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1970 02 25 Corriere – Interrogati gli esponenti del XXII marzo. di Roberto Martinelli

12 novembre 2015

1970 02 25 Corriere - Interrogati gli esponenti del XXII marzo. di Roberto Martinelli

L’inchiesta sugli attentati di Milano e Roma

Interrogati gli esponenti del«XXII Marzo»

Le dichiarazioni di Emilio Serventi detto il «Cobra» – Sulla conferenza tenuta al circolo anarchico il giorno della strage di piazza Fontana – Delle Chiaie ha confermato l’alibi di Mario Merlino – Difficile procedura per l’estradizione di Ivo Della Savia.

di Roberto Martinelli

 

Roma 24 febbraio, notte.

Otto testimoni sono stati interrogati stamane dal giudice istruttore Ernesto Cudillo, il magistrato che conduce le indagini sulla strage di Milano e gli attentati di Roma. Due di essi, Emilio Serventi (detto «il cobra») e Stefano Delle Chiaie, sono stati interrogati alla presenza del pubblico ministero Vittorio Occorsio. Il primo ha parlato della conferenza tenuta al circolo XXII Marzo, della sua durata, del motivi che indussero gli organizzatori a non tenerla nei locali del circolo Bakunin (il gruppo anarchico dal quale Valpreda e gli altri si erano staccati). Stefano Delle Chiaie, un giovane esponente dell’estrema destra, ha confermato in buona sostanza ciò che Mario Merlino ha dichiarato nei suoi verbali di interrogatorio a proposito del suo alibi.

Pietro Valpreda, intanto, s’è incontrato nuovamente con l’avvocato Guido Calvi, che lo assiste insieme con il professor Giuseppe Sotgiu. Il nuovo colloquio era stato sollecitato telegraficamente dall’imputato il quale ha reso noto al difensore di essersi ricordato di una circostanza nuova che, a suo avviso, dovrebbe scagionarlo dall’accusa di furto di auto presentata a suo carico.

Le testimonianze raccolte stamane dai magistrati inquirenti non hanno in sostanza modificato il quadro dell’istruttoria. Stefano Delle Chiaie, il primo dei testimoni interrogati, ha confermato ciò che disse alla polizia. E cioè di aver appreso da uno dei figli di una sua conoscente, la signora Minetti, che Mario Merlino si era incontrato con lui, nei pressi della sua abitazione, in via Tuscolana 552, intorno alle ore 17. Merlino disse testualmente che egli era «diretto dall’amico Stefano Delle Chiaie, con il quale aveva preso un appuntamento per le ore 17… Mi recai in via Tuscolana… nell’abitazione della signora Minetti dove incontrai i figli Riccardo e Claudio. Non trovai invece il Delle Chiaie che peraltro avrebbe dovuto essere lì. Rimasi con Riccardo e Claudio per circa un’ora. Verso le 18.15 arrivò la madre e quindi io e Riccardo uscimmo e percorremmo insieme un tratto di strada fino a piazza Re di Roma. La passeggiata durò venti minuti. Successivamente io rientrai in casa verso le 19».

Riccardo Serventi ha parlato invece della sua conferenza. Ha detto che essa cominciò intorno alle 15.30 e che si protrasse per tre ore. Fu egli stesso ad introdurre il discorso e a trattare argomenti filosofici e matematici. Seguì un dibattito. Alle contestazioni degli inquirenti i quali hanno fatto rilevare al testimone che i due nastri magnetici sui quali è inciso il testo del suo discorso durano circa un’ora e mezzo, il Serventi ha spiegato che durante la conferenza vi furono molte interruzioni.

La conferenza del 12 dicembre è uno degli argomenti che sta più a cuore alla pubblica accusa: essa è convinta che quella insolita riunione fu organizzata per precostituire un alibi ai presunti responsabili degli attentati dinamitardi di Roma. La conferenza fu organizzata il martedì precedente e, in un primo tempo, fu stabilito che dovesse esser tenuta nei locali del circolo Bakunin. All’ultimo momento fu spostata in quelli del XXII Marzo. Serventi ha detto oggi che i partecipanti si riunirono in un bar e poi, tutti insieme, andarono al circolo. Il testimone ha aggiunto un altro particolare finora inedito: che il giorno successivo agli attentati, cioè il sabato 13 dicembre, assieme ad Emilio Bagnoli (uno degli imputati) e ad Umberto Macoratti (il supertestimone dell’ accusa) egli sarebbe ritornato nei locali del XXII Marzo.

Gli atti dell’istruttoria sono stati esaminati stamane, per la prima volta dal nuovo consigliere istruttore Achille Gallucci, che stamane s’è insediato nei nuovi uffici di piazzale Clodio in sostituzione del dottor Antonio Brancaccio, promosso e trasferito alla prima sezione civile della corte di cassazione.

Tra i tanti problemi che i due magistrati dovranno affrontare, c’è la richiesta di estradizione per Ivo Della Savia, l’anarchico contro il quale è stato spiccato mandato di cattura per detenzione di esplosivi. Data la natura, tipicamente politica, dei reati ai quali questa imputazione è collegata, l’estradizione non può essere chiesta dall’Italia. Il nostro paese ha infatti aderito alla convenzione europea di estradizione firmata a Parigi il 13 dicembre 1953. Tale convenzione, all’articolo 3, precisa che «l’estradizione non sarà accordata se un reato è considerato dalla parte a cui essa viene richiesta come un reato politico o come un fatto ad esso connesso». Ed anche il Belgio, ove Della Savia s’è rifugiato, ha aderito a tale convenzione.

Contro l’imputato esiste però un altro procedimento penale per il reato militare (renitenza alla leva) e ciò consentirebbe alle nostre autorità di poter, nel rispetto della convenzione parigina, chiedere l’estradizione.

 

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1970 02 27 Corriere – Richiesta di cattura per Della Savia. E’ accusato di avere procurato l’esplosivo per i recenti attentati. di Giorgio Zicari

12 novembre 2015

1970 02 27 Corriere - Richiesta di cattura per Della Savia di Giorgio Zicari

Attraverso l’Interpol alla polizia belga

Richiesta di cattura per Della Savia

E’ accusato di avere procurato l’esplosivo per i recenti attentati – L’Italia domanderà la sua estradizione – L’anarchico avrebbe già lasciato Bruxelles.

di Giorgio Zicari

 

Dal nostro inviato speciale

Bruxelles 26 febbraio, notte

L Interpol ha chiesto ufficialmente alla polizia belga, l’arresto di Ivo Della Savia «indiziato di reati» in Italia per aver procurato l’esplosivo impiegato nei recenti attentati dinamitardi. Per via diplomatica sono state inviate alle autorità di Bruxelles le copie dei due mandati di cattura che pendono sul capo dell’anarchico italiano: uno per renitenza alla leva, l’altro per detenzione di materiale esplosivo.

La richiesta di bloccare Ivo Della Savia, la cui presenza a Bruxelles è ormai certa, preluderebbe, comunque, ad una richiesta di estradizione da parte della magistratura italiana. La polizia belga, stando a una fonte ufficiosa, avrebbe assicurato la «massima collaborazione». Una volta scovato dal suo rifugio, si sostiene qui a Bruxelles, Ivo Della Savia potrebbe essere invitato a lasciare il paese perché indesiderabile. Secondo indiscrezioni raccolte in ambienti qualificati, una richiesta di estradizione, invece, avrebbe scarse probabilità di essere accolta. A questo proposito ci è stato fatto notare che, fino ad oggi, gli anarchici hanno sempre collocato le loro « azioni dirette » nel quadro di una lotta politica e hanno sempre dato motivazioni di carattere ideologico ai reati comuni consumati durante la loro «lotta al sistema».

Il Belgio, come noto, si vanta di avere una tradizione molto liberale e vedute molto larghe in materia di reati politici. Molti sono del parere che, se venisse concessa la estradizione di Ivo Della Savia, si assisterebbe ad una sollevazione generale, in campo culturale e politico. Al limite – si sostiene – le bombe gettate contro Palazzo Marinor la biblioteca Ambrosiana, gli uffici di rappresentanza spagnoli in Italia e lo stesso attentato di piazza Fontana potrebbero rientrare in una lotta di natura essenzialmente politica.

In via preliminare, comunque, le autorità belghe dovranno stabilire fino a che punto Ivo Della Savia è realmente compromesso negli attentati del 12 dicembre scorso. Nella sua intervista, lo anarchico italiano ha respinto, come noto, ogni responsabilità. Ha ripetuto più volte che la strage, l’attacco contro le persone inermi, non rientrano nei sistemi e nella tecnica di lotta del movimento. E’ stato a questo proposito che Ivo Della Savia ha rivendicato al suo gruppo, il «Barcellona ‘39», tutti gli attentati messi a segno in Italia contro gli uffici consolari e di rappresentanza del governo spagnolo. Ha ripetuto più volte che gli anarchici colpiscono i «simboli» del sistema che vogliono combattere e che mai, nelle loro imprese, hanno torto un capello a chicchessia.

«Si è trattato sempre di attentati – ha detto testualmente Ivo Della Savia – rivolti contro i simboli materiali e che mai, mai, mai, hanno fatto un morto». L’anarchico ha negato che provengano dai suoi compagni di fede, invece, le azioni dinamitarde del 25 aprile scorso alla Fiera e alla Stazione Centrale di Milano, quelle dell’8 agosto successivo sui treni e la strage di piazza Fontana. Gli si può credere? Lo stesso Della Savia è in possesso degli elementi necessari a trarre un giudizio? Più volte ha ripetuto, in risposta alle domanda più compromettenti: «Non so bene cosa sia successo in Italia negli ultimi due mesi perché mi trovavo qui, in Belgio».

