1972 10 22 l’Espresso – Se poi qualche giudice non è d’accordo di Giuseppe Catalano

1972 10 22 Espresso - Se poi qualche giudice non è d'accordo di Giuseppe Catalano

 

ROMA. L’aula del Senato, la mattina del 10 ottobre: « … Il governo non ha mancato di intervenire di fronte ad atti o comportamenti di magistrati non consoni al prestigio delle loro funzioni o addirittura contrari ai doveri del loro ufficio … ». E’ il sottosegretario alla Giustizia che risponde per conto del ministro Gonella ad un’interrogazione del senatore missino Mariani. «In alcuni casi», aggiunge, «sono state già promosse inchieste …». Il senatore Mariani rinuncia perfino alla replica. «Mi ritengo pienamente soddisfatto», dice.

E’ la prima avvisaglia di quello che sta maturando. La risposta così secca del ministero, quel preoccupante accenno alle inchieste e agli interventi, la soddisfazione dell’estrema destra dovrebbero già suonare l’allarme. Ma nemmeno i più pessimisti possono prevedere quello che poi si saprà di lì a pochi giorni: sei autorizzazioni a procedere concesse nello stesso giorno, il 26 settembre, dal ministro Gonella, tutte e sei dirette contro giudici di Magistratura democratica e tutte e sei motivate da un reato di vilipendio. Praticamente è l’intero stato maggiore della corrente che oggi viene trascinato sul banco degli imputati a rischiare tre anni di carcere e l’espulsione dall’ordine. Un’occasione insperata per liberarsi di tanti testimoni scomodi ed esigenti. La cronaca giudiziaria degli ultimi anni, in fondo, è li a provarlo, e non solo con il caso Valpreda e quello Pinelli o lo scandalo delle bobine truccate ma anche con le battaglie condotte dai giudici democratici contro i reati d’opinione, contro la pioggia d’incriminazioni durante le lotte sindacali e le manifestazioni studentesche, contro gli arresti e i fermi illegali… Il cerchio, si chiude: dopo le ultime elezioni al Consiglio superiore della magistratura nelle quali una legge di comodo ha sbarrato l’accesso dei giudici democratici al più alto organo della categoria, ora si tratta di sbarrargli l’ingresso anche alle aule dei tribunali, soprattutto di quei tribunali che “fanno” la vita giudiziaria del paese. In che modo? Non è difficile: basta mettere insieme delle accuse come queste.

Primo caso: Beniamino Deidda, pretore del Tribunale di Firenze, da tre anni membro di Magistratura democratica. Seguiamo i fatti che lo riguardano. Nel novembre del 1968 un prete operaio, don Borghi, viene licenziato dalla Gover, una fabbrica toscana. Don Borghi ricorre al tribunale contro il licenziamento, sostiene che si tratta di una pura e semplice rappresaglia nei suoi confronti: «mi si vuole punire», dice, «perché ho appoggiato i miei compagni di fabbrica nelle loro rivendicazioni». Il tribunale gli dà ragione e dichiara nullo il licenziamento. Il dirigente della Gover, Ugolino Ugolini, si appella allora contro la sentenza, non ha nessuna intenzione né di pagare i danni né di riassumere don Borghi. Il 9 marzo del 1971 don Borghi scrive una lettera aperta agli operai della Gover e la fa distribuire in fabbrica: «…durante questo tempo gli avvocati del padrone mi hanno fatto molte offerte per arrivare ad un accordo e sospendere il processo. Ho rifiutato». E poi aggiunge: «Il fatto stesso che oggi, alla vigilia della sentenza di appello, siano passati due anni e mezzo dal mio licenziamento è una prova chiarissima che la magistratura non serve agli operai, serve invece ai padroni. In due anni e mezzo uno è costretto a fare qualsiasi cosa per sopravvivere. E cosi si raggiungono due obiettivi in un colpo solo: non solo si licenzia l’operaio scomodo ma si affievolisce il suo spirito di lotta a vantaggio del suo prossimo padrone … ».

Un mese più tardi esce la sentenza di appello che ribadisce quella di primo grado e condanna definitivamente la Gover a riassumere don Borghi e a pagargli i danni. Don Borghi scrive una seconda lettera aperta nella quale riconosce gli aspetti positivi della sentenza ma sottolinea che «anche questa sentenza è un’ingiustizia e l’ingiustizia sta nell’avere creato uno strumento che mette tanto tempo ad accorgersi del sopruso commesso da un padrone verso un operaio».

E’ l’aprile del 1971. Qualche settimana dopo, il pretore Beniamino Deidda distribuisce all’ingresso della pretura di Firenze una copia delle due lettere e un volantino che dice testualmente: «Le lettere di don Borghi ormai diffuse dalla stampa e distribuite nelle fabbriche, propongono ai colleghi, ai giuristi in genere, problemi che meritano una discussione e un approfondimento. Invitiamo perciò quelli che vorranno intervenire, ad un dibattito presso il circolo dipendenti della provincia». Segue la firma che è quella di Democrazia e giustizia.

