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1972 02 26 Umanità Nova – Processo allo Stato. Questo processo coinvolge in maniera totale tutti gli organi istituzionali perchè coinvolge lo Stato in prima persona

11 maggio 2015

1972 02 26 Umanità Nova - Processo allo Stato

 

 

Un’inchiesta completamente inutile

Le bombe del 12 dicembre 1969 non sorprendono chi attendeva l’epilogo del vasto piano reazionario messo in moto con gli attentati del 25 aprile a Milano e con quelli dell’8 agosto ai treni.

L’inchiesta per la strage è immediatamente incanalata sulla stessa strada sbagliata già imboccata per «non far luce» sui precedenti attentati. Ad indicarla sono gli stessi funzionari di polizia e gli stessi magistrati che avevano fatto del tutto, costruito prove e testi falsi pur di accollare agli anarchici la responsabilità.

Il tentativo più meschino, ridicolo e sfacciato che è stato portato avanti con l’inchiesta sulla strage contro ogni logica e contro ogni legittima richiesta e protesta della difesa, è quello di aver isolato il tragico episodio del 12 dicembre ’69 da tutta quella serie di avvenimenti e di attentati che indiscutibilmente ad esso sono strettamente connessi.

La farraginosa istruttoria sulla strage di Stato è un documento prezioso non per il caotico cumulo di inutili parole che vi sono affastellate ma per tutto quello che accuratamente è stato lasciato fuori dalle carte processuali.

Staremo a vedere se di fronte al cumulo enorme di omissioni, di lacune, di contraddizioni che l’istruttoria presenta sarà possibile al tribunale condurre in porto il processo. Certo è che non è possibile anche se si ricorresse ai metodi dei tribunali speciali fascisti, sostenere le tesi dell’accusa così come emergono dagli atti con un minimo di credibilità e soprattutto non è possibile, senza sopprimere i diritti della difesa, mantenere il processo nel binario morto in cui l’accusa ha voluto incastrarlo. Pertanto la inchiesta è ancora tutta da fare e si dovrà prima di tutto indagare sull’operato degli inquirenti per cercare di svelare certe responsabilità sull’orientamento in senso unico, obbligato, delle indagini.

I veri responsabili

Senza complicità con elementi ed organismi dell’apparato statale è impossibile concepire e porre in atto progetti eversivi, rovesciamenti di potere, svolte autoritarie. La strage non è che uno dei momenti di terrore del progetto fascista. Eppure non si è indagato sui compiti svolti in Italia dagli agenti della C.I.A., non si è tenuto conto delle loro collusioni con i teppisti colonnelli greci e con le canaglie di casa nostra tipo Valerio Borghese ed Almirante, non si sono ricercati, nei vari organismi statali, i complici di tutta questa marmaglia.

Tutto questo non può essere attribuito al caso o a pura e semplice negligenza, ma è dipeso da una ben determinata volontà politica, da una precisa ragion di Stato. Pertanto siamo perfettamente d’accordo con gli avvocati della difesa: questo processo coinvolge la responsabilità di tutte le istituzioni dello Stato, lo Stato stesso.

Riesaminiamo il clima ed i fatti del 1969 per capire la strage e accusare lo Stato

Il tentativo di far regredire la sinistra rivoluzionaria ed il movimento operaio in genere con le bombe del 25 aprile fallisce miseramente. La lotta continua con sempre maggiore forza. L’autunno, come previsto, trova accesi numerosi focolai di scioperi e piazze invase da manifestazioni massicce e minacciose.

Le crisi di governo, che dall’estate si succedono con ritmo sempre più serrato, senza offrire il minimo spiraglio di soluzione, spingono le forze reazionarie ad accelerare i piani eversivi già da tempo in fase di elaborazione.

Dai primi di settembre cominciano a serpeggiare, sempre più insistenti, voci di colpi di stato. La stampa padronale e fascista, alla quale fa eco il PSU per mezzo del suo organo ufficiale, chiede insistentemente lo scioglimento delle Camere. Esplicita ed assillante la minaccia : «O il quadripartito subito o elezioni anticipate».

La situazione precipita. In ottobre e novembre si intensificano gli attentati terroristici, è la piccola e media industria che, nel tentativo di rendere inevitabile un «governo forte», assolda ed arma squadre di incoscienti. Pietro Nenni, in una intervista sul Corriere della Sera paragona l’attuale momento con gli avvenimenti che nel 1922 portarono al fascismo.

