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1972 03 4 Umanità Nova – Incriminati per aver scritto e pubblicato la verità su Lemke

10 Mag 2015

1972 03 4 Umanità Nova - Incriminati per aver scritto e pubblicato la verità su Lemke

 

Ridicolo. Tra i tanti capi d’accusa addebitati al responsabile legale del nostro giornale, compagno Failla, ed al compagno Enrico Di Cola per le presunte «notizie false e tendenziose» – riportate nel documento inviato dal compagno Di Cola stesso alla procura della repubblica di Roma e Milano, nonché all’ambasciata e al consolato italiano in Svezia ed al primo ministro svedese e da noi pubblicato – ce ne è uno che riguarda il vergognoso caso Lemke.

Nel citato documento il compagno Di Cola, in data 10 gennaio 1972, scriveva: «…risulta che il cittadino tedesco Udo Werner Lemke, teste che scagiona Valpreda, venne prima rinchiuso in un carcere, poi trasferito in un manicomio criminale, ed attualmente di lui non si sa più nulla…».

Questa, considerata dalla magistratura italiana una notizia «falsa e tendenziosa atta a turbare l’ordine pubblico» (mentre non turberebbero nessuno i clamorosi falsi e le tendenziose bugie che si fabbricano giornalmente in alto loco) è oggi apparsa su tutti i maggiori quotidiani con sconcertanti (non per noi) particolari. Stando alle ultime informazioni, il Lemke che, come si ricorderà, dichiarò a suo tempo di aver visto e riconosciuto due fascisti a lui già noti fuggire dall’altare della patria dopo l’attentato, finì per una oscura quanto incredibile vicenda, prima in galera e poi nel manicomio criminale di Perugia. Pubblico ministero era Occorsio, lo stesso che ora è messo sotto accusa dalla difesa del processo Valpreda.

Ora il Lemke, proprio in concomitanza con il processo Valpreda nel quale dovrebbe testimoniare, è stato scarcerato con anticipo ed espulso in tutta fretta dall’Italia con la diffida a non rientrare per nessun motivo. Resta da accertare, per valutare lo scandalo in tutta la sua ampiezza, se il provvedimento sia stato deciso o comunque sollecitato dal dr. Occorsio. In questo caso, ai tanti motivi che svalutano l’inchiesta per la strage, se ne aggiungerebbe un altro di estrema gravità.

Sarebbe superfluo dirlo: la difesa sta attivamente cercando Udo Lemke perché intende assicurare la sua testimonianza al processo anche contro le decisioni delle autorità…competenti.

 

1972 02 12 Umanità Nova – Frenesie giudiziarie contro il nostro giornale

4 Mag 2015

1972 02 12 Umanità Nova - Frenesie giudiziarie contro il nostro giornale

 

Stando al significato che può avere un certo via vai di ufficiali giudiziari carichi di avvisi di comparizione, sembrerebbe che una delle tante autorità dello Stato od addirittura tutte insieme (polizia, carabinieri, magistrati ecc.) improvvisamente abbiano deciso di negarci la libertà di stampa, di critica, di opinione, di informazione.

Tutto questo perchè dei solerti funzionari, stipendiati anche con i soldini che l’erario ci rapina su ogni sudata lira, dovendo pur far qualcosa per guadagnarsi la pagnotta e la sospirata promozione, si sono messi a leggere accanitamente questo settimanale anarchico ed hanno scoperto inorriditi che osiamo escogitare e pubblicare ogni 10 e 12 righe una notizia «falsa e tendenziosa…». La «dritta» per le indagini, di solito, è qualche «soffiata» di confidenti spie e canaglie prezzolate.

Nel nostro caso diversi luridi fogli fascisti da tempo hanno preso a cuore la faccenda, denunciando con accenti feroci l’inerzia delle autorità di fronte al cumulo di reati che settimanalmente collezioniamo nelle nostre pagine. Il lurido quotidiano del massacratore e torturatore onorevole Almirante giunse, un mese fa, a ripubblicare quasi intieramente, foto compresa, una nostra pagina ed elencare, scandalizzatissimo, una lunga serie di violazioni del codice fascista, incitando le autorità a procedere nei nostri confronti. Un altro fogliaccio di Napoli (tanto per citarne più di uno) fiancheggiatore dei reazionari fascisti, nel suo numero del 30 gennaio scorso, dedica una trentina di righe angosciate per il nostro antimilitarismo ed antistatalismo sovversivo e lancia la sua incitazione alle forze della repressione: «Alle corte: perchè si consente a “Umanità Nova” di pubblicare…»

Noi sappiamo che la libertà di stampa, come ogni libertà sotto qualsiasi Stato, è conculcata da leggi assurde e liberticide. Sappiamo che la verità è una potente arma rivoluzionaria e che la menzogna è lo strumento più efficace di ogni autorità, di ogni dispotismo. Ma non siamo disposti a tollerare senza reagire che la repressione tenti di strangolare la nostra voce prevaricando le stesse leggi fasciste che consentono, sia pur limitatamente, il diritto di informazione.

Non sappiamo ancora con esattezza quanti e quali siano i capi di imputazione, sembra però che riguardino i due documenti inviati a noi ed a tutte le autorità interessate della Repubblica italiana dal compagno Enrico Di Cola che, nel momento in cui scriviamo, secondo quanto dichiara il suo avvocato, non sarebbe stato convocato in giudizio.

Risulterebbe invece che, oltre al responsabile legale del nostro giornale, è stato «incriminato» anche Di Cola senza però essergli stata inviata alcuna notifica in quanto «irreperibile». Un tale procedimento nei riguardi di un «imputato » che compie volontariamente e pubblicamente una serie di reati e ne informa immediatamente l’ambasciata italiana, la procura della repubblica di Roma e Milano, nonché le più alte autorità del paese in cui risiede con la scopo dichiarato di ottenere che la magistratura italiana ordini la sua estradizione, è assurdo e ridicolo oltre che arbitrario ed illegale.

Abbiamo pubblicato, per dovere di informazione, documenti inviati dall’interessato ad agenzie di stampa, ad organismi dello Stato italiano e svedese, documenti in cui si chiedeva esplicitamente alla magistratura italiana di procedere a termine di legge.

Siamo certi di aver fatto il nostro dovere che, come rivoluzionari, è quello di perseguire a tutti i costi la verità. Facciano altrettanto i nostri accusatori: raccolgano la sfida del compagno Di Cola e chiedano la sua estradizione al governo svedese.

