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Libertaria anno 11 n 3 2009 – La strage e il suo doppio di Enrico Maltini

30 aprile 2011

Due attentatori in Piazza Fontana: l’anarchico Pietro Valpreda e il neonazista Claudio Orsi. Su due taxi diversi. Due le bombe alla Banca nazionale dell’Agricoltura. Due  ferrovieri anarchici: Giuseppe Pinelli e l’infiltrato Mauro Meli, infiltrato così bene che al Ponte della Ghisolfa nessuno l’ha mai visto. Ecco un nuovo libro su Piazza Fontana.

Nel libro Il segreto di piazza Fontana (Ponte alle Grazie 2009), Paolo Cucchiarelli ripercorre la trama criminale ormai passata alla storia come “strategia della tensione, che ebbe il suo culmine nella strage di piazza Fontana il 12 Dicembre del 1969. Vi si narra, con ampia documentazione, di servizi segreti ufficiali e “deviati” (?), nazionali e  stranieri, di settori dei Carabinieri e della Polizia, di fascisti di Ordine Nuovo, di Avanguardia Nazionale, della Rosa dei venti, di Nuova Repubblica, l’Anello, la Gladio, l’Aginter press di Guerin Serac, Stay behind, il Ministero dell’Interno e il famigerato Ufficio Affari Riservati, pezzi di magistratura, generali e colonnelli veri e presunti, agenti greci, la CIA, il Mossad, la NATO…più una pletora di faccendieri e spioni di ogni risma. Vi si narra delle macchinazioni per provocare tensione e paura con attentati e stragi da attribuire alla sinistra e vi si narra poi della frenetica attività di depistaggio, disinformazione, corruzione di testimoni, occultamento di prove vere e fabbricazione di prove false, seguite al sostanziale fallimento dell’operazione, che nella ridda di inchieste e procedimenti giudiziari innescati dalla madre di tutte le stragi doveva concludersi con la sostanziale impunità di tutti i responsabili.

La documentazione, che proviene da  atti processuali, interviste, notizie dalla stampa di allora, inchieste già pubblicate, nonché da altre “fonti” identificate e non, appare molto ricca e trova ampio spazio nelle 700 pagine del volume.

All’interno di questa estesa ricostruzione l’autore inserisce la sua versione sulla dinamica materiale degli attentati, sia di quelli ai treni dell’agosto ’69 che di quelli del 12 Dicembre a Milano e Roma, ed è qui che si perde.

Il rigore dell’interpretazione lascia sempre più spazio a supposizioni e congetture, situazioni e perfino caratteri di personaggi vengono largamente immaginati. Gli indizi divengono prove e vengono fatti convergere nel giustificare l’ipotesi. La dimostrazione diventa un teorema e come spesso accade, il ricercatore si fa prendere la mano dalla tesi che vuole dimostrare e ne rimane intrappolato. Purtroppo la versione di Cucchiarelli non viene proposta come ipotesi ma come affermazione, il sottotitolo del libro enuncia infatti: “ Finalmente la verità sulla strage: le doppie bombe e le bombe nascoste….”.

La nuova versione consiste nell’immaginare che gli anarchici, veri o plagiati che fossero, organizzavano attentati ma, mentre deponevano i loro ordigni dimostrativi, venivano affiancati a loro insaputa da provocatori e sicari che piazzavano la bomba mortale. Così troviamo le doppie borse, le doppie bombe, i doppi attentatori, i doppi taxi con relativi doppi Valpreda, doppi sosia e così via. Secondo l’autore il nuovo sosia di Valpreda sarebbe Claudio Orsi. Per inciso: Pietro Valpreda era un uomo di età media, statura media, corporatura media, capelli mediamente arruffati, un po’ stempiato, nessun segno particolare, accento tipico da milanese medio: su cento milanesi di età analoga, quanti potevano essere suoi sosia? Una buona percentuale.

Nel libro gli anarchici sono quasi tutti inquinati da infiltrati e provocatori, mentre i pochi buoni e ingenui,  rappresentati ovviamente da Giuseppe Pinelli, cercano di impedire gli attentati orditi dai compagni cattivi e però cadono in trappole a base di traffici di esplosivo. Ad essere preda di giochi occulti non sono solo gli anarchici, ma ben più ampi settori della sinistra ribelle: in effetti veniamo a sapere che già gli scontri di Valle Giulia a Roma nel marzo 1968 furono in realtà guidati dai neonazisti, che Giangiacomo Feltrinelli (come anche i coniugi Corradini) era teleguidato da Giovanni Ventura, che lo stesso Ventura è stato il vero ispiratore del libro “La Strage di Stato”  del 1970 e così via.

Cucchiarelli, non si capisce su quali basi, è convinto che gli ambienti anarchici e di sinistra fossero allora un coacervo di infiltrati, provocatori, fascisti travestiti e soprattutto “nazimaoisti”. La categoria dei nazimaoisti pervade li testo in modo quasi ossessivo, basti una frase per tutte a pag. 318: “…E poi a Milano c’era la commistione con i maoisti e nazimaoisti che inquinava i gruppi anarchici e marxisti-leninisti”. Chissà dove ha visto tutto questo?

E’ evidente che il 22 Marzo di Valpreda e di Mario Merlino costituisce per l’autore un modello più o meno generalizzabile a tutta l’allora sinistra extraparlamentare. Il 22 Marzo non era certo un esempio di rigore politico, era un gruppo appena nato, senza alcun ruolo nel movimento, raffazzonato da Valpreda con un ex fascista (per altro dichiarato) un poliziotto in incognito, un gruppetto di ragazzi di poco più o nemmeno venti anni. Un gruppo così sgangherato da essere inaffidabile anche come oggetto di provocazione, come dimostrerà il fallimento storico di tutta l’operazione Piazza Fontana.

Nella ricerca dei colpevoli materiali Cucchiarelli parte così con il piede sbagliato e nel suo percorso verso una improbabile verità, inciampa più volte. Innumerevoli sono le frasi, le affermazioni e le illazioni gratuite in varie parti del testo, tanto che per ribatterle tutte ci vorrebbe un altro libro.

Solo su alcuni di questi inciampi vorremmo qui fare chiarezza, per amore di verità storica ma anche perché riguardano direttamente l’ambito libertario di allora.

I così detti “nazimaoisti” non hanno mai fatto parte della storia reale di quel periodo, e tanto meno dei circoli anarchici. Sono  comparsi in rari casi, anni prima, con qualche affissione di manifesti. In quei pochi casi tutti sapevano di che si trattava e non avevano alcuna credibilità. Nazimaoisti, finti cinesi e analoghi erano allora un po’ più diffusi in veneto e in parte in toscana  ma anche stando a quanto scrive Cucchiarelli, agivano per lo più in proprio e con scarsi risultati quanto ad infiltrazioni riuscite. C’è, è vero, il caso di Gianfranco Bertoli, che nel 1973 compirà la strage alla Questura milanese, che frequentò anarchici e fascisti, mise una bomba forse fascista ma si comportò poi come un ottocentesco e folle anarchico individualista, si fece l’ ergastolo, non parlò mai e finì nella droga. Fu un personaggio per certi versi tragico, rimasto in realtà un mistero, come anche riconosce lo stesso Cucchiarelli.

All’albergo Commercio di Milano, occupato, i nazimaoisti non c’erano e se c’erano nessuno gli dava retta. A Milano l’unica mela marcia di rilievo che frequentò il Ponte della Ghisolfa è stato Enrico Rovelli, non un infiltrato ma un anarchico poi passato per interesse al soldo della polizia e dell’Ufficio Affari Riservati.

A Milano tanti sapevano che Nino Sottosanti, (non si è mai dichiarato nazimaoista),  era un ex fascista che dormiva nella sede di Nuova Repubblica e che era un tipo da cui stare alla larga. Frequentava saltuariamente il Ponte in pubbliche occasioni, era amico di Pulsinelli a cui fornì un alibi. Quanto al suo ruolo come sosia, pare per lo meno incauto prendere come sosia una persona conosciuta da tutti nell’ambiente in cui deve operare e conosciuto benissimo da colui che deve “sostituire”.

A pag. 47– la conferenza stampa del 17 Dicembre, dopo la strage, fu organizzata dal Ponte della Ghisolfa, il circolo principale, come era ovvio (chi scrive era presente). Non ci fu alcuna latitanza degli amici di Pinelli nè ci furono “stridori” o “abissi sui modi di fare politica con i compagni di Scaldatole” anche perché il Circolo Scaldatole era gestito dagli anarchici del Ponte della Ghisolfa, che lo lasceranno nel 1972 alla gestione di altri gruppi anarchici. Gli amici di Pinelli erano tutti presenti alla conferenza (chi scrive, Amedeo Bertolo, Luciano Lanza, Ivan Guarneri, Vincenzo Nardella, Umberto del Grande, Gianni Bertolo e altri ancora). Joe Fallisi, il testimone pure presente cui fa riferimento Cucchiarelli, è evidentemente stato tradito dalla memoria. Peraltro la “vecchia dirigenza” di cui parla Cucchiarelli aveva in media 25 anni! Solo Pinelli ne aveva 41. Di quella conferenza stampa non si dice invece che fu fatta, in quel difficile momento, una scelta coraggiosa e politicamente ineccepibile: con grande sorpresa dei giornalisti, gli anarchici non presero le distanze da Valpreda, nonostante i non buoni rapporti, e denunciarono come mandante della strage non i “fascisti”, come concordava la stampa di sinistra, ma lo Stato. Il giorno dopo il “Corriere della sera” titolava: “Farneticante conferenza stampa al Ponte della Ghisolfa”.

