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Ricordando Paolo Braschi

27 maggio 2012

Ci sono morti pesanti come montagne. Un altro pezzo importante della nostra storia e memoria collettiva ci ha lasciati.

Paolo Braschi

Paolo Braschi

La morte improvvisa del compagno Paolo Braschi – uno dei fondatori dell’Associazione Pietro Valpreda. Gli anarchici per la verità sulle stragi – ci lascia sconvolti e attoniti nel nostro dolore.

Piangiamo la perdita di un amico, un compagno, un fratello che con coerenza mai si era pentito della sua scelta di lotta per la libertà e per una società di eguali, scelta che da ragazzo gli era costata lunghi anni di carcere.

Altri, sicuramente, scriveranno di questa sua scelta di vita e del come e perchè finì vittima della prima tappa della strategia stragista dello stato.

Noi vogliamo ricordare il Paolo di oggi, quello sempre pronto ad accorrere quando chiamato a testimoniare della sua storia di repressione subita e a partecipare ad ogni manifestazione di rinascita di lotte dal basso.

Con Paolo da molti mesi stavamo portando avanti il progetto dell’associazione e quello di chiarificazione all’interno del movimento anarchico su quelli che erano stati i nostri percorsi e le nostre storie che tra loro si intrecciavano, inscindilmente, attraverso la provocazione e la strategia terrorista e stragista che voleva Pinelli e Valpreda colpevoli dei delitti che lo stato stava compiendo.

Con lui stavamo lavorando perchè la nostra storia, le nostre testimonianze divenissero partimonio comune e perchè venissero cancellate una volta per tutte le “dicerie”, i luoghi comuni e fantasie che anche alcuni anarchici avevano contribuito a creare su di noi.

Paolo si indignava quando parlava di queste cose, perchè sentiva quelle menzogne ancora bruciargli sulla pelle. Non capiva perchè dei compagni avessero avallato la sporca teoria che lui fosse stato l’amante della squilibrata Zublema, donna al servizio del commissario Calabresi e dell’Ufficio Affari Riservati, che era stata la “supertestimone” al loro processo e che, come oggi sappiamo, era stata probabilmente usata per coprire le “informative” dell’infame Enrico Rovelli, l’anarchico che si era venduto prima alla squadra politica di Milano e poi anche agli Affari Riservati col nome in codice di Anna Bolena.

Si indignava e non capiva, come non capiamo noi, perchè il movimento anarchico nel suo insieme ancora non si sia impegnato come dovuto di fronte al tentativo di riscrittura della storia portato avanti in questi anni da squallidi personaggi come il velinaro Paolo Cucchiarelli o dai più “raffinati” fautori della verità bipartisan di stato, come quella del regista Giordana.

Nessuno potrà colmare il vuoto che la sua testimonianza e il suo racconto potevano aiutarci a riempire. Abbiamo perso un pezzo della nostra memoria, abbiamo perduto un pezzo di noi. La sua umanità, la sua coerenza, rimarranno per sempre con noi, nei nostri cuori, e ci saranno da sprone per continuare la nosta lotta e portare avanti il lavoro comune che avevamo iniziato.

Ciao, Paolo.

Associazione Pietro Valpreda. Gli anarchici per la verità sulle stragi

Abbiamo chiesto a Lello Valitutti, compagno di Milano, di scrivere du righe su Paolo. Quì la sua testimonianza:

Quando mi hanno detto che Paolo sarebbe morto a breve non ci ho creduto, quando mi hanno detto che era morto, dopo un attimo di sgomento, ho continuato a non crederci e mentre scrivo queste righe non ci credo.

Ho conosciuto il compagno, l’amico, il fratello Paolo alla fine degli anni ’60: un’epoca di lotte, di dure repressioni, ma anche di grandi sogni, di grandi speranze, di grandi entusiasmi.

In quegli anni, fra compagni anarchici si creavano rapporti di fratellanza e di solidarietà, che veramente anticipavano i rapporti del futuro, con Paolo abbiamo assaporato il profumo di quello che sarà quando l’anarchia avrà vinto.