Per saperne di più abbiamo cercato un incontro a quattr’occhi con Chantal, la ragazza che divide con lui le angosce e i timori della continua fuga. «Sono sicura – ci ha detto Chantal – che Ivo non c’entri per niente in tutta questa storia. Io l’ho conosciuto non appena è arrivato qui e posso darle la mia parola che Ivo ha saputo della strage della banca dai giornali. Era sorpreso e preoccupato. Mi ricordo che disse: “Non riesco proprio a immaginare chi possa essere stato”. Ivo era veramente sorpreso».

«Lei dice, però, che era anche preoccupato. Perché?».

«Si, mi disse subito: “Vedrai che adesso daranno la colpa a noi anarchici ed io ci andrò di mezzo”. Alla vigilia della strage, infatti, Ivo aveva scritto due lettere: una a Valpreda e l’altra al Pinelli».

«Cosa diceva in queste lettere?».

«Non lo so. Le ho imbucate io personalmente, ma non ne conoscevo il contenuto».

Chantal ha poi manifestato a lungo le sue preoccupazioni per la sorte di Ivo. Da un lato vorrebbe che fuggisse, che si rifugiasse subito in un luogo più sicuro di Bruxelles dall’altro non vuole perderlo. Lei non può abbandonare la sua città, la famiglia, gli studi, per seguire Ivo da un capo all’altro dell’Europa. E, in fondo, si capisce chiaramente che teme di scottarsi le mani con una faccenda dai contorni troppo pericolosi. «Noi anarchici belgi – dice – siamo diversi dagli anarchici italiani, siamo più integrati, più calmi». E aggiunge: «Ivo non sta attento. E’ troppo audace. Se continua cosi lo prenderanno. Je ne sais plus que faire. Abbiamo avuto proprio oggi una lunga discussione: non vuole tagliardi i capelli e i baffi perché è superstizioso. Dice che ogni volta che l’ha fatto l’hanno preso».

Ma la spavalderia di Ivo Della Savia non si ferma qui. Lui stesso ci ha raccontato: «Mi sono divertito un mondo tempo fa a leggere i giornali italiani. Tutti scrivevano: ‘Dov’è Ivo Della Savia?’ con dei grandi punti interrogativi. E io ero sotto il loro naso. Sì, perché la mia fotografia è stata pubblicata da tutti i giornali; in occasione dell’inaugurazione del salone dell’auto qui a Bruxelles. Siccome per vivere debbo lavorare, avevo accettato di fare la pubblicità ad una casa automobilistica giapponese. Posavo per i fotografi, vicino alle macchine, travestito da messicano. E nessuno mi ha riconosciuto». Ivo Della Savia, a questo punto, ride di gusto.

L’anarchico ha anche detto: «Consiglio chi di dovere ad andare a vedere bene sulla via Tiburtina. Vedrà che il mio famoso pacco è ancora lì. Chieda al proprietario del campo e vedrà che di buche non ce ne sono mai state. Sono convinto che il mio pacco con i cinquanta metri di miccia e i due o tre orologi sono ancora lì». Alla domanda se Valpreda potesse aver preso la miccia e gli orologi a sua insaputa, ha risposto semplicemente : «Non credo».

Nelle ultime ore, stando a quanto sostengono i suoi amici, Ivo Della Savia si sarebbe allontanato da Bruxelles A quest’ora, probabilmente, il presunto «corriere del tritolo» ha già trovato un altro rifugio.

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La famiglia Pizzamiglio parte civile contro Valpreda

Roma 26 febbraio, notte.

Il senatore Leone sosterrà la accusa privata in rappresentanza della Banca Nazionale dell’agricoltura, contro i presunti responsabili degli attentati del 12 dicembre. L’illustre penalista sarà affiancato dall’avvocato Claudio Gargiulo, il quale, alcune settimane orsono, ha depositato nelle mani del giudice istruttore Cudillo l’atto formale di costituzione di parte civile. Mentre si attende, una decisione, in proposito, da parte dei singoli funzionari della banca che restarono feriti, è da segnalare la costituzione in giudizio del padre di Enrico e Patrizia Pizzamiglio, i due ragazzi che in quel tragico pomeriggio entrarono nella filiale di piazza Fontana per pagare una cambiale. Lo scoppio dilaniò la gamba allo sventurato ragazzo e ustionò gravemente la sorella.

L’avvocato Eveno Arani, che rappresenta la famiglia Pizzamiglio, ha dichiarato oggi: «Per ora la costituzione di parte civile, la quale è diretta oltre che a sollecitare la punizione dei colpevoli, ad ottenere il risarcimento dei danni, è stata fatta solamente nei riguardi di Pietro Valpreda, sospettato di avere compiuto l’attentato di piazza Fontana; ma in seguito sarà estesa contro tutti coloro che risulteranno direttamente o indirettamente responsabili, non esclusi – se esistono – eventuali mandanti».

Stamane è proseguita l’istruttoria. Sono stati interrogati quattro testimoni, due dei quali milanesi: la portiera dello stabile in cui abitano i nonni di Valpreda e un imbianchino che abita nello stesso palazzo. La prima ha dichiarato di non aver veduto, quel pomeriggio, Pietro Valpreda uscire assieme alla nonna, come lo imputato sostiene.

Un’ultima notizia; riguarda i famosi nastri magnetici sui quali il professor Guido Lorenzon avrebbe inciso le presunte ammissioni dell’editore Giovanni Ventura. Nell’inviare a Roma l’incartamento processuale riguardante questa vicenda, la magistratura di Treviso ha omesso l’invio dei nastri. La procura di Roma li ha richiesti telegraficamente.

1970 02 26 Corriere – Secondo incontro con Della Savia. Il «corriere del tritolo» è ancora a Bruxelles braccato dalla polizia. di Giorgio Zicari

12 novembre 2015

1970 02 26 Corriere - Secondo incontro con Della Savia di Giorgio Zicari -1

Il «corriere del tritolo» è ancora a Bruxelles braccato dalla polizia.

Secondo incontro con Della Savia

Gli attentati di Parigi fatti nelle ore più affollate – «Noi anarchici vogliamo coinvolgere la folla nella protesta, ma uccidere una persona non serve a niente» – Come si prepara una bomba fumogena – «Rubavamo per aiutare i gruppi provos» – I retroscena dell’organizzazione internazione – Ipotesi sul suicidio di Pinelli – La collaborazione con Valpreda – «Fummo perfino finanziati dai consolati».

di Giorgio Zicari

 

Dal nostro inviato speciale

Bruxelles 25 febbraio, notte.

Ivo Della Savia ha mantenuto la promessa. Tramite Chantal, la sua ragazza, si è fatto vivo di nuovo. Questa volta l’incontro, per motivi precauzionali, è avvenuto in una località a settanta chilometri circa da Bruxelles. Il presunto «corriere del tritolo» avverte che il cerchio delle ricerche si va pericolosamente stringendo: e appare meno incosciente, meno spavaldo di ieri. Ogni tanto si guarda attorno, prende mille precauzioni e, forse, arriverà a quello che per lui rappresenta un grosso sacrificio: il taglio dei baffi. Ha già in mano i documenti nuovi, ovviamente falsi, procuratigli dall’Internazionale anarchica: se ne servirà per varcare la frontiera. Non vuol dire dove andrà. Comincia a parlarmi della sua attività in Francia.

In una baracca

«Dopo la prima condanna per renitenza alla leva – dice – mi recai subito a Parigi con la ferma intensione di lavorare, ma venni coinvolto nel clima esistente nel Quartiere latino, soprattutto negli ambienti anarchici. Qui, il compagno che arriva dall’estero trova sempre una sistemazione in virtù di una di una cordialità spontanea. Il periodo della mia permanenza in Francia, dal 1966 fino all’otto ottobre del ’67, è contraddistinto da alcuni fatti molto importanti. A Nanterre si formò nell’università un forte gruppo anarchico che io raggiunsi fin dal primo momento. Venni ospitato con mio fratello in una baracca di rue Plaideur Libertaire 39. Qui conobbi Cohn-Bendit e Jean Pierre Duteuil e gli altri che successivamente dettero vita al movimento ’22 Marzo’ e al maggio francese. Continuai, tuttavia, a mantenere stretti contatti con certi elementi della Federación de las Juventudes Libertarias Ibericas (FJLI). Quel periodo fu caratterizzato da innumerevoli furti. Avevamo bisogno di mangiare e rubavamo nei bar-tabacchi, nei grandi magazzini, nei negozi in genere. I furti ci permettevano di organizzare e finanziare i primi gruppi di ‘provos’ a Parigi. Questi gruppi all’inizio fecero sette-otto dimostrazioni di un tipo molto speciale. Una volta, per esempio, abbiamo gettato della benzina in place Chatelet, a Parigi, e poi siamo scesi lungo il boulevard Saint-Michel scandendo certi slogans. Un’altra volta abbiamo tirato bombe fumogene contro i camion della polizia, nello stesso boulevard ».

«Quale significato aveva tutto ciò?».

«Era una strategia rivoluzionaria che teneva conto di alcuni aspetti peculiari del quartiere. Ogni dimostrazione e ogni happening venivano fatti in ore determinate, generalmente quando il quartiere era pieno di gente. Noi volevamo coinvolgere la folla, renderla partecipe della nostra protesta ».

«In cosa consisteva l’happening?».

