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Lotta Continua 3 marzo 1971 Rapporto sullo squadrismo (sesta puntata)

4 ottobre 2012

Quando uscì il libro la “Strage di Stato“, l’Unità gli dedicò un commento su 4 colonne. Dopo l’omaggio di rito all’ampia documentazione in esso contenuta e agli «inquietanti interrogativi» che le circostanziate accuse ponevano «ad ogni democratico degno di questo nome», si passava al giudizio politico: «La controinchiesta – vi si leggeva in sintesi – fa il gioco dei padroni nella misura in cui attribuisce assurdamente al PCI un preciso ruolo di copertura nei confronti degli autori e dei mandanti della strage». A distanza di sette mesi la stessa Unità cita la «Strage di Stato», cui viene restituita improvvisamente ampia credibilità politica, ma a sostegno delle proprie tesi sulla presenza di provocatori fascisti in Lotta Continua. La cosa non ci indigna, ma ci induce alla riflessione e all’autocritica: vuol dire che la prossima volta staremo più attenti.

La seconda controinchiesta, che uscirà tra breve, documenterà tra l’altro in maniera inequivocabile l’uso fatto dal PCI di alcuni documenti giunti in suo possesso sin dal 16 gennaio 1970, sulla responsabilità del fascisti e della polizia nell’esecuzione materiale della Strage di Stato.

Forse allora per i revisionisti sarà più difficile cercare di strumentalizzare il nostro lavoro. Abbiamo deciso frattanto di anticipare parzialmente sul giornale alcuni degli argomenti trattati nel libro «Istruttoria per una Strage di Stato».

Un teste volontario

Nel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1969, un paio d’ore dopo le esplosioni all’altare della patria, un giovane tedesco si presentava al comando dei carabinieri in Piazza San Lorenzo in Lucina a Roma, affermando di essere in possesso di informazioni relative agli attentati: veniva verbalizzato come UDO LEMKE, di 23 anni, studente in chimica. Con un italiano approssimativo, ma abbastanza comprensibile, raccontò di essere stato in Italia una quindicina di giorni prima, proveniente dalla Svizzera, e di essersi recato fino a Palermo in autostop. Qui aveva girovagato per un paio di giorni finché in un bar del centro, abituale luogo di raduno di hippies di passaggio e di sottoproletari, aveva fatto la conoscenza di tre giovani i quali si erano dimostrati particolarmente sensibili ai suoi problemi di turista squattrinato in cerca di espedienti per sbarcare il lunario. Lo avevano invitato a cena e nel corso della serata gli avevano promesso il loro interessamento. Erano in contatto con una persona residente in un’altra città che forse poteva aiutarlo. Attirato dalla prospettiva di un lavoro, il Lemke accettava il giorno successivo di recarsi in auto, la Fiat 124 bianca di uno dei suoi nuovi amici, a Catania per essere presentato alla persona in questione. Questi, un uomo di mezza età (che egli descrive con precisione), lo aveva accolto con molta cordialità: si era informato sulle conoscenze da lui fatte durante il viaggio in Italia, sulla durata del soggiorno futuro, e in particolare sulla sua disponibilità ad eseguire un lavoretto delicato, ma ben retribuito: si trattava, più in particolare, di portare un paio di borse nel posto che all’ultimo momento gli sarebbe stato indicato, un cinema o un supermercato, e di lasciarle li, andandosene alla svelta. Che cosa contenevano le borse? Nulla di particolarmente pericoloso, qualcosa che sarebbe esploso facendo molto rumore, ma nessun danno, alle persone, una specie di scherzo insomma, che però poteva fruttargli un bel po’ di soldi con i quali magari ritornarsene velocemente in Germania.

Continuando nella sua deposizione, Lemke affermava di aver rifiutato la proposta ritenendola rischiosa, e, per quanto superficiale fosse la propria conoscenza delle leggi italiane, decisamente illegale. L’uomo non aveva insistito e anzi aveva fasciato cadere il discorso, ma durante il viaggio di ritorno a Palermo i tre giovani erano tornati sull’argomento. Al nuovo e più deciso rifiuto da parte del tedesco, la loro gentilezza era improvvisamente venuta meno: gli avevano fatto capire che sarebbe stato molto più igienico interrompere il giro turistico e tornarsene al paese d’origine. Poiché gli sembrava che l’invito fosse stato espresso in forma ultimativa, egli si affrettava a lasciare la Sicilia, diretto ufficialmente in Germania. In realtà si era diretto a Roma dove contava di fare qualche amicizia meno compromettente. Aveva vivacchiato alla meglio contando sulla solidarietà di altri «capelloni» e dormendo con il sacco a pelo nei ruderi sottostanti le gradinate dell’Ara Coeli, uno dei tanti ricoveri per pellegrini sprovvisti di mezzi e di pretese. Era appunto nel suo alloggio di fortuna quando, verso le ore 17 del 12 dicembre, ad una settimana dal suo arrivo nella capitale, sentì esplodere, a breve distanza l’uno dall’altro, i due ordigni dell’attentato all’altare della patria. Uscito all’aperto vide alcuni passanti correre in preda al panico ed in piazza Venezia, accanto ad una delle fontane del monumento, tre giovani che riconobbe come coloro che lo avevano contattato «durante il suo breve soggiorno siciliano»; istintivamente si era avvicinato, ma questi, accortosi della sua presenza si dirigevano correndo verso un’auto parcheggiata al Centro della piazza, salivano a bordo e si allontanavano velocemente. L’auto era una Fiat 124 bianca, la stessa, gli era parso, con la quale aveva fatto il viaggio a Catania.

