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Umanità Nova 13 dicembre 2009 Piazza Fontana. Quarant’anni dopo di Francesco Mancini

9 novembre 2011
Alle 16,37 del 12 dicembre 1969 una potente bomba alla gelignite venne fatta esplodere nel salone affollato della sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano.

Il bilancio delle vittime fu di 17 morti, di cui uno deceduto successivamente, e 85 feriti.

Tra i primi ad essere fermati fu il ferroviere Giuseppe Pinelli, animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, convocato in questura poche ore dopo la strage.

Dopo tre giorni di interrogatorio non gli viene contestata alcuna imputazione, eppure non viene rilasciato; ad interrogarlo è il commissario Luigi Calabresi, il quale guida l’inchiesta sulla strage.

Intorno alla mezzanotte del 15 dicembre, Pinelli viene trovato morto nel cortile della questura, dopo essere precipitato dalla finestra della stanza dell’interrogatorio, che si trovava al quarto piano.

La versione ufficiale parla di suicidio; gli inquirenti cercarono di far credere che Pinelli si fosse tolto la vita perché coinvolto nell’attentato alla Banca nazionale dell’Agricoltura.

Secondo Antonino Allegra, commissario capo dell’ufficio politico della questura di Milano: Il Pinelli non aveva dato alcun segno di nervosismo fino all’ultimo interrogatorio, fino a quando, cioè, gli fu detto a bruciapelo: Valpreda ha parlato. Questa frase lo fece sbiancare in volto. Tuttavia egli ebbe modo di riprendersi tanto che poté essere ancora interrogato, senza la minima forma di pressione, sui propri rapporti con il noto Valpreda. La fulminea decisione del Pinelli di sottrarsi col suicidio ad ogni altro interrogatorio non può non confermare che egli fosse stato indotto a tale disperato gesto dalla preoccupazione di essere ormai smascherato e di andare incontro a vicende giudiziarie di estrema gravità.

Il questore di Milano, Marcello Guida, dichiarò: Pinelli era fortemente indiziato di concorso in strage … Il suo alibi era caduto … Di più non posso dire, si era visto perduto … È stato un gesto disperato. Una specie di autoaccusa, insomma.

Successivamente aggiunse: Eravamo in fase di contestazione e di indizi. Evidentemente a un certo punto si è trovato come incastrato. Allora è crollato psicologicamente. Non ha retto. Non è stato verbalizzato niente.

Anche il commissario Calabresi, nell’immediatezza della morte di Pinelli, dichiarò: Lo credevamo incapace di violenza, invece … è risultato implicato con persone sospette … implicazioni politiche.

Un mese dopo, in contraddizione con quanto dichiarato al pubblico ministero, Calabresi cambiò versione, pur continuando a sostenere il suicidio di Pinelli: Fummo sorpresi del gesto – disse – proprio perché non ritenevamo che la sua posizione fosse grave. Pinelli per noi continuava a essere una brava persona. Probabilmente il giorno dopo sarebbe ritornato a casa […], posso dire anche che per noi non era un teste chiave ma soltanto una persona da ascoltare.

Sempre il 15 dicembre 1969, all’interno del tribunale di Milano, era stato arrestato Pietro Valpreda, un ballerino anarchico, accusato della strage e oggetto di un riconoscimento, a dir poco pilotato, da parte del tassista Cornelio Rolandi, che ritenne di individuarlo come il passeggero da lui trasportato il pomeriggio del 12 dicembre in piazza Fontana nei pressi della Banca Nazionale dell’Agricoltura.

Si è accertato al di là di ogni dubbio, anche a seguito delle numerose sentenze giudiziarie, che polizia, servizi segreti e neofascisti erano perfettamente al corrente che Valpreda ed il minuscolo gruppo anarchico romano “22 marzo” cui egli apparteneva erano del tutto estranei alla strage.

In ultimo, al termine di un lunghissimo iter processuale, la Corte di Cassazione, in data 3.5.2005, ha confermato la sentenza impugnata della Corte d’appello di Milano del 12.3.2004, che ha individuato i mandanti della strage nei neofascisti di Ordine Nuovo Franco Freda e Giovanni Ventura:

[…] Dopo approfondito esame, infatti, delle varie acquisizioni già valorizzate dai primi giudici, anche la Corte dell’appello ha ritenuto di “dover, in definitiva, condividere l’approdo cui la Corte di assise di Milano, peraltro in termini più impliciti che espliciti, è pervenuta in ordine alla responsabilità di FREDA Franco e VENTURA Giovanni per i fatti del 12.12.1969, pur avvertendo che tale conclusione – cautamente puntualizza la sentenza impugnata – oltre a non poter provocare … effetti giuridici di sorta nei confronti di costoro, irrevocabilmente assolti dalla Corte di assise di appello di Bari, è frutto di un giudizio formulato senza poter disporre dell’intero materiale probatorio utilizzato a Catanzaro e Bari”.

[…] il giudizio circa la responsabilità di FREDA e VENTURA in ordine alla strage di Piazza Fontana, afferma la sentenza impugnata, “non può che essere uno: il complesso indiziario costituito dalle risultanze esaminate, a cominciare dall’accertamento delle responsabilità irrevocabilmente operate dalle Corti di assise di Catanzaro e Bari per finire con le dichiarazioni di Fabris, Lorenzon, Comacchio e Pan, con particolare riferimento al secondo, fornisce a tale quesito una risposta positiva”.

Negli anni è altresì emerso chiaramente, anche in sede processuale, che la strage fu commessa con l’appoggio, la copertura, la supervisione e i depistaggi dei servizi segreti italiani e statunitensi.

Per ciò che riguarda Pinelli, gli eventi successivi e le risultanze processuali hanno dimostrato che sia i dirigenti della questura di Milano sia gli altri pubblici ufficiali presenti all’interrogatorio hanno mentito dichiarando che si era suicidato e lo avevano infamato asserendone il coinvolgimento nella strage del 12 dicembre.

