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Umanità Nova n17 maggio 2011 Come ti delegittimo la Resistenza …e gli anarchici di Mauro De Agostani e Franco Schirone

22 novembre 2011
È ormai in corso da anni un’opera di riscrittura della storia della Lotta di Liberazione inaugurata, tra l’altro, dai libri di successo di Giampaolo Pansa sulle presunte “atrocità” della Resistenza.

In questo fortunato filone edtoriale si inserisce ora l’opera di Stefano Fabei, I neri e i rossi: tentativi di conciliazione tra fascisti e socialisti nella repubblica di Mussolini, Mursia, 2011.

L’oggetto del libro è la serie di contatti che, negli ultimi mesi di guerra, avvengono tra esponenti dell’ormai agonizzante repubblica di Salò, ambigui ex antifascisti come Edmondo Cione, Pulvio Zocchi e Carlo Silvestri, esponenti della Curia e della borghesia milanese, finalizzati ad ottenere un pacifico trapasso dei poteri prima dell’arrivo degli Alleati.

Quanto sia “oggettivo” lo storico è dimostrato dal fatto che, mentre non spende una sola parola (ma nemmeno una) sulle atrocità nazifasciste, non perde occasione di dilungarsi sui presunti eccidi commessi dai partigiani. Eccolo discettare sulle “effettive dimensioni della strage” su “bagni di sangue e vendette indiscriminate” (p. 2), “caccia all’uomo: stupri e rapine […] stragi che fecero ammucchiare i cadaveri sulle strade del Nord. […] migliaia e migliaia di morti “ (p. 3-4)

Insomma – secondo Fabei – mentre il fascismo repubblichino tentava generosamente di rispondere “all’ansia del Paese, aspirante, al di là delle lotte fratricide, a quella che si può definire una sorta di ‘palingenesi nell’amore e nella concordia’” (p. 13) sarebbero stati gli antifascisti “in una tremenda sequela di omicidi politici […] a far scoppiare una guerra fratricida […] attraverso l’uccisione di innocenti. A distanza ormai di oltre mezzo secolo dai fatti, da più parti è riconosciuta la tremenda serie di delitti di cui si resero responsabili, spesso sotto semplice pretesto politico, alcuni criminali che dicevano di agire per la libertà o per il socialismo” (p. 18-19) tutto questo (ohibò!) “obbedendo alle direttive degli Alleati” (p. 19).

In tutto il libro lo storico glissa completamente sul fatto la RSI fosse semplicemente uno strumento nelle mani degli occupanti nazisti (i tedeschi compaiono sempre sullo sfondo, mai in un ruolo di primo piano).

Non avremmo necessità di occuparci ulteriormente di questo libro se non vi comparissero, tra i personaggi principali, il socialista Corrado Bonfantini, comandante delle formazioni partigiane “Matteotti” e, al suo seguito, Germinal Concordia neofita dell’anarchismo (da cui uscirà già nel 1946) ed esponente di spicco delle brigate libertarie “Malatesta Bruzzi”.

I fatti narrati sono tutti già noti. Ricordati dalla memorialistica parafascista nell’immediato dopoguerra, oggetto di una ricostruzione da parte dello stesso Concordia nel 1975, limpidamente ricostruiti da Cesare Bermani nella sua opera su Bonfantini[1].

Basterebbe citare in proposito quanto scritto sul Dizionario biografico degli anarchici italiani: Concordia “insieme al socialista Corrado Bonfantini intesse segreti contatti con esponenti fascisti, tra questi il questore di Milano Alberto Bettini, desiderosi di prendere le distanze dai vertici della RSI. Scopo dei contatti stabiliti da C. è quello di favorire un’insurrezione a carattere socialista prima dell’arrivo degli Alleati, guadagnando così maggiore possibilità di manovra e anche, molto verosimilmente, quello di ottenere la liberazione di compagni detenuti e di infiltrare uomini nelle file dell’avversario in posti chiave. In effetti, numerosi prigionieri vengono liberati, in particolare, nell’ottobre 1944, quelli detenuti dalla famigerata banda Koch a Milano.”

Come già ricordava Claudio Pavone nel suo ormai storico saggio[2] la Resistenza è un intreccio inestricabile di guerra patriottica, guerra civile e guerra di classe in cui ampi settori delle masse popolari, gli anarchici, la sinistra socialista e comunista sperano di poter “rompere le regole del gioco” trasformando la guerra in rivoluzione.

I contatti di cui parliamo sono indubbiamente il risultato di un esasperato tatticismo che se sicuramente produttivo sul piano dell’azione immediata (l’ampia infiltrazione delle “Matteotti” nelle forze fasciste risultò assai utile per la preparazione dell’insurrezione) appare poco sostenibile sul piano etico e politico.

Certamente nessuno storico ha mai criticato Togliatti per “l’appello ai fascisti” del 1936 in cui il PCI dichiarava di fare proprio “il programma fascista del 1919” e ben pochi hanno criticato Stalin per l’accordo con Hitler del 1939, ma come anarchici abbiamo la necessità di avere standard etici più elevati. Non a caso Armando Borghi, giunto a Milano alla fine del 1945, stigmatizzava il “doppio gioco tutto speciale sorto in Lombardia, attorno alla repubblichina promettente… la socializzazione delle proprie ceneri”[3].

Quello che qui ci interessa però è che, rispetto a questi eventi già chiariti, Fabei dà una lettura ed una interpretazione per così dire “nazifasciste” cercando di mostrare consonanze, se non identità, tra i “rivoluzionari” di destra e quelli di sinistra, tra la socializzazione repubblichina e le istanze di rivoluzione sociale degli antifascisti.

