Posts Tagged ‘Tito Pulsinelli’

11 luglio 1969 Questura Milano, Calabresi – dichiarazioni della spia Rosemma ZUBLENA

10 agosto 2013

Zublena, donna al servizio del commissario Calabresi e dell’Ufficio Affari Riservati, era stata la “supertestimone” al processo contro i compagni anarchici Eliane Vincileone, Giovanni Corradini, Paolo Braschi, Paolo Faccioli, Angelo Piero Della Savia e Tito Pulsinelli ingiustamente accusati per aver messo le bombe fasciste del 25 aprile alla Fiera Campionaria e dell’8 agosto sui treni. Interessante notare – a parte le consuete “trame” anarchiche internazionali per le bombe -, la menzione di Enrico Rovelli come “esperto di dinamite e attentati” nonchè di detenere parte di esplosivo rubato (esplosivo che poi l’ufficio politico e Rovelli stesso cercheranno di “indirizzare” verso Pinelli e Valpreda).

 

11 luglio 1969 Questura Milano Calabresi - dichiarazioni  della spia Rosemma ZUBLENA COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(NOTA: le foto sono usate solamente a fine di illustrazione. Per accedere al testo integrale del documento – in formato PDF – bisogna CLICCARE al testo – LINK – sotto la foto.) 

11 luglio 1969 Questura Milano Calabresi – dichiarazioni della spia Rosemma ZUBLENA

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3 settembre 1969 Questore di Milano – fonte indica Enrico Rovelli per aver sottratto esplosivo a Della Savia

8 agosto 2013

3 settembre 1969 Questore di Milano su fermo a Riccione di Tito Pulsinelli e Enrico Rovelli.  Una fonte indica in Enrico Rovelli colui che avrebbe sottratto dell’esplosivo a Della Savia.  Tito verrà arrestato mentre “stranamente” Rovelli, una volta tradotto nella Questura di Milano , verrà rilasciato. (fate attenzione alle date!)

 

3 settembre 1969 fonte indica Rovelli per sottratto esplosivo a Della Savia COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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3 settembre 1969 fonte indica Rovelli per sottratto esplosivo a Della Savia

Lotta Continua 24 marzo 1970 Un anno di bombe: Amati e Calabresi, sempre loro!

24 settembre 2012

Lotta Continua vignetta contro Calabresi 05

1968: alcune bombe-carta o bombe molto leggere firmate dagli anarchici con una funzione esclusivamente dimostrativa e propagandistica, poste all’esterno degli edifici. Su queste azioni si innesta l’intervento terroristico dell’estrema destra, con la complicità della polizia e della magistratura.

25 aprile: bombe al padiglione Fiat della Fiera e alla Stazione Centrale. Alcuni feriti.

Le indagini del giudice Amati vanno subito verso la sinistra: fermo di una trentina di persone a scopo diversivo, e poi l’arresto a colpo sicuro di 5 anarchici (è simpatico notare come sia sempre Luigi Calabresi a notificare i mandati di cattura); contro i coniugi Corradini non si trova il minimo indizio ma rimangono in carcere e il giudice Amati respinge 5 domande di scarcerazione. Poi la sezione istruttoria decide la scarcerazione degli anarchici. «Si rileva che gli interrogatori di Corradini, Vincileoni, e Pulsinelli si sono limitati alla semplice indicazione delle accuse, a richieste di chiarimenti circa le amicizie, i contatti, gli incontri con altri imputati, a delucidazioni su circostanze di secondaria importanza …va aggiunto che nei confronti dei coniugi Corradini nemmeno il capo d’accusa ha alcuna precisazione sulla modalità e sui termini coi quali si sarebbe effettuata la loro partecipazione agli attentati …pertanto i tre imputati devono essere scarcerati …L’ordinanza con la quale il giudice istruttore respinge l’istanza di scarcerazione dei difensori proprio sul punto essenziale delle indicazioni delle prove a carico, si risolve in un’affermazione apodittica e non fornisce alcuna giustificazione e spiegazione per le ragioni che determinavano il magistrato a respingere l’istanza stessa …il giudice non può tenere segreti gli elementi di colpevolezza raccolti o comunque esistenti agli atti del processo…». Nonostante questo il giudice Amati il 13 novembre spiccava i nuovi mandati di cattura «a seguito delle rivelazioni di una testimone segreta».

Dopo meno di un mese l’«Observer» e il «Guardian» pubblicavano un documento segreto greco in cui tra l’altro era scritto: «Le azioni che era stato previsto fossero realizzate prima non è stato possibile realizzarle che il 25 aprile. La modifica dei nostri piani ci fu imposta dal fatto che era difficile penetrare nel padiglione Fiat. Entrambi i fatti hanno prodotto effetti considerevoli». Certo per Amati e Calabresi era difficile accettare e vagliare questa ipotesi dal momento che sull’altra (responsabilità anarchica) avevano puntato tutto, tenendo in prigione per 7 mesi 2 compagni e rifiutando tuttora l’istanza di scarcerazione per altri 3. I coniugi Corradini vengono scarcerati, dopo 7 mesi, per mancanza di indizi; a Braschi non vengono nemmeno addebitati gli attentati del 25 aprile; Pulsinelli e Della Savia hanno un alibi. Nonostante questo rimangono ancora in prigione e nonostante esista un documento che afferma chiaramente la paternità fascista degli attentati.

8-9 agosto: attentati sui treni. Si cerca di attribuire la colpa agli anarchici; poi si preferisce tacere e l’inchiesta non va avanti; dopo molti mesi si cerca di coinvolgere Pinelli (ed è Guida che cerca di farlo in maniera maldestra). Senonché saltano fuori i nomi di due confidenti della polizia, Chiesa e Di Luia appunto.

12 dicembre: strage di Milano. Sappiamo tutti come vanno le cose, ma non è superfluo ricordare qualche particolare. Le indagini si dirigono subito verso l’estrema sinistra. Calabresi e Amati (sempre loro) accusano gli anarchici. Vengono fermati, interrogati e perquisiti 588 militanti della sinistra extraparlamentare e 12 fascisti (rilasciati per primi). Giuseppe Pinelli viene fermato il venerdì pomeriggio. Domenica sera dovrebbe essere o rilasciato o portato a S. Vittore. Rimane in questura e solo il lunedì la magistratura viene avvisata del suo fermo. È durante un fermo illegale quindi che Pinelli viene suicidato (e di questo «suicidio» ne abbiamo già parlato). Vi ricordiamo i nomi dei presenti: Luigi Calabresi, Sabino Lo Grano, Vito Panessa, Mucillo e un altro di cui ancora non è certa l’identità. Il martedì (che combinazione!) suicidio di Pinelli e riconoscimento di Valpreda da parte di Rolandi. A Rolandi, a Milano, viene mostrata una sola foto, quella di Valpreda; poi a Roma durante il riconoscimento (un anarchico «confuso» tra una fila di poliziotti) Rolandi indica Valpreda, poi ci ripensa: «se non è lui, qua dentro non c’è ». La frase non Viene messa a verbale. Questa prassi scorretta viene seguita per tutto il resto dell’istruttoria. Le perizie, quelle sulla bomba e quelle sul vetrino, vengono prima fatte a casa in privato, senza avvisare la difesa, e poi solamente in un secondo tempo si fanno le perizie ufficiali. L’ultima perizia proposta è quella psichiatrica; il piano ora si delinea con maggiore chiarezza: un organizzatore di attentati che compie errori così grossolani non può essere che pazzo.