Fin qui i fatti raccontati da Udo Lemke ai carabinieri romani. C’è in più nel suo verbale d’interrogatorio la descrizione dettagliata degli altri protagonisti della storia: l’uomo della proposta e i tre giovani intermediari. Di questi ultimi egli è in grado di fornire anche alcuni particolari relativi ai loro nomi. Si tratterebbe di un certo Salvatore e di tal Nino Machino e di Stefano, soprannominato «Dente d’oro».

I primi accertamenti

Il colonnello Vitali, che dirige il comando C.C. in piazza S. Lorenzo in Lucina, è un uomo di temperamento. Non per nulla deve la promozione a un’entusiastica campagna di massa promossa dal quotidiano fascista Il Tempo, il quale, in occasione della cattura del famoso Cimino, magnificò le doti di tiratore del nostro eroe, definendolo «degno d’uno sceriffo del glorioso West». (Il colpo spezzo la spina dorsale e le speranze di fuga del rapinatore). Udo Lemke, molto sbrigativamente e con una procedura alquanto inedita, fu dichiarato «teste a disposizione» e trattenuto. Probabilmente non fu estranea a tale decisione la tradizionale signorilità dell’arma benemerita: anche se per soli 10 giorni, il disagiato Lemke ebbe la fortuna di essere ospitato gratuitamente nei locali del comando. Contrariamente al colonnello Vitali, il giudice istruttore Ernesto Cudillo, il magistrato che a Mantova si fece un’esperienza sifaristica, a parte le indagini e relativa archiviazione del «caso Rocca», non dà eccessiva importanza alla testimonianza del tedesco. Inoltra la richiesta d’un rapporto informativo alla questura di Palermo, la quale dopo alcuni giorni comunica che «nulla è dato sapere su tali Salvatore e Nino Machino, che risultano sconosciuti a questo ufficio, mentre il nominato Stefano detto «Dente d’oro» risulterebbe essere, secondo la descrizione fisica pervenuta, tale Galatà Stefano, di anni 25, studente, abitante a Catania in Vico Carrata. Il dottor Cudillo non ritiene però opportuno sentirlo personalmente, né tantomeno disporre un confronto tra costui e Udo Lemke. Impegnato com’è con Valpreda e compagni, si limita a far citare il Galatà come teste dall’ufficio politico della questura di Palermo, affinché lo interroghino sulle circostanze riferite dal tedesco. La risposta è rassicurante: lo studente siciliano nega recisamente di aver mai conosciuto il Lemke o un qualsiasi altro turista tedesco. Aggiunge di non sapere chi siano Nino e Salvatore, e conclude affermando che il suo ultimo viaggio a Roma risale al settembre del ’69. Il dottor Cudillo passa e avanza, tanto più che non gli risulta che il «XXII marzo», abbia propaggini nell’isola. Ogni ulteriore indagine in questa direzione sarebbe senz’altro superflua.

I contro accertamenti

Chi è questo Stefano Galatà, identificato come «studente venticinquenne», senz’altre qualifiche o aggettivazioni, dall’ufficio politico della questura di Palermo? Se il dottor Cudillo è ancora interessato alla cosa può servire il metodo che abbiamo usato noi: è poco faticoso e dà ottimi risultati. E’ sufficiente che la stessa domanda, anziché alla polizia, la rivolga a un qualsiasi cittadino catanese, in possesso di licenza elementare, requisito fondamentale per la lettura di un giornale. Si tratta infatti di personaggio assai noto alle cronache locali. Responsabile dei «volontari del MSI» di Catania. e provincia, organizzatore di innumerevoli azioni squadristiche,  accoltellatore di uno studente di sinistra nell’estate del 1968, Stefano Galatà ha avuto l’onore di essere più volte citato dalla stampa fascista come «valente camerata» e di beneficiare nel novembre del 1969 di un «premio» di 50.000 lire da parte del soccorso tricolore, il fondo di incentivazione e promozione dello squadrismo istituito dal direttore del Borghese, l’ex-repubblichino di Salò Mario Tedeschi. Quello stesso soccorso tricolore, guarda caso, che fino al dicembre distribuiva soldi ai fascisti meritevoli su segnalazione di Giancarlo Cartocci, dirigente di Ordine Nuovo, intimo di Mario Merlino, indicato nella Strage di Stato come l’esecutore materiale degli attentati all’altare della patria. Se poi il dottor Cudillo volesse approfondire, a scopi puramente accademici, la ricerca su Galatà, basterebbe rivolgersi anziché al semplice lettore di giornali a qualcuno che sia anche superficialmente a conoscenza dell’ambiente politico catanese. Scoprirebbe che Stefano «Dente d’oro», in prima linea fino al dicembre del 1969, ha improvvisamente dato segni di stanchezza ritirandosi dalla militanza attiva, anzi sparendo addirittura dalla circolazione dopo la comparsa in libreria della Strage di Stato. C’è chi dice che si trova a Pronte, una cittadina della provincia e che mantenga contatti saltuari soltanto con alcuni conoscenti, casualmente impiegati all’ufficio politico della questura di Catania, tra i quali il commissario capo dottor Riggio. Se il dottor Cudillo fosse davvero intenzionato a cercarlo, potremmo persino fornirgli delle foto, scattate col teleobiettivo, ma sufficientemente chiare. Sono a sua disposizione, magari potrebbe mostrarle a Udo Lemke.