Noi intanto, memori di quanto scrivemmo su «Umanità Nova» del 4 dicembre scorso: «Il processo per la strage di Stato si farà… ma con i vari Allegra e Calabresi sul banco degli imputati», come prima risposta e per dimostrare che i falsificatori vanno ricercati tra chi ordisce le trame per puntellare il potere, pubblichiamo in questo stesso numero del giornale un documento che è agli atti del processo per la strage e che costituisce un clamoroso «falso in atto pubblico», commesso scientemente per danneggiare un innocente.

1972 04 15 Umanità Nova – Processo a Umanità Nova (e Enrico Di Cola)

29 aprile 2015

 

1972 04 15 Umanità Nova - Processo a UN e Di Cola 01

 

Processo a Umanità Nova

Lunedì 24 corr., di fronte alla seconda sezione del Tribunale penale di Roma, avrà inizio un importante processo contro il direttore responsabile di «Umanità Nova», Alfonso Failla, per la pubblicazione di un documento che il giovane anarchico espatriato in Svezia con passaporto falso, Enrico Di Cola, imputato insieme a Valpreda e compagni per la strage del 12 dicembre ’69, inviò in data 10 gennaio all’ambasciata di Italia ed al consolato italiano di Stoccolma nonché alle procure della repubblica di Roma e Milano e al governo svedese.

Nella citazione del tribunale vengono elencati ben dieci capi di imputazione che investono sostanzialmente le assurde indagini a senso unico e predeterminato sulla strage e la conseguente incredibile istruttoria dei giudici Occorsio e Cudillo.

Qualora l’inevitabile eccezione di incostituzionalità del famigerato articolo 656 del codice Rocco non venisse accolta ed il dibattimento dovesse svolgersi regolarmente, per dimostrare l’assoluta infondatezza dell’accusa – dato che le notizie contenute nel documento di Enrico Di Cola sono autentiche e vere e per nulla esagerate e tendenziose – saranno necessariamente rievocati ed esaminati tutti gli scandalosi atti polizieschi e giudiziari che hanno costretto a definire «aberrante» l’inchiesta sulla strage di Milano contro gli anarchici innocenti.

E’ da rilevare inoltre che nel documento incriminato Enrico Di Cola sfidava, con puntigliose e documentate argomentazioni, la magistratura italiana a chiedere la sua estradizione oltre che per i reati in base ai quali pendevano su di lui due mandati di cattura anche per altri undici reati da lui commessi eventualmente per espatriare. Ma le autorità italiane si sono rifiutate di chiedere l’estradizione asserendo che lo statuto dell’Interpol vieta che siano promosse azioni contro persone accusate di reati che hanno risvolti politici, mentre è noto che i reati attribuiti a Di Cola siano da considerarsi «comuni» e che in altri casi analoghi, come per le bombe del 25 aprile ’69 alla Fiera ed alla stazione di Milano, fu chiesta ed ottenuta l’estradizione di Angelo Della Savia.

Il processo, se non verrà sospeso, avrà certamente la stessa risonanza e le stesse ripercussioni politiche e giuridiche sulla vicenda della strage che ebbe quello di Baldelli-Calabresi per la morte dell’anarchico Pinelli. Il pubblico dibattito sull’istruttoria di Occorsio e Cudillo che si è voluto evitare con la nota sentenza di incompetenza territoriale esploderebbe ora con tutte le sue gravi implicazioni.

 

1972 04 15 Umanità Nova - Processo a UN e Di Cola 02

1972 04 1 Umanità Nova – Concesso in Svezia l’asilo al compagno Di Cola

29 aprile 2015

Nostra nota

Dopo la concessione dell’asilo umanitario concesso dalla Svezia il compagno Enrico Di Cola fece richiesta per il riconoscimento dello status di rifugiato politico che ottenne un paio di anni dopo, con il rilascio del passaporto Nansen.

Il passaporto Nansen era un passaporto internazionalmente riconosciuto rilasciato dalla Società delle Nazioni a profughi e rifugiati apolidi. Il principio del passaporto Nansen è stato ripreso dal documento di viaggio descritto dalla Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati.

 

1972 04 1 Umanità Nova - Concesso in Svezia l'asilo politico a Di Cola

Con una dichiarazione resa pubblica giovedì 23 marzo il governo svedese ha concesso l’asilo al compagno Enrico Di Cola rifugiatosi in Svezia ai primi di novembre dello scorso anno.

La decisione presa dal governo svedese riveste un valore politico che non può essere in alcun caso sottovalutato.

Di fronte al netto rifiuto della magistratura italiana di richiedere l’estradizione di Di Cola, e di fronte al rifiuto dell’ambasciatore italiano a Stoccolma di ricevere il 23 febbraio la delegazione di compagni che richiedeva giustizia per Pinelli e libertà per i compagni arrestati, il governo svedese è stato costretto a riconoscere ufficialmente che in Italia non esiste nessuna garanzia di libertà politica e sociale, e che la tanto decantata amministrazione della giustizia è una volgare pagliacciata della quale non si può tenere alcun conto.

Al riguardo va precisato che in Svezia l’unico diritto di asilo esistente è quello concesso al compagno Di Cola, l’asilo umanitario. Va inoltre precisato, ad uso dei pennaioli italiani di stretta osservanza fascista, che il reato imputato al compagno Di Cola non è di carattere politico, ma di volgare associazione a delinquere. Tale precisazione è necessaria perché, riportando la notizia di agenzia sulla decisione adottata dal governo svedese, certi pennaioli italiani si sono affrettati a dichiarare che l’estradizione di Di Cola non era tecnicamente possibile perché il reato del quale Di Cola era accusato è di carattere politico. Ciò è falso. E’ vero invece che l’estradizione di Di Cola non poteva essere richiesta per evitare che i falsi di Cudillo e di Occorsio divenissero di dominio internazionale.

 

 

1972 03 11 Umanità Nova – Stoccolma Corteo per la strage

28 aprile 2015

 

1972 03 11 Umanità Nova - Stoccolma Corteo per la strage

 

 

 

Stoccolma: Corteo per la strage

Da Sergelstorg, un corteo si è diretto verso l’ambasciata italiana scortato da considerevoli forze di polizia.

Alcuni grossi striscioni «Valpreda libero. Pinelli vendicato» e «Pinelli Lambrakis la mano è la stessa» e «Operai fermiamo il fascismo internazionale», numerose le bandiere nere dei gruppi anarchici e nel mezzo si notava la bandiera della L.S. dalla SAC (sindacato anarchico)

Giunti dinanzi all’ambasciata italiana è stata letta una risoluzione che afferma come fosse gratuito dire che gli anarchici mettono le bombe e come si fosse raggiunta la certezza che le bombe sono state messe dai fascisti. Veniva quindi accusata la polizia italiana dell’assassinio di Pinelli e si denunciava tutto lo apparato statala (polizia, magistratura, governo, partiti) di obiettiva collaborazione nella strage e di aver arrestato degli innocenti. Si aggiungeva che il Comitato Pinelli, promotore della manifestazione, avrebbe iniziato una forte campagna par far conoscere anche in Svezia la verità sulla strage di Stato.