Metodi e strategie

«L’happening a Parigi era una dimostrazione violenta, brevissima, attuata generalmente di sabato proprio perché di sabato il Quartiere latino è pieno di gente. Si trattava di introdurre quelle nozioni teoriche e pratiche che servirono poi durante il maggio francese. Si collaudavano metodi e strategie. Faccio un esempio: quello delle bombe fumogene. Nessuno, a Parigi, sapeva come dovevano essere costruite. Cosi io e Giorgio Mozzanti (marito di Rose Lino, la spagnola che ospitò più volte Ivo Della Savia nella sua casa di Bruxelles, in rue de Coteaux. n.d.r.) ci recammo ad Amsterdam per sapere dai ‘provos’ come le costruivano loro. Si fa così: si prendono del clorato di sodio, dello zucchero e un’altra sostanza. Il tutto si avvolge in un panno. Ci si procura poi una boccetta di acido solforico. Al momento di usare l’ordigno ci si versa sopra un po’ di acido e si lancia. L’acido corrode e la bomba fumogena scoppia quando arriva sull’obbiettivo. Di ritorno da Amsterdam ci fermammo a Bruxelles. Il consolato italiano mi dette centocinquanta franchi con i quali arrivammo a Mons. Qui furono più generosi: ottenemmo trecento franchi, sempre dal consolato e, dopo una gran mangiata, salimmo sul treno per Parigi. In tasca avevamo la formula, completa per le bombe fumogene. E’ buffo pensare che venimmo finanziati proprio dal consolato in questa missione. Nel programma dei gruppi era previsto che si sapessero fare certe cose. Man mano che assunsi altri impegni, le appresi. Nella fabbricazione delle bombe io sono propenso ai sistemi tradizionali: alla miccia, agli acidi, all’orologio. Noi anarchici, nei nostri attentati non abbiamo mai usato dei segna-tempo. Sarà forse per pigrizia, ma non usciamo mai da certi schemi ».

«Che cosa si può sapere sull’organizzazione della F.J.L.I.?» .

«E’ il movimento giovanile anarchico spagnolo e rappresenta un capitolo molto importante nella nostra storia, perché è l’unica organizzazione che possa garantire una certa efficacia. Può disporre ancora di certi mezzi, è strutturata in una certa maniera e, essendo un retaggio della guerra civile spagnola, ha un capitale di persone. La FJLI è strutturata così: vi è una base e una giunta direttiva che viene eletta annualmente. Durante il periodo in cui mi sono trovato a Parigi nel ’67-’68, Octavio Susinak Alberola era il capo dell’organizzazione di combattimento e di difesa, il cui compito specifico è quello di organizzare la lotta in Spagna e fuori della Spagna, ovunque vi fossero occasioni per intervenire».

«Quali per esempio?».

«In Germania, nel 1968 venne lanciata una bomba contro l’ambasciata spagnola a Bonn perché un mese prima alcuni operai spagnoli che avevano partecipato a scioperi in Germania, erano stati rimandati a casa. In questo l’ambasciatore aveva avuto un ruolo molto attivo. Anche il rapimento di monsignor Ussia a Roma ebbe un carattere punitivo ».

«Questi anarchici spagnoli organizzano attualmente attentati in Grecia?».

«Può essere».

«Come spiega lei il suicidio dell’anarchico milanese Giuseppe Pinelli?»

«Era stanco. Per spiegarlo dovrei riferire molti particolari che concernono i rapporti con le persone che gli stavano attorno. Sono cose che ho saputo da lui stesso. Perché una persona arriva a suicidarsi? Perché c’è qualcosa che non va. Non sono io, però, che debbo dare una spiegazione al suo gesto. La sua era una vita completamente assorbita dall’attività politica. A volte mi diceva, con amarezza, che non aveva il tempo di stare con le sue bambine, con la moglie. In fondo Pinelli non aveva mai conosciuto una vera giovinezza. Si era sentito giovane solo quando aveva visto la folla di giovani che affluivano nel movimento anarchico. Credo che solo allora lui abbia avuto la sensazione di vivere veramente, fuori degli schemi del tran tran quotidiano e sedentario. Si vedeva però che era arrivato a un punto critico: dover scegliere fra la vita familiare e quella politica. Con gli attentati sono certo che Pinelli non c’entra niente. L’8 agosto ’69, il giorno degli attentati sui treni, era partito da Milano perché doveva venire da me, a Roma».

Pinelli a Roma

«A quale scopo?».

«A Roma io e Valpreda non riuscivamo a trovare lo stagno per le lampade. Occorre una lega speciale composta dal settanta per cento di stagno, dal ventisette per cento di piombo e dal tre per cento di rame. Questa lega si trova solo a Crescenzago, in via Pontenuovo 51, da Omodeo. Così avevo pregato Pinelli di portarmene una partita. Ne comprò dieci chili e me li portò. Approfittò di un giorno di libertà».

«Non è vero allora che Pinelli venne a Roma perché c’era un congresso anarchico?».

«Non c’era nessun congresso. Venne per portarmi lo stagno. Rimase un giorno solo e poi ripartì perché faceva caldo e si annoiava».

«Come spiega che nel movimento anarchico si siano infiltrati elementi provenienti dalle file dell’estrema destra, quali il Sottosanti e il Merlino?».

«Che il Merlino avesse militato a destra l’ho saputo dai giornali dopo gli attentati. Non ho mai avuto con lui dei contatti diretti o delle discussioni. Avevo solo dei rapporti visivi. Il Sottosanti poi non lo conosco neppure».

«Ma chi forniva i fondi?».

« Il denaro veniva raccolto fra i compagni e versato dai simpatizzanti».

«Chi sono costoro?».

«Gente che ruota attorno al movimento». Di più Ivo Della Savia non vuol dire. Gli chiedo se questi elementi di destra possano essersi infiltrati nei gruppi anarchici per sfruttarne l’organizzazione e i metodi di lotta ma con fini diversi.

«Può essere», risponde Ivo Della Savia.

«Ha mai sentito parlare di un certo Ventura?».

«No, non so chi sia. Ho letto di lui sui giornali ma non ne so assolutamente nulla. Ripeto che della situazione in Italia non so molto perché prima sono rimasto un anno e mezzo in carcere in Francia e poi ho girato per l’Europa: Olanda, Inghilterra, Germania, Belgio eccetera. Rientravo in Italia solo quando c’era qualche iniziativa particolare. Conosco molto bene Roberto Mander, perché era uno degli elementi più attivi del movimento. Borghese lo conosco un po’ meno. Era un ragazzo tranquillo che non ha mai fatto nulla di caratteristico. Partecipava alle riunioni e andava a scrivere sui muri quando ce n’era bisogno. Degli altri non posso dire nulla».

«E’ vero che lei progettò una rivoluzione in Valtellina?»

Il piano per la Valtellina

«E’ una fandonia che trae origine dalla mente di un certo Garofalo, uno dei nostri che aveva ideato tutto un piano per la rivoluzione in Valtellina. Aveva scritto tutto su un quaderno: dai sedici segreti ai giorni della rivolta. Nessuno di noi però lo aveva mai preso sul serio. Quando il quaderno finì nelle mani della polizia dissi chiaramente che si trattava della temporanea follia di una sola persona».

Ivo Della Savia racconta poi due episodi che definisce divertenti. Il primo si riferisce al fratello.

«Quando tornai a Roma da Parigi, la prima volta – dice – trovai mio fratello molto cambiato, aveva i capelli lunghi e si era fatto crescere una grande barba. La casa della spagnola che l’ospitava era vicino alla ferrovia vaticana. Era un periodo durante il quale Pietro faceva delle strane cose, aveva delle strane manie. La notte se ne stava in terrazza e lanciava razzi. Diceva che voleva studiare la traiettoria per il lancio di una bomba sul trenino che passava di lì periodicamente. Io ogni tanto sentivo questi razzi che partivano dal terrazzo. Si trattava di cose innocue, perché in fondo non erano altro che fuochi d’artificio. Ne faceva tante, Pietro, in quell’epoca!».

Allo stesso periodo si riferisce anche il secondo episodio.

«Dopo l’esplosione alla Fiera e alla stazione Centrale di Milano – racconta Ivo – Paolo Faccioli, (attualmente nel carcere di San Vittore sotto l’accusa di strage, n.d.r.) confessò di essere in contatto con me tramite il fermo posta di Roma. Un giorno mi recai lì e vi trovai un commissario di polizia che mi aspettava. Uscimmo insieme in strada e poi, all’improvviso, mi misi a correre. In questi casi c’è sempre un volonteroso che ti ferma pensando che sei un ladro o uno scippatore. Così, per non farmi prendere, cominciai a correre gridando ‘Cip-cip-cip’, e sbattendo le braccia come se fossero state le ali di un uccello. Nessuno mi fermò e riuscii così ad entrare in una boutique. Qualcuno però mi aveva visto e lo disse al commissario. Mi prese mentre stavo provandomi una camicia».

Il grande problema, per tutto il movimento anarchico internazionale – conclude Ivo Della Savia – è quello di trovare chi è stato, chi è il responsabile degli attentati del 12 dicembre. Noi, ripeto, non siamo stati. Se fossero opera di frange estremiste del nostro movimento saremmo stati i primi a neutralizzarli. Anche noi ci rivoltiamo davanti a questo tipo di attentato. L’azione diretta degli anarchici non si è mai diretta contro le persone. Uccidere una persona non significa assolutamente nulla. Una persona si sostituisce pagando il salario ad un’altra. Gli anarchici vogliono coinvolgere le masse, la folla, non esserne respinti con azioni inutili, crudeli».

«Gli attentati di Roma all’altare della Patria e nei sotterranei della banca di via San Basilio erano chiaramente diretti a fare solo danni materiali. Non crede quindi che le bombe nelle banche milanesi dovessero esplodere dopo la chiusura senza provocare vittime, per fare solo danni materiali, per contestare un simbolo?».