Quei rapporti non si sono mai interrotti e quando ci siamo reincontrati dopo oltre 40 anni è stato come ci fossimo visti il giorno prima.

Paolo un compagno vero, un anarchico vero, deciso quando serviva, tenace nel sopportare con coraggio galere e calunnie, saggio e sagace nel consigliarti, ma sempre vivace, allegro e ottimista: una di quelle persone speciali alle quali la violenza dello stato non è riuscita a togliere la straordinaria dolcezza.

Paolo è morto? Non diciamo sciocchezze! Paolo vive con noi, Paolo sarà sempre con noi, Paolo continuerà ad aiutarci, a lottare con noi, Paolo continuerà a darci coraggio, forza, allegria e ottimismo.

Paolo vivrà sempre nei nostri sorrisi e nei nostri cuori.

Pasquale “Lello” Valitutti

Roma, 27/05/2012

Umanità Nova 22 aprile 2012 Lettera aperta a Dario Fo e Franca Rame di Enrico Di Cola

23 aprile 2012

Caro Dario cara Franca

qualche giorno fa, spulciando tra gli atti dei processi per la strage di stato di piazza Fontana, mi ero imbattuto in un telespresso inviato dall’Ambasciata d’Italia a Stoccolma – del 28 agosto 1972 – in cui si annunciava che si era tenuta la preannunciata conferenza stampa a cura dell’Amnesty International Comittee che aveva visto la partecipazione dell’avvocato Calvi, di Dario Fo, della sorella di Valpreda e dell’anarchico Di Cola. Leggendo quelle righe il pensiero mi è tornato a quei giorni, alle nostre chiacchierate, all’affetto che ho provato per te e per la tua generosità nel venire sino a quel lontano paese per sostenere la mia richiesta di asilo politico e aiutarmi a far conoscere agli svedesi l’obbrobrio in cui il potere statale ci aveva precipitato accusandoci, assolutamente estranei, di essere gli ideatori ed esecutori di quella tragica corona di bombe che provocò lutto e sgomento in quel maledetto venerdì 12 dicembre 1969. Avevo pensato di scrivervi per mandarvi il documento e rinnovare la mia gratitudine e il mio affetto per voi.

Invece, leggendo sull’Espresso l’intervista che Roberto Di Caro ha fatto a te e Franca, in cui sostieni che tu avevi saputo che Calabresi non si trovava nella stanza da cui “precipitò” Pinelli, sono rimasto talmente sorpreso e addolorato che ho deciso di scrivervi pubblicamente, ma di tutt’altro, visto che nessuno sembra avere il coraggio di farlo.

Caro Dario, devo dirti che mi hai sorpreso perché non immaginavo che tu fossi una persona che potesse avere comportamenti sleali e, permettimi, anche disonesti. Sleale perché – se quanto dici fosse vero – hai taciuto un elemento importantissimo per la ricostruzione degli ultimi attimi di vita del nostro caro compagno Pino Pinelli. Disoneste perché, in questo caso, pur sapendo questa “verità”, quella della supposta estraneità di Calabresi, hai continuato a rappresentarlo come assassino e dunque saresti complice del linciaggio morale di un innocente. Sempre se quanto scritto risultasse fedele a ciò che hai detto e se la tesi che sostieni fosse vera. Cosa tutta da dimostrare (non so se c’è ancora qualche avvocato in vita che possa confermare o confutare quanto sostieni) .