Letta la risoluzione, prendeva la parola un compagno italiano che, dopo un breve discorso annunciava che sarebbe andato a parlare con l’ambasciatore per consegnargli, per la seconda volta, la lettera del compagno Di Cola in cui sfida la magistratura a chiedere la sua estradizione. La prima lettera era stata spedita un mese prima ma non aveva avuto risposta, la seconda è stata respinta con la scusa che l’ambasciatore non vuole che qualcuno passi il cancello. Alla risposta negativa dal gruppo si sono levate grida di protesta.

La manifestazione si è conclusa dopo un sit-in, dandosi l’appuntamento tra una settimana per coordinare il lavoro del Comitato Pinelli.

1972 01 15 Umanità Nova – Il settimanale Arbetaren (SAC) dà notizia che l’anarchico Enrico Di Cola si trova in Svezia

27 aprile 2015

1972 01 15 Umanità Nova - Il settimanale Arbetaren (SAC) dà notizia che l'anarchico Enrico Di Cola si trova in Svezia

 

 

 

Stoccolma 31-12-1971 – Il settimanale «Arbetaren», organo ufficiale degli anarco sindacalisti svedesi, dà notizia che l’anarchico italiano Enrico Di Cola si trova in Svezia dove ha chiesto l’asilo politico. E’ in corso la traduzione in svedese degli atti del processo istruttorio per la strage di Stato per obbligare il governo svedese a prendere una posizione politica non solo sulla richiesta di asilo avanzata dal compagno Di Cola ma su tutta la tragica farsa messa in atto dalla magistratura italiana dopo la strage di Stato.

L’Europeo 13 aprile 1972 La mia fuga dall’Italia Enrico Di Cola Il primo cittadino italiano che ha ottenuto «asilo politico» in Svezia – di Sandro Ottolenghi

15 dicembre 2010

L’Europeo 13 aprile 1972

Il primo  cittadino italiano che ha ottenuto «asilo politico» in Svezia

La mia fuga dall’Italia

l'Europeo 13 aprile 1972 Enrico Di Cola La mia fuga dall'Italia

Enrico Di Cola, imputato al processo per la strage di piazza Fontana e amico di Valpreda, ci spiega come ha potuto ottenere ospitalità in Svezia e sfuggire ai misteriosi emissari che lo pedinavano e lo minacciavano di morte.

Sandro Ottolenghi

STOCCOLMA, aprile

Un ragazzo di vent’anni è il primo italiano a cui la Svezia abbia concesso «asilo politico».  Si chiama Enrico Di Cola. E’ uno degli imputati del processo Valpreda per la strage di piazza  Fontana e per le altre bombe del dicembre ’69. Sfuggito alla cattura, irreperibile per due anni, ufficialmente latitante all’inizio del processo di Roma, Enrico Di Cola ha trovato asilo in Svezia «per motivi umanitari». Amici svedesi mi dicono che non soltanto è il primo italiano a godere di un simile trattamento, ma è anche l’unico che non provenga dall’Est o da paesi a regimi totalitario. E non è neppure uno dei mille giovani che hanno disertato dall’esercito degli Stati Uniti e che la Svezia ha accolto fin dall’inizio del conflitto nel Vietnam.

Arrivare a Enrico Di Cola per avere questa intervista, non è stato facile. Con Gianfranco Moroldo ho dovuto superare il muro di sospettosa diffidenza che lo protegge da contatti con italiani «sconosciuti». Chi ce l’ha fatto, alla fine e dopo una lunga trattativa, incontrare, afferma che già due volte dei falsi giornalisti venuti dall’Italia hanno cercato un contatto e sono stati smascherati da questo volontario «servizio di sicurezza» costituito da un gruppo di italiani che, oltre ad avere dato ospitalità a Di Cola e ad aver appoggiato in ogni modo la sua richiesta di asilo politico, ha anche creato un centro di contro-informazione che opera a livello di giornali e di radio-televisione.

Dimostrando di non essere carabinieri, agenti della squadra politica, uomini del SID o della CIA, abbiamo potuto incontrare Enrico Di Cola recandoci ad un appuntamento che è rimasto incerto fino all’ultimo. Un simile apparato di precauzioni, lodevolissime, non poteva che provocare, una volta di fronte al ragazzo in camicia kaki e aspetto da Bakunin giovane, una domanda prioritaria. Questa.

Di chi, di che cosa hai paura? E perché vivi in questo modo, se non proprio nascondendoti, certo cercando di farti vedere in meno possibile?

Sì, ho paura. Sono due anni che ho paura. Da quando, una notte, uno strano emissario mi ha minacciato di morte, mi ha detto che sarei rimasto vittima di un «incidente stradale» e ho capito che quello che lui diceva sarebbe potuto proprio avvenire. Ho paura di essere ucciso, o di morire «di malattia» come quella decina di persone più o meno implicate nella vicenda Valpreda. Tu non ci crederai, ma almeno fino a quando sono rimasto in Italia, fino a qualche mese fa, in ogni momento avevo la sensazione, la certezza di essere condannato a morte. E questa sensazione me la porto dietro ancora, qui in Svezia, dove pure dovrei sentirmi tranquillo, protetto, difeso. Ecco, la paura è questa. Nascondermi no, non mi nascondo; ma vivo in un certo ambiente e ho certi amici, devo anche studiare lo svedese. Ecco perché non mi vedono in giro.

Ma chi vorrebbe ucciderti?

Te l’ho già detto, qualcuno al quale la mia morte farebbe comodo. A parecchia gente, credo, farebbe piacere, prima, interrogarmi e poi farmi sparire. Vedi, io sono stato coinvolto nella faccenda delle bombe quando avevo diciassette anni, e a diciassette anni ho avuto le mie prime noie.  Non è un ricordo piacevole, e non è una bella esperienza. Ho sentito minacce e ricatti, e lo stesso trattamento è stato riservato ai miei familiari. Ma è un po’ tutta la mia storia che è interessante, indicativa, istruttiva.

Ascoltiamola

Cominciamo dal fatto che io sono uno di quelli del circolo «22 marzo». E che sono un amico, probabilmente il più intimo amico, di Pietro Valpreda. La partenza è questa. Le bombe, come sai, sono del 12 dicembre 1969, e la sera stessa di quel giorno la polizia mi prende e comincia a interrogarmi. Ero uscito dal carcere da venti giorni, avevo fatto un settimana per una rissa in Trastevere con dei fascisti .

