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1972 03 11 Umanità Nova – A proposito del giudice Falco

13 Mag 2015

1972 03 11 Umanità Nova - A proposito del giudice Falco

 

Una cosa ci sentiamo in dovere di fare, a conclusione di questa seconda settimana del processo: ringraziare sentitamente il signor Falco. Non se ne stupisca, egregio giudice. Noi la ringraziamo davvero: per non aver saputo portare, neanche per pochi giorni, quella maschera di uomo «imparziale al di sopra delle parti» che aveva voluto mettersi. Ci creda, noi la comprendiamo, e sappiamo benissimo quanto dovesse star scomodo nella veste di «sincero democratico» lei, che aveva ampiamente dimostrato la sua «imparzialità» nella infame sentenza emessa contro Aldo Braibanti. Da questa sentenza risultava fra l’altro che il Braibanti aveva idee anarchiche… che individuava nella repressività la principale caratteristica del potere costituito… che disprezzava le autorità tradizionali dello Stato, della Chiesa, della famiglia patriarcale e persino che ripudiava il «conformismo dei più».

Certo, se le colpe sono queste, colpevoli lo siamo tutti. Falco però non creda di potersela cavare con affermazioni di questo genere per provare la colpevolezza degli imputati di questo processo, come ha fatto per Braibanti.

Ma andiamo con ordine.

Il primo marzo, all’inizio dell’udienza – vale a dire senza aver prima informato di nulla gli avvocati delle parti – Orlando Falco comunica di aver ricevuto da G.I., giudice istruttore del tribunale di Milano, alcuni atti stralciati da un procedimento penale in corso contro tali «Giovanni Ferorelli più dieci» per «tentata ricostituzione del partito fascista», accompagnati da un telegramma dello stesso Corbetta che spiega come tali atti non sono coperti da segreto istruttorio in quanto non riguardano la specifica imputazione di Ferorelli e camerati ma sono piuttosto attinenti al processo in corso a Roma in quanto contengono «elementi relativi alla strage di piazza Fontana». Corbetta specifica inoltre di avere inviato gli atti «aderendo alla richiesta del procuratore generale di Milano» che è Bianchi d’Espinosa. Falco – dicevamo – dà la notizia. Ma si guarda bene dal dar lettura degli atti in questiono. Giorni prima non aveva esitato a leggere pubblicamente (avallandola così con la sua «autorità» di presidente della corte) una lettera diffamatoria che presentava Valpreda come «esperto in esplosivi» (la storia è vecchia!) . La lettera, naturalmente, è già risultata falsa, cioè firmata con un nominativo inesistente. Invece adesso, che si tratterebbe di leggere documenti (sicuramente autentici, questa volta) speditigli da un suo collega, l’ineffabile giudice vien preso da scrupoli legalitari davvero encomiabili, decide cioè che gli atti in questione sono coperti da segreto istruttorio: leggerli – secondo lui – costituirebbe un reato. Implicitamente – solo implicitamente, certo, non si devono offendere i colleghi – Falco accusa così di questo reato il Corbetta che aveva espresso parere contrario, e persino d’Espinosa. Bisogna dire subito che quest’ultimo si toglie dagli impicci la sera stessa, dichiarando ai giornalisti di «non essere al corrente di nulla»: a dare la autorizzazione a Corbetta sarebbe stato il sostituto procuratore Bonelli. Strano, però che il giudice Corbetta, che di cariche legali se ne deve intendere, abbia fatto una simile confusione… Basta, nonostante le proteste della difesa Falco rispedisce a Milano questi atti tanto scomodi. Perchè siano scomodi, lo si capisce anche solo dando una scorsa all’indice degli stessi, che Falco è stato alla fine costretto a leggere. Lo ha fatto a velocità da scioglilingua: ma si è capito lo stesso, e molto bene. Oltre agli interrogatori di vari fascisti, negli atti c’erano delle dichiarazioni di Stuani, la lettera di Ambrosini a Restivo, ed altro materiale riguardante il caso di Ambrosini – che, come è noto, è il decimo testimone «misteriosamente scomparso» di questo processo (defenestrato per l’esattezza).

E’ chiaro perchè questi atti debbano essere tenuti il più a lungo possibile lontani dal processo. E’ anche chiaro da che parte stia il giudice Falco. Per noi lo è sempre stato, naturalmente. Ma ormai grazie a questa sua mossa troppo scoperta lo hanno capito tutti: Occorsio, Cudillo, il boia Calabresi, il giudice Falco sono tutti dalla stessa parte: quella della cosiddetta «giustizia» retta solo da criteri di classe. Quella degli assassini, di Avola come di piazza Fontana. Quella dello Stato.

Ovviamente il Secolo e il senatore missino Nencioni, riempiono di lodi il giudice Falco. Gli arriva, sempre da parte fascista, anche un altro aiuto, di tipo inaspettato. All’udienza del 2 marzo infatti Niglio, un difensore di Stefano Delle Chiaie «bombardiere di Roma», rivolge a Falco una «vibrata protesta»: infatti, secondo lui, il processo si svolge tra inammissibili «tafferugli», costituiti dal fatto che il pubblico (esclusi naturalmente i poliziotti in borghese che ne costituiscono una buona parte) applaude i compagni imputati e li saluta col pugno chiuso al loro ingresso in aula. Insomma, il camerata suggerisce un processo a porte chiuse, come si usava nei bei tempi andati. Niglio offre così a Falco un’occasione (ottima ma purtroppo tardiva) per rattoppare la sua (molto) malconcia «verginità democratica» respingendo «indignato» la richiesta del fascista e dicendo che noi (il pubblico) siamo in fondo disciplinati, che va tutto bene perchè quando lui strilla – e lo fa spesso – «silenzio o faccio sgomberare la aula», ce ne stiamo zitti. Ci dispiace deluderla, signor giudice. Ma se stiamo «zitti» non è certo per rispetto a quelle istituzioni che lei, degnamente, rappresenta. E’ solo perchè non vogliamo offrirle nessuna occasione sapendo bene come anche a lei piacerebbe, e molto, il «processo a porte chiuse» di cui sopra. Del resto – e ci dispiace deluderla un’altra volta – l’avvocato Niglio sembra più informato di Falco sul clima che regna a piazzale Clodio. Infatti, mentre Falco «difende il pubblico», in un’altra aula si svolge il processo contro cinque extraparlamentari e due fascisti del Croce implicati in uno «scontro». Ebbene, mentre i numerosi fascisti presenti fanno tutti il saluto romano ai loro camerati col beneplacito delle autorità, un compagno che alza il pugno viene prontamente agguantato da due poliziotti e sbattuto fuori dell’aula. Si salva da un fermo solo per l’intervento di un compagno avvocato che «ricorda» ai solerti sbirri come persino per la legge italiana sia il saluto fascista e non il saluto a pugno chiuso a costituire reato di «apologia» del non defunto fascismo.

