Posts Tagged ‘Vittorio Occorsio’

Umanità Nova 26 febbraio 1972 Dichiarazione politica dei compagni difensori di E. Di Cola ed E. Bagnoli nel processo per la strage.

18 maggio 2013

Gli avvocati Eduardo Di Giovanni, Francesco Piscopo, Rocco Ventre, Giuliano Spazzali, difensori degli imputati Enrico Di Cola ed Emilio Bagnoli, annunziando di costituirsi in collegio, hanno reso pubblica la seguente dichiarazione di linea nel processo per la strage di Stato:

 

Sotto la specie del caso giudiziario si sono compiuti atti politici di estrema gravità. Sotto la specie di risposte processuali questi difensori replicheranno con nuovi ed altri atti politici, senza però nasconderne la sostanza.

Il sostituto procuratore della Repubblica Occorsio è la prima figura di «consulente politico» che si incontra nell’istruttoria. E’ sua l’invenzione della competenza romana del processo. Interpretando le norme che fissano la competenza e distorcendole con procedimenti logico-giuridici apparentemente «legittimi», Occorsio ha imposto sin dall’inizio una soluzione politica del caso collaborando dunque attivamente con chi (dal ministero degli Interni agli uffici di polizia), senza proporsi problemi giuridici, aveva già stabilito che Valpreda e gli altri compagni anarchici prescelti come imputati dovessero essere giudicati a Roma, luogo questo ritenuto per molte ragioni più «sicuro».

Ciò dovrà essere denunciato sollevando a piazzale Clodio la questione della competenza prima di qualsiasi altra questione. In tal modo si entrerà subito nel cuore del processo e si affronteranno subito i primi nodi politici del caso. Chi si oppone e non vuole affrontare questo primo scontro processuale, accampando ragioni di opportunità, è obiettivamente uno stretto collaboratore dell’accusa.

Con ciò, sia ben chiaro, questi difensori non ritengono che restituendo il processo alla sua sede naturale, Milano, cambi sostanzialmente qualche cosa nel senso che per la difesa la sede milanese sia più «sicura» come per l’accusa è più «sicura» la sede romana. No: per questo processo non esiste sede competente, poiché questo processo coinvolge in maniera totale tutti gli organi istituzionali dello Stato, perché coinvolge lo Stato in prima persona. In questa situazione, chiunque sia il rappresentante dell’accusa, chiunque sia il giudice, egli sarà sempre soggetto ad un margine ampio di sospetto preventivo. Ciò significa, processualmente, che i sottoscritti difensori rifiuteranno in ogni caso la loro collaborazione alla «giustizia» e rifiuteranno il ruolo di parti necessarie. Si è infatti parti necessarie solo quando si riconosca che l’istituzione è necessaria: questo caso esclude invece che per dibattere dell’innocenza di Valpreda e per giudicare su di essa i tribunali siano ambiti necessari che ad essi possa essere devoluta la competenza specifica di rendere giustizia per tutti.

Il giudice prescelto, Falco, è la seconda figura di «consulente politico» del processo. Egli è fortemente indiziato di nutrire un netto dissapore nei confronti degli anarchici in particolare e di tutti i comunisti in generale. Egli è uomo di «idee» e lo ha dimostrato nella nota sentenza Braibanti: per la sua fedeltà alle «idee» che professa è, fra tutti, il più idoneo a rappresentare il tramite tra l’accusa, che per definizione è parziale, e la sentenza, che per definizione è «imparziale». Il giudice Falco ha tutte le capacità ideali per emanare una parzialissima sentenza imparziale. Inutile chiederne la ricusazione. La ricusazione deve manifestarsi nei fatti.

E’ bene che egli sappia che i difensori non credono minimamente nella sua imparzialità, nel suo desiderio di comprendere a fondo la natura di questo caso, di andare oltre i limiti segnati dalla istruttoria dell’accusa. Fra tutti i giudici, egli è dunque quello che è in grado di meglio accogliere e mantenere per buona la tesi colpevolista di Occorsio. Ma è bene che egli sappia che non solo i difensori ma una quantità sempre più grande di cittadini di questo nostro paese non sono più disposti a prendere per vera nessuna delle parole che, su questo caso, dirà o scriverà egli o un altro giudice di questo Stato.

E tuttavia il processo i difensori lo faranno ugualmente. Essi si sforzeranno di servire le verità già ampiamente acquisite dalle masse popolari sul caso Valpreda e sulla strage di Stato, utilizzando anche questi accusatori e questi giudici. Dopo tutto nessuno sforzo di costoro riuscirà a far mutare il corso della storia: come potrebbero allora far deviare la forza e l’impegno politico di tutto un popolo?

Già i nostri maestri elementari ci insegnarono a scrivere come si parla e a parlare come si scrive. Più tardi ci è stato detto: parla come ti viene prescritto e scrivi ripetendo parole altrui. Occorsio e Falco fanno parte di coloro che hanno fatto questi «studi superiori»; i difensori sono rimasti a quell’insegnamento elementare. Con questo spirito e in questo contrasto questi difensori si accingono ad affrontare il processo. Che non sarà dunque «franco e leale e cavalieresco dibattito» ma guerra guerreggiata.

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Lotta Continua 3 marzo 1971 Rapporto sullo squadrismo (sesta puntata)

4 ottobre 2012

Quando uscì il libro la “Strage di Stato“, l’Unità gli dedicò un commento su 4 colonne. Dopo l’omaggio di rito all’ampia documentazione in esso contenuta e agli «inquietanti interrogativi» che le circostanziate accuse ponevano «ad ogni democratico degno di questo nome», si passava al giudizio politico: «La controinchiesta – vi si leggeva in sintesi – fa il gioco dei padroni nella misura in cui attribuisce assurdamente al PCI un preciso ruolo di copertura nei confronti degli autori e dei mandanti della strage». A distanza di sette mesi la stessa Unità cita la «Strage di Stato», cui viene restituita improvvisamente ampia credibilità politica, ma a sostegno delle proprie tesi sulla presenza di provocatori fascisti in Lotta Continua. La cosa non ci indigna, ma ci induce alla riflessione e all’autocritica: vuol dire che la prossima volta staremo più attenti.

La seconda controinchiesta, che uscirà tra breve, documenterà tra l’altro in maniera inequivocabile l’uso fatto dal PCI di alcuni documenti giunti in suo possesso sin dal 16 gennaio 1970, sulla responsabilità del fascisti e della polizia nell’esecuzione materiale della Strage di Stato.

Forse allora per i revisionisti sarà più difficile cercare di strumentalizzare il nostro lavoro. Abbiamo deciso frattanto di anticipare parzialmente sul giornale alcuni degli argomenti trattati nel libro «Istruttoria per una Strage di Stato».

Un teste volontario

Nel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1969, un paio d’ore dopo le esplosioni all’altare della patria, un giovane tedesco si presentava al comando dei carabinieri in Piazza San Lorenzo in Lucina a Roma, affermando di essere in possesso di informazioni relative agli attentati: veniva verbalizzato come UDO LEMKE, di 23 anni, studente in chimica. Con un italiano approssimativo, ma abbastanza comprensibile, raccontò di essere stato in Italia una quindicina di giorni prima, proveniente dalla Svizzera, e di essersi recato fino a Palermo in autostop. Qui aveva girovagato per un paio di giorni finché in un bar del centro, abituale luogo di raduno di hippies di passaggio e di sottoproletari, aveva fatto la conoscenza di tre giovani i quali si erano dimostrati particolarmente sensibili ai suoi problemi di turista squattrinato in cerca di espedienti per sbarcare il lunario. Lo avevano invitato a cena e nel corso della serata gli avevano promesso il loro interessamento. Erano in contatto con una persona residente in un’altra città che forse poteva aiutarlo. Attirato dalla prospettiva di un lavoro, il Lemke accettava il giorno successivo di recarsi in auto, la Fiat 124 bianca di uno dei suoi nuovi amici, a Catania per essere presentato alla persona in questione. Questi, un uomo di mezza età (che egli descrive con precisione), lo aveva accolto con molta cordialità: si era informato sulle conoscenze da lui fatte durante il viaggio in Italia, sulla durata del soggiorno futuro, e in particolare sulla sua disponibilità ad eseguire un lavoretto delicato, ma ben retribuito: si trattava, più in particolare, di portare un paio di borse nel posto che all’ultimo momento gli sarebbe stato indicato, un cinema o un supermercato, e di lasciarle li, andandosene alla svelta. Che cosa contenevano le borse? Nulla di particolarmente pericoloso, qualcosa che sarebbe esploso facendo molto rumore, ma nessun danno, alle persone, una specie di scherzo insomma, che però poteva fruttargli un bel po’ di soldi con i quali magari ritornarsene velocemente in Germania.

Continuando nella sua deposizione, Lemke affermava di aver rifiutato la proposta ritenendola rischiosa, e, per quanto superficiale fosse la propria conoscenza delle leggi italiane, decisamente illegale. L’uomo non aveva insistito e anzi aveva fasciato cadere il discorso, ma durante il viaggio di ritorno a Palermo i tre giovani erano tornati sull’argomento. Al nuovo e più deciso rifiuto da parte del tedesco, la loro gentilezza era improvvisamente venuta meno: gli avevano fatto capire che sarebbe stato molto più igienico interrompere il giro turistico e tornarsene al paese d’origine. Poiché gli sembrava che l’invito fosse stato espresso in forma ultimativa, egli si affrettava a lasciare la Sicilia, diretto ufficialmente in Germania. In realtà si era diretto a Roma dove contava di fare qualche amicizia meno compromettente. Aveva vivacchiato alla meglio contando sulla solidarietà di altri «capelloni» e dormendo con il sacco a pelo nei ruderi sottostanti le gradinate dell’Ara Coeli, uno dei tanti ricoveri per pellegrini sprovvisti di mezzi e di pretese. Era appunto nel suo alloggio di fortuna quando, verso le ore 17 del 12 dicembre, ad una settimana dal suo arrivo nella capitale, sentì esplodere, a breve distanza l’uno dall’altro, i due ordigni dell’attentato all’altare della patria. Uscito all’aperto vide alcuni passanti correre in preda al panico ed in piazza Venezia, accanto ad una delle fontane del monumento, tre giovani che riconobbe come coloro che lo avevano contattato «durante il suo breve soggiorno siciliano»; istintivamente si era avvicinato, ma questi, accortosi della sua presenza si dirigevano correndo verso un’auto parcheggiata al Centro della piazza, salivano a bordo e si allontanavano velocemente. L’auto era una Fiat 124 bianca, la stessa, gli era parso, con la quale aveva fatto il viaggio a Catania.

Fin qui i fatti raccontati da Udo Lemke ai carabinieri romani. C’è in più nel suo verbale d’interrogatorio la descrizione dettagliata degli altri protagonisti della storia: l’uomo della proposta e i tre giovani intermediari. Di questi ultimi egli è in grado di fornire anche alcuni particolari relativi ai loro nomi. Si tratterebbe di un certo Salvatore e di tal Nino Machino e di Stefano, soprannominato «Dente d’oro».

I primi accertamenti

Il colonnello Vitali, che dirige il comando C.C. in piazza S. Lorenzo in Lucina, è un uomo di temperamento. Non per nulla deve la promozione a un’entusiastica campagna di massa promossa dal quotidiano fascista Il Tempo, il quale, in occasione della cattura del famoso Cimino, magnificò le doti di tiratore del nostro eroe, definendolo «degno d’uno sceriffo del glorioso West». (Il colpo spezzo la spina dorsale e le speranze di fuga del rapinatore). Udo Lemke, molto sbrigativamente e con una procedura alquanto inedita, fu dichiarato «teste a disposizione» e trattenuto. Probabilmente non fu estranea a tale decisione la tradizionale signorilità dell’arma benemerita: anche se per soli 10 giorni, il disagiato Lemke ebbe la fortuna di essere ospitato gratuitamente nei locali del comando. Contrariamente al colonnello Vitali, il giudice istruttore Ernesto Cudillo, il magistrato che a Mantova si fece un’esperienza sifaristica, a parte le indagini e relativa archiviazione del «caso Rocca», non dà eccessiva importanza alla testimonianza del tedesco. Inoltra la richiesta d’un rapporto informativo alla questura di Palermo, la quale dopo alcuni giorni comunica che «nulla è dato sapere su tali Salvatore e Nino Machino, che risultano sconosciuti a questo ufficio, mentre il nominato Stefano detto «Dente d’oro» risulterebbe essere, secondo la descrizione fisica pervenuta, tale Galatà Stefano, di anni 25, studente, abitante a Catania in Vico Carrata. Il dottor Cudillo non ritiene però opportuno sentirlo personalmente, né tantomeno disporre un confronto tra costui e Udo Lemke. Impegnato com’è con Valpreda e compagni, si limita a far citare il Galatà come teste dall’ufficio politico della questura di Palermo, affinché lo interroghino sulle circostanze riferite dal tedesco. La risposta è rassicurante: lo studente siciliano nega recisamente di aver mai conosciuto il Lemke o un qualsiasi altro turista tedesco. Aggiunge di non sapere chi siano Nino e Salvatore, e conclude affermando che il suo ultimo viaggio a Roma risale al settembre del ’69. Il dottor Cudillo passa e avanza, tanto più che non gli risulta che il «XXII marzo», abbia propaggini nell’isola. Ogni ulteriore indagine in questa direzione sarebbe senz’altro superflua.

