Posts Tagged ‘Umberto del Grande’

10 novembre 1970 AARR – fonte “Enrico” (Enrico Rovelli) su Enrico Di Cola a Milano per passaporto

10 agosto 2013

10 novembre 1970 AARR – fonte “Enrico” (Enrico Rovelli) su Enrico Di Cola a Milano per passaporto.  (“Enrico” è il nomignolo usato soprattutto dalla squadra politica di Milano e Calabresi). Notare che nei suoi due anni di latitanza Di Cola non ha mai messo piede a Milano.  La scritta a mano sull’appunto dell’Ufficio Affari Riservati indica che la “nota” è stata inserita nelle cartelle personali di Del Grande e Di Cola

 

10 novembre 1970 AARR fonte Enrico su Di Cola e pass COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTA: le foto sono usate solamente a fine di illustrazione. Per accedere al testo integrale del documento – in formato PDF – bisogna CLICCARE al testo – LINK – sotto la foto.) 

10 novembre 1970 AARR fonte Enrico su Di Cola e pass

 

26 luglio 1973 “Anna Bolena” su campeggio anarchico in Francia e su Gianfranco Bertoli (da Squadra 54 di Milano a Russomanno)

3 maggio 2013

Silvano Russomanno era il riferimento diretto di Enrico Rovelli “Anna Bolena” con l’Ufficio Affari Riservati. La Squadra 54 era formata da un gruppo di agenti – che rispondevano direttamente all’Uff. AARR – che lavorava all’interno della Questura di Milano.  L’esistenza della Squadra 54 sarà rivelata solamente moltissimi anni dopo. Da tenere presente che era Russomanno  (inviato a Milano la sera stessa del 12 dicembre) a dirigere le indagini sia della Squadra 54 che dell’Ufficio Politico della Questura milanese.

 

 

26 luglio 1973 Anna Bolena su campeggio anarchico in Francia e su  Gianfranco Bertoli  COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

26 luglio 1973 Anna Bolena su campeggio anarchico in Francia e su Gianfranco Bertoli

Libertaria anno 11 n 3 2009 – La strage e il suo doppio di Enrico Maltini

30 aprile 2011

Due attentatori in Piazza Fontana: l’anarchico Pietro Valpreda e il neonazista Claudio Orsi. Su due taxi diversi. Due le bombe alla Banca nazionale dell’Agricoltura. Due  ferrovieri anarchici: Giuseppe Pinelli e l’infiltrato Mauro Meli, infiltrato così bene che al Ponte della Ghisolfa nessuno l’ha mai visto. Ecco un nuovo libro su Piazza Fontana.

Nel libro Il segreto di piazza Fontana (Ponte alle Grazie 2009), Paolo Cucchiarelli ripercorre la trama criminale ormai passata alla storia come “strategia della tensione, che ebbe il suo culmine nella strage di piazza Fontana il 12 Dicembre del 1969. Vi si narra, con ampia documentazione, di servizi segreti ufficiali e “deviati” (?), nazionali e  stranieri, di settori dei Carabinieri e della Polizia, di fascisti di Ordine Nuovo, di Avanguardia Nazionale, della Rosa dei venti, di Nuova Repubblica, l’Anello, la Gladio, l’Aginter press di Guerin Serac, Stay behind, il Ministero dell’Interno e il famigerato Ufficio Affari Riservati, pezzi di magistratura, generali e colonnelli veri e presunti, agenti greci, la CIA, il Mossad, la NATO…più una pletora di faccendieri e spioni di ogni risma. Vi si narra delle macchinazioni per provocare tensione e paura con attentati e stragi da attribuire alla sinistra e vi si narra poi della frenetica attività di depistaggio, disinformazione, corruzione di testimoni, occultamento di prove vere e fabbricazione di prove false, seguite al sostanziale fallimento dell’operazione, che nella ridda di inchieste e procedimenti giudiziari innescati dalla madre di tutte le stragi doveva concludersi con la sostanziale impunità di tutti i responsabili.

La documentazione, che proviene da  atti processuali, interviste, notizie dalla stampa di allora, inchieste già pubblicate, nonché da altre “fonti” identificate e non, appare molto ricca e trova ampio spazio nelle 700 pagine del volume.

All’interno di questa estesa ricostruzione l’autore inserisce la sua versione sulla dinamica materiale degli attentati, sia di quelli ai treni dell’agosto ’69 che di quelli del 12 Dicembre a Milano e Roma, ed è qui che si perde.