 

 

2014 12 14 Il Garantista – Il 12 dicembre 1969 Bombe su Roma. La testimonianza di Enrico Di Cola

8 gennaio 2015

(testo integrale, leggermente diverso da quello apparso sul giornale Il Garantista, per ragioni di spazio) 

2014 12 14 Il Garantista - Quel giorno fui torturato per incastrare Valpreda

Quella giornata del 12 dicembre 1969 era iniziata per me come una giornata qualsiasi. Avevo da poco compiuto i 18 anni (allora si era maggiorenni a 21 anni) ero studente di un istituto tecnico industriale ma più impegnato a partecipare a riunioni, manifestazioni o incontrare i miei compagni di fede piuttosto che frequentare la scuola. Quella mattina non andai a scuola ma rimasi in casa fino al primo pomeriggio e poi – come ero solito fare – mi recai alla sede del nostro circolo, il 22 marzo, in via del Governo Vecchio.

Il giorno precedente un compagno mi aveva telefonato per avvertirmi che ci sarebbe stata una conferenza sulla storia delle religioni che inizialmente doveva tenersi al circolo Bakunin di via Baccina. Anche se la tematica non mi interessava andai comunque perché volevo incontrarmi con i miei compagni ed amici (diversi dei quali erano anche miei compagni di scuola).

Terminata la conferenza, assieme a Emilio Bagnoli e Amerigo Mattozzi, ci recammo alla sede della Lega dei diritti dell’Uomo, a Piazza SS. Apostoli, perchè volevamo fare una denuncia contro le persecuzioni a cui ci sottoponeva la polizia politica romana.

In molti di noi si erano accorti di essere seguiti, diverse volte eravamo stati fermati ed identificati mentre passeggiavamo per strada (a me era successo un paio di volte mentre mi trovavo assieme a Pietro Valpreda), il 19 novembre – giorno dello sciopero nazionale per la casa – in una decina di compagni venimmo fermati “preventivamente” e trattenuti in Questura per molte ore per impedirci di partecipare a quella manifestazione. Come noto la sera stessa, dopo essere stati rilasciati dalla Questura, fummo aggrediti a Trastevere e così io, Valpreda e Gargamelli finimmo la giornata dietro le sbarre di Regina Coeli. Qualche giorno dopo un altro giovanissimo compagno, Angelo Fascetti, viene fermato e interrogato dai carabinieri perché sospettato per un attentato ad una caserma dell’arma.

Già alla fine di ottobre, mentre io, Bagnoli, Muki e Valpreda ci stavamo recando a Reggio Calabria per portare la nostra solidarietà ad alcuni compagni che dovevano essere processati, venimmo fermati dai carabinieri e – grazie al famigerato art.41 del TULPS – fummo perquisiti in cerca di armi o esplosivi.

Mi fermo qui perché sarebbe troppo lungo elencare i tantissimi episodi che dimostravano che subimmo il quel breve periodo di vita del nostro circolo quanto forte fosse “interessamento” degli apparati repressivi verso di noi e come non vi fosse un solo minuto della nostra vita che non venisse controllato e registrato. Tutte queste “attenzioni” ci avevano indotto a pensare che fosse necessario da parte nostra fare una qualche “contromossa” – cioè di denunciare la polizia – per portare alla luce di tutti questa continua persecuzione. Era questo il motivo per cui ci recammo, come detto, alla Lega per i diritti Umani quella sera.

Appena arrivati nei locali della Lega ci dissero subito che erano scoppiate alcune bombe a Roma e Milano e che c’erano dei morti e quindi, ovviamente, non era il momento giusto per sporgere la nostra denuncia.

Con Emilio e Amerigo ci precipitammo a comprare un giornale per capire meglio cosa fosse accaduto e tornammo in sede per avvertire i compagni che erano rimasti dopo la conferenza. Assieme decidemmo che l’unica cosa che potessimo fare fosse di tornare a casa e seguire in televisione cosa stesse succedendo. Ci lasciammo dandoci appuntamento al giorno seguente dopo esserci accordati che prima di andare in sede avremmo dovuto fare un giro di telefonate a tutti i compagni per sentire se qualcuno avesse avuto problemi.

Dato le persecuzioni che avevamo subito in precedenza davamo quasi per scontato che alcuni di noi sarebbero stati nuovamente “attenzionati” ma certamente non pensavamo che fosse già troppo tardi per evitare che la trappola, la tagliola, ci si conficcasse nella pelle.

Arrivato a casa, dopo aver visto il telegiornale, andai a letto a dormire. Il mio sonno non durò molto perché verso le 22,30 – 23 mi risvegliai con un mitra puntato in faccia (anche mio fratello subì lo stesso trattamento sebbene non avesse mai svolto attività politica in vita sua) e dopo la perquisizione fui condotto nei locali della Legione Territoriale dei Carabinieri. Per prelevarmi era stato predisposto uno spiegamento di forze davvero imponente: almeno una decina di agenti armati di tutto punto, appostati persino sulle scale di casa.

Il primo interrogatorio, che si svolse in maniera “normale” – per quello di normale può esserci un interrogatorio di polizia -, avviene alle 23,55 finto il quale vengo rinchiuso in una stanzetta vuota a parte alcune sedie.

Qui passo – senza ovviamente poter dormire – la notte. Ero convinto di dover essere rilasciato al più presto in quanto per l’ora delle bombe, quelle esplose a Roma avevo un alibi (la conferenza) . Ma mi sbagliavo.

La mattina seguente verso le 11, senza aver potuto bere un bicchiere d’acqua o mangiare qualcosa, mi vengono a prelevare e mi portano al secondo o terzo piano dove si trovava la porta che conduceva nei locali della squadra omicidi. Non ci sono i carabinieri che mi avevano interrogato la sera precedente e subito mi accorgo che ben diversa è l’aria che si respira.

Nel secondo verbale delle 11,10 compare per la prima volta il nome di Pietro Valpreda e mi si chiedono ragguagli su di lui. Anche nel terzo ed ultimo verbale che sarebbe iniziato alle 17,30 si parla di Valpreda, cioè mi viene chiesto di confermare l’indirizzo in cui abita a Roma.