Come ben sai le parole hanno un peso e allora mi permetto di esaminare le tue (quelle virgolettate pubblicate dall’Espresso) e cercare di confutarle. Sostieni “…Che il commissario Calabresi non fosse nella stanza quando Pinelli precipitò dalla finestra del quarto piano della Questura, Franca e io lo abbiamo saputo durante il processo Calabresi-Lotta Continua, ce lo hanno assicurato gli avvocati del giornale. Sono andato in crisi, per questo. Era già uscita la prima versione di “Morte accidentale di un anarchico….”. Bene. Anzi male, perché a questo punto ti chiedo di avere il coraggio delle tue parole e di raccontate tutto di questo episodio, voglio i nomi degli avvocati che ti hanno raccontato questo e, soprattutto, vorrei che raccontassi anche a noi da dove nasceva e in base a quali dati di fatto, questo convincimento, anzi certezza (ci hanno “assicurato”), di questi avvocati. Perché, vedi, hai dimenticato di dire che vi è la testimonianza, confermata anche al processo di cui sopra, del compagno Pasquale Valitutti che smentisce Calabresi (che ha detto che era andato nella stanza di Allegra) e che la difesa del commissario non ha neanche ritenuto di dover controinterrogare. Testimonianza che dal primo giorno ad oggi non è mai mutata di una virgola. Testimonianza che è suffragata addirittura dalle parole di Allegra che indicano in Calabresi l’autore dell’interrogatorio “tranquillo”, sì, tanto tranquillo da finire nell’assassinio di Pino!  Vuoi forse farci credere che avvocati di L.C. avrebbero chiamato sul banco dei testimoni, perche il compagno Valitutti non era lì per caso ma in veste di testimone, una persona pur sapendo che mentiva? Ci vuoi forse dire che Valitutti mente? Visto che hai detto queste parole ora non puoi vigliaccamente tirarti indietro e non dire tutto fino in fondo. Io, noi anarchici, non abbiamo paura della verità, anzi la andiamo cercando testardamente da 43 anni.

Il tuo genio e la tua fantasia sono a tutti ben note, quello che non riesco bene a capire è al servizio di chi oggi le metti, quando nella tua veste di autore e sceneggiatore arrivi a dare un giudizio sbalorditivo – pur premettendo di non aver conosciuto Calabresi e Pinelli – perché ritieni veritieri, nel film di Giordana, i dialoghi tra questi due. Dici che “…li sento veri, rappresentati nella loro dimensione umana. I dialoghi di cui c’è documentazione sono corretti, lo so perché ho studiato per anni le carte, quelli ricostruiti funzionano perché sono credibili

Finchè parli di dialoghi “credibili” in una finzione scenica passi pure, è il tuo campo. Ma Pinelli e Calabresi erano persone reali, non personaggi di fantasia di uno sceneggiato. Quei dialoghi, quel tipo di rapporto umano tra un persecutore ed un perseguitato, tra un commissario ed un anarchico, non esistono e non potevano esistere. Non so quali “carte” tu abbia letto (quelle del copione? Quelle scritte da Cucchiarelli?), ma di una cosa sono certo: che le poche parole di Pinelli sono quelle che si trovano nell’interrogatorio del 15 dicembre 1969 (ma un interrogatorio può essere considerato un… “dialogo”!) mentre il resto del “dialogo” è solo frutto delle rappresentazioni difensive (e offensive) del commissario finestra, alias Calabresi. E’ vero che il tuo mestiere è la comicità, ma in questo caso di cosa stai parlando, non hai paura di sprofondare nel ridicolo?

Per passare dalla finzione alla realtà riporto alcune righe scritte dagli avvocati Marcello Gentili e Bianca Guidetti Serra (difensori di Pio Baldelli, direttore responsabile di “Lotta Continua”, nel processo contro di lui intentato da Calabresi) scritte nella loro memoria difensiva del 1975 al giudice istruttore D’Ambrosio (quello che ha indagato sulla morte di Pinelli senza prendersi il disturbo di sentire l’unico testimone – Valitutti – che non fosse incriminato per la morte dell’anarchico nonchè geniale inventore dell’unico caso al mondo di “malore attivo”, per giustificare il volo dalla finestra della Questura di Pinelli) che meglio di tante parole dimostrano il clima di quegli anni, le manovre per addomesticare i processi e quali fossero le vere relazioni tra i due: “…Più in particolare, non si è indagato sulle minacce fatte a Pinelli alcuni mesi e perfino pochi giorni prima della strage, attraverso i testi già uditi nel dibattimento del processo contro Baldelli e gli altri più volte indicati, e richiesti dallo stesso Procuratore Generale il 10 gennaio 1973. Si è giunti all’assurdo di ascoltare due volte come teste Ivan Guarneri: colui che aveva riferito della minaccia a Giuseppe Pinelli di “incastrarlo per bene, una volta per sempre”, rivoltagli pochi giorni prima del 12 dicembre dal dirigente dell’ufficio politico, quasi che questi fosse a conoscenza di quanto stava avvenendo. Sentendolo non su questo punto, ma sull’alibi di Pinelli. E così si sono disattese le nostre istanze, da quella del 2 novembre 1971 all’ultima del 6 dicembre 1974. (…).