«Può essere che sia proprio così; ma ripeto che noi non ne siamo gli autori. Si tratta, a mio avviso, di nostri imitatori»

 

 

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L’inchiesta sugli attentati

Ascoltati sei testimoni dal giudice istruttore

Roma 25 febbraio, notte.

Sei nuovi testimoni sono stati interrogati stamane dal giudice istruttore Cudillo, il magistrato che dirige l’inchiesta sulla strage di Milano e gli attentati di Roma. Tra questi, doveva essere sentito anche Umberto Macoratti, l’impiegato della SIP, simpatizzante del circolo XXII Marzo e ritenuto dall’accusa uno dei testimoni più importanti del processo. Il suo interrogatorio, però è stato rimandato a data da destinarsi.

Lungo i corridoi della sezione istruttoria è stato visto passeggiare a lungo anche Stefano Delle Chiaie, l’esponente della estrema destra che ha confermato, ieri, l’alibi di Merlino. Delle Chiaie si è poi allontanato dal palazzo di giustizia in compagnia di una testimone.

1970 02 25 Corriere – Ho scoperto a Bruxelles Ivo Della Savia. Intervista segreta con l’anarchico amico di Valpreda. di Giorgio Zicari

12 novembre 2015

1970 02 25 Corriere - Ho scoperto a Bruxelles Ivo Della Savia di Giorgio Zicari

Respinge le accuse per la strage ma ammette gli esplosivi e i precedenti attentati

“Ho scoperto a Bruxelles Ivo Della Savia”

Intervista segreta con l’anarchico amico di Valpreda – Le bombe del ’63 a Milano contro palazzo Marino, le associazioni cattoliche e l’Assolombarda erano «una specie di esercitazione» – Come furono nascosti sulla via Tiburtina un pacco di micce e sistemi a orologeria – I rapporti con l’ambiente degli anarchici e i suoi finanziatori – Le vicende del fratello – Rivendicata la paternità delle azioni terroristiche contro il Senato, il ministero della pubblica istruzione, il palazzo di giustizia, e contro consolati e uffici spagnoli in Italia – «Ma Valpreda è innocente».

di Giorgio Zicari

 

Bruxelles 24 febbraio, notte.

Ieri sera ho cenato con Ivo Della Savia, l’anarchico Italiano braccato dall’Interpol e dai servizi di sicurezza belgi. Avevo fatto sapere in certi ambienti che desideravo incontrarlo. La sua telefonata mi è giunta all’albergo verso le 23.

«Sono Ivo Della Savia – mi aveva detto -. Trovati davanti all’Hilton fra mezz’ora, con un giornale in mano. Qualcuno verrà a prenderti ».

Ho seguito le istruzioni. All’ora stabilita mi si è avvicinata una graziosa brunetta: ha sorriso e, senza dire una parola, mi ha fatto cenno di seguirla. Ci siamo incamminati, sempre in silenzio, lungo l’Avenue Louise, una delle vie più centrali della città. All’improvviso, senza che me ne accorgessi, mi sono trovato al fianco Ivo Della Savia. Indossava un paio di pantaloni di velluto color salmone e un maglione nero. Sul volto, una grande sciarpa marrone, dalla quale spuntavano solo gli occhiali. In tassì abbiamo poi raggiunto un locale spagnolo assai discreto, «Casa Manuel», alla Grande Place, nel cuore della città.

Per sei ore

L’anarchico ha ordinato per sé e per Chantal – questo è il nome della ragazza – cocktail di scampi, paella, caffè e cognac. Più tardi la nostra conversazione è proseguita in un dancing messicano. Siamo rimasti insieme circa sei ore, durante le quali Ivo Della Savia ha parlato di sé, del fratello, del movimento anarchico, degli atti terroristici passati e di quelli recenti.

Della Savia ha negato di aver avuto una parte qualsiasi nella strage di piazza Fontana e ha sostenuto l’innocenza di Pietro Valpreda, suo socio d’affari nel negozio romano di via del Boschetto, per la costruzione e la vendita delle lampade «Tiffany».

Ha ammesso tuttavia di aver nascosto sulla via Tiburtina un pacco contenente 50 metri di miccia e alcuni orologi preparati per essere usati come congegni a tempo in ordigni esplosivi. Il primo pensiero di Ivo Della Savia è per il fratello Angelo Pietro, detenuto a san Vittore sotto l’accusa di aver partecipato agli attentati dinamitardi dell’aprile 1969 alla Fiera di Milano e alla stazione Centrale. Chiede sue notizie, poi racconta di quando erano insieme in Francia, nel 1967. Commenta: «Mio fratello Pietro, non sarebbe mai diventato quello che è diventato, se fosse rimasto a Parigi, in un ambiente molto diverso da quello milanese. Sarebbe rimasto un personaggio gaio, perfettamente intonato col clima del “Quartiere latino” che lo circondava. A Milano, invece, si è lasciato montare da persone che lo adulavano. Io credo che ogni persona sia in funzione delle cose materiali che lo circondano. A Milano, nel quartiere di Brera, Pietro era costretto ad esprimersi in altro modo, in un modo che non gli era congeniale».

Prima di entrare nei dettagli, Ivo Della Savia vuol fare una premessa di carattere generale, «altrimenti – dice – non ci si capisce più niente in tutta questa storia». E attacca: «Nel 1963 si è assistito alla formazione del primi gruppi anarchici che cominciano a fare azioni dirette. Per azioni dirette noi intendiamo attentati. Io facevo parte di questi gruppi, articolati in modo molto severo. Non esisteva il problema del numero; non ci preoccupavamo, cioè, di essere in molti, perché bastavano, per i nostri fini, pochi elementi capaci di fare una certa azione. L’azione stessa, secondo i nostri programmi, avrebbe operato una selezione, garantendo nel futuro l’omogeneità e l’efficacia dei gruppi nei confronti del sistema».

La legge del sistema

«Cosa non andava nel sistema, per voi?»

«Durante quel periodo lavoravo come apprendista in una ditta di termostati di via Washington a Milano. Ero sfruttato, percepivo un salario insufficiente ai miei bisogni, sette – ottomila lire per settimana. Toccavo con mano lo sfruttamento perché, pur rendendo quanto un operaio, pur facendo gli stessi gesti e lo stesso lavoro manuale, venivo pagato male. La legge del sistema, infatti, riconosce all’apprendista un salario inferiore. Inoltre ero appena uscito dal collegio, da una vita comunitaria nella quale ero abituato ad alcune idee-base, quali la solidarietà e il senso della fraternità. Tutto ciò non lo trovai più nella vita sociale, e cominciai a sentire dentro di me un senso di rivolta. Avvertii la necessità di rompere con tutte le consuetudini integrate per il sistema e fini a se stesse. Di lì la protesta contro tutto che, al limite, non aveva alcun significato nella società.

«Ciò che i primi gruppi anarchici si prefiggevano in Italia – prosegue – era creare strumenti coi quali si sarebbe potuto essere dannosi ed efficaci, senza ricorrere a quei sistemi classici – dimostrazioni di massa, conferenze, proteste, telegrammi – che vengono assorbiti dall’apparato del sistema stesso, perché fanno parte della consuetudine quotidiana e passano senza lasciar traccia. I nostri gruppi, invece, dovevano essere un’entità che sfuggisse al sistema e che desse la sensazione che qualcosa di radicale stesse nascendo in contrapposizione agli schemi abituali».

«Le bombe che lei ha lanciato nel ’63 a Milano contro palazzo Marino, le associazioni cattoliche di via Statuto e la sede dell’Assolombarda rientrano in questo progetto politico?».

«Quelle bombe vennero lanciate per fare una prova, una specie di esercitazione. Rappresentavano la garanzia che i gruppi già formati chiedevano ai nuovi aderenti una specie di rito dei primitivi i quali, com’è noto, arrivati alla pubertà devono dare un segno di coraggio. I nuovi arrivati dovevano dimostrare di saper fare qualcosa di importante, che non fosse la solita manifestazione di massa. Si trattava però di piccole bombe innocue. Tuttavia il terrorismo portato a termine dai gruppi anarchici si è sempre distinto per alcune caratteristiche, quali i volantini che spiegavano, ampliandole, le lotte terroristiche. Si è sempre trattato di attentati rivolti contro i simboli materiali, e che mai hanno fatto vittime».

Mostro a Ivo Della Savia un elenco di attentati messi a segno in Italia negli ultimi tre anni, e gli chiedo quali siano opera del suo movimento.

«Non posso dirlo – risponde – perché c’è della gente in carcere che deve risponderne. Dire quali siano opera loro e quali no, non spetta a me. Io posso dire soltanto che dal ’63 al ’67 si è assistito in Italia alla formazione materiale, alla articolazione, alle premesse per arrivare, a una certa situazione, per garantire una maggior efficacia, un maggior collegamento, una certa dinamica che assicurassero l’impunità a chi metteva a segno attentati. La polizia, in questi giorni, si è trovata di fronte a un fatto nuovo, che disorienta: gli anarchici colpiscono con regolarità periodica, e ogni due o tre mesi c’è qualcosa che succede nella tranquilla società italiana. Vedi, ad esempio, gli attentati contro il consolato spagnolo a Napoli e il fallito attentato contro lo stesso consolato di Genova».

Della Savia racconta poi delle sue disavventure giudiziarie in seguito al rifiuto di indossare la divisa: «Non posso dirti adesso perché mi rifiutavo di prestare servizio militare. Se questo ‘perché’ te lo dicessi adesso, non sarebbe il ‘perché’ di allora. Oggi non sono più lo stesso Ivo. Oggi la divisa non la indosserei solo perché i militari mi rompono… Non mi importa di giustificare il perché del rifiuto. Tanto, non servirebbe a niente».