Il teste sfortunato

Già, che fine ha fatto Udo Lemke, testimone volontario nell’indagine sugli attentati del 12 dicembre? La sua è una storia sfortunata, anche se senza confronto con quella di Armando Calzolari, il fascista del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese, trovato annegato in 80 centimetri d’acqua, dodici giorni dopo la strage; con quella di Casile e Aricò, i due compagni anarchici di Reggio Calabria, testi a discarico di Valpreda, schiantatisi contro un camion all’altezza della tenuta agricola di Valerio Borghese e con quella degli altri testimoni misteriosamente scomparsi, dei quali parleremo più diffusamente in un’altra occasione. Date le circostanza c’è da concludere che, tutto considerato, al giovane tedesco poteva andare anche peggio. Dopo 10 giorni di ospitalità forzata nel comando dei carabinieri di San Lorenzo in Lucina, il Lemke, nonostante il suo breve soggiorno italiano si fosse rivelato così emozionante, decise di cambiare aria. Il dicembre si aggrega ad una comitiva di «cappelloni» e parte per Creta. Ritornerà dopo una quarantina di giorni, esattamente l’8 febbraio del 1970. Benché qualcuno gli avesse ancora «consigliato» di partire, forse pensava che ormai, passato il peggio, l’aria romana fosse tornata respirabile. S’ingannava.

Tre giorni dopo il suo rientro nella capitale Udo Lemke viene avvicinato, in un bar di piazza di Spagna, da un giovane austriaco male in arnese, un certo Wolfang, che gli chiede se può ospitarlo per un paio di notti, finché, gli dice, non saranno arrivati i soldi che stava, aspettando da casa. Al momento dell’approccio è presente anche una ragazza canadese di 17 anni che Udo ha conosciuto durante il viaggio. I due si consultano e decidono di dare una mano all’austriaco. C’è un solo problema. Al «Sole», l’alberghetto scalcinato dove sono alloggiati, fanno delle difficoltà. Non avevano voluto affittare alla coppia una camera matrimoniale, perché la ragazza è minorenne e oltrettutto non permettono che una stanza singola venga usata da più persone. Udo non ce la fa a pagare, l’affitto di tre stanze e decide di cambiare albergo; vanno all’Hotel Flora, dove per 1.300 lire affittano una stanza a tre letti. La mattina successiva verso le 9 il tedesco esce lasciando Wolfang e la ragazza ancora addormentati. Dopo mezz’ora quest’ultima si sveglia ed esce per fare delle compere, lasciando il suo orologio. Tornerà in albergo dopo un’ora circa, trovando l’austriaco ancora sdraiato sul letto. A mezzogiorno bussano alla porta della stanza, la ragazza va ad aprire e si trova davanti due brigadieri del commissariato di PS Castro Pretorio, i quali le esibiscono un mandato di perquisizione. Nel frattempo sopraggiunge Lemke; nell’atrio dell’albergo qualcuno lo avverte che su c’è la polizia, ma lui scrolla le spalle, è convinto di non avere problemi del genere. Ancora una volta si sbagliò. Da un comodino della stanza, durante la perquisizione, salta fuori un sacchetto di cellophane contenente 10 chilogrammi di hascisc. I brigadieri invitano Udo, la ragazza e Wolfang a seguirli in questura. I primi due, pur dichiarandosi all’oscuro dell’esistenza della droga, li seguono; il terzo, giunto nell’atrio, chiede di risalire per soddisfare un bisogno fisiologico. Incredibilmente, trattandosi di un fermato per un reato del genere, il permesso viene concesso. Solo dopo un quarto d’ora il brigadiere Pedini fa mostra d’insospettirsi e va a scuotere la maniglia del gabinetto: l’austriaco Wolfang, l’occasionale compagno della coppia, si è eclissato. A questo punto la storia di Udo Lemke, testimone volontario dell’attentato del 12 dicembre, assume le caratteristiche dell’incubo. Contro di lui viene spiccato un mandato di cattura per detenzione di stupefacenti e viene associato alle carceri di Regina Coeli. Il suo nuovo compagno di cella è Mario Merlino. Dopo quattro mesi viene celebrato il processo. Il pubblico ministero è Vittorio Occorsio, lo stesso che ha «inchiodato» Valpreda alle sue responsabilità. Sul banco degli imputati Udo Lemke e la ragazza canadese protestano la propria innocenza, l’austriaco Wolfang (si chiamerà davvero così?) è scomparso nel nulla. Udo Lemke viene condannato a tre anni per detenzione a scopo di spaccio di sostanze stupefacenti; la ragazza viene prosciolta per insufficienza di prove. Due mesi più tardi il giovane studente tedesco vien trasferito nella clinica neuro-psichiatrica di Perugia per «disturbi del contegno». E’ la formula ufficiale. La sua storia, per ora, finisce qui.

A Rivista Anarchica N10 febbraio 1972 Fra un mese il processo A più di due anni dalla strage di stato a cura di E. M.

3 settembre 2011

A rivista anarchica n10 febbraio 1972   Valpreda in clinica

  L’11 gennaio 1972 il presidente della corte d’assise Rolando Falco dopo aver esaminato la relazione inviatagli dall’ispettore sanitario di Regina Coeli Giovanni Armaleo, ha disposto il  trasferimento di Pietro Valpreda nella clinica medica dell’Università di Roma.

