accecare dalla voglia di giungere a un risultato, spacciando le ultime per fatti acclarati. Purtroppo è proprio in questo tranello che cade Il segreto di Piazza Fontana. Tutta la spiegazione sulla doppia bomba alla Banca dell’agricoltura resta una teoria non sorretta da elementi solidi. Peraltro, c’è un dato storico che a Cucchiarelli sembra sfuggire: che i fascisti abbiano ideato una strategia complessa per addossare la strage agli anarchici è cosa ormai condivisa da tutti, e così pure che questa sia risultata efficace per lungo tempo. Perché i fascisti avrebbero dovuto renderla ancora più intricata di quanto già non sia apparsa negli anni? Come ha ricordato Sofri nel suo ultimo libro (La notte che Pinelli), le indagini si orientarono verso gli anarchici, e su Valpreda in particolare, ben prima del “riconoscimento” di quest’ultimo, avvenuto la mattina del 16 dicembre: addirittura dal tardo pomeriggio del 12 dicembre, quando Pinelli viene invitato in Questura. Pinelli segue da via Scaldasole col proprio motorino il Commissario Calabresi che, con la propria vettura, carica con sé Sergio Ardau, un altro anarchico. E’ lo stesso Ardau a ricordare che Calabresi e Panessa (funzionario di polizia che avrà un ruolo chiave nella successiva caduta del ferroviere anarchico) gli parlarono già durante il viaggio, accennando già in quel momento alla matrice anarchica dell’attentato e alle responsabilità di Valpreda. I fascisti, insomma, potevano seminare su un terreno già pronto al raccolto, senza complicarsi la vita fra doppie bombe, ordigni scomparsi, manovalanza inconsapevole (Valpreda) e consapevole (il vero attentatore); tutti elementi che, aggiungendosi a una tela già fitta, rischiavano di indebolirla invece di consolidarla. Da notare anche che neIl segreto di Piazza Fontana si affronta pure un’altra ipotesi che per anni ha affascinato storici e magistrati: quella del “sosia di Valpreda”, ossia del neofascista che sarebbe stato prescelto per compiere l’attentato proprio per la sua somiglianza con l’anarchico.

Cucchiarelli in proposito arriva a una conclusione bizzarra: essendo due le bombe da depositare nella Banca, ci fu sì Valpreda, ma pure il suo sosia, entrambi arrivati sul posto con due distinti taxi. Anche in questo caso si tratta non solo di un particolare poco spiegabile (se si aveva la certezza di far compiere l’attentato a Valpreda e di incastrarlo con un riconoscimento, perché anche l’altro attentatore doveva essere un sosia dell’anarchico?), ma pure di un appesantimento organizzativo che poteva mettere a repentaglio l’operazione. Peraltro, la coltre di silenzi e depistaggi gravante su Piazza Fontana in questi quarant’anni si è parzialmente disgregata anche nell’ambiente neofascista e ordinovista, e pure questo è un elemento non tenuto in debita considerazione da Cucchiarelli. Specie nell’inchiesta Salvini, iniziata alla fine degli anni 80 e sfociata nel processo concluso nel 2005, molti “camerati” hanno parlato, alcuni dando un contributo alla ricostruzione dell’eversione nera e stragista. Digilio, Siciliano, Bonazzi, Vinciguerra e altri hanno aperto il proprio album dei ricordi, alcuni vagamente, altri in modo preciso e circostanziato. Pure sull’intenzione di far ritrovare in una villa di Giangiacomo Feltrinelli timer analoghi a quelli usati il 12 dicembre Cucchiarelli non svela niente di nuovo: nell’ultima istruttoria ne hanno parlato Giusva Fioravanti, Bonazzi, Calore e persino Giannettini (l’agente Zeta del Sid, pesantemente implicato nelle indagini fin dagli anni 70). Dunque, perché mai in questo mare di rivelazioni (molte delle quali fatte da persone ormai non perseguibili penalmente, quindi contrassegnate da minori margini di ambiguità) non è emerso nulla sulla pista della doppia bomba? Se nell’immediato si trattava di particolari da sottrarre accuratamente alle indagini, i motivi di un’uguale riservatezza in rivelazioni di trent’anni successive non paiono spiegabili.