Quasi sei anni dopo, l’allora giudice istruttore di Milano Gerardo D’Ambrosio escluse sia il suicidio che l’omicidio, nella sentenza-ordinanza con cui il 27 ottobre 1975 prosciolse i pubblici ufficiali presenti all’interrogatorio di Pinelli dalla imputazione per l’assassinio del medesimo.

D’Ambrosio attribuì, infatti, la caduta e la successiva morte di Pinelli ad un malore attivo, che gli avrebbe fatto saltare la ringhiera di una finestra alta cm. 92, nello stesso tempo in cui sveniva.

In un’intervista del 2002 D’Ambrosio negò di aver mai usato l’espressione e la definì una leggenda; si riportano perciò, di seguito, le parole esatte utilizzate dal giudice nel testo della sentenza:

“Ciò posto è opportuno precisare che nel termine malore ricomprendiamo non solo il collasso che, com’è noto, si manifesta con la lipotimia, risoluzione del tono muscolare e pieno piegamento degli arti inferiori, ma anche l’alterazione del «centro di equilibrio» cui non segue perdita del tono muscolare e cui spesso si accompagnano movimenti attivi e scoordinati (c.d. atti di difesa)”.

Se non c’è l’espressione “malore attivo”, ci sono le parole “malore” e “movimenti attivi e scoordinati”, strettamente connesse tra loro e ciò di cui si parla e che si intende sostenere, al di là di qualunque dubbio e cavillo, se non si vuole giocare con le parole, è la tesi di un malore attivo.

Le risultanze dell’autopsia, i rilievi effettuati sulla facciata del palazzo e le dichiarazioni del testimone oculare Aldo Palumbo hanno dimostrato che Pinelli era vivo, anche se privo di sensi, al momento della precipitazione.

La ricostruzione di D’Ambrosio equivale, quindi, ad affermare che Pinelli, come nel più rocambolesco dei romanzi d’appendice, in una sorta di fiera di improbabili coincidenze di tempi e spazi, sia volato svenendo, o svenuto volando, oltre la ringhiera, senza emettere alcun grido.

In più, onde rendere più verosimile la performance acrobatica di Pinelli, che era alto circa cm. 167, D’Ambrosio ne fissa il baricentro a cm. 55 dalla sommità della testa, il che, a ben vedere, equivale a trasformarlo in una sorta di trampoliere o di fenomeno da baraccone.

Il giudice non considera affatto la possibilità che Pinelli fosse già privo di conoscenza e, quindi, non si sia tuffato né sia stato lanciato dalla finestra, ma sia stato lasciato cadere da qualcuno lungo la facciata del palazzo, sì da farlo battere contro il cornicione e la grondaia sottostanti.

Peraltro questa spiegazione si concilia sia con la testimonianza di Palumbo, che udì due altri tonfi prima della caduta finale del corpo di Pinelli, sia con quella dell’altro testimone oculare, l’anarchico Pasquale Valitutti, che si trovava nel salone dei fermati di fronte alla stanza dell’interrogatorio:

“alcuni minuti prima che Pino voli giù dalla finestra succede qualcosa di eccezionale […] qualcosa paragonabile a un trambusto, a una rissa, sembra che qualcuno stia rovesciando i mobili […] avvertii le voci, concitate, alterate”.

Lo svenimento prima della precipitazione spiegherebbe anche il fatto che la telefonata per la chiamata dell’autoambulanza sia pervenuta al centralino dei vigili urbani a mezzanotte e 58 secondi, ossia prima della caduta di Pinelli.

Infatti, il testimone oculare Palumbo fissa l’ora della precipitazione di Pinelli tra uno e quattro minuti dopo la mezzanotte, mentre gli altri giornalisti presenti la collocano tre minuti dopo mezzanotte e l’ispettore ministeriale Elvio Catenacci la fissa alle 0.04.

Invece D’Ambrosio colloca la chiamata dell’autoambulanza in un momento non esattamente precisato, ma successivo alla caduta di Pinelli, avvenuta, secondo la sua ricostruzione, tra le 23.57, ora in cui Palumbo dichiara di aver lasciato la sala stampa della questura, e la mezzanotte.

Nel fare ciò, il giudice istruttore decide di basarsi sulla testimonianza di una persona assente, il fotografo Giuseppe Colombo, che dichiara di essere partito dal garage del Corriere della Sera alle 24.00, anziché su quella dei giornalisti presenti sul luogo, che lo avvertirono dell’accaduto.

Analogamente, con una sorta di capriola logica, D’Ambrosio sostituisce la testimonianza di Valitutti con suoi arzigogoli e ragionamenti capziosi su due punti essenziali.

In primo luogo, basandosi sulle dichiarazioni degli imputati, che la legge esclude dal novero dei testimoni e, oltretutto, a giudizio dello stesso giudice istruttore, si sono dimostrati mentitori impenitenti, afferma che prima della precipitazione di Pinelli non è accaduto nulla di grave:

D’altra parte è veramente difficile sostenere e ritenere che il Valitutti, pur ammettendo che la sua attenzione fosse stata destata dai sospetti rumori sentiti (rumori che in mancanza di prova diversa devono attribuirsi, data l’ora di collocazione, alla reazione motoria, che normalmente segue al termine di uno stato di attenzione e tensione, delle numerose persone presenti nella stanza al momento in cui il dott. Calabresi terminò di dettare il verbale) dopo un quarto d’ora, non possa essersi distratto neppure per quelle poche frazioni di secondo occorrenti al commissario Calabresi per attraversare il breve tratto di corridoio che la finestra nel salone dei fermati consentiva di vedere.

Diversamente da quanto afferma D’Ambrosio, l’unica prova in suo possesso è la testimonianza di Valitutti, che dichiara che nell’ufficio di Calabresi è successo qualcosa di grave, mentre, al contrario, manca qualunque prova che non sia accaduto nulla.

L’altro aspetto per il quale il giudice opera una deformazione dei dati probatori in suo possesso riguarda la presenza di Calabresi nella stanza al momento della precipitazione:

Prima di passare all’esame delle imputazioni va subito detto che l’esperita istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non fosse nel suo ufficio al momento della precipitazione. Tutti i testimoni presenti al quarto piano dell’Ufficio Politico sono stati concordi su tale punto, ad eccezione dell’anarchico Valitutti, che si trovava nel salone dei fermati.