 Stupisce tanta premura, la realtà è che la decisione è tardiva e strumentale. Quando fu arrestato, Valpreda fu descritto come un relitto umano a tal punto corroso dal morbo di Burger, da  essere costretto a prendere il taxi per  un percorso di 135 metri. Fu descritto come un uomo disperato, dilaniato dal male, privo delle dita dei piedi (da una a cinque, secondo le versioni).  Così insiste Cudillo nella S.I., per giustificare la incredibile storia del taxi di  Rolandi. Inspiegabilmente però, quando Valpreda a Regina Coeli comincia a soffrire di reali disturbi e chiede di  essere ricoverato e curato, gli si risponde che non ve ne è bisogno, che sta benissimo in cella. A nulla valgono le richieste della difesa, documentate da relazioni cliniche che non lasciano  dubbi sull’aggravarsi continuo delle sue condizioni. Secondo i medici di Regina Coeli il “relitto umano” è in piena salute, e solo dopo 16 mesi nell’aprile del ’71, viene trasferito nella fetida e  sotterranea infermeria del carcere, dove le sue condizioni non accennano a migliorare e le “cure” sono del tutto inadeguate. Il morbo di Burger è una malattia a decorso progressivo,  quando Valpreda entrò in carcere il “morbo” era in forma latente e non comportava nessuna limitazione fisica, dopo 2 anni di “cure” in carcere, la malattia si è fatta molto grave, tanto da  rappresentare un pericolo mortale. Questa è la verità che i rapporti clinici documentano, ed è esattamente il contrario di quanto si cerca di far credere. Volevano un relitto umano  colpevole di strage, hanno preso un innocente in buona salute e lo hanno ridotto in due anni di “trattamento” psico fisico. È una storia che evoca sinistri ricordi degli interrogatori e dei  processi della Russia di Stalin.

L’aula inagibile

Ora siamo vicini al 23 febbraio, e il giudice Falco non vuole lasciarsi sfuggire il più bel processo della sua carriera, quello dove dimostrerà ai “sovversivi” di tutti i colori e alla Nazione affamata di ordine che i sacerdoti in ermellino comandano ancora in Italia. Il processo si svolgerà (forse) nell’aula Magna del palazzo di Giustizia in piazzale Clodio cioè nell’aula che per la sua ristrettezza era stata scartata per prima. L’aula è stata definita, da chi l’ha vista, un bunker (sbarre alle finestre e porte murate), pericolosa per l’incolumità pubblica e contraria a tutte le regole vigenti per i pubblici locali. L’aula è una vera trappola, al minimo incidente si trasformerà in un serraglio, è un’aula che sembra fabbricata apposta per la provocazione. Il sistema si premunisce in anticipo. Al processo, in queste precarie condizioni, parteciperanno i giudici, gli imputati, parte degli avvocati della difesa (se vengono tutti non ci stanno), 18 giornalisti (anziché i 150 prevedibili) che si scriveranno reciprocamente sulla schiena in quanto hanno a disposizione 18 sedie e nemmeno un tavolo. Il pubblico (la costituzione stabilisce che ai processi partecipa il popolo) sarà composto da 50 poliziotti in borghese (di più non ci staranno) e i compagni staranno fuori, probabilmente fuori dal quartiere dove è situato il palazzo di Giustizia, che sarà trasformato in un accampamento di poliziotti e relativi mezzi gommati e cingolati sul tipo del “castro romano”. In queste condizioni la Giustizia si accinge ad eseguire il suo mandato. A meno che alla prima udienza l’aula non venga considerata inagibile (ed in effetti lo è) e tutto venga rimandato nella speranzosa attesa che la “terapia di Corelli” a cui Valpreda sarà sottoposto non funzioni. Rimandare non è una buona politica e sappiamo che i nodi verranno al pettine, ma quello che ci preoccupa sono le condizioni di Valpreda. Un uomo non può resistere chiuso in una cella, con il terrore dell’ergastolo con lo stillicidio dei rinvii, nella confusione politica dove l’omertà, le menzogne, la strumentalizzazione e il baratto trova tutti disponibili e compromessi, dove il sospetto e la provocazione serpeggia anche nelle espressioni della solidarietà più sincera filtrate attraverso la censura del carcere. Chi vuole che Valpreda e i suoi compagni siano degli eroi deve stare molto attento. Sacco e Vanzetti, fuori dalle mura della prigione sentivano l’appoggio e la solidarietà reale di milioni di persone, di tutta la sinistra politica e di un movimento realmente di massa. Valpreda, Gargamelli e Borghese, contano su pochi compagni e la sinistra ufficiale li ha già venduti.

Facciamo pure il processo sotterrati in un bunker. Se la pressione dell’opinione pubblica, del popolo e degli sfruttati ci sarà, quello non basterà a salvarli, se non ci sarà, sarà stata una precauzione inutile.

Di Cola sfida Occorsio

Il compagno Enrico Di Cola, rifugiatosi in Svezia dove ha chiesto l’asilo politico, ha indirizzato una particolareggiata lettera-denuncia, in data 10 gennaio c.a., all’ambasciata italiana di Stoccolma. Copia di tale lettera è stata anche inviata al consolato italiano di Stoccolma e alle procure di Roma e di Milano.