E questa versione può forse accontentare tutti; il sistema democratico, nonostante qualche elemento malato, è sostanzialmente sano. Il secondo corriere delle bombe, pian piano, lo si sta già individuando; Antonino Allegra (un gentiluomo così riservato, abitualmente) ipotizza e suggerisce un nome: chissà che non sia Sottosanti – dice. E intanto si cerca di far ritornare l’ipotesi Pinelli nella responsabilità degli attentati (o nella versione dell’ingenuo tradito o in quella dell’organizzatore e del capo; in definitiva quel viaggio a Roma l’ha davvero fatto).

Occorsio vigila e trova prove in continuazione. Occorsio, lo sanno tutti, è un uomo di Sargat, e Saragat è il Presidente; se ci si deve fidare del Presidente, ci si può fidare anche del suo uomo. Occorsio ha dietro di sé una bella carriera. Democratico ma non troppo, reazionario ma con moderazione. Fa il pubblico ministero nel processo SIFAR-Espresso e anche qua fa quello che gli dice il Presidente; ma forse travisa il senso di qualche parola ed esagera: chiede l’assoluzione dei giornalisti. Si rifarà brillantemente dopo parecchi mesi, sempre, contro un altro giornalista. Il Presidente, dopo la strage di Milano dice che «davanti alla magistratura giacciono numerose denunce» e Occorsio collabora a portarle avanti. Chiede una «severa condanna» per Tolin e l’ottiene. E bravo Occorsio! Anche il PCI ha fiducia in te; i suoi avvocati non fanno una grinza di fronte ai vizi dell’istruttoria; anche loro obbediscono al Presidente; sanno che le istituzioni sono fragili e bisogna averne rispetto.

da Le Bombe dei Padroni (luglio 1970) Lettera di Paolo Braschi da S. Vittore

22 novembre 2011
30 maggio 1970

Cari compagni,

Vi invio a nome di tutti il testo del documento da noi elaborato per motivare verso l’opinione pubblica l’iniziativa dello sciopero della fame che intraprendiamo lunedì 1 giugno 1970 ed a cui seguiranno altre iniziative di denuncia e di protesta, di «controistruttoria», nel caso che non ottenessimo alcun risultato. Ed ecco il testo:

Da 13 mesi siamo detenuti quali autori di «attentati terroristici» (mai compiuti da noi) senza alcuna prova valida e lo dimostra il fatto che la nostra istruttoria è ancora aperta. Abbiamo perciò deciso di attuare uno sciopero della fame, per protestare contro tale sorpresa e per portarlo a conoscenza dell’opinione pubblica. Ad essa ci appelliamo perchè faccia pressione contro queste ingiustizie e perchè l’istruttoria sia immediatamente chiusa, con la nostra scarcerazione, o almeno con la fissazione immediata della data del rinvio a giudizio. Basta con le segrete manovre istruttorie, condotte nelle tenebre dei meandri della questura o di palazzo di giustizia: che per lo meno si apra su questi fatti il pubblico dibattimento. Bisogna che la nostra sorte, e la verità, siano strappate dalle mani del giudice istruttore Amati, che con tanta segretezza e solerzia sta per archiviare il «suicidio» di Pinelli e con altrettanta segretezza, ma non con uguale solerzia ha condotto l’istruttoria contro di noi.

Protestiamo con forza la nostra innocenza e l’estraneità ai fatti imputatici, con particolare sdegno contro l’attentato del 25 aprile 1969, di chiara ed evidente marca reazionaria e fascista. Vogliamo denunciare pure che non solo le accuse sono false, ma che esse sono state rubricate volutamente sotto forma di reati gravissimi, quale la «strage col fine di uccidere», reato inesistente in questo caso, come si desume dalle perizie e dalla modalità dei fatti, indipendentemente da chi ne sia l’autore. E’ evidente lo scopo di danneggiarci sul piano morale e su quello giuridico, prolungando il più possibile i termini per istruttoria e carcerazione preventiva, diffondendo panico e odio contro di noi nell’opinione pubblica, preparando il terreno per una pesante condanna. E in questo modo sarebbe fatto il gioco della destra economica e politica (che ha montato questa mostruosa provocazione) coprendone la responsabilità criminale. Si deve sapere che, per fatti cui si vuoi dare tanta gravità, c’è stata un’assurda sproporzione tra le accuse e la serietà dell’indagine svolta in merito ad essa: il giudice Amati è venuto a interrogarci solo dopo 7 mesi di detenzione, per poi tornare qualche rara volta, per pochi minuti.

Per i metodi di inchiesta, usati in tutta la vicenda, che attingono dal soppruso e l’illegalità, rendiamo noto che a distanza di tre mesi dall’arresto, il compagno Paolo Braschi è stato «prelevato» dal carcere da agenti dell’ufficio politico (tra i quali il tristemente noto Dr. Calabresi) e condotto oltre Bergamo, senza alcun avviso al suo legale e senza l’autorizzazione della magistratura, e malgrado la sua opposizione, subendo insulti e minacce durante tutto il viaggio. Protestiamo indignati per l’incredibile estradizione concessa dalla Svizzera ai danni del compagno Angelo Della Savia, dopo oltre 7 mesi di dura carcerazione e isolamento, nelle carceri di quel «democratico» Paese. Estradizione accordata su accuse destituite di ogni fondamento, e in ogni caso, per reati di inequivocahile natura politica, tesi, questa che la magistratura svizzera assurdamente e inspiegabiImente non ha voluto riconoscere. Esprimiamo il nostro stupore per il silenzio finora mantenuto su tale violazione flagrante della dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo, delle stesse leggi penali svizzere, e della convenzione europea firmata a Parigi il 12-12-57 ratificata dalla Svizzera il 20-12-66 e in vigore nella confederazione Elvetica dal 20-3-67, in cui all’ar ticolo 3 si stabilisce che l’estradizione viene negata in caso di reato politico o nei fatti connessi a reati di tale natura. E’ sconvolgente e vergognoso che quell’asilo politico che nel XIX secolo veniva concesso ai Bakunin, ai Cafiero, ai Malatesta, ai Kropotkin, viene allegramente rifiutato nell’epoca moderna. Ed è triste che queste regressioni verso una complicità repressiva da «Santa Alleanza» vengano ignorate e taciute.