A pag. 138 Cucchiarelli ci illustra il “triangolo del depistaggio”:  “Il segreto della strage ha resistito per tanti anni godendo del silenzio di tutti i soggetti interessati: Stato, fascisti e anarchici. Questi ultimi dovevano scagionare Valpreda e rivendicare l’innocenza di Pino Pinelli. Si erano fatti tirare dentro e ora la situazione non lasciava alcuno scampo politico: difficilmente sarebbe stata dimostrabile nelle aule dei tribunali la loro buona fede di non voler causare morti. Da un punto di vista giuridico la partecipazione degli anarchici alla vicenda sarebbe stata quanto meno un concorso in strage”. Fuori i nomi Cucchiarelli, perché qui si fa l’accusa di concorso in strage. Ma di nomi Cucchiarelli non ne può fare e così lancia accuse tanto infamanti quanto generiche.

A pag. 183 leggiamo che, come “…rivela una fonte qualificata di destra che, naturalmente, non vuole essere citata…”, Valpreda prese l’inspiegabile taxi perché: “Qualcuno gli aveva semplicemente detto che doveva prendere il taxi. Gli diedero 50.000 lire e il ballerino non si pose di certo il perché” (nella versione dell’autore Valpreda doveva prendere un taxi per essere notato dal taxista). Qui la questione si fa grave: primo non si può citare fonti qualificate che però restano anonime; secondo, questo è uno degli innumerevoli passaggi nei quali Valpreda  (solitamente chiamato “il ballerino”) viene descritto come un poveretto, un esaltato zimbello di chiunque, un ignorante pronto a tutto per 50.000 lire. Come molti altri, conoscevo bene Valpreda, in quel periodo era certamente fuori dalle righe ed il suo carattere era certamente un po’ sbruffone (e per questo fu scelto come vittima sacrificale), ma non era nè ignorante nè stupido, era certamente acuto e sveglio, aveva una biblioteca ben fornita e una discreta cultura, come sappiamo pubblicò poi diversi libri. Non dimentichiamo che il “ballerino”, con tutto quello che di lui si può criticare, si è trovato da un giorno all’altro imprigionato sotto una accusa atroce, trattato come un animale dalla stampa  (…”il volto della belva umana”, su La Notte), tenuto quaranta giorni in isolamento e interrogato centinaia di volte, sottoposto a una pressione fisica e psicologica che possiamo solo immaginare, minacciato di infamia e di ergastolo.  Ma il “ballerino” ha retto, si è fatto tre anni di carcere, non si è piegato a ricatti, non ha accusato nessuno nè rinnegato le sue idee, non risulta dagli atti che mai sia sceso a compromessi.

A pag. 228 L’autore avrebbe potuto precisare che la campagna di stampa di Lotta Continua contro Calabresi, intrapresa con il consenso degli anarchici, non fu un fatto gratuito. La campagna aveva lo scopo di indurre il commissario ad una querela contro il giornale. Il giudice Caizzi aveva fatto sapere che l’indagine sulla morte di Pinelli era in via di archiviazione e solo una querela da parte di un pubblico ufficiale, querela che prevedeva facoltà di prova, avrebbe permesso di riaprire il processo. Gli attacchi del giornale divennero così feroci perché Calabresi tardava a querelare (come anche riportato nel libro, secondo la moglie Gemma la procura si rifiutò di denunciare d’ufficio il giornale e il Ministero a costrinse Calabresi ad una denuncia in proprio.

A pag. 245– Cucchiarelli insiste a lungo con ardite congetture sul misterioso caso di Paolo Erda, citato da Pinelli nel suo interrogatorio ma mai rintracciato nè sentito da nessuno e nemmeno dallo stesso autore, che ne ha cercato a lungo notizie, fino a segnalare che in “Ivan e Paolo Erda è contenuto anagrammato il nome di Valpreda…”.  Erda era solo il soprannome di un certo Paolo che aveva tutt’altro cognome, tutto qui, lo conosciamo benissimo.

Ma qui c’è un’altra considerazione importante: nel testo si fa a lungo riferimento alle false dichiarazioni e/o alle ritrattazioni di Valpreda, della zia Rachele Torri, della madre Ele Lovati e dello stesso Pinelli a proposito del suo alibi, per sottintendere che vi erano verità scomode da nascondere (ovvero le bombe dimostrative messe dagli anarchici).   L’autore dovrebbe però sapere che il vecchio detto “…non c’ero e se c’ero dormivo…” non è solo una battuta ma è il comportamento di chiunque non ami particolarmente polizia, carabinieri e altri inquisitori e si trovi di fronte a un interrogatorio. Si dice il meno possibile, non si fanno nomi di amici e compagni e si resta nel vago. Se poi le cose si complicano si può sempre ricordare…e questo vale anche per una vecchia zia, che non vede per quale ragione dovrebbe dire che il nipote è dai nonni invece che dire semplicemente “non lo so”. A quei tempi circolava il “Manuale di autodifesa del militante” a cura degli avvocati contro la repressione che dava dettagliate indicazioni in questo senso. Per questa stessa ragione Pinelli non cita Sottosanti, non cita Ester Bartoli (che con il misterioso Erda sarebbe testimone  del suo passaggio al Ponte), cita il famoso “Erda” sapendo che è un soprannome e fa solo il nome di Ivan Guarneri, compagno già ben noto alla questura. Ma è proprio sulla base del “buco” dell’alibi di Pinelli che Cucchiarelli fonda in gran parte l’ipotesi fantasiosa, secondo cui Pinelli “.. poteva avere a che fare con le altre bombe…”. Per inciso, Pino Pinelli non avrebbe mai preso iniziative di un qualche peso senza consultare alcuni dei compagni che godevano della sua massima fiducia.

p.274. Si descrive una cena a casa di Pinelli “presenti Nino Sottosanti, la Zublema, Armando Buzzola, e l’arabo Miloud,“ quest’ultimo definito sbrigativamente “uomo di collegamento con i palestinesi”. Questo Miloud, berbero e non arabo, militante nella lotta di liberazione algerina, non ha mai avuto a che fare con i Palestinesi, da dove viene questa notizia? A questa e a un’altra cena, sempre a casa di Pinelli, avrebbe partecipato anche  “un anarchico sconosciuto” che in base a chissà quale congettura Cucchiarelli identifica nel Gianfranco Bertoli che sarà l’ambiguo autore della strage del ’73 alla questura di Milano. Peccato che quando la Zublema frequentava gli anarchici, di Gianfranco Bertoli nessuno aveva ancora sentito parlare.

a pag. 290 incontriamo Mauro Meli, altro presunto anarchico, ferroviere, sedicente provocatore infiltrato a suo dire nel circolo Ponte della Ghisolfa. Costui non è mai stato visto (c’è la fotografia nel libro), ne conosciuto da alcuno. Se è stato al Ponte la sua attività provocatoria si è fatta notare ben poco. Viene da chiedersi perché, su queste ed altre notizie, Cucchiarelli non ha chiesto conferme a testimoni che pur conosce bene? Forse perché degli anarchici c’è poco da fidarsi, come confessa in un altro passaggio del libro.?

a p. 345 la nota 11 ci informa sugli “….editori librai apparentemente di sinistra: oltre a Ventura  troveremo Nino Massari a Roma e Umberto del Grande a Milano. Quest’ultimo conosceva molto bene Pinelli ma era anche in contatto con uomini di Ordine Nuovo e con Carlo Fumagalli, capo del MAR”

Umberto del Grande (è morto  pochi anni fa) non era un editore nè un libraio, apparteneva al  Ponte della Ghisolfa da anni ed era un componente della Crocenera anarchica. L’unica sua veste di editore è stata di assumersi, nel 1971, la titolarità dell’editrice che pubblicava A rivista anarchica in attesa che venisse formalizzata una società cooperativa. Non ha mai avuto a che fare con uomini di Ordine Nuovo. Era anche appassionato di viaggi nel Sahara, per questo aveva acquistato una vecchia Land Rover da un meccanico di Segrate che trattava fuoristrada. Quando il Prefetto Libero Mazza rese pubblico il censimento dei gruppi “sovversivi” di Milano, citò del Grande come responsabile della crocenera. Il rapporto Mazza fu letto anche dal meccanico, che era Fumagalli, e che si rivelò come tale a del Grande. E il rapporto cliente–meccanico si chiuse.

a pag. 347 si afferma che la stesura del libro “La strage di Stato” fu pilotata da Ventura. Nella relativa nota 12 a p. 667 si precisa che “si ha motivo di credere” questo perché  Mario Quaranta, (socio editoriale di Giovanni Ventura, e personaggio squalificato quanto il suo sodale Franzin) lo avrebbe raccontato al giudice Gerardo D’Ambrosio in un non meglio identificato interrogatorio. La testimonianza di uno come Quaranta non dovrebbe essere presa in considerazione con tanta leggerezza.

a p. 365 si afferma per certo che Valpreda sarebbe andato al congresso anarchico di Carrara nel 1968 insieme a un codazzo di fascisti del “XII Marzo” (in numeri romani, un gruppo fascista di Roma), di cui elenca i nomi: Pietro “Gregorio” Maulorico, Lucio Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili e “il già convertito” anarchico Mario Merlino. Il gruppo sarebbe andato al congresso su ordine di Stefano Delle Chiaie. Cucchiarelli trae questa notizia da una deposizione di Alfredo Sestili, il quale però non cita Valpreda, ed equivoca poi sul nome del gruppo, insinuando che si trattasse del 22 Marzo. A Carrara c’erano centinaia di persone e dunque poteva esserci chiunque. L’affermazione dell’autore non sta in piedi, ma è coerente con la sua idea di gruppi anarco-fascisti-nazisti-maoisti-marxisti-leninisti cui tanto spesso ricorre per spiegare improbabili certezze.

a p. 399 c’è un’altra affermazione grave, grave perché diffamatoria: vi si dice che Enrico Di Cola, un giovane componente del 22 Marzo romano, sarebbe colui che avrebbe indirizzato le indagini contro Valpreda e che per questo sarebbe stato compensato dalla polizia con un salvacondotto per espatriare in Svezia. Di Cola, espatriò effettivamente in Svezia dove chiese ed ottenne asilo politico, ma lo fece clandestinamente, con non poche difficoltà, aiutato dai compagni e con un documento falso.