In tale lettera, il compagno Di Cola dopo aver ricordato che i carabinieri di Roma il 12-13 dicembre 1969 già erano a conoscenza dell’accusa che poi sarebbe stata elevata a carico di Pietro Valpreda (cfr. “A 9” “Parla l’ultimo latitante“), ricordato inoltre che il commissario di P.S. Umberto Improta si vantò che i poliziotti italiani in certe situazioni possono avere il grilletto facile, sfida la magistratura italiana a chiedere la sua estradizione. Infatti, perché l’estradizione possa venir concessa, la magistratura italiana si vedrebbe costretta a far giungere alla magistratura svedese competente gli atti del processo istruttorio per la strage di stato.

Il compagno Di Cola nella sua lettera-denuncia fa rilevare che purtroppo la magistratura italiana si trova nella disgraziata situazione di non poter richiedere la sua estradizione. La magistratura italiana non può permettersi il lusso di far conoscere alle magistrature di altri paesi i falsi che sono alla base dell’accusa elevata contro gli anarchici.

La lettera-denuncia del compagno di Cola è stata integralmente pubblicata nel nr.2 del settimanale anarchico “Umanità Nova”.

Compagni svedesi hanno provveduto a tradurre integralmente in svedese tale lettera che è stata poi inviata a tutti i quotidiani periodici svedesi politicamente impegnati.

Il compagno Di Cola si è poi recato personalmente al palazzo del governo di Stoccolma, per consegnare tale lettera al primo ministro svedese Olof Palme.

Dov’è Udo Lemke

Udo Lemke sembra essere scomparso. Il suo avvocato ha dichiarato di avere avuto solo rapporti scritti con lui e che un anno fa, essendo la sentenza diventata definitiva, ha troncato anche questi. Arrestato a Roma nel marzo 1970 sembra sia stato rinchiuso nelle Carceri giudiziarie di Perugia dove però attualmente non risulta detenuto.

La stessa ambasciata tedesca, interpellata, non ha saputo o voluto fornire spiegazioni. Nel marzo prossimo dovrebbe essere scarcerato avendo ottenuto un anno di condono.

Udo Lemke comparve sulla scena della strage di stato, il 12 dicembre 1969 presentandosi volontariamente come teste alla legione dei carabinieri di Roma. Lemke aveva riconosciuto in un fascista uno degli attentatori al monumento al milite ignoto. La sua deposizione viene rapidamente archiviata dai carabinieri inquirenti, ma in compenso si provvede, in maniera veramente romanzesca a rinchiudere il Lemke in una sicura prigione di stato. Il 12 gennaio l’autista romano Walter Palazzi si presenta al commissariato di Castro Pretorio affermando che un capellone da lui intravisto in un bar di piazza Navona, deve essere arrestato per furto. Secondo le dichiarazioni di Walter Palazzi, il capellone in questione si chiama Udo Lemke e commercia in stupefacenti. Il Walter Palazzi è anche a conoscenza dell’albergo nel quale il Lemke alloggia, e di quante persone dormano nella stessa stanza del Lemke. Il Lemke viene arrestato il giorno dopo, durante la perquisizione effettuata nella stanza abitata dal Lemke. Durante la perquisizione difatti, vengono rinvenuti, a detta dei poliziotti, dieci chilogrammi di hashish. Nel processo che ne segue il Lemke viene assolto dall’accusa originaria di furto, e condannato a tre anni per possesso di materiale stupefacente. Di notevole, oltre al fatto che non venne mai dimostrato come il Lemke potesse entrare in possesso di merce del valore di dieci milioni di lire, il valore dei dieci chili di hashish, va notato che il pubblico ministero al processo Lemke si chiamava Vittorio Occorsio, e che agli atti del processo non è mai stata depositata una perizia che dichiarasse che quello che i poliziotti romani qualificarono per hashish, fosse veramente hashish e non cenere cristallina di nessun valore. In ogni caso, la persona che sul caso Lemke ne doveva sapere in anticipo tanto quanto il volenteroso Walter Palazzi, è un certo Wolfang, l’unico che ebbe la possibilità di introdurre nella stanza del Lemke il famoso pacco di hashish. Il Wolfang, alla presenza dei poliziotti che lo avevano fermato, scomparve senza che nessuno cercasse di fermarlo.

Epidemia di giudici popolari

Francesco Paparozzi, 56 anni funzionario e attivista di un sindacato apolitico (?) è fino ad ora, l’unico che ha accettato la nomina a giudice popolare per il processo Valpreda sebbene ciò lo lasci “un po’ disorientato”.

Luigi Albano, 41 anni, tarantino, si dichiara affetto da “una grave forma di esaurimento nervoso”, mentre Renzo Parma, “terrorizzato da questo scherzo della sorte”, si è tappato in casa, tattica seguita anche da Carlo Mauro, 48 anni di Pomezia. Quanto agli altri, quelli che non stanno preparando certificati medici e scuse varie, si sono praticamente resi latitanti e facendo orecchie da mercante evitano perfino di rispondere in qualche modo alla chiamata (obbligatoria).

Il popolo ha il naso fino, i prescelti giudici popolari probabilmente non hanno letto “La Strage di Stato” e non sanno chi è Delle Chiaie, ma la puzza di marcio si sente da lontano…

A questo punto sarà necessario cercare altri giudici, ma la cosa si presenta complessa: chi non si occupa di politica, preferisce darsi ammalato; tra chi se ne occupa, gli anarchici e quelli di sinistra difficilmente entrano negli elenchi dei cittadini tra i 30 e i 65 anni di provata onestà e integrità morale, con diploma di scuola media e senza precedenti penali, restano gli altri… Ma di che si preoccupano? Non è forse la Giustizia libera e imparziale?