Protestiamo contro la abusiva detenzione del compagno Tito Pulsinelli, arrestato senza che vi fosse contro di lui la minima prova o il minimo serio indizio di una qualche sua colpevolezza, oltre ad alcune frasi insignificanti messe in bocca a una povera psicopatica, estranea totalmente alla vicenda, che tuttavia è stata assunta a «super-testimone» d’accusa. Protestiamo contro le minacce e le percosse con le quali si son costretti il compagno Faccioli e altri a firmare verbali prefabbricati, di cui Calabresi e soci, si son serviti per incriminare i compagni attualmente detenuti. Ammissioni estorte con la violenza e inutilmente smentiti. Consapevoli della infandatezza delle accuse e della irrilevanza delle prove, gli inquirenti hanno tentato pure una manovra parallela, cercando di farci passare per teppisti, psicopatici, drogati e omosessuali, al fine di screditarci e di umiliarci.

Ricordiamo che tutta l’accusa si fonda sulla credibilità prestata dal giudice istruttore a una testimone mendace creatura della polizia, utilizzandone l’infermità mentale ammessa da lei stessa. Nonostante l’evidente malafede di costei, essa è oggi il pilastro dell’accusa; si giunse addirittura al punto che il giudice istruttore concesse a questa donna un permesso speciale (lei sostiene di averlo ricevuto da ambienti «molto in alto» di Roma) della durata di un’ora, nella saletta dei «Giudici e Avvocati», di S. Vittore, per un colloquio con uno degli imputati. Colloquio durante il quale fu proposto al nostro compagno di fare opera di delazione e di provocazione per conto della polizia a danno degli altri imputati e di tutto il movimento. Ecco che si rivela come le reali intenzioni della polizia siano state quelle di usarci come bersaglio e strumento, per colpire attraverso noi, tutto il movimento anarchico, e indirettamente tutte le forze rivoluzionarie e progressiste del paese, per colpire coinvolgendoli nella vicenda, altri compagni noti per la loro coerenza e il loro impegno militante.

Ci siamo resi conto come la nostra vicenda giudiziaria venga strumentalizzata e manipolata dal governo, che si appresta a dare altri giri di vite e a proseguire nella sua politica antioperaia e reazionaria. Tante altre cose denunceremo durante il processo, dove prenderemo il diritto alla difesa negatoci, de facto, fino ad oggi e il dovere della denuncia di tutte le irregolarità, gli abusi e le ingiustizie subite.

Attuiamo lo sciopero della fame per chiedere l’immediata conclusione dell’istruttoria, la scarcerazione tempestiva, e il diritto di riunirci in un’unico raggio facendo cessare l’isolamento a cui siamo costretti dalla data dell’incarcerazione.

NO PASARAN!

Braschi Paolo

(Ringraziamo il compagno Pippo di Sicilia Libertaria per averci aiutato a reperire una copia dell’ormai introvabile libro di Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni, Biblioteca delle collane Anteo e Rivolta, 1970 senza il quale questa testimonianza non avrebbe potuto essere riportata)

A rivista anarchica n5 Giugno 1971 Fuori tutti i compagni! Dopo due anni di carcere preventivo. (senza autore)

15 ottobre 2011
Alle Assise di Milano una sentenza ambigua che sottintende l’innocenza degli imputati, ne condanna tre, ne assolve tre e li scarcera tutti. Al palazzo di giustizia di Milano, il giorno della sentenza, i carabinieri sono armati di mitra, i poliziotti schierati in ogni angolo e gli agenti della politica sguinzagliati per prevenire la “sommossa”. Il clima è teso, i compagni, numerosi, attendono un verdetto che ci si aspetta duro, senza illusioni. Dopo 12 ore di camera di consiglio (ci meraviglia un tempo tanto lungo per una sentenza scontata) Curatolo legge la sentenza con voce impacciata e impaurita. I compagni ascoltano in silenzio. La tensione accumulata nelle lunghe ore di attesa esplode nel grido “fascisti!”, spontaneo e violento più che mai. La giuria “popolare” (composte in realtà di donnette piccolo e medio-borghesi, avventizie della repressione) si ritira in fretta, quasi scappa inseguita dalle grida del pubblico.

Il processo agli anarchici si chiude, dopo le 38 udienze che hanno visto il crollo lento, continuo e inesorabile dell’istruttoria poliziesca, con la condanna di Angelo Della Savia a 8 anni, Paolo Braschi a 6 anni e 10 mesi, Paolo Faccioli a 3 anni e 6 mesi, l’assoluzione piena per Tito Pulsinelli e l’assoluzione per insufficienza di prove di Norscia e Mazzanti. Tutti i compagni sono stati scarcerati, anche Faccioli, Braschi e Della Savia che hanno superato i termini della carcerazione preventiva e attenderanno perciò il processo d’appello in libertà vigilata.

Si è trattato di un processo fortemente politico, in ogni sua componente, per il taglio che gli imputati hanno voluto dare al dibattimento, per l’attacco che gli avvocati più attivi hanno condotto contro tutta la montatura e per la partecipazione del pubblico che, nell’aula del tribunale, ha identificato lo scontro diretto tra chi detiene il potere e chi lo combatte. Soprattutto perché politica, e solo politica, e stata la sentenza. Una sentenza vile, vergognosa anche per la logica borghese, per il codice Rocco e un tribunale fascista. Una sentenza di colpevolezza precostituita, frantumata dai colpi della difesa, ma che evidentemente non poteva essere di assoluzione. Così, strappando al codice penale ogni articolo, sfruttando ogni paragrafo, ogni minuzia che fosse in qualche modo tecnicamente sostenibile, sono stati racimolati a denti stretti i 18 anni complessivi della sentenza.

I fascisti rei confessi di attentati, con quintali di tritolo sotto il letto e le mitragliatrici nell’armadio, se la cavano in questi casi con una multa (sei mesi in casi disperati).

Contro ogni logica giuridica e razionale, la giuria ha confermato il furto nella cava di Grone (mai avvenuto, come hanno dichiarati i proprietari della cava e per di più tecnicamente insostenibile) che è il nocciolo della sentenza. Il furto deve infatti giustificare i 6 attentati attribuiti ai compagni ma, soprattutto, il possesso di esplosivi da parte di Valpreda.

Il giudizio sulla conclusione del processo ha diversi aspetti: giuridicamente, un processo è un fatto di tecnologia repressiva allo stato puro, come tale non ci interessa. Umanamente, due anni di carcere preventivo (dieci anni complessivi), e una sentenza fascista, sono una sconfitta scontata in partenza. Politicamente questo processo è una vittoria, ha dimostrato in modo altrettanto chiaro l’innocenza dei compagni e la colpevolezza della polizia e del giudice Amati.