Poche righe più in basso Roberto Mander ed Emilio Borghese vengono classificati, con Merlino, … “ i più compromessi con la provocazione”. Come e su quali basi Cucchiarelli si permette di dare del provocatore a questo e a quello (Erda, Del Grande, Di Cola, Mander, Borghese…) senza alcuna prova non è dato sapere. E’ sempre l’ossessione degli anarco-fascisti-nazisti eccetera, di cui è permeato l’intero romanzo.

A pag. 621 “Sulla tomba di Pino Pinelli c’è proprio una poesia di quell’antologia che, un Natale, il commissario Calabresi regalò all’anarchico”, il libro è Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, ma le cose non andarono così: Calabresi regalò a Pinelli  “Mille milioni di Uomini” di Enrico Emanuelli, e Pinelli per sdebitarsi ricambiò con l’antologia di Lee Master. E’ solo una svista, ma ci piace ricordare che la poesia che i cavatori di Carrara incisero sulla tomba di Pinelli non era tratta dal libro che il gli regalò il commissario, ma da quello che lui regalò a Calabresi.

Infine, in diversi passaggi del libro si ha l’impressione che l’autore riporti racconti ascoltati a voce da qualcuno, solo così si spiegano i ripetuti errori sui nomi: Otello Manghi invece di Otello Menchi, Octavio Alberala invece di Octavio Alberola…

Queste sono solo alcune delle imprecisioni e delle “fantasie” del libro di Cucchiarelli.

Enrico Maltini

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libertaria anno 11 n 4 2009 Due del 22 marzo Parlano Roberto Gargamelli e Roberto Mander. Nel 1969 erano militanti del circolo romano di via del Governo vecchio – di Giulio D’Errico, Martino Iniziato, Fabio Vercilli e Matteo Villa

16 dicembre 2010

libertaria anno 11 n 4  2009

Due del 22 marzo

di Giulio D’Errico,Martino Iniziato,Fabio Vercilli e Matteo Villa


Parlano Roberto Gargamelli, 59 anni, che si occupa di fotografia e grafica scientifica all’università La Sapienza di Roma, e Roberto Mander, 57 anni, psicologo. Nel 1969 erano militanti del circolo romano di via del Governo vecchio

Come sei diventato anarchico?

Roberto Mander. Durante il ‘68, intorno a «vecchi» anarchici come Aldo Rossi e la moglie Anna, che gestivano il settimanale Umanità Nova, iniziammo a radunarci noi ragazzi (all’epoca ero minorenne), sempre nella sede di via Baccina dove c’era anche la Fagi. Eravamo spinti da un grande fermento, una voglia di fare, di cambiare, di aiutare. Sono gli anni dell’immigrazione dal Meridione, e tra i primi interventi ci sono quelli a sostegno degli edili (aumentati in maniera vertiginosa all’ombra dei palazzinari romani, vivevano in pessime condizioni) e l’organizzazione di un doposcuola per i ragazzini. Dopo un po’ di tempo, andai a Reggio Calabria con Emilio Borghese (anche lui inquisito per la strage) a incontrare Luigi Casile e Gianni Aricò, due compagni che stavano facendo un prezioso lavoro in quella lontana città, e che poi moriranno in quello strano incidente stradale nel settembre 1970, mentre venivano a Roma a consegnare il risultato delle indagini sulle commistioni tra fascisti, ‘ndrangheta e politica durante la rivolta dei «boia chi molla».

Roberto Gargamelli. Frequentavo ancora le scuole superiori quando, insieme ad alcuni amici, andai a una manifestazione. C’era una vitalità impressionante, si parlava con tutti. Tra le centinaia di bandiere rosse scorgiamo un gruppo di bandiere nere. Ci incuriosiamo, ci avviciniamo e chiediamo chi fossero gli anarchici, cosa facevano; iniziamo così a leggere i testi fondamentali dell’anarchia e a frequentare la sede di via Baccina, dove si facevano sempre riunioni (ma non solo lì, ovviamente) e si discuteva di tutti i sogni, le speranze di ognuno.

Com’era il clima politico e sociale nell’anno della strage?

Mander. Il ’69 è un anno particolare. C’è una situazione molto mobile, tante cose in ballo, vogliamo intervenire come giovani in quello che succede, specialmente nel sociale, ed essere «protagonisti» del cambiamento. Il ‘69 è anche l’anno dell’arrivo di Pietro Valpreda a Roma.

Intorno a lui si coagulano nuove persone, tra Fai, Fagi e il laboratorio di via del Boschetto (quello dove costruiva le lampade liberty che renderanno possibile la montatura dei vetrini colorati trovati nella borsa rinvenuta alla Comit). Io non aderisco al 22 marzo, ma il nostro era un ambiente più che contiguo e ci si conosceva tutti. Resta comunque il ricordo di un entusiasmo, di un andarivieni di persone, di idee che non ho mai più incontrato. Pensa: un entusiasmo e un’apertura tali da permettere a un ex fascista (o meglio, questo è ciò che dichiarava) come Mario Merlino di entrare a far parte del Circolo 22 marzo.

Gargamelli. Si viveva davvero in modo aperto, affrontando tutto nell’ottica del miglioramento. Addirittura, c’era anche collaborazione tra noi e i vecchi militanti del Pci, in particolare con quelli della sede di Alberone, che aveva le porte aperte a tutti, ma nell’estate del ‘69 arriva la decisione del Pci di “chiusura” ai movimenti. Tra l’altro c’erano degli screzi con i vecchi anarchici della Fai: noi volevamo fare lavoro sul territorio, nelle scuole, nei quartieri, coinvolgere le persone, parlare di idee, sogni da realizzare, vedevamo un momento di apertura. Però ci scontriamo sempre più con i vecchi che non vogliono muoversi, vogliono restare al di fuori di certi interventi, vogliono partecipare solo alle manifestazioni più grandi, mentre noi siamo anche in quelle più piccole. Tutto finisce con una rottura insanabile. Perciò ci trovammo a dover ricominciare tutto da capo: nacque così il Circolo 22 marzo.

Dov’eri il 12 dicembre? Cosa ricordi di quel giorno?

Mander. Beh, quel giorno lo ricordo bene. Attorno all’ora delle bombe (tra le 16,30 e le 17,30) ero proprio al 22 marzo, in una saletta di non più di 30 metri quadri, con vicino un certo Andrea. Personaggio che ci farà un brutto scherzo: era in realtà un agente di pubblica sicurezza infiltratosi tra noi, testimone diretto della nostra completa estraneità alle bombe romane e a qualsiasi progetto terrorista. Ma la sua mancata testimonianza a nostro favore converge con la nostra tesi, che ci fosse cioè un progetto predeterminato, costruito a tavolino, per far compiere a noi un determinato percorso al termine del quale sarebbe stato facile additarci come responsabili.

Gargamelli. Io invece stavo riparando la Vespa di un mio amico in piazza Re di Roma, molto lontana dalla Banca nazionale del lavoro e dall’Altare della patria. L’avevo rotta io, la Vespa, e mentre ero in questa piazza con metà dei pezzi sparsi per terra, mi accorgo di un elicottero dell’aeronautica militare che è costretto a fare ben tre giri sopra la piazza, prima di poter proseguire. Durante l’istruttoria cercai di far valere questa questione. Furono interrogati i tre comandanti di elicottero che quel giorno avevano sorvolato Roma. Due avevano orari incompatibili, il terzo invece affermò proprio di avere dovuto fare tre giri sulla piazza poiché aveva incontrato un vuoto d’aria e allora aveva dovuto aspettare prima di poter proseguire in linea retta. Ma questa testimonianza sparì materialmente dal rinvio a giudizio del sostituto procuratore Ernesto Cudillo… Inoltre, vengo accusato di avere materialmente deposto la valigia con l’ordigno nel sottopassaggio della Bnl. Perché? Mio padre lavora in quella banca, e io ero quindi il colpevole perfetto. Lui dichiarò la mia estraneità, ma ci fu poco da fare. Un altro episodio è significativo: anch’io, come Valpreda, vengo posto a confronto per permettere il riconoscimento da parte di un supertestimone. Nel mio caso, questi era un giovanissimo impiegato della Bnl che, vedendomi con indosso i vestiti del carcere tra quattro poliziotti con la cravatta, fiutò subito la trappola in cui stava per cadere e dichiarò che colui che pensava di aver visto in banca non era tra quei cinque soggetti. Altrimenti Valpreda sarebbe stato il mostro di Milano e io il mostro di Roma.

Oggi, a quarant’anni da piazza Fontana, che senso ha ricordare e continuare a studiare una pagina della nostra storia iniziata il 12 dicembre 1969?