10 marzo 1972 L’istruttoria rapita. Controprocesso Valpreda (dal settimanale ABC)

14 agosto 2011

Controprocesso Valpreda

L’istruttoria rapita

Come annunciato ai lettori sul numero dello scorso settimana, «ABC» inizia il suo «contro processo» parallelamente a quello ufficiale che si sta celebrando in Corte di Assise a Roma. A questa prima tavola rotonda abbiamo invitato, assieme ad alcuni esponenti di «magistratura democratica», i registi Elio Petri e Giuliano Montaldo: sono gli autori di film come «Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto» e «Sacco e Vanzetti». Il primo ha mostrato con terribile efficacia il funzionamento dell’apparato poliziesco-giudiziario nel nostro Paese, il secondo ha rievocato la tremenda vicenda di due anarchici italiani stritolati dalla struttura di potere in America negli anni venti. Questi due «piani» si incrociano sulla figura del protagonista del processo: l’anarchico Pietro Valpreda. L’imputato non soltanto ha sempre professato la propria estraneità ai fatti ma ha già dimostrato nel corso del dibattimento di non voler essere una vittima rassegnata. In prima udienza ha gridato rivolto al Pubblico Ministero: «Boia! Assassino!».

PARTECIPANTI

ELIO PETRI regista cinematografico («Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto» e «La classe operaia va in paradiso»)

GIULIANO MONTALDO regista cinematografico («Sacco e Vanzetti» e «Gott mit uns»)

LUIGI SARACENI magistrato ( Magistratura democratica )

GABRIELE CERMINARA magistrato ( Magistratura democratica )

MARIO BARONE magistrato ( Magistratura democratica )

ANGIOLO BANDINELLI segretario nazionale del partito radicale

LAURA LILLI giornalista

VIOLA ANGELINI professoressa di lettere

BRUNELLA CHILLOTTI segretaria nazionale del movimento laico

MAURO MERLI del movimento laico

CARLO MARCHESE del movimento laico

MASSIMO TEODORI giornalista

Dalla redazione romana

«ABC» – Chiediamo a Elio Petri di fare una piccola introduzione, tanto per dare un quadro della situazione generale in cui è venuto a trovarsi l’inizio di questo processo.

PETRI – Comincio volentieri, ma non fatemi sentire il «presidente»: noi siamo qui per riflettere e non per giudicare… Vorrei parlare prima di tutto delle sfumature che in genere sfuggono al lettore, sfumature che nella maggior parte dei casi, anzi quasi sempre, sono della massima importanza. Per esempio chi ha seguito le prime udienze del processo Valpreda dovrebbe essersi reso conto che il processo è stato fissato in concomitanza col viaggio di Nixon in Cina, col festival di Sanremo. Anche il processo di Clementi, l’attore accusato di detenzione di droga, è stato fatto in questi giorni. Bisogna dire che queste cose non sono casuali, ma studiate e volute e poi messe in atto.

 Bisogna Sparare

BARONE – In questa sede, possiamo fare due cose: o una grossa analisi politica di tutto il fatto, oppure una specie di «tallonamento» al processo vero e proprio.

BANDINELLI – E’ impossibile scindere le due cose: automaticamente, parlando di una, si parla dell’altra.

MONTALDO – Le cose verranno fuori parlando. Tanto per continuare il discorso di Petri sul festival, non dimentichiamo il colpo di scena sul golpe di Borghese, né il caso Calzolari letteralmente sottratto a Vittozzi. Sono cose legate a Valpreda, ma alla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica sfuggono. Proprio l’altro giorno, un tassista romano al quale avevo chiesto chi era secondo lui Valpreda, mi ha detto: «A quell’assassino bisogna sparare». Allora ho cominciato a spiegare alcuni fatti, per esempio l’affascinante ipotesi del sosia: si è fermato e ha cominciato a fare domande, voleva sapere tutto.

SARACENI – Con un discorso molto semplice si possono spiegare tutte queste cose. La gente si chiede perché si fa tanto clamore, se portare o no il processo a Milano. Secondo me questo ha poca importanza, in questo momento. Sicuramente però si può affermare questo: l’istruttoria è stata fatta da un giudice incompetente. Il che non significa necessariamente che la Corte di Assise di Roma sia per forza incompetente. Ma una cosa è certa: il processo si è voluto fare a Roma e lo si è fatto a costo delle più clamorose e nelle stesso tempo elementari violazioni di legge. Cominciamo da capo. Fin dal 18 dicembre Occorsio contesta agli imputati anche la bomba della Comit, sicuramente collocata dopo le altre bombe, come fatto di strage. Formulando in questo modo l’imputazione, è Occorsio stesso a dire con molta chiarezza e senza ombra di dubbio che lui è incompetente, però il processo lo vuole fare lo stesso.

ANGELINI Però hanno rimediato dicendo che la bomba alla Comit di Milano non la consideravano più strage ma trasporto di materiale esplosivo.

SARACENI – Arriviamoci cronologicamente. Nel marzo il processo passa da Occorsio nelle mani del giudice istruttore Cudillo. Anche lui, il 17, fa il suo bravo, mandato di cattura e ribadisce ancora i famosi punti che erano stati messi in evidenza da Occorsio. Anche Cudillo in pratica dice: «Non sono competente, ma procedo io».

LILLI – Sempre definendo strage la bomba della Comit.