L’anarchico passa poi a parlare della sua permanenza in Francia, della pratica che ha fatto a Parigi nel maneggiare esplosivi, dei corsi teorici e pratici seguiti ad Amsterdam fra i provos, della sua azione rivoluzionaria al fianco di Cohn-Bendit, di Jean Pierre Duteuil e di molti altri. Ricorda l’arresto in Francia, e ci promette di parlare di tutto questo, diffusamente, in un secondo incontro. Gli chiedo se sia in grado di costruire ordigni esplosivi di una certa potenza.

«La potenza è determinata dalla quantità del materiale che si impiega – mi risponde -. Dovresti chiedermi piuttosto se sono in grado di costruire ordigni di una certa complessità». Glielo chiedo, e Ivo Della Savia sorride facendo cenno di sì col capo. Riprende a raccontare.

Uscito dalla prigione di Fresnes, non ricorda se nel marzo del ’68 o del ’69 giunse con l’autostop sino a Basilea.

«Avevo 55 franchi in tasca –dice – e li spesi per il treno sino a Zurigo. Lì rimasi per una settimana, insieme alla mia donna».

Quindicimila lire

«Chi era?».

«Era la figlia di un pastore protestante. Faceva un gran freddo; non avevamo neppure una lira; passavamo le giornate abbracciati nelle cabine telefoniche. Dopo una settimana, il console mi fece un biglietto sino a Chivasso. Vendetti l’orologio per 1500 lire e arrivai a Milano. Una amica mi diede 15 mila lire, con le quali raggiunsi mio fratello Pietro a Rama. Pietro abitava presso una spagnola che lavora alla FAO e abita nei pressi di Monte Mario. Rimasi là per quattro settimane, sinché non mi arrestarono perché renitente alla leva. I giudici mi dettero quattro mesi e mezzo con la condizionale, ma furoni abbastanza indulgenti, perché mentre ero in carcere era morto mio padre».

«Voleva bene a suo padre?».

«No»

«Perché?».

«Perché da piccolo mi ha messo in collegio, dove sono rimasto per ben nove anni. Fra me e lui non è mai esistito un rapporto affettivo. Eppoi era un violento specie quando beveva».

Nel giugno ’69 dopo una permanenza all’estero, Ivo Della Savia torna a Roma e comincia a lavorare in via del Boschetto 109, insieme a Pietro Valpreda nel negozio di lampade «Tiffany».

Le lampade avevo imparato a costruirle da mio fratello, durante il periodo in cui ero stato con lui a Roma in casa della spagnola. La costruzione delle lampade ‘Tiffany’ rispondeva al bisogno di assicurare a tutte le persone che svolgevano un certo tipo di attività un reddito che permettesse loro di sfuggire a qualsiasi controllo da parte delle autorità; si trattava, cioè, di un lavoro che poteva essere fatto in qualsiasi parte del mondo e che, per la sua stessa natura, si poteva svolgere con un minimo di strumenti facilmente trasferibili. Io e Valpreda abbiamo venduto le lampade a una boutique di via delle Carrozze a Roma e ad altri amici che non ricordo; fabbricavamo anche medaglioni e simboli, che ci assicuravano un certo guadagno. I vetri li compravamo a Roma, in un negozio di via Garibaldi: è l’unico negozio d’Europa che disponga di vetro in tante gamme di colori»

«Mi parli di Valpreda».

«La prima volta che l’ho conosciuto è stato durante la formazione dei primi gruppi anarchici a Milano, nel ’64-65. In quel periodo mi sembrò un personaggio ben definito, estremamente deciso. Era un tipo solido, intendo dire, perché affrontava con una certa fermezza il problema del lavoro e dei rapporti di gruppo. Sul piano attivo si limitava a una visita al circolo anarchico, una volta ogni tanto. Quando uscii dalla prigione militare, nel giugno ’69, lo rividi in casa della spagnola, Teresa Garcia Santhià, a Roma. Lui, in quel periodo, studiava danza e credo che si stesse perfezionando. Non svolgeva alcuna attività economica e aveva bisogno di soldi quanto me. Fu così che, parlando, gli proposi di lavorare insieme.

«Abbiamo abitato entrambi – prosegue – nella baracca di Pratorotondo, e insieme abbiamo frequentato il circoloBakunin’ in via Baccina. A quell’epoca lui faceva parte di quella frangia estremista e asociale che vive disperatamente giorno per giorno, che ha un cumulo di problemi, che non ha un impiego fisso né entrate. Per questo, forse, è soggetta a una infinità di squilibri. Durante tutto il periodo in cui sono rimasto a Roma, il gruppo che potenzialmente poteva fare certe cose non disponeva del materiale, intendo dire dell’esplosivo: Se lo avesse avuto, lo avrebbe impiegato»

«Risulta – affermo – che l’esplosivo lo ha portato lei in un pacco, che nascose poi sulla via Tiburtina».

«Sulla Tiburtina non c’era un solo etto di esplosivo. C’erano cinquanta metri di miccia e due o tre orologi pronti già collegati alle batterie elettriche. Si trattava di metterci accanto l’esplosivo per avere delle bombe perfettamente efficienti. Mancavano però anche i detonatori. Gli ultimi che avevo, li detti a un compagno che era partito per la Spagna. Sia la miccia che gli orologi li comprai a Roma per cinquemila lire da un tizio in Piazza Navona».

In settembre a Milano

«Risulta che nel settembre, a Milano, lei è andato a cercare dinamite in giro».

«No, non è vero. Sono stato a Milano in settembre, con Annelise Borth, per rinnovare la mia carta d’identità. Ne avevo bisogno per recarmi all’estero».

Ivo Della Savia, a questo punto, mi mostra la sua carta d’identità, rilasciata dal Comune di Milano, che risulta rinnovata il 19 settembre 1969. E’ contraddistinta dal numero 39731943.

«Mi spieghi perché il pacco non è stato più trovato».

«Non lo so. Forse non lo hanno cercato bene. Un giorno mi feci trasportare dal Valpreda sino a un certo luogo, poi scesi e depositai questo materiale. Non abbiamo fatto alcuna buca. Ci ho messo sopra solo delle foglie. Vedi, c’è qualcuno che ha interesse a fare la rivoluzione e che desidera si determini un certo clima, che si vendano certi prodotti, un certo tipo di letteratura, e che è disposto ad aiutare coloro che diano garanzie materiali che certe cose si facciano. Queste persone (e qui Ivo Della Savia fa nomi che, per ovvie ragioni, non possiamo rivelare) al limite non sono altro che dei profittatori. Considera che da una parte ci sono dei giovani che si ribellano contro la società, e sono capaci di rendere dannosa la loro azione; dall’altra parte vi è gente che appartiene a un altro ambiente sociale, che ha altre esigenze e che vede in questi giovani degli strumenti. Un certo giorno, poi, capisce che rappresentano un capitale».

Il gioco è questo

«Cosa fa? Li finanzia?».

«Sì, in una certa maniera, ma mai chiaramente. In forma indiretta. Tra costoro, c’è anche quell’amministratore di un partito di sinistra che anni fa sparì con tutta la cassa e non venne mai denunciato. Il gioco è questo: vi è gente ricca, che guarda a sinistra e si professa rivoluzionaria, e riconosce che quello che fa la sinistra democratica non serve a niente. Poi, all’improvviso, scopre dei gruppi che agiscono più seriamente…».

«Voi tutti, allora, sareste stati strumentalizzati da persone più abili di voi?».

«No, perché sia mio fratello Pietro sia gli altri avrebbero fatto ugualmente ciò che hanno fatto, perché sono perfettamente convinti della validità della loro partecipazione attiva al movimento rivoluzionario. Sta a loro, però, dire cosa hanno fatto e cosa no».

Cerco di sapere altre cose, per esempio sulle fonti degli esplosivi e su chi era in grado di procurarli. Chiedo quale parte abbiano avuto, nei recenti attentati in Grecia, gli elementi della Juventudes Libertarias Ibericas. Vengo a sapere solo che questi ultimi hanno organizzato effettivamente qualcosa in Grecia, dopo essersela presa per molti anni con le rappresentanze consolari spagnole all’estero.

Ivo Della Savia promette di dirci altre cose in un prossimo incontro, se riusciremo a fissarlo, e aggiunge: «Ci tengo a precisare che il gruppo anarchico ‘Barcellona 39’, al quale appartengo, rivendica la paternità di tutti gli attentati terroristici messi a segno in Italia contro consolati, agenzie di viaggio e uffici di rappresentanza spagnoli».

Ivo Della Savia ammette anche che sono di marca anarchica gli attentati al Senato, al ministero della pubblica istruzione è al palazzo di giustizia di Roma. Ma si affretta a dire: «Gli attentati del 25 aprile a Milano, quelli dell’agosto sui treni e gli ultimi del 12 dicembre, invece, non sono opera nostra. Valpreda è innocente. Peccato che non possa farti leggere le ultime lettere che mi ha scritto. Le ho date a un comitato antirepressione che ha sede a Parigi. Il comitato si è incaricato di aiutare i compagni accusati degli attentati di Roma e Milano. Io non so molto di quanto è accaduto negli ultimi mesi, perché ai primi di ottobre lasciai Roma in motoretta, insieme con Roberto Mander che voleva seguirmi qui, in Belgio. Mander, però, una volta a Milano ci ripensò e tornò indietro, mentre io proseguii in treno. Se fossero stati loro, comunque, lo avrei saputo, perché sono rimasto in contatto con Mander, con Valpreda e con Rossi».

Vecchi anarchici

«Chi sono questi Rossi?».