Mander. Credo che dobbiamo impegnarci per impedire che certe notizie false vengano diffuse ancora oggi. Non si sono fatti i conti con quella pagina così ancora oggi dobbiamo parlare di elicotteri e infiltrati, quando la verità si sarebbe potuta trovare molto tempo prima. Per questo è importante studiarla: per evitare che tutta quella vicenda venga sepolta nell’oblio e nell’indeterminatezza.

Gargamelli. Sicuramente è importante ricordare, tenendo presente che l’attuale governo è legato a doppio filo a quel periodo, alla strategia delle stragi, sia perché frutto di quel periodo così cupo e devastane della nostra storia recente sia perché varie figure-chiave di questa legislatura sono state esponenti del «no alla libertà, sì al colpo di stato».

Ha ancora senso pensare a un’ennesima riapertura delle indagini, o a una sorta di «commissione di riconciliazione» che tenti di ricostruire le responsabilità storico-politiche?

Mander. Penso che ancora oggi sussista un infido gioco di ricatti e complicità. A quarant’anni dai fatti, parliamone in termini politici. Ognuno dica quello che sa, perché mi sembra che ci siano sempre dei «non detti». In Italia non si riesce a chiudere quella stagione, Come non si chiuse il periodo fascista in maniera definitiva dopo il 1945. Basta con la dietrologia che non fa altro che confondere. Raccontiamo e parliamo tutti.

Gargamelli. Secondo me bisogna lavorare su un piano di verità storico-politica, non giudiziaria. Processualmente ritengo la vicenda chiusa, ma si potrebbe fare molto per scoprire l’area grigia in cui si è sviluppata la vicenda.

Risposta n. 2 a Giacomo Pacini sulla figura di Valpreda ed il fatto che egli non avrebbe mai preso apertamente le distanze da Merlino – Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta tra Pacini e Di Cola 22/12/2009

22 dicembre 2009

http://www.facebook.com/group.php?gid=111480141059

Giacomo Pacini

Conoscevo questa lettera. Ma conosco anche questo altro passo dei diari di Valpreda: “Che Merlino non abbia un passato limpido, che sia politicamente ambiguo, che sia stato un provocatore , tutti questi precedenti sono ormai ampiamente dimostrati, ma ciò non vuol dire che lo sia stato nel nostro caso, in seno al nostro gruppo, riguardo agli attentati del 12 dicembre. Non per quello, necessariamente questo. E’ una massima molto antica. Vuol dire chiaramente che ciò che si è commesso nel passato non si può arguire che lo si commetta necessariamente anche ora. Per cui non è che io difenda Merlino o una sua pretesa verginità morale; nego recisamente che al presente sia colpevole nei riguardi nostri di ciò di cui viene imputato dall’accusa”.

Comunque la mia domanda non riguardava tanto il 22 marzo, quanto, appunto, la singola figura di Valpreda ed il fatto che egli (che io sappia), non ha mai preso apertamente le distanze da Merlino. …

Tutto qui.

La mia risposta

Non ho mai letto il diario di Valpreda dal carcere e quindi non posso citarlo o verificare il contesto dei passi da esso estrapolati da lei esposti.

Mi sembra comunque logico legare la frase al contesto, cioè al processo all’epoca in corso. Lei dimentica che a livello giudiziario Valpreda e Merlino erano legati (solo ed esclusivamente a livello giudiziario però, sia ben chiaro) ad un unico destino. Le sue domande avrebbe dovuto rivolgerle a Valpreda quando era in vita (Pietro è sempre stato un uomo estremamente gentile e comunicativo).

Le cito però un passo tratto dal libro di Cucchiarelli (Pag 368) che mi sembra possa rispondere alle sue domande: “In carcere, Pietro Valpreda scrisse nel suo diario che «sapevamo, perchè lui stesso l’aveva detto, che Merlino era stato fascista, ma che frequentasse e tenesse ancora contatti con elementi fascisti i compagni ed io l’abbiamo saputo dopo l’arresto. Non abbiamo molto da vergognarci come anarchici, se c’è stata solo un’infiltrazione di alcuni elementi provocatori di destra e nessuna simbiosi o altro»”.

Vuol sapere se Valpreda ha mai preso le distanze da Merlino? Valpreda era un anarchico e Merlino era ed è rimasto un fascista e quindi la loro distanza è sempre stata abissale.

Vorrei farla io una domanda: Ho scritto due lettere per smentire affermazioni contenute nel libro di Cucchiarelli – che ha promesso una risposta che ad un mese di distanza ancora non è arrivata – e lei mi ha risposto ponendomi domande che nulla hanno a che fare con quanto da me scritto. Non le pare uno strano modo per cercare una verità?

Penso che lei abbia un pregiudizio sulla figura di Valpreda – e per uno studioso non sarebbe un bene – e vuole che io in qualche modo lo avvalori. Mi spiace per lei, ma se ho rotto un silenzio che durava da quasi 40 anni, è solo perchè non posso più tollerare che venga riscritta per l’ennesima volta la nostra storia e per rettificare una volta per tutte una serie di menzogne e leggende metropolitane che dal lontano 1969 ci perseguitano.

Commento n 2 Sulle “verità” del libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli – Ancora sulla presunta presenza di individui eterogenei di dubbia natura nel circolo 22 marzo

17 dicembre 2009

Commento n 2

Commenti e note in ordine sparso alla “verità” di Paolo Cucchiarelli

a cura di Enrico Di Cola

https://stragedistato.wordpress.com/

A pag. 28 Cucchiarelli scrive

Gli anarchici del Circolo «22 Marzo» (Roma)

Pietro Valpreda, una volta a Roma, fu allontanato a forza anche dal «Bakunin», principale circolo anarchico della capitale. Si riunì allora nel gruppo «22 Marzo» insieme a una decina di altri giovani. Tra i componenti, c’erano anche individui eterogenei di dubbia natura: il co-fondatore Mario Merlino, fascista ridipinto di rosso dopo un viaggio nella Grecia dei colonnelli, un finto anarchico (in effetti un poliziotto in incognito), un fascista che teneva conferenze sul dio Mitra. Tra gli aderenti, anche Stefano Serpieri, fascista informatore del SID, il servizio segreto militare italiano.

Nella nota 147 pag 663, leggiamo “Un bel libro scritto da Aldo Giannuli e Nicola Schiavulli, Storia di intrighi e di processi. Dalla strage di piazza Fontana al caso Sofri, Edizioni Associate, Roma, 1991, sostiene che tra gli uomini che “ronzavano attorno a Pinelli” c’era, oltre a Sottosanti, anche Stefano Serpieri, il fascista informatore del Servizio informazione difesa vicino al circolo “22 Marzo” in cui militava Valpreda.

Uno dei punti forti su cui si regge la tesi accusatoria di Cucchiarelli è che il 22 Marzo era un micro gruppo ibrido composto da fascisti e anarchici con qualche innesto dei servizi segreti e della questura.

E’ a tutti noto, che in effetti subimmo la doppia infiltrazione del poliziotto Salvatore Ippolito e del fascista Mario Merlino. In altra occasione magari torneremo sul punto delle infiltrazioni che in quegli anni colpirono tutta la sinistra, nessuno escluso (dal Pci ai gruppi M-L) e che non furono una prerogativa degli anarchici come si tenta ancor oggi di far credere.

Quel che qui mi preme sottolineare è che nel circolo 22 Marzo oltre ai due personaggi di cui sopra (Merlino-Ippolito), non vi erano altri “individui eterogenei di dubbia natura”.

Il “fascista che teneva conferenze sul dio Mitra”, cioe Antonio Serventi, NULLA aveva a che fare con il nostro circolo. Come è arcinoto e appurato, la conferenza del 12 dicembre doveva essere tenuta al circolo Bakunin, ma fu spostata – la sera precedente – al 22 Marzo in quanto all’ultimo momento il Bakunin non aveva concesso la sala. Serventi tenne quindi un’unica conferenza semplicemente perchè– essendo noi contrari ad ogni tipo di censura – acconsentimmo a che si tenesse nei nostri locali nonostante il tema non fosse certo di grande interesse per noi.

In quanto a Stefano Serpieri, fascista informatore del SID, il servizio segreto militare italiano, nessuno di noi lo ha mai visto o conosciuto (fortunatamente!) e quindi, dopo aver verificato anche con tutti gli ex compagni del 22 Marzo – affermo che Stefano Serpieri MAI ha aderito o MAI ha frequentato il nostro circolo.

Commento n 2 alla “verità” di Paolo Cucchiarelli di Enrico Di Cola

17 dicembre 2009

Commento n 2

Commenti e note in ordine sparso alla “verità” di Paolo Cucchiarelli

a cura di Enrico Di Cola

https://stragedistato.wordpress.com/

A pag. 28 Cucchiarelli scrive

Gli anarchici del Circolo «22 Marzo» (Roma)

Pietro Valpreda, una volta a Roma, fu allontanato a forza anche dal «Bakunin», principale circolo anarchico della capitale. Si riunì allora nel gruppo «22 Marzo» insieme a una decina di altri giovani. Tra i componenti, c’erano anche individui eterogenei di dubbia natura: il co-fondatore Mario Merlino, fascista ridipinto di rosso dopo un viaggio nella Grecia dei colonnelli, un finto anarchico (in effetti un poliziotto in incognito), un fascista che teneva conferenze sul dio Mitra. Tra gli aderenti, anche Stefano Serpieri, fascista informatore del SID, il servizio segreto militare italiano.