In realtà, il brigadiere Sarti, che è un vero testimone e non un imputato, ha dichiarato che non vide nessuno uscire dalla stanza e percorrere il corridoio, mentre ciò che dicono gli imputati presenti nella stanza non ha valore di prova.

La deposizione di Valitutti, inoltre, è particolarmente attendibile anche per il fatto che egli ha tutto l’interesse ad escludere gente dal novero dei possibili responsabili della morte di Pinelli e, quindi, escluderebbe Calabresi se non fosse sicuro della sua presenza nella stanza.

Infine, c’è un’altra circostanza, citata da Camilla Cederna nel libro Pinelli Una finestra sulla strage, atta a rafforzare la attendibilità della testimonianza di Valitutti o, quantomeno, a sconsigliarne l’affrettato accantonamento:

Secondo Allegra non ha importanza nemmeno il primo rapporto, anzi l’unico sulla morte di Pinelli, diretto alla Procura di Milano all’alba del 16 dicembre, in cui l’ora della caduta è fissata a mezzanotte e un quarto, mentre Calabresi sta procedendo all’interrogatorio. Ebbene sì, la firma è la sua, ma a scriverlo è stato un sottufficiale di cui non ricorda nemmeno il nome, e lui, guarda un po’, non ha dato peso alla stesura di un documento di tale importanza, in quanto lo considerava soltanto una letterina di accompagnamento. Accompagnamento di che cosa? Dei verbali di Pinelli e delle testimonianze sull’alibi. (Non accompagnava un bel niente, invece, perché quei documenti andarono da Caizzi con un bigliettino di Calabresi, sei righe in tutto.) Comunque lo scritto che manda a monte le tesi difensive di oggi, allora Allegra lo firmò senza leggerlo, così egli afferma, e si trattò secondo lui “di un’inesatta informativa”.

Si riporta di seguito il testo del rapporto di Allegra alla Procura di Milano del 16 dicembre 1969:

Di seguito a precedenti rapporti pari numero ed oggetto, si comunica che alle ore 0.15 di questa notte mentre il Commissario Aggiunto dott. Luigi Calabresi ed altri ufficiali di polizia giudiziaria, nelle persone dei sottufficiali di P.S. Panessa Vito, Mainardi Carlo, Mucilli Pietro e Caracuta Giuseppe, presente il Tenente dell’Arma dei Carabinieri LOGRANO Savino, procedevano, nei locali dell’Ufficio Politico, all’interrogatorio di PINELLI Giuseppe, nato a Milano il 21.10.1928 qui residente in via Preneste n. 2, ferroviere, anarchico, fortemente indiziato di concorso nel delitto di strage commesso contro la Banca Nazionale dell’Agricoltura in Milano, il medesimo, con repentino balzo, si precipitava da una finestra socchiusa nel sottostante cortile cadendo al suolo dopo aver urtato contro i rami di un albero. Immediatamente trasportato al vicino Ospedale Fatebenefratelli, veniva ricoverato con prognosi riservatissima per frattura cranica ed altro e vi decedeva alle ore 1.45.

Si fa riserva di ulteriore riferimento.

IL COMMISSARIO CAPO DI P.S.

Dr. Antonino Allegra

Francesco Mancini

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Umanità Nova 13 dicembre 2009 Pinelli e l’USI milanese di Guido Barroero

9 novembre 2011
Siamo abituati a ricordare Pino Pinelli come attivo militante anarchico. La foto che lo ritrae dietro un tavolino con alle spalle una bandiera nera e la scritta anarchia è quella che è circolata più spesso e chi si è impressa nella nostra memoria. In realtà Pino ha fatto ed è stato anche altro. Mi riferisco alla sua militanza sindacale, da molti ignorata, breve, ma intensa e che portò, dopo tanti anni, alla ricostituzione di una sezione USI a Milano.

Ma facciamo qualche passo indietro per dare un quadro più generale: nel gennaio del 1925 l’Unione Sindacale Italiana era stata sciolta con decreto prefettizio e le sue sedi distrutte dalle bande fasciste, a Milano, come nel resto d’Italia. Nel dopoguerra i militanti anarchici impegnati sul terreno sindacale avevano scelto la CGIL allora unitaria. Alla tardiva riattivazione dell’USI, nel 1950, solo una parte dei sindacalisti e dei lavoratori anarchici vi confluisce. Molti preferiscono continuare la loro attività nei Comitati di Difesa Sindacale all’interno della Confederazione social-comunista. Così accade a Milano dove influenti militanti come Gaetano Gervasio e Alberto Moroni spendono la loro attività all’interno dei CDS e collaborano al loro organo di stampa «Difesa Sindacale». Con la crisi generale che il movimento anarchico attraversa tra le seconda metà degli anni ’50 e la prima degli anni ’60, anche la presenza libertaria in campo sindacale si affievolisce, la presenza organizzata in CGIL diventa insignificante fino a sparire e la stessa USI vede ridurre considerevolmente i suoi ranghi. Solo dopo il 1965 si avvertono i primi sintomi di ripresa, sia nel movimento anarchico che per quanto riguarda l’Unione Sindacale. Proprio in quegli anni l’USI ha un modesto, ma significativo rilancio.

Le “vecchie” sezioni di Sestri P., Torino e Piombino proseguono e intensificano le loro attività, a Carrara l’attività si sviluppa tra i lavoratori del marmo, dei chimici, dei metalmeccanici, edili, enti locale e ospedalieri. A Palermo e a Foligno si lavora per costituire nuove sezioni. Notizie di attività vengono anche dalla sezione di Forlì e da individualità di Roma e di Ventimiglia. Si arriva così al IV Congresso nazionale dell’Unione Sindacale che si tiene dal 23 al 25 Aprile 1967 a Carrara, buona partecipazione di delegati e di sezioni di varie parti dell’Italia e l’anno successivo al Convegno nazionale, sempre a Carrara, che vede all’O.d.G. la prossima uscita del periodico «Lotta di Classe» come organo di stampa dell’Unione. E’ in questo contesto che verso la fine del 1968, Pinelli e un gruppo di giovani lavoratori anarchici prendono contatti con la segreteria nazionale dell’USI. Contatti che sfociano, nei primi mesi del 1969, nella costituzione della Sezione USI-Bovisa, ospitata nei locali del Circolo Ponte della Ghisolfa.