E nella memoria difensiva dell’avvocato Carlo Smuraglia (rappresentante la vedova Pinelli) possiamo leggere: “…. Ma il fatto è che una serie di considerazioni del P. G. si distruggono da sole e non hanno bisogno di confutazione. Ci limiteremo a rilevare come nella requisitoria si segua pedissequamente l’impostazione difensiva del principale difensore degli imputati e, talvolta, lo stesso contenuto dei rapporti giudiziari redatti dal Dott. Allegra. E già questo è rivelatore di una presa di posizione apodittica, prima ancora che ancorata a dati obiettivi ed a sicure emergenze processuali.

Né ci soffermeremo sul fatto che per il P. G. le deposizioni di alcuni testi sono sospette solo perché si tratta di anarchici, mentre si dà pieno credito a coloro il cui interesse nel processo – per essere indiziati o imputati – è più che evidente, tanto che perfino le loro contraddizioni vengono addotte a prova di spontaneità!

La presa di posizione di partenza del P. G. è tale che egli ammette che ci sono imprecisioni, discordanze, contraddizioni, che il rapporto iniziale fu superficiale e leggero (da notare che c’era di mezzo un morto e in quali circostanze!), che ci furono errori ed illegalità per quanto riguarda il fermo di Pinelli, ma da tutto questo che cosa deriva? Neppure l’ombra del sospetto, neppure un indizio, nulla, anzi la prova della buona fede dei prevenuti.

Su queste basi, non c’è contraddittorio, non può esservi confronto e dibattito di idee. C’è solo una tesi cui si vuol credere a tutti i costi e che da tutti viene avallata, perfino dagli argomenti decisamente contrari.

Ci sono obiezioni di illustri consulenti di parte? Non se ne tiene conto, perché si tratta di persone rose dal tarlo della politica o dedite alle esercitazioni accademiche.

Si parla di minacce al Pinelli? E che rilievo possono avere, se si tratta solo di – più o meno amichevoli – “esortazioni”?

Pinelli fu fermato illegalmente? Ma che diamine, c’erano elementi fortemente indizianti e perfino una notizia confidenziale che lo dava per implicato in traffici di esplosivi.

Le norme sul fermo non furono applicate rigorosamente? Ma anche questo si spiega con l’eccezionalità della situazione, con l’avallo dei superiori e nientemeno – col consenso delle persone fermate, tutte pronte a collaborare nelle indagini.

Fu fatta un’irregolare e illegittima contestazione al Pinelli? Sciocchezze, piccoli trucchi di mestiere inammissibili per un Magistrato, ma spiegabili e pensabili per un funzionario di pubblica sicurezza. (…).

Dopo aver letto quanto sopra riportato, ti chiedo se davvero credi ancora che siano “corretti” i dialoghi tra Pinelli e Calabresi che Giordana ci propone nel suo film?

Caro Dario e cara Franca, voglio credere che quell’intervista sia il canovaccio di una vostra farsa e che presto ci direte che avete scherzato. Nel frattempo abbiate il pudore di tacere su cose che non sapete e di chiedere scusa ai vostri spettatori, di allora e di oggi, (a noi anarchici non servono, siamo abituati a sentire favole su di noi) per quello che avete detto. Abbiate il buon senso di non farvi portavoce delle parole assolutorie e bipartisan di presidenziale memoria e non prestarvi al gioco di chi vuole riscrivere la storia.