Il rigore dell’interpretazione lascia sempre più spazio a supposizioni e congetture, situazioni e perfino caratteri di personaggi vengono largamente immaginati. Gli indizi divengono prove e vengono fatti convergere nel giustificare l’ipotesi. La dimostrazione diventa un teorema e come spesso accade, il ricercatore si fa prendere la mano dalla tesi che vuole dimostrare e ne rimane intrappolato. Purtroppo la versione di Cucchiarelli non viene proposta come ipotesi ma come affermazione, il sottotitolo del libro enuncia infatti: “ Finalmente la verità sulla strage: le doppie bombe e le bombe nascoste….”.

La nuova versione consiste nell’immaginare che gli anarchici, veri o plagiati che fossero, organizzavano attentati ma, mentre deponevano i loro ordigni dimostrativi, venivano affiancati a loro insaputa da provocatori e sicari che piazzavano la bomba mortale. Così troviamo le doppie borse, le doppie bombe, i doppi attentatori, i doppi taxi con relativi doppi Valpreda, doppi sosia e così via. Secondo l’autore il nuovo sosia di Valpreda sarebbe Claudio Orsi. Per inciso: Pietro Valpreda era un uomo di età media, statura media, corporatura media, capelli mediamente arruffati, un po’ stempiato, nessun segno particolare, accento tipico da milanese medio: su cento milanesi di età analoga, quanti potevano essere suoi sosia? Una buona percentuale.

Nel libro gli anarchici sono quasi tutti inquinati da infiltrati e provocatori, mentre i pochi buoni e ingenui,  rappresentati ovviamente da Giuseppe Pinelli, cercano di impedire gli attentati orditi dai compagni cattivi e però cadono in trappole a base di traffici di esplosivo. Ad essere preda di giochi occulti non sono solo gli anarchici, ma ben più ampi settori della sinistra ribelle: in effetti veniamo a sapere che già gli scontri di Valle Giulia a Roma nel marzo 1968 furono in realtà guidati dai neonazisti, che Giangiacomo Feltrinelli (come anche i coniugi Corradini) era teleguidato da Giovanni Ventura, che lo stesso Ventura è stato il vero ispiratore del libro “La Strage di Stato”  del 1970 e così via.

Cucchiarelli, non si capisce su quali basi, è convinto che gli ambienti anarchici e di sinistra fossero allora un coacervo di infiltrati, provocatori, fascisti travestiti e soprattutto “nazimaoisti”. La categoria dei nazimaoisti pervade li testo in modo quasi ossessivo, basti una frase per tutte a pag. 318: “…E poi a Milano c’era la commistione con i maoisti e nazimaoisti che inquinava i gruppi anarchici e marxisti-leninisti”. Chissà dove ha visto tutto questo?

E’ evidente che il 22 Marzo di Valpreda e di Mario Merlino costituisce per l’autore un modello più o meno generalizzabile a tutta l’allora sinistra extraparlamentare. Il 22 Marzo non era certo un esempio di rigore politico, era un gruppo appena nato, senza alcun ruolo nel movimento, raffazzonato da Valpreda con un ex fascista (per altro dichiarato) un poliziotto in incognito, un gruppetto di ragazzi di poco più o nemmeno venti anni. Un gruppo così sgangherato da essere inaffidabile anche come oggetto di provocazione, come dimostrerà il fallimento storico di tutta l’operazione Piazza Fontana.

Nella ricerca dei colpevoli materiali Cucchiarelli parte così con il piede sbagliato e nel suo percorso verso una improbabile verità, inciampa più volte. Innumerevoli sono le frasi, le affermazioni e le illazioni gratuite in varie parti del testo, tanto che per ribatterle tutte ci vorrebbe un altro libro.

Solo su alcuni di questi inciampi vorremmo qui fare chiarezza, per amore di verità storica ma anche perché riguardano direttamente l’ambito libertario di allora.

I così detti “nazimaoisti” non hanno mai fatto parte della storia reale di quel periodo, e tanto meno dei circoli anarchici. Sono  comparsi in rari casi, anni prima, con qualche affissione di manifesti. In quei pochi casi tutti sapevano di che si trattava e non avevano alcuna credibilità. Nazimaoisti, finti cinesi e analoghi erano allora un po’ più diffusi in veneto e in parte in toscana  ma anche stando a quanto scrive Cucchiarelli, agivano per lo più in proprio e con scarsi risultati quanto ad infiltrazioni riuscite. C’è, è vero, il caso di Gianfranco Bertoli, che nel 1973 compirà la strage alla Questura milanese, che frequentò anarchici e fascisti, mise una bomba forse fascista ma si comportò poi come un ottocentesco e folle anarchico individualista, si fece l’ ergastolo, non parlò mai e finì nella droga. Fu un personaggio per certi versi tragico, rimasto in realtà un mistero, come anche riconosce lo stesso Cucchiarelli.