La notizia compare sul primo numero di «Lotta di Classe» (maggio 1969). Pinelli, ferroviere, è uno dei più attivi e si adopera per un collegamento con il costituendo Comitato Unitario di Base dei trasporti, che viene ospitato nei locali del circolo. Non abbiamo testimonianze dirette né molte documentate dell’attività della sezione, tuttavia nell’Archivio Storico dell’USI (approfitto dell’occasione per ringraziare Gianfranco Careri per le informazioni fornite) sono presenti alcuni volantini e documenti che danno idea dell’attività di Pinelli e degli altri compagni.

Una locandina per il Primo maggio, un volantino sul contratto nazionale dei metalmeccanici, uno sui Comitati di Base, uno sulle morti per silicosi, uno indirizzato ai lavoratori della Olmo, uno contro la repressione delle lotte e per la loro estensione e infine uno sulla truffa dello Statuto dei lavoratori. Viene anche pubblicato un articolo sul secondo numero di «Lotta di Classe» (agosto 1969) dedicato ai Comitati di base dell’ATM. Da queste scarne notizie si capisce come l’attività sindacale di Pino Pinelli e degli altri compagni della sezione milanese fosse ancora in fase embrionale e nonostante l’attivismo sul piano generale non ancora indirizzata verso interventi specifici in particolari settori o fabbriche. Purtroppo la breve vita della sezione USI Bovisa riceverà un colpo durissimo dalla strage di stato del 12 dicembre e l’assassinio di Pino, il suo militante più rappresentativo.

Ancora per un paio di anni ci sarà attività USI a Milano, almeno fino all’estate 1971 quando la segreteria genovese, nell’annunciare le dimissioni, fa riferimenti ad attività esterna dell’USI a Milano. Si tratta però non più dell’USI Bovisa, ma della nuova sezione USI Centro che in qualche modo ha raccolto il testimone dai compagni di Pinelli.

L’ultimo rapporto organico tra l’USI Centro e il resto del sindacato nazionale si ha con la partecipazione al Convegno di Carrara del 28 e 29 luglio 1970. Numerosa sembra essere la partecipazione dei milanesi a quel convegno. Dal resoconto del Convegno possiamo farci un’idea della loro attività:

“…I compagni di Milano hanno posto in evidenza la loro azione nei quartieri per la questione degli affitti. Il problema della casa, specie nei grossi centri industriali, è, infatti, uno degli argomenti focali su cui far leva per la conquista di una coscienza di lotta da parte delle masse. A questo è connesso il problema degli sfratti che richiede una azione decisiva ed un nostro continuo intervento nei quartieri popolari”.

All’inizio del loro intervento i delegati di Milano leggono un’importante nota che riconferma i principi base del sindacalismo rivoluzionario e dell’Unione Sindacale (si tratta del documento di costituzione dell’USI Bovisa) a prova della continuità che la nuova sezione dell’USI milanese vuole avere con la precedente esperienza del gruppo di Pinelli e degli altri.

Ma ormai molti compagni a Milano come in tutta Italia, specialmente i più giovani, stanno trasferendo il loro impegno sul terreno più specificamente politico e all’inizio del 1971 si chiude il percorso dell’USI del dopoguerra: i membri superstiti della segreteria nazionale di Sestri P. danno le dimissioni e nessuno può, o vuole, subentrare nell’incarico. Alcune sezioni continuano ad agire ancora per qualche tempo, ma non c’è più nessun coordinamento. Un impulso per la riattivazione dell’USI si darà solo nel 1978, ma questa, come si dice, è un’altra storia, quella che continua ancora oggi.

Guido Barroero

Umanità Nova 13 dicembre 2009 Giuseppe Pinelli: militante anarchico di Franco Schirone

9 novembre 2011

“Pino” Pinelli nel 1944 ha 16 anni quando partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta nel battaglione “Franco” e, a stretto contatto con un gruppo di partigiani anarchici di quella formazione, apprende le prime idee libertarie (1). Nato nel popolare quartiere di Porta Ticinese, dopo le scuole elementari fa il garzone e il magazziniere, ma non tralascia la passione che lo accompagnerà per tutta la sua vita: la lettura e lo studio.

Nel biennio 1954-55 viene assunto in ferrovia; frequenta un corso serale di Esperanto per poter comunicare con gli anarchici di tutto il mondo, incontra Licia Rognini che frequenta lo stesso corso, si sposano ed avranno due figlie. Negli anni cinquanta e sessanta, dopo aver impiantato una bacheca pubblica in Piazza Selinunte, nel quartiere popolare di San Siro, Pinelli (che abita nelle vicinanze) si dedica alla propaganda del pensiero libertario attraverso l’esposizione settimanale di “Umanità Nova”.

Nella prima metà degli anni sessanta si costituisce un gruppo di giovani anarchici (“Gioventù Libertaria”) a cui aderisce il trentacinquenne Pinelli. E’ il più vecchio tra i giovani e, allo stesso tempo, il più giovane tra i pochi, vecchi anarchici che continua a frequentare: con questi ultimi nel 1965 apre una sede in uno scantinato di Viale Murillo 1, il “Sacco e Vanzetti”, che diviene subito luogo di incontri e dibattiti. Qui viene organizzato alla fine del 1965 il primo incontro cittadino sul tema dell’antimilitarismo con due obiettori di coscienza, un anarchico (Della Savia) e un cattolico (Viola), che spiegano e rivendicano pubblicamente le loro motivazioni al rifiuto di indossare la divisa militare.