Nella nota 147 pag 663, leggiamo “Un bel libro scritto da Aldo Giannuli e Nicola Schiavulli, Storia di intrighi e di processi. Dalla strage di piazza Fontana al caso Sofri, Edizioni Associate, Roma, 1991, sostiene che tra gli uomini che “ronzavano attorno a Pinelli” c’era, oltre a Sottosanti, anche Stefano Serpieri, il fascista informatore del Servizio informazione difesa vicino al circolo “22 Marzo” in cui militava Valpreda.

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Uno dei punti forti su cui si regge la tesi accusatoria di Cucchiarelli è che il 22 Marzo era un micro gruppo ibrido composto da fascisti e anarchici con qualche innesto dei servizi segreti e della questura.

E’ a tutti noto, che in effetti subimmo la doppia infiltrazione del poliziotto Salvatore Ippolito e del fascista Mario Merlino. In altra occasione magari torneremo sul punto delle infiltrazioni che in quegli anni colpirono tutta la sinistra, nessuno escluso (dal Pci ai gruppi Ml) e che non furono una prerogativa degli anarchici come si tenta ancor oggi di far credere.

Quel che qui mi preme sottolineare è che nel circolo 22 Marzo oltre ai due personaggi di cui sopra (Merlino-Ippolito), non vi erano altri “individui eterogenei di dubbia natura”.

Il “fascista che teneva conferenze sul dio Mitra”, cioe Antonio Serventi, NULLA aveva a che fare con il nostro circolo. Come è arcinoto e appurato, la conferenza del 12 dicembre doveva essere tenuta al circolo Bakunin, ma fu spostata – la sera precedente – al 22 Marzo in quanto all’ultimo momento il Bakunin non aveva concesso la sala. Serventi tenne quindi un’unica conferenza semplicemente perchè– essendo noi contrari ad ogni tipo di censura – acconsentimmo a che si tenesse nei nostri locali nonostante il tema non fosse certo di grande interesse per noi.

In quanto a Stefano Serpieri, fascista informatore del SID, il servizio segreto militare italiano, nessuno di noi lo ha mai visto o conosciuto (fortunatamente!) e quindi, dopo aver verificato con tutti gli ex compagni del 22 Marzo – affermo che Stefano Serpieri MAI ha aderito o MAI ha frequentato il nostro circolo.

Manifesto 12 dicembre 2009 – 40 anni fa la strage di Piazza Fontana. Parla Pasquale Valitutti.

13 dicembre 2009

Manifesto 12 dicembre 2009

http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2009/mese/12/articolo/1988/

40 anni fa la strage di Piazza Fontana

Tommaso De Berlanga

Lello- Pasquale Valitutti

Lello- Pasquale Valitutti

È sempre stupefacente come – in Italia, almeno – i «cercatori ufficiali di verità» si guardino bene dal fare domande ai testimoni diretti. Un caso esemplare di questa malattia è quello di Pasquale Valitutti. Appena ventenne all’epoca della strage di piazza Fontana, come tanti altri in quei giorni fece l’esperienza della questura. Non di una qualsiasi, ma proprio quella di Milano. Anzi, è stato l’ultimo compagno a parlare con Giuseppe Pinelli, la sera del 15 dicembre; poi lo ha sentito cadere dalla finestra. In questi 40 anni non ha mai cambiato la sua versione.

Com’è stato il tuo 15 dicembre 1969?

Dopo il 12 dicembre è iniziata la caccia all’anarchico. La polizia ha praticamente fermato tutti gli anarchici noti. Io non ero a Milano quel giorno; sono andati a casa mia, han preso mia sorella (che non faveva politica!) e han detto a mia madre che l’avrebbero lasciata andare solo se mi fossi consegnato. Quando sono andato in questura, il giorno dopo, c’era un sacco di gente. Poco alla volta hanno cominciato ad andar via e alla fine siam rimasti solo in due: io e Pino, in uno stanzone. Pino aveva una ventina di anni più di me che, da ragazzi, son tanti. Si scherzava un po’, cercava di consolarmi dicendo «Dai Lello, ‘sta cosa qui ora finisce, tra un po’ ce ne andiamo a casa». Intanto faceva dei bei disegni per le sue bambine, che poi ho dato a Licia. Poi son venuti a prendere Pino e lo hanno portato nella stanza vicina per interrogarlo. L’ufficio della «squadra politica» era come un appartamento: una porta d’ingresso, un corridoio lungo con tante stanze.

Tu, da lì dentro, cosa sentivi?

Se parlavano normalmente, non sentivo niente. Venti minuti prima della mezzanotte è successo qualcosa. Ho sentito rumori, mobili che si spostavano, gente che parlava in modo concitato, senza riuscire a distinguere bene le parole. Non ho sentito urla, ma è successo qualcosa che non era accaduto durante gli altri interrogatori. Sentendo questi rumori, chiaramente vado in tensione. La porta della stanza dove mi trovavo era una porta a vetri che dava sul corridoio, da cui potevano controllare chi stava dentro. Da lì ho potuto vedere e ti posso assicurare che, dal momento in cui avevano portato Pino nella stanza dell’interrogatorio, non è più passato nessuno. In particolare in quell’ultimo quarto d’ora, assolutamente nessuno.

Quanti poliziotti c’erano nella stanza?

Dovevano essere sei: Calabresi, Lograno, Panessa, Muccilli, Mainardi e un altro. Nessuno si è spostato. E Calabresi c’era sicuramente. Lo conoscevo bene, era il commissario, quello che comandava tutti; il più alto in grado presente. Quello che rompe il silenzio è un tonfo molto sordo, molto cupo. Il corpo di Pino che cade. La cosa veramente assurda è che nessuno ha reagito. Non ho più sentito nessun rumore. Nessuno ha urlato; come ho sentito il trambusto avrei sentito anche le urla. Ti puoi immaginare: sei in una stanza molto piccola, qualcuno si butta dalla finestra e nessuno urla?

Dopo il «tonfo» che accade?

Sono usciti dalla stanza e sono venuti da me, mi hanno bloccato ed è apparso Calabresi: «non capisco come possa essere successo, Valitutti; stavamo parlando tranquillamente con Pinelli di Valpreda, non capisco, all’improvviso si è buttato». L’ho detto subito al giudice nel primo interrogatorio, il 1 gennaio del ‘70, quando mi hanno chiamato a parlare con Caizzi.

C’è stato un processo, poi. Avranno cercato di smontare la tua versione…

Era il processo Calabresi-Lotta continua. Sono andato lì e gli avvocati mi han fatto tutte le domande e io ho raccontato tutto, come adesso. Importante: Calabresi era lì, con il suo avvocato e non mi hanno fatto neanche il controinterrogatorio. Non gli conveniva. Dal punto di vista giudiziario vuol dire che non potevano contestarmi niente e volevano farmi «scivolare via». Poi il presidente del tribunale ha disposto un sopralluogo in questura per capire cosa potevo aver visto veramente. Quando siamo andati lì, davanti alla porta a vetri era stato messo una grosso distributore di caffè e bibite. E il presidente mi ha detto: «con questa macchina davanti, lei poteva anche non vedere». Io gli ho risposto che la macchina non c’era; anzi, ho indicato sul linoleum del pavimento, sulla parete opposta, il segno che la macchina aveva lasciato. Mi ricordo la sua faccia. É rimasto costernato di fronte all’evidenza di un tentativo così maldestro di alterare la «scena del delitto».

Mai accusato di falsa testimonianza?

Mai. La cosa più singolare è che D’Ambrosio (Gerardo, ndr) non mi ha nemmeno interrogato, quando ha fatto l’inchiesta sulla morte di Pinelli. Sono stato interrogato la prima volta dal pubblico ministero. Poi ho testimoniato al processo Calabresi-Lc. Quando poi Licia ha fatto denuncia per omicidio contro ignoti, D’Ambrosio ha fatto la sua inchiesta e non mi ha interrogato. Lui ha sentito soltanto i poliziotti, che non erano testimoni, ma sotto avviso di garanzia. E non ha sentito l’unico testimone che c’era. Quando glielo dicono pare che si arrabbi sempre. Ma è stato molto scorretto.

Messaggero 7 Dicembre 2009 – «non intendiamo essere associati a una strage di stato» la protesta dell’anarchico Roberto Gargamelli contro il libro di Paolo Cucchiarelli

9 dicembre 2009

Messaggero 7 Dicembre 2009

Piazza Fontana, nuova inchiesta 40 anni dopo: i segreti della strage in un libro

Piazza Fontana: i libri per ricordare e capire, 40 anni dopo

Anarchici e Gladio contro autore libro. I familiari da Napolitano: riapre l’inchiesta

ROMA (6 dicembre) – Si avvicina l’anniversario della strage, la procura di Milano ha un nuovo fascicolo con il quale indagare e i familiari delle vittime chiedono ancora di conoscere la verità e questa volta la domanda verrà rivolta al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L’appuntamento è per domani, 7 dicembre.

Il ricordo della strage di Piazza Fontana deve «contribuire a rafforzare nelle giovani generazioni una coscienza civile in difesa di quei valori di libertà e di legalità che sono alla base della nostra democrazia, contro ogni forma di fanatismo politico, di odio ideologico e di violenza terroristica». È l’auspicio del presidente della Camera Gianfranco Fini, nel messaggio inviato per l’anniversario della strage di piazza Fontana, di cui si è parlato alla Camera in occasione della presentazione del libro del giornalista dell’Ansa Paolo Cucchiarelli “Il segreto di Piazza Fontana”.