Giù le mani da Pino Pinelli!

Ieri come oggi la verità è una sola, quella scritta in mille muri e gridata in mille manifestazione: Calabresi assassino, Pinelli assassinato, la strage è di stato!

Enrico Di Cola

Sottoscrivo e mi associo quale persona implicata nei fatti: Roberto Gargamelli

A rivista anarchica n1 Febbraio 1971 “È morto un cane…” di A. Di Solata

15 ottobre 2011

“È morto un cane! Un cane di meno!” grida allegramente un graduato di polizia, 50 anni circa, faccia cavallina, scendendo dalla sua 850, nel cortile del commissariato, rivolto a qualche suo collega sulla porta. Sta parlando di Pinelli. Dalla stanza, dove mi tengono fra un interrogatorio e l’altro, lo vedo e lo sento e mangio lacrime di dolore e di rabbia e insieme vergogna per lui, per quest’uomo che gioisce per l’assassinio di un altro uomo, di un padre di famiglia come lui, di un lavoratore come potrebbe essere lui, il poliziotto, se a vent’anni al suo paese anziché miseria e disoccupazione avesse trovato la possibilità di guadagnarsi onestamente il pane… Un anno fa.

Era la mattina del 16 dicembre. L’anarchico Giuseppe Pinelli s’era sfracellato nel cortile della Questura. Mentre tutti istintivamente pensavano e dicevano che era stato ammazzato, i poliziotti si affannavano a difendersi infangando Pinelli, diffamandolo nel modo più vigliacco e miserabile, quando cioè non poteva più difendersi. “Era un delinquente, ecc….” dice il brigadiere Panessa a Lello Valitutti.

“Il suo alibi era caduto ecc…” dice il Questore Guida ai giornalisti (*).

“Gli anarchici del Circolo Ponte della Ghisolfa sono feroci, pazzi, sanguinari…” dice un commissario al padre di una ragazza, B. F., che in quei giorni svolgeva mansioni di baby-sitter per un compagno. E lo invita a proibire alla figlia di rimettere piede in casa di simili belve.

“Pinelli potrebbe avere messo la bomba della Banca Commerciale” lasciano intendere alcuni pennivendoli del Corriere della Sera e di altri fogliacci reazionari…

Pino non poteva più difendersi ma potevano difenderlo i compagni e gli amici che la campagna di calunnie ed il clima di linciaggio morale avevano inferocito anziché intimidito.

È allora poliziotti e giornali devono fare marcia indietro.

Un anno dopo neppure il più idiota degli sbirri avrebbe il coraggio di dire in pubblico che Pinelli era implicato nella faccenda delle bombe.

I magistrati di Milano e Roma, a gara, hanno dichiarato nero su bianco che Pinelli era del tutto estraneo agli attentati né mai c’era stato motivo di dubitarne.

Da un anno la polizia (cioè lo Stato) è impegnata a dimostrare l’indimostrabile: che Pinelli non è stato ammazzato.

Un anno dopo, il 15 dicembre 1970, tutta una pagina del quotidiano “Il Giorno” è presa dalle firme di centinaia di cittadini, circoli, sezioni di partito, associazioni, che ricordano Giuseppe Pinelli ha ammazzato come un cane.

Sbirro che hai sbavato il tuo veleno sul compagno Pinelli, vedremo un anno dopo la tua morte chi ti ricorderà. Neppure quella disgraziata di tua moglie.

A. Di Solata

(*) Il Questore Guida è stato denunciato dalla vedova Pinelli per diffamazione, ma il P.M. Caizzi (lo stesso che ha archiviato l’inchiesta sulla morte di Pinelli con la formula ambigua di “caduta accidentale”) ha chiesto anche questa volta l’archiviazione per “mancanza di dolo”. Cioè Guida ha realmente diffamato – e gravemente – Pinelli, ma l’ha fatto in buona fede, poverino!