Date le premesse, c’era da aspettarsi una sentenza simile. C’era anche da aspettarsi, come avevamo previsto, lo sfacelo della polizia e del famoso giudice.

Vorremmo invitare il giudice Amati a leggersi l’articolo “Sei anarchico, dunque terrorista” pubblicato nel secondo numero di questa rivista prima che iniziasse il processo, e a tenere maggior conto, per l’avvenire, di quel che diciamo. Avevamo allora consigliato al signor Giudice di non servirsi troppo della Zublena, poteva essergli fatale. Non ci ha dato retta ed ora deve ingoiarsi le sue calunnie famigerate passate e presenti, le sue menzogne vendute e comprate. Ora al signor Giudice dobbiamo dire di stare attento che il rospo è grosso e difficilissimo da ingoiare, potrebbe anche soffocarlo. E chissà che la “superteste”, un giorno, non ci racconti come e da chi fu convinta o per così dire “esortata” a dire, scrivere, e sottoscrivere quello che ha detto, scritto e sottoscritto.

La figura del giudice Amati esce da questo processo sotto una luce sinistra. Di Amati si parla poco, ma dietro alle vicende chiare e oscure che legano le bombe dell’aprile ’69 a quelle sui treni e a piazza Fontana, a Pinelli, a Valpreda e alla catena di equivoche istruttorie che a questi fatti criminosi sono legate, c’è, da qualche parte, sempre Amati.

Non dimentichiamo che è stato Amati ad incarcerare i compagni per due anni.

Sempre Amati spiccò il secondo mandato di cattura un’ora e mezza dopo che la procura del Tribunale, nel novembre 1969, aveva ordinato la scarcerazione dei Corradini e di Pulsinelli per mancanza di indizi, adducendo come nuovi elementi di accusa le rivelazioni di una “testimone segreta”. Ancora Amati è uno (di altri non v’è traccia) degli “ignoti” di cui è stata chiesta l’incriminazione per “sottrazione di atti di ufficio”. Sempre lui, quando scoppiarono le bombe romane al palazzo di Giustizia e al Ministero della Pubblica Istruzione, telefonò ai funzionari di Roma che avevano messo le mani sui responsabili fascisti e fece interrompere le indagini dichiarando che i colpevoli erano anarchici milanesi.

Di nuovo Amati è il responsabile del famigerato decreto di archiviazione della istruttoria del giudice Caizzi, nel luglio del 1970, che dava per certi il suicidio di Pinelli e l’innocenza di Calabresi.

Altra prodezza di Amati fu la telefonata che si dice abbia fatto poco dopo l’esplosione di piazza Fontana affermando, senza ombra di dubbi, che si trattava di una bomba anarchica. Il 12 dicembre Pietro Valpreda si trovava a Milano perché era stato convocato proprio quel giorno (semplice coincidenza) dal giudice Amati, che non lo ricevette. Pochi giorni dopo, fu uscendo dallo studio di Amati che Valpreda venne “sequestrato” dalla polizia e tenuto 40 giorni in isolamento e 18 (a tutt’oggi) mesi in carcere.

“Amati è un fascista!” ha gridato Angelo Della Savia in Tribunale, fino ad ora non risulta che qualcuno abbia sporto querela.

La cronaca delle ultime udienze del processo ha registrato fatti nuovi, che hanno trovato spazio e rilievo su tutti i giornali, costretti a scrivere in testa ad ogni articolo “colpo di scena al processo degli anarchici”. In effetti le ultime udienze dibattimentali sono state un continuo colpo di scena, Rosemma Zublena ha continuato ad accusare, ritrattare, confondersi.

Non stiamo a riferire i particolari delle sue dichiarazioni deliranti e il modo con cui gli avvocati difensori e gli stessi imputati le hanno smantellate, è più importante sottolineare come proprio dalle testimonianze della donna sono scaturite le gravissime responsabilità sul comportamento della polizia. La Zublena è stata, in pratica, utilizzata per confermare in ogni particolare le tesi della polizia; di queste tesi lei forniva immancabilmente una testimonianza “esterna”. Non per nulla, ad eccezione del metronotte, è l’unica teste non poliziotto chiamata dall’accusa. Alle rivelazioni del suo burrascoso passato di calunniatrice incallita, alla Zublena è venuto a mancare il compiacente appoggio della giuria, preoccupata di non compromettersi ulteriormente, ed è diventata una figura pietosa, angosciata. Ha tentato, non sappiamo se di sua iniziativa, l’ultima ignobile carta attribuendo a Pinelli la fonte delle sue informazioni. La reazione violenta degli imputati e una ferma deposizione di Licia Pinelli, hanno spazzato via le sue ultime speranze e alla fine di un’udienza tormentosa è sbottata nell’unica frase veritiera: “Io non ho fatto che ripetere quello che sapeva Calabresi”.

È a questo punto che la difesa dichiara di rifiutarsi di interrogare ancora la Zublena perché “non intende servirsi ulteriormente di una teste la cui credibilità è totalmente distrutta”.

Avevamo già detto da mesi che la Zublena era una psicopatica, creatura della polizia. Ma non ci è piaciuto il modo con cui l’accusa, vista cadere la “superteste” ha cercato di disfarsi della poveretta, vomitando su di lei insulti e maledizioni dichiarandola mendace, fabulatrice, indegna. Non ci è piaciuto perché, secondo noi, la Zublena è donna che merita molta più dignità e rispetto da coloro che hanno abusato di lei e di lei si sono serviti per costruire le loro mene reazionarie e assassine.

Pochi giorni dopo il “crollo” della superteste si scopre che uno dei verbali più scottanti dell’istruttoria è sparito dagli atti istruttori. Si tratta di una lunga deposizione resa dalla Zublena a Calabresi, in cui essa dichiara di conoscere i Corradini e gli altri come facenti parte di un gruppo terrorista organizzato a livello internazionale. In pratica il contenuto di questo verbale, di cui la Zublena aveva negato l’esistenza, ripete, per filo e per segno, le tesi della polizia. Viene chiesta allora l’incriminazione di Calabresi per “falso ideologico” e “subornazione” di teste (cioè per aver indotto a dire il falso), della Zublena per falsa testimonianza e di Amati (sotto la voce “ignoti”) per “soppressione di atti”.

La deposizione di Leslie Finer

Ad aumentare l’inquietudine che i “colpi di scena” ormai quotidiani stanno suscitando, viene a deporre da Londra Leslie Finer, redattore dell’Observer (il quotidiano inglese che per primo pubblicò il famoso “rapporto P”) e corrispondente dalla Grecia dal 1957 al 1968 dell’Observer, del Financial Times e della B.B.C.