Una presentazione movimentata, che ha visto la protesta dell’anarchico Roberto Gargamelli, finito tre anni in carcere insieme a Valpreda («non intendiamo essere associati a una strage di stato») ma anche quella dell’ex responsabile di Gladio, il generale Paolo Inzerilli, che ha difeso l’associazione, nata durante la guerra fredda, dall’accusa di essere coinvolta nella strage.

Il libro di Cucchiarelli ruota infatti intorno alla tesi che il 12 dicembre del 1969 effettivamente l’anarchico Valpreda portò una bomba a Piazza Fontana; solo che si trattava di un ordigno innocuo, che un gruppo neofascista fece diventare mortale accostandogli una seconda bomba, realizzata con un esplosivo proveniente dai nascondigli di Gladio. Se l’anarchico Gargamelli ha preannunciato querele, la responsabilità di Gladio è stata negata dal generale Inzerilli: «Nei nascondigli di Gladio c’era solo esplosivo C4 americano, e non esplosivo jugoslavo», cioè quello che sarebbe stato usato nella strage.

«Gladio, poi, era una struttura che aveva solo il compito di preparasi a contrastare un’eventuale invasione. Niente a che vedere con altri gruppi come gli Rds, collusi con il servizio segreto interno e dove agivano esponenti di Ordine Nuovo». «Il 12 dicembre – ha replicato Cucchiarelli – è stata fatta un’operazione di intelligence. Gli autori della strage si erano costruiti un capro espiatorio, gli anarchici, su cui scaricare la responsabilità della strage. È un pò quello che accadde a Portella delle ginestre, dove a sparare contro i lavoratori furono sia gli uomini di Giuliano, ma con armi che non avevano la potenza necessaria per raggiungere gli obiettivi, sia gli uomini della decima mas, che avevano armi più potenti, erano piazzati più vicini e vanno considerati come i veri autori della strage. Ed è grossomodo quello che accadde a Piazza Fontana. Il tutto inquadrato nel contesto politico dell’epoca: alla strategia dell’attenzione verso la sinistra, praticata da Aldo Moro, si rispondeva a suon di bombe con la strategia della tensione».

28 novembre 2009 – da Republica – I 40 anni di dolore della vedova Pinelli “Non smetterò mai di cercare la verità”

6 dicembre 2009

http://milano.repubblica.it/dettaglio/i-40-anni-di-dolore-della-vedova-pinelli-non-smettero-mai-di-cercare-la-verita/1791234/1

28 novembre 2009

I 40 anni di dolore della vedova Pinelli “Non smetterò mai di cercare la verità”

di Piero Colaprico

“Mi sono mossa da subito dentro la legalità e dentro lo stato di diritto per appurare la realtà dei fatti. Non raggiungere la verità è una sconfitta per lo Stato, non solo per i parenti”. Licia Pinelli, vedova di Giuseppe, morto nel dicembre di quarant’anni fa precipitando da un balcone della questura di Milano, assicura di non aver “mai smesso di cercare la verità”

Licia Pinelli

Licia Pinelli

Licia Pinelli ha, come dice lei con un sorriso quasi da ragazzina, «ottantun anni e tre quarti». Sta seduta in cucina, quarto piano senza ascensore. Dritta, con le mani incrociate in grembo. Immobile, a parte gli occhi vivaci e acuti. Una postura che ricorda i monaci buddisti: ma è come fuoco dentro una corazza. «”Tu non piangi mai”, mi hanno detto. Ma se piango o non piango lo so solo io, il dolore – dice – non va fatto pesare sugli altri».

Questo che finisce è un 2009 un po´ speciale. Per la prima volta, la cosiddetta “madre di tutte le stragi” non conta diciassette vittime, ma ne conta una un più: “il Pino”, Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, suo marito. Era entrato in questura per un interrogatorio sulla bomba di piazza Fontana ed era uscito da una finestra dell´ufficio politico, coordinato dall´allora commissario Luigi Calabresi. Sette mesi fa il presidente Giorgio Napolitano ha invitato al Quirinale Licia Pinelli e Gemma Calabresi, nel “giorno della memoria”. E ha parlato di «rispetto e omaggio per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi e infondati sospetti, poi di un´improvvisa assurda fine».

Il Presidente ha detto che non voleva rifare il processo, ma proporre un gesto politico. E anche lei forse si sarà stufata di rifare ogni volta il processo…

«Beh, il processo per mio marito non l´abbiamo mai ottenuto. Ci sono state solo istruttorie. E io non ho mai smesso di cercare la verità».

Mai?

«Spero sempre che venga a galla. Se non la vedrò io, la vedranno le mie figlie. E se non loro, altri che manterranno il ricordo».

Non è facile, in alcune storie intricate, avvicinarsi alla verità…

«Ci si può arrivare insistendo. Mi sono mossa da subito dentro la legalità e dentro lo stato di diritto per appurare la realtà dei fatti. Non raggiungere la verità è una sconfitta per lo Stato, non solo per parenti».

Come arrivare a “sapere”?

«Durante i processi, sa che ho pensato? Che alcuni interrogatori non dovrebbero farli il pubblico ministero e gli avvocati. Dovremmo essere noi. I parenti. Sì, guardando in faccia le persone. Delle bugie dei poliziotti sono sicura con ogni cellula del mio corpo, del mio cuore, del mio cervello».

Perdoni l´insistenza, ma esistono però alcuni elementi che anche quarant´anni dopo fanno impressione. Uno è che Pinelli muore e il questore di Milano, Marcello Guida, che era stato comandante del carcere fascista di Ventotene, sostiene che suo marito si è buttato dalla finestra gridando “È la fine dell´anarchia”. Una menzogna davvero inspiegabile, oppure?

«Conoscevo Pino, eravamo legatissimi. Quindi ero sicura che non aveva commesso nulla di cui veniva accusato. Parlava a telefono da casa. Ogni volta che diceva la minima bugia lo scoprivo. Non potevo mettere riparo alla sua morte, ma alla diffamazione sì. Querelai Guida. Gli stava sporcando il nome, per gente come noi è inconcepibile. Poi querelai i poliziotti e il carabiniere che stavano nella stanza dell´interrogatorio. Cercavo la verità attraverso loro, perché hanno mentito. E perché mentire e contraddirsi se non per nascondere qualcuno o qualche colpa più grave?».

Lei – secondo dettaglio strano per chiunque conosca una questura – viene a sapere della tragedia un´ora e mezza dopo, dai giornalisti e non dalla polizia: davvero è andata così?

«Quella notte vennero due, credo del Corriere, “Sa, pare una disgrazia”. Chiamai subito il commissario Calabresi, sapendo che era lui ad averlo interrogato. Sono Licia Pinelli, dov´è mio marito? Mi rispose Calabresi: “Al Fatebenefratelli”. Non ci potevo credere. Perché non mi ha avvisata? “Ma sa, signora, abbiamo molto da fare”. Da fare? Non riesco ancora oggi a pensare con neutralità a questa risposta. Ora però…».

Scusi lei, ultimissimo elemento. Lello Valitutti. Erano rimasti in due, gli anarchici da interrogare. Chiamano suo marito e Valitutti resta per ultimo in uno stanzone. Dirà poi che ha sentito del trambusto, poi il rumore del corpo caduto. Ed è rimasto colpito dal silenzio, dentro la stanza. Poco dopo è stato messo faccia al muro. E rilasciato.

«Con Lello ci si sente sempre, io gli credo. Non s´era distratto. Quando hanno fatto il sopralluogo, durante un´istruttoria, c´era una macchina delle bibite davanti alla porta. “Come faceva a vedere la stanza dell´interrogatorio se c´era ‘sta cosa davanti?”, gli hanno chiesto. “Non c´era”, ha risposto Lello e ha fatto vedere i segni sul pavimento. La macchinetta era stata spostata. Ma dopo. Quella sera Valitutti poteva vedere».

Gerardo D´Ambrosio non l´ha mai interrogato…

«Me lo sono chiesta anch´io il perché. D´Ambrosio era partito bene, aveva fatto ciò che altri non avevano fatto. Ma che devo dire? Il magistrato Caizzi ha parlato di morte accidentale, Amati di suicidio, D´Ambrosio di disgrazia plausibile, il “malore attivo”. Luigi Bianchi d´Espinosa, procuratore generale a Milano, mi sembrava attento, scrupoloso. Poi Bianchi è morto…».

L´ultimo fotogramma di suo marito?

«Lui che esce e io che lo inseguo per portargli il cappotto, noi due persone di mezz´età che hanno due figlie, che ridono e scherzano. Poi lui va in questura?».

Poi?

«Erano giorni bui, di cielo scuro. Neve in strada, freddo. Se penso a quel periodo vedo di Milano solo il nero».

C´è un appello che gira in questi giorni, per aprire, come lei chiede, i cassetti del Viminale. Ma ci crede davvero ai segreti che vengono a galla?

«In America per gli anarchici Sacco e Vanzetti è stato così. Pino non s´è ucciso, non l´avrebbe fatto. Innanzitutto credeva nella vita, mi aveva appena detto che non condivideva il gesto di Jan Palach, che si bruciò a Praga contro i carrarmati sovietici. Poi non l´avrebbe fatto per l´amore che ci univa. E per l´amore per le bambine, alle quali, durante l´interrogatorio, faceva dei disegni. Posso sperare che qualcuno recuperi la coscienza. O che si trovi un documento. Quanto potevo fare, io ho fatto, non ho smesso di chiedere».

Lo Stato le ha mai offerto un risarcimento?

Anzi! Volevano farmi pagare delle spese. Poi però non sono mai venuti a chiedere».

Di Pietro Valpreda, il finto “mostro”, che pensa?

