A rivista anarchica n47 Maggio 1976 Aspettando l’espulsione. Intervista con Franco Trincale di P. F.

Il noto cantautore sociale, ancora iscritto al P.C.I., contesta la linea del partito e si dichiara fautore dell’autogestione – Fino a quando Berlinguer & C. saranno disposti a tollerarlo?

Due grandi A cerchiate e la scritta “La casa è di chi l’abita” tracciate sul muro, davanti al quale lui sta in piedi con la sua fida chitarra: questa la copertina dell’ultimo l.p. di Franco Trincale, intitolato “canti libertari”.

Allora – chiedo subito a Trincale, venutoci a trovare in redazione – si può ormai parlare di Franco Trincale anarchico? No, non si può ancora parlare di me come di un anarchico, e questo per due motivi: innanzitutto per il fatto che io sono e resto tuttora iscritto al P.C.I. per il fatto opportunistico (ma questo tipo di “opportunismo” mi sembra giustificato) che il P.C.I. egemonizza di fatto quegli spazi di espressione culturale che bene o male ti permettono di sbarcare il lunario. Ma questo è pur sempre un fatto secondario; ciò che veramente conta per me è la coscienza che il termine “anarchico” è ancora qualcosa di troppo grande per chi, come me, ha avuto si una sua maturazione in senso libertario, ma resta pur tuttavia limitato da tante contraddizioni nella vita pubblica e privata. Sono poi convinto che gli anarchici pensano – ed io sono d’accordo con loro – che al di là dell’etichetta conta che quel che si fa sia consono agli interessi delle masse. Una domanda mi sorge spontanea: allora, perché questa copertina così chiaramente anarchica? Alla base della mia scelta – spiega Trincale – vi è una valutazione dell’attuale situazione politica italiana. In primo luogo, il P.C.I. si avvia oggi in fretta verso quel compromesso storico che altro non è se non una pura e semplice spartizione del potere con socialisti, democristiani, repubblicani, ecc. Di fronte a questa politica del P.C.I. vi sono continuamente frange che si staccano dal partito e si organizzano alla sua sinistra, pronte però a ripercorrerne le tappe di avvicinamento al potere, innanzitutto con l’abbandono del terreno extra-parlamentare per quello parlamentare. Il che è logico, poiché sappiamo che il potere inquina. A questo punto io ritengo che l’unica alternativa a questo ripetersi della storia, che vede i partiti egemoni della classe operaia tendere continuamente al potere, sia l’autogestione, autogestione in tutti i campi della società. E poiché sono convinto che anche all’interno del P.C.I. vi siano tanti compagni di base che sentono le mie stesse esigenze, considero il mio disco (con la sua copertina) come uno degli strumenti validi per far crescere anche in loro quella maturità di coscienza libertaria che io ho, seppur contraddittoriamente, già raggiunto.

È cosa nota che il centralismo democratico del P.C.I. non ammette che i militanti del partito sgarrino e si permettano di criticare in pubblico le scelte ufficiali di organi direttivi. Lo faccio osservare a Trincale, che pure queste cose le sa meglio di me avendo militato per tanto tempo nel P.C.I. e che, per esperienza, sa quante volte i burocrati gli hanno censurato o vietato canzoni, perché ritenute “troppo estremiste”, inopportune, ecc. Io mi rendo conto che la copertina del mio ultimo disco assume per il P.C.I. un valore provocatorio: infatti io sono preparato, bene o male, a ricevere l’espulsione ufficiale dal partito o perlomeno l’emarginazione da quegli spazi di espressione culturale che, come ho detto prima, sono egemonizzati dal P.C.I. A questo proposito, permettimi di fare i miei complimenti a quella compagna Claudia V. per il suo ottimo articolo sull’A.R.C.I. (c.f.r. “A” 44).