All’albergo Commercio di Milano, occupato, i nazimaoisti non c’erano e se c’erano nessuno gli dava retta. A Milano l’unica mela marcia di rilievo che frequentò il Ponte della Ghisolfa è stato Enrico Rovelli, non un infiltrato ma un anarchico poi passato per interesse al soldo della polizia e dell’Ufficio Affari Riservati.

A Milano tanti sapevano che Nino Sottosanti, (non si è mai dichiarato nazimaoista),  era un ex fascista che dormiva nella sede di Nuova Repubblica e che era un tipo da cui stare alla larga. Frequentava saltuariamente il Ponte in pubbliche occasioni, era amico di Pulsinelli a cui fornì un alibi. Quanto al suo ruolo come sosia, pare per lo meno incauto prendere come sosia una persona conosciuta da tutti nell’ambiente in cui deve operare e conosciuto benissimo da colui che deve “sostituire”.

A pag. 47– la conferenza stampa del 17 Dicembre, dopo la strage, fu organizzata dal Ponte della Ghisolfa, il circolo principale, come era ovvio (chi scrive era presente). Non ci fu alcuna latitanza degli amici di Pinelli nè ci furono “stridori” o “abissi sui modi di fare politica con i compagni di Scaldatole” anche perché il Circolo Scaldatole era gestito dagli anarchici del Ponte della Ghisolfa, che lo lasceranno nel 1972 alla gestione di altri gruppi anarchici. Gli amici di Pinelli erano tutti presenti alla conferenza (chi scrive, Amedeo Bertolo, Luciano Lanza, Ivan Guarneri, Vincenzo Nardella, Umberto del Grande, Gianni Bertolo e altri ancora). Joe Fallisi, il testimone pure presente cui fa riferimento Cucchiarelli, è evidentemente stato tradito dalla memoria. Peraltro la “vecchia dirigenza” di cui parla Cucchiarelli aveva in media 25 anni! Solo Pinelli ne aveva 41. Di quella conferenza stampa non si dice invece che fu fatta, in quel difficile momento, una scelta coraggiosa e politicamente ineccepibile: con grande sorpresa dei giornalisti, gli anarchici non presero le distanze da Valpreda, nonostante i non buoni rapporti, e denunciarono come mandante della strage non i “fascisti”, come concordava la stampa di sinistra, ma lo Stato. Il giorno dopo il “Corriere della sera” titolava: “Farneticante conferenza stampa al Ponte della Ghisolfa”.

A pag. 138 Cucchiarelli ci illustra il “triangolo del depistaggio”:  “Il segreto della strage ha resistito per tanti anni godendo del silenzio di tutti i soggetti interessati: Stato, fascisti e anarchici. Questi ultimi dovevano scagionare Valpreda e rivendicare l’innocenza di Pino Pinelli. Si erano fatti tirare dentro e ora la situazione non lasciava alcuno scampo politico: difficilmente sarebbe stata dimostrabile nelle aule dei tribunali la loro buona fede di non voler causare morti. Da un punto di vista giuridico la partecipazione degli anarchici alla vicenda sarebbe stata quanto meno un concorso in strage”. Fuori i nomi Cucchiarelli, perché qui si fa l’accusa di concorso in strage. Ma di nomi Cucchiarelli non ne può fare e così lancia accuse tanto infamanti quanto generiche.

A pag. 183 leggiamo che, come “…rivela una fonte qualificata di destra che, naturalmente, non vuole essere citata…”, Valpreda prese l’inspiegabile taxi perché: “Qualcuno gli aveva semplicemente detto che doveva prendere il taxi. Gli diedero 50.000 lire e il ballerino non si pose di certo il perché” (nella versione dell’autore Valpreda doveva prendere un taxi per essere notato dal taxista). Qui la questione si fa grave: primo non si può citare fonti qualificate che però restano anonime; secondo, questo è uno degli innumerevoli passaggi nei quali Valpreda  (solitamente chiamato “il ballerino”) viene descritto come un poveretto, un esaltato zimbello di chiunque, un ignorante pronto a tutto per 50.000 lire. Come molti altri, conoscevo bene Valpreda, in quel periodo era certamente fuori dalle righe ed il suo carattere era certamente un po’ sbruffone (e per questo fu scelto come vittima sacrificale), ma non era nè ignorante nè stupido, era certamente acuto e sveglio, aveva una biblioteca ben fornita e una discreta cultura, come sappiamo pubblicò poi diversi libri. Non dimentichiamo che il “ballerino”, con tutto quello che di lui si può criticare, si è trovato da un giorno all’altro imprigionato sotto una accusa atroce, trattato come un animale dalla stampa  (…”il volto della belva umana”, su La Notte), tenuto quaranta giorni in isolamento e interrogato centinaia di volte, sottoposto a una pressione fisica e psicologica che possiamo solo immaginare, minacciato di infamia e di ergastolo.  Ma il “ballerino” ha retto, si è fatto tre anni di carcere, non si è piegato a ricatti, non ha accusato nessuno nè rinnegato le sue idee, non risulta dagli atti che mai sia sceso a compromessi.