Quella dell’antimilitarismo è una tematica che inizia ad avere nuova linfa in Italia negli anni 1966/67, sull’onda della contestazione globale che vede i giovani di tutto il mondo scendere nelle piazze contro la guerra nel Vietnam, e in generale contro tutte le guerre. Nel nostro paese i primi sintomi di un risveglio giovanile si avvertono con i “capelloni”, i Beat ed i Provos. Pinelli entra in contatto con il nuovo movimento, si trova benissimo tra questi novelli contestatori che pensano anche di fondare un giornale di strada per spiegare alla pubblica opinione le loro idee sulla società, sulla libertà, sulla necessità del pacifismo e della nonviolenza. Nasce così “Mondo Beat” e l’idea viene pianificata proprio a casa di Giuseppe Pinelli dove si riuniscono i primi tre redattori del giornale e sarà lo stesso Pinelli a ciclostilare il primo numero (numero zero) di “Mondo Beat” nella sede del “Sacco e Vanzetti”, ormai divenuto punto d’incontro per i contestatori impegnati nel milanese.

Con “Gioventù Libertaria” sperimenta un circolo “Wilhelm Reich” e organizza la “Conferenza Europea della Gioventù Anarchica” nei giorni di natale del 1966, un incontro a cui partecipano diversi gruppi giovanili italiani ed europei, oltre ai Provos olandesi di cui tutta la stampa scrive per le loro azioni “provo-catorie” messe in atto ad Amsterdam. Subito dopo anche a Milano si formano alcuni gruppi Provo e vengono redatti quattro numeri di un bollettino. Sempre Pinelli è tra i promotori di un camping internazionale a Colico (luglio 1967); si attiva coi suoi giovani compagni nel tentativo di far uscire un periodico anarchico dal titolo “Il nemico dello Stato” di cui esce un solo numero ciclostilato (aprile 1967).

Dopo lo sfratto alla sede del “Sacco e Vanzetti”, Pinelli ne trova un’altra, uno scantinato in Piazzale Lugano, nel quartiere operaio della Bovisa, e qui, il Primo Maggio del 1968, viene fondato il circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”. L’apertura del circolo coincide col “Maggio Francese” e il vento della nuova e più radicale contestazione arriva anche in Italia. Fioriscono numerosi gruppi anarchici in ogni città, nei quartieri, nelle fabbriche e nelle scuole. A Milano Giuseppe Pinelli inizia una nuova attività libertaria su numerosi fronti: organizza un servizio libreria, tiene aperta la sede, organizza cicli di conferenze su diversi temi. Come ferroviere ha la possibilità di viaggiare gratis e questo gli permette di tenere contatti diretti con gli anarchici del centro-nord, senza differenze di appartenenza specifica, pur presente nel variegato mondo libertario. Si impegna in campo sindacale sia con i CUB (Comitati Unitari di Base) che stanno sorgendo in diverse importanti fabbriche di Milano, che con l’USI (Unione Sindacale Italiana), aprendo una delle due sezioni di Milano presso il circolo di Piazzale Lugano (l’altra sezione USI è organizzata da giovani anarchici presso la Casa dello studente e del lavoratore in Piazza Fontana, così ribattezzata dopo l’occupazione dell’Hotel Commercio. La costituzione di una sezione Usi-Bovisa ha lo scopo di stimolare e appoggiare criticamente le forme di azione diretta che i lavoratori stanno riscoprendo nella radicalizzazione delle lotte. Grazie all’attività di Pinelli, e sull’onda delle lotte radicali degli operai, nell’autunno 1969 il Cub-Tramvieri tiene le proprie riunioni nella sede dell’Usi-Bovisa.

La crescita tumultuosa dell’anarchismo milanese vede Pinelli di buon mattino davanti alle fabbriche e alle scuole a volantinare, affiggere manifesti serigrafati (collaborando sia alla stesura che alla serigrafia dei manifesti), diffondere la stampa anarchica e i documenti prodotti dai compagni. C’è, però, bisogno di altri spazi collettivi ed è così che si adopera a cercare un’altra sede per i gruppi in crescita, contribuendo all’apertura del circolo anarchico di Via Scaldasole nel vecchio quartiere Ticinese.

Nel 1969 inizia la stagione della strategia della tensione e lo Stato, attraverso la questura e il suo ufficio politico, tenta di addebitare agli anarchici le bombe del 25 Aprile a Milano arrestando sette anarchici: inizia in questo modo la campagna di criminalizzazione che si rinnova in agosto dello stesso anno con gli attentati sui treni e addebitati sempre agli anarchici. Ora l’impegno è quello di organizzare gli aiuti, la solidarietà concreta ai numerosi anarchici incarcerati. Viene creata la Crocenera Anarchica, inizialmente con lo scopo di diffondere informazione sulla repressione antianarchica nel mondo e organizzare l’aiuto alle vittime libertarie del fascismo spagnolo: vengono diffuse notizie sull’attività rivoluzionaria in Spagna e che superano la censura fascista, vengono raccolti fondi per aiutare gli incarcerati dalla dittatura franchista, vengono inviati pacchi di medicinali, aiuti in denaro e si sostengono spese per gli avvocati.

L’evoluzione della situazione italiana obbliga la Crocenera Anarchica ad intervenire in favore delle vittime della repressione in Italia, organizzando la difesa legale e politica per gli arrestati dal 25 aprile in poi e facendo controinformazione sulla manovra di provocazione/repressione: manovra puntualmente documentata e denunciata sui quattro numeri dell’omonimo bollettino usciti tra aprile e dicembre 1969. E’ sempre Pinelli tra i promotori degli aiuti e dell’assistenza medico-legale agli anarchici arrestati, è lui che chiede un obolo nelle manifestazioni della sinistra extraparlamentare e a tutti quelli con cui entra in contatto. Dà inizio alla raccolta di firme di protesta a sostegno degli scioperi della fame intrapresi dagli anarchici sulle scalinate del Palazzo di Giustizia di Milano e poi davanti alla vicina sede della Cgil, è il promotore di ogni interpellanza parlamentare partita da Milano in difesa del movimento anarchico e delle libertà democratiche di tutti, indistintamente, i cittadini.