Considerazioni a parte sono invece dovute a un altro particolare che Cucchiarelli evidenzia nel libro: il ritrovamento di un pezzo di miccia, menzionato nella fase iniziale delle indagini e poi inspiegabilmente uscito di scena, che fa pensare a un ordigno il cui innesco fosse di tipologia diverso da quello ormai consolidato nella storia di Piazza Fontana (ossia: un innesco a miccia in luogo del famoso timer). Questo particolare è forse il più rilevante fra quelli apparsi nella prima e più interessante parte del volume, nonché difficile da controdedurre. Resta però un elemento solitario, da solo insufficiente per avallare ricostruzioni alternative a quella che la Magistratura ha già puntualmente descritto, pur senza arrivare a responsabilità personali. Un elemento che invece Cucchiarelli utilizza davvero come una miccia, per accendere il motore che lo porterà su un percorso che, da qui in poi, si fa arbitrario.

I timer: ricostruzione interessante, conclusioni discutibili

Cucchiarelli fa una lunga dissertazione sui timer (da 60 e 120 minuti) comprati dal gruppo di Freda e Ventura per Piazza Fontana e in generale per l’operazione del 12 dicembre. In particolare si sofferma sull’intercambiabilità e sulla modificabilità dei “dischi orari”. Il suo intento è dimostrare che un timer da 120 minuti potesse essere trasformato in uno da 60, ingannando così un potenziale “attentatore in buona fede”, il quale si sarebbe convinto di posare un ordigno la cui esplosione era stata programmata due ore dopo l’innesco, mentre in realtà il tempo concesso alla detonazione era dimezzato.

La riflessione sulla manomissione dei dischi-tempo è interessante, ma crea alcuni buchi logici nella stessa ricostruzione di Cucchiarelli, di cui l’autore sembra non accorgersi o liquida con superficialità. Se la bomba “anarchica” era destinata a esplodere per induzione, cioè grazie a quella posata accanto dai fascisti e con l’innesco a miccia, perché si doveva modificare il timer? A quel punto sarebbe andato benissimo il temporizzatore da due ore, il risultato sarebbe stato analogo. Anzi, tutto sommato sarebbe stata una metodologia persino più sicura: si sarebbero evitate operazioni ridondanti (la modifica del timer) scongiurando pure l’ipotesi – seppure remota – che l’attentatore potesse accorgersi della manomissione.

Inoltre, l’ipotesi di alterazione dell’orario di scoppio sembra accordarsi, più che con la teoria cara a Cucchiarelli del doppio attentatore, con quella del gesto singolo. Si tenga conto che anche nell’ambiente ordinovista molti attentati, almeno fino al dicembre 69, erano puramente dimostrativi. In questo contesto, la sostituzione del timer poteva essere funzionale a vincere eventuali resistenze – etiche o semplicemente pragmatiche – di un singolo esecutore materiale, pedina parzialmente inconsapevole di una regia superiore, che avrebbe portato la bomba nella banca convinto di non causare una strage.

Questa ipotesi spiegherebbe pure le voci, circolate per molto tempo anche nell’estrema destra, della “strage per errore”: pur essendosi rivelata una convinzione errata (e probabilmente da certuni fatta circolare ad arte) non è escluso che nell’ambiente ci fosse chi aveva validi motivi per essersela formata. Questa soluzione manterrebbe la strage nel solo alveo fascista, e sarebbe pure coerente col quadro organizzativo generale ordinovista, laddove, è bene ricordarlo, era presente una compartimentazione piuttosto rigida, in cui non sempre la “bassa manovalanza” era pienamente consapevole delle decisioni assunte ai livelli superiori.

Cucchiarelli pare accorgersi dell’incongruenza, ma la liquida con poche parole: “con i timer contraffatti con le manopole da 120 minuti ci si era assicurati che il disastro avvenisse, anche se fosse esplosa solo la bomba anarchica”. Un po’ poco per supportare la teoria.