«E’ una famiglia di vecchi militanti anarchici di Roma, che frequentavano il circolo Bakunin, aiutandoci soprattutto a pagare l’affitto. E gente abbastanza agiata. Nessuno degli amici mi ha detto che erano in programma degli attentati a breve scadenza».

E’ quasi l’alba e Ivo Della Savia si congeda dicendomi: «Approfitto di questa intervista per mandare un abbraccio a mio fratello Pietro e a tutti i compagni. Adesso che ho parlato con te, non posso più restare qui. Sono abituato a fuggire, a nascondermi stai sicuro che non mi prenderanno. Da un momento all’altro mi arriveranno i documenti necessari e poi me ne vado. Non posso dire dove, ma prima di partire mi farò vivo. Parlerò del Pinelli, di Octavio Alberola, della Juventutes Libertarias Ibericas; di ciò che ho fatto a Parigi, della nostra lotta rivoluzionaria, dei miei programmi.»

Prendiamo un tassì. Ivo Della Savia e Chantal scendono in periferia, io proseguo per l’albergo. Spero che Ivo Della Savia mantenga la promessa.

1970 02 24 Corriere – Si vaglia la posizione di Mander. L’editore Ventura per tre ore nell’ufficio del PM

12 novembre 2015

1970 02 24 Corriere - Si vaglia la posizione di Mander

L’inchiesta per le bombe di Milano e Roma

Si vaglia la posizione di Mander

Sono stati interrogati la madre e un fratello – Entrambi hanno confermato che la miccia trovata in casa doveva servire per gli scoppi di Capodanno – Valpreda ha rivisto i familiari – L’editore Ventura per tre ore nell’ufficio del PM 

di R.Ma.

 

Roma 23 febbraio, notte.

Pietro Valpreda, il presunto esecutore materiale della strage di piazza Fontana, ha rivisto oggi i suoi familiari: i genitori e la zia Rachele Torri. Il colloquio era stato autorizzato ieri dal giudice istruttore Cudillo, il quale, nei giorni scorsi, aveva revocato l’isolamento dell’imputato. Durante l’incontro, Valpreda avrebbe ribadito la sua innocenza per la strage di Milano e comunque la sua estraneità agli attentati dinamitardi. L’istruttoria, intanto, continua a ritmo serrato. I due inquirenti hanno cominciato stamane ad interrogare una serie di testimoni per le posizioni degli altri imputati. Oggi, in particolare, è stata esaminata la posizione di Roberto Mander,

Sono stati interrogati la madre e uno dei fratelli di Mander. Il segreto istruttorio non consente di rivelare cosa i testimoni abbiano riferito al magistrato. Si ha tuttavia motivo di ritenere che uno degli argomenti principali sia stato il ritrovamento dello spezzone di due metri di miccia sequestrata nell’abitazione dello studente durante una delle tante perquisizioni che seguirono gli attentati. Il ritrovamento della miccia fu uno degli elementi sui quali la pubblica accusa motivò addirittura l’ordine di cattura, sottolineando che quel tipo di miccia poteva essere stato presumibilmente usato negli attentati di Roma. Si era ancora nella prima fase delle indagini e gli esperti non avevano escluso la possibilità dell’innesco a miccia. Il congegno a tempo fu scoperto dopo ed allora ci si rese conto che quello spezzone di miccia non aveva riferimento diretto con gli attentati. Roberto Mander ne spiegò l’esistenza dicendo che l’aveva in casa dal Natale precedente e se ne era servito per gli scoppi di fine d’anno. I suoi familiari hanno confermato ciò.

E’ stata interrogata anche una simpatizzante del XXII Marzo, Carla Ci., studentessa di filosofia, una delle invitate alla conferenza che il «Cobra» tenne il pomeriggio degli attentati, nel locali del circolo anarchico. Da questa testimone i giudici han voluto sapere notizie sui presenti, sulla durata del discorso, sul dibattito che seguì.

Nel pomeriggio invece, a palazzo di giustizia di piazza Cavour, il pubblico ministero Vittorio Occorsio, ha convocato nel suo studio Giovanni Ventura, l’editore di Treviso chiamato in causa dal professor Guido Lorenzon ed indicato come uno dei finanziatori degli attentati dinamitardi. Ventura si è trattenuto nell’ufficio del magistrato inquirente dalle 17 alle 20 ed è stato interrogato come denunciante e non come indiziato di reato. Ventura cioè è stato sentito in veste di accusatore del Lorenzon, già denunciato per calunnia, sia davanti all’autorità giudiziaria di Roma che davanti a quella di Treviso.

Vestito di scuro, cappotto e cappello nero, alto, aspetto giovanile, una borsa carica di documenti, l’editore ha confermato punto per punto la denuncia contro Lorenzon, ed ha fornito al magistrato tutta una serie di elementi obiettivi sui quali l’autorità giudiziaria dovrà indagare per valutare la fondatezza della presunta calunnia. L’avvio di questo procedimento penale è tuttavia subordinato all’altro già aperto contro Ventura quale indiziato di reato per le accuse rivoltegli dal Lorenzon. I fatti sono troppo noti per essere ancora rievocati. Ventura ha conversato a lungo col magistrato, gli ha consegnato tra l’altro la tesi di laurea del Lorenzon («La maledizione di Celine») ed ha chiesto che alla sua denuncia fossero allegate le dichiarazioni dei due testimoni i quali scagionano completamente l’editore da ogni accusa, riportando tra l’altro confidenze dello stesso Lorenzon, il quale successivamente riaffermò la convinzione dell’assoluta estraneità del Ventura ai fatti dinamitardi.

Ventura ha dato spiegazione anche del viaggio a Roma che, per assoluta coincidenza cadde proprio il 12 dicembre. L’editore venne a Roma perché uno dei suoi fratelli che studia nella capitale si era ammalato. Anche tale circostanza sarà controllata. Durante il suo lungo interrogatorio di stasera, Ventura ha riferito al dottor Occorsio nuovi particolari: tra l’altro, ha ricordato che il Lorenzon, oltre ad aver insinuato il dubbio che egli fosse il finanziatore degli attentati, parlò di un progetto di attentare alla vita di Nixon durante la sua ultima visita in Italia.

E’ lo stesso Ventura ché ci ha riferito ciò al termine del suo interrogatorio stasera: «Secondo Lorenzon avrei pensato di servirmi di uno di questi aeroplanini radiocomandati in vendita in tutti i negozi di giocattoli. Sul piccolo velivolo avrei caricato una certa quantità di esplosivo e poi, nascosto da qualche parte avrei indirizzato l’aeroplanino contro l’elicottero di Nixon… non sono favole, queste cose, purtroppo son scritte negli atti del processo».

Prima di essere interrogato, l’editore Ventura aveva presentato alla procura della Repubblica una querela per diffamazione contro il professor Lorenzon e il giornale l’Unità.

 

1970 01 12 Stampa Sera – I verbali degli interrogatori esaminati dai difensori. Inoltre, da domani, i patroni potranno parlare per la prima volta con gli arrestati. di Guido Guidi

12 novembre 2015

1970 01 12  Stampa Sera - I verbali degli interrogatori esaminati dai difensori

I verbali degli interrogatori esaminati dai difensori

Inoltre, da domani, i patroni potranno parlare per la prima volta con gli arrestati – Giudice istruttore e Pubblico Ministero si trasferiscono da Roma a Milano.

di Guido Guidi

 

Da oggi i diversi fascicoli nei quali sono raccolte le indagini sinora compiute per gli attentati dinamitardi di Milano e di Roma sono a disposizione degli avvocati difensori. Fascicoli molto scarni, perché ciascuno dei legali avrà diritto di leggere soltanto gli interrogatori del proprio cliente e non quelli degli altri imputati.

Inoltre, tutti avranno la possibilità di prendere in esame i risultati ai quali sono giunti i periti balistici dopo aver indagato sui frammenti delle bombe esplose in quel tragico pomeriggio del 12 dicembre. Entro domani sarà anche consentito loro di incontrarsi per la prima volta in carcere con i sei arrestati. Non verranno depositati, invece, gli interrogatori di tutti coloro che sinora sono stati ascoltati dai magistrati come testimoni.

Che cosa hanno detto Pietro Valpreda, Mario Merlino, Roberto Gargamelli, Emilio Bagnoli, Roberto Mander ed Emilio Borghese? Il primo ha respinto ogni accusa sostenendo di essersi recato a Milano il giorno in cui furono compiuti gli attentati soltanto perché l’indomani avrebbe dovuto presentarsi al magistrato per un’indagine su altri episodi avvenuti in precedenza a Milano. A sua difesa ha aggiunto che quel pomeriggio era a letto in casa della zia con una forte febbre.

Gli altri, più o meno, hanno negato di avere una qualsiasi responsabilità negli attentati, ma – sembra – talune loro ammissioni, seppure parziali, avrebbero finito per comprometterli tutti, almeno secondo l’accusa.

Il primo a cedere sarebbe stato Emilio Borghese, figlio di un consigliere di Cassazione, il quale avrebbe dichiarato di aver ascoltato un colloquio fra Valpreda e Roberto Mander a proposito di un attentato da compiere.

Roberto Mander, figlio di un musicista, pur negando di aver avuto un colloquio del genere con Valpreda, avrebbe ammesso di sapere che Borghese aveva parlato con l’ex ballerino di esplosivi e di attentati. E gli altri tre imputati – Merlino, Gargamelli e Bagnoli – si sarebbero lasciati andare a confidenze, dalle quali il pubblico ministero dott. Occorsio prima e il giudice istruttore dottor Cudillo poi hanno tratto il convincimento di essere sulla traccia buona per arrivare ai responsabili. «Qualcuno di loro – si è detto negli ambienti giudiziari – forse potrebbe anche essere estraneo materialmente all’esplosione delle bombe, ma non vi sono dubbi che dai cinque racconti si deduce che tutti sono responsabili di associazione per delinquere».