Prima di procedere con queste mie memorie penso sia utile dire, ricordare, alcune cose soprattutto per i più giovani. Prima di tutto, come avrete notato, io ho citato solamente gli orari di inizio interrogatorio ma non quelli della loro fine. Infatti questi non venivano mai riportati. Per cui non è possibile sapere quanto un interrogatorio durava veramente. Altra cosa da non trascurare è che la verbalizzazione avveniva sotto la dettatura del funzionario che interrogava e quindi non erano le tue parole che poi comparivano ma l’interpretazione che questi faceva di quello che tu dicevi. Tu potevi solo rettificare il verbale che ti facevano vedere a fine interrogatorio o rifiutarti di firmarlo, nel qual caso ricominciava tutto da capo.

In realtà il mio fu un unico lunghissimo, ininterrotto, interrogatorio iniziato alle 11 del mattino e terminato verso le 19,30- 20, ora in cui venni rilasciato.

Durante questo interrogatorio-fiume dovevo stare seduto immobile mentre mi schiaffeggiavano, mi vennero tirati capelli e barba, mi puntarono un tagliacarte alla gola minacciandomi di morte… Il tutto avveniva al buio quasi completo tranne la lampada che mi veniva puntata in faccia per impedirmi di vedere quando partivano i colpi. Ogni tanto si davano il cambio entrava il carabiniere “buono” che cercavano di blandirmi con promesse di soldi e tranquillità per il resto della mia vita. Mi suggeriva di dargli qualcosa, qualcuno su cui buttarsi, se volevo evitare il peggio quando sarebbe rientrato il “cattivo”… e così via per molte ore.

Questo trattamento “speciale” aveva un unico scopo: quello di farmi firmare un verbale in bianco, oppure che mettessi a verbale di aver visto Valpreda partire per Milano con una scatola per scarpe piena di esplosivo. E badate bene che siano al 13 dicembre quando ancora, almeno ufficialmente, il nome di Valpreda non era ancora stato fatto da nessuno!

Quella sera stessa, improvvisamente e inaspettatamente, venni rilasciato ma prima di farlo si premunirono di farmi capire che qualsiasi cosa avrei raccontato nessuno mi avrebbe mai creduto (la tua parola contro la nostra) e che potevano in qualsiasi momento ammazzarmi e far passare la mia morte come un incidente, magari stradale.

Feci ritorno a casa facendo molta attenzione mentre traversavo la strada e guardandomi in continuazione dietro le spalle per vedere se ero seguito. La mattina seguente mi vennero a trovare 4 o 5 compagni a cui raccontai lo strano interrogatorio che avevo subito e il fatto che mi volevano far incastrare Valpreda.

Vi era un particolare che era sfuggito agli inquirenti durante l’interrogatorio che mi sembrava importante verificare. Mi diedero infatti dei particolari sulla partenza di Pietro da Roma che io non conoscevo. Parlarono dell’incontro avvenuto tra Valpreda e Emilio Borghese prima della sua partenza per Milano. Io non ero stato testimone e non sapevo nulla di questo incontro e quindi era evidente che qualcun altro lo aveva raccontato oppure che i carabinieri lo sapessero perché anche loro seguivano passo a passo i movimenti di Pietro.

I compagni mi dissero che avevano fatto un giro di telefonate e gli risultava che mentre alcuni erano stati rilasciati altri erano stati appena fermati per cui non era ancora possibile fare un bilancio di quanto stava avvenendo. Un aiuto per sapere queste cose ci venne dato dai quotidiani che pubblicarono, in quei giorni, gli elenchi con i nomi dei fermati. Decidiamo dunque di recarci al circolo perché eravamo sicuri che man mano che i compagni sarebbero stati rilasciati di li sarebbero passati.

La mattina del 16 dicembre, mentre mi trovo davanti scuola, vengo a sapere dell’assassinio di Pino Pinelli volato dalla finestra della Questura di Milano. La stessa sera, dopo essere stato al circolo, prendo l’autobus per tornare a casa. Appena seduto alzo lo sguardo di fronte a me e vedo un signore che sta leggendo un giornale della sera su cui troneggia un titolo a tutta pagina sull’arresto di Valpreda. Se già prima ero sconvolto, avevo avuto la fortuna ed il piacere di conoscere Pinelli in un paio di occasioni, la notizia dell’arresto di Pietro mi lascia completamente disorientato e terrorizzato. Le voci che giravano da un po’ di tempo sulla preparazione di un colpo di stato mi sembrava stessero prendendo forma.

Appena rientrato in casa ricevetti la telefonata di una compagna che mi invitava a recarmi subito nella redazione di Paese Sera per parlare con un giornalista suo amico, visto che le notizie che circolavano su di noi nelle redazioni erano davvero ignobili e false. Mi recai a Paese Sera e mi accordai con il giornalista: io avrei raccontato la storia del 22 marzo e lui mi avrebbe permesso di rimanere nei locali del giornale sino al mattino. Io rispettai il patto, ma dopo qualche ora il giornalista mi disse che continuavano ad arrivare foto di Valpreda con me (quelle dello sciopero della fame) e quindi era troppo pericoloso farmi restare li e mi invitò a lasciare immediatamente i locali. Io con la compagna che mi aveva chiamato ed un altro compagno che era andato al giornale con lei lasciammo i locali. La mattina dopo, quando telefonai a casa, venni a sapere che era passata la polizia a cercarmi. E’ in questo momento che inizia la mia latitanza.

Sono stati mesi difficilissimi. Non potevo appoggiarmi agli anarchici che erano i più controllati mentre era molto difficile relazionarsi ai compagni della sinistra che erano troppo spaventati e molti avevano già iniziato ad essere intossicati dalla disinformazione ufficiale. Ho potuto contare solo nell’appoggio di pochi compagni che mi conoscevano da anni per il mio impegno con il movimento studentesco degli studenti medi.

Ho girato in moltissimi appartamenti di compagni sotto falsi nomi e raccontando storie sempre diverse per evitare di essere individuato, solo dopo parecchi mesi quando la repressione si era estesa e molti altri compagni erano costretti a nascondersi per aver preso parte a manifestazioni, scontri con la polizia o altre azioni di contestazione, cominciarono a riaprirsi altre porte. La maggior parte di quei mesi li passai in solitudine totale e senza mai poter uscire di casa durante il giorno e solo raramente potevo concedermi qualche passeggiata di notte per non rischiare di compromettere le persone che mi aiutavano. Ci sono voluti due anni prima che trovassi il modo di procurarmi un passaporto, fuggire dall’Italia e raggiungere la Svezia dove chiesi ed ottenni l’asilo politico.