Mi interrogano, dunque, perché sanno che sono amico di Valpreda. Vorrebbero sapere se è vero che Valpreda era partito da Roma per Milano con una scatola da scarpe contenente dell’esplosivo e che, per un certo tratto di strada, era accompagnato da Emilio Borghese. Io non ne sapevo niente e il giorno dopo, il 13 dicembre, mi lasciano andare. Il giorno 15 me ne vado io, mi rendo irreperibile. E faccio appena in  tempo. Difatti i carabinieri arrivano a casa mia con un  mandato di cattura per associazione a delinquere. Ero, secondo l’accusa, direttamente coinvolto nella faccenda delle bombe, con Valpreda, ma restavo un elemento secondario di contorno. Cioè: il fatto di appartenere al «22 marzo» mi procurava la qualifica di «associato» a delinquere, ma nello stesso tempo non c’erano le prove, o i sospetti, per addossarmi imputazioni più gravi. Per due anni sono vissuto spostandomi, in Italia, un po’ dovunque. Bene: da qualunque parte mi trovassi, c’era sempre qualcuno che mi teneva d’occhio, che mi seguiva, che sorvegliava il mio rifugio. Erano della polizia? Sarebbe stato assurdo: c’era per me un mandato di cattura, e invece di sorvegliarmi gli bastava arrestarmi. Quindi si trattava di qualcun altro: qualcuno che aveva interesse a sorvegliarmi ma non a rivelare alla polizia il mio nascondiglio. E’ così: mi stavano alle costole, cercavano di prendermi in castagna, di farmi passare guai grossi. Era un’ossessione. Ed ero terrorizzato, lo confesso. Immaginati la situazione di un ragazzo della mia età sottoposto a una prova del genere: c’è da uscirne con le ossa rotte.

Avevi paura, d’accordo. Ti stavano addosso. Ma non hai mai pensato di costituirti? Di presentarti, come gli altri, al processo?

Si, nel primo anno di fuga  ho pensato spesso di costituirmi. Anzi, aspettavo il momento opportuno per farlo, e per questo non mi allontanavo troppo da Roma. La sorveglianza di questi strani tipi, però continuava e io mi rendevo conto che quello di cui ero stato minacciato poteva veramente diventare realtà. Ma c’erano altre considerazioni: avevo la chiamata alle armi e, a parte ogni mia idea sul servizio militare, presentarmi significava finire immediatamente in carcere, e restarci chissà quanto, in attesa del processo. Avevo paura che, da un’incriminazione mia, si potesse passare all’incriminazione di altri che mi avevano aiutato nella fuga. E poi, nel settembre del 1970, mi hanno affibbiato un’altra accusa. Sono andati a casa mia e hanno trovato un quaderno sul quale avevo ricopiato i dati pubblicati su un opuscolo edito dalla federazione giovanile comunista di Livorno. Erano i dati sulle installazioni NATO in Italia, li avevo annotati perché stavo effettuando una ricerca sulla presenza americana nel nostro paese. Bene, non ci crederai ma, nonostante l’opuscolo di Livorno fosse stato pubblicato prima e fosse in libera vendita dappertutto a cento lire, mi hanno incriminato anche per questo. Allora ho deciso di andarmene.

Così sei venuto in Svezia. Come e quando puoi dirmelo? E perché proprio in Svezia?

Sono entrato in questo paese l’8 novembre dell’anno scorso, in aereo. Avevo dei documenti falsi, non posso dirti come me li ero procurati e che cosa ne ho fatto. Per un mese, o anche più, sono rimasto del tutto nascosto, senza fare nulla: volevo che si perdessero le mie tracce e che, almeno per il momento, soltanto pochi sapessero dove mi ero cacciato. Ho ottenuto questo scopo: sapevo che in Italia mi cercavano, che facevano pressioni su mia madre, poi ho capito che le acque si erano calmate. Allora ho chiesto asilo politico, allegando alla richiesta una gran massa di documenti. Ho spiegato come sono stato invischiato nel caso Valpreda; ho enunciato tutti i reati che avevo commesso durante la fuga in Italia e arrivando in Svezia: i mandati di cattura, l’espatrio clandestino, i documenti falsi, la falsificazione dei documenti stessi. C’era un solo pericolo: che dall’Italia chiedessero la mia estradizione. Ma ero quasi certo che non l’avrebbero fatto.

E perché?

Perché chiedere l’estradizione significava, in base alla prassi internazionale, fare sì che un tribunale svedese esaminasse la fondatezza delle accuse su cui la richiesta di estradizione era formulata. In altre parole voleva dire dover mandare a un tribunale svedese tutti gli atti istruttori contro di me, con la possibilità che i magistrati svedesi emettessero un giudizio su questa istruttoria, in base alla documentazione che ho presentato, mi hanno dato questo «permesso di soggiorno» per motivi umanitari, che corrisponde in pratica all’asilo politico, visto che quest’ultimo, come tale, in Svezia non esiste. Penso che mi daranno anche un permesso di lavoro, una casa e uno stipendio. Probabilmente riprenderò a studiare, non appena saprò bene lo svedese.

Vorrei tornare su un argomento di prima, il circolo «22 marzo», il perno di tutta l’inchiesta che ha portato all’incriminazione di Valpreda e di tutti voi. Tu che ci hai vissuto, puoi dirmi che cos’era in realtà questo circolo?

In realtà il «22 marzo», quando sono scoppiate le bombe, non era neppure nato, o quasi. Stavamo ancora pulendo la cantina che avevamo affittato, a Roma, quando è successo quel che è successo.  Comunque, lì ci riunivamo per discussioni. Sì, discutevamo di bombe: ma non sul fatto di metterle o no, ma soltanto in linea teorica sulla validità o meno di azioni di questo genere.

E Valpreda?

Era il mio migliore amico. Era molto attivo, ma non un leader, come tutti hanno scritto. No, solo aveva una grande esperienza, e questa esperienza gli dava influenza sugli altri. E di lui debbo dire una cosa: non ha mai compromesso nessuno, non ha fatto i nomi che si volevano da lui. Come candidato del Manifesto lo condanno, è chiaro. Ma capisco che la sua è una candidatura di disperazione, non una candidatura politica.

Si è sentito dire che Feltrinelli dava o aveva dato dei soldi al «22 marzo». Tu puoi saperne qualcosa.

Ti posso garantire che di soldi avevamo bisogno, ma che da Feltrinelli non abbiamo mai avuto una lira. No, non che ci abbia negato un aiuto. Non ci sono mai stati contatti tra il «22 marzo» e Feltrinelli, non li abbiamo cercati noi e non si è fatto avanti lui. E poi, senti, nei nostri ambienti circolava la voce che Feltrinelli fosse molto tirchio e non quel «benefattore» che qualcuno ha voluto descrivere.