Quella che sarà definita «la strategia della tensione», è in pieno sviluppo mentre si moltiplicano i casi di agitazioni in cui il padronato non riesce a trovare interlocutori. Alla Pirelli si sciopera ad oltranza avanzando una nuova parola d’ordine «vogliamo tutto e subito». La Malfa e Tanassi, il 21 novembre, sferrano un duro attacco contro i sindacati che, sotto la spinta degli operai, sono stati costretti a mobilitare cinque milioni di lavoratori per i rinnovi contrattuali. Nello stesso giorno la Confindustria emette un minaccioso comunicato: «…il potere operaio tende a sostituirsi al Parlamento… ciò crea un sovvertimento in tutto il sistema politico». Il democristiano di destra, Guido Gonella, lancia un appello perché si scateni «la reazione del timido borghese contro i picchetti degli operai».

Il 6 dicembre Mauro Ferri, segretario del PSU, unisce la sua voce agli isterismi della destra politica e economica per la soluzione autoritaria di tutti i problemi: la proclamazione di una repubblica presidenziale; il settimanale Gente pubblica una eloquente dichiarazione: «…la decisione di sciogliere le Camere spetta al Capo dello Stato… e sono convinto che tutti gli italiani possono essere certi che nelle mani del presidente Saragat il potere è ben affidato».

Tutti i corpi di polizia sono in stato d’allarme. I fascisti di tutte le sétte, con Almirante in testa che farnetica di «guerra civile» e sollecita misure militari, sono in fermento. Nell’esercito si notano palesi indizi di nervosismo; comincia a prendere consistenza una tendenza all’intervento armato per garantire l’ordine pubblico. Il 15 novembre a Monza il comandante del distretto militare, pubblicamente, presente il procuratore della Repubblica, afferma: «Stante l’attuale situazione di disordine nelle fabbriche e nelle scuole, l’esercito ha il compito di difendere le frontiere interne del paese: lo esercito è ormai l’unico baluardo contro il disordine e l’anarchia ».

Il 7 dicembre i settimanali inglesi The Guardian e The Observer lanciano l’allarme: «Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali sta tramando in Italia un colpo di stato militare…». Il 10 dicembre il settimanale tedesco Der Spiegel incalza: «organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile…». La Confindustria soffia sul fuoco, il suo dirigente Gambarotta rende pubblico il pensiero ufficiale del capitale italiano: « Il sistema parlamentare non è fatto per gli italiani… occorre una organizzazione sovrapartitica con una fede mitica nell’ordine… ».

Eccoci alla vigilia della strage di Stato. L’11 dicembre l’attesa è febbrile, a Milano riunioni di ufficiali dei servizi segreti e di alti ufficiali dell’esercito. Il settimanale Epoca esce in veste «tricolore» ed in un servizio profetico ammonisce: «…se la situazione diventasse drammatica… le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità…poniamoci il problema della repubblica presidenziale…».

Negli ambienti interessati, tra chi segue le convulse vicende di questi giorni si parla ormai apertamente di «qualcosa di grosso che dovrà esplodere nelle prossime ore». La strage aveva i suoi profeti, le sue vittime già destinate ed i suoi «predestinati» capri espiatori.

Emergerà in seguito che tra i teppisti più fidati di Ordine Nuovo si vociferava da almeno due giorni che le bombe sarebbero scoppiate esattamente il 12 dicembre 1969 a Milano e Roma ed avrebbero trovato quanto mai pronti i fascisti ad agire e la polizia efficientissima.

Dopo pochi minuti dalla esplosione all’Altare della Patria a Roma scatta la gazzarra delle destre. Le strade del centro sono invase da manifesti e volantini contro i «terroristi anarchici». Appena il tempo per realizzare riunioni dei vertici e le questure di Roma e Milano indicano i responsabili in Valpreda e compagni.