In realtà la mia fuga dall’Italia non fu una scelta individuale. Avevo parlato in diverse occasioni con compagni anarchici, soprattutto della Crocenera, con il mio avvocato Eduardo Di Giovanni e con alcuni compagni impegnati nella controinformazione ed assieme a loro avevo valutato diverse opzioni.

Va ricordato che in quel momento la situazione era molto buia sia a livello generale – nell’arco di due anni si era creato un lungo elenco di testimoni scomodi morti in circostanze misteriose, di inizio di un processo contro di noi non se ne vedeva traccia, – sia a livello personale, inizialmente ero ricercato per associazione a delinquere, ma nell’aprile del 1970 dopo una perquisizione nella mia casa venne aggiunto un nuovo reato: quello di detenzione e possesso di materiale di cui è vietata la divulgazione (spionaggio) per aver scritto in un quaderno i nomi di alcune basi Nato in Italia tratti da un opuscolo diffuso …della FGCI! E come non bastasse a tutto questo si era aggiunta anche la renitenza alla leva.

E’ in questo contesto che decisi che la cosa migliore da fare era qualcosa che da un lato mi permettesse di alleggerire la mia situazione psicologica per qualche tempo, e cioè poter girare tranquillo per strada anche di giorno, poter fare le cose normali che tutti fanno, come poter andare in un ristorante o entrare in un negozio e dall’altra di poter fare qualcosa per aiutare i compagni in galera. Chiedendo asilo politico e inviando una lettera in cui sfidavo le autorità italiane a chiedere la mia estradizione, volevo stanarli di fronte ad un Tribunale svedese per far conoscere all’estero qual era la vera situazione della “democrazia” in italia. In realtà questa nostra ipotesi non si concretizzò per un beffardo scherzo del destino. Quando inviai alle diverse autorità italiane la lettera per comunicare che mi trovavo in Svezia e che le sfidavo a chiedere la mia estradizione, il primo processo Valpreda a Roma era iniziato e dopo poco terminato per essere rinviato alla sua sede naturale, cioè Milano. Ma come sapete Milano si rifiutò di tenerlo per timore di chissà quali presunti scontri di piazza e – con un colpo di genio – la Corte suprema di Cassazione decise di far tenere il processo nel luogo più lontano possibile dalla sua sede naturale spedendo tutto a Catanzaro.

Qui potevano essere sicuri che il lievitare a livelli astronomici dei costi economici gli avvocati della sinistra extraparlamentare non avrebbero potuto garantire una loro presenza costante e quindi una nostra adeguata difesa. E questo avvenne.

Comunque, come dicevo, il giudice istruttore di Roma che si trovò tra le mani la nota sulla mia presenza in Svezia non poteva più chiedere la mia estradizione perché la cosa non era più di sua pertinenza e si limitò a scrivere una nota per i giudici di Milano…che nel frattempo erano anche loro stati esautorati della pertinenza e tutto finì negli scatoloni inviati a Catanzaro. Per quanto ne so non arrivò mai nessuna richiesta di estradizione contro di me e io restai in quel paese per poter aiutare altri compagni che avessero avuto bisogno di trovare un rifugio tranquillo e per impegnarmi a far conoscere la nostra storia.

nota

Leggendo recentemente gli atti istruttori e quelli dei processi di Catanzaro posso azzardare un’ipotesi sul perchè i carabinieri furono costretti a rilasciarmi.

Il gioco dei fermi e arresti che era gestito dall’Ufficio Affari Riservati tramite la squadra politica romana, era in funzione di dare una parvenza di legalità agli atti processuali. Per cui il fermo di uno di noi, di un compagno del gruppo, non poteva essere fatto prima che qualcuno di noi facesse quel nome, magari per dire cosa aveva detto o fatto in qualche occasione e chi era presente in tale occasione. Solo a quel punto si poteva giustificare il fermo di un altro compagno.

Come sappiamo in realtà non avevano bisogno di fare questa sceneggiata perché avevano infiltrato un poliziotto tra di noi (anche se ci vorranno dei mesi perché il suo nome salti fuori ufficialmente) e quindi già sapevano i nostri nomi e tutto quello che gli serviva per incastrarci.

Comunque gli uomini dell’Ufficio politico della questura seguirono questo schema che probabilmente doveva servire per dimostrare che stavano svolgendo indagini a tutto campo ma che queste portavano sempre a noi.

All’interno di questo meccanismo avviene un errore. Vengo fermato troppo presto e non dalla polizia ma dai carabinieri e in quel momento il mio nome ancora non appare in nessun verbale.

Sarà il dirigente della Squadra politica romana Luigi Falvella, a confermarlo involontariamente durante l’udienza del processo di Catanzaro del 6 aprile 1974 dove chiamato a deporre affermò che “Non mi risulta se il capitano Valentini (dei carabinieri, mia nota) ci comunicò che avevano fermato il Di Cola perché in quei giorni nulla quasi risultava nei suoi confronti. È probabile che non gli abbia detto che ci interessava il suo fermo. Nei giorni successivi essendosi aggravata la posizione del Di Cola facemmo invano ricerche.”

Il 6 giugno viene chiamato a deporre il colonnello dei carabinieri Pio Alferano che arrampicandosi sugli specchi dice: “Non fermammo il Di Cola ed altri ma l’interrogammo solamente ciò in quanto a carico degli stessi avevamo dei sospetti che potessero avere delle armi. Ciò avvenne, se mal non ricordo, la stessa sera del 12/12”

Lotta Continua 14 maggio 1970 Calabresi, sei tu l’accusato – Il processo a Lotta Continua

26 settembre 2012

Una cosa innanzitutto che potrebbe servire, se ce ne fosse bisogno, a fare maggiore chiarezza: il poliziotto Luigi Calabresi, una volta che è riuscito a raccogliere il coraggio necessario a sporgere querela contro «Lotta, Continua» per «diffamazione continuata e aggravata», sceglie come difensore l’avvocato Lener. Ora, noi sappiamo di essere stati spesso maliziosi e irriverenti nei confronti del poliziotto Calabresi, ma chi sa perché, anche se per una volta ci sforziamo di non avere pregiudizi, non riusciamo ad attribuire al caso il fatto che sia stato questo stesso avvocato a difendere nel 1960 i poliziotti, accusati di omicidio per avere mitragliato il proletariato di Reggio Emilia, lasciando sul terreno sette morti; ed è sempre il Principe Del Foro Lener che difende Felice Riva dopo che questi ha rovinato migliaia di operai, sfruttati prima, licenziati in massa dopo.