28 novembre 2009 – da Republica – I 40 anni di dolore della vedova Pinelli “Non smetterò mai di cercare la verità”

6 dicembre 2009

http://milano.repubblica.it/dettaglio/i-40-anni-di-dolore-della-vedova-pinelli-non-smettero-mai-di-cercare-la-verita/1791234/1

28 novembre 2009

I 40 anni di dolore della vedova Pinelli “Non smetterò mai di cercare la verità”

di Piero Colaprico

“Mi sono mossa da subito dentro la legalità e dentro lo stato di diritto per appurare la realtà dei fatti. Non raggiungere la verità è una sconfitta per lo Stato, non solo per i parenti”. Licia Pinelli, vedova di Giuseppe, morto nel dicembre di quarant’anni fa precipitando da un balcone della questura di Milano, assicura di non aver “mai smesso di cercare la verità”

Licia Pinelli

Licia Pinelli

Licia Pinelli ha, come dice lei con un sorriso quasi da ragazzina, «ottantun anni e tre quarti». Sta seduta in cucina, quarto piano senza ascensore. Dritta, con le mani incrociate in grembo. Immobile, a parte gli occhi vivaci e acuti. Una postura che ricorda i monaci buddisti: ma è come fuoco dentro una corazza. «”Tu non piangi mai”, mi hanno detto. Ma se piango o non piango lo so solo io, il dolore – dice – non va fatto pesare sugli altri».

Questo che finisce è un 2009 un po´ speciale. Per la prima volta, la cosiddetta “madre di tutte le stragi” non conta diciassette vittime, ma ne conta una un più: “il Pino”, Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, suo marito. Era entrato in questura per un interrogatorio sulla bomba di piazza Fontana ed era uscito da una finestra dell´ufficio politico, coordinato dall´allora commissario Luigi Calabresi. Sette mesi fa il presidente Giorgio Napolitano ha invitato al Quirinale Licia Pinelli e Gemma Calabresi, nel “giorno della memoria”. E ha parlato di «rispetto e omaggio per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi e infondati sospetti, poi di un´improvvisa assurda fine».

Il Presidente ha detto che non voleva rifare il processo, ma proporre un gesto politico. E anche lei forse si sarà stufata di rifare ogni volta il processo…

«Beh, il processo per mio marito non l´abbiamo mai ottenuto. Ci sono state solo istruttorie. E io non ho mai smesso di cercare la verità».

Mai?

«Spero sempre che venga a galla. Se non la vedrò io, la vedranno le mie figlie. E se non loro, altri che manterranno il ricordo».

Non è facile, in alcune storie intricate, avvicinarsi alla verità…

«Ci si può arrivare insistendo. Mi sono mossa da subito dentro la legalità e dentro lo stato di diritto per appurare la realtà dei fatti. Non raggiungere la verità è una sconfitta per lo Stato, non solo per parenti».

Come arrivare a “sapere”?

«Durante i processi, sa che ho pensato? Che alcuni interrogatori non dovrebbero farli il pubblico ministero e gli avvocati. Dovremmo essere noi. I parenti. Sì, guardando in faccia le persone. Delle bugie dei poliziotti sono sicura con ogni cellula del mio corpo, del mio cuore, del mio cervello».

Perdoni l´insistenza, ma esistono però alcuni elementi che anche quarant´anni dopo fanno impressione. Uno è che Pinelli muore e il questore di Milano, Marcello Guida, che era stato comandante del carcere fascista di Ventotene, sostiene che suo marito si è buttato dalla finestra gridando “È la fine dell´anarchia”. Una menzogna davvero inspiegabile, oppure?

«Conoscevo Pino, eravamo legatissimi. Quindi ero sicura che non aveva commesso nulla di cui veniva accusato. Parlava a telefono da casa. Ogni volta che diceva la minima bugia lo scoprivo. Non potevo mettere riparo alla sua morte, ma alla diffamazione sì. Querelai Guida. Gli stava sporcando il nome, per gente come noi è inconcepibile. Poi querelai i poliziotti e il carabiniere che stavano nella stanza dell´interrogatorio. Cercavo la verità attraverso loro, perché hanno mentito. E perché mentire e contraddirsi se non per nascondere qualcuno o qualche colpa più grave?».