A pag. 228 L’autore avrebbe potuto precisare che la campagna di stampa di Lotta Continua contro Calabresi, intrapresa con il consenso degli anarchici, non fu un fatto gratuito. La campagna aveva lo scopo di indurre il commissario ad una querela contro il giornale. Il giudice Caizzi aveva fatto sapere che l’indagine sulla morte di Pinelli era in via di archiviazione e solo una querela da parte di un pubblico ufficiale, querela che prevedeva facoltà di prova, avrebbe permesso di riaprire il processo. Gli attacchi del giornale divennero così feroci perché Calabresi tardava a querelare (come anche riportato nel libro, secondo la moglie Gemma la procura si rifiutò di denunciare d’ufficio il giornale e il Ministero a costrinse Calabresi ad una denuncia in proprio.

A pag. 245– Cucchiarelli insiste a lungo con ardite congetture sul misterioso caso di Paolo Erda, citato da Pinelli nel suo interrogatorio ma mai rintracciato nè sentito da nessuno e nemmeno dallo stesso autore, che ne ha cercato a lungo notizie, fino a segnalare che in “Ivan e Paolo Erda è contenuto anagrammato il nome di Valpreda…”.  Erda era solo il soprannome di un certo Paolo che aveva tutt’altro cognome, tutto qui, lo conosciamo benissimo.

Ma qui c’è un’altra considerazione importante: nel testo si fa a lungo riferimento alle false dichiarazioni e/o alle ritrattazioni di Valpreda, della zia Rachele Torri, della madre Ele Lovati e dello stesso Pinelli a proposito del suo alibi, per sottintendere che vi erano verità scomode da nascondere (ovvero le bombe dimostrative messe dagli anarchici).   L’autore dovrebbe però sapere che il vecchio detto “…non c’ero e se c’ero dormivo…” non è solo una battuta ma è il comportamento di chiunque non ami particolarmente polizia, carabinieri e altri inquisitori e si trovi di fronte a un interrogatorio. Si dice il meno possibile, non si fanno nomi di amici e compagni e si resta nel vago. Se poi le cose si complicano si può sempre ricordare…e questo vale anche per una vecchia zia, che non vede per quale ragione dovrebbe dire che il nipote è dai nonni invece che dire semplicemente “non lo so”. A quei tempi circolava il “Manuale di autodifesa del militante” a cura degli avvocati contro la repressione che dava dettagliate indicazioni in questo senso. Per questa stessa ragione Pinelli non cita Sottosanti, non cita Ester Bartoli (che con il misterioso Erda sarebbe testimone  del suo passaggio al Ponte), cita il famoso “Erda” sapendo che è un soprannome e fa solo il nome di Ivan Guarneri, compagno già ben noto alla questura. Ma è proprio sulla base del “buco” dell’alibi di Pinelli che Cucchiarelli fonda in gran parte l’ipotesi fantasiosa, secondo cui Pinelli “.. poteva avere a che fare con le altre bombe…”. Per inciso, Pino Pinelli non avrebbe mai preso iniziative di un qualche peso senza consultare alcuni dei compagni che godevano della sua massima fiducia.

p.274. Si descrive una cena a casa di Pinelli “presenti Nino Sottosanti, la Zublema, Armando Buzzola, e l’arabo Miloud,“ quest’ultimo definito sbrigativamente “uomo di collegamento con i palestinesi”. Questo Miloud, berbero e non arabo, militante nella lotta di liberazione algerina, non ha mai avuto a che fare con i Palestinesi, da dove viene questa notizia? A questa e a un’altra cena, sempre a casa di Pinelli, avrebbe partecipato anche  “un anarchico sconosciuto” che in base a chissà quale congettura Cucchiarelli identifica nel Gianfranco Bertoli che sarà l’ambiguo autore della strage del ’73 alla questura di Milano. Peccato che quando la Zublema frequentava gli anarchici, di Gianfranco Bertoli nessuno aveva ancora sentito parlare.

a pag. 290 incontriamo Mauro Meli, altro presunto anarchico, ferroviere, sedicente provocatore infiltrato a suo dire nel circolo Ponte della Ghisolfa. Costui non è mai stato visto (c’è la fotografia nel libro), ne conosciuto da alcuno. Se è stato al Ponte la sua attività provocatoria si è fatta notare ben poco. Viene da chiedersi perché, su queste ed altre notizie, Cucchiarelli non ha chiesto conferme a testimoni che pur conosce bene? Forse perché degli anarchici c’è poco da fidarsi, come confessa in un altro passaggio del libro.?