I contro accertamenti

Chi è questo Stefano Galatà, identificato come «studente venticinquenne», senz’altre qualifiche o aggettivazioni, dall’ufficio politico della questura di Palermo? Se il dottor Cudillo è ancora interessato alla cosa può servire il metodo che abbiamo usato noi: è poco faticoso e dà ottimi risultati. E’ sufficiente che la stessa domanda, anziché alla polizia, la rivolga a un qualsiasi cittadino catanese, in possesso di licenza elementare, requisito fondamentale per la lettura di un giornale. Si tratta infatti di personaggio assai noto alle cronache locali. Responsabile dei «volontari del MSI» di Catania. e provincia, organizzatore di innumerevoli azioni squadristiche,  accoltellatore di uno studente di sinistra nell’estate del 1968, Stefano Galatà ha avuto l’onore di essere più volte citato dalla stampa fascista come «valente camerata» e di beneficiare nel novembre del 1969 di un «premio» di 50.000 lire da parte del soccorso tricolore, il fondo di incentivazione e promozione dello squadrismo istituito dal direttore del Borghese, l’ex-repubblichino di Salò Mario Tedeschi. Quello stesso soccorso tricolore, guarda caso, che fino al dicembre distribuiva soldi ai fascisti meritevoli su segnalazione di Giancarlo Cartocci, dirigente di Ordine Nuovo, intimo di Mario Merlino, indicato nella Strage di Stato come l’esecutore materiale degli attentati all’altare della patria. Se poi il dottor Cudillo volesse approfondire, a scopi puramente accademici, la ricerca su Galatà, basterebbe rivolgersi anziché al semplice lettore di giornali a qualcuno che sia anche superficialmente a conoscenza dell’ambiente politico catanese. Scoprirebbe che Stefano «Dente d’oro», in prima linea fino al dicembre del 1969, ha improvvisamente dato segni di stanchezza ritirandosi dalla militanza attiva, anzi sparendo addirittura dalla circolazione dopo la comparsa in libreria della Strage di Stato. C’è chi dice che si trova a Pronte, una cittadina della provincia e che mantenga contatti saltuari soltanto con alcuni conoscenti, casualmente impiegati all’ufficio politico della questura di Catania, tra i quali il commissario capo dottor Riggio. Se il dottor Cudillo fosse davvero intenzionato a cercarlo, potremmo persino fornirgli delle foto, scattate col teleobiettivo, ma sufficientemente chiare. Sono a sua disposizione, magari potrebbe mostrarle a Udo Lemke.

Il teste sfortunato

Già, che fine ha fatto Udo Lemke, testimone volontario nell’indagine sugli attentati del 12 dicembre? La sua è una storia sfortunata, anche se senza confronto con quella di Armando Calzolari, il fascista del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese, trovato annegato in 80 centimetri d’acqua, dodici giorni dopo la strage; con quella di Casile e Aricò, i due compagni anarchici di Reggio Calabria, testi a discarico di Valpreda, schiantatisi contro un camion all’altezza della tenuta agricola di Valerio Borghese e con quella degli altri testimoni misteriosamente scomparsi, dei quali parleremo più diffusamente in un’altra occasione. Date le circostanza c’è da concludere che, tutto considerato, al giovane tedesco poteva andare anche peggio. Dopo 10 giorni di ospitalità forzata nel comando dei carabinieri di San Lorenzo in Lucina, il Lemke, nonostante il suo breve soggiorno italiano si fosse rivelato così emozionante, decise di cambiare aria. Il dicembre si aggrega ad una comitiva di «cappelloni» e parte per Creta. Ritornerà dopo una quarantina di giorni, esattamente l’8 febbraio del 1970. Benché qualcuno gli avesse ancora «consigliato» di partire, forse pensava che ormai, passato il peggio, l’aria romana fosse tornata respirabile. S’ingannava.

Tre giorni dopo il suo rientro nella capitale Udo Lemke viene avvicinato, in un bar di piazza di Spagna, da un giovane austriaco male in arnese, un certo Wolfang, che gli chiede se può ospitarlo per un paio di notti, finché, gli dice, non saranno arrivati i soldi che stava, aspettando da casa. Al momento dell’approccio è presente anche una ragazza canadese di 17 anni che Udo ha conosciuto durante il viaggio. I due si consultano e decidono di dare una mano all’austriaco. C’è un solo problema. Al «Sole», l’alberghetto scalcinato dove sono alloggiati, fanno delle difficoltà. Non avevano voluto affittare alla coppia una camera matrimoniale, perché la ragazza è minorenne e oltrettutto non permettono che una stanza singola venga usata da più persone. Udo non ce la fa a pagare, l’affitto di tre stanze e decide di cambiare albergo; vanno all’Hotel Flora, dove per 1.300 lire affittano una stanza a tre letti. La mattina successiva verso le 9 il tedesco esce lasciando Wolfang e la ragazza ancora addormentati. Dopo mezz’ora quest’ultima si sveglia ed esce per fare delle compere, lasciando il suo orologio. Tornerà in albergo dopo un’ora circa, trovando l’austriaco ancora sdraiato sul letto. A mezzogiorno bussano alla porta della stanza, la ragazza va ad aprire e si trova davanti due brigadieri del commissariato di PS Castro Pretorio, i quali le esibiscono un mandato di perquisizione. Nel frattempo sopraggiunge Lemke; nell’atrio dell’albergo qualcuno lo avverte che su c’è la polizia, ma lui scrolla le spalle, è convinto di non avere problemi del genere. Ancora una volta si sbagliò. Da un comodino della stanza, durante la perquisizione, salta fuori un sacchetto di cellophane contenente 10 chilogrammi di hascisc. I brigadieri invitano Udo, la ragazza e Wolfang a seguirli in questura. I primi due, pur dichiarandosi all’oscuro dell’esistenza della droga, li seguono; il terzo, giunto nell’atrio, chiede di risalire per soddisfare un bisogno fisiologico. Incredibilmente, trattandosi di un fermato per un reato del genere, il permesso viene concesso. Solo dopo un quarto d’ora il brigadiere Pedini fa mostra d’insospettirsi e va a scuotere la maniglia del gabinetto: l’austriaco Wolfang, l’occasionale compagno della coppia, si è eclissato. A questo punto la storia di Udo Lemke, testimone volontario dell’attentato del 12 dicembre, assume le caratteristiche dell’incubo. Contro di lui viene spiccato un mandato di cattura per detenzione di stupefacenti e viene associato alle carceri di Regina Coeli. Il suo nuovo compagno di cella è Mario Merlino. Dopo quattro mesi viene celebrato il processo. Il pubblico ministero è Vittorio Occorsio, lo stesso che ha «inchiodato» Valpreda alle sue responsabilità. Sul banco degli imputati Udo Lemke e la ragazza canadese protestano la propria innocenza, l’austriaco Wolfang (si chiamerà davvero così?) è scomparso nel nulla. Udo Lemke viene condannato a tre anni per detenzione a scopo di spaccio di sostanze stupefacenti; la ragazza viene prosciolta per insufficienza di prove. Due mesi più tardi il giovane studente tedesco vien trasferito nella clinica neuro-psichiatrica di Perugia per «disturbi del contegno». E’ la formula ufficiale. La sua storia, per ora, finisce qui.

Lotta Continua 24 marzo 1970 Scegliete: o dentro Bocca o dentro Occorsio

24 settembre 2012

È giunto il momento, crediamo, di denunciare Giorgio Bocca per «diffusione di notizie false e tendenziose» e per «diffamazione»; oppure, a scelta, di denunciare il procuratore Vittorio Occorsio per falso in atto pubblico, irregolarità, soppressione di prove, creazione di prove false, complicità in definitiva con gli autori della strage di Milano. L’articolo di Giorgio Bocca («Occorsio vuole perizie. Valpreda non vuole morire») non lascia dubbi. O il reato l’ha fatto Bocca o di reati (e molti) è colpevole Occorsio. Bocca ha una presa molto brillante e raffinata. Le cose non le dice ma le fa capire; soltanto che le fa capire solo a chi vuole lui e sempre con estrema gentilezza e signorilità. Noi diciamo che Pinelli è stato ucciso, lui scrive che «si ha motivo di credere che il ferroviere anarchico non s’è suicidato». E così via. Dice che «anche gli esperti possono cadere in inesattezze» e che il dottor Provenza capo della squadra politica di Roma, «uno dei nostri funzionari più intelligenti e preparati», si è confuso quando ha detto che era inevitabile che Valpreda col morbo di Burger, e con un alluce in meno, prendesse un taxi per mettere le bombe; Bocca, che è un raffinato, dice che Provenza si è confuso dal momento che Valpreda gli alluci ce li ha tutti e due; noi diciamo invece che Provenza è un bugiardo e che ha mentito per costruire indizi falsi e per indirizzare l’indagine su una pista errata. E anche l’avvocato Calvi, che ha tenuta nascosta la cosa per parecchio tempo, non è che lo si possa definire un difensore molto sollecito. Ma Bocca dice anche altre cose, dice che gli avvocati di Valpreda avrebbero qualcosa da eccepire sulle «piccole insignificanti irregolarità formali» e «sul modo di interrogare e verbalizzare». In effetti i difensori di Valpreda dovrebbero avere parecchio da eccepire, dato che le irregolarità sono molte e grossolane; Bocca però questo lo sussurra solo sommessamente, tra le righe, e recrimina anche sul fatto che la difesa sia alla mercé di «un apparato indagatorio che la mette periodicamente di fronte a nuovi fatti compiuti». E questi fatti nuovi dice anche quali sono, e si permette di dubitare della loro veridicità. Si domanda come mai «il vetrino sia rispuntato solo ora a tre mesi» e sembra che stia lì lì per rispondere: – forse perché qualcuno ce lo ha messo in un secondo tempo nella borsa -, ma poi ci ripensa e sta zitto. E sui testimoni romani il discorso è abbastanza simile; non è che siano stati ricattati, per carità; tuttavia provengono «da un ambiente ultra ricattabile di piccolo spettacolo e di piccola prostituzione». Qui l’alternativa è molto chiara; o hanno mentito i parenti di Valpreda per affetto o i testimoni romani per ricatto. Noi, siamo troppo irriverenti lo sappiamo, riteniamo giusta la seconda ipotesi.

E poi l’ultimo capolavoro stilistico di Giorgio Bocca: «…il procuratore Occorsio non ci giudicherà male, speriamo, se insisteremo su questo particolare dei mandanti su cui nella Roma politica girano tante voci, da prendere con le pinze come si dice. Anche perché scottano». A noi non importa per nulla se Occorsio e Bocca ci giudicheranno male, ma questo dei mandanti è anche un nostro pallino. Solo che noi abbiamo fatto anche delle ipotesi al proposito e sarebbe divertente e interessante approfondirle; e queste ipotesi comportano anche, non diciamo «la complicità» che è una parola pesante e non sta bene attribuirla ad un «alto magistrato», ma almeno una certa compiacenza da parte di Occorsio. E chissà perché la lettura di Bocca ci ha confermato nella nostra convinzione. A questo punto si impone una scelta: se la lettura di Bocca ci fa pensare cose cattive su Occorsio, vuol dire che le cose che scrive sono per lo meno «esagerate e tendenziose»; o se non sono «esagerate e tendenziose» vuol dire che sono vere? E allora di nuovo: – o dentro Bocca o dentro Occorsio

Lotta Continua 24 marzo 1970 Un anno di bombe: Amati e Calabresi, sempre loro!

24 settembre 2012

Lotta Continua vignetta contro Calabresi 05

1968: alcune bombe-carta o bombe molto leggere firmate dagli anarchici con una funzione esclusivamente dimostrativa e propagandistica, poste all’esterno degli edifici. Su queste azioni si innesta l’intervento terroristico dell’estrema destra, con la complicità della polizia e della magistratura.

25 aprile: bombe al padiglione Fiat della Fiera e alla Stazione Centrale. Alcuni feriti.

Le indagini del giudice Amati vanno subito verso la sinistra: fermo di una trentina di persone a scopo diversivo, e poi l’arresto a colpo sicuro di 5 anarchici (è simpatico notare come sia sempre Luigi Calabresi a notificare i mandati di cattura); contro i coniugi Corradini non si trova il minimo indizio ma rimangono in carcere e il giudice Amati respinge 5 domande di scarcerazione. Poi la sezione istruttoria decide la scarcerazione degli anarchici. «Si rileva che gli interrogatori di Corradini, Vincileoni, e Pulsinelli si sono limitati alla semplice indicazione delle accuse, a richieste di chiarimenti circa le amicizie, i contatti, gli incontri con altri imputati, a delucidazioni su circostanze di secondaria importanza …va aggiunto che nei confronti dei coniugi Corradini nemmeno il capo d’accusa ha alcuna precisazione sulla modalità e sui termini coi quali si sarebbe effettuata la loro partecipazione agli attentati …pertanto i tre imputati devono essere scarcerati …L’ordinanza con la quale il giudice istruttore respinge l’istanza di scarcerazione dei difensori proprio sul punto essenziale delle indicazioni delle prove a carico, si risolve in un’affermazione apodittica e non fornisce alcuna giustificazione e spiegazione per le ragioni che determinavano il magistrato a respingere l’istanza stessa …il giudice non può tenere segreti gli elementi di colpevolezza raccolti o comunque esistenti agli atti del processo…». Nonostante questo il giudice Amati il 13 novembre spiccava i nuovi mandati di cattura «a seguito delle rivelazioni di una testimone segreta».