La denuncia del procuratore generale Calamari parte come un fulmine: l’azione penale contro Deidda per “vilipendio alla magistratura” è accompagnata dalla richiesta di provvedimenti disciplinari a carico dello stesso pretore e di un altro giudice di Firenze, Marco Ramat, segretario di Magistratura democratica che ha protestato. Pochi giorni dopo la Cassazione decide di non archiviare la denuncia come sarebbe suo diritto se la ritenesse infondata e assegna il processo alla sede di Bologna. Il 13 aprile Gonella concede l’autorizzazione a procedere. Non è passato nemmeno un anno da quando Calamari ha deciso che un dibattito pubblico su un caso giudiziario è un atto di vilipendio alla magistratura: nei cassetti del ministero decine di domande del genere giacciono inevase da anni e anni.

Secondo caso: Francesco Misiani ed Ernesto Rossi, giudici al Tribunale di Roma, anche loro appartenenti a Magistratura democratica. I fatti: il 25 maggio 1971 Misiani e Rossi intervengono ad una conferenza stampa indetta da Potere operaio. La conferenza ha lo scopo d’informare l’opinione pubblica intorno ad un processo che si tieni in quei giorni davanti alla quarta Sezione del tribunale romano. Imputati: quattro giovani che hanno partecipato ad una azione di picchettaggio durante l’ultimo sciopero alla Fiat di Roma. Il reato contestato è quello solito di resistenza ed oltraggio. Alla conferenza stampa, sia Misiani che Rossi prendono la parola. Misiani nel suo intervento ricorda che la quarta sezione è stata quella sempre prescelta per trattare i casi politici più importanti degli ultimi anni, la sezione che ha regolarmente condannato gli imputati per i moti di piazza S. Paolo de1 1960, i giornalisti dell’ “Espresso” per il caso de Lorenzo nel ’64, Danilo Dolci per le accuse alla mafia nel ’65, gli studenti per la manifestazione di piazza Cavour del ’68, il professor Tolin per reati d’opinione nel vivo dell’autunno caldo e così via. L’intervento di Rossi è più generale: la nostra partecipazione a questa conferenza, dice, è una testimonianza del fatto che anche in seno alla magistratura esiste una categoria di giudici che non intendono accettare in modo acritico la formazione di tribunali speciali per la repressione di reati politici e di opinione. Noi ci battiamo, conclude Rossi, per l’effettiva applicazione di quel principio costituzionale che proibisce di distogliere l’imputato dal suo giudice naturale, principio che si salverà solo attraverso la ripartizione automatica dei processi tra i vari uffici del tribunale.

La conclusione è identica a quella del caso Deidda. Anche Misiani e Rossi vengono denunciati per “vilipendio alla magistratura”. Un’unica differenza: questa volta non è la Procura ad assumersi l’incombenza ma un avvocato del Msi. Comunque la Procura di Roma fa la sua parte, la pratica di Rossi e Misiani corre lungo i binari tracciati dal codice con la velocità. di un direttissimo. Il procuratore capo De Andreis infatti non pensa nemmeno per un attimo ad archiviare la denuncia ma si affretta ad inoltrarla alla Cassazione, e la Cassazione sceglie Napoli come sede del processo. Nel luglio di quest’anno viene inoltrata al ministero la domanda per l’autorizzazione a procedere. Il 26 settembre scorso l’autorizzazione viene concessa. Una decisione così grave è costata a Gonella nemmeno due mesi di studio.

Terzo caso. Nel febbraio del 1971 a Firenze si tiene una manifestazione alla quale partecipano magistrati, parlamentari e uomini politici. Si protesta contro l’autorizzazione a procedere concessa dal ministro Reale contro il magistrato Franco Marrone, l’unico imputato di vilipendio alla magistratura della passata gestione politica. In un discorso a Sarzana Marrone aveva detto che la classe dei magistrati non si è ancora «staccata dal sistema di valori proprio dell’esecutivo» e aveva rimproverato a Cudillo e Occorsio, i due giudici che si occupavano del caso Valpreda, di avere «limitato le indagini ai gruppi della sinistra extraparlamentare..». Al termine della manifestazione viene firmato un documento di solidarietà. nei confronti di Marrone.

Tutto qui. Ma la reazione ormai è automatica: la Procura di Firenze non lascia nemmeno asciugare l’inchiostro delle firme e apre un altro procedimento penale per “vilipendio”. Il procedimento riguarda solo quattro delle persone che sedevano al tavolo della presidenza della manifestazione, e cioè Luigi De Marco, Marco Ramat, Generoso Petrella e Mario Barone. Tutti e quattro naturalmente appartengono a Magistratura democratica, anzi rappresentano il direttivo, De Marco è il presidente, Ramat il segretario nazionale.

Anche per loro, l’autorizzazione a procedere del ministro arriva il 26 settembre. Questa volta l’intera trafila è durata due anni. La denuncia era scattata troppo presto: si è dovuto aspettare che il ministero della Giustizia cambiasse titolare.

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