Lei – secondo dettaglio strano per chiunque conosca una questura – viene a sapere della tragedia un´ora e mezza dopo, dai giornalisti e non dalla polizia: davvero è andata così?

«Quella notte vennero due, credo del Corriere, “Sa, pare una disgrazia”. Chiamai subito il commissario Calabresi, sapendo che era lui ad averlo interrogato. Sono Licia Pinelli, dov´è mio marito? Mi rispose Calabresi: “Al Fatebenefratelli”. Non ci potevo credere. Perché non mi ha avvisata? “Ma sa, signora, abbiamo molto da fare”. Da fare? Non riesco ancora oggi a pensare con neutralità a questa risposta. Ora però…».

Scusi lei, ultimissimo elemento. Lello Valitutti. Erano rimasti in due, gli anarchici da interrogare. Chiamano suo marito e Valitutti resta per ultimo in uno stanzone. Dirà poi che ha sentito del trambusto, poi il rumore del corpo caduto. Ed è rimasto colpito dal silenzio, dentro la stanza. Poco dopo è stato messo faccia al muro. E rilasciato.

«Con Lello ci si sente sempre, io gli credo. Non s´era distratto. Quando hanno fatto il sopralluogo, durante un´istruttoria, c´era una macchina delle bibite davanti alla porta. “Come faceva a vedere la stanza dell´interrogatorio se c´era ‘sta cosa davanti?”, gli hanno chiesto. “Non c´era”, ha risposto Lello e ha fatto vedere i segni sul pavimento. La macchinetta era stata spostata. Ma dopo. Quella sera Valitutti poteva vedere».

Gerardo D´Ambrosio non l´ha mai interrogato…

«Me lo sono chiesta anch´io il perché. D´Ambrosio era partito bene, aveva fatto ciò che altri non avevano fatto. Ma che devo dire? Il magistrato Caizzi ha parlato di morte accidentale, Amati di suicidio, D´Ambrosio di disgrazia plausibile, il “malore attivo”. Luigi Bianchi d´Espinosa, procuratore generale a Milano, mi sembrava attento, scrupoloso. Poi Bianchi è morto…».

L´ultimo fotogramma di suo marito?

«Lui che esce e io che lo inseguo per portargli il cappotto, noi due persone di mezz´età che hanno due figlie, che ridono e scherzano. Poi lui va in questura?».

Poi?

«Erano giorni bui, di cielo scuro. Neve in strada, freddo. Se penso a quel periodo vedo di Milano solo il nero».

C´è un appello che gira in questi giorni, per aprire, come lei chiede, i cassetti del Viminale. Ma ci crede davvero ai segreti che vengono a galla?

«In America per gli anarchici Sacco e Vanzetti è stato così. Pino non s´è ucciso, non l´avrebbe fatto. Innanzitutto credeva nella vita, mi aveva appena detto che non condivideva il gesto di Jan Palach, che si bruciò a Praga contro i carrarmati sovietici. Poi non l´avrebbe fatto per l´amore che ci univa. E per l´amore per le bambine, alle quali, durante l´interrogatorio, faceva dei disegni. Posso sperare che qualcuno recuperi la coscienza. O che si trovi un documento. Quanto potevo fare, io ho fatto, non ho smesso di chiedere».

Lo Stato le ha mai offerto un risarcimento?

Anzi! Volevano farmi pagare delle spese. Poi però non sono mai venuti a chiedere».

Di Pietro Valpreda, il finto “mostro”, che pensa?

«Un simpatico casinista che hanno messo in mezzo all´inizio, per dare la colpa agli anarchici. Le varie inchieste le ho seguite sui giornali, la pista di destra direi che non ha dubbi, non più».

L´omicidio del commissario Calabresi nel ’72 lei l´ha vissuto…

«Malissimo. A parte la morte di un uomo, c´è stata tolta la possibilità di ragionare con una persona che c´era. E che sapeva cos´era successo in quegli anni, e nelle ore in cui mio marito morì».