a p. 345 la nota 11 ci informa sugli “….editori librai apparentemente di sinistra: oltre a Ventura  troveremo Nino Massari a Roma e Umberto del Grande a Milano. Quest’ultimo conosceva molto bene Pinelli ma era anche in contatto con uomini di Ordine Nuovo e con Carlo Fumagalli, capo del MAR”

Umberto del Grande (è morto  pochi anni fa) non era un editore nè un libraio, apparteneva al  Ponte della Ghisolfa da anni ed era un componente della Crocenera anarchica. L’unica sua veste di editore è stata di assumersi, nel 1971, la titolarità dell’editrice che pubblicava A rivista anarchica in attesa che venisse formalizzata una società cooperativa. Non ha mai avuto a che fare con uomini di Ordine Nuovo. Era anche appassionato di viaggi nel Sahara, per questo aveva acquistato una vecchia Land Rover da un meccanico di Segrate che trattava fuoristrada. Quando il Prefetto Libero Mazza rese pubblico il censimento dei gruppi “sovversivi” di Milano, citò del Grande come responsabile della crocenera. Il rapporto Mazza fu letto anche dal meccanico, che era Fumagalli, e che si rivelò come tale a del Grande. E il rapporto cliente–meccanico si chiuse.

a pag. 347 si afferma che la stesura del libro “La strage di Stato” fu pilotata da Ventura. Nella relativa nota 12 a p. 667 si precisa che “si ha motivo di credere” questo perché  Mario Quaranta, (socio editoriale di Giovanni Ventura, e personaggio squalificato quanto il suo sodale Franzin) lo avrebbe raccontato al giudice Gerardo D’Ambrosio in un non meglio identificato interrogatorio. La testimonianza di uno come Quaranta non dovrebbe essere presa in considerazione con tanta leggerezza.

a p. 365 si afferma per certo che Valpreda sarebbe andato al congresso anarchico di Carrara nel 1968 insieme a un codazzo di fascisti del “XII Marzo” (in numeri romani, un gruppo fascista di Roma), di cui elenca i nomi: Pietro “Gregorio” Maulorico, Lucio Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili e “il già convertito” anarchico Mario Merlino. Il gruppo sarebbe andato al congresso su ordine di Stefano Delle Chiaie. Cucchiarelli trae questa notizia da una deposizione di Alfredo Sestili, il quale però non cita Valpreda, ed equivoca poi sul nome del gruppo, insinuando che si trattasse del 22 Marzo. A Carrara c’erano centinaia di persone e dunque poteva esserci chiunque. L’affermazione dell’autore non sta in piedi, ma è coerente con la sua idea di gruppi anarco-fascisti-nazisti-maoisti-marxisti-leninisti cui tanto spesso ricorre per spiegare improbabili certezze.

a p. 399 c’è un’altra affermazione grave, grave perché diffamatoria: vi si dice che Enrico Di Cola, un giovane componente del 22 Marzo romano, sarebbe colui che avrebbe indirizzato le indagini contro Valpreda e che per questo sarebbe stato compensato dalla polizia con un salvacondotto per espatriare in Svezia. Di Cola, espatriò effettivamente in Svezia dove chiese ed ottenne asilo politico, ma lo fece clandestinamente, con non poche difficoltà, aiutato dai compagni e con un documento falso.

Poche righe più in basso Roberto Mander ed Emilio Borghese vengono classificati, con Merlino, … “ i più compromessi con la provocazione”. Come e su quali basi Cucchiarelli si permette di dare del provocatore a questo e a quello (Erda, Del Grande, Di Cola, Mander, Borghese…) senza alcuna prova non è dato sapere. E’ sempre l’ossessione degli anarco-fascisti-nazisti eccetera, di cui è permeato l’intero romanzo.

A pag. 621 “Sulla tomba di Pino Pinelli c’è proprio una poesia di quell’antologia che, un Natale, il commissario Calabresi regalò all’anarchico”, il libro è Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, ma le cose non andarono così: Calabresi regalò a Pinelli  “Mille milioni di Uomini” di Enrico Emanuelli, e Pinelli per sdebitarsi ricambiò con l’antologia di Lee Master. E’ solo una svista, ma ci piace ricordare che la poesia che i cavatori di Carrara incisero sulla tomba di Pinelli non era tratta dal libro che il gli regalò il commissario, ma da quello che lui regalò a Calabresi.