«Un simpatico casinista che hanno messo in mezzo all´inizio, per dare la colpa agli anarchici. Le varie inchieste le ho seguite sui giornali, la pista di destra direi che non ha dubbi, non più».

L´omicidio del commissario Calabresi nel ’72 lei l´ha vissuto…

«Malissimo. A parte la morte di un uomo, c´è stata tolta la possibilità di ragionare con una persona che c´era. E che sapeva cos´era successo in quegli anni, e nelle ore in cui mio marito morì».

L´ha incontrato?

«L´ho visto una sola volta. nell´aula del processo a Lotta continua. E Calabresi – che era parte lesa – mi fece pena. Erano tutti contro di lui, mi sembrò “mollato” dai suoi capi, il capro espiatorio degli sbagli della polizia».

L´anniversario le pesa?

«Sempre. Quest´anno poi, tanti vogliono un ricordo. Ma io sono prosciugata dalle troppe parole, che, in fondo, sono le stesse di quel ’69. Degli anni Settanta. E nel frattempo Pino, che era l´uomo della mia vita, non è più stato qua, dove doveva essere».

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009 – Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo di Luciano Lanza

2 dicembre 2009

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009

strage di Stato.1 

Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo
di Luciano Lanza

Scontro di poteri su piazza Fontana. Il presidente della repubblica rende omaggio all’anarchico «volato» dal quarto piano della questura. Però subito parte una campagna-stampa per santificare nuovamente Calabresi e rinnovare le accuse contro Pietro Valpreda. Si distingue Paolo Cucchiarelli, un giornalista di sinistra, collaboratore dell’Unità, che scrive un librone per spiegare che Valpreda aveva effettivamente messo una bomba, che Pinelli era tutt’altro che innocente e che insomma gli anarchici… Le stesse tesi sostenute in Commissione Stragi da Alleanza Nazionale. E non solo da loro.

«Rispetto ed omaggio dunque per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine. Qui non si riapre o si rimette in questione un processo, la cui conclusione porta il nome di un magistrato di indiscutibile scrupolo e indipendenza: qui si compie un gesto politico e istituzionale, si rompe il silenzio su una ferita, non separabile da quella dei 17 che persero la vita a Piazza Fontana, e su un nome, su un uomo, di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendolo alla rimozione e all’oblio. Grazie signora Pinelli, grazie per aver accettato, lei e le sue figlie, di essere oggi con noi», così ha detto Giorgio Napoletano, presidente della repubblica il 9 maggio. Dopo quarant’anni colui che rappresenta la massima istituzione dice che fu vittima due volte (qui scatterebbe subito la domanda: vittima di chi? di cosa?) e poi che si vuole rompere il silenzio su Pinelli con un gesto politico e istituzionale.
Infine c’è stata la stretta di mano fra Licia Pinelli e Gemma Capra, la vedova di Luigi Calabresi. E in questo molti, anche tra gli anarchici, hanno visto un modo per chiudere la partita su Pinelli e la strage di stato. Per arrivare a quella «memoria condivisa» che da alcuni anni esponenti della destra e della sinistra propongono come chiusura di una «pagina dolorosa».
Come da tempo vado ripetendo (scusate se lo ripeto) qui non c’è nessuna memoria da condividere, ma ci sono condanne (sul piano storico e politico, quello giudiziario lo lascio ad altri) da fare: chi sono i responsabili delle bombe a Milano e a Roma del 12 dicembre, come è realmente morto Giuseppe Pinelli? Chi nelle istituzioni dello stato e nei servizi segreti, nella polizia e nei carabinieri ha aiutato e coperto gli attentatori?
L’iter giudiziario (lo sappiamo tutti) si è concluso con un nulla di fatto: le bombe non le ha messe nessuno e Pinelli è morto per un «malore attivo», caso unico nella storia della medicina mondiale. Un nulla di fatto che comunque ha visto i neonazisti Giovanni Ventura e Franco Freda condannati a 15 anni per le bombe del 25 aprile e del 9 agosto 1969 e per associazione sovversiva. Mentre la Corte d’appello di Milano nel 2004 riconosce che i due sono anche responsabili delle bombe del 12 dicembre, ma non possono essere condannati perché già definitivamente assolti per quel reato.
Scrive la Corte d’appello: «L’assoluzione di Freda e Ventura è un errore frutto di una conoscenza dei fatti superata dagli elementi raccolti in questo processo». Sentenza poi confermata dalla Cassazione nel 2005. 

Quel dicembre 1973

Torniamo a Napolitano. Allora come valutare le parole del presidente? Mi torna alla mente quanto c’è scritto nell’editoriale apparso su questa rivista sul numero di gennaio del 1973. Si intitola «Una vittoria nostra». Ecco alcuni passaggi: «Valpreda, Gargamelli, Borghese sono liberi. (…) Il governo s’è mosso sotto la pressione di “autorevoli” settori di opinione pubblica “democratica”. Sarebbe stolido trionfalismo ritenere d’averlo smosso noi, gli anarchici, i rivoluzionari. Eppure siamo convinti, senza vanagloria, che si tratti di una vittoria nostra, non dei “democratici”. In primo luogo perché noi abbiamo smosso questa opinione pubblica democratica dal suo abituale torpore, noi l’abbiamo costretta a scandalizzarsi, a indignarsi. In secondo luogo perché, nonostante tutto, le strutture repressive dello stato “democratico” escono malconce dalla faccenda, nell’immagine pubblica, anziché ridipinte a nuovo.
Vittoria nostra, ripetiamo, e non accettiamo il disfattistico pessimismo di chi, nella scarcerazione, vede solo una manovra astuta del potere. C’è anche questa, certo (…) ma la scarcerazione di Valpreda, Gargamelli e Borghese resta sostanzialmente una sconfitta per lo stato e una vittoria per noi. Non vogliamo sopravvalutarne l’importanza né sottovalutare lo strapotere del sistema. (…) Però è un episodio che segna un risultato positivo per noi e negativo per il potere (e con i tempi che corrono non è cosa da poco). Se fossimo riusciti, cinquant’anni fa, a salvare la vita di Sacco e Vanzetti ci saremmo forse ipercriticamente lamentati che era tutta una manovra dello stato americano per riacquistare credibilità?».

Questo maggio 2009

Quell’editoriale vecchio di 36 anni è per molti versi attuale (anche se, è ovvio, la situazione è molto diversa) perché evidenzia molto bene come avvengono certe dinamiche sociali e politiche. E che tipo di lettura darne: senza ipercriticismi e senza entusiasmi. Ma mettendo gli avvenimenti in una prospettiva obbiettiva. E questa affermazione di Napolitano rappresenta un passo avanti che dovrebbe in parte spiazzare le montature create prima, subito dopo le bombe. E poi nel corso degli anni.
Ma va sottolineato anche che dopo il discorso del presidente della repubblica è partita una campagna televisiva e giornalista per far risaltare la «specchiata figura» del commissario Calabresi. E poiché le tre televisioni pubbliche e le tre maggiori tv private sono controllate dal presidente del consiglio e dalla maggioranza di centrodestra non sfugge a nessuno (se non a chi non vuole vedere) che su questo caso c’è un conflitto tra poteri dello stato. Senza dimenticare la carta stampata. C’è pure chi sostiene che sia tutto un gioco delle parti: il presidente fa un passo per dare il via a chi di passi ne farà almeno il doppio in direzione opposta. Ma francamente dopo quarant’anni mi sono persuaso, sulla base di tante storie venute a galla, che certe congetture stanno più nella testa degli ipercritici che non nelle intenzioni degli attori. Insomma, non fateli più furbi e strateghi di quanto effettivamente siano. Ne hanno combinate di orrende, ma erano sempre funzionari di questo stato… sempre un po’ borbonico…
Nonostante siano passati quarant’anni, quei fatti sono ancora elemento di contrasto e di scontro. Perché quelle bombe e quel volo dal quarto piano della questura di Milano hanno scritto un percorso della storia di questo paese. Quei morti, quei feriti, quel «malore attivo» sono, oltre che drammatici, un analizzatore sociale (come direbbe il mio indiretto maestro René Lourau). Vale a dire che la lettura disincantata, non faziosa, di quegli avvenimenti mette a nudo la criminalità di chi deteneva il potere. È una «verità scomoda», dà fastidio. Da qui la necessità di riscrivere quella «storia scomoda».

La “ricostruzione” di Cucchiarelli

L’ultimo autore di questa riscrittura? Sicuramente Paolo Cucchiarelli con il suo libro Il segreto di Piazza Fontana. Un libro che affianca indagini condotte con un discreto rigore a illazioni, invenzioni più consone a un romanzo noir che a una ricerca storica. In sintesi: la strage di piazza Fontana l’hanno orchestrata i neonazisti Franco Freda e Giovanni Ventura più altri, con il supporto dei servizi segreti deviati manovrando anarchici come Pietro Valpreda. Perché Valpreda è andato veramente, sostiene senza prove Cucchiarelli, alla Banca nazionale dell’agricoltura, per deporre una bomba munita di timer. Ha effettivamente preso il taxi di Cornelio Rolandi per risparmiarsi un tragitto di un centinaio di metri e doverne fare il doppio per andare da dove avrebbe fatto fermare il taxi per andare alla banca e ritornare al taxi. Ma c’è di più: dove lo mettiamo il sosia di Valpreda, Claudio Orsi? Lui ha l’altra bomba, ma con innesco a miccia, anche lui prende un taxi per andare alla banca e la depone vicino a quella di Valpreda. Da qui il doppio botto. Ma Cucchiarelli non è George Simenon e scrive cose che non stanno in piedi.
E Giuseppe Pinelli? Il suo alibi era falso perché quel pomeriggio aveva un grandissimo problema: evitare che scoppiassero altre due bombe a Milano. Qui siamo al paranormale: Cucchiarelli sa anche che cosa pensa Pinelli. E poi sa anche che quel pomeriggio non è andato al Circolo Ponte della Ghisolfa dove ha incontrato due compagni anarchici, Ivan Guarnieri e Paolo Erda, anche perché quest’ultimo, per Cucchiarelli, non esiste. È un’invenzione sciocca del povero Pinelli che si arrabatta cercando di costruire un alibi inconsistente. Ma Cucchiarelli scrive di cose che non conosce, quindi scrive sciocchezze.