Così la prima fase delle indagini è conclusa. Da oggi ha inizio la seconda e più importante. Il giudice istruttore e il pubblico ministero si trasferiscono a Milano – arrivano alle 9,30 – e qui debbono compiere talune indagini, interrogando i sopravvissuti alla strage e qualche testimone. Non sembra che per il momento abbiano intenzione di procedere al sopralluogo alla Banca dell’Agricoltura e alla Banca Commerciale; infatti, non hanno avvertito i difensori come altrimenti avrebbero dovuto fare.

1971 03 23 l’Unità – Milano: anarchici sotto processo. Sono sei e tutti in galera da molto tempo per accuse indiziarie. di P.L.G.

10 novembre 2015

1971 03 23 Unità p 5 INIZIO processo anarchici Milano

 

Sono sei e tutti in galera da molto tempo per accuse indiziarie

Milano: anarchici sotto processo

Ieri la prima e burrascosa udienza – Il Palazzo di Giustizia in stato d’assedio – Vivaci incidenti fra gli imputati e la Corte – Una sola delle parti lese si è costituita parte civile – «Viva la Comune di Parigi»

di P.L.G.

 

Dalla nostra redazione

Milano. 2. – II processo contro i sei giovani quasi tutti anarchici accusati di una serie di attentati in mezza Italia, è cominciato burrascosamente.

Alle 9, il Palazzo di Giustizia appare come in stato d’assedio: carabinieri dappertutto con i tascapani rigonfi. Ed ecco gli imputati entrare nella gabbia della grande aula che ospita, per l’occasione, la seconda sezione della Corte di Assise: Paolo Braschi, 26 anni, Angelo Pietro Della Savia, 21, Paolo Faccioli, 21 (entrambi con un vistoso distintivo rosso), Tito Pulsinelli, 22, Giuseppe Norscia, 25, Clara Mazzanti 24. Sembrano tutti ragazzini, ben diversi dalle fotografie, forse anche perché alcuni di loro hanno rinunciato alle barbe e ai capelli lunghi. E mentre sfilano salutando il pubblico con il pugno chiuso, vien spontaneo un primo rilievo: i presunti «terroristi di sinistra», come loro e Valpreda, sono In galera da tempo, quando addirittura non han pagato con la vita come Pinelli; ma il principe Borghese, gli assassini di Catanzaro, gli autori degli innumerevoli attentati contro le sedi e i militanti dei partiti democratici, sono uccel di bosco o girano indisturbati.

Gli imputati, comunque, indicano i loro difensori, diversi dei quali non sono gli stessi dell’istruttoria: Malagugini e Piscopo per Braschi; Salinari e Dominuco (già discusso patrono del Cavallero) per Della Savia; Ramaioli e Bardi per Faccioli; ancora Salinari e G. Spazzali per Pulsinelli; Dinelli e Fasanelli per la Mazzanti e il Norscia; Mazzola, D’Ajello e Canestrini per l’editore Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega (com’era previsto, gli ultimi due, imputati a piede libero per falsa testimonianza, non compaiono ed hanno solo inviato alla Corte una lettera da alcuni definita «esplosiva»).

Il presidente dottor Curatolo fa il censimento delle parti lese, invitandole a ripresentarsi il 31 marzo prossimo; fra queste, una sola costituzione di parte civile, quella del signor Domenico Salva per conto del figlio quattordicenne Giulio, che, nell’attentato del 25 aprile “69 alla Fiera Campionaria, riportò lesioni guarite in 65 giorni. Poi il cancelliere Pappa inizia la lettura dell’interminabile capo d’imputazione.

Ed ecco il primo Incidente. Il Della Savia accende una sigaretta, i carabinieri lo invitano a spegnerla, il giovane insiste. Interviene il presidente: «Non è consentito fumare durante l’udienza! Non siamo al cinema!». Il Della Savia scatta: «E io non sono un pagliaccio!». Il presidente furioso: «Vada fuori e impari l’educazione!». L’imputato rimbecca: «Io mica imparo l’educazione borghese, impari lei quella proletaria!»; ed esce.

Conclusa la lettura delle accuse, il presidente annuncia il rinvio del processo a domani a causa dello sciopero degli avvocati; quattro patroni però, Malagugini. Canestrini, Piscopo e Spazzali, decidono di non aderire allo sciopero, a differenza degli altri colleghi. La Corte si appresta quindi ad uscire quando ecco il Della Savia, rientrato nel frattempo, balzare in piedi, spiegar una sorta di bandiera con la scritta: «Viva la Comune di Parigi!», e rivolgersi con lo stesso grido al pubblico Gli rispondono alcune voci: «Viva la Comune! giustizia proletaria! buffoni!». Poi, gli imputati scompaiono dietro la porticina posteriore e la gente sfolla.

A questo punto, sembrano opportune alcune parale chiare. Dopo due anni di galera, questi imputati si trovano di fronte a giudici non certo benevoli, con imputazioni gravi che prevedono pene altrettanto gravi (per la strage, e qui sono contestati ben dodici, episodi, si arriva allo ergastolo; per l’esplosione a scopo terroristico, e qui sono sei episodi, fino a sei anni); non basta: questi imputati sono serviti ad una manovra reazionaria culminata, come scrivevamo ieri, con la morte dell’agente Annarumma e la strage di Milano. Stando così le cose, ci sembra che sia l’interesse personale, sia quello politico dovrebbero indurre i giovani ad una difesa ferma si, ma ragionata e convincente.

1971 03 21 l’Unità – Valpreda in Assise ma per un volantino. E’ accusato di vilipendio alla magistratura

10 novembre 2015

1971 03 21 l’Unità - Valpreda in Assise ma per un volantino

E’ accusato di vilipendio alla magistratura

Valpreda in Assise ma per un volantino

Il principale imputato per la strage di Milano scortato da 10 carabinieri. Accusati con lui altri cinque giovani – La causa viene subito sospesa

 

Valpreda in corte d’Assise per qualche minuto e non per le bombe. L’udienza, la prima del processo contro il principale accusato della strage di Milano e altri cinque anarchici per vilipendio della magistratura, è durata pochissimo perché la corte era impegnata nell’esame di un altro caso. Se ne riparlerà il 30 aprile.

Pietro Valpreda, che è comparso in aula scortato da dieci carabinieri. Paolo De Medio, Fernando Visonà, Leonardo Claps, Giorgio Spanò e Giovanni Ferraro sono sotto accusa per un volantino diffuso a Roma nel settembre del 69, nel quale si protestava per l’arresto ordinato dalla magistratura milanese di alcuni anarchici. Questi erano accusati di attentati alla stazione di Milano e alla Fiera. Nel manifestino era scritto tra l’altro: «Gli anarchici denunciano all’opinione pubblica il comportamento della magistratura nel confronti del cinque compagni arrestati accusati ingiustamente. Gli anarchici dichiarano che questa repressione non viene a caso, ma tende a colpire tutti militanti rivoluzionari per coprire le spalle alla reazione politica militare ed economica. Alcuni compagni anarchici iniziano lo sciopero della fame per indurre la magistratura ad assumere una posizione legale circa la scarcerazione e l’immediato processo ai compagni.»

Per questo manifestino Valpreda e i suoi compagni sono già stati processati in pretura: l’accusa era di averlo diffuso senza l’autorizzazione. La sentenza fu di assoluzione per insufficienza di prove. Il pretore però non entrò nel merito del volantino che era al di fuori della sua competenza. Successivamente è stato aperto un nuovo procedimento conclusosi con il rinvio a giudizio per vilipendio alla magistratura.

Ieri mattina ad attendere l’arrivo di Valpreda c’era un folto gruppo di giovani anarchici. I carabinieri e la polizia avevano predisposto un eccezionale servizio d’ordine: decine di camionette erano state collocate tutte intorno a palazzo di Giustizia.

Nel processo in pretura c’erano stati degli incidenti, ma questa volta la brevissima udienza si è svolta nella massima calma.

1971 02 28 l’Unità – Senza un perché le accuse agli anarchici. Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

10 novembre 2015

1971 02 28 l'Unità - Senza un perché le accuse agli anarchici. interrogato Calabresi

Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

Senza un perché le accuse agli anarchici

Le indagini presero subito un preciso orientamento ma senza nessuna prova – Il riconoscimento di una guardia notturna che vide e non vide – Confronto in aula – Fuoco di fila di domande.

 

Milano. 27. Dopo le clamorose rivelazioni che ieri hanno ridotto a mal partito la supertestimone Rosemma Zublena e con lei l’intera accusa, l’udienza di oggi al processo degli anarchici è stata praticamente interlocutoria. Eppure il testimone di turno, commissario Luigi Calabresi, era di primo piano, e le spiegazioni a lui richieste, di grande importanza. Si trattava infatti di sapere come e perché l’ufficio politico della questura, all’indomani degli attentati del 25 aprile 1969 a Milano, parti in quarta contro gli anarchici.

Purtroppo, la tattica di uno dei patroni del Della Savia, avvocato Giuseppe Dominuco, di porre una serie di domande tanto generiche e confuse da non poter neppure essere verbalizzate dal cancelliere Papa, ha impedito l’Interrogatorio di recare tutti i suoi frutti.

Primo testimone sul pretorio, la guardia notturna Adriano Fasano.

Ed ecco nuovamente sulla pedana il commissario Calabresi in un distintissimo soprabito blu. L’avvocato Dominuco interroga: «Lei svolse indagini sui precedenti della Zublena?».