Finer, dopo aver confermato la piena ed assoluta autenticità del documento, dichiara che i fatti in esso menzionati sono il frutto di una serie di iniziative dei colonnelli greci tendenti a far uscire il regime fascista dall’isolamento politico in cui si trova, coinvolgendo l’Italia. Per questo “si trattava di stabilire una serie di contatti con l’esercito e la polizia italiani, anche attraverso elementi fascisti e dell’estrema destra italiana”. Con chi furono presi questi contatti? Chi fu incaricato di creare la “strategia della tensione?”. Per quanto riguarda la polizia, le risultanze del processo ci suggeriscono alcuni nomi, peraltro di vecchia conoscenza.

Nella deposizione di Finer salta fuori anche la CIA “Papadopulos è agente della CIA dal 1956”. Fascisti greci, CIA, polizia, esercito, una catena terroristica su cui non sussistono dubbi.

I continui colpi di scena, assumono un aspetto inquietante e l’intero apparato borghese (leggi: polizia, stampa, magistratura) diffamatore degli anarchici, piano piano, dopo anni di calunnie, cambia rotta.

I giornali di destra pubblicano sempre più scarni resoconti e affacciano l’ipotesi che, in fondo, molti attentati potrebbero non averli fatti… Tanto più che nel frattempo Freda, Ventura e Trinca (fascisti di Treviso) sono tratti in arresto accusati delle bombe sui treni, nell’agosto 1969, e tutti ricordano la frase di Calabresi in piazza Fontana, poco dopo lo scoppio: “Questo attentato è da ricollegarsi a quelli ai treni, alla Fiera e all’istituto cambi della Stazione”. La prossima volta mangiati la lingua, commissario!

Al giudice Curatolo, in piena crisi, si stampa in faccia un sorriso mozzo, che non lo abbandonerà più per il resto del processo. Il P.M., più svelto, si slancia coraggiosamente al recupero, smantella lui stesso i cardini dell’accusa, attacca la Zublena, smette di suggerire ai testi, parla pochissimo e rimane perlopiù avvoltolato nella toga che gli funge da paravento. Mette le mani avanti dichiarando che, naturalmente, ancora nessuno ha stabilito che i ragazzi sono colpevoli. L’unico che in tanta procella non cambia, è il giudice a latere Danzi, rimane quello di prima. Finito il dibattimento, la requisitoria di Scopelliti, è un miracolo di equilibrio. Il P.M. cammina sulle uova, cerca di salvare capra e cavoli e la sua reputazione (pare che in privato sostenga di esser un progressista…); di tutto il castello delle accuse, gli rimane solo qualche straccio di indizio “Della Savia (in Svizzera) e Braschi (in Italia) riferiscono circostanze ed episodi del tutto “simili” (ma dimentica che i quotidiani in Italia e in Svizzera, avevano pubblicato contemporaneamente le stesse notizie). Questo è tutto quanto gli rimane per salvare qualcosa dell’istruttoria di Amati.

La requisitoria del P.M. Si conclude con un memorabile insulto ai compagni imputati: “Noi sentiamo l’orgoglio di aver meditato le nostre tesi con sofferenza, senza prevenzioni, senza settarismi… La vera libertà civile” è questa la misera conclusione della requisitoria “non è libertà della legge ma libertà nella legge. Giustizia e libertà vivono e muoiono insieme”.

Il volto della Giustizia che emerge da questo processo sono i due anni di carcere dei compagni, la cospirazione criminale nei confronti di Valpreda, la tomba di Pinelli al campo 74 del cimitero di Musocco, sulla cui lapide è scritto cosa è la giustizia borghese.

Umanità Nova n22 6 luglio 1997 Strage di Stato e dintorni: Quando Anna Bolena cantava in questura di Luciano Lanza

2 ottobre 2011

Così Enrico Rovelli è diventato confidente del commissario Luigi Calabresi. E di Federico Umberto D’Amato. Il capo dell’ufficio affari riservati del Viminale

Nome in codice: Anna Bolena. Dietro questo schermo si nasconde una delle storie più intricate dell’intricata vicenda legata alla strage di piazza Fontana. Ecco i fatti.

Sono scoppiate da pochi mesi del bombe del 25 aprile 1969 a Milano (ufficio cambi della stazione Centrale e padiglione Fiat alla Fiera campionaria), quando vengono arrestati a Riccione due anarchici milanesi: Tito Pulsinelli ed Enrico Rovelli. È il 22 agosto. Per Pulsinelli inizia un lungo periodo di detenzione che si concluderà il 28 maggio 1971. È accusato di aver partecipato a quei due attentati assieme con Paolo Braschi, Paolo Faccioli e Angelo Piero Della Savia. Un’accusa che si rivelerà completamente inconsistente al processo e che li vedrà tutti assolti proprio nel 1971.

Diversa è la sorte di Rovelli. Esce subito dal carcere. Il commissario Luigi Calabresi con minacce e promesse di favori lo convince a diventare un suo informatore. Rovelli inizia la sua nuova carriera al servizio del commissario dell’ufficio politico della questura milanese.

Pur non facendo parte di alcun gruppo milanese, Rovelli è un frequentatore del Circolo Ponte della Ghisolfa. Un frequentatore saltuario: va al Ponte della Ghisolfa soprattutto quando ci sono conferenze o incontri pubblici. È in quelle occasioni che cerca di procurarsi informazioni e confidenze dai compagni milanesi. Tutte queste notizie vengono poi trasmesse a Calabresi o all’uomo di fiducia di Calabresi, il brigadiere Vito Panessa.

Dalle prime indiscrezioni raccolte, risulta che l’interesse di Calabresi è concentrato su Giuseppe Pinelli, il membro più anziano del gruppo Bandiera nera. Ma la curiosità su Pinelli non è un’esclusiva di Calabresi. C’è un personaggio più in alto del commissario che vuole sapere che cosa fa, con chi si vede l’anarchico milanese. Chi è? Silvano Russomanno, responsabile nel capoluogo lombardo dell’ufficio affari riservati del ministero dell’interno. Cioè l’ufficio che è di fatto guidato da Federico Umberto D’Amato (nel 1069 il direttore formalmente è ancora Elvio Catenacci). Calabresi, interfaccia dell’ufficio affari riservati nella questura milanese, non tiene solo per sé il confidente Rovelli, ma lo cede in “condominio” a Russomanno. Questo ruolo di Calabresi serve anche a spiegare il prestigio di cui godeva il commissario in questura e che in pratica lo faceva contare di più del suo diretto superiore: Antonino Allegra, capo dell’ufficio politico.