Infine, in diversi passaggi del libro si ha l’impressione che l’autore riporti racconti ascoltati a voce da qualcuno, solo così si spiegano i ripetuti errori sui nomi: Otello Manghi invece di Otello Menchi, Octavio Alberala invece di Octavio Alberola…

Queste sono solo alcune delle imprecisioni e delle “fantasie” del libro di Cucchiarelli.

Enrico Maltini

Pietro Valpreda, anarchico a Milano – Ancora su Valpreda e presunti rapporti con i fascisti, prima della nascita del circolo 22 marzo a Roma – Tratto dal libro Valpreda, processo al processo, di Marco Fini e Andrea Barbieri, Ed. Feltrinelli febbraio 1972

21 febbraio 2011

A coloro che ritengono che le tesi del libro Il segreto di piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, o le dichiarazioni di terroristi fascisti e assassini come Vincenzo Vinciguerra, “interessanti e lecite”  invece che opera di una dilettantesca operazione di disinformazione e di revisionismo storico, offriamo la lettura del profilo e percorso politico di Pietro Valpreda, scritta nel lontano 1972, da due giornalisti di provata professionalità.

Gli “ex” del circolo 22 marzo

Tratto da: Valpreda, processo al processo, di Marco Fini e Andrea Barbieri, Feltrinelli febbraio 1972

Anarchico a Milano

A 21 anni Pietro Valpreda ha già scelto l’anarchia o, come lui la chiama, “l’ideale.” Nel 1953 gira negli ambienti anarchici e radicali milanesi. Lo conoscono come “il ballerino.” In quegli anni il movimento anarchico a Milano praticamente non esiste: un gruppo sparuto si riunisce in un locale periferico dell’ECA, gli animatori sono Giuseppe Pinelli, manovratore delle ferrovie, e Cesare Vurchio, straccivendolo. Valpreda è agli inizi della carriera sul palcoscenico, per la politica ha poco tempo. Ma girando l’Italia ha modo di conoscere gli anarchici attivi nei “covi” di Livorno, Carrara, Genova, Canosa di Puglia. Quando, sul finire degli anni ’50, si stabilisce a Milano e mette su casa in una mansarda al quinto piano di Porta Venezia, i suoi rapporti con l’anarchismo si consolidano. Frequenta la sede del partito repubblicano in piazza Castello e poi la vecchia osteria Al Torchietto di via Ascanio Sforza, dove la sera si discute davanti a un fiasco di vino. Il nonno Paolo gli ha fatto conoscere anche Mario Damonti, eroe del maquis in Francia: da lui passa tutta la vecchia guardia antifascista di Milano. Ma istintivamente Pietro sceglie i più giovani: segue con interesse Pinelli e il gruppo Gaetano Bresci che si dà da fare con manifestini e ciclostilati libertari. La polizia chiude un occhio: gli anarchici sono ancora guardati come degli individualisti anacronistici e innocui.

Nel 1963 un nuovo raggruppamento, la Gioventù Libertaria (Pinelli è tra i fondatori), ridà fiato al movimento milanese. Ci sono perfino dei “botti” davanti a Palazzo Marino e all’Assolombarda: bombe-carta dimostrative per cui viene denunciato Ivo Della Savia, udinese, 25 anni, obiettore di coscienza e anarchico delle nuove leve.

Intanto in tutta Europa corrono fermenti libertari: nelle università tedesche i giovani portano avanti la polemica contro l’autoritarismo e la società dei consumi, in Italia si organizzano le prime dissidenze dal Partito comunista. La sinistra minoritaria si coagula e si scinde a ripetizione, a sinistra del PCI c’è spazio anche per gli anarchici storicamente antimarxisti e anticomunisti. Nelle manifestazioni contro l’imperialismo americano dell’inverno 1964-65 a Milano, le bandiere nere dell’anarchia si incrociano sempre più spesso con quelle rosse della sinistra dissidente. E’ durante una di queste manifestazioni anti-Nixon che Valpreda incontra Ivo Della Savia. L’amicizia continua nelle pizzerie di Porta Garibaldi dopo l’avanspettacolo al Teatro Smeraldo che impegna Pietro tutto l’inverno.

Nel 1965, gli anarchici milanesi aprono finalmente una sede, il circolo Sacco e Vanzetti di via Murillo, angolo piazzale Brescia. I più giovani vi portano gli echi del movimento beatnik americano, del pacifismo di Onda Verde, della rivolta studentesca all’insegna di Adorno e Marcuse. Nel circolo anarchico di via Murillo trova ospitalità anche il gruppo Provo Numero Uno, filiale della fantasiosa “provo-cazione” olandese. Ivo Della Savia va a vedere di persona come vanno le cose in Olanda e in Francia: scrive a Valpreda dei petardi fumogeni e degli happening antiborghesi dei provos, gli manda qualche numero di “Noir et Rouge,” la rivista che persegue la polemica anarco-comunista di “Socialisme ou Barbarie” in cui si formano in quegli anni Daniel Cohn-Bendit e Jean Pierre Duteuil, animatori poi del maggio ’68.