A proposito di soldi, come tiri avanti qui?

Te l’ho detto. C’è il sussidio del governo, ci sono gli amici, e presto avrò un permesso di lavoro che mi permetterà di fare qualcosa. Ma di soldi ce ne vorrebbero molti, per il lavoro che stiamo facendo per stampare opuscoli e manifestini, per fare gli abbonamenti o acquistare i giornali italiani. E poi mantengo i contatti con mia madre, con i miei giù a Roma.

E tua madre, questa storia dell’esilio come l’ha presa?

Sai, le madri sono sempre madri. Comunque mi ha sempre aiutato: prima lo faceva solo per un figlio che pensava si fosse messo nei guai per via dei suoi diciassette anni. Adesso no, adesso anche mia madre si è convinta della mia innocenza.

***

Queste sono le dichiarazioni di Enrico Di Cola, il primo italiano che ha ottenuto asilo politico in Svezia. Non so quali siano le sue colpe, se ha colpe, e quali siano le sue vere responsabilità nella brutta storia di Valpreda e del processo. Posso però dire che ancora oggi Di Cola è veramente terrorizzato. Uno dei suoi amici, al momento di andarsene, mi ha detto: «Sono sicuro che, se non fosse riuscito ad arrivare fin qui, si sarebbe ucciso, piuttosto che continuare la vita che stava facendo.» Ma chi sono gli oscuri emissari che l’hanno sorvegliato per tanto tempo e per mano dei quali, ancora oggi, egli teme di dover morire?

Sandro Ottolenghi

Fotografie di Gianfranco Moroldo

Umanita Nova 22 gennaio 1972 Lo Stato italiano accusato di strage. Enrico Di Cola dalla Svezia sfida la magistratura a chiedere la sua estradizione

17 febbraio 2010

Umanita Nova 22 gennaio 1972

Lo Stato italiano accusato di strage.

Enrico Di Cola dalla Svezia sfida la magistratura a chiedere la sua estradizione

Umanità Nova 22 gennaio 1972

Il sottoscritto Enrico Di Cola espone quanto segue:

Il 12 dicembre 1969 a seguito degli attentati terroristici di chia­ro carattere fascista messi con­temporaneamente in atto a Milano e a Roma, durante i quali 16 persone perdevano la vita e 106 persone rimanevano ferite, venivo fermato nella mia qualità di militante anarchico dai cara­binieri della stazione di via Men­tana a Roma.

Nel corso dell’interrogatorio seguito al fermo, interrogatorio guidata tra gli altri dai marescialli Fabbri, Catello e Vasco, mi veniva chiesto di dichiarare che il gruppo anarchica romano «22 marzo» era il responsabile degli attentati. Si cercò fra l’altro di farmi dichiarare che ave­vo visto partire da Roma per Milano, l’anarchico Pietro Valpreda. Secondo i carabinieri che mi interrogavano, io avrei do­vuto affermare che nell’automo­bile di proprietà di Valpreda a­vevo visto una scatola di carto­ne, di quelle comunemente usa­te per contenere scarpe, ripiena dl esplosivo.

Al mio rifiuta di avallare tali falsi, venni sottoposto a pesanti minacce alternate ad allettanti promesse. Fra l’altro mi venne assicurato che se avessi dichiarato delle circostanze e dei fatti che permettessero di legare Valpreda alla strage di Milano, non avrei avuto alcuna preoccupazione economica per il resto della mia vita.

Mi si disse che avrebbero potuto uccidermi

Fra le tante minacce che mi vennero fatte, debbo precisare che  mi  si  disse  che  loro mi avrebbero potuto uccidere in qualsiasi istante senza che mai nessuno venisse a conoscere la verità  sui  motivi  che  avevano provocato la mia morte. Mi venne testualmente detto: «Noi possiamo ucciderti in questa stanza e contemporaneamente affermare che sei già stato rilasciato. Nessuno si sogna di mettere in dubbio la nostra parola. Il tuo cadavere verrà ritrovato in una strada e la tua morte verrà fatta risalire ad un incidente stradale».

In tale clima di minacce e di promesse, mi venne richiesto fra l’altro di firmare un verbale in bianco. I carabinieri, o chi per loro, avrebbero poi provveduto a debitamente riempirlo.

E’ importante precisare che nella notte dal 12 al 13 dicembre 1969 i carabinieri che mi interrogavano erano a conoscenza non solo della avvenuta partenza di Valpreda per Milano, ma bensì sapevano anche che tale partenza era avvenuta alla presenza dell’anarchico Emilio Borghese, particolare questo che poteva essere a conoscenza della polizia e dei carabinieri solamente nel caso che Valpreda fosse stato costantemente pedinato nei giorni che precedettero la strage di Milano. Infatti mentre Valpreda venne arrestato solamente il 15 dicembre ed interrogato per la prima volta il 15 dicembre sera, Emilio Borghese veniva fermato ed interrogato solamente il 16 dicembre (…).

I carabinieri e la polizia conoscevano quindi tutti i movimenti che Valpreda aveva effettuato prima, durante e dopo gli attentati terroristici del 12 dicembre 1969, ed appunto per tale motivo sapendo che Valpreda non aveva nulla a che fare con gli attentati, cercarono immediatamente di estorcere dalle persone che gli erano state vicine, delle dichiarazioni che potessero legarlo alla strage.

Non fui l’unico ad essere minacciato e ricattato

Dagli atti allegati alla sentenza istruttoria per la strage di Mi­lano risulta che un teste venne ricattato dalla polizia estorcen­dogli dichiarazioni contro Valpreda. Il ricatto venne portato a termine con l’aiuto di una si­garetta drogata.

Dagli atti allegati alla senten­za istruttoria per la strage di Milano risulta che il cittadino tedesco Udo Werner Lemke, te­ste che scagionava Valpreda, ven­ne prima rinchiuso in un carce­re, poi trasferito in un manico­mio criminale, ed attualmente di lui non si sa più nulla. Nessuno è in grado di dire se egli è an­cora in vita o se invece è già morto.

Dagli atti allegati alla senten­za istruttoria per la strage di Milano risulta che una teste è stata ricattata dalla polizia per costringerla a deporre contro Pietro Valpreda.

Io non fui quindi l’unico ad es­sere minacciato e ricattato dalla polizia italiana.

Venni rilasciato, evidentemente per un errore di calcolo dei ca­rabinieri, il 13 dicembre sera. Nessuno poteva sospettare allora che sarei riuscito, dopo due anni, a raggiungere la Svezia. Avevo allora diciotto anni e la mia parola, nel clima politica creatosi in Italia dopo la strage di Milano, non sarebbe stata pre­sa in considerazione da nes­suno.