L´ha incontrato?

«L´ho visto una sola volta. nell´aula del processo a Lotta continua. E Calabresi – che era parte lesa – mi fece pena. Erano tutti contro di lui, mi sembrò “mollato” dai suoi capi, il capro espiatorio degli sbagli della polizia».

L´anniversario le pesa?

«Sempre. Quest´anno poi, tanti vogliono un ricordo. Ma io sono prosciugata dalle troppe parole, che, in fondo, sono le stesse di quel ’69. Degli anni Settanta. E nel frattempo Pino, che era l´uomo della mia vita, non è più stato qua, dove doveva essere».

1969-2009 DOPO 40 ANNI NON DIMENTICHIAMO PIAZZA FONTANA STRAGE DI STATO PINELLI ASSASSINATO VALPREDA INNOCENTE

30 novembre 2009

Pino Pinelli

Pino Pinelli

1969-2009 DOPO 40 ANNI NON DIMENTICHIAMO

LA VERITÀ DELLA MEMORIA STORICA

PIAZZA FONTANA STRAGE DI STATO

PINELLI ASSASSINATO VALPREDA INNOCENTE

SABATO 12 DICEMBRE ALLE 21

AL LEONCAVALLO SPA

PARTECIPANO

FRANCESCO BARILLI E MATTEO FENOGLIO

AUTORI DEL LIBRO A FUMETTI

“PIAZZA FONTANA”

ED BECCO GIALLO

PIERO SCARAMUCCI COAUTORE DEL LIBRO

“UNA STORIA QUASI SOLTANTO MIA”

ED FELTRINELLI

ROBERTO GARGAMELLI

AMICO E COMPAGNO DI VALPREDA

MAURO DECORTES

CIRCOLO ANARCHICO PONTE DELLA GHISOLFA

SAVERIO FERRARI

OSSERVATORIO DEMOCRATICO

SULLE NUOVE DESTRE

INTERVENTI E FILMATI DI

DARIO FO, LUCARELLI, PAOLO ROSSI, MONI OVADIA

LELLA COSTA, LICIA PINELLI, LELLO VALITUTTI, SABINA GUZZANTI, ASCANIO CELESTINI, VALERIA FERRARIO, PATRIZIO ESPOSITO

PROIEZIONE DELLA INEDITA E RECENTISSIMA INTERVISTA

AL GENERALE MALETTI DIRIGENTE DEI SERVIZI SEGRETI

ALL’EPOCA DI PIAZZA FONTANA

REALIZZATA A.SCERESINI, M.E. SCANDAGLIATO, N.PALMA

PRODOTTO DA MIRCINEMATOGRAFICA FRANCESCO VIRGA E GIANFILIPPO PEDOTE

A CURA DEL CIRCOLO ANARCHICO

PONTE DELLA GHISOLFA

1969/2009 A QUARANT’ANNI DALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

DALL’INGIUSTA INCARCERAZIONE DI VALPREDA, RICORDANDO PINELLI

NEL GIORNO DEL SUO ASSASSINIO.

15 DICEMBRE ORE 21

TEATRO DELLA COOPERATIVA VIA HERMADA 8

ORGANIZZATO DAL CIRCOLO ANARCHICO

PONTE DELLA GHISOLFA IN COLLABORAZIONE CON

TEATRO DELLA COOPERATIVA, PARTECIPAZIONE DELLA

FAI – MILANO E DEL C.S. TORCHIERA

INTERVENTI TEATRALI DI

PAOLO ROSSI E RENATO SARTI

CON LUCA BONESCHI, GIGI MARIANI

( AVVOCATI DI VALPREDA )

MAURO DECORTES ( CIRCOLO ANARCHICO PONTE DELLA GHISOLFA )

SAVERIO FERRARI ( OSSERVATORIO DEMOCRATICO SULLE NUOVE DESTRE )

LELLO VALITUTTI ( ULTIMO A VEDERE PINELLI )