Valpreda e Pinelli colpevoli? Già sentita

Non basta. Sotto sotto, ma poi neanche tanto, si sente riecheggiare nelle tesi di Cucchiarelli quanto hanno già scritto due ex deputati di Alleanza nazionale, membri della Commissione stragi, Alfredo Mantica e Vincenzo Fragalà, estensore delle loro tesi è Pier Angelo Maurizio oggi giornalista de Il Giornale e anche autore di Piazza Fontana. Tutto quello che non ci hanno detto.
La relazione si intitola La storia di Piazza Fontana, storia dei depistaggi: così si è nascosta la verità. E cosa c’è scritto in quella relazione del settembre 2000? «L’ombra del dubbio è rimasta sull’innocenza di Valpreda non per una decisione politica, per una sorta di difesa corporativa della magistratura, data la lunga carcerazione preventiva inflittagli, come si potrebbe insinuare. L’ombra del dubbio è rimasta sulla base di una valutazione squisitamente tecnica». E poi, dando per verità le dichiarazione di un pentito delle Brigate rosse, Michele Galati, scrivono: «Pinelli si era realmente suicidato perché si rese conto di essere rimasto involontariamente coinvolto nel traffico di esplosivo utilizzato per la strage e che lui riteneva fosse destinato a un’azione in Grecia. La bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura era stata messa materialmente da Valpreda. L’esplosione avrebbe dovuto aver luogo quando gli sportelli fossero stati chiusi e la banca deserta. Negli attentati del 12 dicembre ’69 erano coinvolti buona parte degli anarchici del circolo Ponte della Ghisolfa. Gli attentati rientravano in un progetto di destabilizzazione in cui aveva un ruolo di primo piano Stefano Delle Chiaie che si serviva di Mario Merlino per orientare l’attività degli anarchici».
Bene, con la ricorrenza dei quarant’anni da quella strage si dovrebbe ripartire da capo? No, però c’è nuovamente un lavoro di controinformazione da fare. Perché dopo tanti anni parte una nuova riscrittura della storia. Ma non bisogna permetterlo.

Luciano Lanza

6 febbraio 2009 Lello Valitutti Il testimone de “La notte che Pinelli”

1 dicembre 2009

6 febbraio 2009 http://www.rivistaonline.com/Rivista/ArticoliPrimoPiano.aspx?id=5546

Il testimone de “La notte che Pinelli”

di Angelo Pagliaro

foto internet 06/02/2009

Sofri, Lotta Continua

Sofri, Lotta Continua

Venerdì 30 gennaio (scorso, ndr), al tg 5 delle 13.00, il giornalista Toni Capuozzo in collegamento dal Brasile, commenta le ultime dichiarazioni del governo italiano circa la mancata estradizione di Cesare Battisti, ex militante dei PAC (Proletari armati per il comunismo), ed elenca i nomi di una serie di latitanti italiani che abiterebbero ancora in Brasile tra cui l’anarchico Pasquale Valitutti. “Lello” Valitutti da molti anni abita a Roma e partecipa, nonostante le sue gravi condizioni di salute, insieme a Licia Rognini, alle iniziative in memoria dell’amico e compagno Pino Pinelli. Citato più volte nell’ultimo libro di Adriano Sofri (La notte che Pinelli, Sellerio editore) Valitutti è, tra i numerosi militanti anarchici fermati, l’unico testimone ancora in vita di quella drammatica notte del 15 dicembre 1969 quando, dalla finestra del quarto piano della questura di Milano, venne “suicidato” Pinelli.

Valitutti racconta così, il 18 marzo 2004, nel corso dell’iniziativa “verità e giustizia” promossa dal circolo anarchico milanese “Ponte della Ghisolfa” e dal Centro Sociale Leoncavallo, la sua verità: “Da questo corridoio passano, portando Pino, Calabresi e gli altri, e vanno nella stanza vicino. Chi dice che Calabresi non era in quella stanza sta mentendo, nel più spudorato dei modi. Calabresi è entrato in quella stanza, è entrato insieme agli altri, nessuno è più uscito. Io ve l’assicuro, era notte fonda, c’era un silenzio incredibile, qualunque passo, qualunque rumore rimbombava, era impossibile sbagliarsi, lui era in quella stanza. Dopo circa un’ora che lui era in quella stanza, che c’era Pino in quella stanza, che non avevo sentito nulla, quindi saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori, un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate”.

Il racconto che fa Valitutti di quella sera è sempre lo stesso. Negli ultimi 39 anni non è mai cambiato di una virgola, al contrario delle versioni riferite ai magistrati dalla maggior parte degli altri testimoni presenti nella stanza che hanno cambiato più volte versione, mettendo in discussione persino il rapporto firmato dal Commissario Capo di P.S. Dr. Allegra, redatto lo stesso giorno della tragedia e riportato integralmente da Adriano Sofri alle pagine 85 e 86 del suo libro.

Un’altra volta, e precisamente nel 2002, Valitutti è stato chiamato in ballo in modo errato. Questa volta non a causa di una svista di un giornalista inviato in Brasile, ma dal giudice Gerardo D’Ambrosio, (all’epoca dei fatti titolare dell’inchiesta) che in un’intervista al settimanale del Corriere della Sera, “Sette“, rispondendo ad una domanda del giornalista ha dichiarato testualmente: “poi, ottenni un’altra prova sull’innocenza di Calabresi”. Quale? domanda il giornalista. “La testimonianza di uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti: aveva visto Calabresi uscire dalla stanza prima che Pinelli cadesse”.

La risposta di Valitutti fu immediata. In una lettera scritta all’allora direttore del quotidiano “Liberazione“, Sandro Curzi, pubblicata in data 17 Maggio 2002 dichiarò: ” Caro Direttore, leggo su “Sette“, settimanale del “Corriere della Sera” in edicola oggi, un servizio che rievoca la vicenda Calabresi a trent’anni dall’omicidio del commissario, con un’intervista al procuratore di Milano Gerardo D’Ambrosio che mi chiama personalmente in causa. Vedo, ancora una volta, distorta la verità. Io sono l’anarchico Pasquale Valitutti e ho sempre sostenuto il contrario. Lo ripeto a lei oggi: Calabresi era nella stanza al momento della caduta di Pinelli. Se tutto è ormai chiaro, come dicono, perché continuare a mentire in questo modo vergognoso sulla mia testimonianza? Io sono ormai stanco, malato e fuori da qualsiasi gioco. Ma alla verità non sono disposto a rinunciare”. “La memoria può tradire chiunque – afferma Sofri a pag. 87 del suo recente libro – ma l’inversione dei ricordi di D’Ambrosio deve almeno avvertire a non alzare troppo leggermente le spalle di fronte alla testimonianza di Valitutti.

Se alla sua memoria tradita la testimonianza scagionatrice di Valitutti appare così importante, dev’esserlo un po’ anche nella sua versione autentica. Tutte le testimonianze successive alla morte di Pinelli vanno considerate con una misura in più di cautela. E’ così per Valitutti, o per le persone amiche che riferiscono delle minacce che Pinelli avrebbe ricevuto da Calabresi e Allegra. Tuttavia la cautela non può significare una liquidazione di queste testimonianze, come se fossero meno attendibili di quelle della polizia – anche loro regolate sul fatto che intanto Pinelli è morto”. Nel libro di Sofri vi sono molte suggestioni, tra verità storiche e giudiziarie, ipotesi giornalistiche e analisi politiche emergono alcuni dati incontestabili che occorre per amore di verità ricordare: in quei giorni i diritti democratici furono di fatto sospesi. I “fermati” vennero trattenuti oltre i termini di legge, nessun magistrato venne avvertito del fermo entro le 48 ore. Alla famiglia Pinelli ed ai suoi legali e periti non fu permesso di assistere all’autopsia.

Bruno Vespa in una trasmissione televisiva ricordando le vittime del terrorismo dimenticò di citare Pinelli, e fu proprio Adriano Sofri che lo fece rilevare immediatamente e sottolineò, con altrettanta chiarezza, che in tutti questi anni mai nessuna autorità dello Stato si è premurata di bussare alla porta della famiglia Pinelli per chiedere semplicemente se Licia e le sue due bambine Silvia e Claudia avessero bisogno di qualcosa. E’ proprio vero, in una bellissima canzone dal titolo “Avec le temps”, Leo Ferrè racconta che con il tempo tutto si dimentica “non ricordi più il viso non ricordi la voce, quando il cuore ormai tace a che serve cercare”. Ma il cuore di molti non tace, l’unico testimone vivente, in tutti questi anni, è diventato plurale e sono adesso in tanti a chiedere a chi era in quella stanza di parlare, di dire la verità sulla morte del ferroviere anarchico.

lapide a Pino Pinelli

lapide a Pino Pinelli