Dopo meno di un mese l’«Observer» e il «Guardian» pubblicavano un documento segreto greco in cui tra l’altro era scritto: «Le azioni che era stato previsto fossero realizzate prima non è stato possibile realizzarle che il 25 aprile. La modifica dei nostri piani ci fu imposta dal fatto che era difficile penetrare nel padiglione Fiat. Entrambi i fatti hanno prodotto effetti considerevoli». Certo per Amati e Calabresi era difficile accettare e vagliare questa ipotesi dal momento che sull’altra (responsabilità anarchica) avevano puntato tutto, tenendo in prigione per 7 mesi 2 compagni e rifiutando tuttora l’istanza di scarcerazione per altri 3. I coniugi Corradini vengono scarcerati, dopo 7 mesi, per mancanza di indizi; a Braschi non vengono nemmeno addebitati gli attentati del 25 aprile; Pulsinelli e Della Savia hanno un alibi. Nonostante questo rimangono ancora in prigione e nonostante esista un documento che afferma chiaramente la paternità fascista degli attentati.

8-9 agosto: attentati sui treni. Si cerca di attribuire la colpa agli anarchici; poi si preferisce tacere e l’inchiesta non va avanti; dopo molti mesi si cerca di coinvolgere Pinelli (ed è Guida che cerca di farlo in maniera maldestra). Senonché saltano fuori i nomi di due confidenti della polizia, Chiesa e Di Luia appunto.

12 dicembre: strage di Milano. Sappiamo tutti come vanno le cose, ma non è superfluo ricordare qualche particolare. Le indagini si dirigono subito verso l’estrema sinistra. Calabresi e Amati (sempre loro) accusano gli anarchici. Vengono fermati, interrogati e perquisiti 588 militanti della sinistra extraparlamentare e 12 fascisti (rilasciati per primi). Giuseppe Pinelli viene fermato il venerdì pomeriggio. Domenica sera dovrebbe essere o rilasciato o portato a S. Vittore. Rimane in questura e solo il lunedì la magistratura viene avvisata del suo fermo. È durante un fermo illegale quindi che Pinelli viene suicidato (e di questo «suicidio» ne abbiamo già parlato). Vi ricordiamo i nomi dei presenti: Luigi Calabresi, Sabino Lo Grano, Vito Panessa, Mucillo e un altro di cui ancora non è certa l’identità. Il martedì (che combinazione!) suicidio di Pinelli e riconoscimento di Valpreda da parte di Rolandi. A Rolandi, a Milano, viene mostrata una sola foto, quella di Valpreda; poi a Roma durante il riconoscimento (un anarchico «confuso» tra una fila di poliziotti) Rolandi indica Valpreda, poi ci ripensa: «se non è lui, qua dentro non c’è ». La frase non Viene messa a verbale. Questa prassi scorretta viene seguita per tutto il resto dell’istruttoria. Le perizie, quelle sulla bomba e quelle sul vetrino, vengono prima fatte a casa in privato, senza avvisare la difesa, e poi solamente in un secondo tempo si fanno le perizie ufficiali. L’ultima perizia proposta è quella psichiatrica; il piano ora si delinea con maggiore chiarezza: un organizzatore di attentati che compie errori così grossolani non può essere che pazzo.

E questa versione può forse accontentare tutti; il sistema democratico, nonostante qualche elemento malato, è sostanzialmente sano. Il secondo corriere delle bombe, pian piano, lo si sta già individuando; Antonino Allegra (un gentiluomo così riservato, abitualmente) ipotizza e suggerisce un nome: chissà che non sia Sottosanti – dice. E intanto si cerca di far ritornare l’ipotesi Pinelli nella responsabilità degli attentati (o nella versione dell’ingenuo tradito o in quella dell’organizzatore e del capo; in definitiva quel viaggio a Roma l’ha davvero fatto).

Occorsio vigila e trova prove in continuazione. Occorsio, lo sanno tutti, è un uomo di Sargat, e Saragat è il Presidente; se ci si deve fidare del Presidente, ci si può fidare anche del suo uomo. Occorsio ha dietro di sé una bella carriera. Democratico ma non troppo, reazionario ma con moderazione. Fa il pubblico ministero nel processo SIFAR-Espresso e anche qua fa quello che gli dice il Presidente; ma forse travisa il senso di qualche parola ed esagera: chiede l’assoluzione dei giornalisti. Si rifarà brillantemente dopo parecchi mesi, sempre, contro un altro giornalista. Il Presidente, dopo la strage di Milano dice che «davanti alla magistratura giacciono numerose denunce» e Occorsio collabora a portarle avanti. Chiede una «severa condanna» per Tolin e l’ottiene. E bravo Occorsio! Anche il PCI ha fiducia in te; i suoi avvocati non fanno una grinza di fronte ai vizi dell’istruttoria; anche loro obbediscono al Presidente; sanno che le istituzioni sono fragili e bisogna averne rispetto.

Lotta Continua 17 gennaio 1970 La bomba di Milano: chi indagherà sugli indagatori?

23 settembre 2012

Lotta Continua 17 gen1970 n1 La bomba di Milano: chi indagherà sugli indagatori?  La mattina di lunedì scorso quando i giornalisti poterono finalmente vedere i verbali degli interrogatori dell’inchiesta sugli attentati, molti ci rimasero male. Le decine di cartelle dattiloscritte non davano le rivelazioni attese, non giustificavano neppure la permanenza in galera degli arrestati. Anzi, rivelavano meno di quel po’ che si sapeva già. Per quasi un mese la giustizia dello stato borghese ha tenuto isolati dal resto del mondo gli imputati. Nemmeno gli avvocati hanno potuto vederli. Solo ogni tanto scivolava tra le maglie del ‘segreto’ istruttorio qualche ‘clamorosa notizia’ ed era il Corriere della Sera, il figlio prediletto, a sparare sostenendo sempre la colpevolezza degli accusati: Ci sono le prove! Li hanno beccati! Tutto è chiaro! Ed ecco che al dunque il primo round del’inchiesta rivela un fondale di carta pesta. Non si vedono né prove, né confessioni, né spiegazioni, tutti gli imputati hanno degli alibi.

La testimonianza di un taxista (contraddetta, negata, corretta e già di per se strana) e le volonterose indicazioni di un fascista. Tutto qui. Questi i cardini dell’accusa contro Valpreda e gli altri. Da quattro settimane si ripeteva che gli accusati degli attentati del 12 dicembre erano inchiodati da chiare prove. Sembrava quasi a questo punto che ‘si sapesse’ sin dall’inizio come dovrà andare a finire l’inchiesta, solo che i pezzi del mosaico tardano a quadrare e spesso i tempi sono sbagliati come in una commedia in cui qualche attore sbaglia le ‘entrate’ scritte nel copione.

Valpreda avrebbe portato le bombe in taxi (centocinquanta metri in taxi per poi tornare indietro a piedi di cento metri!). Il taxista lo dice alla polizia la stessa sera di venerdi 12, ma la circostanza è passata sotto silenzio (troppo presto?). Lunedì 15, appena fermato Valpreda (nessuno lo sa ancora), il taxista va – questa volta – dai carabinieri, come da vecchi conoscenti. Racconta una versione diversa da quella raccontata al dottor Paolucci. (Questa versione subirà aggiustamenti nei giorni successivi per far quadrare l’imbarazzante contraddizione.).

Intanto Valpreda è spedito a Roma dove (prima ancora di aver sentito il taxista) già sanno che è lui l’uomo da cercare. Nel frattempo a Rolandi mostrano a Milano le foto di Valpreda e poi lo mandano a Roma. E’ arrivato da pochi minuti all’aeroporto che il Corriere sa già – e pubblica – del riconoscimento (non ancora avvenuto!). Poco dopo alla questura di Roma, si viene a sapere che il riconoscimento è avvenuto. Tutto bene. Però il riconoscimento avverrà quattro o cinque ore dopo.

Il fascista Merlino è l’altro cardine dell’accusa. Anche lui sa, sapeva, di dinamite, bombe, attentati. Però molti indicano Merlino come confidente della polizia e quindi quello che conosceva Merlino avrebbe dovuto conoscerlo pure la questura. Valpreda sapeva che quanto si diceva e faceva al circolo «22 marzo» di Roma era noto alla polizia. E avrebbe organizzato lo stesso gli attentati? Non solo, ma è confermato che la polizia giudicava da tempo Valpreda e i suoi  amici dei dinamitardi. In queste condizioni come avrebbero potuto preparare ordigni cosi complessi e piazzare cinque bombe senza che la questura si accorgesse di nulla?

Oggi all’opinione pubblica le cose ‘note’ vengono fatte arrivare una ad una, come in un film giallo molto dosato, attraverso fughe di notizie o rivelazioni del Corriere della Sera. Ma questo non fa che confermare che ci sia sempre qualcuno che sa già da prima le cose, anche al di là delle prove raggiunte. Per esempio Calabresi dell’Ufficio Politico della questura di Milano, la sera stessa degli attentati avrebbe detto (ma poi la frase – pubblicata – è stata smentita) che l’inchiesta si orientava verso i gruppi di estrema sinistra. Ma ancora prima, mezz’ora dopo la bomba di piazza Fontana, il magistrato milanese Amati (riferisce il Corriere della  Sera) consiglia di iniziare subito le indagini negli ambienti anarchici e lo stesso Amati ricevendo Valpreda prima ancora che sia  fermato dice: «Perché voi anarchici amate tanto il sangue? ». (Corriere)

Sapevano – in questura – che l’anarchico Pinelli non c’entrava per nulla (e l’hanno detto in questi giorni). Eppure dopo il volo dalla fìnestra il questore Guida disse che Pinelli era «fortemente indiziato». Disse anche che l’alibi dell’anarchico era crollato. Invece in questura sapevano che l’alibi c’era. Una fretta singolare di mettere in cattiva luce l’uomo che stava morendo all’ospedale. «Vi giuro – disse Guida – che non l’abbiamo ucciso noi». Perché questa discolpa non richiesta? Che cosa ancora sapeva il questore? È vero, come sembra in questo momento, che l’ambulanza per il Pinelli fu chiamata due o tre minuti prima che l’uomo volasse dal quarto piano della questura di Milano?

Anche a Roma si sapeva qualcosa, indubbiamente. Ad esempio si sapeva di voler mettere le mani su Valpreda. Prima che saltasse fuori la testimonianza del taxista, a Roma sapevano di volere Valpreda e – a quanto sembra – c’era chi sapeva già che l’inchiesta sarebbe stata condotta dalla magistratura romana. Perché a Roma? Forse lo potrebbe spiegare il sostituto procuratore Occorsio che oggi si occupa degli attentati. Questo magistrato romano è una persona in vista: fu Pubblico Ministero nel processo contro il compagno Tolin. Il compagno Tolin si prese 17 mesi per reati d’opinione.

Sicuramente c’è qualche gruppo che sa tutto: sapeva che le bombe stavano per essere messe, chi le aveva messe e chi doveva essere accusato. Qualche gruppo, e non qualche gruppetto di pseudo-anarchici o tanto meno di anarchici. Sarà utile – a questo proposito – rivedersi il settimanale Epoca in data 10 dicembre (due giorni prima delle bombe). Epoca lanciò una copertina tricolore e un incredibile articolo: «Colpo di stato: è possibile?» .. « L’Italia è senza dubbio ad una svolta nella sua storia». In una situazione eccezionalmente drammatica «le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana … nel giro di mezza giornata ».

Del resto quattro giorni prima due quotidiani inglesi si preoccupavano della possibilità di un colpo di stato in Italia. Tutto questo prima degli attentati.

Evidentemente, quindi, dietro le quinte qualcuno sapeva e ancor oggi sa chi ha messo le bombe o chi conviene accusare: giornali come La Notte (semifascista) e Sole-24 Ore (Confindustria) hanno indicato subito le sinistre. Il Corriere della Sera ha fatto e sta facendo il resto. Con la fragile inchiesta continua spudoratamente la campagna di attacco alle forze rivoluzionarie.

Se avevano in mente dalle prime ore Valpreda, se sapevano tutto del Circolo «22 marzo», perché polizia e magistratura hanno compiuto centinaia di fermi, denunce, perquisizioni, controlli telefonici, esami di documenti e schedari di compagni operai e studenti?