A questo punto il discorso cade sulla validità della musica e del canto quali strumenti di intervento sociale sulla attuale realtà italiana. Trincale ha una sua opinione ben precisa, che gli deriva dalla sua ventennale esperienza nel contempo artistica e sociale. Ha infatti cominciato a cantare fin da ragazzo nella sua terra di Sicilia, andando in giro per le strade ad interpretare canzoni tradizionali incentrate sui temi dell’amore, del tradimento, della nostalgia, ecc. La sua maturazione culturale e sociale, iniziatasi già in quegli anni a contatto con la cultura delle classi subalterne siciliane (delle quali Trincale è fiero di essere un componente e, in un certo senso, un interprete), si è andata consolidando dopo la sua venuta al Nord, con i relativi problemi comuni a tutti gli immigrati. Impostosi all’attenzione del mondo musicale per le sue tre vittorie consecutive alla sagra dei cantastorie italiani (a Piacenza), Trincale si è sempre più buttato sulla tematica sociale, verificata quotidianamente a contatto con i lavoratori, con il popolo. I suoi “teatri” sono stati infatti per lo più le strade, le piazze, le fabbriche, le dimostrazioni; il suo pubblico (ed i suoi critici più validi) sono sempre stati i lavoratori, gli studenti, tutti coloro che nelle loro lotte lo hanno ritrovato a fianco della comune battaglia di emancipazione sociale. Le “noie” con l’autorità giudiziaria non sono mancate: basti qui citare il clamoroso episodio di Palermo, quando, nel corso del I Festival Pop (1971), il suo spettacolo fu bruscamente interrotto dall’intervento del vice-questore che bloccò l’impianto microfonico, trattenne per un’ora Trincale nel suo camerino e successivamente lo denunciò. La sua grave colpa era stata quella di cantare due sue canzoni particolarmente sgradite ai signori questurini: “La ballata di Pinelli” e “L’orologio del dottor Guida” . Un mese fa si è tenuto il processo e Trincale è stato assolto.

Non c’è che dire: Trincale è un cantautore sui generis, uno di quelli per cui l’impegno sociale non è un comodo alibi da esibire nelle discussioni salottiere. Quel è la sua opinione sulla cosiddetta musica alternativa? Secondo me – risponde Trincale – non si può parlare di “musica alternativa” o di “alternativa musicale” come se si trattasse di novità: essa è sempre esistita, infatti, e si identifica con tutta quella musica che il sistema ha sempre escluso dai suoi canali di diffusione. Pensiamo un attimo a quando non c’era ancora nemmeno la radio: il padrone si rompeva i coglioni perché le mondine cantavano le loro canzoni, canzoni di protesta e di lotta, e cercava già allora di imporre un’altra musica, di “far passare” altre canzoni (quelle d’amore, tanto per intenderci). Le canzoni delle mondine, in quella situazione, erano così strumento ed azione di lotta dei lavoratori, non riuscendo i padroni a monopolizzare il “mondo della canzone”. È il sistema che ha imposto la credenza secondo la quale per cantare sarebbe necessario studiare, servirsi di strumenti, ecc., mentre la realtà è che la voce – strumento umano che ci ha dato madre natura – non abbisogna di niente per essere utilizzata nel canto. Facendo credere, invece, che c’è bisogno di tutto un apparato “tecnico”, il sistema non ha voluto far altro che crearsi i suoi interpreti, al suo servizio, strozzando così la voce diretta del popolo che è l’unica vera “musica alternativa”. È proprio per difendere i loro interessi che i padroni hanno sempre escluso e combattuto la libera espressione delle masse. Il discorso si fa attuale: Trincale mette in luce l’illusione di quei giovani che credono di “fare” della musica alternativa solo perché si recano ad ascoltare i nuovi idoli della musica pop, senza accorgersi della nuova manovra dei grossi discografici che, fiutando il guadagno, stanno cavalcando la tigre di questa musica pseudo-alternativa e pseudo-impegnata che, in sostanza, non scalfisce di certo i loro interessi e non contribuisce a far maturare la coscienza delle masse.

Le ultime battute del mio colloquio con Trincale riguardano il suo ultimo disco. Gli faccio osservare che mal si conciliano con il titolo del disco (“Canti libertari”) almeno due punti: l’inno “Bandiera rossa” (intonato al termine di una bella canzone sui morti di Reggio Emilia) e soprattutto “Le quattro bandiere”, che si apre con un perentorio Bandiera nera la vogliamo no!: quale militante di un gruppo richiamantesi esplicitamente alla “Bandiera nera” e, più in generale, quale militante del movimento anarchico non posso certo apprezzare che venga salutata la bandiera rossa dei bolscevichi e venga rifiutata quella nera di Machno e degli anarchici in genere. È pur vero che la bandiera nera cui la canzone fa riferimento è quella dei fascisti, ma proprio in disco libertario andava prolungato quest’odioso equivoco sul quale – ce n’ha fornito testimonianza lo stesso Trincale – più di una volta hanno speculato i burocrati comunisti per confonderci con i fascisti? Trincale riconosce la contraddittorietà dei pezzi citati con il titolo e lo spirito del disco. Una contraddizione in più, a mio avviso, in questo “compagno libertario” ancora iscritto al P.C.I.

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