CALABRESI — No. (Eppure, a prescindere anche dalla personalità isterica della donna, si tratta pur sempre di una amante piantata e quindi di una teste da prendersi con le molle).

DOMINUCO — Quando sentì la Zublena, era già a conoscenza dei fatti su cui la interrogava?

CALABRESI — Alcuni fatti si, altri no… ad esempio non sapevamo dei rapporti fra la donna e il Braschi…

DOMINUCO — In base a quali precisi elementi, la polizia decise di perquisire il domicilio dei coniugi Corradini e di fermare il Della Savia, il Braschi e il Faccioli?

CALABRESI — Quando io tornai da fuori Milano, le indagini erano già avviate in un certo senso… non sapevo che i giovani erano già sospettati prima…

Interviene lo avvocato Di Giovanni: «Ma il suo diretto superiore, commissario Allegra, ci ha detto che i fermi degli imputati, all’indomani del 25 aprile, furono la conclusione di una indagine già avviata sulla base di manifestini “anarchici” rinvenuti sui luoghi degli attentati… ora sui luoghi degli attentati del 25 aprile, furono ritrovati manifestini   “anarchici”?».

CALABRESI   —   No…

DI GIOVANNI — E allora quali altri elementi avevate contro gli imputati?

CALABRESI — Chiedetelo al dottor Allegra…

DI GIOVANNI — Ma lei personalmente non indagò su un certo Aniello D’Errico?

CALABRESI — Si. Il D’Errico si riconobbe autore, insieme con tale Klaps e col Valpreda di una pubblicazione «Terra e libertà» in cui alcuni attentati venivano attribuiti agli anarchici… Il D’Errico ci rivelò anche nomi, fatti e confidenze ricevute a Brera…

DI GIOVANNI – Dunque lei sapeva che le indagini erano indirizzate verso gli anarchici! Lei stesso lo ha riconosciuto in altra sede!

CALABRESI — Non ricordo… Si senta il dottor Allegra…

DI GIOVANNI – In quella occasione fu fermato anche il Valpreda?

CALABRESI — No, fu solo accompagnato in questura ed interrogato…

DI GIOVANNI — Nel corso del processo da lei intentato al giornale «Lotta Continua» e tuttora in corso, il dottor Allegra disse di aver ricevuto una confidenza che indicava come responsabile dell’attentato alla stazione centrale milanese del 25 aprile, l’anarchico Pinelli, al quale infatti lo stesso dottor Allegra aveva contestato la circostanza poco prima del noto volo dalla finestra. Può dirci chi era lo informatore?

CALABRESI — No, era una persona conosciuta soltanto dal dottor Allegra…

 

1970 12 3 l’Unità – Smentito su Pinelli il questore riesce però a evitare il confronto. Anche un medico contraddice i poliziotti. di Pierluigi Gandini

10 novembre 2015

1970 12 3 Unità p5 - Smentito su Pinelli il questore copy

Anche un medico contraddice i poliziotti

Smentito su Pinelli il questore riesce però a evitare il confronto

Il dottore che ricevette il corpo dell’anarchico al pronto soccorso anticipa ancora l’ora della morte – Nonostante da più parti la versione di Guida sia contrastata il tribunale rinuncia a interrogarlo – Respinti pure gli altri testi della difesa tra i quali il compagno Malagugini

di Pierluigi Gandini

 

Milano, 2 – Al processo Calabresi-«Lotta Continua», è avvenuto stamane un fatto di eccezionale gravità. Il tribunale ha praticamente ribadito ciò che già avevano implicitamente affermato la procura della Repubblica e l’Ufficio Istruzione milanesi e cioè che la polizia può far tutto quello che vuole e che i cittadini hanno solo il diritto di protestare (entro, s’intende, ben precisi e ristretti limiti). L’ex questore Guida infatti non verrà sentito e ciò proprio nel momento in cui risulta che o mentì spudoratamente lui o mentirono spudoratamente i suoi subordinati. Ma lasciamo parlare i fatti. Dalla apertura dell’udienza alle 9,30 fino alle 11,20 il tribunale delibera in camera di consiglio sull’ammissione dei testimoni richiesti dalla difesa di Lotta Continua e cioè appunto l’ex questore, il compagno deputato Alberto Malagugini, gli anarchici Braschi e Faccioli imputati degli attentati dinamitardi del 25 aprile.

Ed ecco il risultato; il Guida non può essere citato come testimone qui perché già imputato in un procedimento «connesso» e cioè quello intentato contro di lui dai Pinelli per diffamazione e violazione del segreto d’ufficio, quanto al compagno Malagugini egli è testimone in quel processo e potrebbe in ipotesi essere imputato a sua volta per aver «istigato o determinato» l’allora questore a violare il segreto d’ufficio (questa assurda quanto minacciosa ipotesi è ripresa pari pari dagli argomenti della parte civile), infine Braschi e Faccioli non possono essere al tempo stesso imputati del processo degli attentati e testimoni qui.

Tiriamo le somme. Guida non può essere testimone perché già imputato, però per tale imputazione il PM dottor Caizzi ha già chiesto il proscioglimento con formula piena in quanto l’ex questore, dichiarando alla stampa che l’anarchico era responsabile della strage di piazza Fontana, non avrebbe avuto volontà diffamatoria! E così il gioco è fatto. Il massimo responsabile sia del fermo illegale di Pinelli, sia della sua fine comunque avvenuta, sia dell’infamia gettata sulla sua memoria, esce intanto da la comune. Questi sono i diritti dei questori. Nessun diritto invece per i Pinelli, non le garanzie di legge quando l’anarchico fu fermato, non la partecipazione dei familiari all’istruttoria sulla sua morte, non la possibilità di ricorrere contro l’archiviazione, non la condanna del Guida per diffamazione e quindi la riabilitazione ufficiale del loro congiunto non infine il processo pubblico che oggi si celebra solo perché altri cittadini, gli autori di Lotta Continua, accusando il Calabresi di assassinio hanno costretto quest’ultimo a sporgere querela. I Pinelli dunque hanno solo il diritto di piangere e di tacere.

Si comprende a questo punto la sdegnosa protesta dei difensori «Constatiamo con profonda amarezza che il ripetuto impegno del tribunale ad accertare la verità sulla morte del Pinelli ha dei limiti».

E subito dopo ecco l’unico teste della giornata sbugiardare proprio il Guida e i suoi gregari, il medico dr. Nazzareno Fiorenzano che di guardia al «Fatebenefratelli» prese le prime e purtroppo inutili cure all’anarchico agonizzante. Dopo aver riferito in proposito egli afferma testualmente quanto segue: I carabinieri e poliziotti che avevano accompagnato il Pinelli all’ospedale e successivamente il questore Guida in persona, rifiutarono di fornirgli le generalità del ferito sostenendo che non le avevano. Alle domande del medico su come fosse avvenuto il ferimento, risposero che nel corso di un interrogatorio all’anarchico era stata contestata una precisa imputazione (evidentemente la falsa confessione del Valpreda – NdR), che allora egli aveva esclamato «E’ la fine del movimento!» e si era gettato dalla finestra. Il Guida inoltre raccomandò al medico di salvare il ferito, in quanto questi era «importante» per le indagini sulla strage di piazza Fontana.

Ora per rendersi conto della gravità di questa dichiarazione, occorre ricordare che fino ad ora, Calabresi, Allegra e tutti i poliziotti testimoni oculari, hanno sostenuto che il «suicidio» avvenne non durante, ma alla fine dell’interrogatorio e che la famosa contestazione «Valpreda ha confessato» con la risposta del Pinelli «E’ la fine dell’anarchia!» erano avvenute ben quattro ore prima della caduta. Non basta. Il segretario di Allegra, appuntato Antonio Quartirolo, aveva affermato di essersi recato all’ospedale e di essere rimasto nella stanza di PS fino alla morte di Pinelli, «per fornire le generalità del ferito». Ebbene il medico come abbiamo visto ha decisamente smentito.

Ora siccome il dottor Florenzano, non ha ragione di mentire è chiaro che i poliziotti hanno deposto il falso. Ma il PM dott. Guicciardi non batte ciglio, non chiede neppure un confronto e il presidente consigliere Biotti, che ha già ammonito il teste ad attenersi ai fatti (unico monito rivolto fino ad ora) sembra quasi seccato e chiede al dottor Fiorenzano «Ma chi precisamente le disse le cose che ci ha riferito?» e il teste «Il dottor Guida che conoscevo di vista e che mi fece chiamare e gli accompagnatori giunti prima di lui usarono quasi le stesse parole».

Non basta ancora. Arriva in aula un documento della procura della Repubblica, il quale conferma che la convalida del fermo (mai segnalato) del Pinelli fu chiesta dalla questura alla stessa procura il 14 dicembre e cioè due giorni dopo che l’anarchico era stato prelevato e un giorno e mezzo prima che morisse, e quindi che il fermo era illegale. Fu quindi fatto un rapporto alla procura generale di cui la procura della Repubblica non conosce l’esito. E la procura generale benché da dieci giorni ormai sollecitata dal tribunale a far conoscere tale esito non ha ancora risposto. Così come non ha risposto il ministero degli Interni su quella inchiesta amministrativa sulla morte di Pinelli che non interrogò nessuno degli agenti testimoni oculari.

E l’udienza si chiude con l’esibizione da parte dei difensori di Lotta Continua di un parere dei professori Benedetto Terracini di Torino e Enrico Turolla di Milano sull’accertamento medico legale compiuto sul cadavere del Pinelli nel corso dell’inchiesta del PM dott. Caizzi conclusasi con l’archiviazione. I professori affermano che quell’accertamento è del tutto insufficiente per stabilire le cause della morte.