Sarà forse azzardato da parte nostra, ma ci pare proprio di individuare una certa continuità nell’operato di questo avvocato che coerentemente, dopo aver difeso gli assassini di Reggio Emilia e gli sfruttatori della Valle Susa, accorre sollecito a difendere Luigi Calabresi, detto Volo d’Angelo (Volo per gli intimi della questura).

Ora, non crediamo proprio che con i precedenti dell’avvocato e con quelli del cliente soprattutto dobbiamo andare davanti a un tribunale borghese a chiedere giustizia, né tantomeno possiamo pensare di ottenerla; ma soprattutto non crediamo che l’aula del Palazzo di Giustizia di Milano sia la sede adatta per giudicare il nostro operato.

Abbiamo scritto due mesi fa che «solo giudice è il proletariato» e oggi possiamo ripeterlo con la stessa convinzione; è la lotta di classe, sono le masse proletarie la nostra unica legalità; la «loro legalità», l’insieme delle leggi dello stato borghese e dei capitalisti, ci riguarda solo perché nel corso della lotta di classe ne subiamo le conseguenze; ma non crediamo assolutamente che dobbiamo appellarci ad una interpretazione democratica delle leggi o della Costituzione per difenderci; queste sono le armi della borghesia che il proletariato può solo distruggere, non utilizzare; le nostre armi sono altre, più difficili, più faticose, più pericolose, ma infinitamente più efficaci; è l’organizzazione della forza e dell’autonomia del proletariato, che farà giustizia di tutti i suoi nemici.

E ìl proletariato ha già espresso il suo giudizio nei confronti di questa storia e ha condannato senza appello chi ha messo le bombe di piazza Fontana, chi ha ucciso Pinelli, proletario e compagno, che tiene degli innocenti in galera.

Comunque Calabresi ci ha querelato per diffamazione, dicono i giornali; ora, delle due una, o l’abbiamo diffamato perché abbiamo scritto che «ha la mascella aggressiva» oppure perché abbiamo scritto che ha «suicidato» Pinelli; i giornali non lo specificano, la querela non è stata ancora depositata e quindi ogni illazione è possibile: per esempio potrebbe anche riferirsi al fatto di aver scritto che «Calabresi presentò al generale americano Walker i generali italiani Aloia e De Lorenzo», (a questo proposito, se interessa a qualcuno, potremmo aggiungere che l’incontro Walker-De Lorenzo avvenne a Roma nel pomeriggio del l° aprile del ’69, nell’appartamento di De Lorenzo in via di villa Sacchetti 15); comunque per le poche notizie che abbiamo e soprattutto per la conoscenza non superficiale del Calabresi possiamo arguire che il Nostro si sia risentito soprattutto per le accuse di omicidio.

E di questo ci stupiamo un po’: 1) perché lo sanno tutti che è lui; 2) perché dovrebbe denunciare incatenare, garrottare e gasare metà dei giornalisti italiani; 3) perché dovrebbe abbattere (e non è impresa da poco) 1’80 per cento dei muri di Milano dove il suo nome (Calabresi o talvolta Calabrese) è sempre accompagnato da una serie di definizioni, di cui la più tenera è «assassino».

Comunque, dicevamo, Volo d’Angelo (o Volodangelo) ci ha querelato e questo fatto lo si deve valutare politicamente; abbiamo scritto più volte il nostro giudizio politico sulla strage di Milano e ci sembra superfluo ripeterlo ora; così pure dell’assassinio di Pinelli abbiamo detto a chiare lettere che il proletariato sa chi sono i responsabili e saprà fare vendetta della sua morte; e abbiamo anche detto come fosse determinante essere in grado di rispondere alla borghesia anche su questo terreno, rifiutando e smascherando l’infame gioco delle parti e il macabro mercato delle vacche che dal 12 dicembre i settori reazionari (ben presto esclusi dal gioco) e quelli più o meno avanzati e «socialisti» (fino al PCI) hanno organizzato e gestito intorno alle squallide crisi di governo e alle puttanesche trattative di partito.

Tutto questo scandito da un continuo alternarsi di silenzi e indiscrezioni (di cui l’«Avanti» è stato il più abile manipolatore) che sono state di volta in volta promessa e minaccia nei confronti degli alleati (o avversari) troppo riottosi o troppo arditi. Quindi la completa omertà, fino alla ricostituzione del centro sinistra e poi «gli ideali dei socialisti» (come dice l’«Unità») spingono l’«Avanti» a dire che forse, probabilmente, potrebbe anche darsi, …una sfilza di punti interrogativi e … Pinelli è stato ucciso da un colpo di karaté; (ma non ditelo a nessuno mi raccomando, e non fatelo sapere in giro, altrimenti i borghesi si offendono, i proletari magari si indignano e Calabresi vi può anche denunciare). Poi in un momento di calma, quando il regime si è stabilizzato per benino e «gli ideali socialisti» sono stati soddisfatti a buon mercato con qualche dubbio discreto, la denuncia contro chi ha sempre creduto che Pinelli, Valpreda e i morti di piazza Fontana non fossero né moneta di scambio né argomento eccitante per i piccoli-borghesi, ma fossero fino in fondo elemento di chiarificazione e di lotta per il proletariato. E ancora lo dovrà essere perché è solo su questo, come abbiamo detto, che noi contiamo per la nostra difesa.

Col processo contro «Lotta Continua» Calabresi, e chi lo manovra, crede di assicurare a se stesso e alla polizia l’impunità e «l’innocenza giuridica» che permetta di archiviare l’inchiesta Pinelli con la maggiore rispettabilità e insospettabilità possibile, sgombrando il campo (almeno ufficialmente) dal dubbi che l’opinione pubblica progressista ancora nutre (e che non vede l’ora di abbandonare, a seguito di un’inchiesta democratica magari). Per noi va bene.

Ci potranno condannare forse, così come potranno archiviare «l’inchiesta Pinelli». Non è questo il punto. Andremo in tribunale per dire anche dal banco degli imputati chi sono i veri accusati, chi sono gli assassini. E saranno costretti ad ascoltarci, e non potranno far finta di niente e saranno ancora più numerosi i proletari che sapranno la verità. Vedremo allora chi è più forte, Calabresi o il proletariato.

E a questo punto anche i giornalisti democratici e i magistrati progressisti dovranno decidersi, saranno costretti a scegliere; o tirar fuori tutte le cose che sanno, oppure, come è più probabile, allinearsi docilmente (nei fatti, se non con le parole) con le forze reazionarie: come è loro tradizione e destino storico d’altra parte.