Il 16 dicembre appresi che lo anarchico Giuseppe Pinelli era stato suicidato nella questura di Milano e che l’anarchico Pietro Valpreda era stato arrestato. Io mi rendevo immediatamente ir­reperibile, e poche ore dopo i ca­rabinieri mi venivano a cercare.

«Lei rischia di non rivedere più vivo suo figlio…»

Nei giorni seguenti il commis­sario di polizia Umberto Im­prota venuto a cercarmi a casa, dichiarava a mia madre: «Signora, è meglio che lei ci dica dove suo figlio è nascosto, al­trimenti lei sa come queste cose vanno a finire. Noi organizzia­mo una battuta per rintracciar­lo, i poliziotti sono stanchi pos­sono sparare facilmente o possono picchiare un po’ troppo forte, e lei rischia di non rive­dere più suo figlio vivo».

Nel settembre del 1970 un’al­tra accusa veniva elevata a mio carico. Durante il 1969 mi ero procurato una pubblicazione regolarmente edita a cura della federazione giovanile di Livorno del PCI e regolarmente firmata dall’autore. In tale pubblicazio­ne erano elencate alcuni basi NATO stazionate in Italia. Era stata mia cura ricopiare in un quaderno tale elenco sequestrato dalla polizia durante una perqui­sizione a casa mia.

La polizia e la magistratura provvedevano ad aumentare i capi di accusa contro di me. Venivo infatti accusato di procacciamento di notizie delle quali è vietata la divulgazione.

E’ altamente istruttivo il modo con il quale la magistratura riuscì a montare tale accusa. Il magistrato che condusse l’inchiesta sulla strage di Milano avanza infatti l’umoristica ipotesi che l’opuscolo edito dalla federazione giovanile di Livorno del PCI sia stato scritto sulla base dei dati da me procacciati. Cioè un anarchico di diciassette anni sarebbe stato in grado di influenzare parte della politica editoriale del PCI. Va precisato che l’autore di tale opuscolo non è mai stato interrogato dal magistrato inquirente.

Bisogna ricordarsi infatti che subito dopo lo scoppio delle bombe di Milano e di Roma, mi ero rifiutato di deporre falso contro Valpreda. Inoltre, nessun indizio o prova esisteva contro di me. La polizia e la magistratura quindi sì trovarono costrette ad incolparmi di diversi possibili reati per avere la certezza di riuscire a farmi condannare, magari per un reato marginale. Tale condanna sarebbe poi stata interpretata dai mezzi di informazione, e quindi dall’opinione pubblica, come una indiretta dimostrazione della mia partecipazione agli attentati dinamitardi.

Seguito ad accumulare reati

Inoltre l’esistenza di una seconda denuncia aggravava la prima denuncia presentata ufficialmente contro di me il 5 febbraio 1970, tanto è vero che dal momento nel quale l’istruttoria per la strage di Milano veniva depositata, cioè dal marzo 1971, nessun giudice era più in grado di concedermi la libertà provvisoria, di revocare cioè il mandato di cattura spiccato contro di me il 5 gennaio, appunto perché al primo reato si era aggiunta l’aggravante del secondo reato del quale ero stato incolpato a partire dal settembre dello  stesso  anno.

L’8 ottobre del 1970 avrei dovuto rispondere alla prima chiamata di obbligo per il servizio militare di leva.

Indipendentemente dalle mie idee politiche, indipendentemente quindi dalle mie valutazioni sul servizio militare, se avessi ottemperato a tale chiamata, sarei stato  immediatamente  trasferito in carcere per i reati a me addebitati.

Non presentandomi alla chiamata sarebbe stata elevata contro di  me una terza accusa, quella di renitenza al servizio militare. Nel  giro di due anni senza che io nulla avessi commesso, la magistratura italiana è così riuscita ad accusarmi di tre precisi e distinti reati (..)

Ma…non vengo arrestato

Durante il periodo nel quale mi mantenni latitante in Italia, venni a più riprese avvicinato da elementi fascisti e della polizia.  In breve  risultò  evidente che la polizia italiana era a perfetta conoscenza dei miei occasionali nascondigli. Malgrado questo (…) nessuno tentò di arrestarmi. A tale modo di agire, si poteva trovare una sola spiegazione: la polizia cercava di mettere in atto contro di me una provocazione, cercava cioè di aggiungere un quarto reato, «possibilmente reale», ai tre reati  inesistenti  dei  quali ero già stato accusato. Resomi conto di quanto si andava preparando, decisi di lasciare clandestinamente l’Italia.

I particolari della fuga dall’Italia

Dagli atti della polizia svede­se della stazione di Lidingo in data 20 dicembre 1971, protocollo 274-A-2182-71, risulta che io sono entrato in Svezia l’8 no­vembre 1971 servendomi di un passaporto falso.

Tengo a precisare che non avevo a disposizione altro mez­zo per riuscire a scappare dall’Italia, ma pongo l’attenzione delle così dette competenti autorità italiane sulla circostanza che compiendo ciò che ho fatto, mi sono reso responsabile di almeno due precisi reati:

1) espatrio clandestino

2) procacciamento di docu­mento falso

Un terzo reato può eventual­mente essermi addebitato: falsi­ficazione in proprio di un documento ufficiale dello stato, il passaporto. Credo di avere elencato in modo chiaro e pre­ciso tutti i reati dei quali in que­sto momento io dovrei risponde­re di fronte alla magistratura italiana.

Divulgherò la verità

A tali reati, altri reati vanno però aggiunti.

Non va infatti nè dimenticato nè sottovalutato che nella presente lettera io accuso sia i ca­rabinieri di Roma che i magi­strati italiani inquirenti sulla strage del 12 dicembre 1969, di avere volutamente falsificato le indagini e di avere quindi, per dei precisi motivi politici, arre­stato ed accusato un innocente.

Tale reato viene aggravato per ogni giorno di mia permanenza all’estero poiché io farò quanto è nelle mie possibilità affinché i falsi della polizia e della magistratura italiana vengano portati a conoscenza di tutti quei cittadini stranieri con i quali verrò occasionalmente a contatto. Quindi a tale reato deve potersi riconoscere l’aggravante di una precisa offesa ad un generico onore nazionale che tali magistrati  e  poliziotti  dovrebbero rappresentare.

Non va inoltre dimenticato che parlando della morte di Giuseppe Pinelli, non ho detto «Pinelli  si  è  suicidato»,  ma  « Pinelli è stato suicidato», il che equivale ad affermare che Pinelli è stato assassinato.  Di tale assassinio accuso quei poliziotti italiani, e tale mia affermazione comporta automaticamente un reato in quanto i poliziotti italiani, secondo quanto specifica il codice fascista italiano, non sono degli assassini (…).