Alla fine del 1967, un rumoroso convegno della gioventù provo e anarchica, organizzato al Sacco e Vanzetti (Valpreda fa da segretario), provoca lo sfratto degli anarchici da via Murillo. Pinelli e compagni si trasferiscono in piazzale Lugano. E’ il Ponte della Ghisolfa, uno scantinato buio e umido, con un piccolo ufficio in cartone e compensato, un tavolone per le riunioni addossato a una parete su cui corre un lungo fumetto di Anarkik, l’omino nero con la bomba che mette in scomposta fuga il prete, il colonnello, lo sfruttatore e il tecnocrate. Nel nuovo circolo il gruppo di Bandiera Nera, legato all’ortodossia bakunista e all’empirismo combattentistico degli uomini che hanno fatto la Resistenza o hanno militato nei movimenti clandestini stranieri (“anarchici con la farfallona al posto della cravatta, una spiccata vocazione al martirio e un notevole complesso di persecuzione,” come malignamente dicono le nuove leve) coesiste senza attrito con i più giovani, insofferenti delle regole e in cerca di un dialogo con le forze politiche marxiste. Giuseppe Pinelli fa da mediatore tra tradizionalisti e innovatori. Il circolo è una comunità spontanea dove spesso l’intellettuale gira il ciclostile e l’operaio scrive il volantino. S’incontrano là, tra i tanti, il professore di agronomia Amedeo Bertolo, il ferroviere Pinelli, il ballerino Valpreda, lo studente di filosofia Jo Fallisi, il poeta Giorgio Cesarano, e un gruppo di giovanissimi immigrati meridionali.

Entrano al circolo, nelle tumultuose sedute del venerdì, i comitati operai di base, gruppi di fabbrica nati fuori e spesso contro il sindacato negli scioperi alla Pirelli, alla Siemens, all’ATM. Sono comitati con una forte componente libertaria, abbastanza vicini quindi all’anarco-sindacalismo che piace ai giovani del Ponte della Ghisolfa e anche a Pinelli. Pietro Valpreda cerca di partecipare il più possibile, anche se, guarito dal grave attacco del morbo di Burger, ha ripreso a ballare con regolarità e a viaggiare per tutta Italia. A Licia Pinelli, che lo vede spesso a casa sua abbozzare passi di danza per far ridere le sue bambine, dice una volta: “Pensare che la sera stiamo su a leggere Marcus [Marcuse in milanese] o a parlare dello statuto dei lavoratori e alla mattina mi tocca sgambettare con tutte quelle checche in calzamaglia.”

La passione per la “democrazia diretta” e la polemica contro la burocrazia sono genuine, in Valpreda. Molti lo ricordano intervenire nelle discussioni del circolo, il corpo piegato in due, i pugni alle tempie nella foga di un’invettiva in dialetto contro “il mito dell’organizzazione” nei partiti tradizionali. La erre moscia alla lombarda, il linguaggio colorito, il gesto teatrale, l’abbigliamento ricercato ne fanno un personaggio simpatico ai giovani, ma che non ispira troppa fiducia agli anziani, Valpreda si iscrive alla FAGI, federazione dei giovani anarchici, anche se gli altri aderenti hanno dieci anni meno di lui. Partecipa spesso alle assemblee della Statale, dove gli anarchici hanno trovato un certo seguito dopo il loro anticonformistico documento Sui privilegi della classe studentesca e tentano di inserirsi come terza forza tra i cattolici progressisti e i marxisti-leninisti del Movimento Studentesco.

Del resto, tutta la contestazione di quegli anni ha una forte componente libertaria. Nella primavera del 1968 il “sequestro” all’università del professor Luigi Trimarchi è quasi un happening anarchico. Anche le manifestazioni di solidarietà con la rivolta dei carcerati di San Vittore, la battaglia degli studenti davanti all’Università Cattolica, sono episodi che escono subito dai binari tracciati da partiti e da gruppi per diventare moti spontanei. La notte del1’8 giugno 1968 la folla è radunata in piazza del Duomo a Milano per un processo pubblico alla stampa borghese, ma di colpo straripa e corre all’assalto del “Corriere della Sera” fortificato e protetto da coorti di polizia. La zona di Brera si trasforma in un campo di improvvisata guerriglia e ricorda a molti osservatori le scene della rivolta libertaria degli studenti francesi. Quella notte sulle barricate di Brera sono molti gli anarchici. La mattina dopo la polizia ne ferma più di duecento.