Un abbraccio mortale in cui si cerca di annullare ogni differenza e che costituisce un nuovo, più raffinato, passaggio nella decostruzione della storia della Resistenza e, in questo caso, di quella delle sue frange rivoluzionarie. Per rispondere a questo attacco e per ristabilire la verità ci impegnamo, riprendendo il filo di vecchie ricerche, a produre nei prossimi mesi una storia complessiva della lotta degli anarchici milanesi contro il fascismo.

Mauro De Agostani e Franco Schirone

[1] Cesare BERMANI, Il “rosso libero”. Corado Bonfantini organizzatore delle Brigate “Matteotti”, Milano, Fondazione A. Kuliscioff, 1995

[2] Claudio PAVONE, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1991.

[3] Armando Borghi, Conferma anarchica (due anni in Italia), Forlì, L’Aurora, 1949, p. 71

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Umanità Nova n17 maggio 2011 Pinelli vittima dello squallore elettorale di L’Osservatore lombardo

22 novembre 2011

Nelle alle ultime battute di campagna elettorale, come noto, ogni candidato alla poltrona dà fondo al proprio squallido repertorio e, salito sul palcoscenico, spara le ultime cartucce, le più fragorose, per assicurarsi il plauso ed il voto degli elettori.

A Milano, dove lo scontro tra le due fazioni che si contendono la città è stato all’ultimo sangue, il vice sindaco uscente e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato, con una operazione di puro marketing elettorale, si è lanciato in una sarabanda di iniziative per dare massima visibilità al suo personaggio. Nel giro di pochi giorni, infatti, prima ha presenziato alla consegna ai “poliziotti locali” milanesi dello spray al peperoncino e successivamente ha inaugurato in pompa magna il primo lotto di ben 24 telecamere “intelligenti” di produzione israeliana che, al costo di soli 510mila euro, veglieranno sui sonni agitati dei milanesi.

Ma l’ultima cartuccia, che secondo la sua becera strategia dovrebbe portargli una messe di voti, l’ha sparata per tornare ancora una volta alla carica su quello che rappresenta il vero punctum dolens della destra milanese: la lapide collocata nel 1972 in Piazza Fontana, proprio dinanzi alla Banca Nazionale dell’Agricoltura.

Questa lapide, che ricorda Giuseppe Pinelli “ucciso innocente nei locali della Questura di Milano”, da sempre manda in bestia i cittadini benpensanti e lo Stato perché sbugiarda la verità ufficiale, di comodo, e ricorda a tutti quello che è veramente accaduto sull’omicidio del nostro compagno e sulla strage stessa.

“C’è un servitore dello Stato, un uomo di trincea che ha pagato con la vita la sua coerenza. Il commissario Luigi Calabresi continua però nella sua città a subire l’accusa infamante di essere un assassino” ha dichiarato De Corato ai giornali e si è poi rivolto alle massime autorità milanesi, nelle persone di Prefetto, Questore, e Procuratore generale, tuonando: “Togliamo quella vergogna da piazza Fontana e lasciamo solo la targa ufficiale, quella messa dal Comune. L’unica che rappresenta la verità e cioè che Pinelli è morto, e non ucciso, innocente”.

Considerato il personaggio, la sparata di De Corato non può certo sorprendere chi in questi anni ha imparato a conoscerlo per le sue isteriche iniziative securitarie contro centri sociali, writers, rom, immigrati, commercianti ambulanti e tutto ciò che potesse risultargli utile per promuovere la sua immagine di immarcescibile Sceriffo metropolitano, aspirante Rudolph Giuliani “alla milanese”.

Né, d’altra parte, ha stupito più di tanto la contemporanea dichiarazione sul Corriere della Sera di Giuliano Pisapia, candidato per il PD (e del resto della pseudo sinistra) alla carica di sindaco: “È da tutti ormai riconosciuto il fatto che Luigi Calabresi è un servitore dello Stato e ha fatto il suo dovere senza avere responsabilità sulla morte di Pinelli, come di fatto ha ricostruito con estrema correttezza il magistrato D’Ambrosio che non a caso è al mio fianco in questo impegno comune per il cambiamento di Milano”. Proprio così, la persona impegnata con Pisapia “per il cambiamento di Milano” è la stessa che per assolvere Calabresi, i poiziotti e il carabiniere che uccisero Pinelli inventò la tesi del “malore attivo” e dell’autodefenestramento del nostro compagno.

Non che la cosa ci crei particolare sorpresa: queste parole sono la logica e lineare prosecuzione di quella linea politica, dettata da puro opportunismo, che venne portata avanti dalla sinistra parlamentare in tutta la vicenda di Piazza Fontana e che ebbe come risultato finale la sentenza di un giudice “amico”. A ben vedere, infatti, sull’ennesimo tentativo di rimuovere la lapide di Piazza Fontana destra e sinistra dicono esattamente la stessa cosa: il post-fascista, che poi tanto post non è, ed il rappresentante “moderno” di quello schieramento politico che, per nascondere il pieno coinvolgimento dello Stato nella strage, tanto si adoperò perché sulla base di una ignobile e traballante sentenza fosse negata la verità su Pinelli e, quindi, sulla strage stessa.

Stiano pur sicuri tutti i rappresentanti “del cambiamento”: così come abbiamo fatto fino ad oggi, continueremo anche in futuro a sostenere la verità sulla morte di Giuseppe Pinelli e sui fatti di Piazza Fontana. E, come nel 2006, ogni nuovo tentativo di nascondere la verità rimuovendo la lapide ci vedrà determinati a farlo fallire. La lapide resterà dove è oggi, a testimonianza di una strage di Stato.

L’Osservatore lombardo