Diventa l’anarchico più conosciuto dalla Questura di Milano: è lui che chiede le autorizzazioni per le diverse iniziative o che viene convocato in Questura dal commissario Luigi Calabresi, lo stesso che nel pomeriggio del 12 dicembre, subito dopo la strage di Piazza Fontana, si presenterà al circolo di Via Scaldasole per invitare Pinelli a recarsi in Questura: senza problemi Pinelli prende il suo motorino e segue l’auto della polizia. L’ultimo viaggio prima di morire!

Giuseppe Pinelli, oltre ad essere un anarchico, è un nonviolento. “…L’anarchismo non è violenza, la rigettiamo, ma non vogliamo subirla. L’anarchismo è ragionamento e responsabilità…”, scrive in una lettera ad un giovane compagno detenuto. E questo concetto della nonviolenza, che fa parte della personalità di Pinelli, lo testimonia anche un obiettore di coscienza cattolico, suo amico. Pinelli conosceva bene i movimenti e i gruppi che si ispiravano alla nonviolenza, il suo ideale era che diventasse strumento di azione politica e l’obiezione di coscienza uno stile di vita, un impegno sociale permanente.

Pinelli era comunicativo, dotato di un’inesauribile carica umana, cercava contatti con tutti, fuori e dentro il movimento, autodidatta cercava nella lettura la conoscenza e il sapere; “lui, ateo, aiutava i cristiani a credere” e lo possono testimoniare molti cattolici che l’hanno conosciuto; era interessato a quei nuovi movimenti di base che in quel periodo si sono moltiplicati nel paese e hanno contestato la gerarchia ecclesiastica, come era interessato alle innovative tesi di don Lorenzo Milani. Dava un aiuto a tutti e si fidava di tutti con una grande dose di ingenuità. Per i suoi legami giovanili con un vecchio anarchico (Rossini) cresce col mito dell’anarchia rigeneratrice, della giustizia, della libertà. Aveva un religioso rispetto per le idee degli altri ed era anche un moralista: non voleva sentir parlare di droghe e si inquietava se qualcuno faceva del sesso l’unico misuratore della realtà. Non si esibiva, non aveva barbe, collari o patacche addosso. Vestiva sempre un po’ trasandato, non certo per moda. Ha scritto di lui Pier Carlo Masini: “Aveva la pelle scura, la pelle scura dei ferrovieri che assorbono nei pori il pulviscolo di carbone. Era un semplice lavoratore del braccio con alcune idee nel cervello”(2).  Amante della cultura, dei libri, delle conferenze, dei dibattiti, dei gruppi di studio, e allo stesso tempo era assente, in lui, ogni forma di fanatismo.

Ha intrattenuto rapporti politici e di amicizia con anarchici di diverse tendenze, con gruppi consiliari o con chi (specie nel 68/69) non si riconosceva minimamente (dal punto di vista politico) col raggruppamento in cui lui militava. Ricercava un legame tra il vecchio e il nuovo movimento ed è indicativo che, contemporaneamente alla militanza nel gruppo “Ponte della Ghisolfa”, abbia aderito formalmente con una lettera di adesione ai Gruppi di Iniziativa Anarchica (GIA)(3). Allo stesso tempo, in un comunicato apparso su “Umanità Nova” ed a firma di Giuseppe Pinelli come riferimento per i contatti, dà vita ad una costituenda Federazione Anarchica Milanese.

Ha scritto di lui Adriano Sofri: “Pino Pinelli era quel che si dice un uomo normale”. E subito ha aggiunto: “Ammesso, naturalmente, che si possa applicare un aggettivo così impegnativo a un anarchico. Era dunque anarchico, e normale”(4).

Franco Schirone

1 In un documento inedito sulla storia delle “Brigate Bruzzi-Malatesta“, Germinal Concordia cita due volte Giuseppe Pinelli per aver condiviso la cella con lui ed altri due compagni nel carcere di S. Vittore a Milano durante la detenzione prima dell’insurrezione contro il nazifascismo, non sappiamo, però, se si tratta di un caso di omonimia (G. Concordia, Brigate Bruzzi-Malatesta, archivio Cavalli, Biblioteca A. Kulisciof, Milano; copia del documento presso l’Archivio Proletario Internazionale, Milano. Le citazioni su G. Pinelli alle pagg. 45-46).

2 P. C. Masini (ed altri), Pinelli. La diciassettesima vittima, BFS, 2006.

3 La lettera di adesione di Pinelli ai GIA è conservata presso l’Archivio Berneri-Chessa di Reggio Emilia.

4 A. Sofri, La notte che Pinelli, Sellerio, 2009.

Umanità Nova 13 dicembre 2009 Strage di Stato di Massimo Varengo

9 novembre 2011

In occasione del 40° anniversario della strage di Piazza Fontana avvenuta il 12 dicembre 1969 a Milano molte saranno le iniziative, sia istituzionali che di denuncia. Credo che da parte anarchica l’intenzione che si manifesterà non avrà nulla di sottinteso: l’obiettivo sarà quello di rendere visibile la continuità di una politica che ha al centro del proprio interesse il mantenimento di prerogative e poteri dei ceti dominanti, per garantire il quale nulla è precluso.

Non a caso abbiamo scritto “40 anni di stragi, menzogne e repressione” perché è proprio a partire dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 che si dipana con maggior forza l’operazione politica che, con stragi, minacce di colpi di stato, leggi eccezionali, provocazioni, manipolazioni mediatiche, è riuscita a garantire, almeno fino ad oggi, gli assetti di potere, ridisegnando il sistema dei partiti, cloroformizzando e recuperando le organizzazioni sindacali maggioritarie, emarginando e criminalizzando i ‘non sottomessi’.

Infatti, dalla stagione delle stragi e delle minacce golpiste, alla dura repressione dei movimenti di questi anni, alla ripresa dell’attività nazifascista, alla sindrome securitaria con la sua legislazione d’emergenza e la criminalizzazione dei migranti, un filo si snoda ininterrottamente fino ad oggi: il filo di una politica che, al di là di alcuni aggiustamenti di facciata, mantiene inalterato il suo carattere autoritario e classista.