Elemento nuovo. L’ufficio affari riservati, vale a dire la centrale della strategia della tensione e dei depistaggi, manifesta un particolare interesse per Pinelli. Una così insistente curiosità solleva anche un importante interrogativo. L’anarchico milanese è stato prescelto come capro espiatorio per i prossimi attentati che, sotto la regia del Viminale e del Sid, devono compiere i nazisti del gruppo di Franco Freda, Giovanni Ventura e quello di Delfo Zorzi? A questa domanda non è ancora possibile dare una risposta certa. Però l’ipotesi che Pinelli dovesse rivestire un ruolo di primo piano nella montatura contro gli anarchici per la strage di piazza Fontana non appare infondata.

Così accanto a quello che sarà l’accusato principale per quella strage, Pietro Valpreda, emerge anche una possibile manovra nei confronti di Pinelli. Una manovra che si chiude con un evento drammatico: il volo di Pinelli dalla finestra del quarto piano della questura nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969. Un volo che avviene dopo che il fermo di polizia è scaduto da circa 24 ore. Cioè è illegale.

Ed è proprio nei giorni che vanno dall’esplosione alla Banca nazionale dell’agricoltura fino alla morte di Pinelli che emerge con maggiore evidenza il ruolo di Rovelli. In quel breve lasso di tempo entra ed esce più volte dalla questura milanese. Dopo ogni convocazione si presenta al Ponte della Ghisolfa con aria apparentemente sempre più preoccupata. “Non capisco che cosa vogliano da me i poliziotti”, dice Rovelli con insistenza agli anarchici del Ponte. Che però cominciano a insospettirsi. Quasi tutti sono stati fermati, però salvo alcuni trattenuti al carcere di san Vittore, gli altri sono stati rilasciati e mai più fermati. Perché Rovelli, che risulta elemento marginale nell’anarchismo milanese, ha un trattamento così particolare? Questa è la domanda che sorge spontanea in quei giorni non certo tranquilli. Sospetti che si rafforzano quando Rovelli ottiene con facilità la licenza per un locale da ballo, la Carta vetrata a Bollate (nell’hinterland milanese). Sospetti che verranno definitivamente confermati quando si potranno leggere i verbali di interrogatorio di Rovelli con il giudice Antonio Lombardi che indaga sull’attentato alla questura milanese del 17 marzo 1973. Lo stesso Rovelli ammette, infatti, di essere un informatore del commissario Calabresi. Così per far conoscere al maggior numero possibile di persone il ruolo di Rovelli (gli anarchici dei gruppi milanesi sono già da tempo informati) nell’estate del 1975 questo settimanale pubblica un comunicato su Rovelli con la sua foto: Attenti a costui , è l’esplicito titolo della nota su “Umanità Nova”.

La carriera del confidente Rovelli, a quel punto, è finita anche presso i meno informati. Ma non termina certo la sua carriera di impresario. Dopo la Carta vetrata, Rovelli diventa gestore di un locale molto più famoso: il Rolling Stones nel centro di Milano. Attività a cui affianca, oggi in modo esclusivo, quella di organizzatore di concerti rock: da Claudio Baglioni a Vasco Rossi, passando per tutti i nomi più famosi della musica leggera italiana.

Rovelli è infatti uno dei pochi manager musicali che riesce a ottenere i luoghi più ambiti per tenere concerti. Se un cantante vuole una piazza importante o uno stadio deve rivolgersi a Rovelli. Lui può avere i permessi dalle questure delle varie città italiane. Permessi che quasi sempre vengono negati ad altri impresari.

È la ricompensa per i servizi che Enrico Rovelli ha reso a D’Amato, poliziotto di vasta cultura, che per lui aveva scelto il nome di una moglie di Enrico VII. Anna Bolena, appunto.

Luciano Lanza

(Della vicenda, tornata alla ribalta alcune settimane fa, Umanità Nova si è occupata nel numero 17/1997 con l’articolo di prima pagina “Attenti a costui” di M. V.

 

Luciano Lanza è autore del recente libro “Bombe e segreti – Piazza Fontana 1969”, Eleuthera ed., recensito da Salvo Vaccaro sul n.20/1997 di UN. – NdR)

A rivista anarchica n 4 maggio 1971 – Gli imputati accusano di E. M.

12 aprile 2011

Mentre il giornale va in macchina, il processo agli anarchici sta diventando, com’è giusto, un processo degli anarchici ed il castello d’accuse costruito dal giudice Amati sta crollando: i poliziotti “non ricordano”, il metronotte non riconosce Pulsinelli 1, la “superteste” della polizia viene smascherata come calunniatrice e mitomane recidiva…

Al “processo agli anarchici” iniziato il 22 marzo a Milano, si sono concluse le deposizioni degli imputati ed è iniziata la sfilata dei testimoni. Le intemperanze iniziali di una parte del pubblico sono cessate dopo una dura critica da parte dei gruppi anarchici milanesi. Non potendosi dunque appellare alla “legittima suspicione” (e trasferire tutto all’Aquila come al solito) né proseguire le udienze a porte chiuse, il processo si svolge davanti ad un pubblico attento di compagni, parenti degli imputati, persone diverse e poliziotti, molti dei quali travestiti da “anarchici”.

Prima di poter entrare in aula i poliziotti controllano i documenti e le borse delle compagne, ovunque navigano flotte di carabinieri agli ordini del Vice Questore Vittoria in persona.

Presidente del Tribunale è Paolo Curatolo, di destra; si vanta di “non leggere i giornali” e infatti, ha scoperto con stupore l’esistenza del “dossier” sui documenti greci relativi agli attentati del 25 aprile 1969 alla Fiera di Milano e alla Stazione Centrale. Il Giudice a latere è Danza (già P.M. al processo Trimarchi), estrema destra; il P.M. è Scopelliti, giovane e dinamico accusatore, noto per aver permesso che il processo ai carabinieri torturatori di Bergamo andasse in prescrizione e specializzato in interventi dilatori per salvare i testi di accusa in difficoltà. Una composizione, come si vede decisamente monocolore.

Un muro di gomma

Contro questo “muro di gomma” si battono gli imputati, affiancati da un collegio di difesa che lascia poco spazio ai “non ricordo”, “non c’ero” e “non ho visto” dei testi poliziotti dell’accusa.

Le testimonianze degli imputati e dei testi al processo hanno confermato quel che da tempo i compagni sapevano: il processo per le bombe del 25 aprile, il processo Calabresi-Lotta Continua, il prossimo processo a Valpreda, sono diverse fasi di un’unica vicenda, la vicenda sanguinosa della “strage di stato”, della strategia della tensione e della repressione. E allora, com’è naturale, un processo indiziario si trasforma in un pesante atto di accusa contro lo Stato, le sue manovre, le sue connivenze e le istituzioni che le proteggono.

Gli imputati divengono accusatori e gli inquirenti si difendono con deposizioni stereotipate sui fatti accaduti, annaspando in un mare di “non so”, “non ricordo”, ad ogni domanda imprevista.
A differenza degli inquirenti gli imputati hanno descritto con precisione i fatti, ricordano tutto e in particolare il clima di minacce, violenza e intimidazioni in cui i verbali contenenti le famose “parziali ammissioni” furono loro estorti.