Le indagini assumono immediatamente un andamento sfacciatamente unidirezionale. Tutti gli anarchici noti – che da mesi subivano (ed avevano avvertito e denunciato) sorveglianza, pedinamenti, appostamenti, controlli telefonici – vengono fermati. Si tenta con suggestioni, pressioni, minacce di ogni genere, di estorcere a tutti i costi ammissioni contro Valpreda. «Voi anarchici dovreste aiutarci e ringraziarci; vogliamo togliervi dai piedi un turbolento, un sanguinario che danneggia il vostro movimento». Frasi del genere venivano ripetute con insistenza, soprattutto ai compagni che avevano avuto screzi o controversie teoriche con Valpreda.

Ma gli anarchici sapevano che Valpreda era da mesi sottoposto a sorveglianza speciale; era pedinato, convocato giornalmente in questura e gli si ingiungeva persino di trovarsi, in determinate ore, in bar del centro. Era, insomma, letteralmente perseguitato, minacciato dalle squadre politiche di Roma e Milano che – malgrado fosse ormai di dominio pubblico e ampliamente dimostrato che le bombe del 25 aprile e dell’8 agosto ai treni erano state messe dai fascisti in combutta con i colonnelli greci – cercavano di accollarle, in qualche modo, agli anarchici, farle rientrare nel quadro forsennatamente repressivo tracciato dal giudice Amati. Valpreda a Roma, Pinelli a Milano, venivano torchiati in ripetuti snervanti interrogatori, inquisiti assillantemente, apertamente accusati di aver preparato ed attuato quegli attentati in concorso con altri anarchici.

La trappola poliziesca che doveva servire ad incastrare Valpreda e compagni («alla prima occasione vi incastreremo una volta per tutte» – minacciava spesso il commissario Calabresi) era in accurata, paziente preparazione da mesi.

Quando, in perfetta sincronia con il piano della «strategia della tensione» scoppiarono le bombe del 12 dicembre che dovevano sbloccare, come in effetti sbloccarono, la «drammatica situazione», questura, magistratura e potere esecutivo avevano già a disposizione, prescelto con cura, l’uomo adatto da additare all’esecrazione popolare, lo uomo che, secondo ogni previsione, sarebbe stato «gradito» da tutti i partiti e da tutti abbandonato.

Ma qualcosa, sin dall’inizio, comincia a non funzionare nel disegno della polizia: il tentativo di incastrare il compagno Pinelli fallisce ed i suoi aguzzini sono costretti ad assassinarlo. Nel tentativo di avallare il suicidio, il questore Guida (carceriere durante il ventennio dei prigionieri politici rinchiusi a Ventotene), subito dopo la morte dell’anarchico, dichiarerà che Pinelli si era ucciso perché implicato nelle bombe che il suo alibi era crollato In seguito il questore Guida verrà costretto a smentire tali affermazioni e dichiarerà Pinelli totalmente estraneo alle bombe. Oggi la montatura del suicidio è miseramente crollata ma, in quel momento, assieme alle dichiarazioni di Guida, contribuì non poco a sostenere la colpevolezza degli anarchici.

Le forze della destra reazionaria e fascista, in fase di estrema virulenza, e che si erano andate rafforzando in ogni settore politico e statale, nel parlamento, nell’esercito, nella magistratura, nella polizia, in tutti i centri di potere economico, avevano perfezionato piani eversivi sfacciatamente appoggiati dalla CIA e dai colonnelli greci, non potevano essere neppure sfiorate, non si voleva correre il rischio di scatenare la loro preordinata e prevista reazione. Si sarebbe andati incontro sicuramente a squilibri incontrollabili, a sommovimenti violenti, alla minacciata e temuta guerra civile.

Non dimentichiamo che nei giorni in cui maturò, si preparò e si attuò la «strage di Stato», tutte le forze reazionarie erano pronte ad intervenire per risolvere la drammatica crisi con un colpo di stato fascista o, per lo meno, con un rovesciamento costituzionale, con la proclamazione della repubblica presidenziale.

Pertanto tutti gli «interessati», accettarono l’incriminazione dell’anarchico Valpreda e compagni come il male minore, come la sola possibilità di salvare in quel momento, la legalità repubblicana e il sistema parlamentare, senza provocare pericolosi traumi né nell’opinione pubblica né nelle forze politiche costituzionali, tutte più o meno compromesse nel turbinìo delle manovre politiche di quel periodo.