SARACENI – Sì, e come se non bastasse, la stessa cosa si ripete in luglio, con la stessa cronologia, salvo un errore materiale nel mandato di cattura che o è un lapsus oppure indurrebbe a ben altre valutazioni. Infatti, pur essendo pacifico negli atti che la bomba a Roma è stata collocata alle 16,15, nel mandato di cattura si indica come ora di collocamento le 16,35. Ma proprio in quei giorni Cudillo è investito dalla questione della competenza dai difensori dei parenti di Valpreda, che gli fanno un’eccezione. Cudillo risponde sibillinamente «… ricorrono pertanto tutti i presupposti di fatto e di diritto perché la competenza sia del tribunale di Roma», senza però specificare quali sono questi presupposti.

MERLI – Dopo l’eccezione della difesa, cambia qualcosa?

SARACENI – Niente, ma si corre ai ripari. Acquisite tutte le prove, al momento di emettere la sentenza, Occorsio e Cudillo capiscono che non possono insistere, e allora stranamente si inteneriscono nei confronti degli imputati. Per normalizzare la situazione quindi, Occorsio e Cudillo trasformano l’accusa di reato di strage a trasporto di materiale esplosivo. Così, secondo gli orari, eliminata la bomba della Comit, rimane quella della Banca Nazionale del Lavoro di Roma, e quindi la competenza è a Roma.

Perché Roma

CHILLOTTI – Ma Falco potrebbe mandare il processo a Milano?

CERMINARA – Secondo me, se lo manda a Milano glielo rimandano indietro. A meno che non lo mandi in Cassazione per il cosiddetto conflitto di competenza. Oppure potrebbe ricordarsi della bomba della Comit e decidere che l’istruttoria è nulla, ma anche qui le cose sono complicate.

MARCHESE – Quindi l’obiettivo era spostare il processo a Roma.

SARACENI – Ecco che saltano fuori i motivi politici. Se con l’intervento dell’avocato Spazzali la corte dichiarasse nulla l’istruttoria, questo significherebbe scarcerare gli imputati..

MONTALDO – Ma a questo non arriveranno mai, è un’ipotesi politica folle.

SARACENI – Ricordiamo ancora certi fatti. Isoliamo per un momento le bombe e parliamo solo di quelle a piazza Fontana. L’istruttoria resta formalmente a Milano fino al 22 dicembre, data in cui il procuratore della Repubblica di Milano, De Peppo, trasmette a Roma gli atti con una lettera: «… come da precedenti accordi telefonici con codesto ufficio, si trasmettono gli atti…» ecc.

«ABC» – Lo stesso De Peppo che il giorno dopo il «suicidio» di Pinelli appare in televisione per dire che la polizia ha agito sempre nel rispetto della legalità e che nel caso di Pinelli non c’era stato il tempo per trasmettere l’avviso di fermo, coprendo quindi le illegalità della polizia.

SARACENI – …Dicevamo che gli atti restano a Milano, nelle mani di Paolillo, fino al 22 dicembre. Ma il famoso confronto Valpreda-Rolandi si fa a Roma il 16 dicembre, quando Occorsio non è ancora formalmente investito.

Cinque punti

TEODORI – Paolillo è stato letteralmente, clamorosamente defenestrato, perché aveva rifiutato la perquisizione in casa Feltrinelli, perché aveva ripetutamente scarcerato Claps e perché aveva rifiutato di sottoporre a intercettazione il telefono dell’avvocato Boneschi.

«ABC» – Se Claps non trovava Paolillo, adesso sedeva vicino a Valpreda.

SARACENI – Certo. Per neutralizzare Paolillo, allora si prende Valpreda e si porta a Roma, a sua insaputa.

«ABC» – Il motivo, secondo noi, sta in questi cinque fatti: 1) a Treviso c’è il giudice istruttore Stiz contro Ventura-Freda; 2) a Milano c’è il giudice istruttore D’Ambrosio per Pinelli; 3) a Roma, al giudice Vittozzi viene «carpita» la pratica Calzolari, e viene denunciato (questo giudice aveva creduto opportuno riaprire la pratica dopo che era stata archiviata); 4) sempre a Roma c’è l’istruttoria a carico di Borghese, il principe nero, che è finita, guarda caso, con la scarcerazione di tutti per mancanza di indizi. Borghese arriverà quanto prima vittorioso; 5) Ancora a Roma si procede contro i giornalisti Barberi e Fini, autori del più recente volume su Valpreda. Quindi a Roma le piste fasciste sono chiuse, mentre a Milano e a Treviso sono ancora aperte

MONTALDO – Ecco perché il processo Valpreda non si poteva fare a Milano. Il potere politico non si poteva permettere il lusso di tenere un processo di questo tenore lontano e in mano a un Paolillo. Ci voleva Occorsio. Non dimentichiamo che dopo l’autunno caldo Occorsio fu il primo magistrato che fece arrestare un giornalista, Tolin, per un reato di opinione.

ANGELINI – Perché proprio Occorsio?