L’ambasciata italiana ha il dovere di denunciarmi

Faccio  quindi presente all’ambasciata d’Italia, in Svezia, che è suo dovere, per tutelare la facciata di rispettabilità delle istituzioni italiane presso la opinione pubblica  svedese, ed inoltre per suo preciso obbligo amministrativo, burocratico e persino giuridico, obblighi tutti sanciti da uno stipendio, comunicare immediatamente alle così dette competenti autorità italiane quanto segue:

1) che Enrico Di  Cola contro il quale è stato emesso il 5 gennaio 1970 un mandato di cattura per associazione a delinquere avendo preso parte alla organizzazione che secondo la magistratura italiana ha portato a termine gli attentati dinamitardi di Milano e di Roma del 12 dicembre 1969, si trova attualmente in Svezia.

2) che il nominato Enrico Di Cola è uscito dall’Italia clandestinamente

3) che dagli atti della polizia svedese risulta che Enrico Di Cola, per uscire dall’Italia, si è servito di un passaporto falso.

4) che è presumibile, o quanto meno pensabile, che tale documento sia stato falsificato dallo stesso Enrico Di Cola

5) che giunto in Svezia, Enrico Di Cola ha chiesto al  governo svedese il diritto a godere dell’asilo politico

6) che chiedendo l’asilo politico, il su nominato Enrico Di Cola implicitamente afferma che in Italia la libertà è una barzelletta, e l’amministrazione della giustizia una tragica pagliacciata

7) che giunto in Svezia, Enrico Di Cola ha accusato un corpo di polizia italiana, i carabinieri, di aver tentato di estorcergli false confessioni facendo ricorso a minacce fisiche e morali

8) che giunto in Svezia il su citato Enrico Di Cola ha dichiarato che un commissario della polizia italiana si è vantato che i poliziotti italiani possono avere il grilletto facile

9) che giunto in Svezia, Enrico Di Cola ha dichiarato che la polizia italiana era a conoscenza con notevole anticipo, dell’indirizzo che sarebbe stato dato alle indagini  per  la  ricerca  dei responsabili della strage di Milano.

10) che giunto in Svezia il menzionato Enrico Di Cola ha dichiarato che sia la polizia che la magistratura italiane debbono oggettivamente ritenersi complici di coloro che hanno attuato la strage di Milano.

11) che giunto in Svezia, Enrico Di Cola ha dichiarato che l’anarchico Giuseppe Pinelli non è caduto dalla finestra, ma è stato assassinato  dalla  polizia italiana.

La magistratura italiana avrebbe il dovere di chiedere la mia estradizione.

Le così dette competenti autorità italiane, debitamente avvertite dall’ambasciata d’Italia in Svezia, hanno a loro volta il dovere di comunicare alla magistratura italiana il rapporto ricevuto  dall’ambasciata d’Italia in Svezia.

A questo punto la magistratura italiana può scegliere tra due differenti modi di agire: attenersi ad un principio morale e giuridico affermato fra l’altro dal pubblico ministero nella inchiesta per la strage, principio che testualmente dice: «la magistratura  italiana non  è  ne’ schiava ne’ serva di nessuno», e  per  tanto  attenendosi  alla prassi giuridica internazionale, convalida i motivi che hanno deciso la mia incriminazione e richiede la mia estradizione. Per far questo però, deve presentare al competente tribunale svedese gli atti del processo istruttorio per la strage.

Come si sa, è prassi internazionale che il tribunale della nazione alla quale la estradizione viene richiesta esamini la fondatezza delle accuse in base alle quali la richiesta di estradizione si basa.

Purtroppo, una tale prassi non può venire seguita dalla magistratura italiana. Gli atti del processo istruttorio per la strage di Milano dimostrano in modo inequivocabile che tutta l’accusa contro gli attuali accusati si basa su falsi coscientemente costruiti.

Permettere ad un tribunale svedese di prendere atto dei falsi contenuti in tale  istruttoria, equivarrebbe mettere in condizioni il tribunale di un altro stato di emettere una sentenza giuridica,  politica  e  morale  sul comportamento di certi uomini che in Italia si fregiano del titolo di magistrati.

Permettere ad un tribunale straniero di prendere atto delle testimonianze di Cornelio Rolandi,  di  Paolo  Zanetov,  di  Carlo Melega, di Benito Bianchi, di Benito Nobili,  di  Bonaventura Provenza, di Luigi Calabresi, di Umberto Improta, di Antonino Allegra, vuol dire permettere ai tribunali di tutto il mondo libero di assolvere Valpreda in prima istanza, senza possibilità di appello per tutta la classe politica dirigente italiana, magistratura compresa.

L’autorità italiana non avrà il coraggio di agire contro di me

Quindi la magistratura Italiana, malgrado gli alti principii morali ai quali afferma di attenersi, non può chiedere la mia estradizione, e seguirà la seconda strada, l’unica possibilità che in realtà le si offre: ignorare che il ricercato Enrico Di Cola si trova in Svezia. Tale tattica si appoggia ad una prassi ormai collaudata.

Quando un ricercato chiede il diritto  di  asilo  politico, avanzando tale richiesta egli crea due precise situazioni:

a) la nazione che ha emesso il mandato di cattura evita di fare del chiasso sul ricercato per fare in modo che attorno alla sua figura non si crei un alone di notorietà che favorisca proprio ciò che non si desidera venga concesso: l’asilo politico.

Così agendo implicitamente invita la nazione alla quale la domanda di asilo è stata avanzata a seguire la stessa tattica, il silenzio, e nel silenzio permettere che la cosa venga messa a tacere. Dato che il diritto alla concessione a godere dell’asilo politico è una facoltà discrezionale riaffermante però l’assoluta indipendenza di giudizio di una nazione (il suo diritto politico ad esistere) meno interferenze vengono fatte, maggiormente tale diritto viene tacitamente riaffermato, e maggiori sono le probabilità che appunto per la mancanza di interferenze esterne lo asilo richiesto venga negato

Un precedente significativo

Proprio in Svezia, si è verificato il precedente dell’anarchico Sergio Ardau il quale nell’estate del 1970 aveva chiesto il diritto di asilo politico al governo svedese. Sei mesi dopo aver avanzato tale richiesta, gli anarchici italiani pretesero che Sergio Ardau ritornasse in Italia per deporre durante il processo che investigava sulle  cause  della morte di Giuseppe Pinelli.

Per screditare Sergio Ardau agli occhi del governo e del popolo svedese, la polizia e la magistratura italiane riuscirono a non accorgersi che Sergio Ardau si trattenne in Italia per il lungo periodo di sette giorni.