I colpi di stato si fanno in molti modi. Non sempre vanno bene i carri armati che possono dar fastidio a una parte della borghesia. I meccanismi della giustizia borghese – invece – vanno meglio, possono servire per colpire in modo massiccio e selezionato la classe operaia, soprattutto sotto la cortina fumogena di un’inchiesta giudiziaria.

Umanità Nova n44 13 dicembre 2009 Chi si ricorda di Piazza Fontana? di Luciano Lanza

9 novembre 2011

Milano, 12 dicembre 1969, ore 16,37: un boato scuote il centro di Milano. Alla Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana è scoppiata una bomba. Risultato? Ben 17 morti e quasi un centinaio di feriti. Una strage, anzi la strage che segna la storia di questo Paese. La bomba di piazza Fontana non è l’unica a esplodere quel giorno. Un’altra viene ritrovata poco lontano nella sede della Banca commerciale in piazza della Scala. Per fortuna non è esplosa, verrà fatta brillare quattro ore dopo distruggendo prove importanti. Ma la sequenza esplosiva non si esaurisce a Milano. A Roma tra le 16,40 e le 16,55 in un corridoio sotterraneo della Banca nazionale del lavoro in via Veneto scoppia un’altra bomba che causa 14 feriti fra gli impiegati dell’istituto. Infine, dopo le 17,20 all’altare della patria in piazza Venezia, esplodono altri due ordigni di minore potenza. Quattro feriti.

Sono passati quarant’anni e di quella strage che cosa sappiamo? Tutto o quasi niente?

Torniamo a quel tragico dicembre.

Chi sono gli autori degli attentati? A Milano c’è chi ha già le idee chiare: è il prefetto Libero Mazza che nella sera del 12 invia un fonogramma a Mariano Rumor, presidente del consiglio: «Ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza verso gruppi anarcoidi aut frange estremiste. Est già iniziata, previe intese autorità giudiziaria, vigorosa azione rivolta at identificazione et arresto responsabili». Ed è quanto pensano anche i dirigenti dell’ufficio politico della Questura di Milano, Antonino  Allegra e il suo vicecommissario Luigi Calabresi: banche e altare della patria sono obiettivi anarchici o di estremisti di sinistra e agiscono di conseguenza. E, infatti, Calabresi va al Circolo anarchico di via Scaldasole, lì trova un anarchico, Sergio Ardau, poi arriva anche Giuseppe Pinelli che seguirà con il suo motorino la macchina con cui Calabresi porta in Questura Ardau. Pinelli, trattenuto illegalmente (il fermo di polizia era scaduto) uscirà la mezzanotte del 15 dicembre dalla stanza di Calabresi al quarto piano di via Fatebenefratelli precipitando dalla finestra.

Per quella morte non ci sono responsabili. I poliziotti che interrogavano Pinelli nella stanza di Calabresi vengono prosciolti il 27 ottobre 1975 dal giudice Gerardo D’Ambrosio, oggi senatore del Partito democratico. Pinelli muore, secondo la sentenza di D’Ambrosio, perché colpito da un «malore attivo». Pinelli non si accascia sul davanzale della porta-finestra, ma fa una sorta di balzo oltre il davanzale. Un malore che non ha precedenti nella storia della medicina legale.

Il «ballerino anarchico»

Sempre il 15 dicembre, alle 10,35, Pietro Valpreda, milanese trasferitosi a Roma, entra al Palazzo di giustizia di Milano. Deve essere interrogato dal giudice Antonio Amati per dei volantini contro il Papa. Quando esce dallo studio di Amati viene prelevato da due poliziotti. Breve interrogatorio in via Fatebenefratelli. Poi, colpo di scena, viene trasferito a Roma. Ad attenderlo c’è Umberto Improta, commissario della squadra politica e anni dopo questore di Milano. Il 16 dicembre Valpreda è sottoposto a un confronto «all’americana»: in mezzo ad alcuni poliziotti viene riconosciuto dal tassista Cornelio Rolandi. Prima del confronto Rolandi dichiara: «L’uomo di cui ho parlato è alto metri 1,70-1,75, età circa 40 anni, corporatura regolare, capelli scuri, occhi scuri, senza barba e senza baffi. Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere la persona che io dovevo riconoscere. Mi sono state mostrate anche altre foto di altre persone». E Rolandi indica Valpreda. L’anarchico gli chiede di guardarlo meglio. Rolandi replica: «È lui. E se non è lui qui non c’è».

Con questa testimonianza, poi smontata dagli avvocati della difesa, viene creato il «mostro». Il giorno dopo tutti giornali titoleranno sul ballerino anarchico Valpreda accusato di strage.

In che cosa consiste la testimonianza di Rolandi? Alle quattro del pomeriggio del 12 dicembre avrebbe preso sul suo taxi, fermo al posteggio in piazza Beccaria un cliente che gli chiede di portarlo all’incrocio con via Santa Tecla. Lì gli dice di aspettarlo. Scende con una borsa nera, dopo poco ritorna e si fa accompagnare in via Albricci. Una cosa pazzesca: per risparmiarsi 135 metri a piedi ne avrebbe compiuti 234 fra andata e ritorno al taxi. Con in più il rischio di farsi riconoscere dal tassista.

La pista neonazista

Spostiamo l’inquadratura dall’asse Milano-Roma. A Vittorio Veneto. Un professore di nome Guido Lorenzon va dal suo avvocato, Alberto Steccanella. Lorenzon è agitato. A Steccanella riferisce di un colloquio avuto nel pomeriggio del 13 dicembre con l’amico Giovanni Ventura, che gli parla degli attentati del giorno prima mostrando conoscenze precise della dinamica e dei luoghi degli attentati. Tanto precise da lasciarlo impressionato. Insomma, Lorenzon confida all’avvocato di credere che l’amico sia coinvolto in quegli attentati. L’avvocato Steccanella porta un memoriale di Lorenzon al procuratore di Treviso, il giudice Pietro Calogero interroga Lorenzon, poi trasmette il tutto ai magistrati romani Ernesto Cudillo e Vittorio Occorsio. Questi interrogano sia Franco Freda sia Giovanni Ventura, ritengono che «Le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento», tanto che definiscono Ventura «una brava persona» e Freda «un galantuomo».

Facciamo un salto nel tempo. I giudici della Corte d’appello di Milano, il 12 marzo 2004, assolvono Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni e Delfo Zorzi (vedremo presto chi sono) dall’accusa per piazza Fontana, ma riconoscono che Giovanni Ventura e Franco Freda, già condannati a 15 anni per le bombe a Milano del 25 aprile, per le bombe sui treni fra l’8 e il 9 agosto dello stesso anno e per associazione sovversiva sono i responsabili anche della strage di piazza Fontana: «L’assoluzione di Freda e Ventura è un errore frutto di una conoscenza dei fatti superata dagli elementi raccolti in questo processo». E questo verrà confermato il 3 maggio 2005 dalla Cassazione, mettendo fine alla lunga sequenza di processi.

Il giudice Salvini indaga

Quanto sono durati i processi? Il primo inizia a Roma il 23 febbraio 1972, ma dopo poche udienze viene trasferito a Milano. Nel capoluogo lombardo non si tiene neppure un’udienza perché la Cassazione trasferisce il processo a Catanzaro. Bisognerà aspettare il 1975 perché partano le udienze nella città calabrese. La prima sentenza è del 1979: condannati all’ergastolo Freda, Ventura e Guido Giannettini per strage. Assolto per insufficienza di prove Valpreda. Nel 1980 la sentenza in appello: tutti assolti per piazza Fontana e nel 1987 la Cassazione conferma.

Ma nel gennaio 1989 il giudice istruttore (oggi giudice per le indagini preliminari) Guido Salvini apre una nuova inchiesta sull’eversione di destra e su piazza Fontana: il 13 marzo 1995 rinvia a giudizio molti militanti di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, fra cui Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Il 30 giugno 1997 i tre vengono condannati all’ergastolo per piazza Fontana. Nel 2002 assolti in Appello e, infine, nel 2005 assolti dalla Cassazione.

Così si chiude con un nulla di fatto questa «storia infinita». Questa storia che ha visto coinvolti personaggi di primo piano della politica italiana, servizi segreti e apparati dello stato italiano. Apparati deviati si è sempre detto, mentre il giudice Salvini ha scritto: «La presenza di settori degli apparati statali, nello sviluppo del terrorismo di destra, non può essere considerata “deviazione”, ma normale esercizio di una funzione istituzionale».

Realtà processuale e realtà storica, dunque, non coincidono. Ed è comprensibile: la verità storica (chi può dubitarne?) è quella che indicarono con precisione gli anarchici milanesi nella conferenza stampa del 17 dicembre 1969: «Pinelli è stato assassinato, Valpreda è innocente, la strage è di stato».

Luciano Lanza

A rivista anarchica n 313 dicembre 2005 gennaio 2006 Pinelli Piazza Fontana Il commissario-finestra di Patrizio Biagi

29 settembre 2011

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/313/61.htm

Il commissario Luigi Calabresi non era certamente quello che oggi molti vorrebbero far apparire

Trentatré anni fa il dott. Luigi Calabresi, commissario della squadra politica della questura di Milano, veniva avvicinato da alcune persone che dichiararono in seguito di averlo fatto nell’intento di “scambiare quattro chiacchiere come si usa tra amici”. Alle contestazioni mossegli da costoro, circa le sue palesi responsabilità nell’assassinio dell’anarchico Giuseppe Pinelli, il commissario negò decisamente ogni addebito. Ma quando, per tendergli un trabocchetto, gli fu detto: “Calabresi confessa, che il tuo amico Allegra ha parlato”, il commissario, dopo essersi sbiancato in volto, mormorò: “È la fine della polizia di stato”, poi con mossa felina (il gesto fu talmente repentino che nessuno riuscì a fermarlo. Solo uno dei presenti riuscì a togliergli la terza delle due pistole che aveva con sé) afferrava una pistola e si sparava un colpo in testa.

Una rapida inchiesta archiviò subito il caso come morte accidentale (non volendo usare il termine suicidio che risultava essere un tantino forte), ma le patriottiche coscienze non potevano accettare una simile tesi e l’inchiesta fu così riaperta, dimostrando che non di morte accidentale (o suicidio) si era trattato, bensì di malore attivo: infatti il Calabresi alla notizia della confessione di Allegra sarebbe dapprima impallidito, poi, colto da malore attivo (malore che invece di provocare un accasciamento nel colpito, provoca in lui un raptus attivo) afferrò, senza rendersene conto, la pistola d’ordinanza e, sempre inconsciamente, si sparò il famoso colpo alla testa.

Sotto le finestre della questura

Questa ricostruzione dei fatti è ovviamente fantasiosa e non risponde certo alla realtà dei fatti, come fantasiose e non rispondenti alla realtà dei fatti furono le varie versioni sul “volo” di Pinelli date dalla questura e le due inchieste che ne archiviarono la morte, prima come “morte accidentale” (??!!) e poi come “malore attivo”.

Come non ci convinse allora la tesi del suicidio (troppo spudorate furono le menzogne della questura e di quella magistratura che queste menzogne aveva fatte sue), non ci convincerà in seguito, ne ci convince tuttora, la ridicola tesi del malore attivo, tesi partorita nel clima politico di “compromesso storico” (l’inchiesta fu chiusa nel 1975) che sempre più si stava facendo strada, tra le forze politiche istituzionali, nella seconda metà degli anni ’70.

Pinelli cadde a piombo sotto le finestre della questura. Un malore attivo lo avrebbe dovuto portare (lui alto 1,67) ad oltrepassare con un balzo il davanzale di una finestra che (con l’aggiunta di una piccola ringhiera) misurava ben 94 cm. Salto abbastanza difficile da attuare se si pensa che avrebbe dovuto compierlo da fermo, stando vicino al davanzale e senza prendere nessun tipo di rincorsa. In più il corpo in caduta avrebbe dovuto descrivere una parabola, che avrebbe allontanato il suo corpo di qualche metro dal muro dell’edificio, e non cadere a piombo come un oggetto inerte. Un’altra cosa: in quale paese “democratico” si è mai visto un inquisito che, durante l’interrogatorio, viene lasciato libero di avvicinarsi ad una finestra aperta, senza che venga presa la benché minima precauzione onde evitare tentativi di suicidio derivanti dalla durezza dell’interrogatorio?

Vasta montatura

Calabresi, che oggi la stampa ha rivestito degli “abiti nuovi” di poliziotto democratico che fa il suo dovere per il bene della collettività, fu tra gli artefici, insieme al giudice Antonio Amati, all’allora questore di Milano Marcello Guida, al capo dell’ufficio politico della questura Antonino Allegra, al giudice Ernesto Cudillo, al pubblico ministero Vittorio Occorsio, al giornalista del “Corrierone” Giorgio Zicari e ad altri meno noti ma ben più pericolosi, di una vasta montatura tendente a screditare i movimenti di emancipazione e della “nuova sinistra”, nel tentativo di giustificare una involuzione autoritaria del sistema. Montatura che ebbe le sue punte massime nell’addossare, contro ogni evidenza e ragionevolezza, la responsabilità delle bombe del 25 aprile (Fiera Campionaria e Stazione Centrale), dell’8 e 9 agosto (attentati a vari treni) e la strage di stato del 12 dicembre 1969 agli anarchici.