P.S.Abbiamo scritto più volte che Calabresi è un assassino; era giusto farlo, e oggi lo ripetiamo con più forza e convinzione (e non sarà una querela per diffamazione o un processo che ce lo impedirà); e questo anche se, per caso, il colpo di karaté non fosse stato lui a darlo ma, mettiamo, l’agente Muccilli; o se, per ipotesi, non fosse stato Calabresi a far scivolare (o a buttare) il corpo di Pinelli dalla finestra, ma, mettiamo Vito Panessa; è lui l’organizzatore (oltre a tutti gli altri naturalmente, sicari e mandanti) e, ancora una volta, è quindi lui l’assassino.

 Lotta Continua 14 maggio 1970 vignetta contro Calabresi

Lotta Continua 18 aprile 1970 Perchè parliamo di Pinelli

26 settembre 2012

Abbiamo parlato spesso di Pinelli e di Valpreda e della strage di Milano. Alcuni compagni pensano che ne abbiamo parlato troppo.

Crediamo di no. Abbiamo parlato spesso di Calabresi, Guida, Amati; abbiamo detto tutto il nostro odio verso di essi e verso il sistema di cui sono strumenti, e la nostra volontà di vendetta.

Non pensiamo che sia sufficiente, ma sappiamo che non finisce qui.

Ma se continuiamo ancora a parlare di queste cose, non lo facciamo solo perché è stato ucciso un compagno, perché un altro è in galera innocente e 16 persone sono state dilaniate dalle bombe; lo facciamo perché crediamo che la strage di Piazza Fontana e l’omicidio di Pinelli non sono stati un attacco contro le «istituzioni democratiche» e una rappresaglia di queste contro gli anarchici, ma tutti e due i fatti hanno espresso i momenti più violentemente criminali di una offensiva a largo raggio dello stato borghese contro l’autonomia operaia e il movimento rivoluzionario; l’obiettivo era ed è la ripresa del controllo complessivo sulla classe operaia. Ed è per questo che noi pensiamo che esista una precisa continuità politica tra la strage e i suoi organizzatori e le false riforme e chi le auspica, tra la strategia del terrore e quella dell’ingabbiamento. Reazionari e riformisti hanno tentato di impaurire il proletariato, di colpirlo e ora tentano di lusingarlo e controllarlo.

L’intero schieramento di centrosinistra (dalla DC al PCI) aveva interesse ad usare l’attentato come ricatto verso i rivali interni ed esterni, tutti hanno tentato di farlo e tutti quindi dell’attentato sono responsabili o complici (dalla DC al PCI appunto).

Ecco allora Valpreda usato come elemento di contrattazione per il quadripartito, ecco allora che le notizie sull’assassinio di Pinelli vengono manipolate e stravolte, ecco il PCI che dalle bombe sviluppa il suo progetto politico di proporsi prima come garante della «legalità costituzionale» contro ogni tentazione autoritaria, e poi come gestore della fetta di potere che lo stato borghese concede al proletariato. Non solo un atto terroristico quindi, e neppure un semplice complotto, ma piuttosto le prove generali dei meccanismi di difesa della borghesia di fronte all’offensiva proletaria; e le armi sono ancora una volta la violenza criminale, la riforma antiproletaria, i falsi rivoluzionari.

È lo spaccato dell’intero schieramento della borghesia quello che emerge, con tutte le sue componenti, dalle più reazionarie e stupide, a quelle più lucide e accorte. Ed è per questo che per noi indagare su questa vicenda, parlame a livello di massa, sviluppare su di esso il punto di vista del proletariato significa fare lotta politica, attaccare il sistema in un elemento cruciale, quello della sua trasformazione riformista che passa attraverso la repressione criminale.

Per questo riteniamo che Pinelli, Valpreda e i 16 morti di Piazza Fontana siano parte fondamentale del nostro discorso e della nostra lotta contro lo stato borghese, contro le riforme antiproletarie, contro il revisionismo, i suoi falsi oppositori e «l’estremismo» legalitario.

Lotta Continua 18 aprile 1970  interrogatorio in questura karate

Lotta Continua 18 aprile 1970 manifesto Pinelli assassinato

Lotta Continua 24 marzo 1970 Un governo vale bene un vetrino

24 settembre 2012

Alla luce del progetto politico che sta dietro la strage di Milano, si capisce appieno anche l’incriminazione dei parenti di Valpreda, i quali dopo aver affermato per due mesi la stessa coerente versione, ora vengono improvvisamente incriminati per falsa testimonianza; in questo senso si può addirittura spiegare (se non fosse, per la sua ridicolaggine, al di fuori di ogni logica) anche la storia del vetrino giallo, anzi verde, come correggono dopo alcuni giorni gli inquirenti. Da questa borsa dei miracoli potrebbe ormai saltare fuori anche un cadavere tagliato a pezzi o un coniglio e non ci stupiremmo più di tanto, dopo che è stata abilmente fatta saltare fuori (col vetrino) persino la «firma» di Valpreda e la sua confessione. Certo che l’organizzatore di questo complotto lucido e perfetto è davvero un ingenuo e uno sprovveduto se dimentica un suo strumento di lavoro, un suo oggetto personale e caratteristico, dentro la borsa con cui trasporta le bombe. Sarebbe in definitiva come se un generale che va a rubare galline dimenticasse il carrarmato nel pollaio. E pensare che i compagni anarchici possano essere più stupidi dei generali è davvero un po’ troppo. Senza considerare poi il fatto che, secondo quanto dice l’informatissimo «Corriere», del vetrino se ne parla per la prima volta nell’interrogatorio del 27 gennaio; e in tutto questo periodo (dal 12 dicembre al 27 gennaio) che cosa ha combinato il vetrino? Era forse nascosto nelle capaci pieghe della borsa? E questa borsa poi che per 4 ore è stata agitata, sballottata, scossa, esaminata all’interno della Banca Commerciale da impiegati curiosi che volevano ascoltare il ticchettio… certo non sarebbe stato troppo difficile nascondere non uno ma decine di vetrini dentro la borsa … (e che qualcuno l’abbia fatto sul serio ne siamo certi, e non certamente Valpredra o Sottosanti).