Anche nel caso dei timer la ricostruzione de “Il segreto di Piazza Fontana” risente di due limiti. In primo luogo, si allunga la filiera organizzativa dell’attentato, andando a supporre una ricchezza di elementi che – seppure concatenati razionalmente – rendono la strategia dei fascisti troppo machiavellica, quando una più lineare sarebbe stata non solo ugualmente funzionale, ma soprattutto maggiormente priva di rischi d’intoppo: raddoppiando gli ordigni si aumentano il personale necessario e i margini di incertezza (basta il ritardo o l’anticipo di pochi minuti nell’entrare nella banca, e tutto diventa più difficile da gestire), in definitiva si aumenta la possibilità di venire scoperti. In secondo luogo, Cucchiarelli denota un limite che permea pure il resto del lavoro: nel seguire una propria deduzione non tiene conto del fatto che le intuizioni spesso portano a strade alternative. L’autore, invece, in questo come in altri casi ne segue una sola, quasi che – affascinato da un solo percorso – abbia trascurato ogni alternativa che lo possa portare a conclusioni diverse. Ad esempio, tutta la vicenda delle due bombe scomparse potrebbe avere ben altra spiegazione: il loro ritrovamento potrebbe essere stato impedito per lo stesso motivo per cui fu fatta brillare la bomba alla Commerciale Italiana, ossia per evitare che si risalisse in breve tempo alla matrice fascista degli attentati.

Le fonti e la loro attendibilità

Lo ribadiamo: dopo un inizio interessante, è nella seconda parte del libro che Cucchiarelli perde il senso della misura. A un certo punto sembra abbandonare l’approccio investigativo (inizialmente seguito meticolosamente, pur se con conclusioni discutibili) per scegliere quello fantapolitico. Ma nel cambio di registro narrativo lo scrittore fa di peggio, avvicinandosi non alla fantapolitica lucida e metaforica di Orwell, ma a quella molto meno nobile di Dan Brown. Lo schema è lo stesso: un segreto inconfessabile a conoscenza di pochi all’origine di una battaglia nascosta tra uomini e apparati. Alcuni vengono assassinati per il segreto che hanno scoperto. Cucchiarelli decodifica segni e messaggi indecifrabili, raccoglie verità da personaggi ancora nell’ombra.

Ma chi sono le fonti rivelatrici delle nuove “verità” di Cucchiarelli? Innanzitutto, Silvano Russomanno, ex dirigente del Sisde, ossia un funzionario di quei servizi segreti che operavano anche infiltrando neofascisti negli ambienti di sinistra, in particolare in quelli anarchici. E poi c’è Mister X, nella descrizione di Cucchiarelli “un fascista operativo, uno che sapeva e che agiva”. In altre parole, un pezzo grosso della destra extraparlamentare dell’epoca, che protetto dall’anonimato conduce il libro alle “scoperte” più eclatanti. E’ Mister X a confermare l’esistenza delle bombe anarchiche e della miccia, a rivelare il particolare del doppio taxi e del doppio attentato, a ricostruire il percorso delle borse… E’ dunque un personaggio anonimo a tracciare trama ed essenza del libro: lasciamo al lettore ogni valutazione circa la necessità di altri riscontri oggettivi o circa l’attendibilità che possa attribuirsi a tale fonte.

Su Il segreto di Piazza Fontana l’impressione complessiva è che Cucchiarelli si sia fatto prendere la mano dalle sue ricerche, in una specie di bulimia investigativa che gli fa vedere segreti dove segreti non esistono, che gli fa scambiare la dietrologia, solo perché ben documentata, il mezzo più opportuno per risolvere non solo Piazza Fontana, ma pure il caso Pinelli, l’uccisione di Mauro Rostagno (secondo l’autore ucciso da Lotta Continua, conclusione in contrasto con evidenze giudiziarie emerse di recente), la morte di Feltrinelli e l’omicidio Calabresi (ad avviso di Cucchiarelli assassinato, per aver scoperto “il segreto”, da Lotta Continua in combutta con i servizi segreti).

Decisamente troppo per un libro che denuncia il proprio limite fin dalla copertina, dove si afferma “finalmente la verità sulla strage”, con un’enfasi che del volume sottolinea, più che la natura, i limiti di una scarsa umiltà. “Il segreto di Piazza Fontana” è, se non un depistaggio, un’occasione mancata. O forse un’operazione politica utile a ingenerare confusione e mettere in ombra importanti acquisizioni giudiziarie, tra cui l’innocenza degli anarchici, approfittando di un clima revisionista e cialtronesco che oggi rende possibile far rientrare dalla finestra veleni e sospetti già da tempo usciti dalla porta principale della storia.