Calabresi fu forse una figura di secondo piano all’interno di questo vasto disegno reazionario, cionondimeno il suo nome sarà di gran lunga il più tristemente famoso di tutti e resterà per sempre e indissolubilmente legato alla morte di Giuseppe Pinelli. Sarà sempre ricordato, nella coscienza di molti che quei momenti hanno vissuto, come uno dei responsabili (assieme ai poliziotti e carabinieri presenti in quella stanza della questura: Panessa, Mucilli, Mainardi, Caracuta, il tenente Lo Grano, …) della morte dell’anarchico.

Ma cerchiamo ora, con l’aiuto di alcuni brani di scritti contemporanei alle gesta del nostro eroe, di ridefinire il più nettamente possibile, anche se per sommi capi, un “profilo” che la stampa, a seguito della riapertura delle indagini sulla sua morte, ha contribuito a rendere oltremodo sfumato.

Nel ’69 viene trasferito a Milano giusto in tempo per occuparsi a modo suo delle bombe del 25 aprile. In tandem con il giudice Amati indirizza subito, e a senso unico, le indagini verso gli ambienti anarchici e dopo aver fatto passare molti anarchici al setaccio ne tratterrà alcuni come colpevoli dei due attentati (Braschi, Faccioli, Vincileoni e Corradini, ai quali si uniranno più tardi Pulsinelli, Della Savia, Norscia e Mazzanti).

È curioso notare il metodo, da lui usato nel condurre le indagini e che lo portano spesso a valicare i limiti del suo specifico ruolo di semplice commissario aggiunto della squadra politica.

Difatti (…). È lui che, sostituendosi ai magistrati, va in carcere a far fare perizie calligrafiche ai detenuti ed estrae il Braschi da San Vittore per fargli riconoscere ad ogni costo la cava fatale (1): è lui che notifica i mandati di cattura rabbiosamente emessi da Amati dopo l’ordinanza della Corte d’Appello (2). È lui che insieme ai suoi tre fedelissimi percuote e minaccia Faccioli negli interrogatori, è lui che, secondo le deposizioni e le lettere degli anarchici, non lascia dormire il Faccioli per tre giorni e tre notti e con un pretesto lo porta fuori Milano in macchina per farlo scendere ed ordinargli di correre avanti, mentre lui vien dietro a fari spenti (“Possiamo romperti le ossa come niente, e poi dire che è stato un incidente…”); è lui che, sempre secondo le deposizioni degli imputati, picchia Braschi minacciando di imprigionare sua madre e di infilargli della droga in tasca; è in questo periodo che lo chiamano “il comm. Finestra”; è sempre Calabresi che mette la sua firma alla deposizione della Zublena “dimenticandosi” di farla firmare a lei: la deposizione riguarda le responsabilità dinamitarde degli imputati Corradini che in dibattimento la Zublena dichiarava di non conoscere. (…) (3).

Il movimento anarchico cerca intanto di reagire a questa montatura che non fa presagire nulla di buono. Cominciano le stesure dei comunicati inviati alla stampa e da essa sistematicamente ignorati, la stesura di documenti di analisi sulla situazione, le conferenze, i sit-in davanti a San Vittore e al Palazzo di Giustizia in solidarietà con gli anarchici arrestati, gli scioperi della fame, le manifestazioni, ecc.

Ma se gli anarchici si muovono nemmeno Calabresi e i suoi accoliti stanno fermi. Con ferocia aggrediscono a sberloni gli anarchici che stazionano davanti al Palazzo di Giustizia e distruggono diverso materiale di controinformazione. In quest’opera di repressione sembra che uno dei più attivi sia stato appunto Calabresi.

Il livore antianarchico di Calabresi è talmente palese che durante una manifestazione del settembre, arriverà persino, dopo averlo preso in disparte, a minacciare rabbiosamente Giuseppe Pinelli: (…) a un certo punto a Pinelli si era avvicinato Calabresi chiedendogli di sciogliere la manifestazione. Non poteva scioglierla, dato che non era stato lui ad organizzarla, aveva risposto il Pinelli; in più i manifestanti avevano la sua solidarietà. “Pinelli, stai attento” aveva ribattuto Calabresi, “ché alla prossima occasione te la faccio pagare” (…) (4). Difatti nella notte tra il 15 e il 16 dicembre…

Oltre il normale fermo di legge

12 dicembre ’69: scoppia una bomba in piazza Fontana ed è strage. Calabresi intervenuto subito dichiarerà ai giornalisti presenti che per lui la strage è opera degli anarchici.

In giornata vengono fermati 588 anarchici e militanti della sinistra extraparlamentare e 12 fascisti (che saranno rilasciati subito dopo). Il fermo dei fascisti è solo per fare un po’ di polverone, per far vedere che si indaga in ogni direzione senza alcuna prevenzione, ma la coppia Amati-Calabresi ha già in mente su chi scaricare le responsabilità di questa feroce carneficina.

Tra coloro che vengono fermati vi è anche Giuseppe Pinelli, il quale sarà trattenuto oltre il normale fermo di legge, senza che la magistratura venga informata di questo prolungamento del fermo, diventando a tutti gli effetti (se visto in un’ottica di formalità legale) un vero e proprio sequestro di persona degno dei più biechi stati di polizia che, negli anni ’60/’70, costellavano il continente sudamericano e non solo. Pinelli entrò in questura il pomeriggio del 12 dicembre e ne uscì (passando per la finestra) a mezzanotte circa del 15 e in questi tre giorni fu sottoposto a pesanti interrogatori nei quali non mancarono, sicuramente, pestaggi, minacce e violenze morali.

(…) Verso sera un funzionario si è arrabbiato perché parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che è adiacente all’ufficio del Pagnozzi: ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lanciava ai suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione tutta la notte. Di notte Pinelli è stato portato in un’altra stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso. Mi è parso molto amareggiato. (…). Io gli ho detto: “Pino perché ce l’hanno con noi?” e lui molto amareggiato mi ha detto: “Sì, ce l’hanno con me”. (…). Verso le otto è stato portato via e quando ho chiesto ad una guardia dove fosse mi ha risposto che era andato a casa. (…).

Dopo un po’, verso le 11,30, ho sentito dei rumori sospetti come di una rissa e ho pensato che Pinelli fosse ancora lì e che lo stessero picchiando. Dopo un po’ di tempo c’è stato il cambio di guardia, cioè la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l’uscita, gridando “si è gettato”. Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli: mi hanno anche detto che hanno cercato di trattenerlo ma non vi sono riusciti. Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli cascò. Inoltre mi hanno detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli (…) (5).

L’arresto degli ex militanti di Lotta Continua (Sofri, Pietrostefani e Bompressi) fa pensare che sia in atto qualcosa di più della semplice ricerca della verità sulla morte di Calabresi, fa pensare che qualcuno intenda cancellare e riscrivere la storia di un periodo, che culturalmente e politicamente ha significato molto per l’acquisizione di sempre più ampi spazi di libertà, riconducendolo ad un semplice scontro violento e militare tra lo stato e i suoi antagonisti, dove questi ultimi rappresentavano le forze disgregatrici della “democrazia”. Parola sempre pronta ad uscire fuori, e molto spesso a sproposito, come il classico coniglio dal cilindro del prestigiatore. Non solo. Nel frattempo si tenta di “riabilitare”, di fronte a chi ha la memoria corta e non possiede memoria storica, un personaggio che non potrà mai essere riabilitato.

Non vorremmo passare per gente che si è costruita la sua bella “verità” preconcetta, ma pensiamo che la verità sulla fine di Pinelli sia ancora presente sui muri, e che basterebbe scrostare qualche strato di vernice per trovarvi scritto sotto a caratteri cubitali: Pinelli è stato assassinato!

Patrizio Biagi

Note

1 – Cava dove Paolo Braschi, assieme a Piero Angelo Della Savia, si sarebbe procurato secondo l’accusa, l’esplosivo per confezionare le bombe, e in cui, sarebbe risultato in seguito, non si verificò alcun furto di esplosivo.

2 – Dopo oltre sette mesi di carcerazione, la Corte d’Appello concesse la libertà provvisoria a cinque degli anarchici arrestati, ma mentre Eliane Vincileoni e Giovanni Corradini poterono uscire, per gli altri tre (Braschi, Faccioli e Pulsinelli) il giudice Amati spiccò nuovi mandati di cattura evitando così la loro scarcerazione e giustificando questo provvedimento con il fatto di avere acquisito una preziosa supertestimone. La supertestimone di Amati sarà Rosemma Zublena, una psicolabile che al processo crollerà dimostrando di essere stata strumentalizzata dallo stesso Amati e dal commissario Calabresi.

3 – Camilla Cederna, Pinelli una finestra sulla strage, Feltrinelli, Milano, 1971. Il libro è stato ripubblicato nel novembre 2004 dalla Casa editrice Net.

4 – Id.

5 – Stralci della testimonianza di Pasquale Valitutti riportata in: Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni, Biblioteca delle collane Anteo e La Rivolta, Catania, 1970

A rivista anarchica n 300 giugno 2004 Nessuno ha messo la bomba Ci risiamo: nessun colpevole per la strage del 12 dicembre 1969 di Luciano Lanza

29 settembre 2011

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/300/15.htm

I giudici della Corte d’appello di Milano hanno seguito un copione già scritto negli anni passati. Rimediando al “passo falso” della prima sentenza del 2001. Quella strage non ha colpevoli. E così hanno assolto i tre neonazisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Per non parlare dei “pezzi da novanta” solo sfiorati dalle indagini. Ma liberi e tranquilli. Oppure ormai sepolti. Gli anni passano per tutti…

I colpevoli? Non ci sono. Non bisogna più cercarli. Fatica e soldi sprecati. Così si potrebbe chiudere il commento alla sentenza d’appello del “nuovo corso” giudiziario sulle bombe del 12 dicembre 1969. Quella a Milano in piazza Fontana (Banca nazionale dell’agricoltura) con 16 morti (più uno) e più di ottanta feriti (i registrati, ma in verità sono almeno una decina in più) e quelle a Roma. Nella capitale esplode una bomba alla Banca nazionale del lavoro, con 14 feriti, e due all’altare del Milite ignoto, quattro feriti.

Sì, basta cercare colpevoli dopo 34 anni (a dicembre saranno 35), la politica, la società civile e chi più ne ha più ne metta, non ne vogliono più sapere (dicono) di questa storia vecchia. E i giudici di Milano hanno mandato tutti a casa. Cioè non colpevoli. Pazienza. Solo un imbecille potrebbe sostenere che la verità viene scritta nei tribunali.

Residuati neonazisti

Ricominciamo da capo. Il 12 marzo 2004, la Corte d’appello di Milano ha annullato la sentenza del 30 giugno 2001 che aveva condannato all’ergastolo Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi (Ordine Nuovo del Veneto) e Giancarlo Rognoni (gruppo La Fenice di Milano) per la strage di piazza Fontana. Quella strage non ha più colpevoli. Nemmeno quei tre residuati del neonazismo. E non c’è da stupirsi. Aveva stupito la prima sentenza del 2001, così come aveva stupito la prima sentenza a Catanzaro. Quella del 23 febbraio 1979 che aveva condannato all’ergastolo, sempre per lo stesso reato, Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini. Quelle due sentenze, infatti, rappresentano un’anomalia. Se piazza Fontana è stata una strage di stato, perché mai quello stesso stato dovrebbe condannare se stesso? E, quindi, nemmeno gli esecutori materiali. I militanti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale strumenti consapevoli-inconsapevoli di una strategia che utilizzava i neonazisti non per instaurare un regime autoritario e gerarchico che facesse piazza pulita della “democrazia borghese”, ma molto più semplicemente per mantenere nelle stanze del potere chi già le occupava senza dover cedere il posto alle sinistre. Anche perché non volevano le sinistre al potere i “padroni americani”. Così, oggi, tornati alla ribalta i successori di quella Democrazia Cristiana (Forza Italia più satelliti fra cui Alleanza Nazionale, ex Movimento Sociale Italiano, guidato nel 1969 da Giorgio Almirante), la strage di piazza Fontana deve andare nel dimenticatoio. Se ne riparlerà quando forse saranno passati quasi quarant’anni dalla strage.

E, diciamolo con chiarezza, non è nemmeno il caso di sottilizzare sulle incongruenze e contraddizioni di quella sentenza. Lasciamo questo lavoro agli “azzeccagarbugli” di turno. Però c’è da sottolineare una vera perla dei giudici milanesi: ricostruendo la sequenza degli attentati del 1969 riconoscono che Giovanni Ventura e Franco Freda potrebbero essere i responsabili di piazza Fontana e non solo degli attentati del 25 aprile a Milano e ai treni del 9 agosto: per i quali erano già stati condannati a 15 anni.