Intanto il capitano Varisco viene mandato in giro per l’Italia – a recapitare plichi segreti – dicono; e già che c’è, ne approfitta per fare due visite in più, la prima al consigliere istruttore Antonio Amati, la seconda, pare, in Friuli. Ad Amati dispiaceva sinceramente di essere stato tagliato fuori, sinora, dall’inchiesta. Lui è un esperto in attentati, sa tutto, sa forse quasi di più di Calabresi, tant’è vero che è stato lui il primo, nel tardo pomeriggio del 12, a telefonare in questura (forse puntava sulla taglia) per suggerire la pista degli anarchici. E quindi ora in una maniera o nell’altra vuole riaffermare il suo diritto a partecipare all’«inchiesta del secolo». E c’è riuscito; in quanto dirigente dell’ufficio istruzione poteva avocare a sé l’istruttoria milanese e si è affrettato a farlo; sarà lui quindi ad interrogare i parenti di Valpreda. Amati comunque ha parlato con Varisco; gli avrà proposto (è una sua specialità) una testimone segreta? Una che potrebbe affermare che Valpreda il giorno 13 non solo si trovava a Roma al bar Jovinello, ma magari contemporaneamente a Taormina e a Domodossola a parlare del più e del meno, di tritolo e di commedie musicali, di attentati e di danza classica.

Ma il capitano Varisco è andato anche fino a Udine e pure questo è perfettamente spiegabile. Il 30 o il 31 ottobre del 1969 in un bosco alla periferia di Forni di Sopra in provincia di Udine fu scoperto il cadavere di un giovane colpito alla fronte da un proiettile d’arma da fuoco. Addosso al morto i carabinieri rinvennero un solo documento: un foglio di congedo intestato a Piero Rossi, universitario ventinovenne nato a S. Giuliano Terme (Pisa) e domiciliato alla casa dello studente di Milano. Ma dopo alcuni accertamenti si scoprì che lo studente Piero Rossi (che era stato tra gli occupanti dell’ex Hotel Commercio) era vivo e non era in grado di spiegare come mai il suo documento fosse finito addosso a un cadavere. Passò un po’ di tempo e si riprese a parlare di questo cadavere quando il democristiano Lorenzon affermò di aver sentito il suo ex amico Ventura, (editore neonazista) attribuire la uccisione del giovane ad agenti del SID. Il capitano Varisco potrebbe quindi avere tra i suoi compiti quello di approfondire le indagini su questo delitto (o forse quello più credibile, di chiudere completamente il caso). È certo comunque che elementi interessanti potrebbero saltare fuori; basta considerare le rivelazioni fatte da Lorenzon per rendersene conto: «Sì, Ventura mi ha detto di essere stato uno degli organizzatori e dei finanziatori degli attentati sui treni, la notte tra 1’8 e il 9 agosto». E ha aggiunto questi particolari: che a dare i soldi e a curare il piano erano stati lui e altri due; che in complesso aveva operato un gruppo di nove persone; che parecchie di queste persone non avevano neppure il denaro per le spese di viaggio; e che tutto, bombe e rimborsi spese, gli erano costati centomila lire per attentato. Ventura mi confidò che prima degli attentati di Milano lui aveva parlato di bombe da piazzare in quella città con una persona che io non conosco». Così senza che la polizia faccia il minimo sforzo e la minima indagine, la verità sul terrorismo in Italia comincia ad emergere, ed emergono anche con estrema chiarezza e precisione nomi, complicità, prove. Basterebbe volerle leggere e collegarle e quello che è l’apparato finale e materiale della «strategia del tritolo» potrebbe essere tutto definito e individuato. Ma questo naturalmente non lo si vuole fare, perché scoprire gli esecutori vuol dire suggerire i mandanti, e a questo punto il gioco potrebbe diventare fastidioso. La gente vorrebbe saperne qualcosa di più e farebbe domande, farebbe le sue inchieste, e la cosa si rivelerebbe estremamente pericolosa per questa loro «democrazia», fondata sulle bombe e sui servizi segreti.

24 cantanti denunciati e prosciolti

Quando nel Palazzo di Giustizia, durante il processo contro Bellocchio, cantavamo la Ballata di Calabresi (già Ballata di Pinelli) eravamo coscienti di «diffamare» almeno tre persone (per la precisione Luigi Calabresi, Marcello Guida, Sabino Lo Grano), in quanto molto semplicemente le accusavamo di omicidio e affermavano che erano state loro tre a far cadere Pinelli dalla finestra del quarto piano della questura. E anche se questa è la verità, se non è almeno Giorgio Bocca a confermarlo, sempre di «diffamazione» si tratta.

Ma non pensavamo certo di fare una «radunata sediziosa» dal momento che «non è punibile chi, prima dell’ingiunzione dell’autorità, o per obbedire ad essa, si ritira dalla radunata» (art. 655 C.P.); e questa ingiunzione non c’è mai stata. Comunque è per «radunata sediziosa» che siamo stati denunciati.

La cosa non ci dispiaceva tanto, in definitiva; era forse l’occasione per dire apertamente in un tribunale chi sono gli assassini di Pinelli. Questo deve averlo pensato, però, anche il pretore Letterio Cassata, che ci ha prosciolto in istruttoria. Ma non finisce qui.

Lotta Continua 21 febbraio 1970 n 5 Valpreda e il giro d’Italia

23 settembre 2012

Da circa un mese non si parlava più di Valpreda, da quando si era scoperto che i tanto attesi verbali degli interrogatori (quelli che avrebbero dovuto contenere la prova inequivocabile della sua colpevolezza) avevano semplicemente rivelato che il suo alibi per il 12 dicembre coincideva perfettamente, in tutti i suoi elementi, con quello fornito dalla zia e confermato dai nonni e dai conoscenti. Ora si è ripreso a parlare di Valpreda, si è scritto nuovamente sui giornali che il suo «alibi è stato smantellato»; tutto questo perché a Roma sono saltate fuori alcune persone che improvvisamente, dopo alcuni mesi, si sono ricordate di aver trascorso le loro giornate con l’uomo più fotografato d’Italia e che intendono provare, con le loro testimonianze, che Valpreda ha mentito riguardo alle sue mosse dei giorni 13 e 14. Perché ora il discorso viene ripreso?

Il silenzio di questi mesi su Valpreda era la dimostrazione più chiara dell’imbarazzo in cui si trovavano magistratura e polizia, della difficoltà di andare ancora avanti su una pista già inutilmente battuta. Nel momento cruciale della crisi governativa, quando l’assoluta incertezza sull’episodio politicamente più pericoloso di questi ultimi anni, lasciava il dubbio sull’intero sistema politico, sulla sua sicurezza, sulla sua capacità di autodifesa, e non si riusciva a definire la colpevolezza dell’indiziato principale, ecco il tentativo maldestro di incrinarne la posizione, invalidandone l’alibi.