Per comprendere ciò non bisogna dimenticare che le trame che si erano andate sviluppando con numerosi attentati dinamitardi avevano compromesso, in un intrico di complicità e collusioni vastissime, alti esponenti politici, dello Stato, della magistratura, dello esercito, della polizia, della finanza…

Le insistenti voci di complotti militari, certi massicci spostamenti ed accentramenti di truppe assolutamente ingiustificati, certe burrascose riunioni di vertici, alle quali partecipano a volte, calpestando ogni etichetta, persino ambasciatori di governi «amici»; certe ricorrenti voci che, anche in piena notte, gettavano allarme tra gli esponenti di sinistra, non erano megalomanie di esaltati o burle di buontemponi ma episodi concreti, reali, gravissimi, del caos in cui si trascinava il «partito della crisi», del marasma in cui si dibattevano gli stessi fautori della strategia della tensione.

Solo il ricorso ad un fatto clamoroso, ad un gesto che almeno per qualche giorno lasciasse tutti attoniti, rompesse la tensione sull’orlo di precipitare il paese in una tragica avventura, poteva consentire il respiro e la riflessione e la spinta a ricercare ed attuare quelle soluzioni o almeno quegli sporchi compromessi politici che altrimenti non era stato possibile trovare.

Quel che avvenne dopo la strage confermò clamorosamente questa analisi che, si badi bene, non è posteriore alle criminali esplosioni del 12 dicembre ’69 ma era stata esaminata e discussa da diversi gruppi anarchici e dei gruppi extraparlamentari impegnati nella Controinformazione.

Fu proprio tenendo conto di questa analisi che i suddetti gruppi, fin dai primi di novembre, esprimevano in ogni modo, con tutti i loro mezzi, inquietudine, avvertimenti, allarmi per quello che inevitabilmente sarebbe accaduto.

Si sapeva con certezza che alcuni agguerriti e ben sovvenzionati gruppi di neofascisti avevano «contatti organici» con emissari dei colonnelli greci, della polizia e persino del Ministero degli Interni nonché con ufficiali delle Forze Armate e con industriali. Si avevano informazioni sulle varie azioni dinamitarde messe in atto in base al famoso rapporto segreto greco.

Tutto questo era ben noto alla questura, al SID (Servizio Informazioni Difesa), ai politici disorientati ed incapaci di concretare una qualsiasi iniziativa che sbloccasse la situazione, presi nel vortice di bassi intrallazzi, di quotidiani compromessi diretti a salvare il massimo spazio politico ai partiti.

Nei gruppi della sinistra extraparlamentare, in certi gruppi anarchici, si era notato, parallelamente allo sviluppo dell’«entrismo» di elementi neofascisti, una infiltrazione di confidenti della polizia e poliziotti autentici con funzioni di copertura dei fascisti e delle loro azioni eversive e provocatorie nelle manifestazioni di piazza.

Un legame si intuiva già tra le azioni dei fascisti e certi ambienti delle varie questure. Si era scoperto, ad es., che nella montatura che era stata ordita per accollare agli anarchici gli attentati fascisti del 25 aprile ’69, oltre alla famigerata Zublena, era implicato un confidente della questura.

Fu la questura quindi con i suoi confidenti, con i suoi fidati funzionari, con la complicità del giudice Amati e la connivenza di tutto l’apparato a precostituire il castello dei falsi indizi con i quali sono stati «assicurati alla giustizia un gruppo di anarchici», consentendo ai fascisti dinamitardi di proseguire nella loro opera.

Ciò autorizza a denunciare obiettive responsabilità di una certa polizia e di una certa magistratura in tutto il piano che ha realizzato con le bombe del 25 aprile, con quelle dell’8 agosto e del 12 dicembre, le azioni più clamorose, rispondenti a precise esigenze politiche del momento.

Dopo essere stato assassinato, il compagno Pinelli è risultato estraneo agli attentati dei treni e del 12 dicembre.

Braschi, Pulsinelli, Faccioli, Della Savia, ecc., sono stati, dopo due anni di galera, riconosciuti estranei agli attentati fascisti del 25 aprile.

Rimane da smontare il tentativo di accollare a Valpreda e compagni, anch’essi, guarda caso, anarchici, le bombe fasciste del 12 dicembre. In questo frangente la montatura è stata più accurata, più grossa, proporzionata all’importanza degli obiettivi. Ma identica la tecnica usata per incastrare gli anarchici.