Insomma, a Milano si è compiuta l’ultima beffa. I due colpevoli individuati dal giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz sarebbero i colpevoli, mentre non sono sufficientemente provati i loro rapporti con gli ordinovisti di Venezia-Mestre e Milano. C’è, però, un piccolo particolare: Freda e Ventura sono stati definitivamente assolti l’1 agosto 1985, quindi non possono più essere processati per quella strage. Siamo arrivati alla farsa. E questi giudici non tengono nemmeno vergogna. E perché dovrebbero averne?

Al di là della decenza

Quando mai i giudici che si sono occupati di piazza Fontana hanno cercato la verità? No, l’obiettivo era un altro: coprire le malefatte dei servizi segreti americani e italiani e incastrare gli anarchici.

Però, anche se anarchico e dunque diffidente (a ragione) dei giudici, debbo riconoscere per dovere storico che almeno due giudici sicuramente anomali, e infatti messi al margine, ci sono stati. Il primo, ovviamente, Stiz, il secondo Guido Salvini. Quello che alla metà degli anni Novanta (dopo un’indagine durata anni) arrivò a individuare i responsabili di piazza Fontana (Zorzi, Maggi, Rognoni e altri) senza dimenticare Freda e Ventura, precisando che non erano più perseguibili perché altri suoi colleghi li avevano assolti definitivamente.

La storia giudiziaria di piazza Fontana è un susseguirsi di cose incredibili, di falsi giudiziari al di là del decente. Un esempio. I primi magistrati che si occupano del caso, Vittorio Occorsio ed Ernesto Cudillo, non sentono ragioni: per loro Pietro Valpreda (“l’anarchico ballerino”) è il colpevole, mentre Freda e Ventura sono “due persone perbene”. Non importa che Stiz abbia raccolto confessioni e prove che incastrino i due neonazisti. L’importante è indicare Valpreda (quindi gli anarchici, quindi le sinistre) come colpevole. E adesso dopo il riconoscimento dei giudici d’appello di Milano che cosa si dovrebbe dire di quei due giudici? Tralasciamo gli insulti. Sarebbero parole sprecate.

Torniamo all’ultima sentenza. In sostanza, i giudici di Milano hanno detto che il pentito Carlo Digilio è inattendibile perché si è più volte contraddetto, ha commesso errori. Certo, li ha commessi adesso dopo aver subìto un ictus che lo ha un po’ rinscemito, mentre l’altro pentito, Martino Siciliano, è attendibile, ma fornisce testimonianze di “seconda mano”, quindi inutilizzabili ai fini processuali. Peccato che non si tenga conto che il giudice che ha istruito quel processo, Salvini, non si fosse fermato alle testimonianze dei pentiti e avesse cercato e trovato riscontri precisi a quanto dichiaravano Digilio e Siciliano. Non è bastato che Zorzi (difeso in un primo tempo da Gaetano Pecorella, presidente della Commissione giustizia della Camera dei deputati e anche difensore del premier Silvio Berlusconi) abbia a più riprese minacciato e allettato con pacchi di soldi Siciliano perché ritrattasse.

E in effetti Siciliano è stato un pentito “ondeggiante”, ma che alla fine, in aula, ha confermato tutte le accuse. Non è bastato. L’assoluzione dei tre ricalca la vecchia formula, oggi abolita formalmente, dell’insufficienza di prove.

Buttato dal quarto piano

Dopo tanti anni questa storia, veramente infinita, mi riempie solo di tristezza. E di rabbia. È la tristezza e la rabbia di chi all’età di 24 anni ha visto le sue speranze, i suoi sogni di un mondo migliore offuscati da uno scoppio con tanti morti. Di uno che d’improvviso vede «in presa diretta» la criminalità del potere. Quella alla grande, quella che non lascia dubbi. Una criminalità che ti fa risvegliare all’alba del 16 dicembre quando un tuo compagno, Amedeo Bertolo, ti chiama al telefono per dirti che un altro tuo compagno di gruppo, Giuseppe Pinelli, è stato buttato dal quarto piano della questura di Milano.

Beh, provate a pensare che cosa si sente in un momento simile. Io so soltanto che la mia vita è stata profondamente segnata da quelle bombe, dalla morte di Pinelli. Poi è stato tutto diverso. In modo profondo. C’è una rabbia che non mi lascerà mai. Quei criminali (i servizi che hanno orchestrato la strage, i neonazisti che l’hanno effettuata, i politici che l’hanno coperta perché erano i mandanti) oltre a cambiare il corso della storia, hanno fatto una cosa tanto, tanto più piccola, una cosa che non interessava a nessuno, ma per me importante: hanno cambiato anche la mia piccolissima storia personale. Quella di un giovane (allora) che si è visto sommerso da un gioco tanto grande e criminale. Ma che, con tanti altri, ha trovato la forza per reagire. E per fortuna c’è chi non si «arrende». Per fortuna ogni 12 dicembre migliaia e migliaia di studenti manifestano in tante città d’Italia e quelli di Milano concludono il corteo in piazza Fontana. Quella strage continua a essere un atto di accusa contro la criminalità del potere. Quanto viene occultato nelle aule dei tribunali è «verità» per molti. Per tanti. Non è poco.

Luciano Lanza

A rivista anarchica nr 235 Aprile 1997 La madre di tutte le stragi di Luciano Lanza

28 settembre 2011

http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/235/235_07.htm

Esce in queste settimane per i tipi di Eleuthéra “Bombe e segreti”, un agile volume dedicato alla ricostruzione della strage di piazza Fontana a Milano (12 dicembre ’69), degli attentati, dei protagonisti, della repressione, dei processi, ecc. Ne pubblichiamo in anteprima due dei diciannove capitoli

La furia della bestia umana

“La macchina del terrore è saltata, ormai si tratta soltanto di raccoglierne le schegge. La bestia umana che ha fatto i quattordici morti di piazza Fontana e forse anche il morto, il suicida di via Fatebenefratelli, è stata presa, è inchiodata: la sua faccia è qui, su questa pagina di giornale, non la dimenticheremo mai, la bestia ci ha fatto piangere, ci ha fatto sentire fino in fondo l’amarissimo sapore del dolore e della rabbia. Ora si comincia a respirare, si comincia a tirare la somma della diabolica avventura. Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha trentasette anni, mai combinato niente nella vita; rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be bop, del rock, un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta o sotto le strade del centro. E’ approdato anche al palcoscenico della rivista musicale, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grossa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette che scende o precipita da una scala crepitante di luci al neon: che mestiere corto, infelice, di pochi soldi a parte tutto. Di più questo refoulé si ammala, il sangue non gli circola più normale nelle arterie delle gambe, è il morbo di Burger una feroce morsa che blocca e che alla lunga può dare l’embolo e la morte. Un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda s’avvia a diventare la bestia”. Così comincia l’articolo, intitolato La furia della bestia umana, in prima pagina del “Corriere d’informazione” di mercoledì 17 dicembre 1969, firmato da Vittorio Notarnicola, direttore responsabile Giovanni Spadolini, che assomma questa carica a quella di numero uno del “Corriere della sera“. Sopra l’articolo campeggiano due grandi foto: quella del tassista Cornelio Rolandi e di Pietro Valpreda. In alto, titolo a caratteri cubitali: Valpreda è perduto.

Formalmente più asettici i giornali del mattino, pur con alcune sfumature, ma ovviamente la linea è chiara: accettazione senza riserve della colpevolezza di Valpreda. “Corriere della sera“: L’anarchico Valpreda arrestato per concorso nella strage di Milano. “La stampa“: Anarchico arrestato per concorso in strage. Inchiesta sul suicidio alla Questura di Milano. “Il giorno“: Incolpato di strage. “L’unità“: Un arresto per la strage. “Avanti“: Arrestato per concorso in strage. “Il resto del Carlino“: Un anarchico arrestato per la strage. “Il Messaggero“: Arrestati i criminali. “Il tempo“: L’assassino arrestato: è l’anarchico Pietro Valpreda. “Paese sera“: Denunciato per concorso in strage l’uomo riconosciuto dal tassista. “Il popolo“: Arrestato un anarchico per la strage di Milano. “L’avvenire“: Nella rete i dinamitardi. “Il secolo d’Italia“: Arrestato un comunista per la strage di Milano. “Il mattino“: Catturato il terrorista che ha compiuto la strage. “Roma“: Il mostro è un comunista anarchico ballerino di Canzonissima: arrestato. La televisione non è da meno. Il giornalista Bruno Vespa, in diretta dalla Questura di Roma, afferma: “Pietro è un colpevole, uno dei responsabili della strage di Milano e degli attentati di Roma”.

La partita sembra quindi chiusa: la polizia ha scovato in tempi da record i responsabili. Ma la testimonianza del tassista Cornelio Rolandi è l’unico puntello su cui si fonda l’accusa. Per di più è al limite del credibile.

Alle ore 16 Rolandi è in piazza Beccaria con la sua Seicento multipla. Sale un cliente che gli chiede di accompagnarlo all’incrocio con via Santa Tecla. Lì gli dice di aspettarlo. Scende con una borsa nera. Dopo pochi minuti ritorna e si fa lasciare in via Albricci. Per chi conosce il centro di Milano la cosa appare pazzesca. Il parcheggio di piazza Beccaria dista 135 metri dall’ingresso della Banca nazionale dell’agricoltura. Da via santa Tecla alla banca ci sono 117 metri. Quindi Valpreda, per risparmiarsi 135 metri, ne ha compiuti tra andata e ritorno al tassì 234. Con in più il rischio di farsi riconoscere da un tassista insospettito da un cliente che gli chiede una corsa così breve. Così Rolandi ha rievocato quel pomeriggio: “In piazza Beccaria sul mio tassì salì quel tipo con la borsetta, che aveva in mano una borsa nera. Lo guardai attraverso lo specchietto retrovisore e notai subito che aveva delle lunghe basette come si usano oggi. Mi disse di accompagnarlo in via Albricci passando per via Santa Tecla. Era un percorso piuttosto breve, ma in via Albricci ci sono molte compagnie aeree e pensai che fosse un viaggiatore in partenza. In via Santa Tecla, come mi aveva ordinato il cliente, mi fermai. Gli feci presente che la via Albricci non era molto distante, che avrebbe potuto andare a piedi. Mi disse di aspettarlo, che aveva fretta. Scese con la borsa. Ritornò poco dopo: la borsa nera non l’aveva più. Lo accompagnai in via Albricci: lui pagò l’importo della corsa, 600 lire, e quindi se ne andò”. (Franco Damerini, Intervista a Milano con il teste-chiave, “Corriere d’informazione” del 17 dicembre).

A parte il fatto che secondo le tariffe dell’epoca quel viaggio con la sosta doveva costare poco più della metà di quanto dichiarato da Rolandi, c’è una testimonianza che getta ombre su quella ricostruzione dei fatti. É di Liliano Paolucci, direttore del patronato scolastico di Milano. Paolucci con la figlia Patrizia prende il tassì 3444, quello di Rolandi, la mattina del 15 dicembre, si accorge che il tassista è strano, sbaglia continuamente le strade, poi, dopo che la figlia è scesa, Rolandi si confida con Paolucci. Ecco quanto Paolucci ha registrato al magnetofono domenica 21 dicembre affinché restasse traccia certa di quel suo strano incontro e che cosa gli ha detto il tassista: “Erano circa le 16 di venerdì 12 dicembre. Mi trovavo in piazza Beccaria, quando dalla galleria del Corso, vidi venire, verso piazza Beccaria, un uomo dall’apparente età di quarant’anni. Si avvicinò a me e mi disse: “Alla banca dell’agricoltura di piazza Fontana”. Parlava un italiano perfetto senza inflessioni dialettali. Io gli dissi: ‘Ma signore, la Banca dell’agricoltura è qui a due passi, a 50 metri. Fa prima a piedi. Egli non disse niente. Aprì lo sportello e si introdusse nel tassì, lo vidi bene: portava una valigia, una grossa borsa che mi sembrò molto pesante. Partimmo e arrivammo davanti alla Banca dell’agricoltura, cinque-sei minuti dopo. Egli scese dal tassì, entrò frettolosamente nella Banca dell’agricoltura, e uscì ancora frettolosamente. Saranno passati 40, 50 secondi, un minuto. Entrò di nuovo nel tassì e mi disse…”. A questo punto Paolucci interviene nel discorso e gli domanda perché quell’uomo veniva dalla galleria del Corso. La risposta di Rolandi è esemplare: “Ma lei non sa che alla galleria del Corso c’è un famoso covo?”. Affermazione che ripete per tre volte.