Il nuovo anarchismo italiano si rifà chiaramente all’esperienza del gruppo francese 22 Marzo di Cohn-Bendit (antimperialismo, democrazia diretta) e a quella più radicale degli Arrabbiati di Nanterre (marxisti non leninisti, antisovietici e anticinesi). In Italia, le posizioni vecchie e nuove si scontrano a Carrara, cittadella dell’anarchismo tradizionale, dove fra la fine di agosto e l’inizio di settembre del 1968 si tiene il quinto congresso mondiale delle federazioni anarchiche.

La polizia segue con molto interesse la vicenda. Agli atti dell’istruttoria Valpreda, c’è un rapporto particolareggiato sull’andamento del congresso firmato dal commissario di PS Domenico Spinella. E’ fatto evidentemente sulle note di un osservatore oculare. Spinella dà molto spazio a Daniel Cohn-Bendit che partecipa al congresso alla testa di un gruppo di reduci dalle barricate del maggio parigino. Il dialogo fra tradizionalisti e innovatori è subito difficile. Umberto Marzocchi e Alfonso Failla, libertari con i capelli bianchi, sono per “la condanna di ogni dittatura, del capitale come del proletariato.” Da un palchetto di velluto e oro del vecchio Teatro degli Animosi Cohn-Bendit invece grida: “Basta con il vecchio dilemma anarchismo-marxismo. La scelta oggi è tra rivoluzione e non rivoluzione.” I giovani anarchici italiani sono con lui. Il congresso di Carrara, che pure non esige, come normali congressi, maggioranze o conclusioni che valgano per tutti, va in crisi. Le delegazioni giovanili francesi, inglesi, svizzere e italiane abbandonano il teatro e tengono un loro contro-congresso sulla spiaggia di Marina di Carrara, nei bungalow di un villaggio turistico. Là, l’incontro con gruppi di cattolici ed extraparlamentari di sinistra è un fatto spontaneo. Sotto le tende improvvisate c’è anche Pinelli, sempre curioso dei giovani, insieme ad altri anarchici del Ponte della Ghisolfa.

La polizia ha registrato accuratamente i nomi dei partecipanti. “Di certo c’era anche Valpreda,” mette in evidenza il commissario Spinella nel suo rapporto. Valpreda infatti appare in molte fotografie pubblicate dai giornali borghesi accorsi in massa a registrare il nuovo folclore anarchico. In una di queste, lo si vede in un palchetto del Teatro degli Animosi, insieme a Amedeo Bertolo e Umberto del Grande. Ha anche lui al collo la sciarpa alla lavallière della vecchia guardia ma sta applaudendo con foga l’intervento di Cohn-Bendit. Valpreda oscillerà sempre tra l’anarchismo umanitario dei tempi eroici, e il libertarismo radicale della protesta giovanile.

Molti degli anarchici milanesi reduci da Carrara finiscono per uscire dal Ponte della Ghisolfa e per riunirsi in un nuovo circolo – La Comune – in via Scaldasole: un’ampia cantina a volte, con due finestroni a livello stradale, un grande tavolo in mezzo a qualche scaffale di libri. (E’ là che il commissario Calabresi, a neppure due ore di distanza dallo scoppio di piazza Fontana, trova Sergio Ardau e Giuseppe Pinelli, e li invita ad un colloquio amichevole in questura. E’ già durante il tragitto tra via Scaldasole e via Fatebenefratelli che Calabresi comincia a chiedere di “quel pazzo di Valpreda.”) La Comune ha caratteristiche diverse dal Ponte della Ghisolfa: vi si riuniscono soprattutto gli studenti e gli intellettuali del gruppo (da Cesarano, animatore dell’occupazione e dell’autogestione del Saggiatore a Fallisi del Movimento Studentesco, dal provo Gallieri detto Pinki ai fratelli Edoardo e Roberto Ginosa). Ma non si tratta di una rottura: Pinelli col suo motorino fa la spola tra i due circoli, mantiene i legami tra quello più organizzato ed efficiente di piazzale Lugano e quello più giovane e modernista di via Scaldasole. Alla Comune va spesso anche Pietro Valpreda, interessato ai comitati operai e ai gruppi studenteschi.

In via Scaldasole nascono in quel periodo i documenti più rappresentativi della nuova cultura anarchica come il manifesto dei Ludd-consigli proletari, assai vicino all’internazionale situazionista. A questo punto Pinelli e gli altri compagni del Ponte della Ghisolfa non li considerano già più anarchici, senza però che i contatti vengano mai interrotti. La Comune resta anarchica soprattutto nel costume, nell’apertura verso l’estero, nel rifiuto di etichette e patenti di ortodossia.