Le loro accuse sono precise: contro le falsificazioni di Amati, i metodi fuorilegge di Calabresi, i brutali maltrattamenti di Panessa. Alle spalle di questi ragazzi sono due anni di carcere, di accuse infamanti, di calunnie al movimento cui alcuni di loro appartengono.

Dalle deposizioni

Dalle deposizioni dei testimoni altre verità sono emerse:

1) dalla cava nel bergamasco non fu mai rubato esplosivo, lo dichiarano il consigliere delegato, i dirigenti e i guardiani della cava; ma il Tribunale mette in dubbio la veridicità dei testi (i rappresentanti della Giustizia non possono tollerare testimonianze contrarie alla loro ricostruzione dei fatti)!

2) Il commesso del negozio dove sarebbero state acquistate le miscele per gli esplosivi non riconosce negli imputati gli acquirenti del materiale, mentre Amati asserisce che lo stesso commesso ne riconobbe le fotografie (ma quali fotografie gli furono mostrate durante le indagini?).

3) Non si vuol credere alle dichiarazioni di Faccioli sulle percosse subite perché nessuno ne ha visto i segni. Ma, ironia della sorte, il medico di S. Vittore dichiara che, per motivi mai chiariti, Faccioli non fu sottoposto alla visita medica (obbligatoria) al momento del suo ingresso nel carcere.

4) Allegra dichiara in aula che in questura non si è mai picchiato nessuno (ma che faccia tosta! proprio mentre in una aula vicina, al processo Calabresi-Lotta Continua, l’avvocato Lener, degno difensore di Calabresi, si oppone furiosamente alla riesumazione del corpo di Pinelli!)

5) la superteste Rosemma Zublena (che offre un’immagine grigia e dimessa) fa discorsi confusi, frammentari o troppo precisi, zeppi di “Amati mi disse”, “ne parlai col Dr. Amati”, fu il Dr. Amati a dirmi”, “andai subito a cercare il Dr. Amati.”

6) Nonostante le ripetute richieste nessuno della polizia sa spiegare perché sin dall’inizio le indagini siano state indirizzate verso gli anarchici; risulta inutile anche la ricerca di qualche verbale che documenti un orientamento degli inquirenti anche verso i gruppi di destra.

7) E ancora si scopre che il foglietto con la descrizione di un ordigno esplosivo (prova fondamentale a carico di Faccioli) è stato trovato in ben due luoghi diversi (Milano e Pisa) in momenti differenti, e questo significa, come minimo, che uno dei verbali di reperimento è falso.

Calabresi

La deposizione di Calabresi è ancora più grave, se possibile; infatti in un momento di difficoltà egli dice che durante gli interrogatori non tutte le domande e le risposte del teste venivano verbalizzate, ma “solo ciò che si voleva fosse verbalizzato”. Come dire che si voleva verbalizzare “qualcosa”; ma allora già si sapeva cosa verbalizzare? Poco dopo, per giustificare queste sue infelici ammissioni, Calabresi ammette che uno degli imputati durante un interrogatorio si addossò più attentati di quelli che gli venivano contestati, anzi si dichiarò colpevole di attentati che (parole di Calabresi) “sapevamo che non poteva aver fatto”!

Dal canto suo, il Tribunale non ha certo tenuto un comportamento meno “irregolare”: queste dichiarazioni di Calabresi non sono state verbalizzate dal cancelliere e il P.M. ha addirittura negato di averle sentite; quando poi la difesa ha chiesto di riascoltare i nastri si è scoperto che il registratore non c’era! Per fortuna un giornalista ha registrato tutto per conto suo e le frasi resteranno agli atti, chiare e lampanti come sono.

A Calabresi è succeduto Panessa, detto il “Gorilla”, che, da interrogato, si è dimostrato meno abile che non quando è lui ad interrogare gli altri. Infatti il neo-maresciallo, messo a confronto con la Zublena, smentisce, cerca di confondere le sue precedenti affermazioni circa una fotografia di Pulsinelli ed i suoi contatti (prima negati poi confessati) con la Zublena. A questo punto, quando la situazione per il poverino si sta facendo insostenibile, il presidente lo licenzia!

“Inquietanti dubbi”

Dopo queste udienze perfino l'”Avanti” parla di “inquietanti dubbi sulla regolarità di questo processo”, ed i difensori di Braschi e Pulsinelli hanno inviato alla stampa un documento che attacca i giudici per il loro comportamento, che tende solo a “cercare conferme e rendere verosimili le accuse precostituite nei verbali di polizia”, e la prassi ormai abituale che tende a interrompere nei momenti caldi le deposizioni dei testimoni di accusa o a suggerire ai testi in difficoltà le risposte più adatte.

Il gioco ora è scoperto e alla Magistratura e alla Polizia non resta altro che difendere accanitamente le loro tesi perché se un solo punto della montatura dovesse cedere sarebbe il crollo di tutto.

La Zublena è recidiva

Mentre il giornale va in macchina apprendiamo che la “supertestimone” Rosemma Zublena non è alle prime armi ed è anzi una calunniatrice incallita. Nell’udienza del 26 aprile, la credibilità della Zublena è stata ufficialmente e definitivamente distrutta dagli avvocati difensori. Essi hanno reso noto che la “professoressa” è già stata incriminata nel 1967 per calunnia e assolta solo per insufficienza di prove “sul dolo”. Il giudice, cioè, l’aveva trovata colpevole dei fatti (una serie di folli lettere anonime inviate a sindaci, prefetti, ministri, arcivescovi), ma riconoscendo in lei un’anormale psichica non s’era pronunciato sulla sua mala fede (necessaria perché si configuri il reato). Il giudice l’aveva dichiarata “persona affetta da componente nevrotica di tipo isterico; basta parlare una sola volta per convincersene, anche senza avere una preparazione specifica sull’argomento.”
Questi gli arnesi della polizia. Questi i capisaldi dell’istruttoria del dottor Amati.

E. M.

1) Il 30 marzo 1969 la guardia notturna Fasano vide un giovane biondo fuggire alla sua vista, in corso magenta a Milano, abbandonando un pacco contenente dell’esplosivo. Per questo Pulsinelli, biondo e anarchico, fu arrestato a Rimini nell’agosto successivo. Il 28 aprile di quest’anno il Fasano, messo a confronto per la prima volta con Pulsinelli, dopo le contestazioni della difesa e una diffida, dichiara “No, sono sicuro che non è lui”. Pochi minuti prima aveva dichiarato di riconoscerlo per via dei capelli! Fra l’altro, pochi giorni dopo l’attentato, lo stesso metronotte aveva “riconosciuto” l’attentatore in un giovane studente marxista-leninista della “Statale” che, in base al suo “riconoscimento” era stato fermato e poi rilasciato perché per fortuna sua aveva un alibi di ferro. Di questi elementi è fatta l’istruttoria del giudice Amati: di “riconoscimenti” come quello del metronotte e di “testimonianze” come quella della psicopatica Zublena che già un magistrato, nel 67, dichiarò isterica e indegna di fede.