Prescelto il 22 Marzo, costituitosi da poco tempo come gruppo «eterogeneo» – aperto cioè a tutte le tendenze – era facile immettervi confidenti e persino un poliziotto. Costui, quel Salvatore Ippolito ribattezzato «Andrea Politi», avrà nel gruppo le stesse funzioni che aveva avuto il confidente della questura di Milano nel gruppo Braschi e Pulsinelli: provocatore e costruttore di false prove. Il Salvatore Ippolito lo troviamo infatti precedentemente impegnato nelle indagini sulla sinistra extraparlamentari per gli attentati attribuiti al gruppo Braschi. Eccolo poi, fin dal maggio-giugno, appiccicato alle costole di Valpreda e compagni, membro attivo del gruppo, impegnato in un’opera continua, costante, di istigazione, di provocazione «all’azione»; opera che, anche se fallisce perché non riesce a dare un seguito all’unica azione consistita nel lancio di una bottiglia con benzina effettuata con la partecipazione attiva del poliziotto, riesce però a far costruire, sulla scorta di giornalieri rapporti dell’agente provocatore, a chi imbastiva la manovra, i falsi indizi per incastrare gli anarchici.

La questura tenterà poi a lungo e con caparbietà di tener nascosta l’esistenza del poliziotto provocatore e la funzione da lui svolta, e sarà costretta a rivelarla, con ogni circospezione, solo 7 mesi più tardi, solo quando gli anarchici la denunciarono pubblicamente.

La strage di Stato, concepita ed attuata con estrema freddezza, decisione, mezzi ed esperienza non si giustifica, non può trovare alcuna motivazione se non si colloca al momento politico-economico che l’ha suggerita e a tutto il piano che da quel momento prese le mosse.

Tutto quanto è avvenuto dopo e sta ancora avvenendo non fa che confermare questa analisi. Lo stesso «golpe» del criminale Valerio Borghese non era, in fondo, che una delle tante ramificazioni del piano reazionario della destra ed aveva indubbiamente legami e collusioni con esso. Borghese è stato buttato a mare perchè non intendeva sospendere l’esecuzione del progetto iniziale che, dopo la strage di Stato, ha subito revisioni e rinvii. Ma i suoi altolocati complici gli hanno garantito incolumità e protezione. Del colpo di Stato nessuno dice più una parola.

Gli attentati non potevano favorire la causa dell’anarchismo e della emancipazione operaia, ma quella della destra più reazionaria e conservatrice.

Questo lo sanno anche i magistrati Occorsio e Cudillo, che hanno svolto l’inchiesta loro affidata dall’apparato senza poter aggiungere un solo elemento d’accusa alla stolta, incongruente e traballante montatura poliziesca ma anche senza affrontare il rischio di scoprire la verità.

Oggi non crediamo di trovarci in un momento pre-rivoluzionario. Ma, d’altra parte, la situazione generale pone oggettivamente in luce grosse contraddizioni che possono portare all’esplosione di una latente potenzialità rivoluzionaria. Il nostro compito è quello di cercare e trovare i punti in cui il sistema può e deve essere attaccato. Uno di questi punti è il processo contro Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese.

Per tutto ciò che abbiamo detto, per le assurde contraddizioni in cui sono caduti magistratura e polizia nell’intento di sostenere questa montatura, lo Stato giunge al processo estremamente debole e vulnerabile.

Vincere lo scontro significherà chiarire a tutti coloro che non sono in malafede la logica sempre repressiva dello Stato, significherà fare un passo in avanti sulla via della Rivoluzione sociale. Per questo vogliamo che la vittoria non sia viziata dal compromesso e dal mercantilismo dei partiti. Per questo rifiutiamo qualsiasi fiducia allo Stato ed ai suoi magistrati. Sappiamo che i nostri compagni usciranno dal carcere solo se sarà il popolo a volerlo.