La tattica del silenzio era stata portata in tale caso alle sue estreme conseguenze, perche il magistrato che indagava sulla strage di Milano, alcuni mesi prima aveva fatto ricercare dalla  polizia,  proprio  l’anarchico Sergio Ardau;

b) la nazione che deve a sua volta concedere l’asilo, si trova quasi sempre nella tragica situazione di dover decidere senza avere  in  mano  gli  opportuni strumenti per poter valutare in pieno i fatti che hanno determinato la richiesta avanzata.

Nel caso in esame, per le istanze svedesi competenti, il ricercato Enrico Di Cola è un illustre sconosciuto.

Mi rendo conto per tanto, che poche speranze esistono teoricamente perché la richiesta da me avanzata venga accolta

Da un lato la magistratura italiana farà  il possibile per ignorare la mia presenza in Svezia, dall’altro lato il mio nome non dice nulla agli svedesi

Ma la mia richiesta di asilo non è mai stata la risultante di un caso strettamente personale. Io corro è vero il pericolo reale,  avallato  e  legalizzato da un mandato di cattura emesso dalla magistratura italiana di venire immediatamente incarcerato qualora venissi trasferito in Italia, ma malgrado questo il mio caso è soltanto la conseguenza di una situazione politica che opprime e colpisce non soltanto me, ma tutti indistintamente i cittadini italiani.

In Italia il fascismo è oggi una realtà

Nell’Italia attuale, il fascismo non è un possibile pericolo da paventare nel futuro. In Italia il fascismo è una realtà , oggi.

Lo dimostrano:

a) lo strapotere della polizia. Oltre duecentomila uomini in armi, pronti a soffocare, in qualsiasi  istante, con qualsiasi mezzo, uccidendo a colpi di mitra o scaraventando dalla finestra, ogni movimento di opinione. Operai, studenti, cattolici del dissenso, vengono giornalmente bastonati e privati del loro diritto costituzionale, politico ed umano non solo di dimostrare pacificamente  ma  persino di pensare liberamente;

b) l’esistenza, a ventisei anni dalla caduta dal fascismo di un codice di leggi creato dal fascismo, voluto dal  fascismo per permettere alla dittatura fascista di sovrapporsi al volere della popolazione. Contro l’abbattimento del codice di leggi fasciste, si sono ufficialmente dichiarati magistrati e persino la maggioranza del parlamento;

c) l’inesistenza di ogni legge o norma sociale che tuteli il lavoratore. Oltre dieci lavoratori muoiano giornalmente in Italia sui loro posti di lavoro, senza che nessuno si sia ancora azzardato a porre un fine a tali  assassini  legalizzati;

d) l’esistenza ufficiale e legalizzata di un partito fascista, il m.s.i.  che siede persino   in parlamento, partito con il cui appoggio, anche se non ufficialmente, è stato eletto l’ultimo presidente della repubblica italiana, l’uomo che dovrebbe rappresentare l’Italia nata dalla lotta antifascista;

e) la connivenza esistente a tutti i livelli, fra organizzazioni fasciste, magistrati poliziotti, e potere politico;

f) le dichiarazioni di alti ufficiali  dell’esercito, dichiarazioni con le quali si faceva sapere che se l’asse politico italiano dovesse spostarsi a sinistra, lo esercito si schiererebbe  a  destra.

La maggior parte di tali dati, sono documentati negli atti del processo istruttorio per la strage di Milano. E’ per tale motivo che io ho richiesto l’asilo politico in Svezia, per permettere cioè alla magistratura svedese e alla opinione pubblica svedese di documentarsi senza possibilità di errori sulla reale consistenza del fascismo italiano degli anni 70.

Il potere della magistratura

La magistratura italiana ha oggi il potere di far morire in carcere un innocente:  Pietro

Valpreda.

La magistratura italiana ha oggi il poter di rifiutarsi di ricercare i reali responsabili della strage di Milano.  La magistratura italiana ha oggi quindi anche il potere di ignorare la richiesta di asilo da me avanzata e di rifiutarsi quindi di richiedere la mia estradizione.

Ma la magistratura italiana ha il diritto di sapere che è mio dovere politico fare in modo che al di  fuori  dell’Italia  vengono conosciuti tutti i falsi, tutti i soprusi,  tutte  le violenze alle quali la magistratura e la polizia italiane hanno fatto ricorso per coprire i reali mandanti  della strage di Milano. Se la magistratura italiana non richiederà la mia estradizione, io personalmente, a mie spese, pubblicherò in Svezia gli atti del processo istruttorie per la strage di Milano.

Tengo a dichiarare che un gruppo di persone si è messo a disposizione per tradurre in svedese tutti gli atti di tale processo.

Stoccolma 10 gennaio 1972

A rivista anarchica n.10 1972 – Di Cola sfida Occorsio

27 novembre 2009

da: A rivista anarchica n.10 1972

A più di due anni dalla strage di stato

a cura di E. M.

Di Cola sfida Occorsio

Il compagno Enrico Di Cola, rifugiatosi in Svezia dove ha chiesto l’asilo politico, ha indirizzato una particolareggiata lettera-denuncia, in data 10 gennaio c.a., all’ambasciata italiana di Stoccolma. Copia di tale lettera è stata anche inviata al consolato italiano di Stoccolma e alle procure di Roma e di Milano.
In tale lettera, il compagno Di Cola dopo aver ricordato che i carabinieri di Roma il 12-13 dicembre 1969 già erano a conoscenza dell’accusa che poi sarebbe stata elevata a carico di Pietro Valpreda (cfr. “A 9” “Parla l’ultimo latitante”), ricordato inoltre che il commissario di P.S. Umberto Improta si vantò che i poliziotti italiani in certe situazioni possono avere il grilletto facile, sfida la magistratura italiana a chiedere la sua estradizione. Infatti, perché l’estradizione possa venir concessa, la magistratura italiana si vedrebbe costretta a far giungere alla magistratura svedese competente gli atti del processo istruttorio per la strage di stato.
Il compagno Di Cola nella sua lettera-denuncia fa rilevare che purtroppo la magistratura italiana si trova nella disgraziata situazione di non poter richiedere la sua estradizione. La magistratura italiana non può permettersi il lusso di far conoscere alle magistrature di altri paesi i falsi che sono alla base dell’accusa elevata contro gli anarchici.
La lettera-denuncia del compagno di Cola è stata integralmente pubblicata nel nr.2 del settimanale anarchico “Umanità Nova”.
Compagni svedesi hanno provveduto a tradurre integralmente in svedese tale lettera che è stata poi inviata a tutti i quotidiani periodici svedesi politicamente impegnati.
Il compagno Di Cola si è poi recato personalmente al palazzo del governo di Stoccolma, per consegnare tale lettera al primo ministro svedese Olof Palme.