Ma fatto ancora più misterioso Rolandi negherà di aver trasportato Paolucci e di aver parlato con lui. E soprattutto polizia e magistratura non metteranno mai a confronto Rolandi e Paolucci per verificare le diverse versioni dei fatti. Ma questa non è l’unica stranezza come fa rilevare lo stesso Paolucci al giornalista Enzo Magrì che lo intervista per il settimanale “L’europeo” del 9 marzo 1972: “Lunedì mattina alle 9,15 io, un cittadino denuncio un fatto grave. … Racconto i fatti per filo e per segno. Ebbene la polizia come reagisce? Non mobilita due gazzelle, non viene subito da me, non mi tiene al telefono. Bisogna ricordare che Cornelio Rolandi non è ancora andato dai carabinieri di via Moscova, dove si recherà alle 11,35 di quel giorno. Quindi questo Rolandi può essere un pazzo, ma può anche dire la verità. E se dice la verità bisogna cercarlo prima che qualcuno lo possa eliminare … Ebbene a me che in quel momento sono l’unico a conoscere una verità sconvolgente, il telefonista della Questura, mezz’ora dopo la mia chiamata, dice :’Sono il poliziotto che ha preso la sua chiamata. Senta lei, per caso, non ha chiesto al tassista com’era vestito l’uomo che è stato accompagnato davanti alla Banca nazionale dell’agricoltura?’ “.

Ma non ci sono soltanto le contraddizioni rilevate da Paolucci, c’è anche un altro testimone molto importante perché sostiene che Valpreda il 12 dicembre era a letto ammalato. Chi è? La prozia di Valpreda, Rachele Torri che abita a Milano. La prozia così ricorda quel pomeriggio: “Pietro era a letto con la febbre. Bisognava andare a prendere il cappotto che avrebbe usato l’indomani per andare in ordine dal giudice Amati. Bene ci andai io. Saranno state le 19-19,30 e ricordo che salendo sull’autobus E in piazza Giovanni dalle Bande nere una signora ha aperto “La notte” e ho visto a grossi caratteri qualcosa di morti; le chiesi se fosse stato un incidente e lei mi rispose che erano state le bombe. Sono scesa in piazza del Duomo e passando in via Dogana per prendere il tram 13 per andare in piazza Corvetto dai genitori di Pietro, mi sono fermata all’edicola e ho comprato “La notte“. Arrivata da mia nipote le ho detto che Pietro era arrivato, che stava male che perciò ero andata io a prendere il cappotto. La sorella di Pietro, la Nena, mi ha raccomandato di farlo mangiare, mi ha dato il cappotto e le scarpe. Allora sono tornata subito a casa, ho detto a Pietro che sua sorella gli raccomandava di mangiare, poi gli ho dato il giornale” (Intervista a Rachele Torri pubblicata su “A-rivista anarchica” del febbraio 1971)

Il giorno dopo Valpreda incontra l’avvocato Mariani, con lui va dal giudice Amati. Non lo trova, lascia un biglietto per informarlo che sarebbe tornato lunedì 15. Poi raggiunge la casa dei nonni, Olimpia Torri in Lovati e Paolo Lovati. E vi resta fino alla mattina del famoso 15 dicembre. Lo vanno a trovare la sorella Maddalena e un’amica d’infanzia, Elena Segre, 33 anni, impiegata come traduttrice, vive con la madre in zona Corvetto. Al terzo abitano i genitori di Valpreda. Segre passa a salutare l’amico Pietro la domenica 14 verso le ore 18. In un’intervista a Giampaolo Pansa sulla “Stampa” del 18 febbraio 1970, afferma: “Pietro era qui dai nonni. Ho suonato il campanello e mi hanno aperto. Quel ragazzo era lì, sul divano messo contro la parete di sinistra, indossava un pigiama forse azzurro, si è alzato dal sofà per venirmi incontro …”. Pansa la interrompe per ricordarle che è già stata sentita da Ernesto Cudillo, il giudice istruttore, e Vittorio Occorsio, pubblico ministero, per ricordarle che se mente la possono arrestare. Segre risponde: “Senta, domenica quel ragazzo era qui! Che cosa posso farci se l’ho visto? Mi ha salutato, era da molto tempo che non ci vedevamo. Si è seduto sul divano-letto, anch’io mi sono seduta, lui era alla mia destra, di fronte c’erano i due nonni. Abbiamo cominciato a parlare …”. A questo punto Valpreda ha alibi per i giorni che vanno dal 12 al 15 dicembre. Alibi che contraddicono la sua presenza in piazza Fontana e il suo incredibile tragitto in tassì. Ecco allora spuntare, ai primi del febbraio 1970, alcuni testimoni romani per i quali Valpreda era nella capitale nei giorni 13 e 14 dicembre. Se i familiari di Valpreda mentono per quei due giorni hanno mentito anche per il 12 dicembre e così si salverebbe la testimonianza del tassista Rolandi.

Chi sono questi testimoni? Ermanna Ughetto, in arte Ermanna River, Enrico Natali, Gianni Sampieri, Armando Gaggeggi e sua moglie, Benito Bianchi tutti personaggi dell’ambiente dell’avanspettacolo che spesso si esibiscono al teatro Ambra-Jovinelli di Roma. Ma nei confronti che Valpreda ha con alcuni di questi, il 6 marzo, si assiste alla contrapposizione di due ricostruzioni dei fatti. I testi romani affermano di aver incontrato il 13 o il 14 Valpreda a Roma, Valpreda sostiene che quegli incontri si sono svolti circa dieci giorni prima. E cioè poco tempo dopo che Valpreda è uscito, il 25 novembre, dal carcere di Regina Coeli. Valpreda è stato infatti arrestato il 19 dopo una rissa con alcuni fascisti nel quartiere Trastevere. Altro particolare: alla visita medica prima di entrare in carcere, Valpreda presenta un’ecchimosi all’occhio sinistro. Livido che non ha più quando viene fermato il 15 dicembre. Alcuni testimoni ricordano quel livido quando sostengono di aver incontrato Valpreda dopo la strage di piazza Fontana. É un’altra contraddizione che non crea dubbi in Cudillo e Occorsio che incrimineranno per falsa testimonianza i parenti di Valpreda.

E a aumentare i capi d’accusa Beniamino Zagari, della Questura di Milano, il 7 febbraio dichiara che nella borsa in cui c’era la bomba inesplosa alla Banca commerciale italiana, è stato trovato anche un vetrino colorato simile a quelli che Valpreda usava per fabbricare lampade liberty. Una imperdonabile distrazione dell’anarchico attentatore. La scoperta di quella prova risale alle ore 14 del 14 dicembre. Però fino a febbraio nessuno l’ha visto. Così il difensore di Valpreda, Guido Calvi, può con facilità mettere in dubbio quel “provvidenziale” ritrovamento.

Per i giudici Valpreda è arrivato a Milano il 12 dicembre con la sua Cinquecento. Alle 16 ha preso un tassì per andare a depositare la bomba in piazza Fontana. La mattina del 14 va con l’avvocato Mariani dal giudice Amati. Non lo trova e lascia un biglietto per informarlo che tornerà il 15 dicembre. Poi parte, sempre con la sua scassatissima Cinquecento, per Roma. Incontra in serata la ballerina Ughetto e va a cena con lei. Domenica 14 gira ancora per i bar vicino all’Ambra-Jovinelli si fa vedere da altri che potranno smentire il suo alibi. Alle ore 21 è ancora a Roma. Alle otto del mattino successivo è già dal suo avvocato milanese. Tecnicamente, forse con un’altra macchina, è possibile. Ma non si capisce perché Valpreda fornisca un alibi così fasullo, che molti possono smentire. Neppure si capisce perché i parenti di Valpreda e l’amica Segre, con i quali non ha parlato dal momento del suo arresto, confermino quanto Valpreda ha dichiarato. Per Cudillo e Occorsio la verità è un’altra: Valpreda è colpevole. Mente. E mentono i suoi parenti. Soprattutto dice la verità Rolandi che così potrà incassare la taglia di 50 milioni del ministero dell’interno. Una verità che il 2 luglio 1970 Cudillo e Occorsio provvederanno a registrare in un interrogatorio “a futura memoria”, forse prevedendo che Rolandi morirà il 16 luglio 1971.

Vi giuro: non l’abbiamo ucciso noi

L’interrogatorio è arrivato a una fase cruciale oppure si svolge secondo la consueta routine? E’ concitato o disteso? L’alibi del fermato è caduto oppure regge? C’è calma in quella stanza o c’è violenza? La finestra è chiusa, socchiusa o spalancata? A queste domande contrastanti non è possibile dare risposte certe, perché i testimoni si sono contraddetti più volte. Tra loro e con se stessi. Le ultime ore di vita di Giuseppe Pinelli sono infatti racchiuse nei racconti dei poliziotti che lo interrogavano. Di coloro che gran parte dell’opinione pubblica ha indicato come i responsabili della sua morte. La verità è sepolta con Pinelli nel cimitero di Musocco a Milano e poi di Carrara.

Il commissario Luigi Calabresi e i suoi poliziotti Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Pietro Mucilli e il tenente dei carabinieri Savino Lograno quella notte al quarto piano della Questura interrogavano Pinelli. Poi il ferroviere anarchico è volato dalla finestra.

É la mezzanotte del 15 dicembre, il cronista dell'”Unità“, Aldo Palumbo, ha lasciato la sala stampa della Questura. É nel cortile quando sente un tonfo seguito da altri due. Qualcosa che sbatte contro i cornicioni dei vari piani. Accorre, vede un uomo per terra nell’aiuola. Corre a chiamare agenti e colleghi. É mezzanotte? Manca ancora qualche minuto? É già iniziato il 16 dicembre? Altro quesito irrisolto. L’ora esatta della caduta di Pinelli diventerà un altro tormentone in questa storia tormentata. Dalla Questura è partita una richiesta di ambulanza prima che Pinelli cadesse o dopo? Mistero. Che risolve Gerardo D’Ambrosio con la sua famosa sentenza del 27 ottobre 1975, quella del “malore attivo” che manda tutti assolti o perché non hanno commesso il fatto o perché il reato è estinto essendo intervenuta un’amnistia (detenzione illegale di Pinelli a carico di Antonino Allegra), ma riabilita pienamente Pinelli e dichiara che non si era suicidato perché corresponsabile della strage, ma caduto dalla finestra per un malore attivo. Scrive D’ambrosio: “Pinelli accende la sigaretta che gli offre Mainardi. L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto”. Tutto qui.

E le precedenti dichiarazioni? Pinelli che grida: “É la fine dell’anarchia”. I poliziotti che accorrono per fermarlo, scossi dal suo grido? Panessa che riesce ad afferrare Pinelli e rimane con una scarpa in mano? E i giornalisti accorsi vicino al moribondo che lo vedono con tutte e due le scarpe ai piedi? Il fatto che Pinelli non presentasse ferite sulle mani e sulle braccia che in caso di caduta vengono istintivamente portate a difesa della testa? La mancanza di lesioni esterne, perdite di sangue dal naso, dalla bocca che si registrano in questi casi? Contraddizioni che per il giudice D’Ambrosio non hanno rilevanza.

Pinelli viene fermato al Circolo Scaldasole con Ardau alle 19 del 12 dicembre. Segue i poliziotti in Questura con il suo motorino. A mezzanotte viene interrogato per la prima volta. Gli chiedono notizie su quel “pazzo di Valpreda”. Sabato 13 Ardau viene trasferito al carcere di San Vittore, mentre Pinelli resta all’ufficio politico. La mattina di domenica 14 un agente telefona alla moglie di Pinelli: “Signora dica in ferrovia che suo marito è malato e non andrà a lavorare”. Il tono è amichevole: inutile creare complicazioni sul lavoro. Alle 9,30 di lunedì 15 l’anarchico riceve la visita della madre, Rosa Malacarne, che lo trova tranquillo, sorridente e sereno. Verso le 14,30 la moglie Licia riceve una telefonata dall’ufficio politico: “Signora telefoni alle ferrovie e dica che suo marito è fermato in attesa di accertamenti. Ha capito? Deve dire che è fermato”. Niente più fair play: Pinelli deve capire che rischia il posto di lavoro. Alle 22 un’altra telefonata, questa volta è lo stesso Calabresi: “Signora cerchi il libretto chilometrico di suo marito”. Cioè il documento personale di ogni ferroviere dove vengono annotati i viaggi. Dopo dieci minuti Licia Pinelli telefona in Questura: ha trovato il libretto. Alle 23 arriva un agente a ritirarlo. Calabresi sta giocando un’altra carta contro Pinelli: gli fa nuovamente balenare la possibilità di coinvolgerlo come uno dei responsabili dei sette attentati sui treni nella notte tra l’8 e il 9 agosto di quell’anno (aveva cercato di farlo tempo addietro anche Allegra). L’ultimo interrogatorio di Pinelli si svolge nella stanza di Calabresi, che sostiene di essere uscito poco prima di mezzanotte per informare dell’andamento dei colloqui i suoi superiori. Pinelli vola dalla finestra. Poco dopo l’una del 16 dicembre alcuni giornalisti bussano alla porta di casa dei Pinelli, la moglie viene informata che suo marito è caduto dalla finestra. Lei telefona a Calabresi: “Perché non mi avete avvertito?”. Risposta del commissario: “Non avevamo il tempo, abbiamo molte altre cose da fare…”. Nel frattempo il corpo di Pinelli è stato trasportato al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli. Lì è arrivata la giornalista Camilla Cederna con i colleghi Corrado Stajano e Giampaolo Pansa. Cederna riesce a parlare con il medico di turno, Nazzareno Fiorenzano: “Niente più attività cardiaca apprezzabile, polso assente, lesioni addominali paurose, una serie di tagli alla testa. Abbiamo tentato di tutto, ma non c’è niente da fare, durerà poco”. Fiorenzano verrà interrogato dal sostituto procuratore Giuseppe Caizzi soltanto quattro mesi dopo: il 7 aprile 1970. Caizzi chiuderà l’inchiesta sulla morte di Pinelli il 21 maggio 1970. Risultato? Nessun responsabile, Pinelli è morto per “un fatto del tutto accidentale”. Trasmette il fascicolo al capo dei giudici istruttori, Antonio Amato, che deposita il decreto di archiviazione il 3 luglio. Poi il 17 luglio, a tribunale praticamente chiuso per ferie, Caizzi deposita un’altra richiesta di archiviazione: quella relativa alla denuncia della moglie e della madre di Pinelli contro il questore Guida.