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4 aprile 1970 Cudillo interroga il commissario Domenico Spinella su infiltrato nel circolo 22 marzo

9 maggio 2013

 

 

La rivelazione dell’esistenza di un poliziotto infiltrato nel circolo 22 marzo avvenne mesi dopo il 12 dicembre e che la polizia venne costretta ad ammettere la sua esistenza grazie ai nostri compagni (il primo a capirlo e scriverlo fu Emilio Borghese) che fecero uscire la notizia sui giornali.   Sia in questo che in altri interrogatori si affermerà falsamente che l’infiltrazione avvenne per seguire Ivo Della Savia, mentre in realtà il poliziotto si era infiltrato almeno 3-4 mesi prima nel Bakunin di Roma, e continuò nel suo ruolo di infame provocatore per altri 3-4 mesi dopo la strage (gli atti erano secretati e la corrispondenza controllata). Incredibilmente – si fa per dire – di questi mesi dopo la strage non verranno mai presentate note scritte (probabilmente perchè avrebbero potuto scagionarci da quella ignobile accusa). Notare anche come si parli di “informatore” da tutelare e non di poliziotto infiltrato.

 

4 aprile 1970 Cudillo interroga il commissario Domenico Spinella su infiltrato nel circolo 22 marzo COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4 aprile 1970 Cudillo interroga il commissario Domenico Spinella su infiltrato nel circolo 22 marzo

 

 

 

22 settembre 1969 Questura di Roma Appunto Spinella su riunione a porte chiuse anarchici gruppo Bakunin (fonte l’infame infiltrato Salvatore Ippolito)

23 aprile 2013

Velina del 19 settembre  (fonte l’infame infiltrato Salvatore Ippolito) in cui si imbastiscono sospetti di presunti programmi violenti di compagni che frequentavano il circolo Bakunin.  Notare che il nome Valpreda ancora non compare (infatti non frequentava la sede) e non vi è nessun indizio per identificare i misteriosi interlocutori  (altre 5 persone di organizzazioni politiche diverse) che parteciparono alla riunione. Non è inutile ricordare che il provocatore Merlino non era in grado di organizzare nessun tipo di riunione all’interno del Bakunin – di cui nessuno possedeva le chiavi e che bisognava chiedere il permesso con giorni di anticipo – , e che tale riunione “segreta” appare ben strana in quel momento visto che Di Cola, Valpreda, Claps e altri compagni stavano nelle stesse ore preparando l’organizzazione dello sciopero della fame (che inizia il 25 settembre), a cui daranno supporto compagni di varie provenienze politiche (soprattutto studenti medi).

 

22 settembre 1969 Appunto Spinella su riunione  a porte chiuse anarchici gruppo Bakunin (fonte l'infame infiltrato Salvatore Ippolito)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

22 settembre 1969 Appunto Spinella su riunione a porte chiuse anarchici gruppo Bakunin (fonte l’infame infiltrato Salvatore Ippolito)

 

9 settembre 1969 Appunto Questura di Roma Ufficio Politico di Spinella su discorso tra Emilio Bagnoli e Ivo Della Savia (fonte Salvatore Ippolito)

22 aprile 2013

Molti si saranno chiesti cosa riferisse l’infame poliziotto infiltrato, Salvatore Ippolito, ai suoi superiori. Dagli atti giudiziari non risulta nessun appunto scritto di pugno da questo signore. Secondo le dichiarazioni del personale dell’Ufficio Politico romano la spia Ippolito telefonava (quotidianamente) al suo superiore per riferire di quello che avveniva nel gruppo di anarchici e il suo superiore scriveva/interpretava/decideva le cose degne di finire nei suoi appunti da quelle “irrilevanti”. Come si può agevolmente capire dalla nota che pubblichiamo si tratta di parole casualmente captate e supposizioni questurinesche sul loro significato. Torneremo su questo argomento, ma vogliamo sottolineare una cosa: la spia si era infiltrata tra gli anarchici molti mesi prima della nascita del gruppo 22 marzo e continuerà il suo sporco lavoro per altri mesi DOPO i fatti del 12 dicembre 1969. Come mai non esiste nulla di scritto su questi, lunghi, periodi di tempo? Cosa si dicevano tra di loro i compagni del 22 marzo – quelli non imprigionati – che la polizia non ci vuole far sapere? Forse che erano innocenti…?

 

9 settembre 1969 Appunto Questura di Roma Ufficio Politico di Spinella su discorso tra Emilio Bagnoli e Ivo Della Savia  (fonte Salvatore Ippolito)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9 settembre 1969 appunto Spinella da fonte Salvatore Ippolito