La spinta proletaria e la contestazione giovanile, che dal luglio del 1960 in un crescendo continuo fino alle lotte operaie e studentesche del 1968/’69, avevano scosso dalle fondamenta il potere borghese, si dovettero misurare con una reazione belluina che non ebbe alcun timore di ricorrere alle bombe pur di fermare il movimento – nel quale gli anarchici avevano una presenza significativa – e di riportarlo all’ordine.

Le prime bombe sono quelle del 25 aprile 1969 a Milano: una al padiglione della Fiat della Fiera campionaria e l’altra all’Ufficio cambi della Banca nazionale delle comunicazioni della Stazione ferroviaria centrale. I feriti, non gravi, sono alcune decine. Accusati ed arrestati un gruppo di sei anarchici, che solo nel 1971 vedranno riconosciuta la loro estraneità ai fatti.

Altre bombe, dieci, vengono piazzate il 9 agosto su altrettanti treni: otto scoppiano provocando 12 feriti. Cresce la campagna di stampa individuando negli anarchici i responsabili di tali azioni criminali. Per inciso: per tali bombe verrà poi incriminato un gruppo di neonazisti.

Il 12 dicembre 1969 avviene poi quella che sarà definita “la madre di tutte le stragi”: in piazza Fontana nel centro di Milano, all’interno della Banca dell’Agricoltura, una bomba esplode dilaniando 14 persone e ferendone 78. Un’altra bomba viene ritrovata alla Banca Commerciale di Milano ed altre ancora esplodono all’Altare della patria a Roma. Immediatamente le indagini si dirigono contro gli anarchici e la grande stampa borghese scatena una campagna d’ordine. Avvengono centinaia di fermi, di perquisizioni e di interrogatori di militanti anarchici e della sinistra rivoluzionaria.

Si tratta di una provocazione ordita ad arte sulla pelle dei componenti di un circolo anarchico romano costituitosi da poco, il 22 marzo, pesantemente infiltrato da poliziotti, carabinieri e fascisti il cui esponente di spicco è l’anarchico milanese Pietro Valpreda, che in quel giorno si trovava nella sua città natale, convocato per un processo per un volantino anticlericale! La provocazione, che doveva innescare una reazione fascista di piazza tale da giustificare il ricorso a misure eccezionali quali la sospensione delle libertà costituzionali e l’intervento dell’esercito, trovò però un primo ostacolo nel muro di popolo accorso ai funerali delle vittime. Non solo: le contraddittorie versioni date dalla polizia e dal potere politico sulla morte dell’anarchico milanese Giuseppe Pinelli, avvenuta nella notte tra il 15 ed 16 dicembre, dopo essere precipitato dal quarto piano della questura di Milano, durante il suo interrogatorio ad opera del commissario Calabresi e della sua squadra, contribuirono a mettere in crisi il velo di menzogne che stava alla base dell’intera operazione costringendo l’opinione pubblica a misurarsi con la realtà delle cose al di là delle manipolazioni del potere. La versione del ‘suicidio’ di Pinelli non resse alla prova dei fatti ed il suo assassinio divenne successivamente un dato acquisito nella maggior parte dell’opinione pubblica.

Il 17 dicembre una conferenza stampa degli anarchici milanesi che si ritrovavano nel ‘Circolo Ponte della Ghisolfa’ denunciò la strage come ‘Strage di Stato’, un’espressione che successivamente divenne patrimonio pubblico, rivendicò la libertà per Valpreda e compagni e accusò la polizia della morte di Pinelli, un vero e proprio assassinio.

Furono anni quelli di mobilitazione continua contro nemici potenti ed agguerriti, interni ed esterni, in un mondo segnato dalla divisione in blocchi, dalla guerra cosiddetta fredda, da un susseguirsi di colpi di stato – dalla Grecia nel 1967, alla Cecoslovacchia nel 1969, al Cile nel 1973 – dal sedicente confronto tra capitalismo e ‘comunismo’, che mascherava in realtà un’unitarietà d’azione contro gli sfruttati e gli oppressi di tutti i paesi.

Smascherare le menzogne di Stato divenne una necessità assoluta, non tanto e non solo riguardo al fatto specifico, ma per conquistarsi un’agibilità sociale che veniva ridotta e negata dalla sua azione manipolatoria e repressiva.

Gli anarchici, dapprima soli, trovarono al loro fianco intellettuali progressisti, esponenti onesti della società civile, giornalisti, e progressivamente le forze della sinistra rivoluzionaria e persino settori di quella riformista ed istituzionale.

La strage di piazza Fontana sarà oggetto di indagini varie, di inchieste giornalistiche, di speculazioni di vario tipo e di manovre politiche, originando processi interrotti, ripetuti, spostati, caratterizzati dall’occultamento deliberato della verità attraverso protezioni, silenzi, menzogne, in un contesto di bombe e stragi, come quelle del 22 luglio 1970 e del 4 agosto 1974 ai treni (complessivamente 18 morti e 187 feriti), del 31 maggio 1972 (Peteano, autobomba contro i carabinieri, della quale si autoaccuserà un militante neonazista), del 28 maggio 1974 (Brescia, bomba contro una manifestazione sindacale, 8 morti ed un centinaio di feriti), del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna (85 morti e 200 feriti), di assassinati durante le manifestazioni di denuncia come quella del 12 dicembre 1970 (Milano, lo studente Saverio Saltarelli da parte della polizia), di atti controversi come quello dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi (17 maggio 1972) per il quale verranno accusati nel 1988 militanti del gruppo dell’estrema sinistra Lotta Continua.

Valpreda e compagni verranno scarcerati il 30 dicembre 1972 dopo tre anni di carcere ed una legge approvata in Parlamento dietro l’impulso dell’indignazione popolare: verrà poi riconosciuta la loro totale estraneità ai fatti in un successivo processo. I neonazisti Franco Freda e Giovanni Ventura, insieme ad agenti e dirigenti del servizio segreto, verranno prima condannati e poi definitivamente assolti in una sequenza di ben sei processi che si terranno in varie città (Roma, Milano, Catanzaro, Bari) dal 1972 al 1991.