 

Il movimento studentesco est al vostro fianco

Il movimento studentesco est al vostro fianco contro le manovre della borghesia che vorrebbe far ricadere su di voi ingiustamente detenuti le responsabilità delle bombe messe dai suoi stessi agenti stop contro questa classica manovra della borghesia il movimento studentesco habet già condotto et condurrà sempre una lotta incessante et un’opera di chiarificazione stop contro questo tentativo di portare confusione tra le masse popolari un tentativo logoro et che già mostra la corda tutti i compagni sono chiamati a fare la più ampia opera di propaganda saluti comunisti

Movimento studentesco statale

Lettera aperta di Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli in risposta al telegramma di solidarietà del movimento studentesco dell’università statale di Milano.

Compagni,

Non basta una presa di posizione a smentire un atteggiamento che per due anni è stato di disinteressamento, confusione, opportunismo. Non si tratta di mettersi a posto la coscienza. L’apologo degli anarchici “pulce sulla schiena dell’elefante che è il proletariato” è servito a sostenere che le bombe – e la repressione suscitata dalle bombe – erano “fatti privati” degli anarchici. Ma, se cercare una copertura di fronte alla repressione borghese, prendendo le distanze dagli anarchici, è solo opportunismo, quando si arriva a dire che gli anarchici sono “storicamente avventuristi” – subito dopo Piazza Fontana – il confine fra confusione politica e provocazione è solo una sfumatura.

Gli attentati del 25 aprile, avvenuti in un momento in cui per i padroni era ancora pensabile di cavalcare la tigre delle lotte proletarie col sindacato e con le riforme, dovevano servire a isolare e colpire tutte le avanguardie (e non solo gli anarchici); a collaudare gli strumenti della repressione (provocazione, montatura, ecc.), a colpire indirettamente tutto il proletariato (stava per essere discussa alla Camera la legge sul disarmo della polizia). Grazie alla mancanza di un intervento tempestivo i padroni, collaudato il terrorismo, hanno messo la strage all’ordine del giorno come arma contro le lotte proletarie; si è arrivati cioè al 12 dicembre.

Il carcere preventivo, la montatura poliziesca, il segreto istruttorio, ecc., da strumenti di controllo sociale, sono diventate armi politiche “normali”. E quando si è arrivati a questo, tutto quello che avete saputo fare è stato piangere sulla morte del compagno Pinelli per mettervi in pace la coscienza, quando invece si trattava di vendicarlo, di scoprire e denunciare i suoi assassini, le vostre manifestazioni interclassiste contro una mitica e astratta “repressione” sono state un alibi per rinunciare alla lotta pratica contro i fatti concreti in cui la repressione si è manifestata, offrendo così una copertura ai padroni.

Non vi parliamo interessatamente, “per noi”. Infatti pensiamo di poter prevedere quello che sarà l’esito del nostro processo: sentenza di condanna (per salvare la sostanza politica della montatura), e scarcerazione per noi, grazie a condoni, pena già espiata, ecc. (per contentare la sinistra ufficiale – che in effetti ha ampiamente pompato il nostro carcere preventivo – e garantirsene la copertura). Vi parliamo invece perché mai come in questo momento la verità è rivoluzionaria: in questo momento in cui si utilizza Borghese per dare una garanzia di credibilità alle istituzioni e si cerca di squalificare, colpire ed emarginare le avanguardie – sfruttando episodi tipo Brigate Rosse, rapina di Genova, ecc. – ma soprattutto si cerca di “prendere tempo – guadagnare spazio” per quella che è la posta più grossa: Pietro Valpreda.

Noi non crediamo nella giustizia borghese, ma proprio perché non ci crediamo, pensiamo che il modo con cui – nella fase attuale – il proletariato può cominciare a “fare” giustizia sia quello di un intervento attivo, diretto a condizionare e costringere i giudici dei padroni ad esautorarsi e far fallire – sul piano politico – i piani reazionari della borghesia, in modo che risulti chiaro che le bombe le mettono i padroni perché servono gli interessi dei padroni.

25 aprile, bombe sui treni, Piazza Fontana, Catanzaro, sono le tappe di un unico disegno criminoso dei padroni; se il 25 aprile è stata la prova generale per il 12 dicembre, il nostro processo è ugualmente la prova generale per il processo a Valpreda. Cominciare a far fallire già da oggi con noi la montatura poliziesca, significa dare un importante contributo, vincere la prima battaglia di una unica guerra: quella contro la strage di stato!

Un documento dei difensori

Milano, 24 aprile. Gli avvocati Di Giovanni, Piscopo e Spazzali difensori dei giovani anarchici Braschi e Pulsinelli hanno tenuto una conferenza stampa al Palazzo di Giustizia, al termine della quale hanno diffuso un documento in cui denunciano il modo vistosamente parziale con il quale i giudici stanno conducendo il processo. Il documento dice:

“La seconda Corte di Assise di Milano, ad avviso dei due comitati conduce il dibattimento in violazione delle norme della legge processuale e penale che disciplinano l’istruttoria dibattimentale. I giudici togati dimostrano in continuità di ricercare nell’istruttoria dibattimentale solo ciò che possa confermare o rendere verosimili le accuse inizialmente precostituite nei verbali di polizia e trasfuse puramente e semplicemente negli atti di istruttoria formalmente compiuti dal giudice Amati”.
“Quali esempi di questo comportamento illegittimo gli avvocati ricordano la protezione accordata ai testi di accusa che vengono ‘costantemente schermati’, anche con continui e intempestivi riferimenti all’istruttoria scritta e con richiamo, nei momenti di contestazione di espressioni che finiscono di fatto con l’essere assunte dai testi in difficoltà, come modello di risposta possibile”.

Durante la conferenza stampa è stata ricordata “la prassi oramai instaurata di interrompere nei momenti caldi le deposizioni dei testimoni di accusa e il continuo appiattimento e svuotamento delle contraddizioni ormai numerose in cui sono caduti finora, tutti i principali testi di accusa fin dal primo loro apparire”.

Il documento conclude affermando che quanto succede in aula “impedisce la verifica del materiale processuale e finisce col coprire le vere responsabilità per gli attentati alla Fiera e all’ufficio cambi punto d’inizio dell’istruttoria e primo atto della manovra provocatoria ed eversiva della destra, culminata nelle bombe della ‘strage di Stato’ e tuttora in pieno svolgimento”.