«ABC» – Perché Occorsio è l’unico magistrato che ha letto integralmente il rapporto sul SIFAR, senza gli omissis di Moro. E Occorsio, guarda caso, il 12 dicembre 1969, quando scoppiarono le bombe, era di turno a Roma. Sarà una coincidenza, ma è molto strano. Significa che, coincidenza o no, i fatti gravi che succedono in quel giorno sono suoi

Individui istintuali

PETRI – Abbiamo, credo, messo in evidenza perché il processo Valpreda è stato voluto qui. Adesso mi chiedo: ma perché se Valpreda è innocente (e lo è) gli avvocati vogliono spostare il processo e quindi far perdere tempo? Questa è la domanda che si pone l’uomo comune che vuole semplicemente la verità. Qui bisogna far capire che le cose sono due: 1) un grosso risultato sarebbe certamente l’annullamento della sentenza istruttoria e quindi la scarcerazione degli imputati; 2) il trasferimento a Milano del processo significherebbe invece rinviare tutto di un anno. Ma Valpreda è innocente, lo predichiamo da due anni e sarebbe una sconfitta politica ritardare il giudizio di 1 anno.

SARACENI – Sono d’accordo con Petri. L’eccezione sulla competenza territoriale non bisognava farla. Più giusto è stato invece attaccare, anche sotto il profilo della competenza, l’istruttoria. E Spazzali, uno degli avvocati della difesa, ha proprio fatto questo.

PETRI – Valpreda è un uomo semplice ed è logico che dica «Sono innocente, adesso che posso provarlo, non voglio perdere tempo». Io farei come lui.

BANDINELLI – Non a caso è stato scelto Valpreda per le bombe, e non a caso è stato scelto Occorsio per lui. Infine, non a caso hanno scelto Falco: per lui, Braibanti e Valpreda appartengono alla società «istintuale», sono formiche, sono da schiacciare, da condannare.

PETRI – Sì, Valpreda è un ballerino, e i ballerini chi sono? Deviati, anormali, drogati, a meno che non siano Vassiliev, anzi Don Lurio, cioè gente di «successo».

Rivoltelle fumanti

MONTALDO – Questa è anche la storia degli anarchici. Come si fa a non ricordare certe cose? Sono passati 50 anni, e adesso si dice finalmente che le bombe di Wall Street erano bombe fasciste. Sempre 50 anni ci sono voluti per riconoscere che Sacco e Vanzetti furono il pretesto per scatenare le razzie contro gli emigranti, contro i rossi. Come si fa a non ricordare l’incendio del Reichstag a Berlino, incendio nazista e attribuito a un comunista? E le bombe del cinema Diana a Milano? Curiosamente, abbiamo sempre dovuto aspettare 50 anni per addebitare alle destre quello che si attribuiva sempre agli anarchici. Ma chi sono gli anarchici? Sono quelli che hanno ucciso solo i tiranni, come teste esemplare e che, appunto per questo, si fanno trovare dalla polizia con la rivoltella fumante ancora in mano, con le mani nel sacco insomma. Questo è il panorama, oggi, del processo Valpreda. Non aspettiamo cinquant’anni per dimostrare che Valpreda e l’anarchia non c’entrano.

PETRI – Il giudice che crede di potersi porre di fronte a una vicenda del genere al di sopra delle parti in causa, che sono le classi sociali, in realtà soggiace alle tendenze e ai condizionamenti della «maggioranza silenziosa». Per la «maggioranza silenziosa» Braibanti, Clementi, e ora Valpreda sono il frutto dei disordini, delle lotte sindacali, delle rivendicazioni della classe operaia. Per loro, dove non c’è il padrone, c’è disordine, bombe… Valpreda. Ma il giudice, se vuole arrivare veramente alla verità, deve essere non al di sopra delle parti in causa, ma al di sopra di questo tipo di condizionamento. Anche quando deve giudicare il ladro di un chilo di arance.

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I protagonisti in toga

Giuliano Spazzali

L’avvocato nativo di Trieste ma milanese di adozione che per primo ha scoperto le batterie sparando a zero sulla sentenza istruttoria del processo Valpreda è noto negli ambienti giudiziari del capoluogo lombardo per essere stato il difensore degli anarchici accusati ingiustamente degli attentati dinamitardi alla Fiera di Milano. Durante quel processo, Spazzali riuscì a demolire le affermazioni della principale teste d’accusa, la maestra Zublema, rivelando e provando come la stessa fosse una mitomane. Anche nel processo Capanna-Trimarchi l’avvocato Spazzali ha brillato per la sua vivace polemica e per la limpidezza con la quale ha criticato i sistemi giudiziari.

Oggi Spazzali torna alla ribalta difendendo Enrico Di Cola nel processo Valpreda: con un lungo intervento ha dimostrato alla Corte di Assise romana come questo processo è stato rapito al giudice naturale. Una sua polemica affermazione durante l’esposizione delle eccezioni procedurali è stata particolarmente significativa. «Se la causa fosse spostata a Milano mi dispiacerebbe molto non avere contro il dottor Occorsio perché questa è davvero la sua causa» ha affermato Spazzali. Questa dichiarazione ha fatto sobbalzare sulla sua poltrona il PM che ha chiesto al presidente di far verbalizzare le parole del suo contraddittore.

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Udo Lemke estradato

Noi avevamo per prima volta dato la notizia che Udo Lemke era scomparso («ABC» numero 8 del 25 febbraio). Il giovane tedesco hippy aveva raccontato ai carabinieri di aver visto in Piazza Venezia tre fascisti di sua conoscenza fuggire dopo l’attentato all’Altare della Patria. Poi era praticamente scomparso. Oggi si è saputo che Lemke, accusato di detenzione di ben nove chili di hashish, è stato accompagnato alla frontiera e rispedito in Germania con il divieto di rientrare in Italia. Così il tredicesimo testimone del processo Valpreda è stato messo nell’impossibilità di testimoniare, sempre nell’affannosa ricerca della verità