Intanto una nuova inchiesta verrà aperta a Milano nel 1989 e si concluderà con il rinvio a giudizio di un gruppo di neonazisti facenti capo ad Ordine Nuovo del Veneto in combutta con servizi segreti americani e italiani. Condannati all’ergastolo in prima istanza verranno successivamente e definitivamente prosciolti da una sentenza della Corte di Cassazione che pur riconoscendo la matrice neonazista della strage non ne individuò gli esecutori materiali. Per concludere, i familiari delle vittime della strage avrebbero dovuto anche pagare le ingenti spese processuali! Lo Stato non condanna se stesso. E’ il 3 maggio 2005.

Per quanto riguarda la vicenda di Giuseppe Pinelli registriamo subito l’archiviazione della sua morte come ‘fatto accidentale’ da parte del giudice istruttore e la riapertura del caso grazie alla martellante campagna di stampa del settimanale ‘Lotta Continua’ che indicando nel commissario Calabresi il principale responsabile dell’assassinio di Pinelli lo costringe, di fatto, a querelare il direttore responsabile del periodico, Pio Baldelli. Nel processo che seguirà, si evidenzieranno le palesi contraddizioni dei poliziotti presenti nella stanza a tal punto da far sospendere il processo con scuse risibili. Sarà la vedova di Pinelli a riportare in tribunale il commissario ed i suoi sottoposti nell’ottobre del 1971, accusandoli dell’assassinio del nostro compagno, ma il processo verrà interrotto con l’omicidio del commissario nel maggio del 1972.

L’inchiesta giudiziaria proseguirà ed il 27 ottobre 1975 il giudice progressista Gerardo D’Ambrosio, diventato poi famoso per ‘Mani pulite’ e successivamente parlamentare per il Partito Democratico, la chiuderà con una sentenza paradossale: per non incolpare i poliziotti e non riconoscere la loro versione del suicidio si inventerà un ‘malore attivo’, un malore cioè che, causato dallo stato di stress in cui si trovava, avrebbe spinto Pinelli a saltare la balaustra della finestra e cadere nel vuoto. Una sentenza scandalosa che si può capire solo con il clima politico di allora caratterizzato dal compromesso storico teorizzato dal Partito Comunista Italiano interessato ad un rapporto di collaborazione con il partito dominante, la Democrazia Cristiana, nel cui seno si trovavano gli ispiratori delle stragi. Il caso Pinelli avrebbe potuto disturbare i manovratori.

Ed è forse per il disagio che questa vicenda ha lasciato in molti protagonisti di allora che questa primavera il presidente della Repubblica, Napolitano, già prestigioso militante del PCI, ha voluto invitare la vedova Pinelli ad una cerimonia pubblica in ricordo delle vittime del terrorismo, annoverando quindi il nostro compagno tra le vittime di quella strategia stragista antipopolare.

Noi continueremo comunque nel nostro impegno nel ricordare che ‘la strage fu di Stato’ e per rivendicare la verità sull’assassinio di Pinelli in sintonia con l’impegno totale del movimento anarchico di allora teso a spezzare l’isolamento politico in cui la manovra stragista voleva metterlo.  Un impegno che nella sua sostanza si ricollega a grandi linee con quanto è successo nei confronti del movimento cosiddetto no-global, con l’uso della provocazione e della repressione dura rispetto alle manifestazioni di piazza. Quanto è successo a Napoli e a Genova nel 2001 durante le manifestazioni contro il G8 e le cui dinamiche si sono evidenziate nei processi in corso, la dicono lunga sulla volontà politica di garantire lo status quo, a costo di spargere menzogne e falsità.

Gli armadi della Repubblica sono pieni di queste menzogne e di queste operazioni speciali, ma anche la nostra memoria è piena dei fatti ad essi collegati.

La necessità di riproporre il senso ed il significato di quella storia, almeno in alcuni dei suoi punti salienti, appare quindi centrale in questa fase con l’obiettivo non solo di ricordare alcuni fatti e alcune figure che hanno segnato il nostro tempo, ma di delineare una cornice di riferimento dalla quale far ripartire una critica radicale sempre più condivisa in un contesto dominato dalla sindrome securitaria figlia della guerra infinita e della grande menzogna che le sta a monte, funzionale alla strumentalizzazione dei fatti e all’annichilimento delle coscienze. In sostanza al mantenimento dello sfruttamento e dell’oppressione.

Massimo Varengo

Umanità Nova 13 dicembre 2009 C’è rumore intorno al 12 dicembre

9 novembre 2011

Ci aspettavamo qualcosa, ma stasera (7/12 data di chiusura di questo numero 44 del 2009) sono filtrate anticipazioni delle dichiarazioni rese da GianAdelio Maletti.

Per i giovani ripetiamo che questo personaggio è chiave della strategia della tensione.

All’epoca dei fatti, già con il grado di generale, era a capo dell’ufficio D del SID, l’allora servizio interno difesa; cioè la più alta struttura dello Stato preposta alla sua difesa. Oggi Maletti sembra confermare quello che fino a ieri mattina si è ostinato a negare: la strage era (ed è) di Stato.

Nelle volute fumose tipiche di questi personaggi, il Maletti, propone di seguire la strada della “sovranità limitata”, adducendo ingerenze USA; questa è verità storica che nulla toglie alle responsabilità sue, dei suoi pari e dei suoi superiori (quindi i capi di governo ed i presidenti della Repubblica) circa il fatto di aver dato sostegno e copertura (nonché collegamenti e mezzi) ai fascisti di Ordine Nuovo, di Avanguardia Nazionale e del MSI. Le questioni che erano in ballo riguardavano la tenuta del sistema (il capitalismo), la collocazione internazionale dell’Italia (la NATO), l’ordine costituito (il sistema dei partiti).

Sono quegli elementi chiave della controinformazione che si produsse attorno al libro “la Strage di Stato” e che hanno costituito, per noi, la verità storica. La notizia, quindi, c’è. Uno dei massimi esponenti della struttura di allora comincia a dire che questa verità storica (sempre negata dal centro-destra) è verità giuridica. Nelle pagine interne di questo numero doppio trovate un po’ di questa storia che ricostruisce la memoria di chi “non dimentica”.

Non mancheremo di ritornare sull’argomento la settimana prossima.