Tutto questo allo scopo di far riacquistare fiducia nelle autorità inquirenti e di rilanciare una formula governativa che, dalla liquidazione di questo «pasticciaccio», acquistasse il necessario consenso e fornisse le garanzie di un pacifico e ordinato svolgimento dell’attività sociale. Non importa se per far questo si cade nel ridicolo più osceno; salta fuori così che Valpreda è stato in grado in 4 giorni di fare con la sua cinquecento il tragitto Roma Milano Roma Milano, collocare una bomba (o forse 2) pranzare con ballerine, parlare con avvocati, giudici istruttori e cancellieri del tribunale, stare a letto malato e chiacchierare con elettricisti, e così via. Un po’ troppo forse per uno che, secondo gli inquirenti, ha le gambe talmente malandate da dover prendere un taxi per fare pochi metri e collocare la sua bomba.

Lotta Continua 21 febbraio 1970 n 5 Un film da vedere

23 settembre 2012

 due commissari

In questi giorni nei cinema di tutta Italia viene proiettato il film: «Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto». Il film è stato girato prima della strage di Piazza Fontana, della morte di Pinelli, degli arresti in massa di compagni, ma gli elementi del racconto, le vicende, i personaggi sono talmente realistici e credibili che il sostituto procuratore della Repubblica di Milano, dottor Caizzi, ha pensato bene di promuovere un’indagine sul film.

Potrebbe essere significativo il fatto che il dr. Caizzi stia svolgendo, in questi giorni, anche l’inchiesta sul «suicidio» di Pinelli: chissà che vedendo il film non riesca a ricavare qualche elemento utile per risolvere il «caso dell’anarchico caduto dalla finestra.»…

Le rivelazioni del film sui metodi di lavoro della polizia sono forse superflue per i proletari che lottano e che questi metodi li provano sulla loro pelle, ma è ugualmente importante vedere questo film e convincere i compagni a vederlo.

Anche in questo la borghesia ci boicotta: il biglietto costa 1500 lire, e quando il film arriverà in seconda visione sarà forse tagliato e censurato.

Lotta Continua 21 febbraio 1970 n 5 “Non posso rispondere a nessuna domanda” Dichiarazione di Gino Liverani

23 settembre 2012

«Dai fatti di questi ultimi mesi è evidente che è in atto una manovra politica per screditare e calunniare il movimento anarchico, insinuando nell’opinione pubblica il dubbio che gli anarchici siano dei criminali. Io sono estraneo ai fatti di cui sono stati incolpati gli anarchici, ma sono anche convinto che ogni mia dichiarazione o precisazione verrà distorta politicamente per calunniare il movimento anarchico o per incolpare altri compagni. La mia coscienza di anarchico mi impedisce di collaborare, sia pure in minima parte, a questo linciaggio morale del movimento anarchico; pertanto non posso rispondere a nessuna domanda.

Questo caso di coscienza che porta un individuo a non collaborare col potere giudiziario può sembrare un metodo di lotta politica, di disobbedienza civile, ma in sostanza apre di nuovo il problema morale del rapporto tra individuo e società in cui vive. Non solo, ma presenta anche nuovi problemi politici e giuridici per la magistratura italiana: attualmente in Italia l’imputato o l’indiziato deve dimostrare la sua innocenza. Ma, in tal modo, basta la calunnia di qualcuno e ogni cittadino diventa l’imputato e deve fornire le prove di non essere colpevole. Questo caso dell’ anarchico che non parla costringerebbe la polizia e la magistratura, se il metodo dovesse estendersi, a raccogliere notizie e prove completamente da sola; oppure di permettere che fin dal primo interrogatorio ogni cittadino sia assistito da un avvocato».

Lotta Continua 21 febbraio 1970 n 5 Per un’indagine su un commissario al di sopra di ogni sospetto

23 settembre 2012

 i muri di Milano: Vendetta per Pinelli

Il nostro giudizio politico sulla strage di piazza Fontana l’abbiamo scritto più volte a chiare lettere. Gli avvenimenti successivi non hanno fatto altro che confermare ed arricchire di elementi nuovi il nostro discorso. Ed è un discorso che pensiamo debba essere continuamente ripreso e approfondito perché sappiamo bene che dietro le bombe non ci sta solamente la figura di un assassino o di un pazzo, ma un piano politico ampio e generale in cui, con ruoli diversi ma interconnessi, assolvono la loro funzione i mandanti internazionali e locali della destra economica e politica, i presidenti delle repubbliche «vivamente addolorati e pensosi», i defenestratori, i falsi anarchici e i confidenti cosi come i giornalisti progressisti che scoprono con terrore che qualcuno vuole attentare alla costituzione e i partiti resistenziali che attorno ad essa vogliono fare quadrato; per non parlare degli opportunisti extraparlamentari che (unici forse in Italia ad aver creduto che fossero stati davvero gli anarchici a fare gli attentati) hanno ignorato completamente gli avvenimenti, ritenendoli «affari loro» (degli anarchici e della polizia appunto).

Scrivevamo 2 mesi fa che «c’è un rapporto inequivocabile fra lo sviluppo della lotta operaia e proletaria e la scalata terroristica che mira a ricattarla, a deviarla a confonderla».

È per questo che noi crediamo importante parlare ancora della strage e continueremo a farlo.

Il sapere che dietro Calabrese e dietro Saragat ci sono forze ancora più potenti, i Sifar locali e internazionali, i criminali politici (quelli con la benda nera sull’occhio e quelli senza), le alleanze imperialistiche, se da un lato può giustamente preoccuparci a livello individuale e fisico (può esserci una finestra aperta nel nostro futuro), d’altra parte ci deve spingere a un maggior impegno nella denuncia. Non è nascondendoci o fingendo di ignorare l’ampiezza del fronte avversario che potremo resistere ad esso e passare all’offensiva. Dobbiamo impedire che, dopo quella del falso pietismo, cali sulla strage di piazza Fontana la comoda cortina della noia e dell’indifferenza; dobbiamo impedire che Pinelli diventi un numero nelle statistiche dei suicidi quotidiani; dobbiamo far sapere a tutti che il capitalismo continua a uccidere non solo quotidianamente nelle fabbriche, ma anche con le bombe e con i crimini «oscuri» dei suoi sicari.

Lotta Continua 28 febbraio 1970 alcune vignette contro Calabresi

23 settembre 2012

Lotta Continua 28 feb1970 vignetta contro Calabresi 01

 

 

Lotta Continua 28 feb1970 vignetta contro Calabresi 02

 

 

 

 

Lotta Continua 28 feb1970 vignetta contro Calabresi 03

 

 

 

 

Lotta Continua 28 feb1970 vignetta contro Calabresi 04