Perché questa denuncia? Bisogna tornare alla famosa notte tra il 15 e il 16 dicembre. Ufficio del questore Guida, che nel 1942 era direttore del confino di Ventotene, con lui ci sono Allegra, Calabresi e Lo Grano. É circa l’una del 16 dicembre. Vengono fatti entrare i giornalisti e Guida dichiara: “Era fortemente indiziato di concorso in strage … era un anarchico individualista … il suo alibi era crollato … non posso dire altro … si è visto perduto … è stato un gesto disperato … una specie di autoaccusa, insomma”. “Il suo era un fermo prorogato dall’autorità”. Queste le frasi che Cederna registra sul suo taccuino. La parola passa ad Allegra: negli ultimi tempi il suo giudizio su Pinelli era cambiato, perché certe notizie avevano messo l’anarchico in una luce diversa, poteva essere implicato in una storia come quella di piazza Fontana, annota Renata Bottarelli cronista di “L’unità“. Sempre Bottarelli registra l’intervento di Calabresi: “Innanzitutto ci disse che al momento della caduta lui era da un’altra parte; era appena uscito per andare nell’ufficio di Allegra per informarlo del decisivo passo avanti fatto, a suo parere, durante le contestazioni. Gli aveva, infatti, contestato i suoi rapporti con una terza persona, che non poteva ovviamente nominare, lasciandogli credere di sapere molto di più di quanto non sapesse; aveva visto Pinelli trasalire, turbarsi. Aveva sospeso l’interrogatorio, che però non era un vero e proprio interrogatorio, per riferire ad Allegra questo trasalimento”.

Calabresi cambierà poi versione dei fatti. Mentre Guida la stessa mattina del 16 dicembre farà una dichiarazione a dir poco sconcertante: “Vi giuro che non l’abbiamo ucciso noi! Quel poveretto ha agito coerentemente con le proprie idee. Quando si è accorto che lo Stato, che lui combatte, lo stava per incastrare ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico”. Ma va ricordato che l’alibi di Pinelli non era affatto caduto: Mario Pozzi era stato interrogato e aveva confermato che quel pomeriggio del 12 dicembre Pinelli aveva giocato a carte con lui. E Pinelli sorridendo lo aveva ringraziato.

Calabresi quasi un mese dopo, l’8 gennaio 1970, dichiara ai giornalisti: “Fummo sorpresi del gesto, proprio perché non ritenevamo che la sua posizione fosse grave. Pinelli per noi continuava a essere una brava persona probabilmente il giorno dopo sarebbe tornato a casa … posso dire anche che per noi non era un teste chiave, ma soltanto una persona da ascoltare”. Una persona da ascoltare che però veniva trattenuta illegalmente: il fermo di polizia era scaduto dalla sera del 14 dicembre e il giudice incaricato delle indagini, il sostituto procuratore Ugo Paolillo, non sapeva nulla di questo fermato. Così come non sapeva niente del trasferimento a Roma di Valpreda. Paolillo infatti era già stato espropriato della sua inchiesta. Tutto veniva ormai deciso nella Questura di Milano e nel tribunale di Roma.

 

Luciano Lanza (Milano, 1945), giornalista, è stato nel 1971 tra i fondatori e per dieci anni un redattore del mensile “A-rivista anarchica”. Dal 1980 è responsabile del trimestrale teorico “Volontà”.

A rivista anarchica nr 2 Marzo 1971 Lo stato contro Valpreda Intervista con l’avv. Calvi di A. B.

26 settembre 2011

http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/002/2_10.htm

 

Milano, palazzo di giustizia. Un uomo esce dall’ufficio del giudice Amati e si avvia verso una anziana parente che lo sta aspettando nel corridoio. Ha appena mosso un paio di passi che tre poliziotti in borghese lo afferrano e lo trascinano via. Di peso. Pietro Valpreda, 15 dicembre 1969.

Tre giorni prima era scoppiata una bomba nella Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana ed ecco che, catturato romanzescamente Valpreda, l’opinione pubblica ha il suo capro espiatorio e gli organi repressivi dello Stato la loro vittima. Sembra fatto apposta, il Pietro Valpreda, per questo ruolo. È un anarchico, perciò un mostro, colpevole fino a prova contraria. È un ballerino, perciò un irregolare, un depravato e (non sono tanto lontani i tempi in cui i teatranti venivano sepolti in terra sconsacrata). È affetto dal morbo di Bürgher e zoppica (non è vero, ma dà un tocco diabolico al personaggio e i giornali lo scriveranno, assieme a tante altre menzogne e calunnie, nei giorni successivi). Non è un impiegato simpatizzante del PSDI, dunque è lui che ha messo la bomba omicida. Chiaro.

Purtroppo Valpreda per il 12 dicembre ha un alibi di ferro, ma non importa, basta l’ambiguo riconoscimento di un tassista e l’incriminazione dei testimoni che sostengono l’alibi e Valpreda Pietro, ballerino anarchico, è sistemato.

Un anno dopo, l’istruttoria (se così si può chiamarla, né possiamo chiamarla altrimenti senza farci incriminare) del PM Occorsio si chiude con una relazione chilometrica ma totalmente vuota, contraddittoria, assurda, priva di prove e indizi da lasciare esterrefatti i “democratici”. Meno stupiti gli anarchici, smaliziati, che conoscono da sempre (sulle loro spalle e su quelle degli sfruttati e dei ribelli in genere) il funzionamento della giustizia di classe, della giustizia di Stato. Pietro Valpreda ed alcuni ragazzi, suoi presunti complici, vengono rinviati a giudizio per strage, ma la relazione con cui viene motivato il rinvio sembra piuttosto la riprova della loro innocenza.

Quattordici mesi dopo la “strage di Stato” (come ormai tutti la chiamano, con ciò dando per scontato che essa non può essere opera di anarchici), abbiamo intervistato l’avvocato Guido Calvi, il primo difensore di Valpreda (successivamente gli si è aggiunto il professor Sotgiu).

Calvi, assistente di filosofia del diritto all’Università di Camerino, è giovane, non più di trent’anni. La sua età è la prima cosa che mi colpisce e gli chiedo se, data la sua esperienza necessariamente limitata, non senta questo incarico come sproporzionato alle sue forze.

 “Domando a te – mi risponde – chi, di fronte alla gravità delle imputazioni, non sentirebbe le proprie forze limitate, inadeguate al compito di capovolgere la situazione e ristabilire la verità. Per questo credo che il primo obiettivo da raggiungere sia la solidarietà di tutte le forze sinceramente democratiche”.

Sei stato nominato d’ufficio difensore di Valpreda?

“No, sono stato nominato da Valpreda suo difensore di fiducia. Sarebbe interessante sapere da chi, come e perché furono diffuse voci difformi”.

Hai avuto dubbi nell’accettare l’incarico? Hai avuto dubbi sulla innocenza di Valpreda?

“Sì, come tutti, credo. Ma dopo aver parlato con Valpreda e dopo avere incontrato la zia Rachele (la signora Rachele Torri, principale testimone dell’alibi di Valpreda; n.d.r.) non ho avuto più alcun dubbio”.

La tua linea di difesa è stata definita debole, rinunciataria, passiva… perché non ha ritenuto opportuno assumere una linea più aggressiva?

“È difficile valutare una linea di difesa sulla base di alcuni risvolti tattici ignorandone la strategia generale. Certo, alla fine potrà anche risultare che vi sono state debolezze, errori, incertezze. Ma lo strano è che queste accuse siano nate subito, quando ben poco era possibile fare e quando gli interessi di Valpreda, bisognerebbe ricordarlo più spesso, imponevano una ferma cautela. Chi sostiene l’identità di diritto e politica (opinione rispettabile ma marxisticamente discutibile), dovrebbe anche ricordare che esse, comunque, sono scienze ove nulla vi è di improvvisato e di avventato. Se il fine del difensore è operare perché emerga l’innocenza dell’imputato, quando egli è tale, tutto deve essere subordinato a questo. Vi sono questioni politiche? Bene, emergeranno sicuramente molto più clamorosamente dopo una sentenza di assoluzione. Pertanto quale senso può avere la qualifica di aggressiva o debole attribuita ad una linea difensiva nella fase istruttoria (segreta e non pubblica!) del processo? Sono “aggressive” le dichiarazioni violente, le istanze di violazione dei diritti della difesa, le interviste sui rotocalchi? Non credo davvero.”

Hai avuto fastidi? Sei seguito, controllato…? Hai ricevuto minacce o intimidazioni?

“Sì, sono stato controllato e minacciato, ma rientrava nelle previsioni”.

È vero che sei stato incriminato per vilipendio alla magistratura?

“La mia ‘memoria difensiva’ sui famosi vetrini (vetrini che la polizia avrebbe ‘trovato’ tre mesi dopo gli attentati nella borsa che conteneva la bomba inesplosa della banca commerciale; n.d.r.) conteneva, a giudizio del Pubblico Ministero Occorsio, espressioni lesive della dignità del giudice istruttore Cudillo. Contrariamente a quanto certa stampa riferì, non ci fu da parte mia nessuna giustificazione né tanto meno ritrattazione. Solo, precisai che il mio documento non inficiava la stima personale che potevo nutrire nei confronti del Dr. Cudillo, ma sottolineava il fatto che, per il modo in cui il nostro diritto processuale articola la fase istruttoria, questa è volta più alla conferma delle tesi accusatorie che alla ricerca della verità. Il P.M., dopo aver chiesto che la mia memoria fosse inviata alla Procura della Repubblica e al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati perché procedessero nei miei confronti, cambiò idea e revocò la richiesta. L’aspetto più positivo di tutta la questione è che oggi i vetrini non sono più fonte di prova contro Valpreda.”

Tu sei un militante del P.S.I.U.P. Questo non ti è di limite in qualche modo nella difesa di un anarchico?

“È una domanda che non mi aspettavo. Mi sembra che subito dopo i fatti gli unici avvocati politici che assunsero pubblicamente la difesa degli imputati, a Roma, fummo Nicola Lombardi ed io: ambedue del P.S.I.U.P.”

Negli ultimi mesi la stampa della sinistra parlamentare pare essersi allineata su una posizione ambigua nei confronti dell’istruttoria per la “strage di stato”, una posizione sostanzialmente non dissimile dall’ultima versione ufficiale (cioè non più colpevoli gli anarchici, ma alcuni pseudo-anarchici); non credi che questo atteggiamento possa derivare da compromessi politici tra governo e opposizione? Non credi che si voglia così chiudere il discorso sulle bombe, la ricerca dei veri autori e soprattutto dei mandanti e dei complici? Ci sembra che, come si tenta di chiudere il caso Pinelli con la formula “Pinelli: innocente ma suicida”, così si voglia chiudere il caso Piazza Fontana con la formula “Valpreda e gli altri: colpevoli ma pazzi”. Che ne dici?

“Non la ritengo una ipotesi politica verosimile.” (noi riteniamo il contrario- n.d.r.)

Quando pensi che si farà il processo? È vero che si parla del prossimo autunno? Questo rinvio sarà ufficialmente giustificato con motivi tecnici, ma secondo te non ci sono invece motivi politici per rinviare un processo che “scotta”?

“Motivi di opportunità politica certamente vi sono. Vedremo in quale considerazione saranno tenuti nel fissare la data del processo.”

Valpreda, in dicembre, è stato ricoverato nell’infermeria del carcere; dunque, dopo un anno comincia a risentire del cibo e del clima di Regina Coeli e della tensione. Se il processo tarderà ancora un anno non c’è il rischio che la galera finisca con il “suicidare” Valpreda?

“Il rischio c’è, ed è anche notevole; occorre che tutti manifestino a Valpreda la propria solidarietà affinché egli non si senta isolato. Peggior nemico è sicuramente il “suicidio psicologico.”

“Puoi esprimere il tuo parere sul modo in cui è stata condotta l’istruttoria per le bombe del 12 dicembre, senza incorrere nel reato di vilipendio alla magistratura?”

A questa domanda Calvi non ha risposto.

Quando Calvi mi ha riaccompagnato all’albergo, da una automobile che ci seguiva, si è sporto un “signore” che mi ha fotografato. Il fatto non mi ha preoccupato: sono già ben schedato, alla Questura.

 

A. B.